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Posts Tagged ‘resilienza’

Cosa significa rigenerare una città attraverso la bioeconomia? Il concetto di bioeconomia nacque negli anni ’70, quando Nicholas Georgescu-Roegen dimostra matematicamente gli errori dell’economia neoclassica. La funzione della produzione ignora l’entropia, pertanto Georgescu-Roegen trasforma la funzione da un modello lineare di crescita continua a un modello circolare in equilibrio, copiando i processi biologici. La bioeconomia è l’ultima dimostrazione scientifica che avvalora le posizioni utopistiche sorte nell’Ottocento, quando diversi scienziati sociali e progettisti iniziarono a discutere il modello capitalista, poiché questo crea disuguaglianze, problemi economici, sociali e distruzione degli ecosistemi.

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Fonte immagine: Monica Lavagna, LCA in edilizia, Hoepli.

Nella cultura economica la città è uno strumento per l’accumulazione capitalista, tant’è che la stessa pianificazione, quando nasce nell’Ottocento, è piegata agli interessi della borghesia liberale. Il circuito di accumulazione capitalista si caratterizza con la produzione, le rendite finanziarie e il consumo di merci. Negli anni ’70, quando la politica delle imprese sceglie l’Asia per agglomerare la produzione, l’Occidente perde una parte importante dell’originaria vocazione industriale e le città diventano terziarie, con una serie di conseguenze economiche, sociali e ambientali.

L’aspetto contraddittorio e grottesco è proprio questo: la scienza dell’urbanistica nasce per riparare gli errori del capitalismo liberista disegnando un’uguaglianza spaziale, sociale e per favorire i diritti umani ma si realizza come una tecnica sfruttata dalle borghesie locali, ignorando le disuguaglianze economiche anziché perseguire interessi generali. Questo conflitto culturale e politico fra socialismo e liberalismo caratterizza tutta la pianificazione.

Gli utopisti socialisti erano consapevoli della cattiva redistribuzione della ricchezza capitalista, e suggerirono un miglioramento ma sottovalutarono la macchina amministrativa che si trovava, e tutt’oggi si trova, nelle mani del ceto politico, spesso autoreferenziale. I socialisti conoscevano bene il reale piano del conflitto, quello politico, e pertanto favorirono la nascita del partito come strumento per contendere il potere alla borghesia liberale, saldamente legata alle istituzioni politiche. Dopo secoli di materialismo capitalista, i problemi economici, sociali e culturali sono rimasti insoluti o persino amplificati. Le disuguaglianze hanno una dimensione territoriale e sono presenti nei quartieri delle aree metropolitane, nei Sistemi Locali delle città medie e nei Sistemi Locali rurali in stato di abbandono. Continuando a leggere il territorio col paradigma materialista non risolveremo alcun problema, pertanto è fondamentale uscire dal piano ideologico sbagliato. Attraverso il piano bioeconomico ci accorgiamo che le città sono sistemi metabolici con flussi di energia in ingresso e in uscita, questa semplice osservazione della realtà ci permette di introdurre un miglioramento che cambia il governo del territorio. L’approccio bioeconomico ha poi ampliato la sua visione riprendendo i temi sociali, e ricordando la tutela dei beni comuni sostenuta dalla scuola territorialista; tutela già presente nella Costituzione repubblicana.

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La cellula urbana.

L’obiettivo della rigenerazione urbana bioeconomica è usare razionalmente l’energia consentendo agli uomini di vivere in armonia con la natura, si tratta di un approccio scientifico più civile del nichilismo economico. Questo obiettivo si persegue predisponendo una corretta analisi del territorio e dei sistemi urbani, un adeguato monitoraggio della morfologia dell’assetto urbano esistente; una lettura circa la conformazione dello spazio pubblico; il rapporto fra edificato, spazio pubblico e spazi collettivi; infine le caratteristiche climatiche e ambientali del sito, le funzioni e molto altro. E’ la realtà che suggerisce l’intervento di rigenerazione finalizzato a costruire luoghi urbani che abbiano un senso per lo sviluppo umano. Da circa trent’anni le istituzioni politiche occidentali hanno promosso progetti di recupero e rinnovo urbano, riqualificazione e rigenerazione, con risultati anche contraddittori, poiché a volte hanno aumentato le disuguaglianze, anziché ridurle. In generale e nel mondo attuale, le Amministrazioni territoriali e locali cavalcano la globalizzazione neoliberista per accentrare maggiori capitali, ciò accade per le città regioni e le città globali che agiscono come motori della produzione capitalista. Le città diventano prevalentemente terziarie in Occidente mentre sono industriali in Asia. Le imprese e le banche prediligono l’approccio neoliberista poiché consente loro un accentramento del capitale mai visto prima, questo produce danni sociali e ambientali mai visti prima, col ritorno alla schiavitù. Fino a quando cittadini e ceto politico non si riprenderanno il controllo democratico delle istituzioni, le disuguaglianze continueranno a crescere, e diversi territori resteranno in uno stato di abbandono. Dal punto dei vista delle conoscenze tecnologiche, oggi pianificatori e progettisti hanno tutti gli strumenti per applicare progetti bioeconomici, rimane irrisolto il conflitto politico e giuridico, poiché in Italia ha prevalso l’egoismo trascurando i principi e i valori costituzionali. Ai vecchi problemi se ne aggiungono altri, dalla mancata riforma sul regime giuridico dei suoli e le rendite parassitarie, alla formazione della nuova armatura urbana italiana non governata, poiché costituita da comuni centroidi con le loro conurbazioni che formano città estese ove riscontriamo le disuguaglianze sociali e di riconoscimento. E’ necessario che il ceto politico restituisca sovranità allo Stato riducendo il ruolo del mercato, si tratta di applicare la Costituzione, perché la strada ideologica finora perseguita ha visibilmente aumentato la povertà soprattutto nel meridione d’Italia, ha distrutto economie locali e ridotto le istituzioni politiche a camere di registrazioni di decisioni prese altrove. Il ceto politico autoreferenziale ha sospeso la democrazia rappresentativa favorendo il riemergere di una società feudale, forgiata su rapporti di vassallaggio. In termini pratici le istituzioni devono programmare politiche pubbliche socialiste, e contemporaneamente realizzare un cambio di scala delle amministrazioni locali e avviare piani regolatori generali bioeconomici per governare razionalmente il territorio, recuperare i centri storici e rigenerare le zone consolidate. E’ importante governare correttamente le agglomerazioni industriali e produttive riterritorializzando attività e funzioni per ridurre la dipendenza dal sistema globale neoliberista. La realtà mostra che il mercato pianifica attività basandosi sul tornaconto egoistico. Per ridurre la povertà prodotta dal capitalismo liberista, lo Stato deve tornare a pianificare l’economia ma questa volta con l’approccio bioeconomico, e quindi costruire i luoghi e gli spazi ove cittadini, associazioni, istituzioni culturali possono incontrarsi e progettare la costruzione di attività virtuose e utili allo sviluppo umano, la conservazione del patrimonio, la tutela del territorio e l’uso razionale dell’energia stimolando la produzione di manifatture leggere con tecnologie sostenibili.

