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Posts Tagged ‘architettura’

La comunicazione mediatica contribuisce a creare confusione sull’uso dei termini modificando la nostra percezione delle cose. Ho già scritto che il termine innovazione non è sinonimo di miglioramento, e da molti anni si crede che la crescita economica produca un benessere, ed ahimé spesso è vero il contrario, e cioè che nell’era moderna l’innovazione è stata piegata all’obsolescenza pianificata mentre la crescita continua è propagandata per favorire l’accumulo di capitale. L’innovazione tecnologica e informatica hanno anche favorito la disoccupazione e la concentrazione di capitale nelle mani pochi, sostituendo la democrazia con l’oligarchia e riportando la società al mondo feudale costruito sui rapporti di vassallaggio.

Durante questa regressione sociale e nel caos linguistico però ci sono stati anche dei miglioramenti che possono essere utilizzati dai cittadini. Da diversi anni c’è stata un’innovazione utile, cioè un cambiamento tecnologico che può produrre un miglioramento per l’ambiente se fosse diffuso sul territorio. Questo è accaduto nel campo delle tecnologiche per l’architettura. Da molti secoli i popoli consapevoli hanno saputo impiegare le materie e le risorse locali per costruire abitazioni capaci di costruire un rifugio adeguato nonostante le avversità ambientali; basti pensare agli insediamenti umani nel Nord Africa e nel Medio Oriente, così come i villaggi nelle foreste amazzoniche. Tali pratiche costruttive tradizionali hanno la virtù di essere comportamenti sostenibili ma ignorano le innovazioni meccaniche. Le rivoluzioni scientifiche e industriali hanno consentito uno sviluppo tecnologico in termini di prestazioni meccaniche (miglioramento) mentre l’economia inserita nell’ingegneria ha innescato una regressione culturale in termini di comfort ambientale (peggioramento). Parte degli edifici costruiti nel Novecento ha un deficit prestazionale ambientale, ed a questo si aggiunge il loro fine ciclo vita in termini di resistenza meccanica (prestazioni statiche). Negli ultimi decenni l’innovazione tecnologica nelle tecniche costruttive e dei materiali ha conseguito risultati importanti rimuovendo gli errori progettuali del Novecento. Oggi la prassi progettuale degli edifici è pressoché perfetta.

Gli interventi per porre rimedio sono di due tipi: analisi della vulnerabilità sismica e diagnosi energetica. Per intervenire è indispensabile il rilievo dell’edificio, cioè l’informazione fondamentale che indica come agire consigliando anche il progetto (ristrutturazione, manutenzione …) che illustra anche i relativi costi (computo metrico). Per gli edifici storici è necessario un rilievo finalizzato alla conservazione. Il primo intervento di analisi (vulnerabilità) e i relativi costi dipendono dal rilievo (valutazione dello stato di fatto), dal comportamento meccanico dei materiali costituenti la struttura (muratura, cemento armato, acciaio, legno) e dal contesto (progettazione e trasformazioni, valutazione del dissesto, degrado e difetto dei materiali, manutenzione e difetti di esecuzione, eventi eccezionali, ecc.).

Per migliorare le prestazioni energetiche dell’edificio sono necessari due requisiti: ambientale – controllo della temperatura, comfort, controllo dell’orientamento – e; tecnologico – isolamento termico, controllo dell’inerzia termica, controllo del fattore solare, controllo delle condense interstiziali, tenuta all’acqua, tenuta all’aria. Per i requisiti di carattere tecnologico i progettisti intervengono sull’involucro dell’edificio, mentre per i requisiti di carattere statico intervengono sulla struttura portante. L’involucro è l’elemento fisico che media fra ambiente esterno e l’interno dell’edificio, ed ha la funzione di controllare i flussi termici entranti e uscenti dell’organismo edilizio. Per intenderci, controllando l’inerzia termica (dipende dallo spessore del materiale, dalla capacità termica e la sua conduttività λ) e lo sfasamento dell’onda termica dell’involucro, si può intervenire ponendo l’isolamento a cappotto sulla parete esterna, e sulla copertura con isolamento all’estradosso, al fine di raggiungere accettabili livelli di benessere termico estivo.

La stranezza (o stupidità) dell’azione politica del nostro legislatore è che ha dato priorità (incentivi fiscali) agli interventi sull’involucro edilizio e non alla struttura portante, dichiarando indirettamente che la vita umana è meno importante del risparmio energetico. E l’ha fatto con grande tranquillità poiché i cittadini stessi non sono affatto informati o preoccupati della sicurezza dei propri edifici, nonostante sia la nostra incuria ad uccidere quando la natura si manifesta con la forza sismica, o con un’alluvione che può favorire frane e allagamenti. Ancora più grave è l’incapacità di controllare pianificazione urbanistica e attività edilizia sul territorio per evitare la speculazione che produce sia danni sociali e sia morti consentendo di edificare ovunque, fregandosene delle conoscenze ampiamente diffuse circa i rischi territoriali.

Per avere un’idea verosimile del peso economico, e cioè degli investimenti necessari solo in Italia è sufficiente ricordare che il Governo stesso nel 2011, solo per intervenire sulla riduzione del rischio idrogeologico, stimò circa 40 miliardi di euro. Intervenire nelle 26 città in contrazione servirebbero circa 56 miliardi (stima a ribasso) per rigenerare i quartieri di edilizia moderna (il famigerato boom economico). Per la prevenzione del rischio sismico, nel 2013 gli ingegneri hanno stimato 93,7 miliardi per le case di tutti gli italiani, mentre l’Oice ha stimato 36 miliardi per interventi di adeguamento. Restando nel piano ideologico dell’economia del debito non ci saranno questi investimenti, basti osservare gli spiccioli a debito del famigerato piano Junker, ed è necessario, non solo ripristinare la sovranità, ma uscire dalla religione della crescita, poiché gli investimenti che servono alla specie umana non necessariamente creano un ritorno economico per gli investitori. La moneta dovrà essere a credito.

