Riempire il vuoto

Nel mondo della politica esiste un enorme vuoto culturale lasciato dal partito comunista. Nella degenerazione generale dettata dal pensiero dominante neoliberista, in Italia non esiste più un soggetto politico che contrasta ingiustizie e disuguaglianze. Dall’auto dissoluzione del PCI ad oggi, quel vuoto è riempito dal nulla, cioè da soggetti politici a dir poco inqualificabili e incapaci. La contraddizione più incivile e dannosa, probabilmente, sta nel fatto che la società globalizzata e tecnologicamente avanzata è molto più complessa rispetto a trent’anni, e pertanto richiede una classe dirigente molto più competente. La maggioranza dei cittadini ed i partiti non richiedono maggiori capacità culturali e saggezza, mentre lo spettacolo mediatico si è fuso coi politicanti restituendo una commedia grottesca e incivile, ove i capi più simpatici ricevono consensi e attenzioni, mentre i problemi reali del Paese restano insoluti e peggiorano col trascorrere degli anni (disuguaglianze, aree urbane e rurali, rischio sismico e idrogeologico, patrimonio, lavoro, ambiente, qualità della vita…). In questa enorme inciviltà, c’è un’area geografica che sta peggio delle altre, ed è notoriamente il Sud dove le risorse umane fuggono per la ricerca di un impiego, e scelgono la pianura padana o l’estero, per studiare e lavorare. Da molti decenni, è in atto una sottile e “nascosta” guerra economica che crea ricchezza attraverso le disuguaglianze programmate dallo stesso Stato, perché attribuisce maggiori risorse a chi ha di più per sottrarle ad altre comunità. Secondo lo Stato un cittadino emiliano merita più risorse pro-capite di un cittadino calabrese.

In questo contesto a dir poco drammatico, è fondamentale applicare un semplice principio di giustizia sociale sancito dalla Costituzione, e così l’evoluzione del Sud diventa priorità politica restituendo e programmando le risorse dovute. I meridionali dovrebbero indignarsi, e avere coscienza di sé e dell’immorale rapina realizzata dallo Stato ma sostenuta da soggetti politici pubblicamente anti-meridionali, non solo la Lega ma anche chi l’ha legittimata, e cioè Berlusconi con Forza Italia, Di Maio e il M5S; mentre esiste da decenni una corrente leghista fra gli ex DS e poi PD. In buona sostanza la rapina al Sud è stata possibile grazie al partito trasversale dei padani e con l’inerzia dei politicanti meridionali.

Raggiunta la coscienza di classe dei meridionali, le persone dovrebbero stimolare la nascita di pensatoi per progettare la rinascita del Sud, e lo stesso dovrebbe accadere fra il ceto politico più agiato e privilegiato poiché un Sud che perde abitanti è un danno sociale ed economico per tutti. Notoriamente, i luoghi che hanno i mezzi culturali per ripensare i territori sono: l’università per la ricerca, le imprese per le produzioni e le istituzioni politiche per l’azione politica. Se il meridione soffre di fuga delle risorse umane, è evidente che sul banco degli imputati ci sono proprio: università, imprese e istituzioni politiche incapaci di fare squadra e favorire sinergie creative per creare opportunità di sviluppo umano, proprio come fanno da decenni altri territori che paradossalmente stanno meglio anche grazie ai meridionali trasferitesi nei Sistemi Locali attrattivi e più produttivi. Non è un segreto il fatto che i sistemi sociali ed economici che funzionano dipendono dal fattore umano messo ai vertici delle istituzioni. C’è un solo processo virtuoso che può costruire un meridione migliore, formare nuova classe dirigente capace di fare gli interessi degli abitanti, ed esiste un solo paradigma culturale capace di farlo proiettando la società nel futuro: l’approccio bioeconomico poiché correggere le storture del capitalismo, notoriamente contraddittorio perché produce disuguaglianze e distrugge gli ecosistemi. Per riempire questo vuoto è fondamentale costruire un soggetto politico democratico capace di risvegliare le utopie socialiste e condurle sul piano bioeconomico, e per farlo bisogna attrarre talenti e stimolare la creatività delle persone in processi partecipativi. Si tratta di sperimentare e osservare attentamente i territori: le aree urbane e i Sistemi Locali del Lavoro. Il cuore di questa rinascita meridionale è la pianificazione, cioè quella capacità creativa di produrre visioni e scenari possibili che appartiene alle persone e ai tecnici, i quali suggeriscono programmi ai partiti, considerati strumenti per l’attuazione dell’azione politica. Capacità e merito sono prerogative fondamentali e individuano un passaggio fondamentale per costruire una società migliore, ma la maggioranza dei cittadini che vota non propone persone capaci e meritevoli, ed i partiti attuali trascurano la competenza preferendo galoppini e politicanti. Questa degenerazione appartiene all’Italia intera, ma le Regioni più produttive vivono e producono grazie alla storica programmazione economica che ha scelto determinate aree per concentrare i capitali, a partire dalla famigerata Unità d’Italia, mentre il Sud sprofonda per i motivi opposti: l’assenza di investimenti pubblici e privati, ed oggi la degenerazione ha creato un processo vizioso fondato su una condizione psicologica autolesionistica che spinge i meridionali a disprezzare la propria terra. La realtà è che il Sud ha grandi ricchezze ma sono ignorate e trascurate, e per esser precisi: il meridione non ha solo la bellezza del proprio patrimonio storico e naturale mentre le potenzialità umane sono scoraggiate, sfavorite perché le elités locali, spesso, sono autoreferenziali e applicano la disuguaglianza di riconoscimento che fa scappare i giovani e chi intende innovare, inoltre c’è una chiara assenza di servizi culturali e di infrastrutture. Le aree urbane meridionali non sono collegate fra loro, e la programmazione economica non costruisce i servizi minimi essenziali. Nella società attuale: interconnessa e globale, è del tutto incivile lasciare comunità urbane, medie e piccole, completamente isolate, in tutti i sensi: mancano i collegamenti ferroviari, mancano le strade e mancano i servizi sociali, culturali, sanitari, e di connettività…

