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Archive for marzo 2017

Da alcuni anni ogni cittadino che possiede competenze di base circa l’accesso a internet può farsi una propria opinione circa la complessità della nostra società leggendo gli atti pubblici. L’Istituto di statistica nazionale, l’ISTAT, pubblica tutti i dati rilevati nella nostra società, dagli stili di vita sino ai classici e obsoleti indicatori economici. Per una corretta interpretazione sarebbe saggio conoscere alcune nozioni di geografia umana (geopolitica e geografia urbana), e di sociologia, al fine di non lasciarsi condizionare da un insieme di numeri, che da soli possono indurre a errori e incomprensioni. Negli ultimi anni l’ISTAT pubblica anche il rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile (BES), un documento complesso e interessante poiché include indicatori demografici, ambientali e sociali poco considerati dalle politiche proposte dai soggetti politici. Qualunque cittadino, informato sui principi costituzionali e formato sulla geografia umana, leggendo il BES può comprendere le conseguenze delle scelte politiche, e come sia concretamente governato il Paese, la propria Regione e il proprio Comune.

L’informazione sullo stato dell’arte del nostro Paese è pubblica ma possiamo coglierla solo se il nostro cervello è capace di processare correttamente ciò che leggiamo. Facciamo un esempio: se riteniamo che il nostro Comune o il Paese Italia non siano ben governati, la responsabilità diretta è senza dubbio della classe dirigente ma tale categoria ha avuto la fiducia da noi votanti. Noi cittadini siamo responsabili in proporzione alla cultura politica che ci siamo costruiti, o nell’ipotesi più diffusa, noi siamo responsabili in proporzione alla nostra ignoranza funzionale e alla condotta morale.

Nel nostro sistema politico e sociale, la stragrande maggioranza degli italiani delega agli altri la conduzione della cosa pubblica, per poi parlar male dei politici delegati a farlo. Rimediare a questa stupida consuetudine oggi è più semplice, poiché le informazioni sono più accessibili mentre la formazione culturale dipende solo da noi stessi. Se siamo così solerti a dare giudizi sugli altri e non vogliamo più essere presi in giro, dobbiamo solo dedicare più tempo a nutrire il nostro cervello.

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La bioeconomia nasce all’inizio degli anni ’70 quando Nicholas Georgescu-Roegen pubblica i primi studi che mostrano tutta la fallacia dell’economia neoclassica, e per suggerire un’alternativa attraverso un modello di flussi-fondi, partendo dalle evidenze scientifiche della termodinamica. La scienza corregge gli enormi errori delle teorie economiche conducendo la disciplina sociale economica nell’ambito dei sistemi biologici e fisici, sia per osservare e misurare i flussi e sia per eliminare gli sprechi, gli errori di progettazione, e i danni commessi dai sistemi politici economici che ignorano l’entropia e danneggiano specie umana ed ecosistemi.

La bioeconomia oltre a suggerire nuovi modelli di produzione e quindi una nuova progettazione (eco-design), tocca anche temi etici e sociali osservando gli enormi limiti dei sistemi capitalisti, liberali o socialisti che siano. E’ la teoria capitalista ad essere incompatibile con la vita e la scienza. Ricordiamolo brevemente, il capitalismo è una teoria economica dell’accumulo del capitale stesso, basata sulla crescita continua della produttività. Tale teoria è in evidente contrasto coi limiti della natura. Inoltre gli effetti psicologici e sociali del capitalismo sull’uomo sono devastanti: alienazione dell’individuo fino a renderlo nichilista; distruzione degli ecosistemi e delle specie viventi per assecondare la crescita della produttività, cioè l’avidità dell’élite finanziaria che indirizza il sistema delle banche e delle imprese multinazionali. Il mondo occidentale è dominato e pervaso da questa religione capitalista neoliberale che distrugge le comunità umane, nonostante siano evidenti i danni sociali, economici e ambientali. La scelta politica di abbracciare la religione capitalista sta distruggendo le risorse del pianeta, indispensabili per la sopravvivenza della specie umana. I ricchi sono sempre più ricchi, mentre i poveri aumentano in tutto il mondo.

