Democrazia, partecipazione e “capacity building”


Breve estratto dalla tesi di laurea magistrale in Architettura (Uni Parma, DIA) “Rigenerazione a Salerno. La rigenerazione urbana attraverso la bioeconomia”:

1.3.5.2       Democrazia, partecipazione e “capacity building”

Se accettiamo il fatto che «l’urbanistica viene individuata come una tecnica della prassi politica»[1], dunque per essere coerenti con la prospettiva di dover cambiare i paradigmi culturali della società dobbiamo proporre che tale tecnica, l’urbanistica appunto, debba riporsi nelle mani dei cittadini poiché legittimi “proprietari”, al fine di prevenire le distorsioni causate dagli interessi particolari di chi specula sui beni pubblici e sul territorio. «Elaborare decisioni positive per la propria comunità, piuttosto che essere irreggimentati dalle decisioni altrui, è uno degli atti umani più nobili» (Paul e Percival Goodman). Secondo Jürgen Habermas la «partecipazione politica cui hanno accesso i cittadini nell’attuale società capitalista sia per lo più illusoria» poiché è «stata svuotata di potere, giacché nasconde la natura degli interessi in conflitto e riduce il ruolo dei cittadini all’approvazione delle scelte politiche preconfezionate»[2]. Sappiamo bene che democrazia significa governo del popolo, e che la forma istituzionale dei nostri Enti è la democrazia rappresentativa, di fatto, delegando ai dipendenti eletti il compito di governare e decidere per noi.

La Svizzera, più di ogni altra Nazione, è la confederazione di Cantoni ove democrazia rappresentativa e democrazia diretta sono perfettamente integrate, e i cittadini se lo desiderano, possono decidere in sostanza su tutto, attraverso gli istituti referendari e le assemblee popolari. Inoltre, bisogna distinguere la democrazia diretta che si pratica con i referendum[3], dalla democrazia partecipativa che si svolge tramite assemblee popolari. Nell’ambito della pianificazione urbanistica per ragioni pratiche legate alla programmazione, sono preferite le assemblee per costruire la proposta da votare, processo che si svolge avviando un dialogo fra cittadini, istituzioni e progettisti. La conclusione del percorso decisionale è sancita col voto, che può essere espresso anche con un referendum.

È altrettanto necessario non commettere l’errore di credere che la democrazia sia la panacea di tutti i mali, poiché la qualità di una decisione dipende dall’etica e dal livello culturale degli individui. Attraverso il metodo democratico, cioè il confronto basato sul dialogo sincero, possiamo applicare l’approccio socratico della ricerca della verità attraverso il dialogo, il dubbio e le domande, che possono sviluppare creatività, accesso a nuove conoscenze e individuare soluzioni pratiche per la polis. La curiosità, lo stimolo individuale e la motivazione verso la ricerca e il dialogo possono scongiurare il rischio dei sofisti che scambiavano la verità con le opinioni.

Riprendendo il pragmatismo kantiano ovvero ciò che è pratico riguarda la libertà e la morale nella sua autonomia, e ciò che è pragmatico che riguarda il rapporto fra fini e mezzi nell’agire concreto; sarà Charles Sanders Peirce a proporre una concezione della vita costituita da un complesso di abitudini tese a conservarsi e a consolidarsi, superando via via i momenti di crisi attraverso l’adattamento. L’atteggiamento adattativo è tipico della resilienza, caratteristica della rigenerazione urbana. In questa prospettiva il pensiero non può più essere considerato come una facoltà puramente contemplativa, ma come uno strumento capace di risolvere problemi che di volta in volta intervengono a mettere in difficoltà abitudini consolidate. In che modo? Proponendo idee, cioè progetti, in grado di dare luogo ad abitudini più efficaci. Lo sviluppo pratico e contemporaneo dell’atteggiamento di Peirce è rappresentato dagli strumenti di democrazia partecipativa e la cosiddetta “capacity building” attraverso gli “open space technology” (OST). Il metodo degli OST deriva dalla pedagogia di John Dewey e dal suo allievo Guglielmo Kilpatrick che ideò il “metodo dei progetti”[4] ove in un determinato periodo di tempo i partecipanti sono chiamati a elaborare un piano di lavoro circa i problemi della vita sociale. Tutte queste pratiche sono inserite nella teoria trasformativa dell’apprendimento sociale che ha saputo sviluppare diversi approcci del dialogo e della negoziazione. Questi approcci cambiano le argomentazioni e l’interazione favorisce un processo di policy-making o community planning attraverso una serie di incontri (participatory and deliberative encounters, deliberative rituals, laboratories, trading zone). La conclusione di queste pratiche è che l’interazione diventa uno strumento della progettazione, e il successo o il fallimento delle azioni dipende dalle relazioni, cioè dalla capacità e dall’intelligenza individuale rispetto ai mezzi che possediamo[5].