Restituendo le risorse pubbliche usurpate al meridione sarà possibile programmare le infrastrutture e i servizi mancati, aggiungendo un surplus di investimenti pubblici-privati basato su piani bioeconomici. Ad esempio, possiamo imitare l’approccio del New urbanism per rigenerare territori e aree urbane, ma osservando bene le peculiarità locali per inserire infrastrutture, funzioni e attività mancanti. Il New urbanism, studiando attentamente la storia urbana europea, ha sintetizzato una strategia facile da applicare nella gestione di territori e città. L’approccio è una pianificazione integrata di tutte le scale territoriali: regionale (territoriale e area vasta), in ambito di quartiere (la città), le strade (design urbano) e gli edifici (l’architettura). Secondo questo approccio è necessario elaborare un piano di area vasta per integrare il trasporto pubblico ai quartieri, e poi creare un paesaggio urbano con densità medie, e renderlo più vivibile, più conviviale e più accessibile. Come prima analisi, ad esempio osservando le aree urbane campane, sarebbe auspicabile realizzare immediatamente la metropolitana regionale per integrare quartieri, funzioni e attività fra queste, e con i territori vicini: le puglie, l’area lucana e le calabrie. Questo progetto favorisce la mobilità delle persone e svantaggia l’uso dei mezzi privati, riduce drasticamente inquinamento e affollamento urbano, e migliora la qualità di vita degli abitanti, che possono usare maggiormente la bicicletta integrata al trasporto ferroviario. Il censimento di volumi e aree abbandonate da riconvertire e il disegno del trasporto pubblico metropolitano, con l’uso misto dei suoli, cioè la mixité funzionale e sociale dei quartieri favorisce un’integrazione di attività: lavoro, servizi, studio, svago e tempo libero, ma contemporaneamente svantaggia il consumo di suolo agricolo e annulla la dispersione urbana. In buona sostanza, si può riempire il vuoto culturale e politico perché esistono conoscenze e competenze ma queste vanne riconosciute e valorizzate da uno strumento politico: un partito democratico bioeconomico.

Salerno transect
Lo strumento del “transect” proposto dal “New urbanism” per gestire le regole di pianificazione urbana.

Per i sociologi dell’ambiente

Questo è il mio umile contributo per il XII convegno dei sociologi per l’ambiente presso Università di Salerno. 27 settembre 2019. Parte III – sessioni in parallelo. Sessione B: La bioeconomia tra modernizzazione ecologica e nuovi cicli di accumulazione capitalistica. Titolo del mio contributo La rigenerazione urbana attraverso la bioeconomica. L’intenzione è stimolare un dibattito pubblico sui noti problemi causati dal paradigma culturale dominante, il capitalismo, che negli ultimi decenni ha accelerato la crisi ambientale, ed ha favorito l’aumento delle disuguaglianze territoriali (economiche, sociali e di riconoscimento). La proposta è semplice ma radicale: cambiare il paradigma culturale di riferimento e approdare sul piano bioeconomico, perché ciò può favorire una corretta interpretazione dei territori e di conseguenza, può favorire la costruzione di nuovi piani urbanistici, maggiormente aderenti ai valori e ai principi costituzionali che indicano la tutela dell’ambiente e del paesaggio così come la rimozione degli ostacoli di ordine economico per rimuovere le disuguaglianze.

Il convegno mette al centro della discussione le modalità secondo cui i rapporti politici, sociali ed ecologici si sono riorganizzati e si stanno riorganizzando all’interno del periodo che in molti riconoscono e definiscono come antropocene.