La bioeconomia offre varie soluzioni per i nostri territori, ed è la filosofia politica che può costruire un futuro di prosperità poiché libera le persone dalla schiavitù e valorizza le risorse locali. Si tratta di un vero e proprio cambio dei paradigmi culturali che ci invita ad abbandonare la religione capitalista per scoprire come l’uomo vive in armonia con gli altri e la natura. Il tema della bioeconomia è senza dubbio lo scambio che distingue i beni dalle merci, e non più l’accumulo come professato dalla religione capitalista. La ricchezza non è più la moneta, che torna ad essere strumento di misura dello scambio, mentre la reale ricchezza cioè il vero valore è rappresentato dalla relazione, figlia della cultura che usa razionalmente l’energia. Il valore è il bene scambiato, come ad esempio l’energia auto prodotta attraverso tecnologie che sfruttano fonti alternative, e i surplus sono regalati in una rete capace di alimentare un quartiere o una città. La bioeconomia riduce lo spazio del mercato e aumenta l’autonomia e la libertà delle comunità attraverso processi democratici che riconsegnano ricchezza e valore ai territori. Questo processo comincia dalla cultura, dalla conoscenza e l’uso di tecnologie e metodi di auto rappresentazione dei valori locali. Si tratta di processi e percorsi di auto coscienza dei luoghi, della storia e delle proprie identità, cioè l’opposto del pensiero dominante occidentale che attraverso la religione capitalista nichilista, omogeneizza tutto, mercifica tutto, e che ha saputo psico programmare gli individui e trasformarli in schiavi perfetti e sudditi consumatori passivi di merci inutili. L’ignoranza funzionale e di ritorno sono necessarie per la religione capitalista, altrimenti persone con una propria cultura possono organizzarsi per auto produrre beni necessari a sostenersi e vivere felicemente con gli altri, in maniera civile. E’ l’inciviltà il carburante del capitalismo. Le aree urbane, dove si concentra la maggioranza degli individui, sono i luoghi della vera e propria evoluzione, e contemporaneamente offrono opportunità e disperazione. Le aree urbane rispecchiano esattamente il nichilismo capitalista e sono regolate da scambi mercantili e finanziari, dove l’uomo sparisce per fare posto al consumatore. E’ necessario cambiare questo status quo.

Se nel diritto costituzionale sono sanciti principi che dovrebbero sostenere lo sviluppo umano nella realtà operativa delle nostre città ha prevalso e prevale il dogma materialista e razzista, che attraverso la ricchezza fittizia delle rendite esclude i ceti meno abbienti, e favorisce i ricchi che influenzano negativamente la costruzione della città, e programmano la distruzione dei territori e del bene comune, solo per capriccio e per avidità. Se per decenni i valori dell’uguaglianza della giustizia sono stati sconfitti dall’avidità dei liberali, i processi bioeconomici, poiché operano sul piano dell’etica e non dell’economia neoclassica, consentono sia di far prosperare le specie viventi e sia di sostenere lo sviluppo umano. I piani e le politiche urbane possono essere pensate per far prevalere i reali valori umani, che non si misurano esclusivamente con l’accumulo di moneta ma con la qualità dei progetti che trasformano le città da spazi delle rendite in luoghi urbani veri e propri, cioè città dotate di un equilibrio fra spazio pubblico e privato, dotate di servizi che rigenerano persone e spazi fisici. Lo scambio, tema della bioeconomia, si concretizza e valorizza con piani e progetti che aumentano quantitativamente – carenza di standard minimi – e qualitativamente i luoghi (efficienza energetica e bellezza) per lo sviluppo umano (istruzione, servizi sociali e sanità) riducendo lo spazio del mercato (auto consumo), e in questo processo la fattibilità si misura con i prezzi di costo, e quindi eliminando a monte speculazioni e rendite.

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Se la guida politica della Giunta regionale campana da cattivi consigli ai comuni su come sfruttare gli immobili abusivi, in Emilia Romagna si va ben oltre poiché propone una legge per abbandonare la pianificazione urbanistica e abbracciare la speculazione consentendo ai soggetti privati di fare affari a danno della collettività in contraddizione coi principi della legge urbanistica nazionale e della Costituzione. Una Regione e un territorio che negli anni ’70 ha lottato contro la speculazione fondiaria suggerita dalla Democrazia Cristiana, oggi propone una legge regionale che sembra riemergere dal passato sostenendo le becere logiche neoliberali furiere di illegalità e di distruzione del territorio.