ISTAT grado di urbanizzazione 2001

ISTAT, grado di urbanizzazione in Italia.

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Siamo già in campagna elettorale e dal dibattito pubblico manca un tema fondamentale per gli italiani: “l’agenda urbana e territoriale“. Il governo del territorio è sparito da qualsiasi agenda politica dei partiti italiani, e i danni causati dall’inerzia delle istituzioni politiche si ripercuotono sulla vita degli abitanti. Il massimo che riesce a divulgare la propaganda dei politicanti italiani è accennare interventi specifici come l’energia, la mobilità, convinti che ciò li aiuti a millantare una sensibilità, una competenza; si tratta di mera cialtroneria. Il nostro ceto politico è completamente inaffidabile e poco credibile. Frane, alluvioni, terremoti, consumo di suolo, degrado urbano e ciclo vita degli edifici, gestione urbana, sistemi locali, patrimonio storico, abusivismo e speculazioni immobiliari sono alcuni temi e problemi determinanti per l’Italia, e puntualmente sottovalutati dalla classe dirigente e da tutti i partiti. Morti e danni causati dal sisma sono impressionanti e spesso rimangono insoluti. L’aspetto drammatico sta nel fatto che le istituzioni sembrano ignorare la realtà: edifici e infrastrutture crollano ed è obbligatorio intervenire; ad esempio in Cina programmano la sostituzione delle infrastrutture, così come la normale manutenzione e ricostruzione. In Italia, non si capisce perché i cittadini continuano a trascurare se stessi dando legittimazione a una classe dirigente egoista e pericolosa. La risposta seria è la pianificazione territoriale e urbanistica, così come le conoscenze per intervenire. Da troppi anni Stato, Regioni e Comuni hanno rinunciato alla pianificazione preferendo privatizzare i processi decisionali e scegliendo l’edilizia al disegno urbano. L’inconsistenza della nostra classe dirigente, passata, presente e futura è a dir poco sconfortante e degradante. L’umanità si concentra nelle aree urbane (megalopoli, città regioni, aree urbane estese) e organizzazioni sociali, politiche (ONU, governi, accademie, enti territoriali) immaginano come gestire questo processo attualmente in corso; ognuno con una propria agenda urbana attenta soprattutto agli interessi degli investitori, e molto meno agli interessi delle comunità che vivono in condizioni di degrado. Può apparire assurdo ma l’unica classe dirigente che ignora completamente il fenomeno in corso è quella italiana. Tutti i partiti politici presenti in Parlamento non hanno minimamente accortezza e consapevolezza della questione urbana, in generale, e tanto meno della trasformazione avvenuta nel nostro Paese. L’armatura urbana italiana è costituita da nuove città caratterizzate da “aree urbane estese” e “città regioni”, ma sono ancora amministrate da vecchi e obsoleti confini comunali, da riperimetrare nuovamente osservando i comuni centroidi e le loro conurbazioni. La maggioranza della popolazione italiana vive in “aree urbane estese”, e ciò non significa proprio nulla per chi amministra le istituzioni politiche. Siamo di fronte a una vera malattia psichica dei “nostri” politici poiché risultano inutili e dannosi. La nostra Accademia, ovviamente, produce studi e letteratura sulle città ma la realtà e le ricerche sembrano sparire nel nulla quando le istituzioni politiche, in attuazione alla nostra Costituzione, devono programmare la gestione del nostro territorio, nonostante gli evidenti problemi connessi al rischio idrogeologico e sismico, oltre alla necessità di tutelare il patrimonio esistente e rigenerare le zone consolidate delle nostre città.

Abbiamo le conoscenze e l’opportunità di aggiustare le città ma una classe politica inerte di fronte al dovere di applicare l’interesse generale impedisce l’evoluzione sociale. Bisogna capire in che percentuale pesano: stupidità, avidità ed egoismo.