Le aree urbane, la loro crescita e i processi di trasformazione urbana rappresentano una delle attività più impattanti circa l’uso delle risorse limitate del pianeta. Le complesse relazioni sociali degli abitanti sono condizionate dallo spirito del tempo: il capitalismo, fino a coniare il termine “capitalocene”. Condurre il concetto di bioeconomia nei piani di trasformazione urbana, ha la chiara intenzione di ripensare le relazioni sociali, non solo al fine di mitigare le crisi ambientali ma di offrire una prospettiva di sopravvivenza agli abitanti. Un piano urbano bioeconomico rompe la dipendenza delle aree urbane dagli idrocarburi, e può mutare i processi di accumulazione capitalista tipici delle rendite fondiarie e immobiliari. Il cosiddetto metabolismo urbano, con l’analisi dei flussi in ingresso e in uscita, è in grado di costruire meta-progetti e quadri culturali individuando le funzioni territoriali per orientare i piani all’uso razionale dell’energia e valutare l’impatto sociale delle scelte. Ad esempio, la scuola territorialista con la valida proposta interpretativa della “bioregione urbana”, intende i valori identitari del territorio e delle comunità locali favorendone un corretto uso.

Secondo lo scrivente, l’auspicio è quello di ridurre lo spazio del mercato per aumentare lo spazio delle comunità con scambi non necessariamente mercantili. Distinguendo i “beni” dalle “merci” anche nella valutazione dei progetti di trasformazione urbana è possibile eliminare gli effetti speculativi di progetti costruiti sul surplus delle rendite immobiliari. Un corretto disegno urbano può orientare e controllare tale processo per tutelare i ceti economicamente più deboli, così come può tutelare le risorse naturali e il paesaggio urbano. Nell’ambito urbano e degli insediamenti umani, l’approccio bioeconomico supera la dipendenza dagli idrocarburi e ripensa il processo di accumulazione capitalista, non lo elimina del tutto. Un’economia urbana bioeconomica consente alle città di accrescere mercati autarchici, si pensi all’autosufficienza energetica e al consumo di risorse locali, così come il riuso dei materiali, e questa strategia di mercato si integra al mercato globale, non lo sostituisce. La differenza fra il paradigma attuale e quello bioeconomico consiste nel fatto che il secondo aiuta le comunità locali nel ridurre la dipendenza da fattori esterni ai territori.

Nell’ambito bioeconomico, le aree urbane sono sistemi che riorganizzano i propri cicli cercando di chiuderli, cioè riutilizzano le risorse importate, e ottimizzano i flussi energetici riducendo la dipendenza dagli idrocarburi, attraverso l’impiego di un mix di tecnologie che sfruttano le fonti energetiche alternative. Oltre a ridurre l’impronta ecologica delle strutture urbane, attraverso un adeguato “progetto di suolo”, si possono costruire luoghi di relazione e servizi mancanti, e stimolare opportunità di nuova occupazione.

Persone e territorio

Da molti anni ormai, sia il mondo accademico e sia gli istituti di statistica divulgano un approccio attento alle risorse, e indicano, indirettamente o direttamente, le linee guida per aiutare il proprio Paese. Anche l’ultimo rapporto 2019 dell’ISTAT, dichiara apertamente la necessità di valorizzare i territori e le risorse locali, si esprime ancora con termini ambigui come “crescita equilibrata” figli dell’ossimoro “sviluppo sostenibile” che ha contribuito a giustificare la distruzione gli interi ecosistemi naturali e l’aumento delle malattie favorite dall’industrialismo, ma l’ISTAT ci presenta comunque un quadro complesso e complessivo di estremo interesse.

La disuguaglianza per eccellenza, quella fra Nord contro Sud, può essere letta e interpretata anche grazie ai documenti dell’ISTAT.

«Se negli anni successivi al Secondo dopoguerra i flussi migratori verso le regioni centro settentrionali erano prevalentemente costituiti da manodopera proveniente dalle aree rurali del Mezzogiorno, nell’ultimo decennio mediamente il 70% delle migrazioni dalle regioni meridionali e insulari verso il Centro-Nord sono state caratterizzate da un livello di istruzione medio-alto. Cedendo risorse qualificate, il Mezzogiorno ha ridotto le proprie possibilità di sviluppo alimentando ulteriormente i differenziali economici con il Centro-Nord» (Fondazione Migrantes, Rapporto italiani nel mondo, 2019, pag. 11).