Enzo Scandurra: «Ironia della sorte (ma non troppo); l’Emilia Romagna, un tempo regione modello per l’urbanistica italiana, si appresta ad approvare una legge regionale (Disciplina regionale sulla tutela e l’uso del territorio, n° 4223), che basandosi sulle parole d’ordine di rigenerazione/riqualificazione nelle città storiche, conclama la definitiva mutazione genetica di questa disciplina. Che da sapere finalizzato a limitare e contenere gli effetti negativi di uno sviluppismo, si trasforma in fiancheggiatrice del più bieco sfruttamento del territorio e delle città storiche. L’elemento cardine dello sviluppo del territorio non spetta infatti più al piano regolatore comunale, ma agli accordi operativi derivanti dalla negoziazione fra l’amministrazione comunale e gli operatori privati che presentano al comune un’apposita proposta da approvare in 60 giorni, tempo proibitivo per i comuni». […]«Perché la proposta di legge nei fatti prevede un doppio regime urbanistico. Da una parte le iniziative immobiliari di imprese e privati godrebbero di un canale privilegiato; dall’altro le esigenze di famiglie ed attività economiche restano affidate ai vecchi dispositivi. Una proposta di legge più che inutile, dannosa, che consegnerebbe il territorio agli interessi della speculazione fondiaria e toglierebbe la sovranità ai cittadini, gli unici attori indispensabili della democrazia». […]«In sintesi tre sono i pilastri che costituiscono la più micidiale innovazione urbanistica mai pensata: 1) accordi operativi con i privati in variante ai piani urbanistici vigenti; 2) incentivi ai diritti edificatori (mai messi in discussione) definiti dai piani; 3) eliminazione degli standard urbanistici tramite l’invenzione degli standard differenziati. Tre pilastri dell’urbanistica neoliberista fondativi della subordinazione del pubblico agli interessi privati».

Lorenzo Carapallese: «[…] La rigenerazione urbana è invece rapportata solo all’incremento di densità edilizia per arginare lo sprawl urbanistico che è stato agevolato a piene mani negli ultimi 20 anni. Come, con quali criteri, in che misura si deve appunto intendere la densità edilizia? […] Qui la legge non dice nulla: l’importante non è l’urbanistica, ovvero il cercare di capire come ed in che modo la città del prossimo futuro ed i rapporti tra spazi pubblici, privati, mobilità, paesaggio, convivenza urbana, relazioni umane, commercio, produzione e welfare debbono essere reinterpretati. […] L’importante per questa legge pare essere il costruire, semplificare il più possibile con l’accetta, facendo credere che così si rimette in moto l’economia nonostante le migliaia e migliaia di edifici residenziali vuoti, aree artigianali ed industriali deserte, centri commerciali in affanno, alle quali se ne aggiungeranno ancor di più (senz’altro anche sulla carta) con il probabile effetto di far crollare ancor di drammaticamente i valori immobiliari, ipotecari e collaterali. […] Questa legge edilizia (non urbanistica) vuole ottenere solo una libertà di costruire dovunque e comunque, confermando altresì le enormi quantità di aree già esistenti nei piani e non messe in discussione. Aree che sono il frutto di previsioni insediative abnormi, solo speculative mai contestate ne dalla Regione che dalle Province in nome di un falso rispetto dell’ autonomia locale. Quasi una ammissione che si è governato male il territorio negli ultimi venti anni, favorendo ampliamenti eccessivi di aree edificabili su suoli agricoli di eccellenza, solo parzialmente per necessità ma soprattutto per favorire speculazione».

Il territorio è trattato come merce per favorire le speculazioni immobiliari e finanziarie, e non si ha il coraggio di proporre l’uscita dal capitalismo per pianificare correttamente le aree urbane. Lo scopo dell’urbanistica non è fare profitto, ma costruire diritti a tutti gli abitanti. I cittadini non avendo più un partito di riferimento capace di interpretare un cambio dei paradigmi culturali, subiscono la distruzione delle città e degli ecosistemi. Gli effetti sociali di piani attuativi speculativi sono noti: gentrificazione e dispersione urbana. Questo è il regno del neoliberismo.

Eddyburg commenta: «l’autentico intento dalla proposta legge sta dunque nell’impianto di un doppio regime urbanistico, in cui le iniziative immobiliari poste in atto da imprese di costruzione e promotori godrebbero di privilegi e arbitrio inusitati, lasciando le esigenze di famiglie e attività economiche soggette ai vecchi dispositivi, del cui rinnovamento è in certa misura avvertita la necessità, ma non sono nemmeno intravisti i modi. Con queste finalità il disegno di legge non esita a porsi in frontale contrasto con l’ordinamento nazionale, e violare con ciò la Costituzione. La diffusione di leggi analoghe in altre regioni andrebbe a soverchiare i fondamentali istituti di tutela e disciplina del territorio nel nostro paese, dalla periferia riuscendo in ciò che ripetuti tentativi parlamentari hanno fallito».