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Dal 1984 il mio alloggio di famiglia posto in un condominio di edilizia economica e popolare fu ristrutturato applicando la filosofia che oggi chiamiamo decrescita felice. Prima di tutto, la palazzina ebbe il “cappotto” e i doppi vetri (non esistevano ancora gli infissi con “vetro camera”). L’alloggio fu dotato di impianto solare termico per ridurre il consumo di gas (e in quegli anni ancora non esistevano i pannelli fotovoltaici). Tutto ciò senza incentivi fiscali e senza obblighi normativi, ma per un motivo che può cogliere anche un bambino: risparmiare soldi sulla bolletta energetica. E’ questo lo spirito che ci convinse allora, ridurre gli sprechi innescati dalle tecniche costruttive degli anni ’80 poiché avremmo avuto un beneficio economico. La prima legge sul risparmio energetico è del 1991, ma noi prima di questa norma ci siamo mossi poiché in architettura si è sempre saputo come costruire per risparmiare, e così prendemmo la decisione di migliorare il nostro condominio apponendo lavori di efficientamento energetico.

Devo anche riconoscere che nessun altro vicino di casa seguì il nostro modello virtuoso. In questa considerazione si sintetizza tutta l’inerzia culturale che rallenta la nostra evoluzione, il problema è tutto qua. Noi siamo il problema e noi siamo la soluzione.

La normativa di oggi è ricca di spunti, incentivi e riferimenti al risparmio energetico. Le tecnologie sul mercato sono ampiamente mature e diffuse, e i cittadini fanno ancora fatica a cogliere opportunità straordinarie; e mi riferisco soprattutto all’edilizia esistente, poiché per quella di nuova costruzione la progettazione ha l’obbligo di risparmiare energia e di sfruttare le fonti alternative.

Domani mattina, qualunque condomino può pensare di fare meglio del nostro esempio del 1984, e addirittura, sfruttando un mix tecnologico oggi è possibile che più edifici possano diventare produttori e consumatori di energia arrivando a cancellare la dipendenza dagli idrocarburi.

Anche i problemi economici sono superabili attraverso sistemi finanziari che intervengono per integrare le quote dei condomini con difficoltà economiche. Da molti anni esiste il sistema delle Esco, che si ripaga i costi dell’intervento incassando i soldi delle utenze che una volta pagavano la bolletta energetica derivata dagli sprechi.

Un intervento più conveniente e interessante è la rigenerazione urbana dell’esistente, che non si limita al mero risparmio energetico, ma cerca di migliorare l’ambiente urbano esistente, ed anche in questo intervento i cittadini possono fare la differenza diventando committenti della trasformazione urbana attraverso la forma giuridica della cooperativa che previene le speculazioni. E’ diritto dei cittadini proporre alla propria Amministrazione interventi di rigenerazione, e persino suggerire modifiche ai piani vigenti da sottoporre all’attenzione del Consiglio comunale. Questa tipologia di approcci e di interventi non è affatto nuova, ed è accaduto spesso che i cittadini si siano coordinati per progettare luoghi urbani, la novità sarebbe nell’interpretare correttamente l’approccio bioeconomico, che come nell’episodio di famiglia del 1984 si pone un obiettivo virtuoso che non coincide col profitto ma con l’uso razionale dell’energia, e nel caso della rigenerazione la creazione, persino, di nuova occupazione attraverso nuovi servizi e nuova economia locale. Non sarebbe cosa da poco ricominciare a fare architettura, che significa usare l’arte del costruire per interventi che abbiano un senso per la specie umana e non più per lo stupido mercato. Si tratta, finalmente, di riprendersi la democrazia tornando a discutere di polis e dei nostri rapporti, ricominciando dal senso di comunità.

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Credo che l’architettura nella sua accezione più ampia, cioè comprendendo anche l’urbanistica e quindi l’uso delle risorse, sia la disciplina più determinante in questo passaggio epocale, e sia ahimé quella meno conosciuta dalle persone. In un periodo di crisi culturale, sociale, morale e di recessione economica non comprendere la rilevanza di una disciplina che rappresenta tutta la realtà abitata e che vediamo intorno a noi, è come se noi vivessimo in una dimensione senza capire cosa stiamo facendo, è come se un cittadino italiano vivendo in Cina non parlasse cinese, così da “vivere” in un contesto ma dissociato e/o isolato.

Non mi aspetto che gli abitanti delle città diventino critici dell’architettura, e non lo auspico neanche poiché un mondo di critici non ci serve, ma è necessario che le persone si riprendano quello spazio di democrazia e pretendano di parlare di architettura con i progettisti al fine di perseguire uno scopo prioritario per tutti noi, e cioè tornare a costruire luoghi che abbiano un senso per la specie umana. Poi sarà compito degli architetti progettare e costruire qualcosa che esprima un linguaggio e un messaggio del percorso condiviso.

