Speculazioni e piani edilizi

Dando uno sguardo veloce all’attività edilizia ed al piano urbanistico salernitano con le recenti varianti e gli aggiornamenti, si riscontrano scelte politiche irrazionali che non reagiscono alla crisi economica innescata dalla globalizzazione neoliberista, mentre il persistere di regole comunitarie insensate continuano a far soffrire gli enti locali e a far persistere le disuguaglianze territoriali. Il ceto politico è ancora influenzato da paradigmi culturali obsoleti e dannosi replicando schemi e cicli economici neoliberali, tant’è che nei “piani” persistono tentativi e operazioni speculative immobiliari sul nostro territorio con l’illusione di attrarre investimenti privati. Il ceto politico locale è immerso nel nichilismo urbano che produce merci svuotando di senso e d’identità la città, condannata alla marginalità per assenza di visione culturale e politica. Nell’Accademia si insegna che la regola è progetto, cioè che i regolamenti urbanistici dei piani regolatori determinano la costruzione della città, mentre nella realtà campana e non solo quella, la speculazione è progetto, cioè la deregolamentazione, la deroga e le continue varianti snaturano qualunque analisi urbana e svuotano di senso compiuto qualunque disegno urbano (ove mai questo ci fosse), e tale ossimoro si realizza attraverso la degenerazione morale e l’ignoranza del peggior ceto politico locale, analfabeta e asservito al vassallaggio. Queste scelte dannose dovrebbero aprire dibattiti pubblici e riflessioni più approfondite poiché la deroga alle regole compositive ha il serio rischio di aumentare le disuguaglianze anziché ridurle, e secondo il mio modesto parere, un attento osservatore dovrebbe evidenziare due aspetti: l’assenza della disciplina urbanistica e la stupidità, nel senso proprio del termine, cioè il “piano” adottato dall’Amministrazione denota scelte di scarsa intelligenza con ottusità di mente. Perché scarsa intelligenza e ottusità di mente? L’Amministrazione, innanzitutto, continua a non avere un’idea di piano trascurando problemi noti e vecchi come la normale manutenzione del patrimonio pubblico, la carenza di standard, una cattiva morfologia urbana che andrebbe corretta, la prevenzione dal rischio sismico e idrogeologico, l’affollamento e il consumo di suolo, il rapporto con l’area urbana estesa. E poi questo ceto politico continua ad assecondare programmi edilizi contribuendo a distruggere il settore delle costruzioni anziché aiutarlo, un settore già notoriamente in crisi poiché imploso sull’obsoleto modello di capitalismo urbano viziato dalla famigerata rendita e colpito dalla nota delocalizzazione produttiva che ha creato nuova disoccupazione e stimolato nuova emigrazione verso Sistemi Locali del Lavoro più attraenti e meglio organizzati. Il sistema urbano salernitano, costituito da un’area estesa di 11 comuni ha un alto tasso di disoccupazione; il capoluogo perde abitanti, l’area ha una carenza di infrastrutture, servizi e standard minimi, la crescita urbana è avvenuta in maniera disomogenea attraverso processi edilizi speculativi, mentre si dovrebbe manutenere il proprio patrimonio naturale con interventi di bonifiche e rigenerativi. In questo contesto urbano complesso, il capoluogo salernitano trascura la realtà dell’ambiente costruito, la guida politica trascura la disciplina urbanistica e continua a programmare la costruzione di edifici multipiano quando è evidente che bisogna intervenire sull’agglomerato edilizio esistente che necessita di manutenzione, e di realizzare standard e servizi poiché mancanti. Bisogna essere stupidi per fregarsene della realtà e dei reali bisogni delle persone costrette a vivere in un contesto di marginalità e fragilità economica con l’aumento del rischio povertà. Occupare l’attività edilizia esclusivamente con la costruzione di nuove palazzine multipiano significa giocare d’azzardo sul bene comune, si tratta di scommesse ad alto rischio per banche e costruttori stessi, i quali forse sono avidi di immorali rendite parassitarie. E pensare che in altre Nazioni tutto ciò è persino illegale (Inghilterra, Olanda, Svezia, Germania) poiché le scelte della pianificazione sono nelle mani dello Stato, dotato di uffici di piano con un’adegua cultura della disciplina, con regole che controllano il mercato urbano sia tassando le rendite e sia indirizzano gli interessi dei privati nel costruire la cosiddetta “città pubblica”. In determinati contesti esiste persino il recupero del plusvalore fondiario generato dalle urbanizzazioni, e il mercato immobiliare è controllato e/o calmierato per limitare i processi di gentrificazione. In Campania si fa l’opposto ed è il paradiso di liberisti e speculatori; le Amministrazioni appiano negligenti e incapaci di costruire la “città pubblica” perché la Regione non ha voluto dotarsi di adeguati strumenti tecnico-giuridici, tant’è che non è in uso una perequazione urbanistica diffusa perché qui è possibile realizzare quella di comparto, con la conseguenza che le regole edificatorie (indici e mq) possono essere definite persino in fase attuativa con grave danno alla cosa pubblica e all’inefficacia dei principi perequativi perché si determina discriminatorietà dei valori e delle proprietà. Il nostro ceto politico, trascura il principio dell’uso sociale dei suoli, e così non controlla il mercato immobiliare e non tassa le rendite immobiliari, così come non conosce il recupero del plusvalore fondiario ma addirittura per consuetudine favorisce chi specula e/o attraverso la deregolamentazione suggerisce implicitamente di speculare. Appare del tutto assurdo ma violando principi costituzionali e della legge urbanistica nazionale sembra che a Salerno si possa realizzare una liberalizzazione dell’attività edilizia; sembra che chiunque voglia scommettere su stesso, lo possa fare poiché prima o poi l’Amministrazione asseconda piani attuativi slegati da analisi urbanistiche e/o previsioni di piano.