Se avessimo una classe politica normale, che applica la Costituzione e quindi non eccezionale, dovrebbe porsi come priorità l’analisi delle “aree urbane estese”, e poi adottare un piano nazionale di rigenerazione territoriale e urbana interpretando correttamente la bioeconomia. In questo modo, e in un sol colpo si affronterebbero i problemi occupazionali, ambientali, sociali ed economici. E’ questa la politica industriale che serve all’Italia e soprattutto al meridione per ridurre le disuguaglianze pianificate dai Governi passati. Il nostro è il Paese con la maggiore concentrazione di patrimonio storico riconosciuto dall’UNESCO, ma non tutela il territorio per l’inconsistenza culturale della propria classe dirigente e per colpa di noi elettori gravemente ammalati di ignoranza funzionale. Il Governo avrebbe anche un Comitato interministeriale per le politiche urbane ma è depotenziato e reso inutile.

Per uscire dal nichilismo della classe politica è necessario che il tema “agenda urbana bioeconomica” diventi argomento di dibattito pubblico, fra esperti e cittadini. Viviamo nelle città ma non sappiamo cosa siano, ne subiamo i difetti, i vizi, l’inquinamento e non riusciamo ad aggiustarle. Come sistema Paese abbiamo le conoscenze e gli esperti per rimediare ma non li coinvolgiamo nella fase attuativa della trasformazione, anzi, spesso le istituzioni locali strumentalizzano le loro conoscenze, per poi scegliere progetti speculativi. Come cittadini ignoriamo i processi urbanistici e lasciamo che i nostri amministratori locali decidano per tutti, ma spesso i Consigli comunali favoriscono gli interessi degli immobiliaristi e degli speculatori recando danno alla collettività.

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ISTAT agglomerati morfologici urbani 2001

La morfologia delle aree urbane, fonte immagine ISTAT.

C’è connessione fra la mancata riforma urbanistica (regime dei suoli) e la speculazione edilizia? Ripartendo da questa domanda retorica possiamo recuperare un tema fondamentale per creare occupazione utile, per tutelare il territorio e restituire diritti a tutti i cittadini, soprattutto ai ceti economicamente più deboli. Ai noti problemi sociali delle rendite parassitarie che hanno aumentato le disuguaglianze, si aggiunge l’evoluzione del neoliberismo che ha modificato i rapporti di urbanizzazione in Occidente creando nuove strutture urbane e diversi usi del territorio. Abbiamo i fenomeni di contrazione dei comuni centroidi con la crescita di quelli limitrofi, che unendosi fisicamente creano nuove città e reti di città. In questi spazi urbani estesi troviamo le disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento. I dati dell’ISPRA, nel Rapporto 2017 sul consumo di suolo, mostrano il disastro promosso da Regioni e Comuni nel piegarsi ai capricci del mercato continuando ad approvare piani espansivi anziché rigenerare le zone consolidate, con sottovalutazione e scarsa attenzione al rischio sismico e idrogeologico. In Italia abbiamo il notissimo fenomeno dell’abusivismo edilizio, che ha una doppia radice: una motivazione dei privati nell’evadere le tasse locali (non esiste l’abusivismo per necessità) e la compiacente assenza di controlli dei funzionari pubblici di Comuni e Regioni. Le conseguenze sono disastrose: consumo di suolo, insicurezza per gli abitanti, e danno erariale. Per l’assenza di una banca dati unica e nazionale, i dati sull’abusivismo sono eterogenei, discordanti ma preoccupanti. Ad esempio, secondo l’ISTAT si stima che nel 2015, ben 20 costruzioni su 100 sono abusive, e c’è una tendenza pericolosa nella crescita del fenomeno, soprattutto in Molise, Campania, Calabria e Sicilia nel triennio 2012-2014, trend in crescita che si registra anche in Umbria, Marche, Lazio e Liguria. La decadenza sociale delle classi dirigenti, non ancora appagate dal realizzare qualsiasi capriccio, sta inventando e divulgando neologismi giuridici stupidi e immorali come “l’abusivismo per necessità” (aberrazione costituzionale, legislativa e urbanistica), e sta introducendo leggi sempre più liberiste, come il cattivo esempio della legge in Emilia Romagna. Da un lato si va oltre l’immorale e scellerato condono edilizio, e dall’altro lato si smantella persino quel poco di buono che è stato fatto in passato come il recupero urbano e la perequazione diffusa. I politicastri vanno avanti per giustificare i processi di privatizzazione delle trasformazioni urbanistiche, e sostenere consuetudini avverse ai principi della Costituzione e della legge urbanistica nazionale. Tali scelte neoliberiste sono suggerite per favorire l’avidità degli investitori privati (lascia fare al mercato) e creare valori fittizi sfruttando la rendita. Eppure, aggiustare l’Italia applicando la Costituzione crea occupazione utile, ma per farlo correttamente è necessario sia riprendere il nodo sul regime giuridico dei suoli (riforma Sullo), e sia adottare un cambio di scala territoriale e modificare gli strumenti giuridici e finanziari che giudicano piani e progetti, introducendo criteri di valutazione bioeconomica. Prima di tutto dobbiamo accettare la verità scientifica che il territorio non può essere mercificato, per ovvie ragioni di conservazione delle specie viventi, e poi ricordarsi che il diritto a edificare è concesso dallo Stato, non appartiene alla proprietà privata, pertanto l’arroganza dei privati nel voler guadagnare senza lavorare sfruttando la famigerata rendita, è un male da estirpare imitando le pratiche virtuose di altri paesi: diritto di superficie, recupero del plusvalore e tasse. In fine, dobbiamo riconoscere che la classe dirigente locale si è dimostrata incapace nel favorire piani con qualità urbanistica e architettonica, poiché uno degli scopi della legge urbanistica era di realizzare una corretta morfologia urbana, oltre alla normale costruzione dei servizi per tutti i cittadini. Dal dopo guerra in poi, in diversi comuni d’Italia, non si è realizzata né una corretta morfologia urbana e tanto meno sono stati costruiti gli standard minimi per i quartieri. Nel riparare città mal costruite, dovremmo introdurre il piano regolatore generale bioeconomico che ha la predilezione per le zone consolidate, eliminando del tutto quelle di espansione. Tale piano aggiunge alla tradizionale zonizzazione e localizzazione con mixitè funzionale e sociale, anche la misura dei flussi di energia in entrata e uscita, e la valutazione sociale degli interventi da realizzare nel livello attuativo. Nella fase attuativa, la perequazione è piegata agli scopi sociali e ambientali, favorendo progetti che risolvono problemi delle zone consolidate, e riducendo il ruolo divenuto strategico dei soggetti privati interessati esclusivamente al proprio tornaconto economico, preferendo soggetti attuatori no-profit. In tal senso è fondamentale il ruolo pubblico dello Stato, sia come figura di coordinamento e controllo, e sia come soggetto attivo (investimenti e leva fiscale) che condiziona gli investitori privati verso l’utilità sociale attraverso i criteri bioeconomici. Il punto focale dei piani bioeconomici è la realtà urbana e territoriale; non più la velleità di Sindaci e di archistar che si prestano a manipolare l’opinione pubblica, o le ambizioni di progetti “finanziati” dai privati con volgari speculazioni immobiliari. L’analisi dell’esistente è il vero piano che fa emergere i problemi rimasti insoluti, la capacità di leggere e interpretare la struttura urbana e territoriale, la carenza di standard nelle zone consolidate, il ciclo vita degli edifici e il degrado, la mobilità e gli stili di vita, i servizi. Osservando le aree urbane è necessario che il sapere tecnico sia a servizio diretto dei cittadini con processi di partecipazione attiva, favorendo il dialogo sui problemi da risolvere, e presentando visioni progettuali con trasformazioni urbanistiche che migliorano le zone consolidate suggerendo soluzioni urbane, architettoniche e tecnologiche adeguate.

