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Archive for giugno 2016

Dal 1984 il mio alloggio di famiglia posto in un condominio di edilizia economica e popolare fu ristrutturato applicando la filosofia che oggi chiamiamo decrescita felice. Prima di tutto, la palazzina ebbe il “cappotto” e i doppi vetri (non esistevano ancora gli infissi con “vetro camera”). L’alloggio fu dotato di impianto solare termico per ridurre il consumo di gas (e in quegli anni ancora non esistevano i pannelli fotovoltaici). Tutto ciò senza incentivi fiscali e senza obblighi normativi, ma per un motivo che può cogliere anche un bambino: risparmiare soldi sulla bolletta energetica. E’ questo lo spirito che ci convinse allora, ridurre gli sprechi innescati dalle tecniche costruttive degli anni ’80 poiché avremmo avuto un beneficio economico. La prima legge sul risparmio energetico è del 1991, ma noi prima di questa norma ci siamo mossi poiché in architettura si è sempre saputo come costruire per risparmiare, e così prendemmo la decisione di migliorare il nostro condominio apponendo lavori di efficientamento energetico.

Devo anche riconoscere che nessun altro vicino di casa seguì il nostro modello virtuoso. In questa considerazione si sintetizza tutta l’inerzia culturale che rallenta la nostra evoluzione, il problema è tutto qua. Noi siamo il problema e noi siamo la soluzione.

La normativa di oggi è ricca di spunti, incentivi e riferimenti al risparmio energetico. Le tecnologie sul mercato sono ampiamente mature e diffuse, e i cittadini fanno ancora fatica a cogliere opportunità straordinarie; e mi riferisco soprattutto all’edilizia esistente, poiché per quella di nuova costruzione la progettazione ha l’obbligo di risparmiare energia e di sfruttare le fonti alternative.

Domani mattina, qualunque condomino può pensare di fare meglio del nostro esempio del 1984, e addirittura, sfruttando un mix tecnologico oggi è possibile che più edifici possano diventare produttori e consumatori di energia arrivando a cancellare la dipendenza dagli idrocarburi.

Anche i problemi economici sono superabili attraverso sistemi finanziari che intervengono per integrare le quote dei condomini con difficoltà economiche. Da molti anni esiste il sistema delle Esco, che si ripaga i costi dell’intervento incassando i soldi delle utenze che una volta pagavano la bolletta energetica derivata dagli sprechi.

Un intervento più conveniente e interessante è la rigenerazione urbana dell’esistente, che non si limita al mero risparmio energetico, ma cerca di migliorare l’ambiente urbano esistente, ed anche in questo intervento i cittadini possono fare la differenza diventando committenti della trasformazione urbana attraverso la forma giuridica della cooperativa che previene le speculazioni. E’ diritto dei cittadini proporre alla propria Amministrazione interventi di rigenerazione, e persino suggerire modifiche ai piani vigenti da sottoporre all’attenzione del Consiglio comunale. Questa tipologia di approcci e di interventi non è affatto nuova, ed è accaduto spesso che i cittadini si siano coordinati per progettare luoghi urbani, la novità sarebbe nell’interpretare correttamente l’approccio bioeconomico, che come nell’episodio di famiglia del 1984 si pone un obiettivo virtuoso che non coincide col profitto ma con l’uso razionale dell’energia, e nel caso della rigenerazione la creazione, persino, di nuova occupazione attraverso nuovi servizi e nuova economia locale. Non sarebbe cosa da poco ricominciare a fare architettura, che significa usare l’arte del costruire per interventi che abbiano un senso per la specie umana e non più per lo stupido mercato. Si tratta, finalmente, di riprendersi la democrazia tornando a discutere di polis e dei nostri rapporti, ricominciando dal senso di comunità.

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I cambiamenti sociali dettati dal capitale, dalla diseducazione e dagli strumenti di comunicazione di massa hanno influenzato gli stili di vita e quindi l’economia, trasformando radicalmente i nostri territori urbani. Circa 26 città, tutte le principali (Roma, Milano, Napoli, Torino …) sono in contrazione, cioè hanno perso abitanti trasferiti nei comuni viciniori. La motivazione principale è da ricercarsi nel capitalismo, nel senso più ampio del termine, rendita immobiliare e deindustrializzazione, ma secondo lo scrivente c’è anche una ragione poco indagata: l’assenza di un governo etico del territorio.