Due esempi clamorosi già noti alle cronache: circa 5 anni fa, si presentò un piano attuativo firmato dall’archistar milanese Dante Benini, in pieno centro, cioè piazza della concordia che prevedeva di costruire una torre di 30 piani; progetto mai realizzato. Poi c’è il caso dell’ex Marzotto, area che da tempo è interesse di soluzioni lottizzative, un primo piano per costruire alloggi privati risale agli anni 2011-12 (progetto vulcanica), ed oggi l’Amministrazione approva un altro piano attuativo (del gruppo Rainone-Postiglione) che prevede sempre una lottizzazione privata e un centro commerciale. Questi esempi, come molti altri casi “salernitani” non devono essere giudicati come casi “illegali” perché i costruttori operano in completa legittimità e legalità, ma è evidente la grave colpa della classe politica che fa l’opposto di qualunque Nazione ove esiste cultura e disciplina urbanistica, e dove, guarda il caso, il settore delle costruzioni non è in crisi come il nostro perché più controllato e monitorato dalla mano pubblica che, prima di tutto, si impegna ad attuare una corretta pianificazione territoriale e urbanistica per realizzare l’interesse generale: tutela del territorio, uso sociale dei suoli e controllo delle rendite. Nel nostro Paese, corretta pianificazione territoriale e urbanistica sono sparite… Sullo docet!!!

PUA ex-marzotto lottizzazione
fonte immagine skyscaprercity.