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Avevo già accennato al percorso dell’UE circa l’elaborazione di una cosiddetta agenda urbana europea (Patto di Amsterdam), così come l’inevitabile inefficacia di tale approccio politico. Cos’è l’agenda urbana europea? Un insieme di buone pratiche e consigli dove le stesse amministrazioni politiche decidono cosa conviene realizzare rispetto al consenso politico. L’approccio è quello del politico che si parla addosso, mentre sceglie i temi che conviene proporre escludendo quelli più scomodi. Sono presenti argomenti che attirano l’attenzione come la sostenibilità, l’energia e la mobilità, ma manca la pianificazione urbana. Sembra assurdo ma nell’agenda urbana europea manca proprio la pianificazione e lo storico conflitto innescato dalle rendite. Sull’agenda urbana anche l’ONU ha le sue linee guida da suggerire (Conferenza Habitat III di Quito). Il tema della cosiddetta agenda urbana rispecchia il paradigma neoliberale attuale, e così l’agenda è declinata come l’ennesimo modello competitivo fra città e territori, tutti tesi a individuare temi e progetti da far competere per attrarre investitori privati e risorse finanziarie.

Problemi culturali e amministrativi dell’approccio sono proprio i meccanismi decisionali chiamati governance multilivello. In questo dibattito di governance multilivello ci sono varie visioni, ove sono state sviluppate proposte di politiche territoriali, di coesione territoriale e di policentrismo (SSSE – Schema di Sviluppo dello Spazio Europeo). Non solo l’agenda europea è praticamente immatura, e appare come strumento di propaganda politica, ma distribuisce risorse in funzione di una crescita continua della produttività delle imprese, dove il profitto privato delle imprese multinazionali possa trarne i maggiori ricavi nello scegliere un territorio piuttosto che un altro, e in questa scelta un ruolo importante è rappresentato dalle politiche urbane. E’ sempre l’obsoleto PIL, l’indicatore preso in considerazione dai decisori politici. I cittadini sono allo scuro di queste riflessioni di geografia politica, nonostante gli argomenti coinvolgono direttamente i territori, poiché la coesione ha tre componenti come: la qualità territoriale (ambiente di vita e di lavoro, benessere, servizi, conoscenza), l’efficienza territoriale (utilizzo delle risorse naturali, paesaggistiche, energetiche, attrattività e competitività) e l’identità territoriale (presenza di capitale sociale, salvaguardia delle specificità e delle vocazione produttive). In quest’ottica si intuisce che la coesione è una politica territoriale quando fa gli interessi delle comunità e non l’esclusivo interesse delle multinazionali.

Siamo entrati nell’era urbana, e la classe politica sembra non essere interessata a cambiare le politiche urbane, sembra incapace di riconoscere l’importanza della pianificazione urbanistica. Le istituzioni fanno fatica a riconoscere la necessità di un cambiamento radicale, nonostante sia chiaro che le politiche urbane neoliberali distruggono risorse, territori e creano disoccupazione. Inoltre le classi dirigenti appaiono incapaci di ascoltare e valorizzare le voci autorevoli che propongono un cambiamento culturale anche nell’urbanistica. La scuola territorialista, molto nota all’estero, ha le capacità per proporre un cambiamento attraverso la proposta progettuale della bioregione urbana, così come la corretta interpretazione delle aree funzionali riclassificate nei sistemi locali del lavoro.

Ancora oggi le città sono considerate merce e le trasformazioni urbane sono realizzate per aumentare la produttività delle imprese, e non per sostenere lo sviluppo umano. Le città sono merce, nonostante questo non sia neanche il dettato costituzionale e neanche quello della legge urbanistica nazionale. Il capitalismo è una forma sofisticata di razzismo basata sulle opportunità economiche, ed ha sfruttato la tecnica della pianificazione urbanistica per usurpare e allontanare i ceti meno abbienti dai territori che l’élite sceglieva per se, ciò è sempre esistito, poi nell’Ottocento la finanza affinò la fattibilità delle trasformazioni urbane per scaricare i costi prima sul nascente stato moderno, e poi sul cosiddetto libero mercato perseguendo due vantaggi tipici per i razzisti, impedire ai ceti economicamente più deboli di vivere in luoghi urbani meglio progettati e guadagnare senza lavorare attraverso la rendita.

