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Archive for the ‘urbanistica’ Category

Ptcp 2012 ambiti territoriali e unità di paesaggio

La struttura urbana salernitana, fonte immagine Ptcp 2012.

Nei miei interventi precedenti ho avuto modo di accennare alla necessità di un salto culturale per approdare sul piano bioeconomico, capace di interpretare il territorio e le città come bioregioni urbane e creare occupazione utile attraverso processi di territorializzazione delle produzioni locali. Da circa un paio di decenni, Salerno non è più la città amministrata dal Consiglio comunale e dal Sindaco eletti, ma è una struttura urbana costituita da ben 11 comuni con una popolazione di circa 300 mila abitanti su una superficie di 272,4 Km2 (Salerno, Vietri, Pontecagnano F., Bellizzi, Battipaglia, San Mango Piemonte, Castiglione dei Genovesi, Pellezzano, Baronissi, Mercato San Severino, e Fisciano). Questa struttura urbana è interna al Sistema Locale del Lavoro (SLL) salernitano costituito da 22 comuni con circa 500 mila abitanti. Sono questi i territori urbani e funzionali, con attività e dimensioni che vanno governate con piani urbanistici intercomunali bioeconomici capaci di interpretare le città come sistemi metabolici, riducendo gli sprechi e adottando piani attuativi conservativi, cioè di recupero e rigenerazione urbana. La Regione Campania dovrebbe rinnovare la propria legislazione urbanistica per introdurre la rigenerazione urbana bioeconomia e approvare un piano territoriale paesaggistico regionale figlio della scuola territorialista. Tali atti normativi sarebbero capaci di favorire un’evoluzione culturale utile allo sviluppo umano, per tutelare la nostra ricchezza costituita dal patrimonio storico culturale e ambientale. Sarebbero atti capaci di creare occupazione utile e aggredire il drammatico tasso di disoccupazione (Campania 19,8%, Provincia di Salerno 16,6%). Due Regioni italiane hanno già approvato piani paesaggistici figli della scuola territorialista, la Toscana e la Puglia, mentre da alcuni anni la letteratura urbanistica mostra i cambiamenti delle nostre città, trasformate in aree urbane estese. Salerno non sfugge a questo cambiamento ed è necessario che le istituzioni politiche abbiano il coraggio di riformarsi e adottare strumenti urbanistici adeguati, al fine di governare i processi di agglomerazione, decentramento, e pianificare la rigenerazione dei tessuti urbani esistenti. L’implosione del capitalismo e le delocalizzazioni industriali che hanno innescato l’aumento della disoccupazione, il degrado territoriale e un’economia dipendente dagli idrocarburi, sono elementi che dovrebbero far riflettere e accelerare l’avvento delle politiche urbane bioeconomiche.

Nella città estesa salernitana sono leggibili i problemi ambientali, sociali ed economici che richiedono un approccio più efficace al fine di essere governati e affrontati, e per farlo è necessario un cambio di scala delle istituzioni, transitando da 11 Comuni a un solo Comune. Ciò costituirebbe un vantaggio politico straordinario. Sono altresì leggibili problemi quali: la dispersione urbana (lo sprawl) sia nella conurbazione Nord della valle dell’Irno, e sia nella conurbazione Sud verso Battipaglia. Entrambe le conurbazioni mal governate hanno consumato suolo agricolo favorendo l’aumento dell’inquinamento atmosferico e l’inquietudine urbana che danneggia particolarmente anziani, giovani e ceti meno abbienti. Secondo il Rapporto ISPRA 2017, Salerno e Foggia sono le città dove sono avvenuti i maggiori processi di trasformazione del territorio dovuti ad aree industriali e commerciali. Questa contraddizione, costituita dall’aumento di agglomerazioni commerciali e l’alto tasso di disoccupazione, spiega in parte come le classi dirigenti politiche non siano state capaci di affrontare i problemi sociali ed economici dell’area salernitana. Com’è noto, la scelta delle imprese private di delocalizzare le produzioni, coltivando il neoliberismo, lascia numerosi vuoti urbani che potrebbero essere riutilizzati e trasformati. Tali processi andrebbero affrontati con l’approccio bioeconomico che parte dall’analisi dell’esistente per intervenire sui suoli già urbanizzati, e ponendo priorità su obiettivi sociali e ambientali, anziché inseguire l’avidità dei privati innescata dalla rendita fondiaria e immobiliare. Sul piano bioeconomico il motore dell’economica è la cultura.