Nel 1965 Paul Davidoff coniò il termine advocacy planning per individuare metodi di pianificazione partecipata attraverso la pianificazione della comunità. In Italia, determinati modelli furono importati da Marianella Sclavi attraverso “Avventura Urbana”[6], ma secondo Franco La Cecla sono serviti solo ad auto conservare l’urbanistica evitando che i cittadini potessero incidere realmente sul processo decisionale della politica[7].

Una lezione che impariamo nella vita reale dentro le città è che gli abitanti possono e devono prendersi cura dei propri luoghi e di sé stessi reciprocamente partendo dalle relazioni, «ognuno deve assumersi un minimo di responsabilità pubblica anche nei riguardi delle persone con le quali non hanno particolari legami. Questa lezione non s’impara a parole: si impara dell’esperienza, osservando come anche persone che non sono legate a noi da parentela, da una stretta amicizia o da una formale responsabilità si prendono in qualche modo cura di noi»[8]. Un approccio sociologico e concreto sul come pianificare i servizi sta nel comprendere che i «parchi urbani non sono astrazioni, né sono dotati automaticamente di qualità positive e d’influssi benefici; acquistano un senso solo se visti nei loro usi pratici e tangibili e quindi negli effetti concreti esercitati su di essi, in bene o in male, dai quartieri e dagli usi adiacenti»[9]. Queste analisi possono aiutare la pianificazione urbanistica solo attraverso processi democratici grazie agli abitanti che descrivono la percezione soggettiva della città stessa.

Nel 1983 Roy Bowles definisce la valuazione di un impatto sociale come il tentativo di rendere scientifiche le politiche pubbliche fornendo informazioni circa i risultati prevedibli di un progetto[10]. La valutazione d’impatto sociale è un processo che analizza e gestisce le conseguenze intenzionali e non intenzionali sull’ambiente umano di interventi e processi di cambiamento sociale, con l’obiettivo di provocare o indurre la crezione di un ambiente biofisico e umano più sostenibile[11]. Tale approccio aiuta e stimola la partecipazione, ma in Italia non è mai stata adottato nonostante persino l’Unione europea abbia studiato il fenomeno e resistituio una relazione circa le esperienze migliore all’interno degli Stati membri; in Italia la valutazione d’impatto sociale «non è stata mai inclusa in alcuna analisi di valutazione» e «addirittura non esistono linee guida nazionali»[12].

Nonostante le istituzioni italiane non siano abituate al coinvolgimento diretto dei cittadini attraverso il metodo delle “pianificazioni partecipate”, bisogna ricordare che sin dal dopo guerra ci sono stati due approcci di progettazione di comunità al fine di rendere le comunità auto sufficienti attraverso un sistema moderno di servizi sociali. Il Cepas in Abruzzo, e a Partinitico in Sicilia. Entrambi i progetti partono dall’approccio sociologico per rigenerare i luoghi, il Cepas coordinato da Angela Zucconi, fu un’esperienza ispirata alle idee di Olivetti, mentre a Partinico ci fu la figura di Danilo Dolci nel coinvolgere la comunità di pescatori locali. L’approccio comunitario olivettiano si basa essenzialmente sull’opportunità di creare le condizioni concrete per lo sviluppo umano: cultura, innovazione, educazione civica, relazioni, amori e passioni, ridistribuzione delle risorse, partecipazione attiva dei cittadini, ed Olivetti riteneva che l’urbanistica fosse uno strumento caratteristico per costruire queste opportunità per tutti i cittadini.

Dopo settant’anni in Italia, alcuni piccoli comuni stanno sperimentando il “bilancio partecipativo” per coinvolgere i cittadini al processo decisionale della politica, un buon esempio italiano è l’esperienza di Grottammare (AP), che ha riqualificato il proprio lungomare attraverso il contributo creativo e partecipativo dei cittadini.  In Austria la città di Vienna ha una tradizione di pianificazione partecipata di circa 35 anni[13].

In Svizzera nel 2009 gli Uffici federali dell’energia (UFE) e dello sviluppo territoriale (ARE) hanno lanciato il progetto nazionale “Quartieri sostenibili”, che si propone principalmente di sviluppare uno strumento di supporto al processo decisionale e alla valutazione per i progetti di quartieri sostenibili[14].