L’Italia ancora non ha sviluppato una propria agenda urbana, nonostante sia nota la crisi delle città, nonostante degrado e sottosviluppo creati dal capitalismo neoliberale sono ampiamente diffusi e realizzati dagli Enti locali, a danno della collettività e dei ceti meno abbienti. Solo un’organizzazione politica stupida e immorale può pensare di distribuire risorse prestandole secondo logiche di profitto. Le aree urbane italiane sono vulnerabili per una serie di motivi: rischio sismico e idrogeologico, ciclo vita degli edifici. Se fossimo cittadini ragionevoli saremmo capaci di selezionare una normale classe dirigente, per realizzare un cambiamento di scala amministrativa leggendo le aree urbane estese, le nuove città italiane, e poi utilizzeremo la bioeconomia per pianificare città e territorio.

Priorità e appunti per l’Agenda:

  • Cambiare la scala territoriale osservando le nuove città (aree urbane estese) costituite da comuni centroidi e conurbazioni.
  • Osservando le nuove città: adottare piani regolatori generali bioeconomici che applicano il metabolismo urbano e si occupano di recuperare i centri e rigenerare le zone consolidate, senza nuove espansioni.
  • E’ necessario un processo di riordino, di armonizzazione e di semplificazione di tutte le leggi che condizionano e determinano il governo del territorio affinché sia chiaro a progettisti e pubblica amministrazione come applicare l’articolo 9 della Costituzione e sviluppare nuovi piani che rigenerano gli ambienti costruiti secondo i principi della “sostenibilità forte”.
  • Il regolamento edilizio nazionale dovrà porre attenzione ai principi di bellezza e decoro urbano adottando anche “schede norma figurative” per comunicare efficacemente un’adeguata morfologia figlia della qualità urbana.
  • Riscrivere la legislazione sugli appalti pubblici con grande attenzione all’etica e alla trasparenza.
  • Sconfiggere la rendita di posizione attraverso tecniche di recupero del plusvalore fondiario, oppure cancellare il valore economico dei suoli (siano essi edificabili o non).
  • Avviare processi di partecipazione popolare per il governo del territorio e ricostruzione delle comunità attraverso esperienze di co-gestione fra Enti pubblici e cittadini (democrazia economica con l’azionariato diffuso popolare).
  • Sviluppare la resilienza urbana e territoriale.
  • Gestione dei processi attraverso l’aggiornamento culturale di dirigenti e funzionari pubblici, e liberi professionisti, al fine di garantire la realizzazione delle trasformazioni in tempi ragionevoli, e gestire i servizi realizzati nel rispetto della tutela delle risorse finite, applicando la trasparenza e la partecipazione popolare.
  • Valutazione dei progetti aggiornando i criteri estimativi distinguendo beni e merci nel solco della bioeconomia, dando priorità alla convenienza ecologica dei progetti, affinché il territorio non sia più gestito come una merce, e siano individuati beni da sottrarre alle logiche mercantili.
  • Pianificare i sistemi locali con l’approccio bioregionalista:
    • mettere in sicurezza il territorio dal punto di vista idrogeologico;
    • rifunzionalizzare i sistemi insediativi aumentando la biodiversità;
    • riusare e riciclare le acque in area urbana;
    • attrezzare i territori intermedi per il sistema agroalimentare locale;
    • attrezzare le aree interne e le aree montane;
    • valorizzare la mobilità sostenibile e lenta;
  • Trasformare i piani espansivi in “piani di quarta generazione”. Rigenerare i tessuti urbani esistenti e recuperare gli standard mancanti con l’approccio bioeconomico.
  • Recuperare i centri storici con l’approccio conservativo.
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Salerno, scenario di rigenerazione urbana bioeconomica, tesi di laurea Giuseppe Carpentieri.

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rigenerazione-urbana-bioeconomica

La sfida della nostra società è cambiare il paradigma culturale che guida gli stili di vita degli abitanti nelle città esistenti. Una sterminata letteratura straniera parla di rigenerazione urbana, ma gli interventi di trasformazione realizzati in occidente hanno avuto conseguenze contraddittorie. Spesso hanno fatto prevalere gli interessi degli investitori e innescato processi di gentrificazione, sostituendo l’identità dei luoghi con persone più ricche e hanno cambiato gli stili di vita delle persone, limitandosi a cambiare l’aspetto dei quartieri. Viviamo nell’epoca urbana e le città italiane continuano ad essere luoghi ignorati dalla classe dirigente e mal pianificati. Nei pochi interventi urbani che si realizzano, i meccanismi economici delle trasformazioni escludono i ceti più poveri preferendo quelli economicamente più forti, mentre le città continuano a sprecare energie contribuendo a distruggere le risorse finite del pianeta, e lasciando un pianeta peggiore alle future generazioni. Abbiamo una sola certezza: l’aumento degli individui nelle aree urbane con stili di vita consumistici produrrà un aumento dell’impronta ecologica. Per rimediare a ciò è necessario un lungo e consapevole percorso nel ridurre gli sprechi (consumi inutili) e nel ridurre la dipendenza dagli idrocarburi. Questo percorso può funzionare solo col sostegno di politiche pubbliche e solo condizionando gli editori dei media che hanno una grande responsabilità politica attraverso la pubblicità.