Il render tratto da skyscaprescity dovrebbe rappresentare il PUA approvato. Il progetto non rispetta il disegno della zonizzazione 2018 adottata dall’Amministrazione poiché l’intervento occupa anche il verde di rispetto che ricade nell’area ex-marzotto, oggi area AT_R30 (area di trasformazione urbana residenziale) nel PUC. L’approvazione del PUA conferma un’ipotesi politica drammatica, non esiste un piano da rispettare ma richieste private da esaudire che possono anche cambiare il “piano” stesso, non è la prima volta che si verificano cambiamenti del designo urbano, già approvato dal Comune. In questo contesto ci troviamo nella consuetudine politica di regalare facili profitti agli investitori privati fregandosene dei problemi urbani esistenti. Un’area ex produttiva che non viene utilizzata per costruire servizi pubblici e non risponde ai bisogni della collettività ma è sfruttata per l’ennesima lottizzazione privata. Da circa venticinque anni, la guida politica applica il paradigma delle destre liberali e neoliberali: appropriarsi dei diritti collettivi per il mero tornaconto personale e così ancora una volta si ignora la pianificazione, si trascurano i principi della legge urbanistica nazionale, così come si trascura la realtà salernitana (basti pensare alla avvenuta contrazione della città e alla nascita della nuova struttura urbana estesa). L’intervento costruisce tre torri di 18 piani che superano di gran lunga le altezze esistenti dentro l’area urbana consolidata (zona B), gli edifici più alti della città e un annesso centro commerciale. Cui prodest? Una delle grandi virtù della legislazione urbanistica italiana, tutt’ora in vigore, è prima di tutto, il principio dell’uso sociale dei suoli (l’interesse generale) e poi i famosi limiti inderogabili di densità edilizia, di altezze e di distanza per le zone A e B, che evitano le famigerate speculazioni edilizie. Per le zone consolidate, uno degli obiettivi chiaramente enunciati nel DM 1444/68 è il decongestionamento, cioè l’opposto del PUA approvato che aumenta i carichi urbanistici, cioè congestiona l’area. Cui prodest il PUA ex-marzotto? Sicuramente non giova alla collettività ed è evidente che non c’è l’interesse generale. Non è la prima volta che l’Amministrazione viola o edulcora principi e leggi nazionali sul governo del territorio, anzi è abituata a farlo basta guardare il PUC a partire dal 2005. Questa condotta illegittima è ampiamente diffusa poiché in Italia non esistono controlli e sanzioni efficaci per dirigenti e funzionari pubblici che trascurano il corretto governo del territorio mentre, spesso, si lasciare fare alle imprese private che perseguono il proprio interesse nel trarre profitti dalle famigerate rendite parassitarie.

estratto zonizzazione 2018 PUC Salerno
Estratto dalla tavola P2 zonizzazione PUC 2018, l’intervento ricade nell’AT_R30.

In molti l’hanno dimenticato… l‘urbanistica non nacque per regalare profitti ai privati ma per aggiustare i danni ambientali e sociali innescati dall’industrialismo, e in Italia è la Costituzione che ordina di usare la pianificazione per costruire diritti a tutti i cittadini rimuovendo le disuguaglianze territoriali. I principi della legge urbanistica italiana sono chiari e prevedono che i Comuni adottino piano ben fatti, cioè significa che il ceto politico, da un lato deve tutelare il paesaggio e dall’altro lato deve costruire i diritti mancanti. Lo strumento per costruire diritti e rimuovere le disuguaglianze è il piano ma nel corso dei decenni, buona parte delle Amministrazioni politiche ha scelto non di fare bene i piani preferendo le speculazioni che hanno aumentato le disuguaglianze e creato danni ambientali. Con la riforma della Costituzione, molte Regioni hanno sviluppato leggi proprie (disuguaglianze territoriali) con procedure e strumenti ove ormai i piani hanno una parte strutturale (di indirizzo strategico) e un’altra operativa (zonizzazione e regole) con diritti minimi (standard e dotazioni minime) diversi e superiori a quelli indicati dalla normativa nazionale (DM 1444/68). Alcune Regioni hanno sviluppato prassi e piani ben fatti con dotazioni superiori, e altre si sono limitate al compitino richiesto dalle leggi ma fatto male perché si sono affidate al mercato aprendo a possibili speculazioni. Buone pratiche sono presenti in Toscana, Umbria, Emilia Romagna e Lombardia anche per tradizioni culturali di sinistra, sviluppando disegni urbani corretti poiché più attente alla pianificazione urbanistica, mentre le altre Regioni hanno rinunciato alla pianificazione e si sono affidate all’avidità della borghesia locale e al famigerato laissez faire del mercato.

