Riempire il vuoto

Nel mondo della politica esiste un enorme vuoto culturale lasciato dal partito comunista. Nella degenerazione generale dettata dal pensiero dominante neoliberista, in Italia non esiste più un soggetto politico che contrasta ingiustizie e disuguaglianze. Dall’auto dissoluzione del PCI ad oggi, quel vuoto è riempito dal nulla, cioè da soggetti politici a dir poco inqualificabili e incapaci. La contraddizione più incivile e dannosa, probabilmente, sta nel fatto che la società globalizzata e tecnologicamente avanzata è molto più complessa rispetto a trent’anni, e pertanto richiede una classe dirigente molto più competente. La maggioranza dei cittadini ed i partiti non richiedono maggiori capacità culturali e saggezza, mentre lo spettacolo mediatico si è fuso coi politicanti restituendo una commedia grottesca e incivile, ove i capi più simpatici ricevono consensi e attenzioni, mentre i problemi reali del Paese restano insoluti e peggiorano col trascorrere degli anni (disuguaglianze, aree urbane e rurali, rischio sismico e idrogeologico, patrimonio, lavoro, ambiente, qualità della vita…). In questa enorme inciviltà, c’è un’area geografica che sta peggio delle altre, ed è notoriamente il Sud dove le risorse umane fuggono per la ricerca di un impiego, e scelgono la pianura padana o l’estero, per studiare e lavorare. Da molti decenni, è in atto una sottile e “nascosta” guerra economica che crea ricchezza attraverso le disuguaglianze programmate dallo stesso Stato, perché attribuisce maggiori risorse a chi ha di più per sottrarle ad altre comunità. Secondo lo Stato un cittadino emiliano merita più risorse pro-capite di un cittadino calabrese.

In questo contesto a dir poco drammatico, è fondamentale applicare un semplice principio di giustizia sociale sancito dalla Costituzione, e così l’evoluzione del Sud diventa priorità politica restituendo e programmando le risorse dovute. I meridionali dovrebbero indignarsi, e avere coscienza di sé e dell’immorale rapina realizzata dallo Stato ma sostenuta da soggetti politici pubblicamente anti-meridionali, non solo la Lega ma anche chi l’ha legittimata, e cioè Berlusconi con Forza Italia, Di Maio e il M5S; mentre esiste da decenni una corrente leghista fra gli ex DS e poi PD. In buona sostanza la rapina al Sud è stata possibile grazie al partito trasversale dei padani e con l’inerzia dei politicanti meridionali.

Raggiunta la coscienza di classe dei meridionali, le persone dovrebbero stimolare la nascita di pensatoi per progettare la rinascita del Sud, e lo stesso dovrebbe accadere fra il ceto politico più agiato e privilegiato poiché un Sud che perde abitanti è un danno sociale ed economico per tutti. Notoriamente, i luoghi che hanno i mezzi culturali per ripensare i territori sono: l’università per la ricerca, le imprese per le produzioni e le istituzioni politiche per l’azione politica. Se il meridione soffre di fuga delle risorse umane, è evidente che sul banco degli imputati ci sono proprio: università, imprese e istituzioni politiche incapaci di fare squadra e favorire sinergie creative per creare opportunità di sviluppo umano, proprio come fanno da decenni altri territori che paradossalmente stanno meglio anche grazie ai meridionali trasferitesi nei Sistemi Locali attrattivi e più produttivi. Non è un segreto il fatto che i sistemi sociali ed economici che funzionano dipendono dal fattore umano messo ai vertici delle istituzioni. C’è un solo processo virtuoso che può costruire un meridione migliore, formare nuova classe dirigente capace di fare gli interessi degli abitanti, ed esiste un solo paradigma culturale capace di farlo proiettando la società nel futuro: l’approccio bioeconomico poiché correggere le storture del capitalismo, notoriamente contraddittorio perché produce disuguaglianze e distrugge gli ecosistemi. Per riempire questo vuoto è fondamentale costruire un soggetto politico democratico capace di risvegliare le utopie socialiste e condurle sul piano bioeconomico, e per farlo bisogna attrarre talenti e stimolare la creatività delle persone in processi partecipativi. Si tratta di sperimentare e osservare attentamente i territori: le aree urbane e i Sistemi Locali del Lavoro. Il cuore di questa rinascita meridionale è la pianificazione, cioè quella capacità creativa di produrre visioni e scenari possibili che appartiene alle persone e ai tecnici, i quali suggeriscono programmi ai partiti, considerati strumenti per l’attuazione dell’azione politica. Capacità e merito sono prerogative fondamentali e individuano un passaggio fondamentale per costruire una società migliore, ma la maggioranza dei cittadini che vota non propone persone capaci e meritevoli, ed i partiti attuali trascurano la competenza preferendo galoppini e politicanti. Questa degenerazione appartiene all’Italia intera, ma le Regioni più produttive vivono e producono grazie alla storica programmazione economica che ha scelto determinate aree per concentrare i capitali, a partire dalla famigerata Unità d’Italia, mentre il Sud sprofonda per i motivi opposti: l’assenza di investimenti pubblici e privati, ed oggi la degenerazione ha creato un processo vizioso fondato su una condizione psicologica autolesionistica che spinge i meridionali a disprezzare la propria terra. La realtà è che il Sud ha grandi ricchezze ma sono ignorate e trascurate, e per esser precisi: il meridione non ha solo la bellezza del proprio patrimonio storico e naturale mentre le potenzialità umane sono scoraggiate, sfavorite perché le elités locali, spesso, sono autoreferenziali e applicano la disuguaglianza di riconoscimento che fa scappare i giovani e chi intende innovare, inoltre c’è una chiara assenza di servizi culturali e di infrastrutture. Le aree urbane meridionali non sono collegate fra loro, e la programmazione economica non costruisce i servizi minimi essenziali. Nella società attuale: interconnessa e globale, è del tutto incivile lasciare comunità urbane, medie e piccole, completamente isolate, in tutti i sensi: mancano i collegamenti ferroviari, mancano le strade e mancano i servizi sociali, culturali, sanitari, e di connettività…