Secondo il mio modesto parere, vi sono alcuni fattori che dovrebbero cambiare radicalmente e agire in sinergia attraverso un comune denominatore: fare l’opposto di quello fatto finora. Uno di questi fattori è il ripristino dell’azione pubblica dello Stato che ripensa le agglomerazioni industriali attraverso il filtro culturale della bioeconomia, e l’atro fattore è il cambiamento delle classi dirigenti meridionali, sostituite con un nuovo ceto politico formato proprio sulla bioeconomia. I Sistemi Locali del Lavoro che risultano più attrattivi hanno determinate caratteristiche: la scelta politica di localizzare e concentrare funzioni e attività, e il continuo rinnovamento dell’offerta formativa didattica condizionata dalle imprese presenti sul territorio. Come ha certificato anche l’ISTAT, Regno d’Italia e Repubblica italiana hanno creato le disuguaglianze poiché il ceto politico ha voluto concentrare determinate attività e funzioni con maggiore valore aggiunto soprattutto in pianura padana, lasciando talune attività pesanti e inquinanti nel meridione (Bagnoli, Taranto, Priolo, Gela). Ancora oggi, le attività di ricerca e innovazione con maggiore valore aggiunto condotte dall’Università pubblica italiana si trovano soprattutto in pianura padana, e pertanto non è un caso che gli studenti meridionali vadano a formarsi al Nord, o all’estero, per poi non tornare più, alimentando un danno sociale ed economico non misurabile ma drammatico. La responsabilità politica di questa disuguaglianza è tutta della classe dirigente italiana (imprese, politici, università) perché essa stessa ha creato politiche capitaliste razziste e antimeridionali, inventando un “centro” e una “periferia” economica. In sostanza, le disuguaglianze sono create dalle scelte politiche e non dipendono dalla geografia. Nel corso dei decenni queste scelte hanno favorito i privilegi di talune famiglie e danneggiato altre eliminando la cosiddetta ascensore sociale; chi nasce povero resta povero, e chi nasce in famiglie ricche ha maggiori opportunità rispetto agli altri. L’inversione di tendenza può essere avviata solo cambiando radicalmente i paradigmi culturali di una società moderna profondamente nichilista, e giudicando diversamente il ceto politico, cioè gli elettori meridionali dovranno stimolare la nascita di una propria identità culturale e politica, non più delle destre (liberali e neoliberali), favorendo la partecipazione attiva al processo decisionale della politica e una migliore selezione della classe dirigente.

La carenza di servizi (sanità, centri culturali…), e i problemi ambientali e occupazionali del Sud rappresentano gli investimenti pubblici e privati per creare impieghi utili, per farlo è semplice: ci vuole la volontà politica che oggi non c’è, perché le disuguaglianze produttive rappresentano lo sfruttamento economico e sociale del Nord che vende al Sud e “ruba” giovani risorse umane. E’ un corto circuito sociale e culturale che appartiene solo all’Italia, costruito persino sull’inciviltà diseducativa che spinge i meridionali a costruirsi una credenza religiosa per disprezzare i propri luoghi e abbandonare la propria terra, infine, solo in Italia, da circa trent’anni, esiste persino un partito politico razzista antimeridionale cioè inventato e costruito appositamente per favorire l’accumulazione capitalista in una sola area geografica a sostegno dell’egoismo delle imprese localizzate al Nord, una enorme “comunità” chiusa forgiata sullo sfruttamento delle risorse pubbliche. Questo è il medesimo modello capitalista che riscontriamo fra Occidente ed Oriente, e dentro l’euro zona ove Sistemi Locali sfruttano altri Sistemi Locali. Se non si accetta la realtà, e cioè che il capitalismo stesso crea disuguaglianze, sottosviluppo dei territori e distruzione della natura, allora sarà difficile invertire la rotta che ci condanna alla povertà e alla marginalità.

Anche l’ISTAT suggerisce di abbinare l’analisi della struttura produttiva alle risorse locali del territorio, questo è l’approccio territorialista al fine di suggerire un uso razionale delle risorse e dell’energia. Il mezzogiorno d’Italia, necessità di questo approccio ma va integrato con politiche pubbliche socialiste per costruire i servizi mancanti, dalla cultura al sociale, fino alla realizzazione di sistemi di mobilità intelligente. Il Sud d’Italia non è solo agricoltura, bellezza, paesaggio ma è fondamentale creare agglomerazioni della manifattura leggera e tecnologica dal più alto valore aggiunto. I Sistemi Locali meridionali potrebbero e dovrebbero stimolare modelli autarchici di innovazione tecnologica agglomerando funzioni e attività creative. Ad esempio, anziché importare tecnologie straniere per risolvere problemi sarebbe saggio che tali soluzioni fossero costruite in casa. La complessità del territorio italiano richiede due politiche: la rigenerazione urbana e dei territori rurali, e la creazione di sistemi e tecnologie innovative di trasporto delle persone per risolvere i problemi in Sardegna (ove non esiste il treno), in Sicilia, e poi gli spostamenti adriatico-tirreno oltre che gli spostamenti puglie-Campania. L’Italia, se avesse una guida politica saggia, dovrebbe riappropriarsi di capacità tecnologiche che aveva creato in passato e concentrare tali programmi di ricerca proprio nelle aree più marginali.