Il territorio italiano si caratterizza con insediamenti urbani vulnerabili: disordine urbano; densità; scarsa accessibilità; carenza di servizi; disoccupazione ed esclusione sociale; dipendenza dagli idrocarburi; rischio sismico e idrogeologico; ciclo vita degli edifici. In Italia esistono 611 Sistemi Locali del Lavoro individuati dall’ISTAT.

Le comunità esistenti nelle aree urbane stanno perdendo la sfida di rigenerarsi per ragioni culturali. La popolazione non conosce l’urbanistica e non partecipa alla vita di comunità, è psico programmata dalla religione capitalista che ha saputo diffondere egoismo, apatia, nichilismo, ignoranza funzionale e di ritorno, favorendo la regressione della specie umana, oggi facilmente guidata dai capricci indotti dalla pubblicità.

Inoltre le istituzioni locali, Comuni e Regioni, sono del tutto obsolete ad affrontare i cambiamenti sociali consolidatisi negli ultimi trent’anni. L’industrialismo abbandonava le città mentre i politicanti locali deliberavano obsoleti piani di crescita urbana attraverso le speculazioni per inseguire i capricci delle imprese, e in questo modo hanno fatto esplodere le città italiane favorendo la cosiddetta dispersione urbana (sprawl) e consumando inutilmente suolo agricolo. Eleggere Sindaci e Consigli comunali è inutile. sia perché gli individui vivono e consumano in un’area più vasta chiamata “sistema locale”, cioè un’area funzionale dove si sviluppano le relazioni sociali ed economiche, e sia perché la religione liberale ha esternalizzato la gestione dei servizi a società di profitto. I veri Sindaci delle città sono amministratori delegati di SpA. Una seria riforma dovrebbe eliminare poltrone politiche inutili osservando l’esistenza dei “sistemi locali”, introdurre e sperimentare forme di partecipazione popolare diretta, e riorganizzare la pubblica amministrazione per deliberare piani urbanistici bioeconomici e sviluppare bioregioni urbane da rigenerare. Cittadini e pianificatori dovrebbero sperimentare la democrazia per costruire le bioregioni urbane dentro i sistemi locali per rigenerarli. Gli attuali strumenti di pianificazione, frutto di Enti obsoleti, sono previsioni inutili sia perché sono ancora pensati nella speranza di far crescere l’area urbana convinti che un mercato possa assorbire un’offerta di immobili non richiesti, e sia poiché rispecchiano un limite territoriale amministrativo ormai anacronistico. Anche per questo motivo stiamo perdendo la sfida urbana.

Nella migliore delle ipotesi, politici illuminati potrebbero proporre piani intercomunali bioeconomici fra i comuni centroidi e le loro conurbazioni all’interno dei sistemi locali. E’ un processo fattibile poiché i Comuni hanno l’autonomia per promuovere unioni, consorzi e ridisegnare il proprio territorio proiettandosi verso una bioregione urbana e seguire il bene comune. Questo percorso politico virtuoso può diventare un tema politico per rigenerare aree urbane e territori. E’ percorso lungo, dove le persone in maniera consapevole avviano processi di rigenerazione morale, politica e quindi urbana.

Pensiamo ad un esempio concreto: il sistema locale salernitano. La città capoluogo (comune centroide) ha una popolazione di circa 135.000 abitanti, mentre il SLL salernitano è costituito da 22 comuni con circa 500.000 abitanti. La nuova struttura urbana, la nuova città, è costituita dal comune centroide e le sue conurbazioni, e conta 11 comuni con circa 300 mila abitanti; ed è l’ambito territoriale da amministrare e gestire con un piano regolatore generale bioeconomico. I Piani urbanistici di questi comuni sono del tutto obsoleti di fronte agli stili di vita degli abitanti, e così c’è una sistematica carenza di servizi, dalla mobilità ai servizi di quartiere, dal consumo del suolo agricolo all’inquinamento, dalla disoccupazione alla qualità di vita. Per conoscere le difficoltà di un’area del Sud come Salerno, dobbiamo osservare e pensare in funzione del cambiamento culturale, e cosi non solo conoscere e analizzare il territorio con gli occhi della bioeconomia, ma possiamo anche osservare i nuovi indicatori come il Benessere Equo e Sostenibile. E’ con questo approccio che si produce nuova occupazione utile e restituisce vitalità ai luoghi urbani applicando i principi costituzionali di tutela e di valorizzazione del proprio patrimonio storico e ambientale.

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rischio sismico unità misura

La comunicazione mediatica contribuisce a creare confusione sull’uso dei termini modificando la nostra percezione delle cose. Ho già scritto che il termine innovazione non è sinonimo di miglioramento, e da molti anni si crede che la crescita economica in sé produca benessere, confondendo il progresso con la crescita, con la produttività in un pianeta dalle risorse limitate e finite. La crescita continua della produttività, accelerata durante l’era moderna, ha sfruttato le innovazioni per accumulare capitali, e l’ha fatto utilizzando anche metodi e strumenti di degrado, come obsolescenza pianificata. In questo modo l’innovazione tecnologica e informatica in quanto tali non sono sinonimo di miglioramento quanto piuttosto di regresso civile e ambientale. L’impiego delle macchine ha favorito l’aumento della disoccupazione e le istituzioni politiche sono rimaste a guardare, anziché ripensare la società. Infine la concentrazione di capitale nelle mani pochi ha sostituito la democrazia con l’oligarchia e sta contribuendo a riportare la società al mondo feudale, costruito sui rapporti di vassallaggio.