Restituendo le risorse pubbliche usurpate al meridione sarà possibile programmare le infrastrutture e i servizi mancati, aggiungendo un surplus di investimenti pubblici-privati basato su piani bioeconomici. Ad esempio, possiamo imitare l’approccio del New urbanism per rigenerare territori e aree urbane, ma osservando bene le peculiarità locali per inserire infrastrutture, funzioni e attività mancanti. Il New urbanism, studiando attentamente la storia urbana europea, ha sintetizzato una strategia facile da applicare nella gestione di territori e città. L’approccio è una pianificazione integrata di tutte le scale territoriali: regionale (territoriale e area vasta), in ambito di quartiere (la città), le strade (design urbano) e gli edifici (l’architettura). Secondo questo approccio è necessario elaborare un piano di area vasta per integrare il trasporto pubblico ai quartieri, e poi creare un paesaggio urbano con densità medie, e renderlo più vivibile, più conviviale e più accessibile. Come prima analisi, ad esempio osservando le aree urbane campane, sarebbe auspicabile realizzare immediatamente la metropolitana regionale per integrare quartieri, funzioni e attività fra queste, e con i territori vicini: le puglie, l’area lucana e le calabrie. Questo progetto favorisce la mobilità delle persone e svantaggia l’uso dei mezzi privati, riduce drasticamente inquinamento e affollamento urbano, e migliora la qualità di vita degli abitanti, che possono usare maggiormente la bicicletta integrata al trasporto ferroviario. Il censimento di volumi e aree abbandonate da riconvertire e il disegno del trasporto pubblico metropolitano, con l’uso misto dei suoli, cioè la mixité funzionale e sociale dei quartieri favorisce un’integrazione di attività: lavoro, servizi, studio, svago e tempo libero, ma contemporaneamente svantaggia il consumo di suolo agricolo e annulla la dispersione urbana. In buona sostanza, si può riempire il vuoto culturale e politico perché esistono conoscenze e competenze ma queste vanne riconosciute e valorizzate da uno strumento politico: un partito democratico bioeconomico.

Salerno transect
Lo strumento del “transect” proposto dal “New urbanism” per gestire le regole di pianificazione urbana.

Utopia concreta

Piano delle identità
Piano delle identità, fonte Ptcp 2012.

L’utopia è la forza creativa che stimola la costruzione di una società migliore, per rimuovere le disuguaglianze, favorire lo sviluppo umano e tutelare l’ambiente. Nel corso dei secoli si sono avuti numerosi esempi di utopie, alcune realizzate, talune costruite parzialmente e molte altre rimaste inattuate. Lo sviluppo più acuto dell’utopia concreta si ebbe nel secolo Ottocento, poiché il capitalismo mostrava a tutti, non solo le enormi disuguaglianze economiche e sociali, ma anche i danni ambientali ed i gravi problemi d’igiene urbana. Da quel periodo in poi nascono numerose soluzioni tecnologiche per rimuovere i problemi di insalubrità nelle città inquinate, mentre si realizzano numerose contraddizioni per le disuguaglianze economiche e sociali. Nel nuovo millennio restano i problemi economici, sociali, ambientali con un aumento delle disuguaglianze per la prevalenza della religione capitalista, e per l’assenza di una corretta programmazione economica indirizzata e coordinata dallo Stato, che rinuncia ai propri poteri per favorire il disordine sociale creato dal famigerato libero mercato.

All’interno della periferia economica europea, cioè il Mezzogiorno d’Italia, la complessa struttura urbana salernitana (da M. S. Severino-valle dell’Irno, Salerno comune centroide, fino a Battipaglia) ha tutti i sintomi di un corpo malato che sta morendo lentamente sotto l’inedia e l’inerzia della propria classe dirigente. Questi alcuni fenomeni: la contrazione demografica del comune centroide (Salerno), l’inquinamento, l’inquietudine urbana, la dispersione (sprawl), il consumo di suolo agricolo, la carenza di standard minimi e il disordine urbano, e infine: l’assenza di un adeguato piano. Il quadro di conoscenza del territorio e le patologie innescate dall’ideologia liberista rappresentano i temi di partenza per rigenerare il territorio; un’analisi dello stesso è anticipata nel Ptcp 2012. Per avviare un piano ispirato all’utopia concreta, il comune centroide può legittimamente stimolare la nascita di un piano bioeconomico intercomunale rispetto alla struttura urbana estesa (11 comuni) perché questa è la nuova città consolidatasi da almeno due decenni. Sono tutti salernitani gli abitanti di questa struttura urbana estesa dove si consumano, si sviluppano e si mobilitano due stili di vita contrapposti: l’individualismo e il comunitarismo; ed è questa l’area dei flussi fisici e dei flussi virtuali. La realtà delle relazioni (i flussi), ripeto: consolidatesi da almeno due decenni, rende del tutto obsoleto l’attuale livello delle amministrazioni comunali perché questi confini sono fuorvianti, inutili e persino dannosi rispetto all’intensità dei flussi e delle relazioni degli abitanti che vivono e consumo un suolo di area vasta. La realtà urbana dovrebbe essere amministrata da un unico comune, ma nell’attesa che avvenga il cambio di scala, le attuali amministrazioni possono avviare lo studio del piano intercomunale con approccio bieconomico per offrire occasioni di sviluppo umano applicando la sostenibilità forte.