Nella Regione che ha avuto l’ambizione di proporre una perequazione che sapesse applicare l’uguaglianza di mercato, si fa marcia indietro scegliendo la disuguaglianza pianificata, abdicando e rinunciando alla corretta morfologia urbana, e consegnando ai soggetti attuatori dei piani attuativi l’opportunità di incassare i valori immobiliari arbitrari determinando opportunità speculative finora non consentite, e quindi si ha il serio rischio di realizzare i peggiori insediamenti urbani. Un ulteriore rischio è che altri Consigli regionali facciano il copia incolla di una cattiva legge urbanistica, prefigurando un attacco al territorio mai visto prima, e tutto ciò nonostante sia ormai matura la necessità improrogabile di ridurre il consumo di suolo e di programmare l’efficienza energetica nelle città, così come rigenerare i tessuti esistenti.

Non è una novità il fatto che politici in cattiva fede, imparando dalla pubblicità, usino termini e parole per imbrogliare le persone. Un falso clamoroso fu l’invenzione del termine termovalorizzatore per chiamare gli inceneritori. Oggi la strategia si ripete per l’urbanistica, e così la legge si inventa interventi di “desigillazione” per tendere al consumo di suolo zero. Cosa significa desigillazione? Secondo questi politicanti, demolendo i volumi inutilizzati e rimuovendo l’impermeabilizzazione del suolo è possibile ripristinare un’area precedentemente urbanizzata. La propaganda, facendo la somma fra l’espansione pianificata a la desigillazione, chiama questa operazione consumo di suolo a saldo zero. Siamo di fronte a una vera e propria mistificazione contraria alle leggi della natura. E’ noto che il territorio agricolo sia considerato risorsa non rinnovabile, poiché una volta rimossa la pelle della Terra (uno strato di soli 30-100 cm, luogo delle semine) per urbanizzare un’area, la natura per rigenerare se stessa, e appena 2,5 cm di suolo, deve attendere circa 500 anni (Paolo Pileri, Che cosa c’è sotto. Il suolo, i suoi segreti, le ragioni per difenderlo, Altreconomia, 2016).

La soluzione per porre fine all’ingiustizia e alla rapina, siede sul nuovo piano culturale bioeconomico capace di misurare i flussi di energia e materia, e che pone il territorio fuori dall’economia mercantile e finanziaria. Il suolo non è merce ma una risorsa limitata che consente agli ecosistemi di vivere. Il territorio è un bene e non una merce.

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La proposta della Giunta regionale Campania è fuori da ogni logica, oltre che palesemente immorale e illegittima poiché contra legem, contro i valori e i principi della legge urbanistica nazionale e contro la Costituzione (tutela del paesaggio). In primis fu il nostro legislatore ad approvare ben tre condoni edilizi: L. 47/1985;  D.L. 468/1994; art. 32 D.L. 269/2003. Un comunicato del sito della Regione recita: «la Giunta Regionale, nella seduta di oggi [14/03/2017], ha approvato una proposta di disegno di legge sul tema dell’anti-abusivismo edilizio in Campania. Si tratta di linee guida per il governo del territorio, a supporto degli enti locali che intendono utilizzare misure alternative alla non avvenuta demolizione di immobili abusivi» (Comunicato n. 84 – Antiabusivismo e occupanti per necessità: proposta di legge della Giunta regionale).

Nella nostra legislazione esiste un’ampia gamma di illeciti e  reati (inosservanza delle norme, assenza del permesso di costruire, difformità, variazioni essenziali, lottizzazione abusiva, interventi in zone vincolate) in campo urbanistico ed edilizio, si tratta di sanzioni amministrative (ammenda) e reati che prevedono anche la reclusione su condotte non consentite dalle norme (arresto fino a due anni). L’oggetto dei reati urbanistici sono il rispetto formale degli strumenti urbanistici e l’ordinato sviluppo del territorio. Nel diritto amministrativo e urbanistico il tema è il diritto dell’Amministrazione di governare l’assetto del territorio comunale reprimendo gli illeciti edilizi, e facendo rispettare la normativa e le prescrizioni, attuando un controllo preventivo mirato a tutelare il territorio.

Le norme contemplano anche il potere-dovere di vigilanza (art. 27, comma 1 T.U. 380/2001) delle nostre istituzioni (Sindaco e uffici, art. 31 T.U. 380/2001) e l’obbligo di applicare le sanzioni (l’ingiunzione a demolire), mentre oggi ci ritroviamo con le istituzioni politiche che propongono di venire meno ai propri obblighi suggerendo l’ennesimo condono a danno della collettività.