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scandalo urbanisticoSono trascorsi molti anni quando si consumò il più grande scandalo urbanistico italiano. Nel corso dei decenni, il tema è stato rimosso dal dibattito pubblico contribuendo a far perdere consapevolezza di un argomento politico fondamentale per il capitalismo italiano, poiché il regime giuridico dei suoli condiziona la vita delle persone mostrando il conflitto fra l’interesse generale dello Stato e l’avidità dei privati che sfruttano la rendita. Quando negli anni ’60 si scelse di cancellare la proposta riforma urbanistica sul regime dei suoli, di fatto, l’Italia divenne il paese più liberista d’Europa. Si abdicò l’interesse generale favorendo l’interesse dei proprietari privati che hanno saputo condizionare la pianificazione assecondando i propri capricci, e incassare l’accumulazione del capitale senza lavorare (plusvalore fondiario). La conseguenza di questa scelta politica scellerata è sotto gli occhi di tutti: urbanistica contrattata, rinuncia alla pianificazione e consumo del suolo agricolo, speculazioni edilizie. Tutto ciò ha alimentato l’inquietudine urbana, i processi di gentrificazione con le gated community, e i danni ambientali irreversibili.

Dal secondo dopo guerra in poi, il partito comunista fu il soggetto politico scelto dai pianificatori per introdurre una riforma sul regime dei suoli, e fra il 1962 e il 1963 la proposta di Fiorentino Sullo (democristiano) fu scarta e neanche discussa. Anche il PCI ripiegò su stesso, e non seppe sostenere una riforma degna di questo nome. Il nostro Paese aprì le porte al liberalismo con conseguenze sociali, economiche e ambientali disastrose.

Oggi non esiste alcun partito interessato a riprendere il tema del regime dei suoli, nonostante questo sia una priorità. Ciò assume aspetti ambientali e politici drammatici, poiché la realtà territoriale e urbana mostra evidenti segnali di degrado che necessitano interventi di rigenerazione e manutenzione, per arrestare le speculazioni adottate da ignobili Consiglieri comunali, totalmente incapaci di interpretare un piano urbanistico e di applicare la Costituzione che ordina di conseguire l’interesse generale e non l’avidità di soggetti privati.

Un Paese civile ha il dovere morale e politico di riprendere il tema e riformare il regime giuridico dei suoli per applicare la Costituzione. L’urbanistica ha il dovere di tutelare il territorio e costruire diritti a tutti i cittadini, e non quello di fare profitto.

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ISPRA consumo di suolo Campania 01

Fonte immagine ISPRA, 2017.

L’ISPRA pubblica il rapporto 2017 sul consumo di suolo agricolo, e i dati non sono affatto confortanti poiché mostrano un peggioramento nel territorio italiano. Chi ha la responsabilità politica di questa distruzione? Sindaci e Consiglieri comunali, cioè la classe “dirigente” meno istruita per gravi problemi di ignoranza funzionale. A questi individui incapaci, dobbiamo aggiungere i Consiglieri regionali che promulgano le leggi urbanistiche regionali, e i funzionari pubblici che hanno responsabilità di controllare i piani adottati dai Comuni per verificarne la congruenza con la Costituzione e la legge urbanistica nazionale (secondo la legge 1150 del 1942, gli scopi dell’urbanistica riguardano: «l’assetto e l’incremento edilizio dei centri urbani e lo sviluppo urbanistico»; «assicurare il rispetto dei caratteri tradizionali»; «favorire il disurbanamento e di frenare la tendenza all’urbanesimo»). L’impostazione del sistema giuridico urbanistico-edilizio indica che l’attività edilizia è finalizzata all’interesse pubblico e al corretto uso del territorio. In fine, da diversi anni il nostro legislatore ha assunto una condotta incostituzionale e immorale tutte le volte che ha favorito un condono edilizio. Il Parlamento è rimasto inerte di fronte ai cambiamenti delle città italiane trasformatesi in aree urbane, evitando di assumere decisioni responsabili e importanti per togliere poteri a irresponsabili amministratori locali che hanno distrutto il territorio. E’ necessario legiferare un cambio di scala territoriale e introdurre processi decisionali politici democratici e trasparenti, coinvolgendo direttamente cittadini e il sapere tecnico capace di pianificare bioregioni urbane. Sin dall’Ottocento, e poi con l’apice della battaglia persa nel 1962, il regime dei suoli è condizionato dalle politiche liberali affinché proprietà privata e i politici locali potessero accumulare ricchezza dal nulla, mercificando la risorsa non rinnovabile del territorio (rendita fondiarie e immobiliare). Questa stupidità criminale, nel continuare a distruggere il territorio che ci da vita, non può trovare una guarigione restando sul piano culturale liberale.