Pianificazione, architettura e design urbano sono gli strumenti culturali per rigenerare l’area urbana estesa. Ad esempio, nel campo della pianificazione, l’area urbana estesa necessita di nuovi sistemi di mobilità per trasformare lo spazio fisico in funzione dei flussi (autobus, taxi, metropolitana, biciclette, percorsi pedonali, isole pedonali) e unire scuole, cura dei bambini, parchi, tempo libero, istituzioni e posti di lavoro. Le relazioni determinano flussi fisici e flussi virtuali, e queste si sviluppano a prescindere dallo specifico contesto di riferimento. Un corretto disegno urbano tiene conto di queste apparenti contraddizioni tipiche della società delle reti, e progetta un efficiente sistema di mobilità intelligente integrato ai servizi, al lavoro e al tempo libero. Nel campo dell’architettura è necessario progettare edifici di senso e non più merci edilizie, non più simboli del consumismo, e nel campo del design urbano è altrettanto necessario progettare luoghi di senso (lo spazio pubblico) facendo recuperare i legami tipici delle comunità. Lo spazio è l’elemento chiave della connessione fra persone che si contrappone alla città dei consumi (i centri commerciali). Particolare attenzione bisogna porre proprio alla dimensione umana realizzando luoghi vivaci, sicuri, sostenibili e sani, tutto ciò aumentando l’interesse per i pedoni, i ciclisti e la convivialità cittadina. Questa vivacità aumenta quando più persone sono invitate a camminare, a usare la bicicletta e stare negli spazi urbani. La sensazione di sicurezza aumenta quando gli spazi pubblici sono attrattivi e sono datati di una variazione di funzioni urbane. La sostenibilità si ottiene integrando la bicicletta col trasporto pubblico, e quando l’uso della bici è una parte naturale quotidiana.