Durante questa regressione sociale e nel caos linguistico però ci sono stati anche dei miglioramenti che possono essere utilizzati dai cittadini. Da diversi anni c’è stata un’innovazione utile, cioè un cambiamento tecnologico che può produrre un miglioramento per l’ambiente se fosse diffuso sul territorio. Questo è accaduto nel campo delle tecnologiche per l’architettura. Da molti secoli i popoli consapevoli hanno saputo impiegare le materie e le risorse locali per costruire abitazioni capaci di costruire un rifugio adeguato nonostante le avversità ambientali; basti pensare agli insediamenti umani nel Nord Africa e nel Medio Oriente, così come i villaggi nelle foreste amazzoniche. Tali pratiche costruttive tradizionali hanno la virtù di essere comportamenti sostenibili ma ignorano le innovazioni meccaniche. Le rivoluzioni scientifiche e industriali hanno consentito uno sviluppo tecnologico in termini di prestazioni meccaniche (miglioramento) mentre l’economia inserita nell’ingegneria ha innescato una regressione culturale in termini di comfort ambientale (peggioramento). Parte degli edifici costruiti nel Novecento ha un deficit prestazionale ambientale, ed a questo si aggiunge il loro fine ciclo vita in termini di resistenza meccanica (prestazioni statiche). Negli ultimi decenni l’innovazione tecnologica nelle tecniche costruttive e dei materiali ha conseguito risultati importanti rimuovendo gli errori progettuali del Novecento. Oggi la prassi progettuale degli edifici è pressoché perfetta. Oggi le persone hanno uno strumento burocratico in più, perché possono commissionare l’Attestazione di Certificazione Sismica. Il tecnico progettista può assegnare una classificazione di rischio e consentire di avere piena coscienza dei limiti strutturali del proprio immobile, e quindi agire di conseguenza per porre rimedio, salvandosi la vita.

Gli interventi per porre rimedio sono di due tipi: analisi della vulnerabilità sismica e la diagnosi energetica. Per intervenire è indispensabile il rilievo dell’edificio, cioè l’informazione fondamentale che indica come agire consigliando anche il progetto (ristrutturazione, manutenzione …) che illustra anche i relativi costi (computo metrico). Per gli edifici storici è necessario un rilievo finalizzato alla conservazione. Il primo intervento di analisi (vulnerabilità) e i relativi costi dipendono dal rilievo (valutazione dello stato di fatto), dal comportamento meccanico dei materiali costituenti la struttura (muratura, cemento armato, acciaio, legno) e dal contesto (progettazione e trasformazioni, valutazione del dissesto, degrado e difetto dei materiali, manutenzione e difetti di esecuzione, eventi eccezionali, ecc.).

Per migliorare le prestazioni energetiche dell’edificio sono necessari due requisiti: ambientale – controllo della temperatura, comfort, controllo dell’orientamento – e; tecnologico – isolamento termico, controllo dell’inerzia termica, controllo del fattore solare, controllo delle condense interstiziali, tenuta all’acqua, tenuta all’aria. Per i requisiti di carattere tecnologico i progettisti intervengono sull’involucro dell’edificio, mentre per i requisiti di carattere statico intervengono sulla struttura portante. L’involucro è l’elemento fisico che media fra ambiente esterno e l’interno dell’edificio, ed ha la funzione di controllare i flussi termici entranti e uscenti dell’organismo edilizio. Per intenderci, controllando l’inerzia termica (dipende dallo spessore del materiale, dalla capacità termica e la sua conduttività λ) e lo sfasamento dell’onda termica dell’involucro, si può intervenire ponendo l’isolamento a cappotto sulla parete esterna, e sulla copertura con isolamento all’estradosso, al fine di raggiungere accettabili livelli di benessere termico estivo.

Osservando gli strumenti giuridici nel corso degli anni, la stranezza (o stupidità) dell’azione politica del nostro legislatore è che ha dato priorità (incentivi fiscali) agli interventi sull’involucro edilizio e non alla struttura portante, dichiarando indirettamente che la vita umana è meno importante del risparmio energetico. E l’ha fatto con grande tranquillità poiché i cittadini stessi non sono affatto informati o preoccupati della sicurezza dei propri edifici, nonostante sia la nostra incuria ad uccidere quando la natura si manifesta con la forza sismica, o con un’alluvione che può favorire frane e allagamenti. Solo recentemente, il legislatore e il Governo, dopo l’ennesimo sisma che ha distrutto numerose abitazioni a Ischia, hanno approvato il cosiddetto Sisma bonus e la detrazione fiscale degli interventi di adeguamento sismico. Resta grave l’incapacità di controllare pianificazione urbanistica e attività edilizia sul territorio per evitare la speculazione che produce sia danni sociali e sia morti consentendo di edificare ovunque, fregandosene delle conoscenze ampiamente diffuse circa i rischi territoriali.

Per avere un’idea verosimile del peso economico, e cioè degli investimenti necessari solo in Italia è sufficiente ricordare che il Governo stesso nel 2011, solo per intervenire sulla riduzione del rischio idrogeologico, stimò circa 40 miliardi di euro. Intervenire nelle 26 città in contrazione servirebbero circa 56 miliardi (stima a ribasso) per rigenerare i quartieri di edilizia moderna (il famigerato boom economico). Per la prevenzione del rischio sismico, nel 2013 gli ingegneri hanno stimato 93,7 miliardi per le case di tutti gli italiani, mentre l’Oice ha stimato 36 miliardi per interventi di adeguamento. Restando nel piano ideologico dell’economia del debito non ci saranno questi investimenti, basti osservare gli spiccioli a debito del famigerato piano Junker, ed è necessario, non solo ripristinare la sovranità, ma uscire dalla religione della crescita, poiché gli investimenti che servono alla specie umana non necessariamente creano un ritorno economico per gli investitori. La moneta dovrà essere a credito.