La proposta della Giunta regionale campana è qualcosa di vergognoso poiché suggerisce di applicare una tassa, un affitto che lo Stato dovrebbe incassare dalle famiglie che vivono negli immobili abusivi. Le leggi dello Stato prevedono che nel caso in cui il responsabile dell’abuso non provveda alla demolizione e al ripristino dello stato dei luoghi, allora gli immobili sono acquisiti di diritto e gratuitamente al patrimonio del Comune (art. 31 T.U. 380/2001) e poi demoliti, a spese dei responsabili dell’abuso.

E’ incredibile, la Giunta regionale anziché finanziare i servizi attraverso una regolare e normale programmazione, suggerisce ai Comuni di locare gli immobili, nel caso di «occupanti per necessità», anziché sostenere i piani di zona (edilizia popolare) per i ceti meno abbienti. La Giunta preferisce elargire cattivi consigli e condotte contra legem piuttosto che organizzare il territorio applicando regole e legalità. Si tratta di scelte politiche di mera stupidità. L’assurdo è che il ruolo della Regione è anche quello del potere sostitutivo al Comune (art. 26 L. 1150/1942, mod. dall’art. 6 L. 765/1967) disponendo direttamente la demolizione dell’opera abusiva (difformità dalle regole del PRG).

Gli interventi eseguiti in assenza o totale difformità dal titolo abilitativo vanno sanzionati con la demolizione. Mano più leggera in caso di variazioni non essenziali. È quanto emerge dalla sentenza 1484/2017, con cui il Consiglio di Stato ha classificato i diversi tipi di abuso edilizio e indicato quale sanzione applicare in base al Testo Unico dell’Edilizia (Dpr 380/2001).
Assenza o difformità totale dal permesso di costruire: scatta la demolizione. È la categoria di abusi più grave ed è disciplinata dall’articolo 31 del testo Unico dell’edilizia. Avviene quando si realizza un’opera edilizia senza aver ottenuto il permesso di costruire, ma anche quando gli interventi effettuati sono completamente diversi da quelli autorizzati. Questo si verifica se l’organismo edilizio costruito è:
– integralmente diverso per caratteristiche tipologiche architettoniche ed edilizie;
– integralmente diverso per caratteristiche planovolumetriche, e cioè nella forma, nella collocazione e distribuzione dei volumi;
– integralmente diverso per caratteristiche di utilizzazione (la destinazione d’uso derivante dai caratteri fisici dell’organismo edilizio stesso);
– integralmente diverso perché comportante la costituzione di volumi nuovi ed autonomi.
In tutti questi casi è prevista la demolizione e ci sono anche conseguenze penali a carico del responsabile.

Abuso edilizio totale: Quando la costruzione avviene in assenza di qualsiasi titolo abilitativoLa costruzione in assenza di permesso di costruire si realizza quando il titolo non è stato mai richiesto o non è mai stato rilasciato nonchè quando il titolo c’è ma risulta privo di efficacia, sia in origine, sia a seguito di un provvedimento di autotutela del Comune o una pronuncia di annullamento da parte del giudice amministrativo. L’abuso totale si verifica quindi in caso di realizzazione di manufatti completamente diversi per caratteristiche tipologiche, planovolumetriche o di utilizzazione da quello oggetto del permesso, e per l’esecuzione di volumi oltre i limiti indicati nel progetto e autonomamente utilizzabili.

Abuso edilizio sostanziale: Se la costruzione ha subito variazioni essenziali rispetto a quanto oggetto di permesso o addirittura ha caratteristiche costruttive o destinazione d’uso completamente diverse. L’abuso edilizio sostanziale si verifica nel caso ci siano le cosiddette “variazioni essenziali” ovvero sostanziale differenza qualitativa/quantitativa rispetto al progetto autorizzato in origine. Nell’articolo 32 del Testo unico dell’edilizia si trovano indicati i criteri per la definizione delle variazioni essenziali ovvero: cambio di destinazione d’uso con variazione degli standards, aumento della cubatura o della superficie, modifiche sostanziali di parametri urbanistico-edilizi del progetto e violazione della normativa edilizia antisismica. Le Regioni possono stabilire i casi che determinano variazioni essenziali nel rispetto dei principi fissati dal legislatore nazionale. Anche se c’è una differenza notevole tra l’assenza del permesso, la totale difformità e le variazioni essenziali, in tutti e tre i casi viene applicata l’ordinanza di demolizione.