Da un punto di vista socio economico, i ceti meno abbienti sono stati espulsi da politiche urbane capitaliste attraverso un lento ma efficace sistema di mercato che ha costretto le famiglie a trasferirsi, poiché non riuscendo a sostenere i prezzi richiesti dal mercato stesso. Governi e Parlamento, ormai da decenni, sia rinunciando alla sovranità monetaria e sia rinunciando al proprio ruolo hanno scelto di uscire dal mercato delle politiche urbane per favorire un ruolo attivo dei privati applicando la religione dell’economia neoclassica: credere di poter mantenere e realizzare servizi pubblici facendo pagare i costi al mercato. Tale dogma ha l’idea malsana di chi confonde concetti che sono distinti: il valore, il prezzo e il costo, e di chi confonde concetti come beni e merci. Un bene è qualcosa che ha valore in se, non è detto che debba essere comprato o venduto (merce). Due o più edifici possono scambiarsi energia auto prodotta attraverso un mix tecnologico sfruttando fonti alternative (un bene), e possono farlo senza apporre un prezzo (merce).

Dal punto di vista ambientale, il territorio, nostra fonte di vita (un bene), è stato letteralmente distrutto poiché mercificato, occupato dal cemento e da grandi infrastrutture per favorire la mobilità privata e il profitto dei privati, rappresentato da centri commerciali ed edilizia privata. Gli abitanti sono stati costretti a consumare di più poiché devono spostarsi percorrendo molti più chilometri, e così si forma la cosiddetta “città regione”, secondo l’Istat individuata all’interno del cosiddetto “sistema locale”.

La religione capitalista trasforma la città da “luogo sociale” in “spazio merce“, e i “cittadini” si trasformano in “consumatori. Questo processo avviene con la psico programmazione: prima a scuola, poi nelle università ed oggi anche attraverso i social media. E di conseguenza le classi dirigenti sono automi addomesticati dal pensiero unico dominante che esprime il nichilismo in piani urbanistici caratterizzati dalla prevalenza degli interessi privati particolari, come sommatoria e sintesi di progetti costruiti sulla rendita e la speculazione edilizia. Tutto ciò è contro i principi della Costituzione e persino contro la legge urbanistica nazionale che lega la pianificazione al corretto uso del territorio e all’interesse generale, ma la condotta e le scelte politiche dei neoliberali può avere successo poiché è la Costituzione stessa che costruisce i rapporti forgiati nel mercato, anche grazie a leggi ad hoc che hanno l’obiettivo della commercializzazione delle aree trasformate (Società a Trasformazione Urbana).

E’ la contraddizione culturale e politica dell’epoca chiamata antropocene, quella di dichiarare di voler coniugare socialismo e capitalismo, ma ha prevalso quest’ultimo mettendo a rischio l’esistenza della specie umana, e solo per sostenere la stupidità e l’avidità di una piccola casta di famiglie, chiamata élite. Ritroviamo tutto nel pensiero economico occidentale, costruito da Adam Smith e Karl Marx. E’ evidente che la globalizzazione liberale poggia sui pilastri di Smith, ma ciò che bisogna ammettere, è che dobbiamo uscire da quest’epoca se vogliamo sopravvivere a noi stessi.

Possiamo partire proprio dai sistemi locali pensati come luoghi urbani metabolici. Partendo dalla bioeconomia possiamo individuare obiettivi di sostenibilità e adottare criteri e indicatori per misurare flussi di energia in entrata e in uscita. Si tratta di fare l’opposto di quello fatto finora e quindi pianificare i sistemi locali per tutelare le risorse finite, trattando il territorio come un bene e non più come una merce. Anziché sfruttare la rendita per favorire i privati, è necessario che lo Stato, attraverso i propri Comuni adotti un’agenda urbana per stimolare la nascita di piani di recupero dell’esistente e di riqualificazione urbana.

Fino ad oggi Governi e Parlamenti succedutisi, entrando nel sistema euro, si sono castrati, facendo danno ai propri cittadini, pertanto è necessario che la classe politica esca dalla stupidità di un sistema dannoso per abbracciare la teoria endogena della moneta finanziando direttamente interventi bioeconomici: prevenzione del rischio idrogeologico, prevenzione del rischio sismico, conservazione dei centri storici e rigenerazione urbana delle periferie. Il motivo per uscire dall’economia del debito ed entrare nella teoria endogena è banale, gli interventi che servono allo Stato, cioè interventi che hanno un valore in se, sono un bene poiché forgiati nell’utilità sociale e non sono idonei per la stupida economia neoclassica poiché non generano profitti. Come può generare profitto la trasmissione del sapere? Come può generare profitto accudire i propri figli? Lo stesso vale per interventi atti a prevenire il rischio sismico degli edifici arrivati a fine ciclo vita.