Tornando al caso salernitano, la guida politica, sempre la stessa durante gli ultimi venticinque anni, anziché adottare piani urbanistici per rigenerare la città contrastando le disuguaglianze sociali ed economiche, e affrontando la drammatica realtà, ha deciso di continuare a favorire la crescita della rendita urbana incamerata dalla borghesia locale. Continuare a regalare rendite parassitarie alla borghesia è una scelta palesemente dannosa per la comunità oltreché anacronistica, anche per quei territori notoriamente speculativi che si trovano solo negli USA. Il caso salernitano andrebbe governato con un approccio opposto e quindi non speculativo, basterebbe copiare le esperienze olandesi, tedesche, scandinave ove è lo Stato che incamera la rendita per costruire la città pubblica e così garantisce diritti a tutti i cittadini, tutelando i meno abbienti. L’indirizzo e il controllo dello Stato è necessario per limitare i danni nel settore delle costruzioni, e aiutare le imprese a investire nel costruito. Non è il mercato che deve costruire la città ma è lo Stato che deve stimolare processi partecipativi degli abitanti, con la guida di bravi pianificatori ispirandosi alla Costituzione e alla bioeconomia per avviare nuovi processi produttivi ma sostenibili, razionali e creativi. L’urbanistica è una disciplina tecnica complessa che deve aprirsi alle regole democratiche, affinché il disegno urbano espressione del complesso quadro di conoscenza del territorio sia coniugato con la partecipazione attiva delle persone.

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Persone e territorio

Da molti anni ormai, sia il mondo accademico e sia gli istituti di statistica divulgano un approccio attento alle risorse, e indicano, indirettamente o direttamente, le linee guida per aiutare il proprio Paese. Anche l’ultimo rapporto 2019 dell’ISTAT, dichiara apertamente la necessità di valorizzare i territori e le risorse locali, si esprime ancora con termini ambigui come “crescita equilibrata” figli dell’ossimoro “sviluppo sostenibile” che ha contribuito a giustificare la distruzione gli interi ecosistemi naturali e l’aumento delle malattie favorite dall’industrialismo, ma l’ISTAT ci presenta comunque un quadro complesso e complessivo di estremo interesse.

La disuguaglianza per eccellenza, quella fra Nord contro Sud, può essere letta e interpretata anche grazie ai documenti dell’ISTAT. Secondo il mio modesto parere, vi sono alcuni fattori che dovrebbero cambiare radicalmente e agire in sinergia attraverso un comune denominatore: fare l’opposto di quello fatto finora. Uno di questi fattori è il ripristino dell’azione pubblica dello Stato che ripensa le agglomerazioni industriali attraverso il filtro culturale della bioeconomia, e l’atro fattore è il cambiamento delle classi dirigenti meridionali, sostituite con un nuovo ceto politico formato proprio sulla bioeconomia. I Sistemi Locali del Lavoro che risultano più attrattivi hanno determinate caratteristiche: la scelta politica di localizzare e concentrare funzioni e attività, e il continuo rinnovamento dell’offerta formativa didattica condizionata dalle imprese presenti sul territorio. Come ha certificato anche l’ISTAT, Regno d’Italia e Repubblica italiana hanno creato le disuguaglianze poiché il ceto politico ha voluto concentrare determinate attività e funzioni con maggiore valore aggiunto soprattutto in pianura padana, lasciando talune attività pesanti e inquinanti nel meridione (Bagnoli, Taranto, Priolo, Gela). Ancora oggi, le attività di ricerca e innovazione con maggiore valore aggiunto condotte dall’Università pubblica italiana si trovano soprattutto in pianura padana, e pertanto non è un caso che gli studenti meridionali vadano a formarsi al Nord, o all’estero, per poi non tornare più, alimentando un danno sociale ed economico non misurabile ma drammatico. La responsabilità politica di questa disuguaglianza è tutta della classe dirigente italiana (imprese, politici, università) perché essa stessa ha creato politiche capitaliste razziste e antimeridionali, inventando un “centro” e una “periferia” economica. In sostanza, le disuguaglianze sono create dalle scelte politiche e non dipendono dalla geografia. Nel corso dei decenni queste scelte hanno favorito i privilegi di talune famiglie e danneggiato altre eliminando la cosiddetta ascensore sociale; chi nasce povero resta povero, e chi nasce in famiglie ricche ha maggiori opportunità rispetto agli altri. L’inversione di tendenza può essere avviata solo cambiando radicalmente i paradigmi culturali di una società moderna profondamente nichilista, e giudicando diversamente il ceto politico, cioè gli elettori meridionali dovranno stimolare la nascita di una propria identità culturale e politica, non più delle destre (liberali e neoliberali), favorendo la partecipazione attiva al processo decisionale della politica e una migliore selezione della classe dirigente.