Qualcuno potrebbe obiettare dicendo, ma perché le cose non vanno già in questo modo? Cioè le città non esprimono già il senso della società? Si, e anche no. In Italia, buona parte della produzione delle costruzioni moderne esprime lo spirito del tempo: il nichilismo, la città è merce. Buona parte di questa produzione non è progettata e realizzata dagli architetti, ed anche quando questa produzione è progettata da architetti, non è scontato che i risultati siano buoni, poiché spesso sono il capriccio di una committenza nichilista. Le costruzioni dipendono molto dalla committenza (Enti pubblici o privati) e dalle capacità del progettista. L’esempio più lampante dell’assenza di linguaggio architettonico è sotto il naso di tutti: la pianificazione urbanistica, dove committenza e processo attuativo ormai esternalizzati ai privati che svolgono un ruolo determinate, fino a snaturare i piani per edulcorarli sotto i colpi dell’avidità. Spesso nei media si rilasciano dichiarazioni di disprezzo per la categoria degli architetti, ma lo si fa a sproposito, poiché non sono costoro ad essere chiamati per primi a progettare le costruzioni, nonostante siano quelli che, per vocazione, hanno le competenze migliori.

Nel resto dell’Europa ci sono cultura e sensibilità maggiori per l’architettura e gli architetti, c’è maggiore armonia e rispetto delle professionalità di categorie che si integrano nel processo della progettazione (dall’ingegneria fino alla geologia, dalla geografia fino alla biologia), e così le parti delle città moderne mostrano un aspetto migliore rispetto a quelle italiane. Osservando il resto del mondo, le cose non vanno bene, visto che 1,4 miliardi di persone della popolazione mondiale vive nelle baracche (e dati mostrano una tendenza all’aumento), mentre metà della popolazione mondiale vive nelle aree urbane e l’altra metà in campagna. I luoghi urbani si caratterizzano fra ambienti ereditati dai secoli passati (centri storici) e quelli moderni costruiti bene o male, questo dipende dai piani. In fine, esiste un’élite della popolazione che vive in ambienti di lusso, ma questi costituiscono un’entità minoritaria che vive in città o in campagna, e che spesso, insieme a coloro i quali dipendono dalle rendite di posizione, influenzano le istituzioni locali nella scelte pianificatorie.

In un contesto del genere, la risposta non si trova nella condotta degenerata e nella consuetudine di noi italiani che disprezziamo e ignoriamo architettura e architetti, ma si trova nel conoscere e nell’amare l’architettura, proprio come fa una parte consistente del resto d’Europa. L’architettura non può restare confinata nei discorsi e nelle stanze fra pochi capitalisti, a volte intellettuali. Lo so, sembra un auspicio velleitario dato che i più bravi architetti sono stati e sono espressione dei potenti anche per soddisfare il proprio ego, ma io scrivo per cambiare i paradigmi culturali della società e non solo per correggere qualche sbaglio. Nell’agire dell’architetto c’è sempre un atteggiamento altruista poiché quando progetta e costruisce, certo lo fa rappresentando la propria formazione (ego), ma sta disegnando la casa, la città degli altri. Pertanto, ricondurre l’architettura e gli architetti nella missione di migliorare la società non è affatto difficile, molto più complesso è far relazionare gli architetti con le persone, ed è più difficile che quest’ultime si riapproprino della necessità dell’abitare, diventando committenza consapevole dei propri diritti. Un esempio estremo ma efficace? Arcosanti di Paolo Soleri, dove troviamo il connubio fra cittadini, architettura e territorio. E’ lo stesso stretto legame che osserviamo, forse senza percepirlo, nei centri minori costruiti nel medioevo fino all’inizio del secolo Novecento. Altri esempi di cambiamenti ben progettati che testimoniano corrette riqualificazioni e rigenerazioni sono rinchiusi in una categoria d’interventi, molto facile da individuare per chiunque: le pedonalizzazioni con l’arredo urbano di strade una volta asfaltate e destinate al traffico, ma oggi pavimentate con materiali specifici e destinate ai pedoni. Adesso pensiamo a un esempio di come non si fa architettura! I famigerati centri commerciali, denominati outlet dalle grandi marche della moda, per vendere, a prezzi scontati, la merce rimasta invenduta. Chi lo spiega ai cittadini che è la più grande presa per il culo degli anni recenti? Se l’obiettivo è vendere merce invenduta non c’è alcuna necessità, e aggiungo che non si ha neanche il diritto di farlo, di distruggere il territorio costruendo insediamenti che sono progettati come luna park, e con gli stili del classicismo che ritroviamo nei nostri centri storici. Non era più facile, più economico e più intelligente sedersi a un tavolo e chiedere agli esercenti locali di vendere tali merci? Magari ristrutturando anche gli edifici esistenti? E invece no, la stupidità di taluni capitalisti si manifesta con l’ego di ricevere attenzioni per soddisfare capricci.

Se le nostre città moderne e contemporanee sono inospitali, la responsabilità politica non è solo di chi ha pianificato male e di chi non si occupa di programmare il recupero l’esistente, ma anche di chi ha preferito tacere e di chi ha preferito ignorare una funzione determinante della nostra comunità: abitare. C’è poco da discutere o polemizzare ma decenni di apatia e di delega ai partiti sbagliati ci ha restituito un’Italia peggiore di come l’abbiamo ereditata, e l’attuale classe dirigente con la nostra collaborazione (diretta e indiretta) sta facendo peggio di quella che l’ha preceduta. E non esiste neanche un soggetto politico che abbia caratteristiche civili con le sensibilità culturali di cui necessitiamo per rigenerare i luoghi dell’abitare. Anche noi siamo responsabili se non miglioriamo la nostra cultura.

Per intenderci ancora meglio e sconfinando nell’attualità, l’astrofisico Stephen Hawking dichiara: «è un demagogo che pare fare appello agli istinti del più basso comune denominatore degli elettori», riferendosi a Donald Trump, candidato dei repubblicani alle prossime elezioni presidenziali. Scherzando con un linguaggio matematico Hawking ricorda il solito problema della specie umana, che dinnanzi alla propria apatia e al proprio nichilismo si lascia condizionare e manipolare da veri e propri attori demagoghi. E’ un problema antico, già affrontato e teoricamente risolto da Socrate, il quale invitava i cittadini a non dare ascolto ai sofisti senza indagare la realtà. L’architettura si trova sullo stesso piano – analisi della realtà – ed è invitata a esprimere significati di senso per risolvere problemi veri, anche con la bellezza.