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E’ indispensabile per favorire l’occupazione utile e sostenere programmi, piani e progetti di territorializzazione poiché aiutano l’economia locale e il recupero di processi identitari. Tutto il meridione soffre di mancanza di collegamenti efficaci fra i nodi (le città) della rete e questo danneggia le relazioni che sono la fonte dello sviluppo umano. E’ determinante non solo favorire politiche bioeconomiche ma costruire le connessioni rispetto a una nuova costruzione sociale che rilocalizza le attività produttive con criteri di sostenibilità e mostra la cultura locale. In tal senso la costruzione culturale della nuova rete meridionale deve migliorare l’accessibilità e la complementarietà rispetto alla disponibilità di risorse naturali e migliorando la qualità di vita degli abitanti.

Da qualche anno si è consolidato l’approccio sistemico nell’analisi dei territori. L’Istat pubblica l’aggiornamento dei sistemi locali del lavoro che forniscono indicazioni territoriali circa le relazioni commerciali, mentre il mondo dell’agricoltura propone i bio distretti, cioè territori legati da relazioni commerciali con specifiche sensibilità culturali per l’economia locale frutto della qualità biologica dei prodotti. Nel campo della pianificazione territoriale si propone la bio regione urbana costituita da comunità rinchiuse in un insieme di relazioni antropiche basate sulle capacità auto rigenerative del territorio. Bio regione urbana, sistemi locali e bio distretti hanno in comune la capacità di individuare uno spazio fisico determinato dalle relazioni umane condizionate dalle risorse del territorio. Questo approccio evolutivo consente di mostrare gli ambienti attraverso le analogie della biologia costituita da relazioni energetiche, pertanto si esce dai vecchi schemi mentali che individuavano il territorio rispetto ai confini politici e si entra nel mondo delle relazioni e degli scambi energetici.

sistemi locali in Provincia di Salerno

Sistemi locali del lavoro nella Provincia di Salerno, ISTAT 2011

Un’economia sostenibile e prosperosa poggia la sua forza proprio sulle capacità energetiche ed auto rigenerative del territorio, e usa razionalmente tali risorse per garantire il medesimo stock di capitale naturale alle future generazioni realizzando scambi, relazioni efficaci e valorizzando il territorio attraverso una conversione ecologica delle imprese.

sistemi locali in Provincia di Salerno auto contenimento offerta di lavoro

Indice di auto contenimento, dell’offerta di lavoro dato dal rapporto fra occupati che risiedono e lavorano e totale occupati all’interno del SLL.

All’interno dell’ideologia della crescita continua, l’economia locale è stata cancellata dal mondo finanziario globalizzato, ma può rinascere creando prosperità per le imprese e gli abitanti del territorio attraverso la rilocalizzazione produttiva e il consumo di prodotti locali generati da processi di qualità. Si tratta di sostituire i prodotti delle multinazionali e di una grande distribuzione organizzata indirizzata solo verso la crescita continua e quindi poco intelligente, con i prodotti trasformati attraverso processi sostenibili, compatibili con la sicurezza alimentare, con prodotti migliori delle sedicenti certificazioni, create ad hoc per favorire le multinazionali. Rilocalizzando le produzioni è possibile aumentare l’auto contenimento dell’offerta di lavoro all’interno dei sistemi locali. Investendo risorse pubbliche e private in questo percorso bioeconomico si riduce la disoccupazione e lo stesso accade investendo nella conservazione e la rigenerazione dei sistemi locali attraverso progetti sostenibili, cioè che coinvolgendo direttamente le comunità nella creazione di politiche abitative, energetiche, sociali e culturali.

sistemi locali in Provincia di Salerno tasso di occupazione

Il cambiamento nasce dalla domanda di qualità frutto di un percorso di consapevolezza culturale circa i reali bisogni umani. Si tratta di uscire delle logiche di profitto, cambiare totalmente il paradigma culturale della società, per consentire l’intera conversione ecologica dei territori sfruttando i modelli biologici che fanno nascere sistemi locali auto sostenibili, di fatto realizzando una piena occupazione e una prosperità duratura della specie umana grazie alla cancellazione dell’inquinamento all’interno dei territori e l’uso razionale delle risorse.

In termini pratici è sufficiente che cittadini ed esercenti la smettano di acquistare prodotti scadenti e “colonizzatori” per consumare i prodotti locali ma trasformati con protocolli sostenibili per l’ambiente e la salute umana. Il consumo consapevole stimola la nascita di una nuova domanda di prodotti e le imprese si adeguano, oppure nascono nuove imprese ma sostenibili che rispondono alla nuova domanda emergente. In tal senso la sensibilità e la cultura dei cittadini è fondamentale per rilocalizzare le produzioni generando nuova occupazione e utile al territorio.

Un’osservazione sulla realtà molto importante per i concetti sopra espressi, dall’analisi dei flussi di materia risulta che l’economia italiana è sostanzialmente autosufficiente solo per i materiali utilizzati soprattutto nelle costruzioni (ISPRA, Uso della risorse e flussi di materia), ciò vuol dire che dipendiamo dall’estero importando materie in altri ambiti, persino quello alimentare generando sprechi evitabili. Osservando la realtà dei reali fabbisogni si comprende che bisogna investire in un’economia più autarchica per generare prosperità sia nell’attività edile nella direzione della conservazione e non più dell’espansione, e sia nella direzione della sovranità alimentare. Nell’ambito edile, non importando materie dall’esterno vuol dire che ogni investimento realizzato genera il 100% dei ricavi per l’economia locale, lo stesso può accadere per l’ambito alimentare, e può accadere anche in altri ambiti come la ricerca e l’innovazione.

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Biodistretto del Cilento

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