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Ricostruzione creativa

La sinistra in Parlamento non è rappresentata, ma non è un caso perché nella nostra società la maggioranza degli aventi diritto non sa chi sai Marx e la critica sociale all’economia capitalista. Questa assenza non è la semplice conseguenza dell’ultima e recente gara elettorale, ma come molti dicono è la conseguenza di un lento e lungo processo di disgregazione sociale e degenerazione morale. Questo processo di regressione è cominciato col tradimento degli ideali politici, cioè quando il ceto politico imploso su stesso per i casi di corruzione diffusa scelsero di aderire ai programmi della religione neoliberista che ha annichilito il ruolo pubblico dello Stato per favorire gli interessi delle imprese private nei processi decisionali politici. Sulla base di questa religione tutti i partiti, destra e sinistra, hanno costruito il mostro chiamato Unione europea, ed hanno scelto di favorire l’aumento della produttività delle multinazionali, sempre secondo il modello macro economico neoliberista che favorisce l’accumulazione dei capitali in maniera molto veloce rubando legalmente la ricchezza (off shore) e sprecando risorse (usurpazione dei beni comuni). Tutti dicono, ed è vero, che i ceti più deboli non sono più rappresentati politicamente, e così mentre aumentava il disagio economico e sociale, la maggioranza degli italiani ha iniziato a non votare più, oppure inizia togliere fiducia ai partiti più “vecchi” per scegliere quelli più “nuovi”, i quali, senza alcun merito politico, hanno saputo strumentalizzare il malessere sociale innescato dal capitalismo.

In questo discorso sulla scomparsa della sinistra ci sono opinioni differenti, c’è chi pensa che la sinistra abbia commesso errori non vedendo i cambiamenti in corso (M. Fana & L. Zamponi); c’è chi crede che esista un popolo di sinistra che vota per il M5S (S. Borghese, V. Fabbrini, L. Newman) e c’è chi suggerisce di spezzare il legame fra lavoro e reddito (E. Ferragina). Studiosi raccolti nel “Forum Disuguaglianze Diversità” fotografano i luoghi ove il consenso populista ha fatto il pieno dei voti, cioè nelle periferie delle città e nei luoghi rurali abbandonati. Altri intellettuali, da molti anni, sanno bene che è stato il neoliberismo ad annientare la sinistra, ma non perché gli ideali socialisti non fossero giusti, ma perché nel ceto politico hanno prevalso sia l’illusione di cavalcare il mercato sottovalutando la lezione di Marx (praticamente tutti i governi di centro sinistra), e sia la corruzione morale e materiale (i governi di centro durante gli anni ’70, e di centro destra degli ultimi vent’anni). Durante la crescita degli anni Sessanta e poi negli anni Settanta cominciano i guai politici, soprattutto con gli ultimi governi Andreotti, con l’ingresso nello SME, e la lenta e progressiva distruzione dello Stato sociale attraverso le delocalizzazioni, le privatizzazioni e la rifeudalizzazione degli Enti locali. Secondo l’ISTAT sono anche gli anni in cui i partiti concentrano attività, infrastrutture, servizi e risorse in pianura padana trascurando il meridione, ed aumenta il divario Nord contro Sud che si trasforma in periferia economica e/o colonia. Dall’obiettivo della piena occupazione quasi raggiunta durante gli anni Sessanta e Settanta (tasso di disoccupazione intorno al 6%), si passa alla fase liberista, e così si interrompe il ruolo pubblico dello Stato. Oggi viviamo proprio nell’epoca in cui il rischio della tecnica descritto da Heidegger guida i politici, e il nichilismo è ampiamente diffuso.

Il mio modesto parere è che oggi, innanzitutto, non esiste un vero e proprio popolo di sinistra, e i nostalgici di quegli ideali sono rimasti in pochi “reduci”. Gli italiani non possono votare più per il PCI dal 1989. In Italia, in buona sostanza non esistono comunisti, sia perché non c’è mai stato un Paese socialista, e sia perché il vecchio compromesso ideologico di coniugare politiche pubbliche con istituzioni liberali, è stato superato spostando poteri decisionali a organi sovranazionali – UE – condizionati dal famigerato mercato. Le politiche socialiste sono sparite dall’agenda politica di Parlamento e Governo, a partire dall’inizio degli anni ’80, e questa scelta politica è una delle ragioni dell’aumento delle disuguaglianze di reddito, sociali e di riconoscimento che ritroviamo nelle aree urbane e nei territori rurali.