La realtà è che dobbiamo rigenerare i nostri luoghi e facendolo con grande attenzione all’uso delle risorse possiamo rigenerare noi stessi.

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Come per l’urbanistica anche per l’architettura esiste un grosso problema di comunicazione. A mio modesto parere, prima di tutto, gli architetti, come accade per molte altre professioni, usano un linguaggio specifico ignorato dalle persone, e poi le persone non hanno gli strumenti per cogliere il linguaggio degli architetti, insomma un dialogo fra sordi. Gli architetti non ritengono importante adeguarsi poiché si rapportano esclusivamente con la committenza, e tanto meno le persone ricevono un’educazione che migliori il proprio vocabolario. Nella società moderna, dove buona parte degli individui legge e scrive non è detto che riesca a dialogare con tutte le categorie di individui, e non è scontato che le persone riescano a capirsi reciprocamente. Lo stesso problema ed è ancora più grave, insiste per l’architettura. Non è un problema da poco, poiché l’architettura è anche un linguaggio, un’estensione tecnica e artistica della specie umana. Noi mangiamo, facciamo l’amore, cantiamo, giochiamo, scriviamo e poi abitiamo ma quest’ultima necessità è ormai sfuggita poiché nell’epoca moderna e contemporanea è prevalso il cosiddetto uomo economico.

Il Rinascimento nacque, si diffuse e si sviluppò camminando su tre gambe: letteratura, arte e architettura. Oggi, il livello di conoscenza che dispone l’umanità è impressionante, ma c’è un contro altare negativo: un’enorme massa di individui è immersa nella regressione socio culturale, attraverso il programmato sviluppo dell’ethos infantilistico degli adulti. Un adeguato programma di rigenerazione civile, etica e morale, dovrebbe tener conto della necessità di formare gli adulti rimuovendo l’ignoranza funzionale e di ritorno. Nel periodo preindustriale fino a tornare indietro nel mondo classico, le persone autorevoli dovevano coltivare e possedere delle virtù. Domande importanti sono queste: che genere di individuo ha creato il capitalismo? La società di oggi, che genere di persone ammira? Le risposte qualificano la nostra società, lo stesso se prendiamo in esame una ristretta comunità. Ad esempio, se osserviamo i quartieri moderni di Londra, Amsterdam, Stoccolma, Copenaghen forse ci accorgiamo delle differenze con i nostri? E’ solo una casualità, il fatto che viviamo in città con centri storici straordinari ma con quartieri moderni orrendi e degradati?

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Fonte immagine: Zevi, Leggere scrivere parlare architettura, Marsilio, 1997.

Se partiamo da queste osservazioni auto critiche, potremmo porre maggiore attenzione alle condizioni e ai percorsi culturali da avviare per migliorare noi stessi. In questo modo sarà più facile veicolare la necessità di conoscere e amare il proprio territorio, costituito non solo dal paesaggio naturale, ma da un ambiente costruito che possiede un valore inestimabile poiché rappresenta anche l’identità del nostro Paese. E’ attraverso questo patrimonio culturale e soprattutto attraverso un linguaggio condiviso che possiamo rigenerare le città riportando la bellezza nei luoghi urbani. L’architettura non è solo una forma d’arte, ma è un’esigenza vitale che può migliorare la nostra vita. Mettere insieme quattro pareti non corrisponde, di per se, a un’architettura ma a un bisogno, il progetto non è solo un’articolazione di spazi ed esiste un metalinguaggio. L’architettura è uno spazio vissuto, e così l’architetto è costretto ad essere qualcosa di più del progettista. Negli ultimi settant’anni l’architettura e l’urbanistica si sono disperse fino a dissolversi, e persino i bisogni necessari legati all’abitare sono stati trascurati dalla cittadinanza e dalle amministrazioni, poiché architettura e urbanistica sono sparite dalla politica e usate solo per creare o gestire consenso, anche con la complicità delle cosiddette archistar, la prima categoria che ha svenduto le discipline fagocitate dallo spirito del tempo capitalista. Un esempio molto semplice, quando nacque la città classica (greco-romana) fino all’inizio dell’era industriale, lo spazio pubblico della città era fondamentale poiché era il fulcro della vita stessa delle comunità (il foro). La vita pubblica rappresenta il modello insediativo espressione di una necessità, ed aveva la virtù di favorire le relazioni umane.

Quando nacque l’industrialismo, oltre all’impennata della popolazione mondiale, accadde che le relazioni mutarono, da esigenze e bisogni di comunanza si sviluppò l’individualismo, il nichilismo, per lo scopo prioritario di accumulare capitali. La misura della società moderna è l’accesso alle merci ma così spariscono i luoghi di convivialità e nascono i cosiddetti “non luoghi”: i centri commerciali; e cosa peggiore per la specie umana prevalgono le “relazioni” fondate sul denaro. Se oggi siamo individualisti, è causa di questo processo secolare che ha sostituito le comunità con i singoli consumatori passivi, cinici ed egoisti. Ovunque trionfano le immagini pubblicitarie dei marchi delle imprese private. La vita è sostituita dal consumo. La religione capitalista sta implodendo, e sarebbe saggio sconnettersi dal sistema sbagliato per riappropriarci di valori sopiti, ma che possono riemergere con grande forza ed energia, solo se lo desideriamo nel nostro profondo, dove alberga la coscienza civile per cominciare a partecipare. Bruno Zevi dichiara la necessità della partecipazione affinché «l’urbanistica nasca da un colloquio fondato su ipotesi aperte», e poi «si tratta di partecipare alla vita della città dall’interno, non passivamente, anzi intervenendo ogni giorno con estrema energia» (Zevi, Leggere, scrivere, parlare architettura, 1997, pag.84).