La carenza di servizi (sanità, centri culturali…), e i problemi ambientali e occupazionali del Sud rappresentano gli investimenti pubblici e privati per creare impieghi utili, per farlo è semplice: ci vuole la volontà politica che oggi non c’è, perché le disuguaglianze produttive rappresentano lo sfruttamento economico e sociale del Nord che vende al Sud e “ruba” giovani risorse umane. E’ un corto circuito sociale e culturale che appartiene solo all’Italia, costruito persino sull’inciviltà diseducativa che spinge i meridionali a costruirsi una credenza religiosa per disprezzare i propri luoghi e abbandonare la propria terra, infine, solo in Italia, da circa trent’anni, esiste persino un partito politico razzista antimeridionale cioè inventato e costruito appositamente per favorire l’accumulazione capitalista in una sola area geografica a sostegno dell’egoismo delle imprese localizzate al Nord, una enorme “comunità” chiusa forgiata sullo sfruttamento delle risorse pubbliche. Questo è il medesimo modello capitalista che riscontriamo fra Occidente ed Oriente, e dentro l’euro zona ove Sistemi Locali sfruttano altri Sistemi Locali. Se non si accetta la realtà, e cioè che il capitalismo stesso crea disuguaglianze, sottosviluppo dei territori e distruzione della natura, allora sarà difficile invertire la rotta che ci condanna alla povertà e alla marginalità.

Anche l’ISTAT suggerisce di abbinare l’analisi della struttura produttiva alle risorse locali del territorio, questo è l’approccio territorialista al fine di suggerire un uso razionale delle risorse e dell’energia. Il mezzogiorno d’Italia, necessità di questo approccio ma va integrato con politiche pubbliche socialiste per costruire i servizi mancanti, dalla cultura al sociale, fino alla realizzazione di sistemi di mobilità intelligente. Il Sud d’Italia non è solo agricoltura, bellezza, paesaggio ma è fondamentale creare agglomerazioni della manifattura leggera e tecnologica dal più alto valore aggiunto. I Sistemi Locali meridionali potrebbero e dovrebbero stimolare modelli autarchici di innovazione tecnologica agglomerando funzioni e attività creative. Ad esempio, anziché importare tecnologie straniere per risolvere problemi sarebbe saggio che tali soluzioni fossero costruite in casa. La complessità del territorio italiano richiede due politiche: la rigenerazione urbana e dei territori rurali, e la creazione di sistemi e tecnologie innovative di trasporto delle persone per risolvere i problemi in Sardegna (ove non esiste il treno), in Sicilia, e poi gli spostamenti adriatico-tirreno oltre che gli spostamenti puglie-Campania. L’Italia, se avesse una guida politica saggia, dovrebbe riappropriarsi di capacità tecnologiche che aveva creato in passato e concentrare tali programmi di ricerca proprio nelle aree più marginali.

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