Esistono due generazioni di giovani che non sanno cosa sia la sinistra, e votano o per i populisti razzisti o per la nuova democrazia cristiana, cioè il M5S, organizzata come Forza Italia. Le generazioni più vecchie, anch’esse si dividono: fra disillusi e pochi nostalgici; pertanto buona parte di questi vota o per simpatia o per antipatia, e non più secondo un’opinione costruita sull’osservazione della realtà. Anzi, la realtà di oggi è molto più complessa di quarant’anni fà, e necessita di una maggiore cultura e attenzione, da parte degli elettori, per essere compresa; mentre le persone sono più disinteressate alla cosa pubblica, sempre più disinformate, e quindi facilmente manipolabili da media e nuove tecnologie, molto più pervasive nell’orientare il consenso politico. Il problema culturale e politico è ricostruire una cultura politica di sinistra fra gli italiani, e come direbbe Marx è fondamentale che ci sia una coscienza di classe. La maggioranza dei ceti più deboli, senza rendersene conto, quando si reca alle urne vota ingenuamente per i loro carnefici: Forza Italia, PD, Lega ed M5S. La mia modesta esperienza mi racconta che la maggioranza delle persone, che oggi si attiva in politica, non distingue la destra dalla sinistra, non ha mai letto Marx, non conosce il liberalismo; alcuni non hanno mai letto la Costituzione, e non sanno neanche quali siano i valori della carta costituzionale. La categoria degli attivisti, così sono chiamati i cittadini che si organizzano nelle liste civiche o nel cosiddetto M5S, è una categoria eterogenea, c’è di tutto, dallo studente al laureato, ma spesso lo stimolo che li aggrega è la rabbia condivisa, o la frustrazione, spesso dichiarano di sentirsi vessati dallo Stato, oppure non hanno un impiego sicuro e desiderano prendersi una rivincita contro la classe dirigente italiana. Disagio sociale, povertà e rabbia uniscono gli ultimi contro chi li governa, ma tale energia è sfruttata dai partiti, non per migliorare la loro condizione ma per sostenere il peggior ceto politico che si possa immaginare: narcisista, egocentrico, vanesio, a volte psicotico ma utile all’élite. Anche in quelle poche occasioni ove persone istruite si siano attivate, l’hanno fatto per tornaconto personale, e insieme ai frustrati hanno adoperato pratiche di delazione per delegittimare meritevoli e capaci. Nelle dinamiche collettive dei gruppi di politicanti, l’invidia sociale aggrega i cialtroni che aggrediscono i più capaci. Il comportamento sociale adottato spesso dagli attivisti politici, che criticano chi li governa, è identico a quelle famigerate correnti dei vecchi partiti, già denunciate da Berlinguer nella famosa intervista sulla crisi morale degli stessi partiti. I politicanti si organizzavano per la presa del potere secondo il tornaconto personale, non per altruismo, adottando qualsiasi mezzo possibile, a volte anche illegale. Sono rare le occasioni ove gli attivisti diventano altruisti, propositivi e costruttivi, e sempre più spesso sono i notabili locali che facilmente prendono il controllo delle liste civiche e dell’elettorato, inserendo nelle istituzioni locali personaggi che rappresentano l’establishment. Se l’Italia funziona male, a mio modesto parere la responsabilità è, prima di tutto, di noi italiani e poi dell’ignobile ceto politico. Questa confusione culturale e politica è la naturale conseguenza di tre processi: l’assenza di un partito di sinistra, lo sviluppo della globalizzazione neoliberista, e la crescita del nichilismo nella cosiddetta società liquida. La combinazione dei tre processi ha costruito questa nuova società, che secondo lo scrivente ha caratteristiche neofeudali poiché, buona parte dei rapporti sociali ed economici coincidono col vassallaggio. In questo contesto, è normale avere Comuni amministrati da burattini che applicano logiche speculative assecondando gli interessi delle imprese private, e un Parlamento di persone nominate dai partiti. Lo scopo dei partiti è tutelare l’establishment, secondo i dogmi della religione dominante: il neoliberismo.