SLL Salerno istat 2017

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La speculazione edilizia

Quali sono le conseguenze della speculazione edilizia? Prima di tutto bisogna raccontare cosa si intende per speculazione edilizia. Nel corso dei secoli e soprattutto alla nascita della società moderna ideata dalla cultura politica liberale, in opposizione alle monarchie, accrebbe la consapevolezza di poter accumulare denari senza lavorare sfruttando la rendita, prima agricola e poi urbana. Nella consuetudine odierna, viene dato per scontato il profitto derivante dalla rendita, e ormai quasi nessuno mette in dubbio il fatto che sia immorale perché distrugge le comunità. Nei secoli scorsi, quando ci si accorse degli effetti negativi di queste convenzioni economiche sociali, cioè l’aumento di valore economico di suoli poiché destinati all’urbanizzazione, subito si disse che tale convenzione creava un profitto determinato da scelte politiche e non dal lavoro, e pertanto era necessario porre rimedio per evitare di distruggere le comunità locali. L’usurpazione del profitto della rendita fondiaria è tecnicamente un vero e proprio furto allo Stato, stupidamente reso legale. In Europa, la storia ci insegna che le soluzioni efficaci si limitano a poche aree geografiche (ad esempio la virtuosa Olanda, e i modelli di cooperative circa le famose garden city, e poi le new town), mentre nel Sud dell’Europa la rendita è il motore economico dell’urbanizzazione nelle mani delle imprese private. Per eliminare rendite di posizione e rendite parassitarie c’è solo la soluzione radicale, e cioè che la proprietà dei suoli sia dello Stato e ne concede l’uso attraverso il diritto di superficie, cosicché la rendita è incassata dallo Stato e non più dai privati. La speculazione edilizia nasce da questa consapevolezza del mercato, e cioè influenzare le scelte dei piani regolatori per incassare il profitto delle rendite frutto di una mera scelta politica, e non di un criterio di merito perché non esiste. Attraverso questa consuetudine viziosa, si può realizzare profitto dal cambio di destinazione d’uso dei suoli, da agricolo a edificabile (rendita assoluta), e poi si può trarre profitto dalla vendita delle superfici edificate (rendita differenziale) e nel caso specifico oggi assistiamo a una totale deregolamentazione e assenza di controlli delle quantità di superfici immesse nel mercato immobiliare, ed è questa la speculazione immobiliare. Il prezzo finale di questi profitti estratti da posizioni di vantaggio, assunte senza criteri di merito, vanno a danno della collettività. Nell’attuale deregolamentazione, attraverso la famigerata “urbanistica contrattata”, è possibile speculare attraverso il capitalismo urbano poiché non si rispetta né la Costituzione e né la legge urbanistica nazionale ma si trascurano appositamente le analisi urbanistiche e/o le ipotesi di piano, oppure si edulcorano i calcoli di dimensionamento dei piani stessi, e/o se fatti bene si ignorano subito dopo, durante la fase attuativa dei piani stessi ove proprietari e immobiliaristi chiedono indici urbanistici per incassare la rendita differenziale oltre il dovuto, oltre il pensabile, e tutto ciò per mera avidità sfruttando l’antico meccanismo della rendita perché garantisce profitti immensi senza impegno. L’autorizzazione legale è concessa dai Consiglieri comunali, che detengono il potere di adottare piani e varianti, e questo ceto politico poco preparato, o non sa cosa fa oppure è d’accordo. Le conseguenze di questa mentalità truffaldina sono disastrose e sono note da secoli. Sin dai primi anni del Novecento, la classe borghese mise in pratica i meccanismi viziosi della rendita per accumulare capitali e così in tutte le città italiane, appena si ebbe l’esplosione demografica, si realizzarono enormi concentrazioni di capitali nelle mani del ceto sociale più influente, di fatto creando le prime disuguaglianze territoriali. Una seconda accelerazione, molto più imponente, si ebbe nel secondo dopo guerra per la ricostruzione delle città, anche in quell’occasione, la medesima classe borghese sfruttò il meccanismo e tornarono a realizzarsi nuove disuguaglianze economiche e sociali. In questa fase si realizzò un peggioramento concreto della qualità di vita dei ceti economicamente più deboli, perché l’avidità della rendita mise da parte la corretta pianificazione urbanistica. Ancora oggi, i danni sociali, economici e ambientali di espansioni urbane mal realizzate (fra gli anni ’50 e ‘80) perché non ragionate, sono a carico dello Stato e delle comunità costrette a vivere in quartieri dormitorio e degradati. Possiamo affermare, senza timore di essere smentiti, che all’aumento della ricchezza, cioè la crescita del PIL, fra l’altro concentrata nelle mani di poche famiglie (proprietari terrieri e costruttori), non necessariamente corrisponde un aumento della qualità vita per tutti gli abitanti, e nel caso delle speculazioni edilizie vi è la certezza di un peggioramento delle condizioni di vita delle persone che usufruiscono della merce costruita. Esempi pratici quotidiani sono: l’assenza di scuole e servizi sanitari, l’alta densità urbana che crea affollamento, l’assenza di standard minimi nei quartieri, il traffico e i centri urbani congestionati e inquinati, l’assenza di verde nei quartieri e l’assenza di biblioteche di quartiere, l’impossibilità di spostarsi a piedi e l’assenza dei servizi stessi raggiungibili a piedi. L’assenza di bellezza architettonica nei quartieri e costruzione di merci edilizie. Questo disordine urbano è figlio dell’assenza di un corretto disegno urbano, disprezzato dalla cultura politica liberal che ha scelto il laissez faire del mercato (la destra). Per l’Italia, si tratta di una scelta politica precisa realizzata dalla Democrazia Cristiana negli anni ’60, che ha negato il diritto di sviluppo umano a numerose generazioni distruggendo numerose città. Quanto vale il danno economico della rendita fondiaria? E’ difficile misurare con precisione l’appropriazione della rendita fondiaria ma è stato possibile fare una stima al ribasso, della sola edilizia abitativa (escludendo l’edilizia commerciale, turistica …), aggregando dati Istat e Banca d’Italia, e usando le superfici realizzate con la ricostruzione dei prezzi reali delle case e dei terreni. E’ stato stimato che dal 1961 al 2011, se lo Stato avesse applicato la riforma del regime dei suoli proposta da Fiorentino Sullo, avrebbe incassato un’enormità di circa 800/1000 miliardi di euro (Blecic, Lo scandalo urbanistico 50 anni dopo, Franco Angeli, pag. 19). Con questa stima abbiamo un ordine di grandezza verosimile della ricchezza incassata da poche famiglie, e questo valore costituisce la base delle disuguaglianze economiche e sociali ottenute sfruttando il potere politico e non il merito personale, tutto ciò a danno dello Stato sociale e dell’ambiente. Questa è la base della disuguaglianza determinata da reddito del capitale, che nel caso specifico si tratta di reddito attraverso rendite parassitarie, e nel corso dei decenni questo privilegio ha costruito una casta feudale che guadagna senza lavorare per aver rubato milioni allo Stato, e influenza le scelte politiche delle Amministrazioni locali. In tutte le città italiane esiste questa casta feudale.

Per quanto riguarda il disordine urbano, c’è da dire che non tutte le città italiane hanno subito la medesima sorte, anzi, dove c’è stata cultura urbanistica per contenere l’avidità degli speculatori, sono stati costruiti quartieri dignitosi ed oggi sono perfettamente vivibili poiché dotati di servizi.

Qui sotto le immagini di Salerno, città costruita dalla speculazione edilizia. In che modo si può leggere questa degenerazione? Attraverso il filtro della qualità urbanistica e le sue analisi classiche. Lo sviluppo urbano di Salerno si realizza tutto nel secolo Novecento, fra gli anni ’30 fino agli anni ’80. Le regole compositive dell’urbanistica nascono prima della legge nazionale (L. 1150/1942) e indicano come si costruisce correttamente una città, cioè la tecnica urbanistica insegna che il disegno urbano si realizza con la qualità dello spazio pubblico. Il disegno deve prevedere un corretto equilibrio fra spazio pubblico e privato, con ampi spazi verdi, con limiti di densità e limiti di altezze degli edifici, con strade progettate secondo la loro funzione e servizi raggiungibili a piedi (la cosiddetta città a misura d’uomo). Le aree evidenziate nelle immagini sottostanti mostrano come lo spazio sia interamente utilizzato dalla merce edilizia, con grave carenza persino di strade adeguate, oltre al fatto che c’è una completa assenza di verde di quartiere e dei servizi. La città ha dovuto ricavare i servizi presso sedi improprie, cioè molti servizi sono allocati in edifici privati progettati per civili abitazioni, e solo in taluni casi troviamo edifici progettati ad hoc per le scuole. Quando fu pubblicato il famoso DM 1444/68, i Comuni furono costretti a recuperare gli standard minimi mancanti, cioè parcheggi, verde, scuole e attrezzature collettive (culturali, sociali, assistenziali, sanitarie, amministrative). Salerno, per scelta politica, non ha mai recuperato tutti gli standard mancanti nelle aree costruite dalla speculazione, e tutt’oggi paga il prezzo delle rendite di posizione.