E’ noto che negli altri paesi, quali l’Olanda, la Germania e persino l’Inghilterra, lo Stato ha un ruolo fondamentale nella pianificazione territoriale e urbanistica, limitando la proprietà privata e tassando la rendita fondiaria e urbana.

Pianificatori, urbanisti, architetti e ingegneri che studiano le città sanno bene quali sono i problemi lasciati insoluti da una classe politica degenerata e incapace. Da un lato è necessario un cambio di scala territoriale per adottare piani bioeconomici osservando le aree urbane; e dall’altro lato, il problema del consumo di suolo trova soluzione facendo un salto culturale, approdando sul piano bioeconomico capace di produrre piani che creano valore culturale a tutela del territorio, e orientando l’economia verso l’uso razionale delle risorse. Per fare questo, è necessaria una volontà politica oltre che un’evoluzione culturale delle persone.

ISPRA consumo di suolo Campania 04

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sistemi locali principali realtà urbane e città medie

Sistemi locali principali e delle città medie, ISTAT, 2017.

Una mia vecchia riflessione osservava quanto fosse inutile oggi eleggere Sindaci e Consigli comunali. L’osservazione partiva da un dato politico amministrativo e gestionale circa i servizi pubblici locali: acqua, rifiuti, energia, trasporti, servizi sociali, oggi completamente esternalizzati, così come desidera la religione liberale e neoliberale che professa il mantra laissez faire al mercato, e demonizzando lo Stato sociale. Oltre a questo aspetto politico gestionale dei servizi, bisogna aggiungere un dato molto più forte e radicato, che mostra non solo l’inutilità degli attuali livelli istituzionali ma il danno alla collettività prodotto dall’inerzia politica, che non realizza un cambio scala dei livelli municipali osservando l’attuale armatura urbana mutata da diversi decenni.

L’attuale classe dirigente politica è completamente staccata dai problemi reali del territorio, mentre gli individui vivono in maniera passiva e non possiedono gli strumenti e le informazioni per riscontrare il cambiamento avvenuto nel Paese.

Pianificatori, geografi e urbanisti ovviamente studiano i fenomeni urbani, e pubblicano una letteratura utile a far conoscere il territorio per suggerire soluzioni concrete e governare le aree urbane in maniera adeguata.

Il massimo che il legislatore ha saputo fare è produrre una normativa che riconosce le aree metropolitane, ma ignorando la reale struttura urbana delle nuove città italiane costituite dalle integrazioni di più comuni. Per una serie di condizioni culturali e politiche, la nostra classe dirigente fa molta fatica a riconoscere l’importanza della pianificazione urbanistica, e ciò produce danni alla collettività e all’ambiente, mentre in altri Paesi tale limite non esiste, e si riscontra in una maggiore attenzione al ruolo della pianificazione territoriale; basti osservare i paesi scandinavi, l’Inghilterra, i Paese Bassi, la Germania e la Francia dove da molti decenni c’è un maggiore controllo sull’attività urbanistica edilizia, sia ai livelli territoriali e sia ai livelli attuativi. Nel nostro Paese, sembra esserci un legislatore criminale che propone ancora condoni e deregolamentazioni, per favorire gli interessi dei privati piuttosto che applicare la Costituzione italiana che ordina di tutelare il territorio e di costruire diritti ai cittadini.

E’ noto che cambiando i livelli amministrativi locali, rispetto alla realtà urbana formata da comuni centroidi e conurbazioni estese, si riducono i costi pubblici e privati poiché è possibile una migliore gestione dell’organizzazione territoriale, oltre che l’adozione di piani urbanistici rispondenti alla realtà territoriale. Nella maggior parte dei casi sono contrari al cambio di scala, i Sindaci locali poiché perdono il controllo dei loro interessi. Gli elettori non sanno neanche di cosa si parla. Gli unici consapevoli circa la necessità di interpretare correttamente l’interesse generale, sono i pianificatori.

Un aspetto fondamentale circa la necessità del cambio di scala amministrativa riguarda il cuore dell’azione politica, e cioè la corretta distribuzione delle risorse per i livelli amministrativi locali. Oggi tanti piccoli comuni sono del tutto ininfluenti, mentre la costituzione per legge delle nuove città, che sono l’insieme di comuni interdipendenti fra loro, rappresentano soggetti istituzionali politici più forti e consapevoli.