Nel 1997 in Italia viene introdotto il cosiddetto “decentramento amministrativo” che istituisce circoscrizioni e municipi per i Comuni italiani di una certa dimensione demografica, tale normativa rientra nelle forme della democrazia rappresentativa poiché i cittadini possono eleggere rappresentanti in assemblee elettive più vicine all’ambito di quartiere. Queste assemblee hanno funzioni consultive verso la Giunta e il Consiglio comunale.

Nel 2000 la legge 328 introduce il piano di zona sociale seguito da sperimentazioni svolte a Reggio Calabria, Crotone, Cosenza e Messina per individuare nuovi modelli atti a programmare i servizi sul territorio attraverso l’analisi dell’offerta e della domanda per riorganizzare l’offerta e poi elaborare il piano[15].

Per quanto riguarda i metodi del “lavoro partecipativo” circa il coinvolgimento dei cittadini utili a stimolare la creatività, ritengo che l’open space technology sia quello più efficace poiché consente libertà di stimolo e di partecipazione grazie all’atteggiamento e alle stesse regole per lo svolgimento del lavoro dei cittadini, e la facilità di raccolta delle proposte attraverso gli instant report[16].

Nel campo della cooperazione internazionale è andata crescendo la sperimentazione e poi l’esperienza della cosiddetta “capacity building”, riguardante tecniche, strumenti e metodi della progettazione creativa dal basso affinché le comunità potessero sviluppare capacità e abilità per rigenerare i luoghi (community capacity building)[17].

L’esperienza partecipativa più espressiva e importante è senza dubbio la rivoluzione culturale di Porto Alegre, diventata realtà istituzionale nel 1989[18]. Una città di circa 1,3 milioni di abitanti che ha affrontato i problemi della corruzione e delle favelas proponendo la partecipazione come presupposto necessario per migliorare la qualità delle decisioni politiche e l’efficienza della pubblica amministrazione. Mentre in Italia, negli anni ’90, si riformavano le istituzioni locali andando in una direzione che assomiglia molto al feudalesimo, ove i pochi decidono per i molti, in Brasile si è deciso di riformare le istituzioni locali per introdurre la democrazia partecipativa nell’ambito istituzionale. Il successo della rivoluzione culturale è stato talmente importante che oggi circa 400 città al mondo s’ispirano al processo del “bilancio partecipativo”[19].

L’esperienza del bilancio “partecipativo” di Porto Alegre ha consentito di promuovere programmi e piani per sostituire il degrado delle favelas con quartieri popolari, mentre negli anni successivi il processo si è affinato consentendo ai cittadini di influenzare e programmare il piano pluriennale degli investimenti sui temi più importanti: sviluppo urbano, cultura, ambiente, infrastrutture e servizi.

Forse è necessario ricordare che il metodo democratico migliora la qualità della vita attraverso il pluralismo delle idee, che consente sempre a più cittadini di apprendere, informarsi e conoscere nuove proposte in un continuo flusso di scambio di idee[20]. In sostanza la democrazia è un’opportunità per costruire quelle relazioni utili a migliorare le persone e i luoghi ove esse vivono[21]. Possiamo osservare che questa virtù del metodo democratico è in perfetta analogia con i sistemi naturali che basano la propria esistenza sullo scambio di energia (fotosintesi clorofilliana), decisivo per la vita sul pianeta Terra, ed è analogo allo strumento della rete di internet che si basa sullo scambio dei flussi (informazione e condivisione). La caratteristica del cervello è la neuro plasticità capace di cambiare schemi mentali attivando nuovi flussi di neuroni, cioè scambi di energia. La medesima analogia è osservabile con i sistemi biologici e cellulari del corpo umano basati sugli scambi energetici, cioè la cooperazione[22] che dimostra come in realtà ecologia ed economia siano sinonimi e il metodo democratico sia quello più efficace per far cooperare gli esseri umani.

Secondo Alessandro Giangrande esiste un percorso strategico per la produzione sociale del territorio atto a ristabilire un equilibrio durevole tra insediamento umano e ambiente naturale, attraverso laboratori di progettazione ecologica e laboratori territoriali. Questi laboratori sono strumenti di partecipazione per la produzione di piani e progetti per avviare un processo di auto identificazione e sviluppo delle comunità. «Le attività dei laboratori sono finalizzate a sperimentare: 1) situazioni discorsive che aiutino gli abitanti ad acquisire quella competenza comunicativa che è indispensabile per partecipare con efficacia alle discussioni collettive e ai processi di progettazione interattiva; 2) modalità di produzione, allocazione e consumo congruenti con i principi di decentralizzazione radicale; 3) azioni dirette a sensibilizzare gli abitanti ai segnali di retroazione negativa che provengono dagli ecosistemi; 4) nuove forme istituzionali flessibili, suscettibili di modifiche strutturali anche radicali, attraverso l’esercizio della scelta sociale collettiva autocosciente»[23].