Salerno processi speculativi
Salerno e i suoli coinvolti da processi speculativi
Salerno processi speculativi 02
Salerno, zona orientale e i suoli coinvolti da processi speculativi

La scelta politica di rinunciare alla corretta pianificazione urbanistica e quindi la scelta di deregolamentare la rendita ha in sé un meccanismo politico molto noto, il seme della corruzione morale e materiale poiché il facile accumulo di capitali nelle mani di costruttori e immobiliaristi può favorire sistemi corruttivi. Nell’epoca delle nuove tecnologie e delle giurisdizioni segrete, cioè i paradisi fiscali e i modelli off-shore, tali strumenti possono essere adoperati per nascondere la corruzione e i profitti stessi degli investimenti immobiliari. Sono almeno due gli esempi viziosi e persino criminali che si nascondono dietro i processi dell’urbanistica contratta, che cela i reali interessi nel costruire merci edilizie ove non servono. Il primo esempio, è quello raccontato, costruire per accumulare capitali senza occuparsi di costruire i servizi necessari alla città pubblica, e il secondo è il riciclaggio di denaro realizzato dall’evasione, dalla vendita di droghe, armi etc. La regia di queste operazioni sono le banche che possono, se lo desiderano ma violando le leggi, aiutare i proventi realizzati illecitamente a diventare leciti. In che modo entra in gioco il mondo off-shore? E’ semplice, attraverso il solito meccanismo del prestanome che si intesta la società finanziaria dell’investimento con sede in un’area off-shore, costui potrebbe avere come suo socio occulto, il delinquente che ha evaso milioni, oppure anche il Sindaco del Comune dove si intende realizzare la trasformazione urbana. Il politico avrà solo il problema di reinvestire il profitto altrove, ovviamente, oppure può approfittare del famigerato scudo fiscale. Questa congettura appena esposta è una spiegazione logica a talune trasformazioni urbanistiche avvenute in Europa, perché queste non trovano alcuna giustificazione attraverso gli occhi della pianificazione urbanistica, perché palesemente irrazionali. Determinate operazioni immobiliari sono persino fallite, e sono rimaste invendute ma sono nelle mani delle banche alle quali assegnano un valore e sono garanzia del proprio capitale.

Conclusione: contrariamente a quanto si crede illusoriamente, la società capitalista non ha ridotto le disuguaglianze, non ha costruito opportunità per tutti ma ha creato opportunità per pochi rendendoli ricchi sfruttando gli altri e usurpando risorse naturali. La ricchezza capitale è stata concentrata nelle mani di poche famiglie grazie alle scelte politiche autoritarie e ingannevoli, applicando la cultura economica neoliberale (la destra), una sorta di evoluzione della società feudale costruita sul vassallaggio. La società moderna appare come una distopia cinica ma con immorale ironia: la rivoluzione liberale ha costruito una società illiberale, attraverso il privilegio offerto dal capitale concentrato nelle mani di pochi, che di fatto ripristina le condotte delle monarchie, ossia caste chiuse e autoreferenziali, e territori feudali. Ancor di più, studiando affondo la storia del capitale, si svela un altro mito della religione capitalista: non è più il lavoro a rendere ricco un individuo ma lo sfruttamento delle rendite parassitarie (eredità), ciò è particolarmente vero nel capitalismo urbano. Le tecnologie odierne (robotica e internet) dimostrano quanto tutto ciò sia realtà (non è il lavoro a creare enormi quantità di capitali), poiché la concentrazione di capitali si realizza attraverso la finanza (il valore fittizio creato dal mercato) e l’informatica. Il capitale si sgancia dal lavoro.

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Un disegno urbano per Salerno 4

Negli interventi precedenti (1, 2, e 3) ho accennato all’idea di pianificare la nuova città estesa salernitana attraverso l’approccio bioeconomico. Intraprendere un cambio paradigmatico della società è la strada più saggia per creare opportunità a tutti gli abitanti, e uscire dalla marginalità economica e sociale che condanna Salerno e il Mezzogiorno, dove i giovani scappano verso Sistemi Locali più attraenti perché riscontrano concrete opportunità di impiego. Immaginare di realizzare un piano intercomunale bioeconomico fra gli 11 comuni della nuova città salernitana è la strada politica e concreta per pianificare il territorio e costruire futuro. Storia, ambiente e patrimonio storico rappresentano le invarianti strutturali mentre le nuove tecnologie consentono di rigenerare gli insediamenti urbani, e nel farlo possiamo immaginare nuove funzioni e attività per sostenere lo sviluppo umano. Persone, scuola, università e imprese possono convivere in luoghi urbani messi in rete e favorire creatività e innovazioni compatibili con l’ambiente. All’interno della struttura urbana estesa, da decenni la nuova città salernitana, vi sono numerosi volumi sottoutilizzati o abbandonati, ed è questo lo spazio ove riscontriamo la complessità ma carente di infrastrutture, ed è il luogo delle nostre opportunità. In questi spazi possiamo costruire nuove funzioni, reti ecologiche (parchi e luoghi custodi di biodiversità), nuovi servizi ove realizzare ricerca, luoghi di aggregazione e di svago (sport, eventi…) e imprese per l’innovazione messe in rete con sistemi di mobilità intelligente. Nuovi luoghi che aiutano gli scambi e le relazioni ove le persone possano fare esperienze e migliorare se stessi, possiamo costruire servizi e luoghi che fanno crescere la conoscenza attraverso lo studio e la ricerca. E’ questo il percorso che consente di uscire dalla periferia economica e invertire il flusso di risorse umane; i meridionali non saranno più costretti a emigrare ma al contrario altri vorranno vivere nella nuova città poiché potranno fare esperienze e trovare impiego.