Ad esempio, è ormai strutturata da decenni la nuova città di Salerno costituita dal comune centroide e dai comuni limitrofi. Nel cambio istituzionale di scala sono rimossi i Sindaci e i Consigli comunali dei soggetti viciniori ma trovano rappresentanza nel nuovo Consiglio comunale che dovrà adottare un nuovo piano urbanistico comunale d’ispirazione bioeconomica, che riconosce e interpreta l’attuale bioregione urbana. Solo in questo modo, la realtà territoriale costituita da comuni interdipendenti potrà essere governata in maniera efficace rigenerando le parti obsolete e controllando i processi di agglomerazione, contrazione e dispersione urbana. I danni sociali, economici e ambientali nel territorio salernitano, e non solo, sono favoriti anche da questa inerzia politica, totalmente incapace di adeguarsi ai cambiamenti avvenuti e consolidati.

Ptcp 2012 ambiti territoriali e unità di paesaggio

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Area urbana di Salerno 06 sprawl 13

Sprawl urbano nel salernitano, si vedono due lottizzazione isolate nell’ambito rururbano.

L’esplosione della recente bolla immobiliare, la crisi urbana e la pulsione a nuovi interessi per la campagna possono condurre a interventi urbani sbagliati e persino speculativi. Da molti anni gli abitanti urbani vivono in aree poco accoglienti, inquinate e spazi che alimentano l’inquietudine urbana. Infelici nelle città gli abitanti possono cadere in facili tranelli spinti da pulsioni di rigetto. Sentimenti egoistici sono alimentati da illusioni e fascinazioni verso sedicenti progetti sostenibili. Perso il senso di comunità nelle città, ci si immagina di poterlo ricostruire seguendo azioni riconducibili alla religione capitalista liberale e neoliberale, che mercifica ogni cosa, anche le tecnologie sostenibili. E così non sorprende osservare che da qualche anno stanno emergendo sempre più sedicenti progetti “sostenibili” chiamati “eco-villaggi”, ma sono nuove lottizzazioni “eco-compatibili” nei pressi delle aziende agricole. Immobiliaristi presentano agli uffici comunali progetti di valorizzazione fondiaria e immobiliare nell’ambito periurbano e rururbano, come accadeva ai tempi delle periferie degli anni ’60 e ’70. Altro che stop al consumo di suolo, ci troviamo nuove espansioni che alimentano il famigerato fenomeno dello sprawl urbano, sulla base di iniziative private utilizzano il linguaggio della sostenibilità per avere nuove rendite immobiliari. Si sfrutta la sensibilità dei temi “ecologici” presentando progetti di edifici che impiegano le nuove tecnologie, e rispettano i nuovi standard energetici sui suoli che una volta erano agricoli. Dal punto di vista dell’urbanistica si tratta di piani di lottizzazione che consumano suolo agricolo, ed hanno il vizio di aumentare i costi di gestione delle aree urbane, dal punto di vista culturale si tratta di becere speculazioni egoistiche che ignorano completamente i problemi delle aree urbane caratterizzate da volumi inutilizzati e sottoutilizzati che generano degrado urbano. Non è un caso che persino i costruttori ambiscono a rigenerare gli insediamenti esistenti piuttosto che continuare a far crescere le città, o addirittura urbanizzare la campagna, poiché peggio di così non si potrebbe fare. Una rigenerazione urbana bioeconomica si occupa degli insediamenti urbani esistenti, si occupa degli abitanti che oggi vivono nelle aree urbane dilatate e dispersive, per compattare e riorganizzare l’esistente riducendo l’impronta ecologica delle città, e suggerendo stili di vita sostenibili. Secondo l’approccio liberale è legittimo pensare di promuovere la costruzione di nuovi volumi in periferia ma quando si tratta di suoli agricoli sarebbe normale rispettare i principi e le regole della legge urbanistica, poiché urbanizzare la campagna, come suggeriscono di fare iniziative private divulgate da sedicenti siti che si dicono “decrescenti”, significa alimentare proposte contra legem oltre che essere l’espressione di avidità ed egoismo. Pensare di rinchiudersi in comunità autoreferenziali, più o meno come accadde in alcuni esperimenti falliti nell’Ottocento, non solo è anacronistico ma sembra l’espressione di capricci e sintomi di intolleranze. In una società completamente interconnessa si ha l’opportunità di contaminare la società con progetti bioeconomici per cambiare l’esistente, si ha l’opportunità di migliorare ciò che ruota intorno a noi, mentre chi ha la velleità di fare divulgazione “alternativa” dovrebbe avere la maturità di distinguere i progetti utili dalle speculazioni, e dai progetti persino dannosi. Se alcuni divulgatori non sanno fare distinzioni allora è chiaro che non si conosce la sostenibilità, e tanto meno la bioeconomia di Georgescu-Roegen che ha suggerito lo sviluppo della filosofia politica chiamata alla decrescita felice, ed ovviamente non si conoscono i problemi ambientali e sociali della aree urbane e rurali.

