Rischi della tecnologia


Breve estratto dalla tesi di laurea magistrale in Architettura (Uni Parma, DIA) “Rigenerazione a Salerno. La rigenerazione urbana attraverso la bioeconomia”:

1.3.4.3.2       Rischi della tecnologia

Negli anni recenti la cosiddetta smart city ha assunto un significato meramente tecnologico finalizzato alla realizzazione di insediamenti urbani completamente digitalizzati. «Ci sono due tipi di smart city e non uno solo; c’è la città aperta e quella chiusa. La smart city chiusa abbassa il nostro livello cognitivo, la smart city aperta ci incoraggia a pensare»[1]. Oltre all’obiettivo intelligente di utilizzare le migliori tecnologie che sfruttano le fonti energetiche alternative, la smart city è una città completamente cablata e i cittadini sono interconnessi con strumenti mobili, con chip inseriti nel vestiario, o sottocutanei. Il rischio evidente di una città digitalizzata è che crea una comunità orwelliana del “grande fratello”, la città transita da una dipendenza dagli idrocarburi a una dipendenza informatica che può essere facilmente attaccata da imprese private interessate a monopolizzare il mercato dell’energia e dell’informazione acquistando dati sensibili dal mondo dei big data. Questa prospettiva poco intelligente prefigura guerre informatiche e cibernetiche, ed è già realtà fra le potenze mondiali come USA, Russia e Cina. Una città veramente intelligente è una città morfologicamente ben progettata, che dovrebbe sfruttare le tecnologie ma preservando un’autonomia politica e tecnologica capace di sfruttare tutte le fonti energetiche. È la comunità che dovrebbe assumere il controllo tecnologico e informatico applicando la sovranità energetica, e costruendo reti autarchiche, cioè capaci di dare energia agli insediamenti in maniera autonoma per evitare attacchi informatici ed eliminare la dipendenza dalle corporations.

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[1] Sennett, Costruire e abitare, Milano, 2018, pag. 181.

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