Pianificazione, architettura e design urbano sono gli strumenti culturali per rigenerare l’area urbana estesa. Ad esempio, nel campo della pianificazione, l’area urbana estesa necessita di nuovi sistemi di mobilità per trasformare lo spazio fisico in funzione dei flussi (autobus, taxi, metropolitana, biciclette, percorsi pedonali, isole pedonali) e unire scuole, cura dei bambini, parchi, tempo libero, istituzioni e posti di lavoro. Nella città estesa salernitana (da M. S. Severino-valle dell’Irno, Salerno comune centroide, fino a Battipaglia) coesistono due stili di vita contrapposti figli l’uno dell’individualismo e l’altro del comunitarismo, entrambi animati all’interno dello spazio dei flussi quotidiani, stimolati anche da internet, oltreché dal lavoro e dallo studio. Le relazioni determinano flussi fisici e flussi virtuali, e queste si sviluppano a prescindere dallo specifico contesto di riferimento. Un corretto disegno urbano tiene conto di queste apparenti contraddizioni tipiche della società delle reti, e progetta un efficiente sistema di mobilità intelligente integrato ai servizi, al lavoro e al tempo libero. Nel campo dell’architettura è necessario progettare edifici di senso e non più merci edilizie, non più simboli del consumismo, e nel campo del design urbano è altrettanto necessario progettare luoghi di senso (lo spazio pubblico) facendo recuperare i legami tipici delle comunità. Lo spazio è l’elemento chiave della connessione fra persone che si contrappone alla città dei consumi (i centri commerciali). Particolare attenzione bisogna porre proprio alla dimensione umana realizzando luoghi vivaci, sicuri, sostenibili e sani, tutto ciò aumentando l’interesse per i pedoni, i ciclisti e la convivialità cittadina. Questa vivacità aumenta quando più persone sono invitate a camminare, a usare la bicicletta e stare negli spazi urbani. La sensazione di sicurezza aumenta quando gli spazi pubblici  sono attrattivi e sono datati di una variazione di funzioni urbane. La sostenibilità si ottiene integrando la bicicletta col trasporto pubblico, e quando l’uso della bici è una parte naturale quotidiana.

Questo è un percorso lungo e complesso ma stimolante, creativo e innovativo ove cittadini, università, imprese e istituzioni possono decidere di costruire una società migliore perché oggi abbiamo conoscenze e tecnologie per farlo ma manca la volontà politica.

Noi siamo il problema e noi siamo la soluzione!

Salerno beni storico culturali
Pctp 2012

Per i sociologi dell’ambiente

Questo è il mio umile contributo per il XII convegno dei sociologi per l’ambiente presso Università di Salerno. 27 settembre 2019. Parte III – sessioni in parallelo. Sessione B: La bioeconomia tra modernizzazione ecologica e nuovi cicli di accumulazione capitalistica. Titolo del mio contributo La rigenerazione urbana attraverso la bioeconomica. L’intenzione è stimolare un dibattito pubblico sui noti problemi causati dal paradigma culturale dominante, il capitalismo, che negli ultimi decenni ha accelerato la crisi ambientale, ed ha favorito l’aumento delle disuguaglianze territoriali (economiche, sociali e di riconoscimento). La proposta è semplice ma radicale: cambiare il paradigma culturale di riferimento e approdare sul piano bioeconomico, perché ciò può favorire una corretta interpretazione dei territori e di conseguenza, può favorire la costruzione di nuovi piani urbanistici, maggiormente aderenti ai valori e ai principi costituzionali che indicano la tutela dell’ambiente e del paesaggio così come la rimozione degli ostacoli di ordine economico per rimuovere le disuguaglianze.

Il convegno mette al centro della discussione le modalità secondo cui i rapporti politici, sociali ed ecologici si sono riorganizzati e si stanno riorganizzando all’interno del periodo che in molti riconoscono e definiscono come antropocene.

Le aree urbane, la loro crescita e i processi di trasformazione urbana rappresentano una delle attività più impattanti circa l’uso delle risorse limitate del pianeta. Le complesse relazioni sociali degli abitanti sono condizionate dallo spirito del tempo: il capitalismo, fino a coniare il termine “capitalocene”. Condurre il concetto di bioeconomia nei piani di trasformazione urbana, ha la chiara intenzione di ripensare le relazioni sociali, non solo al fine di mitigare le crisi ambientali ma di offrire una prospettiva di sopravvivenza agli abitanti. Un piano urbano bioeconomico rompe la dipendenza delle aree urbane dagli idrocarburi, e può mutare i processi di accumulazione capitalista tipici delle rendite fondiarie e immobiliari. Il cosiddetto metabolismo urbano, con l’analisi dei flussi in ingresso e in uscita, è in grado di costruire meta-progetti e quadri culturali individuando le funzioni territoriali per orientare i piani all’uso razionale dell’energia e valutare l’impatto sociale delle scelte. Ad esempio, la scuola territorialista con la valida proposta interpretativa della “bioregione urbana”, intende i valori identitari del territorio e delle comunità locali favorendone un corretto uso.