Un soggetto politico di sinistra, che finora non esiste, deve ripartire dall’altruismo insito nel processo democratico per favorire i talentuosi, i meritevoli e i capaci. Attraverso l’approccio socratico del dialogo e la sperimentazione dei processi creativi possiamo stimolare forme assembleari di democrazia partecipativa, al fine di includere le persone che desiderano attivarsi in politica per occuparsi del bene comune. Insomma bisogna fare l’opposto dei partiti populisti, oggi fra i più votati dagli italiani, anche se millantano la soluzione dei problemi, agli occhi attenti degli osservatori sono palesemente auto referenziali, non democratici e prevaricatori. Dobbiamo avere la pazienza e la saggezza di formare una nuova classe dirigente praticando la democrazia. E’ l’unico modo civile per avviare processi che stimolano soluzioni sostenibili aiutando le comunità locali nel riprendersi il controllo delle risorse pubbliche. Alla rabbia e alle frustrazioni bisogna rispondere con spirito creativo, per stimolare interesse e curiosità nelle persone che vogliono partecipare, e organizzare gruppi di civiltà che usano la cultura per rigenerare sé stessi, progettando un futuro migliore e prosperoso per tutti. In che modo? Innanzitutto partendo dal proprio territorio, osservando le istituzioni, il loro “pensiero” e stimolando un senso critico. Sono necessari luoghi e incontri organizzati per auto formarsi. La complessità della nostra società interconnessa ci costringe a studiare e interpretare la globalizzazione e il mondo locale. Alcune proposte politiche emergono dalle indicazioni del “new deal” proposto da DiEM25 di Varoufakis, che suggerisce di trovare le risorse tassando la grande ricchezza accumulata dalle imprese. Una proposta è quella di tassare il rendimento dei capitali per finanziare il cosiddetto “dividendo universale di base”, cioè le risorse non provengono dalla fiscalità generale ma direttamente dai profitti privati. Secondo l’idea di Varoufakis, solo i più ricchi al mondo dovranno partecipare alla costruzione di un fondo per aiutare i più poveri, e non gli Stati. Un’altra proposta è programmare investimenti nei processi produttivi chiamati “green”, ma dovrebbero essere i processi tecnologici suggeriti dalla bioeconomia, che riducono l’impatto ambientale delle trasformazioni; così come la rigenerazione urbana e territoriale secondo la scuola territorialista, capace di creare occupazione utile e osservare gli insediamenti umani come sistemi metabolici per ridurre gli impatti e usare razionalmente l’energia. Partendo da questi temi si rinnova la sinistra perché mette al centro delle politiche il lavoro, l’ambiente e lo sviluppo umano. Durante questi ultimi trent’anni la società è degenerata e con essa la sinistra è sparita, adesso spetta ai cittadini riappropriarsi di valori politici utili al cambiamento e per rinnovare la democrazia.

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La democrazia contro la prevaricazione

Qual è il senso di una sinistra politica che deve evolversi? Qual è il cambiamento desiderabile? Partendo dal presupposto realista che, la nostra epoca è governata dal capitalismo neoliberista, dovremmo porci dubbi e riflessioni su come uscire da questo piano ideologico, poiché visibilmente produce violenze di ogni genere, comprese le guerre, crea disuguaglianze e distruzione degli ecosistemi. Tutto ciò non è opinabile ma la cruda realtà che dura da secoli. Il conflitto culturale fra liberalismo e socialismo, è stato ampiamente vinto dal liberalismo. Nel nuovo millennio osserviamo che non esistono programmi politici di sinistra, e tanto meno progetti culturalmente nuovi; anche i soggetti politici che millantano da circa vent’anni di auto definirsi di sinistra, quando sono stati al Governo, hanno applicato l’agenda politica strutturale dei neoliberisti attraverso parole d’ordine come riformismo, crescita e competitività. Di questa certezza politica, ormai esiste un’ampia letteratura, e il forum sulle disuguaglianze scrive una breve analisi sulle scelte politiche fatte dai partiti, che a partire dagli anni ’80, abbracciando il liberalismo, favorirono l’aumento delle disuguaglianze riducendo il ruolo pubblico dello Stato sull’economia: (1) la rottura, con il WTO, del compromesso keynesiano post-bellico; (2) il forte rafforzamento, sempre con il WTO, del controllo (via brevetti) sul capitale immateriale; (3) l’abbandono dell’obiettivo di contrastare il ciclo economico; (4) l’abbandono dell’obiettivo della piena occupazione e il disconoscimento dei sindacati; (5) l’indebolimento di tutti gli strumenti di tutela e regolamentazione della concorrenza nei mercati. In Italia, in modo particolarmente grave osserviamo che non esiste un partito politico capace di parlare e comunicare la visione politica bioeconomica; nel nostro ambiente non esiste ceto politico che immagina un’evoluzione sociale pensando alla prosperità ma egualitaria, come sognavano gli utopisti socialisti nell’Ottocento. In quest’epoca di decadenza, e purtroppo ciò accade da circa vent’anni, la maggioranza degli elettori italiani se ne frega di impegnarsi attivamente costruendo soggetti politici democratici, così utilizza il momento del voto non per esprimere una scelta costruttiva ma per punire chi li ha governati. E’ questo il nostro paradosso espressione dell’inciviltà. Una cultura politica di sinistra, osservando la decadenza, dovrebbe porsi questi obiettivi a breve termine: stimolare la nascita di nuovi impieghi (piani industriali) e tutelare i diritti dei lavoratori; migliorare il reddito attuale; ridurre le disuguaglianze; garantire la prima casa; e migliorare la sicurezza; e dovrebbe farlo ripristinando il ruolo pubblico dello Stato.