Nel senso stretto la bioeconomia studia le città come sistemi metabolici e adotta strumenti di misura come i flussi in entrata e in uscita, e suggerisce la riduzione o la cancellazione degli sprechi minimizzando gli impatti ambientali. Dal punto di vista della pianificazione urbanistica sappiamo che le aree urbane presentano tessuti e aggregati edilizi mal costruiti, e pertanto si rendono necessari piani e progetti di rigenerazione e recupero dell’esistente. I problemi sociali e ambientali possono essere affrontati da piani attuativi di recupero poiché la rigenerazione crea opportunità di nuova occupazione utile, sia riconnettendo la campagna alla città e sia intervenendo sui singoli problemi delle aree urbane, dalla mobilità alla riqualificazione energetica, dalla prevenzione del rischio sismico al recupero dei centri storici. Il periurbano e il rururbano sono gli ambiti territoriali da vincolare e favorire la produzione di cibo per gli abitanti della città.

Chi ambisce a lasciare la città per vivere in campagna potrebbe sostenere i progetti di recupero dei borghi, spopolati molti anni fa dai processi di accumulazione del capitale avviati dai grandi centri urbani, questi piccoli centri continuano a perdere abitanti a favore delle aree urbane, fino a diventare vere e proprie città fantasma. E’ in questi contesti abbandonati che si potrebbero sostenere processi di riterritorializzazione che fanno rivivere i piccoli centri urbani.

di Giuseppe Carpentieri (dott. arch. ing. jr.), Fabio Cremascoli (pianificatore) ed Ermes Drigo (architetto urbanista)

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“Vota stomaco” è la battuta adoperata in Campania durante una campagna elettorale quando nessuno ha fiducia nei candidati, giudicandoli impresentabili, e ci si rifà al “mal di mancia”. Sulla tutela del territorio il nostro legislatore spesso ci fa “voltare lo stomaco”, basti ricordare ben tre condoni edilizi (L. 47/1985;  D.L. 468/1994; art. 32 D.L. 269/2003), nonostante le leggi impongano demolizioni e persino il carcere per determinate condotte. Il Senato della Repubblica, all’unanimità (non si salva nessuno), cerca di introdurre una schifezza assoluta «l’abuso per necessità». Con un sol colpo si viola la Costituzione e si cerca di introdurre un criterio di diseguaglianza sociale contro la maggioranza degli italiani onesti, che hanno costruito un alloggio pagando tasse e rispettando le leggi.

Dal punto di vista del governo del territorio, il nostro Paese ha un gravissimo problema culturale, sociale ed economico che riguarda non solo lo scarso controllo sull’attività edilizia e urbanistica, ma la stupidità e la violenza di cittadini e amministratori ignoranti e compiacenti circa il costruire senza rispettare le regole civili, fregandosene della legalità e degli altri, e ignorando la bellezza. Questo concentrato di stupidità collettiva ha conseguenze negative: favorisce il consumo di suolo agricolo e la dispersione urbana; aumenta il rischio sismico e idrogeologico, oltre che la totale evasione fiscale; aumenta i costi di gestione per tutta la collettività. L’assurdità della nostra realtà sociale sta nel fatto che le leggi sono abbastanza chiare nel reprimere illeciti, abusi e reati edilizi e sono anche abbastanza chiare nell’individuare i responsabili, cioè cittadini da condannare e funzionari pubblici nel controllare e demolire.

L’intenzione del legislatore italiano è l’ennesima ammissione di colpa che mostra la cattiva fede degli amministratori locali, i quali non vogliono applicare le leggi dello Stato, e chiedono aiuto al Parlamento nel delegare ad altri organi dello Stato compiti e funzioni che sono di Comuni e Regioni.

Il Decreto Falanga è atteso con una certa premura dai governatori della Campania e della Sicilia. In particolare, Vincenzo De Luca ha disposto a Napoli e nelle altre quattro province campane la sospensione di ogni intervento di demolizione in attesa dell’ultimo passaggio parlamentare del Ddl 580-B, appunto al Senato. Ma l’azione di Ala e Forza Italia – che fin qui non ha incontrato ostacoli da parte del Pd e del Movimento 5 Stelle, la sesta commissione ha votato favorevolmente e all’unanimità – conosce un’opposizione formale da parte dei Verdi con i suoi coordinatori nazionali Angelo Bonelli e Luana Zanella e il responsabile territorio Sauro Turroni.