Le istituzioni che hanno riconosciuto il valore della democrazia, adottando forme di partecipazione diretta e assembleare, sono riuscite a prendere decisioni politiche migliori rispetto al passato[24], poiché coinvolgendo i cittadini hanno potuto compiere meglio il proprio dovere restituendo servizi e progetti di qualità ai propri datori di lavoro: i cittadini. Dal punto di vista della pianificazione creativa e del coinvolgimento attivo dei cittadini ci sono state diverse esperienze pratiche e progettuali, una pubblicazione di Andrew Shea, Designing for social change, elenca una serie di attività, laboratori e strategie in diverse città americane (Baltimore, Cleveland, Richmond, Lancaster, Los Angeles, New York, Chicago, Kansas city, San Francisco, Indianapolis, Greensboro, Minneapolis) che hanno fatto crescere consapevolezza di luoghi e quartieri al fine di migliorare l’ambiente in cui si vive attraverso una progettazione e pianificazione collettiva. Shea mostra come cittadini motivati siano capaci di riappropriarsi degli ambienti cittadini con creatività e soddisfazione.

Di recente ad Edimburgo per rigenerare un’area industriale, lo studio 7N Architects in fase di elaborazione del progetto ha lavorato a stretto contatto con la comunità locale al fine di tradurre nel masterplan del nuovo spazio urbano le aspirazioni e le opinioni dei residenti, utilizzando un modello partecipativo basato sull’esperienza di città come Amsterdam e Copenaghen nella speranza di innescare un miglioramento economico con ricadute a lungo termine[25].

Le recenti innovazioni tecnologiche relative ai sistemi di rete mostrano una straordinaria opportunità attraverso l’integrazione fra le forme di democrazia rappresentativa e quella diretta. Adeguando la pubblica amministrazione all’e-government[26] che consente di applicare una trasparenza totale, sarà possibile transitare a forme di e-governance, ove i cittadini in maniera interattiva possono partecipare al processo decisionale della politica integrando le forme tradizionali delle assemblee popolari e dei referendum. «Un decisivo salto tecnologico verso le e-città obbligherebbe la politica comunale a sviluppare due funzioni atrofizzate: ascoltare ed informare. Michel Crozier, nel suo libro su La crise de l’intelligence, critica l’atteggiamento burocratico della programmazione dall’alto, come incapace di écouter[27]. Ma questo non è certo quello stereotipato e costipante dei sondaggi che servono solo a soddisfare il narcisismo degli uomini politici e sono geneticamente incapaci di cogliere quei segnali deboli che rappresentano le vere innovazioni nel sistema politico. Per ascoltare occorre quella passione per la politica, quella propensione al Verstehen, alla comprensione e al rapporto con gli altri che è tipico dei grandi uomini di governo»[28].

Alice Albanese propone un metodo con i “sentiment analysis” per pianificare insieme ai cittadini, si tratta di un processo di rilievo delle opinioni condivise all’interno dei social media di internet. Tali strumenti finora sono utilizzati dalle aziende e nel mondo politico, poco o nulla in ambito urbanistico. Albanese propone di sperimentare il metodo per interventi di “ago puntura urbana” e per il riuso temporaneo[29] [30]. Ritengo che tali metodi abbiano diversi limiti di attendibilità e scientificità, prima di tutto per l’esistenza del digital divide, e secondo perché le opinioni degli utenti di internet sono facilmente influenzabili da società che investono ingenti somme per creare finti utenti/naviganti che condizionano le opinioni stesse, e terzo perché oggi sono usati per scopi commerciali proprio per ottenere risultati già prefigurati[31], ciò non toglie che potrebbero essere organizzati con maggiore genuinità se gli strumenti di misura fossero maggiormente controllabili da enti terzi, e se fossero più trasparenti.

In ultima istanza, il mondo dei social media sta modificando la nostra percezione, e osservando la nostra natura, cioè il funzionamento del nostro cervello[32], si prefigurano rischi per la nostra idea di democrazia poiché gli individui disinformati sono maggiormente vittime delle emozioni, delle opinioni altrui, e dei social media stessi[33]. Il serio rischio è che affidandosi ai social, le decisioni prese sarebbero lo specchio di maggioranze addomesticate e non di un serio confronto razionale e trasparente. Una recente inchiesta[34] mostra come la diffusione e l’uso degli smartphone favorisce l’aumento dei disturbi dell’attenzione e l’ignoranza funzionale degli individui, che consentono un’efficace manipolazione delle opinioni, e di questo aspetto drammatico si avvantaggiano le imprese che controllano internet (google, facebook …) e i partiti populisti, che profilano gli utenti e vendono loro ciò che “desiderano”.