Nel corso degli ultimi decenni la religione capitalista ha trasferito ricchezza prelevando anche dal risparmio delle masse di famiglie, e indirizzandola verso l’élite (banche, grandi imprese), tutto ciò mentre la classe politica, ascoltando i consigli dei neoliberali, ha introdotto l’uso del diritto privato in ambito pubblico, di fatto privatizzando il processo decisionale della politica (assenza di trasparenza), ha favorito e sostenuto le rendite di posizione, ha favorito le delocalizzazione industriali, ha favorito le speculazioni urbanistiche, ha aumentato la pressione fiscale ai salariati e ai liberi professionisti, ha ridotto progressivamente il potere d’acquisto degli stipendi salariati, e così tutto ciò ha prodotto una società peggiore di quella precedente, togliendo opportunità di vita alle attuali generazioni rispetto a quelle precedenti (anni ’60 e ’70). La psico programmazione mediatica spinge le famiglie a spendere il proprio salario per merci superflue. Se fossimo amministrati da una classe politica civile e responsabile, Governi e Parlamento, adotterebbe un’agenda urbana per prevenire i danni, che logicamente dobbiamo attenderci per il naturale ciclo vita degli ambienti costruiti. La maggioranza delle famiglie italiane non ha la capacità economica per affrontare i costi delle rigenerazioni necessarie che rappresentano un bene e non merci. Grazie a questa fragilità economica i liberali ricattano le comunità, ma al mercato non interessa promuovere rigenerazioni urbane bioeconomiche; anzi sta programmando e realizzando rigenerazioni per espellere altri ceti meno abbienti dai centri urbani e per conquistare spazi di mercato, cioè per conquistare merci. E’ questo il concetto che sta dietro il nichilismo urbano dettato dalla religione capitalista: tutto è merce; il territorio è merce, le superfici da costruire sono merce, le trasformazioni urbane sono merce, le persone sono merce.

Un piano regolatore generale bioeconomico è costruito su altri presupposti: analisi urbana e morfologica dell’esistente, conservazione, ecologia urbana, efficienza energetica, partecipazione attiva ma suggerendo le trasformazioni possibili, considerando ovviamente i principi della legge urbanista nazionale e gli standard, ma soprattutto i bisogni reali delle persone (non i capricci) e non il tornaconto degli investitori privati. Con questo approccio è possibile pianificare i sistemi locali, attraverso piani intercomunali ed è necessario farlo per eliminare gli sprechi che si consumano in questi territori.

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Uno degli strumenti del controllo sociale più devastante è senza dubbio la televisione, ma più che lo strumento in quanto tale, lo sono ancora di più i suoi contenuti di rincoglionimento che svolgono una funzione precisa e drammaticamente raggiungono il loro obiettivo: creare schiavi perfetti attraverso la regressione culturale. Nel Novecento le ricerche e le indagini sulla psiche raggiungono livelli di conoscenza molto alti e così Governi, militari e imprese sfruttano le tecniche di manipolazione mentale per programmare i popoli affinché una massa maggioritaria addomesticata sfavorisca i soggetti liberi e consapevoli di scalare la società, per evitare di migliorarla dandole la libertà di vivere. Grazie a questa capacità, l’élite conserva lo status quo; in Occidente non si vive ma si sopravvive.

Diversi giorni fa con estrema simpatia, nella libreria di un amico trovo un saggio molto divertente Cretini al potere, che da un lato riempie di gioia il nostro lato critico, ma dall’altro lato specchia tutte le nostre responsabilità circa la nostra apatia e l’incapacità di costruire una società che sappia valutare il merito e consenta ai capaci e alle persone perbene di governare le istituzioni.

Tutt’oggi, come ho scritto più volte, nonostante ci sia un’esigua minoranza di cittadini liberi interessati alla politica, costoro non hanno gli strumenti culturali per fare una buona politica e non hanno il sostegno organizzativo ed economico per concretizzare questo altruismo. La ragione è banale, se ci fosse una libera scuola politica, ben struttura, l’attuale classe dirigente, nel giro di una generazione, perderebbe il controllo sulla società.

Un segnale negativo ma positivo è il fatto che il primo partito è quello del non voto. E dovrebbe essere evidente che in un Paese come l’Italia, dove andava a votare più dell’80% degli aventi diritto questo sia un segnale di sfiducia per le classe dirigenti e non verso la politica, nonostante il grave problema dell’ignoranza funzionale e di ritorno. Questa apparente contraddizione sta in piedi poiché il sistema istituzionale sopravvive sull’abitudine degli anziani che vota per dovere civico, mentre l’aspetto più drammatico, credo sia dato dal fatto che i giovani non sembrano essere in grado di promuovere un’azione politica capace di rappresentare l’interesse generale. Credo che questa incapacità sia determinata da più fattori: carenza culturale, usi e costumi riprogrammati dalla televisione sull’immagine dettata dalle imprese che esigono consumatori, nichilismo e apatia. In tal senso, la preoccupazione sarebbe un sentimento anacronistico poiché l’Italia “amministrata” da cretini, credo sia la fotografia della contemporaneità figlia della decadenza.

Finché c’è vita c’è speranza, si dice. E la speranza sta nel fatto che quella parte minoritaria di cittadini, indipendentemente dal dato anagrafico, sappia costruire un’alternativa favorendo lo sviluppo della democrazia, con entusiasmo, forza, energia nel costruire un’epoca nuova. Siamo obbligati a introdurre l’etica nella politica.

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