Zevi metologia dell'elenco dei volumi

Fonte immagine: Zevi, Leggere scrivere parlare architettura, Marsilio, 1997.

Nello spazio della coscienza civile ci sono anche l’architettura e l’urbanistica che possiamo rispolverare, non solo per risolvere problemi pratici ma soddisfare il bisogno umano della bellezza. L’arte del costruire ritorna, e può realizzare spazi urbani di qualità. Tracce di questa saggezza sono persino documentate negli scritti Gianbattista Vico e Antonio Genovesi, che furono fondamentali per approfondire principi e valori di una società civile e orientata a un’economia reale, com’era descritta da Aristotele.

Una critica feroce, sul fatto che non si è più in grado di comunicare architettura e capire architettura, fu scritta da Zevi: «nel corso dei secoli una sola lingua architettonica è stata codifica: quella del classicismo. Tutte le altre, sottratte al processo riduttivo necessario per diventare lingue, sono state considerate eccezioni alla regola classica e non alternative dotate di vita autonoma. Anche l’architettura moderna, sorta in polemica antitesi al neoclassicismo, se non viene struttura in lingua, rischia di regredire, una volta esaurito il ciclo dell’avanguardia, ai frusti archetipi Beaux-Arts. Stiamo dilapidando un colossale patrimonio espressivo perché eludiamo la responsabilità di precisarlo e renderlo trasmissibile. Tra poco, forse, non sapremo più parlare architettura; in realtà, la maggioranza di coloro che progettano e costruiscono oggi biascica, emette suoni inarticolati, privi di significato, non veicola alcun messaggio, ignora i mezzi per dire, quindi non dice e non ha niente da dire. Pericolo anche più grave: esautorato il movimento moderno, non saremo più in grado di leggere le immagini di tutti gli architetti che hanno parlato una lingua diversa dal classicismo […]» (Zevi, Leggere, scrivere, parlare architettura, 1997). Profeta!

Renato De Fusco attraverso la sua ricerca semiotica ha delineato una teoria, e si è spinto ben oltre dichiarando che l’architettura ormai è un mass medium.

Ovviamente la letteratura è ricca di testi sulla bellezza in architettura, ma ciò che preme osservare è la sua scomparsa dalle città, che è conseguenza dello spirito del tempo, ma questo, senza consapevolezza delle masse, ha contributo a recare danno agli abitanti stessi, soprattutto ai ceti meno abbienti poiché i ricchi vivono in luoghi urbani adeguati e nel lusso. Rinchiusi nella nostra inconsapevolezza e nell’apatia politica, forse proviamo un accenno di risveglio quando passeggiano nei centri storici di particolare bellezza, e forse siamo stimolati a sognare immaginando che tale bellezza possa essere raffigurata anche nelle periferie da cui proveniamo. Una cosa è certa, potremmo rigenerare i quartieri costruiti dalla speculazione e in questo obiettivo potremmo riempire il vuoto culturale poiché potremmo darci l’opportunità di occuparci di significato, e potremmo farlo veicolando un messaggio di senso civico e di bellezza.

Zevi le funzioni umane

Fonte immagine: Zevi, Leggere scrivere parlare architettura, Marsilio, 1997.

La mia modestissima opinione è che, buona parte della cultura che abbiamo sviluppato in Occidente, soprattutto quella di natura economica fra il Seicento e il Novecento, ha costruito le basi per la nostra alienazione e del nostro nichilismo. Noi siamo la causa del nostro male che alberga nel distacco dalla natura, e nell’invenzione del possesso e della proprietà, che ci hanno fatto sviluppare avidità, aggressività, violenza e competizione. La specie umana fuori dall’Occidente, non influenzata da determinate invenzioni economiche, ha conservato una cultura animista e sviluppato una simbiosi con la natura, che invece noi abbiamo contribuito a distruggere con ingiustificata e inaudita violenza.

Oggi esiste una vastissima produzione di costruzioni in tutto il mondo, molto più di quanto sia mai accaduto nel passato, ed una parte consistente di questa produzione pubblicizzata nella letteratura è l’espressione dello spirito capitalista; e non è difficile osservare che una parte di questa produzione non è architettura ma l’espressione di capricci. Questa produzione è l’espressione di quella regressione della specie umana come accennato all’inizio. Esiste un aspetto positivo in questa trasformazione della società, e cioè che oggi abbiamo molte più tecnologie a nostra disposizione ma non sappiamo ancora usarle nel modo migliore (produrre significato e dare un messaggio di senso). Lavorando in questa direzione possiamo finalmente approdare in un’epoca diversa, più civile di quella che dobbiamo lasciarci alle spalle, se vogliamo migliorare la nostra igiene mentale e garantire una nostra sopravvivenza.

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Il 26 settembre 2003 raccontavo – società e lavoro – come l’industria delle costruzioni finalizzata al riciclo fosse già matura.

A Parigi, Nicola Delon e Julien Choppin riciclando e riutilizzando materiali presi da cantieri aperti, ordini sbagliati e merci non utilizzate, progettano un piccolo Padiglione a pianta libera di 70 mq. L’edifico è chiamato Circular Pavillon, ma non penso si riferisca alla forma del Padiglione ma al concetto di economia circolare. E’ un’applicazione bioeconomica che considera i flussi di energia in entrata e in uscita.