Secondo lo scrivente, l’auspicio è quello di ridurre lo spazio del mercato per aumentare lo spazio delle comunità con scambi non necessariamente mercantili. Distinguendo i “beni” dalle “merci” anche nella valutazione dei progetti di trasformazione urbana è possibile eliminare gli effetti speculativi di progetti costruiti sul surplus delle rendite immobiliari. Un corretto disegno urbano può orientare e controllare tale processo per tutelare i ceti economicamente più deboli, così come può tutelare le risorse naturali e il paesaggio urbano. Nell’ambito urbano e degli insediamenti umani, l’approccio bioeconomico supera la dipendenza dagli idrocarburi e ripensa il processo di accumulazione capitalista, non lo elimina del tutto. Un’economia urbana bioeconomica consente alle città di accrescere mercati autarchici, si pensi all’autosufficienza energetica e al consumo di risorse locali, così come il riuso dei materiali, e questa strategia di mercato si integra al mercato globale, non lo sostituisce. La differenza fra il paradigma attuale e quello bioeconomico consiste nel fatto che il secondo aiuta le comunità locali nel ridurre la dipendenza da fattori esterni ai territori.

Nell’ambito bioeconomico, le aree urbane sono sistemi che riorganizzano i propri cicli cercando di chiuderli, cioè riutilizzano le risorse importate, e ottimizzano i flussi energetici riducendo la dipendenza dagli idrocarburi, attraverso l’impiego di un mix di tecnologie che sfruttano le fonti energetiche alternative. Oltre a ridurre l’impronta ecologica delle strutture urbane, attraverso un adeguato “progetto di suolo”, si possono costruire luoghi di relazione e servizi mancanti, e stimolare opportunità di nuova occupazione.

Un disegno urbano per Salerno 3

In questo intervento vorrei narrare le opportunità circa una seconda parte del disegno urbano salernitano, relativo all’area estesa, la nuova città salernitana costituita da 11 Comuni. In tutta l’area urbana, com’è noto esistono volumi produttivi abbandonati e di questi andrebbe realizzato un censimento al fine di riutilizzarli. In tutti gli undici Comuni esistono volumi che possono diventare opportunità inserite in un unico piano per pensare funzioni e attività rispetto ai bisogni e alle risorse da valorizzare, così come la manutenzione dell’esistente. Nell’area estesa vi sono tre aree industriali (ASI): Mercato San Severino, Salerno, Battipaglia. Oltre al censimento dei volumi abbandonati o sottoutilizzati, una strategia politica ragionevole dovrebbe ripensare il ruolo di queste ASI, le attività e la loro localizzazione, in particolare quella del territorio comunale salernitano perché ha perso la sua vocazione produttiva manifatturiera per preferire la semplice vendita di merci. L’ASI salernitana taglia in due gli insediamenti urbani di civili abitazioni, quelle salernitane e di Pontecagnano, creando confusione e discontinuità nell’area estesa urbana. Infine, esiste una vecchia e nota esigenza territoriale: valorizzare l’area costiera da Salerno fino ad Agropoli. In questo caso il termine “valorizzare”, nell’immaginario collettivo imprenditoriale e politico significa lottizzare la costa col serio rischio di costruire una speculazione edilizia che distrugge il bene comune. In termini bioeconomici si fa l’opposto con la priorità di eliminare tutte le sorgenti inquinanti presenti nei corsi d’acqua e il ripristino di tutti gli impianti di depurazione, civili e industriali. Una volta ripristinata la risorsa marina, il disegno urbano è calibrato in base alle esigenze di fruibilità della costa con interventi mirati: da un lato la demolizione di tutte le opere abusive e dall’altra la rimozione di tutte le attività non compatibili con la bioeconomia. Com’è noto, lungo la costa esisteva una barriera naturale verde, pertanto è possibile immaginare la rinaturalizzazione della stessa con la presenza di pochi insediamenti turistici per offrire servizi, comunque necessari. È la natura il progetto urbano che andrebbe realizzato con alcuni insediamenti disegnati rispetto ad attività e funzioni per offrire impieghi compatibili con le risorse limitate e la loro corretta valorizzazione.

Nell’entroterra dell’area urbana si possono realizzare quei servizi produttivi necessari a valorizzare l’identità dei luoghi, ad esempio una fiera per valorizzare anche la filiera della dieta mediterranea e la nuova manifattura tecnologica ad alto valore aggiunto, come potrebbe essere quella relativa alla mobilità intelligente. Il territorio salernitano ha la fortuna di essere il luogo della dieta mediterranea (Pollica) ma non esiste una rete sociale, imprenditoriale e produttiva che la divulga e la valorizza in modo adeguato. I saperi locali della dieta mediterranea rappresentano storia e identità dei luoghi, peculiarità che sviluppano conoscenza, conservazione e lavoro. La struttura paesaggista, i beni storico culturali e nuova manifattura leggera, sono caratteristiche che possono creare nuove opportunità occupazionali. La tutela di reti ecologiche territoriali e nuove regole per l’interazione (mobilità intelligente) fra area urbana e natura possono creare funzioni e attività (ricerca, cultura, agricoltura) utili a creare lavoro e uso corretto delle risorse limitate. Sono tutti temi relativi ad un’agenda urbana che la classe dirigente locale (cittadini, partiti, università, imprese) dovrebbe discutere pubblicamente ed adottare, per suggerire soluzioni e pianificare in uno strumento urbanistico intercomunale bioeconomico.

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Salerno infrastrutture e logistica zona Sud
Fonte immagine Ptcp Salerno 2012.
Salerno beni storico culturali 02
Salerno, beni storico culturali, fonte Ptcp Salerno 2012.
agglomerazioni industriali
Le agglomerazioni industriali, fonte Ptcp Salerno 2012.
Salerno sintesi interpretativa struttura paesaggistica
Sintesi interpretativa struttura paesaggistica, Ptcp Salerno 2012.