Ma lei ritiene che questo tipo di norme, per la filosofia che le ispira, possano essere criminogene e incentivare gli abusi?
Alla fine sì, perché tutti sono ormai da 25 anni a questa parte convinti che, tranne pochi sfortunati – coloro che sono stati destinatari degli ordini di demolizione – la maggior parte in un modo o in un altro se la cava. E sicuramente questa legge, per alcune ambiguità, va in quella direzione, rafforza quel convincimento. Fermo restando che non vincola i procuratori della Repubblica nel formulare i criteri alle indicazioni contenute nel testo.

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In diverse riflessioni condivise attraverso il mio diario ho espresso l’opinione e la necessità di creare politiche urbane bioeconomiche, e di favorire la nascita di una “quarta generazione” di “piani intercomunali bioeconomici“. E’ un nuovo approccio per disegnare il governo del territorio all’interno dei Sistemi Locali del Lavoro (SLL), e soprattutto per le 26 città in contrazione presenti l’Italia; praticamente per tutti i centri urbani più importanti, da Milano che ha perso 490.000 abitanti fino a Vicenza che a perso 5.190 abitanti.

città in contrazione

Elenco città in contrazione, elaborazione di Giuseppe Carpentieri.

Attraverso la geografia urbana sappiamo che gli abitanti utilizzano e si relazionano in un territorio che non si limita ai confini amministrativi dei comuni, ma è un’area funzionale, chiamata Sistema Locale del Lavoro (SLL) individuata e perimetrata dall’ISTAT. Gli utilizzatori del territorio che corrispondono agli stili di vita dei pendolari e dei residenti sono ormai consolidati, da rendere del tutto obsoleti gli attuali livelli amministrativi e di conseguenza rendono persino inadeguati i piani regolatori generali adottati dai Comuni. La maggior parte dei problemi ambientali, sociali ed economici nelle 26 città in contrazione, che sono centri dei SLL, è da imputarsi all’incapacità culturale delle classi dirigenti nel governare il sistema, nonostante fosse noto sin dagli anni ’70 che le città sarebbero state trasformate dal capitalismo. Due fattori hanno agito contemporaneamente: la globalizzazione neoliberale e l’inadeguatezza delle classi politiche locali (sottovalutazione del neoliberismo), entrambi hanno favorito l’aumento dell’inquinamento e l’aumento della povertà, che insieme abbassano i livelli di qualità della vita, generando insicurezza e inquietudine urbana. L’inquietudine nelle città è una patologia sociale (una condizione psicologica) che può insorgere nei quartieri quando ci sono bassi livelli di istruzione, basso reddito e generalmente condizioni svantaggiate, decadenza, criminalità e disordini. Altre criticità sociali tipiche delle città moderne condizionate dalla mentalità mercantilista, sono influenzate da fattori quali la dimensione, la densità e l’eterogeneità della popolazione. La dimensione se eccessiva può favorire alienazione e impersonalità, mentre densità ed eterogeneità se sono equilibrate possono favorire opportunità e coesione, uno squilibrio può far insorgere effetti opposti: isolamento, omologazione culturale ed eccesso di conformismo.

Dal punto di vista della geografia urbana, il capitalismo ha creato una variazione spaziale fra imprese e uso del territorio, e poi uno sfruttamento eccessivo delle risorse finite del pianeta. Per l’Occidente, la variazione ha prodotto danni sociali poiché ha creato nuova disoccupazione, ha dilatato le aree urbane, e procurato danni ambientali nei paesi emergenti, sfruttati dall’avidità delle multinazionali. Tale variazione ha favorito la nascita delle aree funzionali urbane estese. Si tratta di nuovi spazi relazionali ove i centri principali rimangono poli attrattori mentre i comuni confinanti sono scelti dalle imprese piccole e medie per localizzare le attività produttive (agglomerazione), costituendo una nuova distribuzione spaziale tipica delle città-regione. In questo contesto politico e culturale, buona parte delle aree urbane non può competere con le regole della globalizzazione neoliberale, poiché le imprese inseguono l’aumento della produttività sfruttando spazi che consentono di ridurre i costi (le famigerate Zone Economiche Speciali), comprimendo i diritti e sfruttando l’ambiente, si tratta di condizioni inaccettabili per la specie umana e per qualunque società che vuole definirsi civile.

ISTAT agglomerati morfologici urbani 2001

Agglomerati morfologici urbani, ISTAT, 2001.