Tale intervento è un’applicazione di una politica che adotta le cosiddette miniere regionali, cioè luoghi dove si stoccano materie prime seconde, e che le aziende possono usare per le proprie trasformazioni senza attingere a nuove risorse del Pianeta.

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Fonte immagine: Image Courtesy Cyrus CORNUT

Legislatore e Regioni dovrebbero favorire quest’economia circolare del riuso e del riciclo poiché raggiunge due obiettivi: la riduzione dell’impronta ecologica e il sostegno a una nuova filiera industriale più virtuosa (occupazione utile).

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Salerno, zona consolidata (Quartiere Pastena) ipotesi di rigenerazione urbana.

Sono decenni che antropologi, sociologi, psicologi e filosofi stanno pubblicando studi e analisi per sostenere una tesi ovvia a qualunque essere umano: la felicità si trova nelle relazioni umane che possono soddisfare bisogni necessari e non i capricci. In tal senso, le tesi degli umanisti hanno influenzato numerosi urbanisti, che da sempre progettano e creano città fatte per gli esseri umani, ma è altrettanto vero che gli amministratori politici eteroguidati dagli interessi privati hanno preferito costruire città secondo lo spirito del tempo: il capitalismo. Risultato? Le città dell’urbanistica sono rimaste sogni chiusi nel cassetto, le città del capitalismo sono la realtà che osserviamo intorno a noi. Gli stili di vita sono condizionati sia dall’analfabetismo funzionale e di ritorno delle persone e sia dalla pubblicità, dalla televisione e da internet che possono alienare e incoraggiare i consumatori passivi piuttosto che favorire una partecipazione attiva alla cittadinanza e alla socializzazione. L‘attività umana è il polo di attrazione dei luoghi urbani e l’opportunità di conoscere persone nuove risulta stimolante e rappresenta una miniera di esperienze da provare. Per favorire la specie umana è necessario cambiare le cattive consuetudini, contrastando da un lato l’alienazione e l’analfabetismo degli individui e dall’altro lato la pianificazione urbanistica piegata alla tecnica dello spirito del tempo che ha dominato il mondo occidentale: il neoliberismo. Dalle città sono sparite l’architettura e l’urbanistica e sono emersi i marchi delle archistar che stanno rappresentando i simboli dello spirito del tempo: i grattaceli delle banche, e i non luoghi (i centri commerciali). Negli ultimi trent’anni le Amministrazioni locali hanno favorito il circo mediatico e auto referenziale delle archistar per distruggere il genius loci. E’ stato un gioco politico dettato da un concorso di interessi, da un lato l’ethos infantilistico dei Sindaci per dare attuazione a una comunicazione pubblicitaria narcisistica finalizzata al consenso personale. Una comunicazione ammantata dalle grandi firme che si sono prestate volentieri al gioco, poiché ben pagate con soldi pubblici, ecco il concorso di interessi. Mentre l’architettura veniva trasformata in mass medium (di fatto svuotandola di senso) e gli amministratori si auto referenziavano attraverso la pubblicità, accadeva che le città e i cittadini venivano abbandonati ai loro problemi innescati dalla fine dell’industrialismo, un fenomeno noto sia agli urbanisti e sia ai sociologi, ma ignorato da chi aveva la responsabilità di cambiare le pianificazioni per ridurre i danni sociali, economici ed ambientali che oggi assistiamo. Non conveniva affrontare il problema poiché la soluzione non si trova sul piano economico finanziario delle rendite, ma sul piano “anti economico” ma etico del bene comune. Coniugare capitalismo e socialismo è tecnicamente impossibile, favorire le rendite e aiutare le persone è un ossimoro, o si esce dalla crescita e si aiutano le persone (aumento dei costi) o si specula col rischio di far fallire il sistema, ed è quello che è successo poiché i bilanci dei comuni e l’industria delle costruzioni ha realizzato un’offerta di immobili superiore alle domanda. Per un consigliere comunale è stato difficile avere la consapevolezza di cosa sia successo (a meno non abbia le competenze e le conoscenze, o che ci sia un amico informato che glielo spieghi), nonostante il consigliere comunale abbia il ruolo politico di approvare i piani urbanistici, mentre il consigliere regionale, addirittura, ha il potere di fare leggi urbanistiche. In questo caso, la dissoluzione dei partiti cominciata negli anni ’90, ha giocato a favore degli speculatori poiché si sono trovati Commissioni urbanistiche ove non c’erano più gli esperti di partito (anni ’60 e ’80) pronti a rallentare il consumo del suolo, anzi si sono trovati consiglieri comunali ignoranti e isolati, pronti a schiacciare il pulsante, e così è stato, e così è oggi in buona parte dei Comuni d’Italia.

Mi è capitato di leggere vecchie delibere comunali, degli anni ’70, e devo ammettere che le politiche urbane occupavano molte energie mentali nel dibattito politico locale, e i soggetti che avevano un sensibilità ambientale erano sostenuti da competenze specifiche alte, e riuscivano a contenere i danni che il capitalismo delle rendite intendeva produrre nelle città attraverso una qualità delle argomentazioni da portare nell’arena politica. Oggi sappiamo che senza quel limite politico culturale la forza della finanza sta continuando a distruggere suolo e risorse finite.