Abuso edilizio minore: È il caso degli interventi realizzati con modalità diverse da quelle previste e autorizzate ma che incidono su elementi particolari e non essenziali. L’abuso edillizio minore si verifica nel caso degli interventi costruttivi autorizzati ma realizzati con modalità diverse che incidono solo su elementi particolari e non essenziali della costruzione. Con la sentenza del Consiglio di Stato n. 2325 del 1° giugno 2016 è stato definito che la difformità parziale si riscontra quando la costruzione è stata sì autorizzata ma risulta in parziale difformità rispetto al titolo, di conseguenza non è possibile identificare una parziale difformità quando si tratta di opere realizzate senza titolo per ampliare un manufatto preesistente. In questo senso, vengono qualificate come “difformità parziale” le opere che non comportano una snaturazione, per conformazione o struttura, dell’opera autorizzata, ma solo accorgimenti tecnici necessari ad evitare inconvenienti di comune esperienza. Ne è un esempio la sentenza del Consiglio di Stato n. 3676 del 10 luglio 2013 che ha definito “difformità parziale” l’innalzamento di un solaio dato che questo era stato fatto per facilitare lo scorrimento delle acque meteoriche.

La soluzione per porre fine all’ingiustizia e alla rapina, siede sul nuovo piano culturale bioeconomico capace di misurare i flussi di energia e materia, e che pone il territorio fuori dall’economia mercantile e finanziaria. Il suolo non è merce ma una risorsa limitata che consente agli ecosistemi di vivere. Il territorio è un bene e non una merce.

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In diversi “articoli” ho brevemente accennato alle “malattie sociali” causate dallo spirito del tempo: il capitalismo. Nelle mie riflessioni ho ricordato quanto e come il capitalismo influenzi la pianificazione urbana, ed ovviamente non è una mia riflessione originale, ma la mera osservazione della realtà. Su questo tema c’è molta letteratura, fra gli autori più importanti troviamo i precursori Marx ed Engels, poi Robert Park, Henri Lefebvre e David Harvey, e molti altri che narrano gli effetti del capitalismo sull’uomo, e ovviamente sull’urbanistica piegata ai capricci delle imprese private e del mero profitto, ignorando le conseguenze sociali e ambientali di scelte innescate dall’avidità di pochi.

Durante questi secoli di capitalismo, la società è stata trasformata e psico programmata al nichilismo. La pianificazione è una tecnica ingabbiata nel pensiero dominante ed oggi sembra che nessuno abbia il coraggio di ammettere un’ovvietà: è necessario uscire dal capitalismo se vogliamo restituire le città agli esseri umani e programmare lo sviluppo umano. La religione capitalista ha inventato criteri e metodi per l’accumulazione del capitale e le città sono il luogo ove questo accade. Negli anni dell’industrialismo abbiamo assistito a piani territoriali per agglomerare le industrie in luoghi precisi, e le città per consumare le merci, tutto qua. Il capitalismo che ha la necessità di sostenere e aumentare le vendite, sceglie le città come luoghi per auto rigenerarsi attraverso finanza e rendita (mercato immobiliare). E’ una delle regole o consuetudini del capitalismo stesso che inventa un meccanismo perverso poiché ha la necessità di avere un continuo surplus (o di profitto) produttivo di cui l’urbanizzazione ha bisogno. L’economia ha inventato la religione capitalista che ha spinto la crescita delle città e tale sistema non tiene conto delle prerogative degli esseri umani (diritti, sentimenti e natura), ma solo dell’auto referenzialità del profitto.

I criteri e i metodi tecnico-giuridici inventati per costruire le città, come ad esempio la famosa perequazione, sono processi complessi ma sono inventati per sostenere il capitalismo mentre implode su stesso (Minsky). Si tratta di un vero e proprio corto circuito sconosciuto ai cittadini, incompreso da buona parte delle classi dirigenti politiche locali, e sottaciuto da buona parte degli economisti ortodossi poiché responsabili. Anziché ragionare su come uscire dal capitalismo poiché distrugge la specie umana, un mondo di professionisti e intellettuali decide di restare sul piano ideologico sbagliato, che altro non è che un recinto, una gabbia psicologica che costringe tutti a rimare nell’epoca moderna e a conservare lo status quo, nonostante sia chiaro che questa società sia sbagliata poiché profondamente immorale e corrotta nei suoi paradigmi culturali.