Fra gli anni ’70 fino all’inizio del nuovo millennio, il capitalismo ha di fatto favorito la formazione di una nuova armatura urbana italiana, oggi molto energivora e complessa, che può essere governata attraverso l’approccio culturale della bioeconomia utilizzando il modello della “bioregione urbana“, sviluppato dalla scuola territorialista. Attraverso questo approccio possiamo favorire la nascita e la diffusione di usi razionali del territorio migliorando la qualità di vita degli abitanti, e creando nuove opportunità di lavoro. La città attuale figlia del capitalismo favorisce malattie sociali come l’inquietudine urbana, e per invertire la rotta è necessario ridurre lo spazio del mercato per aumentare quello della comunità. Ad esempio, sappiamo che i tratti culturali sono legati ai rapporti di territorialità, pertanto sarebbe saggio favorire le attività locali che si sviluppano in un raggio d’azione interno all’area funzionale, e sono le attività di sussistenza sostenute dalla bioeconomia, che invece sono ridotte e persino cancellate dal sistema globale che produce e alimenta dipendenza e sottosviluppo. L’esempio più noto riguarda le risorse agricole e l’energia necessaria per sostenere le aree urbane, pertanto applicando la bioeconomia le città si trasformano in sistemi metabolici misurando i flussi in entrata e in uscita, in maniera tale da tendere all’auto sufficienza sfruttando un mix di tecnologie alternative.

Nell’attuale sistema urbano italiano è necessario governare i processi di centralizzazione (sono le forze e le attività economiche che attraggono popolazione nei quartieri centrali), decentralizzazione (è l’opposto della centralizzazione) e agglomerazione (è la raccolta di attività in un’area). Tali processi non sono governati razionalmente poiché nascono e si sviluppano attraverso la consuetudine della famigerata “urbanistica contratta” con varianti e piani attuativi deliberati da Consiglieri comunali, spesso sprovveduti e inadeguati, e grazie a uno scarso controllo dell’attività urbanistica-edilizia. Abbiamo osservato che abitanti e imprese vivono e consumano un territorio molto più ampio dei confini amministrativi attuali, pertanto gli attuali livelli amministrativi andrebbero aggiornati con un cambio di scala (rescaling). L’armatura urbana si è trasformata da un sistema gerarchico a un sistema di rete interconnesso e policentrico, che suggerisce di studiare e adeguare le infrastrutture pubbliche che collegano i centri. Buona parte della classe dirigente attuale, politica e imprenditoriale, insegue ancora i dogmi della religione neoliberale, per ignoranza e per avidità, convinti di aumentare i propri profitti continuando a depauperare le risorse limitate della natura, e sottovalutando i problemi sociali degli italiani e il patrimonio culturale del territorio.

E’ la territorialità che aiuta lo sviluppo locale e crea sovranità per le persone, mentre l’attuale pensiero dominate, il neoliberismo, scrive e determina gli atti politici locali contribuendo a far crescere il potere delle imprese private, e far crescere la dipendenza degli abitanti dal sistema globale.

La nostra classe dirigente, politici e imprenditori, ha scelto il modello capitalista che ha costruito tutti i programmi politici favorendo la costituzione della periferia economica che stiamo subendo: dipendenza dal sistema globale, aumento della disoccupazione, danni ambientali, insicurezza e malattie sociali.

Secondo Alberto Magnaghi, la bioregione urbana è uno strumento interpretativo e progettuale della pianificazione territoriale e paesaggistica di area vasta. Il piano deve fondare le proprie strategie sulla valorizzazione delle peculiarità identitarie del territorio, secondo la dimensione ecologica, sociale e di autogoverno (“municipalista”). Secondo i criteri della bioregione, i caratteri ambientali aiutano a definire l’identità dei luoghi riconoscendo la complessità del sistema insediativo, e il rapporto fra uomo e natura. Questo approccio aiuta a costruire il milieu locale, cioè mettere insieme le risorse fisiche, ecosistemiche, e socioculturali di lunga durata, e costruire il valore aggiunto territoriale aprendo l’opportunità di creare sostenibilità nei sistemi locali, definendo indicatori di benessere finalizzati a creare prosperità, equilibrio sociale, economico e ambientale per le presenti e future generazioni.

Per porre rimedio al disordine e al degrado urbano che troviamo nelle città-regione (o reti di città), possiamo applicare i principi della corretta composizione urbanistica e riequilibrare il rapporto città-campagna. Studiando la morfologia urbana, gli aggregati e i tessuti urbani esistenti osserviamo se sono rispettate le regole della cosiddetta “cellula urbana“, e successivamente intervenire disegnando spazi con criteri di qualità urbana e architettonica, sia puntando alla conservazione e sia alla rigenerazione. Un piano regolatore intercomunale bioeconomico è in grado di pianificare la rinascita di comunità umane per favorire lo sviluppo umano, sia creando luoghi e servizi culturali necessari per uscire dalla recessione e sia restituendo opportunità alle persone nella ricerca di un proprio percorso di crescita spirituale e culturale.