La chiave per riprendersi la città è insita in un’evoluzione collettiva dei cittadini che dovrebbero cominciare a comprendere di diventare i committenti delle rigenerazioni urbane. Gli esperti che aiutavano la tutela del territorio e dell’ambiente possono aiutare direttamente i cittadini attivi e organizzati, non più all’interno delle istituzioni occupate da soggetti politici auto referenziali, ma promuovendo la rigenerazione e percorsi ove sperimentare la co-progettazione. Se i cittadini non si occupano della propria città, il mondo immobiliare ringrazia, e continuerà a rubare a norma legge i beni comuni già sottratti ai ceti meno abbienti, ormai espulsi dai centri urbani, e persino dalle ex periferie degli anni ’60 e ’70, oggi inglobate dalle città cresciute male.

Se esistono quartieri degradati è perché le Amministrazioni hanno preferito favorire le rendite e ignorare i bisogni delle persone. Una consuetudine sbagliata che rientra nella cultura capitalista è la mercificazione del territorio, e così politici locali e cittadini disinteressati hanno sostenuto l’idea che non fosse necessario costruire città a misura d’uomo ma aggregati urbani a misura del consumismo. Per correggere tali errori è necessario che i cittadini conquistino una volontà politica per indicare la costruzione di servizi che stimolano le relazioni personali fra gli spazi pubblici e privati nelle proprie strade, e piazze. E’ necessario rimettere in discussione la realtà fisica come la vediamo, e consentire ai progettisti di introdurre la bellezza in città e stimolare processi partecipativi e inclusivi affinché, finalmente, bambini, ragazzi, adulti e anziani possano trovare piena soddisfazione nel vivere in luoghi urbani adeguati ai bisogni reali della comunità. In un processo aperto e trasparente è facile far emergere il conflitto e risolverlo, spesso si tratta di egoismi infantili o i soliti interessi privati che si superano facilmente nei processi aperti. Questa semplicità è nota agli amministratori, e per questo motivo non amano dichiarare le proprie intenzioni e non usano coinvolgere i cittadini prima che il processo di pianificazioni cominci, pertanto si affidano a processi guidati da loro stessi ove gli interessi delle rendite sono tutelati in decisioni precostituite.

I processi dal basso sono rari, poiché è difficile trovare amministratori interessati alla partecipazione attiva dei cittadini. E’ altrettanto raro trovare cittadini organizzati in cooperative per rigenerare il proprio quartiere, e in quel caso l’Amministrazione potrebbe essere messa “con le spalle al muro”, poiché difficilmente ostacolerebbe una trasformazione urbana finanziata dal basso. E’ raro che una maggioranza politica dica di no a progetti che hanno ampi consensi popolari, poiché rischia di perdere il consenso politico che gli da mangiare. Eppure i vantaggi economici e sociali di un approccio dal basso sono altissimi, a partire da questioni pratiche come i prezzi delle trasformazioni urbanistiche, in quanto è possibile rigenerare a prezzo di costo. Eliminando la famigerata rendita immobiliare, che viene usata dalle classiche riqualificazioni urbanistiche per pagare i costi di costruzione dei servizi previsti attraverso le perequazioni adottate nei piani urbanistici comunali, è possibile abbassare i costi totali degli interventi. In quest’ottica le istituzioni pubbliche dovrebbero svolgere un ruolo di traino con finanziamenti diretti e premiare i progetti di qualità urbana che intervengono all’interno dei tessuti edilizi esistenti e rigenerano a prezzo di costo. In Italia ci sono almeno 26 città in contrazione che hanno bisogno di quest’approccio e tale visione propone una soluzione pratica per migliorare la qualità della vita con la conseguenza di avviare l’occupazione utile.

Esempi in tal senso sono più diffusi nel Nord d’Europa ove i processi di trasformazione non sono guidati solamente dal mondo immobiliare come accade in Italia, ma da una regia pubblica che favorisce i processi di responsabilizzazione collettiva dei cittadini, interessati a migliorare i propri quartieri per ovvie ragioni.

Da un lato c’è un problema culturale di noi abitanti, abituati al fatto che debba esserci sempre qualcuno dall’esterno, sia esso lo Stato, o addirittura il mondo immobiliare a prendersi cura della cosa pubblica ove noi viviamo. Nelle città, da decenni lo Stato non interviene più, ed ha lasciato campo libero agli speculatori privati felicissimi di trarre profitti secondo le logiche di mercato, e non a parlare dei problemi dei ceti meno abbienti.

Dall’altro lato c’è una questione morale istituzionale ove politici e pubblica amministrazione sono abituati a favorire gli interessi dei privati, siano essi banchieri e imprenditori, a danno dei ceti meno abbienti attraverso il sistema del credito ed il servizio del debito che consentono guadagni alle banche attraverso l’interesse, cioè senza lavorare. Esiste persino un sistema legale che nasconde la corruzione degli amministratori locali grazie alle giurisdizioni segrete (offshore e paradisi fiscali).

E’ giunta l’ora che i cittadini si sveglino poiché esistono diversi progetti e approcci democratici che possano ricostruire le comunità, e ridurre lo spazio del mercato, avviando un futuro sostenibile per le generazioni presenti e per quelle che verranno.

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La politica delle risorse sostituirà l’obsoleta religione della crescita infinita, ossia il neoliberismo. L’Italia sembra essere un paese saccheggiato e colonizzato da un’élite degenerata che ha teleguidato una classe dirigente psico programmata per accentrare poteri e ricchezze virtuali nelle mani di pochi. Alla luce dei disastri attuali prodotti da trent’anni di politiche sbagliate, oggi esiste l’opportunità di cambiare grazie all’impiego di nuove strategie e nuove tecnologie che consentono una migliore distribuzione delle ricchezza reale ed applicare un minimo di democrazia economica.