Un punto di partenza concreto, un luogo per fare il salto culturale, sociale, politico e morale è proprio la città, per inventare nuovi criteri e metodi, per gestirla e trasformarla, per uscire dal capitalismo e approdare nell’epoca della bioeconomia. Tutti noi dobbiamo riconoscere e accettare un fatto: trarre profitto dalla proprietà privata – invenzione giuridica dell’epoca moderna – è un furto alla collettività. Si sa quanto ciò sia immorale ma abbiamo pensato e scelto di ignorare tale evidenza poiché ha arricchito la classe borghese, ma ha generato danni sociali e ambientali contro i ceti più poveri economicamente, puntualmente estromessi dai processi decisionali della politica sfruttando proprio il capitalismo che isola i poveri di denaro, includendo in questo processo di esclusione sociale anche le persone perbene dotate di capacità culturali e che vivono dignitosamente. Il capitalismo è una forma di razzismo. La mercificazione del territorio è un abuso, un’usurpazione, e quindi possiamo ritenere che sia anche un reato contro l’umanità. Liberando il territorio dalla mercificazione, liberiamo la pianificazione dagli interessi e gli abusi di soggetti privati capitalisti. Nonostante la sacrosanta giaculatoria contro la proprietà privata, bisogna riconoscere che rimane scoperto il tema ambientale, basti vedere la Cina ove non esiste proprietà privata, ma il partito ha sfruttato la pianificazione territoriale e urbanistica per accumulare capitali trascurando i problemi sociali, le identità e specificità locali, la povertà e gli ecosistemi. Anche i famosi piani delle nuove città cinesi che utilizzano le migliori tecnologie sono indirizzati ad accumulare capitale. La corretta pianificazione è figlia della cultura egualitaria ed ecologista, non dell’economia e non del capitalismo, sia esso liberale o socialista. Prima abbandoniamo l’idea stupida di voler trarre un profitto dall’urbanistica e prima torneremo a costruire luoghi e città ideali, abbiamo tutte le risorse culturali per fare questo salto culturale ma siamo sprovvisti di coraggio, e sprovvisti di soggetti politici capaci di osare tale salto. L’aspetto sociale ed economico più stimolante è che uscendo dal profitto ed entrando nella bioeconomia possiamo liberare risorse, e creare opportunità di impieghi utili in ogni luogo urbano da rigenerare. Intervenendo nelle città con piani bioeconomici al solo prezzo di costo, costruiamo vantaggi sociali e ambientali che il capitalismo non potrà mai e poi mai produrre per ovvie ragioni. E’ la bioeconomia che costruisce opportunità poiché ribaltando l’egoismo tipico del capitalismo, la nuova teoria favorisce l’altruismo applicando l’uso razionale dell’energia e indirizzando le “reti” allo scambio gratuito dei surplus costituendo contemporaneamente due elementi innovativi di un’epoca nuova: abbiamo (1) un sistema sinergico in quanto tale (edifici e quartieri auto sufficienti), e (2) si applicano gli indirizzi giuridici del concetto di “bene comune“. Nell’epoca che verrà e sfruttando le nuove tecnologie, né lo Stato e né il capitalismo determinano gli scambi economici, ma i cittadini uniti in comunità con lo Stato come garante dei diritti. Questa non è una visione nuova, ma la mera interpretazione e applicazione della Costituzione. Il conflitto sociale che subiamo consiste nell’ipocrisia (o disonestà intellettuale) di voler coniugare capitalismo ed ecologia, nella nostra realtà ideologica prevale l’egoismo capitalista.

Il capitalismo contro il diritto alla città

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Uno dei più grandi drammi culturali, sociali e politici che l’Occidente e il mondo intero sta pagando, è aver lasciato la politica nelle mani degli alchimisti chiamati economisti. Costoro attraverso la loro religione, i loro mantra (moneta, debito e crescita) stanno distruggendo la specie umana. Ovviamente non tutti gli economisti sono veri e propri imbroglioni, in questa categoria c’è anche una minoranza che riconosce i limiti culturali e gli inganni della loro disciplina che ignora le leggi della vita umana (biologia e fisica). Alla casta degli economisti ortodossi bisogna aggiungere i sacerdoti delle dottrine giuridiche poiché uniti hanno costruito il più grande inganno psicologico che gli occidentali stanno subendo. Hanno saputo costruire istituzioni feudali facendole passare per democratiche, e poteri autoritari (UE) facendoli passare per solidali.