Un disegno urbano per Salerno 2

Nel mio primo intervento “un disegno urbano per Salerno”, descrivo velocemente la complessità dell’agglomerato urbano salernitano, dal centro fino all’espansione moderna costituita in una sua parte da una trama reticolare (via dè i Principati, via Dalmazia…) e da un’altra parte contemporanea dalla disomogeneità delle forme aperte (zona orientale); poi la totale deregolamentazione e speculazione che ha distrutto le colline salernitane. In questo intervento intendo narrare, altrettanto velocemente, un’agenda, obiettivi, e idee progettuali per l’area urbana estesa, partendo da un tema molto noto: il fiume Irno. La valle dell’Irno è parte del sistema urbano complesso, ed è il paesaggio urbano e naturale da rigenerare completamente, e percorrendo questa valle troviamo il disordine, le speculazioni edilizie e le trame irregolari e organiche dettate sia dalla complessità dell’orografia territoriale, e sia dalla totale incapacità delle amministrazioni locali che non hanno voluto o non hanno saputo pianificare e governare correttamente il territorio. In questa complessità territoriale e urbana vivono gli abitanti che interagiscono e usano il suolo. Nella valle riscontriamo i numerosi episodi dell’ambiente costruito, vi sono gli insediamenti storici, e riscontriamo edifici agglomerati lungo le strade o inseriti in appendici vallive ma spesso queste forme insediative più recenti sono prive di urbanità, e completamente disarticolate da una trama regolare e incompatibili col territorio. La ragionevolezza e le competenze urbanistiche suggeriscono di arrestare la dispersione urbana per impedire altro consumo di suolo, impedire altra inquietudine urbana, mentre la riorganizzazione di funzioni e attività lungo la valle si può coniugare sia con la tutela del paesaggio e sia con la rilocalizzazione degli insediamenti urbani rigenerando la morfologia e favorendo un corretto uso del suolo. Programmi di conservazione degli insediamenti storici e valorizzazione delle preesistenze con infrastrutture di mobilità intelligente che possono migliorare la vita degli abitanti. Una strategia molto nota è il censimento di tutte le aree abbandonate, sottoutilizzate per rigenerare l’esistente. E’ possibile stimolare processi di densificazione con nuove attività e funzioni presso stazioni intermodali inserite in un sistema di mobilità sostenibile, per sfavorire l’uso del mezzo privato e favorire il trasporto pubblico e ciclabile, mentre contemporaneamente è possibile rinaturalizzare il letto del fiume Irno per renderlo vivibile e percorribile. Ripercorrendo il fiume dalla foce fin dentro la valle, riscontriamo la bruttezza dei processi di cementificazione e le numerose palazzine che lo costeggiano. Buona parte di queste palazzine sono prive di carattere poiché non sono architettura ma pura merce edilizia, mentre in alcuni tratti, in zona parco dell’Irno, vi sono taluni edifici abbandonati e in avanzato stato di degrado, che possono essere demoliti e sostituiti con funzioni e attività compatibili. Questo è uno scenario urbano interessante: correggere la complessità della disomogeneità degli agglomerati urbani attraverso nuovi collegamenti che valorizzano l’esistente, disegno dei luoghi, nuove funzioni e attività inserite in nuove scene urbane collegate fra loro, una nuova urbanità (densificazione, diradamenti e trasferimenti di volumi) per favorire la mobilità dolce e intelligente; e processi di rinaturalizzazione dei corsi d’acqua, tutto con un unico piano intercomunale bioeconomico.

Una breve parentesi per un possibile meccanismo economico utile alla realizzazione: criteri meta-progettuali, una perequazione diffusa e non più di comparto, il recupero del plus valore fondiario, e il contributo per la costruzione della città pubblica, oltre che sovvenzioni pubbliche per il bene comune misurando la qualità sociale dei piani attuativi. Tutti strumenti noti ma del tutto nuovi per la Campania che ha preferito la speculazione alla pianificazione.

Dal Ptcp Salerno 2012 possiamo leggere le cosiddette invarianti per un disegno di bio regione urbana: i beni storici, le caratteristiche naturali, la aree naturali, le infrastrutture, la rete ecologica, e i beni paesaggistici; tutte risorse che caratterizzano il territorio e che possono essere connesse meglio con gli insediamenti urbani e produttivi al fine di usare le risorse in chiave bioeconomica, sia per tutelarle e sia per valorizzarle. Nel corso degli anni il termine valorizzazione ha assunto una valenza ambigua poiché si è concretizzato come appropriazione e privatizzazione di un bene finalizzato al profitto. La valorizzazione in bioeconomia significa tutt’altro e cioè uso razionale dell’energia o del bene, per favorire la fruizione agli abitanti e non lo spreco, anzi si usa adottare la tutela (che non significa chiusura o impedimento) per consentire alle future generazione di poter usufruire dello stesso bene.

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Salerno caratteristiche naturali
Salerno e valle dell’Irno, caratteristiche naturali, fonte Ptcp Salerno 2012.
Salerno beni storico culturali
Salerno e la valle dell’Irno, beni storico culturali, fonte Ptcp Salerno 2012.
Salerno aree naturali protette
Salerno e la valle dell’Irno aree naturali protette, fonte Ptcp Salerno 2012.
Salerno beni paesaggistici
Salerno beni paesaggistici, fonte Ptcp Salerno 2012.
Salerno e valle dell'Irno rete ecologica ambientale
Salerno e la valle dell’Irno, rete ecologica e rischio ambientale, fonte Ptcp Salerno 2012
Salerno infrastrutture e logistica
Salerno infrastrutture, trasporti e logistica, fonte Ptcp 2012.