L’anno che verrà [2013] porterà una serie di cambiamenti, anche se continuasse la politica dell’austerità imposta dall’élite attuale. Oltre ai limiti dello sviluppo, siamo giunti ai limiti della pazienza ed ai limiti della sopravvivenza quotidiana. Il 28 agosto 2012 abbiamo superato il limite di risorse non rinnovabili che la Terra riesce a generare entro un anno (overshoot day). In soli otto mesi abbiamo esaurito le scorte, e per i successivi quattro rubiamo risorse al futuro.

Ci sono diversi settori che possono produrre reddito e creare nuova e migliore occupazione, cioè socialmente utile. L’industria delle costruzioni, della mobilità intelligente, e dell’agricoltura naturale sono ambiti strategici determinanti.

Un indicatore importante sarà la progettazione qualitativa ed eco-efficiente. L’industria delle costruzioni e soprattutto la progettazione architettonica sono l’ambito industriale che esprimono meglio questo concetto, poiché sono già utilizzati principi di eco design e l’analisi del ciclo vita per misurare la qualità nella progettazione stessa. E’ necessario investire in un piano di rigenerazione urbana sull’intero patrimonio edilizio esistente, con piani di recupero dei tessuti edilizi arrivati a fine ciclo vita e la conservazione dei centri storici. Esistono 26 città in contrazione, le più popolose d’Italia che abbisognano di interventi rigenerativi. L’innovazione tecnologica ci consente di misurare, prima del progetto, quali impatti ci saranno sull’ambiente, per la salute umana ed i possibili sprechi, queste informazioni qualitative determinano la scelta finale del progetto e condizionano l’economia reale. Questa rivoluzione ecologica è già partita, anche grazie agli incentivi sul “conto energia”, che oggi sono al termine, pertanto ci possono essere dei freni ad un mercato in evidente difficoltà. Se ci fosse una Repubblica sovrana con una politica monetaria e industriale si potrebbero finanziare piani nazionali per tutelare il suolo ed il patrimonio culturale dal rischio sismico: nuova occupazione. Già in questi anni sono partiti piani di decrescita energetica per raggiungere l’auto sufficienza con reti di smart-grid, questo è possibile ove si applica un mix tecnologico (sole, vento, acqua e geotermia). Negli anni trascorsi ci furono diversi strumenti giuridici chiamati “programmi complessi” che potrebbero essere finanziati nuovamente prendendo le risorse dalla negoziazione del debito estero e degli immorali interessi che si pagano sullo stesso debito. Per farlo ci vorrebbe una classe politica intellettualmente onesta e rispettosa del contratto costituzionale.

Lo stesso ragionamento circa l’eco-efficienza può essere mutuato nella mobilità, ad esempio è noto che gli italiani non hanno bisogno di nuove automobili, ma di motori eco-efficienti. Anziché incentivare la vendita di nuove auto è necessario avviare un’evoluzione tecnologica e progettuale come si sta avendo nelle tecnologie architettoniche ed energetiche, quindi bisogna sostituire i motori a combustione con i motori elettrici molto più efficienti, ma soprattutto a zero emissioni gassose. Questa scelta coinvolge tutte le auto officine che si troveranno cariche di lavoro nella sostituzione dei motori: nuova occupazione ed economia che rimane sul territorio. Una ulteriore spinta ci sarà nel mondo delle bici pedelec, a pedalata assistita, senza dubbio il mezzo di trasporto cittadino più intelligente che possiamo avere oggi.

Nell’agricoltura possiamo progettare un’evoluzione e transitare dal modello agri-industriale che riduce la capacità dei suoli di produrre cibo per mezzo degli agenti chimici inquinanti, e avviare la diffusione di massa di pratiche di agricoltura naturale che rigenerano i suoli. Questa scelta consente di avviare la nascita di nuove aziende agricole auto sufficienti energeticamente grazie alle tecnologie odierne (geotermia, micro eolico, etc..), e che producono cibo per il territorio: nuova occupazione ed economia reale che rimane sul territorio.

Un piano nazionale di riuso e riciclo delle materie prime seconde, erroneamente chiamati rifiuti, consente di ridurre gli sprechi, di chiudere tutti gli impianti di incenerimento presenti sul territorio e di creare nuova e migliore occupazione.

L’attivazione della politica delle risorse come piano industriale nazionale che coinvolge sinergicamente tre settori: costruzioni, mobilità e agricoltura consente di avviare un processo virtuoso determinante per l’economia italiana, poiché è un’alternativa alla religione della crescita, e quindi ridurrà il prodotto interno lordo, ma consentirà di avere nuova occupazione socialmente utile e migliorerà la qualità della vita. Senza il ripristino della sovranità sarà difficile avviare una politica industriale nazionale  e questa responsabilità spetta ai cittadini che devono controllare in maniera efficace l’operato di chi amministra, ed ai dipendenti eletti che sono obbligati ad applicare la Costituzione: sovranità popolare, uguaglianza, tutela del paesaggio, dell’ambiente e della salute, democrazia economica e tutela del credito.

Questa proposta ribalta un paradigma obsoleto poiché la politica delle risorse non si pone l’obiettivo della piena occupazione in quanto tale, ma si pone la domanda di quale occupazione creare e come crearla, con quali criteri progettuali ed in quali ambiti. Ci possiamo rendere conto che nella prevenzione e nella lotta all’obsolescenza pianificata ci sono maggiori e ampi margini di intervento rispetto agli impieghi obsoleti che abbiamo erroneamente inseguito in questi ultimi trent’anni. Nella sostanza, una volta bonificati tutti i siti inquinati, fra l’altro lavoro che bisogna ancora iniziare a fare, è ragionevole rendersi conto che l’Italia ha bisogno più di contadini, restauratori, biologici, fisici piuttosto che di manager, avvocati e commercialisti.

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