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Collegamenti ai capitoli:

[1] Tafuri & Dal Co, Op. cit., 1979, pag. 42.
[2] Occhipinti, Op. cit., 2005, pag. 910.
[3] Benedikter, Democrazia diretta, Casale Monferrato (AL), 2008.
[4] Le fasi attraverso le quali passa il progetto sono: l’intenzione, che è la fase in cui presentatosi il problema, sorge l’interesse di risolverlo; la preparazione, ossia la fase della ricerca e dello studio dei mezzi più adatti per risolvere il problema che si è presentato; l’esecuzione, ossia l’applicazione dei mezzi scelti; l’apprezzamento, ossia fase di controllo, in cui si giudica la misura del successo conseguito.
[5] Perrone, Op. Cit., Roma, 2014.
[6] Avventura Urbana è stata l’agenzia che in Italia si è occupata di organizzare processi partecipativi.
[7] La Cecla, Op. cit., 2015.
[8] Jacobs, Op. cit., 2009, pag. 76.
[9] Ivi pag. 102.
[10] La Cecla, Op. cit.,. 2015.
[11] Vanclay, Social impact assessment, Cape Town, 2010.
[12] La Cecla, Op. cit., 2015, pag. 85.
[13] Caltana, Op. cit., 2009.
[14] Rey & Technologies, <http://www.quartieri-sostenibili-ch/fileadmin/user_upload/Nachhaltige%20Quartiere/it/Dateien/ARE_QD_Interieur_IT_2011-05-10.pdf>  (consultato il 25 luglio 2014).
[15] Moraci, Op. cit., 2003.
[16] Owen, Open space technology, Roma, 2008.
[17] Cottino, Competenze possibili, Milano, 2009.
[18] Allegretti, Op. cit., 2003.
[19] Michelotto, Democrazia dei cittadini, Vicenza, 2008.
[20] A.A.V.V., Vivere meglio con più democrazia, 2011.
[21] Magnaghi, Il territorio degli abitanti, Milano, 1998.
[22] Lipton & Bhaerman, Evoluzione spontanea, Cesena, 2009.
[23] Giangrande, “Comunità locali: scelta sociale e criteri di razionalità ecologica”,in A. Magnaghi, Op. cit., 1998, pag. 112.
[24] Magnaghi, Il progetto locale, Torino, 2000.
[25] Maietti, <http://architetti.com/rigenerazione-urbana-partecipata-il-progetto-fountainbridge-per-la-citta-di-edimburgo.html&gt;, (consultato il 14 settembre 2014).
[26] Le pubbliche amministrazioni devono incentivare l’uso della telematica ai sensi dell’art. 3bis L.241/90; D. Lgs. n.82 del 7 marzo 2005 (codice dell’amministrazione digitale) e modifiche ed integrazioni ad opera del D. Lgs. 159/2006, del D.L. 185/2008 conv. in L. 2/2009 ma soprattutto del D. Lgs. n.235/2010.
[27] Ascoltare.
[28] Martinotti, “Dall’e-governament all’e-governance”, in L. Benevolo, Op. cit., 2009.
[29] Consiste nell’utilizzo di uno spazio aperto o costruito, pianificato per avere una vita delimitata in un “tempo di mezzo” tra la destinazione d’uso precedente e quella futura.
[30] Albanese, Common city. Smart urban project, una proposta metodologica, Milano, 2014.
[31] Imprese e istituzioni utilizzano il cosiddetto nudging per incentivare e indirizzare il comportamento delle persone verso risultati desiderabili. Si tratta di una tecnica persuasiva; altre tecniche sono quelle chiamate immersive che coinvolgono gli utenti e le persone.
[32] Le scelte sono determinate dalla nostra cultura, dall’ambiente e dalla nostra biologia. La corteccia orbitofrontale e l’amigdala processano le informazioni filtrandole col valore soggettivo delle alternative, mentre le emozioni spesso determinano la scelta inseguendo la gratificazione.
[33] Franchi & Schianchi, Op. Cit., Parma, 2014 .
[34] “Iperconnessi” inchiesta di Presa Diretta andata in onda su RAI TRE il 15 ottobre 2018.

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