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Provincia di Salerno, “estratto” dal Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale, 2012.

Nell’immagine qui riportata si legge l’ambito identitario del sistema salernitano. Possiamo osservare la forma insediativa, con l’area di gravitazione urbana costituita dal centro del capoluogo, con l’unità di paesaggio area urbana di Salerno e il periurbano collinare con l’unità di paesaggio denominata Pendici occidentali dei Picentini. Si osservano le conurbazioni: una a Nord, da Salerno verso Mercato San Severino che scorre nell’unità di paesaggio Valle dell’Irno con diverse e complicate ramificazioni periurbane e rurbane collinari che rappresentano alta dispersione urbana. Due conurbazioni lineari a Sud, la principale uscendo da Salerno verso i centri urbani di Pontecagnano e Battipaglia, nell’unità di paesaggio Piana del Sele, e l’altra minore lungo la linea di costa di piccola formazione verso Agropoli. Altre conurbazioni lineari a Nord-Est sono in corso di sviluppo, una da Pontecagnano verso Giffoni Valle piana nell’unità di paesaggio fluviale del Picentino, e l’altra fra Bellizzi e Montecorvino Rovella che sale verso le pendici Sud-orientali dei Picentini. Due sistemi rurbani inseriti nell’unità di paesaggio dei Picentini: uno fra Salerno e San Mango Piemonte, e l’altro fra Pontecagnano e Montecorvino Pugliano.

Ptcp 2012 ambiti territoriali e unità di paesaggio

Ptcp 2012, ambiti identitari e unità di paesaggio.

La realtà della forma urbana insediata mostra la dispersione urbana (sprawl) che favorisce spreco di risorse mentre potevano essere risparmiate. Incoscienza e incapacità amministrativa sull’attività urbanistico-edilizia hanno favorito consumo dei suoli agricoli, congestione, traffico, inquinamento e inquietudine urbana, danneggiando la collettività. La crescita disordinata degli aggregati edilizi deliberata da sprovveduti Consigli comunali, che hanno assecondato i capricci dei proprietari dei suoli, mostra sia i danni irreversibili e sia la cattiva distribuzione degli insediamenti produttivi e delle abitazioni. Il complicato contesto urbano mostra interazioni e usi del territorio di imprese e utilizzatori (city users) convivendo fra inquinamento, insicurezza e conflitti sociali. E’ questa la dimensione che va governata attraverso un piano intercomunale bioeconomico per tutelare il territorio come prescrive la Costituzione, localizzare opere pubbliche, servizi e vincolare il patrimonio naturale, storico e valorizzare le risorse agroforestali. L’esperienza amministrativa insegna che i politici locali non hanno saputo coniugare Costituzione e corretto uso del territorio, pertanto sarebbe saggio affidare il compito a una struttura sovracomunale (rescaling) capace di coordinare sapere tecnico e partecipazione attiva dei cittadini nel processo decisionale. Per le zone urbanizzate sono necessari strumenti attuativi di conservazione dei centri storici e di rigenerazione urbana della aree consolidate, mentre è inutile pensare a un’espansione urbana, piuttosto è più saggio ridistribuire densità e carichi urbani (fermare il consumo di suolo agricolo), pianificando eventuali trasferimenti di volumi, sfruttando le aree sottoutilizzate e abbandonate, per recuperare gli standard mancanti nelle aree consolidate. Il piano dovrebbe essere incentrato sull’analisi della morfologia urbana e l’adozione di criteri di qualità urbana e architettonica. Analisi della morfologia urbana e partecipazione dei cittadini ai processi decisionali influenzano gli interventi di trasformazione urbana per migliorare l’ambiente urbano esistente. Una volta censiti gli immobili (pubblici e privati) inutilizzati, con questo approccio rigenerativo sarebbe più utile una “perequazione diffusa” capace di identificare meglio l’interesse pubblico (la costruzione della città pubblica), di rispettare una maggiore eguaglianza rispetto a quella di “comparto”, e di attrarre gli investitori pubblici e privati. Il piano intercomunale bioeconomico, nel periurbanorurbano punta alla tutela e alla valorizzazione dell’agricoltura, favorisce e mantiene la relazione paesaggio agrario e città, progettando reti ecologiche e la diversificazione colturale. Ciò può accadere con una maglia agraria e paesaggistica di scala medio-ampia; altro obiettivo è il mantenimento della funzionalità e dell’efficienza del sistema di regimazione idraulico-agrario.

Ptcp 2012 tipologia insediamenti

PTCP Salerno 2012, classificazione degli insediamenti per tipologia.

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