Sulla scena politica i carnefici alchimisti economisti si propongono come salvatori dell’Occidente, sia negli USA e sia nell’UE, le soluzioni proposte sono scontate, dopo decenni di capitalismo neoliberale, il “genio” di questa casta autoreferenziale propone un capitalismo socialista, che equivale a dire: a noi non interessa lo sviluppo umano poiché non rappresentiamo la specie umana, a noi interessa controllare le masse concedendo loro la forza di continuare a spendere (reddito minimo, piano per il lavoro). Il loro obiettivo è sostenere il capitalismo. Com’è stato documentato più volte, oggi la concentrazione di capitali è la più alta mai vista in tutta la storia (Piketty). Non è vero che mancano soldi da spendere. Da un lato gli Stati, in buona sostanza non esistono più, poiché annullati quando i parlamenti hanno abdicato alla sovranità economica, e dall’altro le multinazionali fanno politica determinando la schiavitù e la morte dei popoli. Le istituzioni pubbliche, controllate dall’élite degenerata, non tassano i ricchi e non recuperano soldi da investire in piani sociali e tutela del patrimonio. I soggetti politici populisti raccolgono consensi speculando sui drammi sociali, e sono anch’essi strumenti degli alchimisti neoliberali, così come gli ortodossi della crescita della produttività – panacea di tutti i mali, secondo la dottrina “di sinistra” –  che contribuisce a distruggere la vita sul pianeta. Nessuno dei “lati estremi” propone lo sviluppo umano, che non si ottiene col posto di schiavitù, oggi chiamato furbescamente lavoro, ma solo con la crescita culturale delle persone e la felicità attraverso relazioni sociali proficue. In quest’epoca di innovazioni tecnologiche possiamo piegare la tecnica all’etica umana. Se ci fosse consapevolezza collettiva, potremmo eliminare il posto di schiavitù e rendere libere le persone attraverso percorsi di consapevolezza del sé, e favorire la nascita di impieghi utili per se stessi e per la gestione razionale delle risorse finite.

Uno dei punti politici più delicati riguarda la sovranità monetaria. Una volta ripresa la sovranità economica, come spendere i soldi? C’è chi rimpiange le politiche keynesiane e le ripresenta come salvezza per creare lavoro e ridurre le disuguaglianze, e ci sono i liberali che pensano di lasciare il controllo della moneta ai privati e al cosiddetto mercato. E’ tutta qui la diatriba politica degli alchimisti economisti. Nessuno di loro, tranne qualche eretico, ammette che le loro teorie neoclassiche sono vere e proprie fandonie e fanfaluche ampiamente superate da Nicholas Georgescu-Roegen che ideò la bioeconomia attraverso il modello di flussi-fondi. Anche un bambino capisce che la nostra sopravvivenza dipende dalla fotosintesi clorofilliana, ma solo un adulto capisce che la felicità dipende dalla cultura e dalla spiritualità etica dell’uomo in armonia con gli altri e la natura. La felicità umana è insita nella relazione con gli altri. Il capitalismo professato da circa trecento anni ha reso l’uomo egoista, nichilista, cinico, avido, stupido e poi isolato per farlo regredire allo stato infantile e renderlo debole e manipolabile alla voce degli alchimisti economisti.

Durante questa lunga recessione figlia della religione capitalista emerge il linguaggio dei violenti e degli alchimisti che ripresentano le fandonie di inizio secolo Novecento, quando queste promesse sul lavoro e la riduzione delle diseguaglianze favorirono la nascita delle dittature in Europa. Le anomalie di oggi sono due: la prima è quella di credere che il tutto si risolva proponendo di perseguire la crescita del capitalismo stesso, e la seconda è che tale proposta emerge sia dall’estrema destra che dall’estrema sinistra, mentre il centro occupato dai liberali ritiene che tutto debba restare così com’è. Nessuno ha il coraggio di proporre e programmare l’uscita dal capitalismo, che rappresenta non solo la soluzione alla recessione innescata dall’implosione del capitalismo stesso, ma è l’opportunità di pensare un futuro sostenibile e prosperoso per tutti i popoli della Terra.

I cittadini devono riprendersi il controllo dell’azione politica attraverso un percorso che li liberi dall’ignoranza funzionale e di ritorno, altrimenti ci sarà sempre l’alchimista di turno che inventa storie da raccontare finalizzate a mantenere in schiavitù la specie umana e consentire all’élite degenerata di controllare le risorse finite del pianeta.

Un serio e sincero piano d’azione deve raggiungere la sovranità energetica ed alimentare delle comunità, attraverso la corretta pianificazione territoriale che recupera i tessuti urbani consolidati e favorisce la rilocalizzazione della produzione manifatturiera leggera. Una volta ripresa la sovranità economica, come spendere i soldi? Territorializzando e rigenerando le aree urbane presenti nei sistemi locali, che sono i veri ambiti territoriali ove riorganizzare le competenze delle istituzioni locali per governare le reti di città attraverso progetti bioeconomici, e non di mera crescita che distrugge l’economia reale e locale. E’ in quest’ottica che possiamo programmare la formazione professionale per creare occupazione utile.

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