Marx, una volta spiegato il capitalismo nella sua essenza e nei suoi drammatici effetti sociali, suggeriva ai proletari e ai lavoratori di appropriarsi degli strumenti del capitale, sia per controllare la società e sia per ridistribuire la ricchezza ai molti, al fine di prevenire le disuguaglianze. Ridistribuendo il capitale la sinistra vuole consentire a tutti di scegliere un percorso di sviluppo umano. Oggi sappiamo bene che la maggioranza degli individui non sa chi sia Marx, e tanto meno sa cosa sia il capitalismo, questa è la più grande vittoria dell’élite che ci governa, la seconda vittoria l’ha ottenuta eliminando la democrazia nel senso più ampio del termine. Ad esempio, non esistono partiti democratici per selezionare classe dirigente attraverso il merito; mentre i cosiddetti partiti anti sistema, o populisti, sono espressione della più becera invidia sociale favorendo i mediocri al governo delle istituzioni. I mediocri sono burattini, ovviamente, etero guidati dall’esterno, cioè dalle imprese e dalla solita élite degenerata interessata a conservare lo status quo. In quasi tutto l’Occidente, ritroviamo i mediocri al potere, questo fenomeno degenerativo è lo specchio di una società decadente. All’interno di questa decadenza sparisce la cultura e quindi la sinistra, perché la maggioranza degli elettori non ha più coscienza di classe, non ha coscienza di Sé. Gli oppressi votano per gli oppressori. L’evoluzione tecnologica ha favorito la nascita di una nuova società capitalista che accumula capitali senza i lavoratori, nel caso della finanza, mentre le imprese tradizionali svolgono attività nelle zone economiche speciali sfruttando la schiavitù. I capitalisti hanno vinto su due piani strategici: il primo è stato raggiunto psico programmando gli ex partiti di sinistra, snaturandoli, facendoli contribuire insieme alla destra, nel disegnare una zona neoliberista, cioè l’UE, e il secondo piano, è stato quello geopolitico scavalcando i diritti umani presenti in Occidente, semplicemente delocalizzando le attività; così la sinistra politica è stata semplicemente spiazzata, estromessa dal terreno di gioco spostato altrove. Gli effetti più perversi di questa trasformazione sono stati: (1) la sostituzione della democrazia rappresentativa col modello feudale e (2) l’aumento delle disuguaglianze sociali, di reddito e di riconoscimento. Alla fine di questo processo di trasformazione sociale, gli individui hanno reagito di pancia e tutt’oggi reagiscono emotivamente votando per un ceto politico a dir poco inadeguato e autoreferenziale, facilmente controllabile dalla solita élite.

Cosa si può fare di fronte alla decadenza? Le persone civili possono usare il metodo democratico per fare politica, ed è auspicabile stimolare il dialogo, l’ascolto, per favorire la costruzione di una visione politica bioeconomica. Nel costruire percorsi e laboratori politici si può divulgare una cultura politica bioeconomica, e formare nuova classe dirigente attraverso il sacrificio e il merito. In ambienti civili accade tutto ciò, cioè agli attuali partiti violenti e prevaricatori ci si oppone con altruismo e meritocrazia, alla società decadente dei mediocri ci si oppone con spirito di sacrificio e con la cultura, per favorire i talenti e la costruzione di una nuova società, proprio come suggerivano gli utopisti socialisti.  Il famoso progresso civile, da ciò i progressisti, non si trova sul piano ideologico capitalista ma sul piano bioeconomico. Se da un lato è necessario introdurre il socialismo in Occidente al fine di applicare valori costituzionali, come la piena occupazione e l’ampliamento dei diritti civili, è necessario che la Repubblica e/o lo Stato territorializzi attività e funzioni nei luoghi depredati dalla globalizzazione neoliberista. Solo investendo in progetti sostenibili possiamo creare occupazione utile per ridurre le disuguaglianze sociali e di riconoscimento, aumentate dalle politiche neoliberiste, ed oggi particolarmente concentrate nel meridione d’Italia.

Se in Italia ci fosse un ceto politico intelligente, sicuramente accoglierebbe le analisi territoriali dei pianificatori che attraverso la geografia umana interpretano correttamente la società e il territorio. Da molti anni le strutture urbane sono mutate, e i vecchi confini amministrativi degli Enti locali sono del tutto obsoleti e dannosi, per questo motivo molti suggeriscono un cambiamento di scala. Poi è necessario interpretare il territorio con la visione territorialista (collana Territori della FUP) che suggerisce sistemi di bioregioni urbane, e infine portare la bioeconomia nelle strutture urbane. In Italia, abbiamo le conoscenze e gli specialisti per ricostruire un equilibrio fra persone e territorio, e favorire la prosperità degli insediamenti umani, ma il ceto politico è completamente autoreferenziale e psico programmato dall’élite degenerata che ha abbracciato il neoliberismo. Il territorio è un bene comune che può essere gestito in maniera razionale, e gestendolo in questo modo si crea occupazione utile. La terra, la città e la montagna sono risorse che suggeriscono politiche di sviluppo locale, riducendo la dipendenza dalla globalizzazione neoliberista. Leggendo la geografia delle disuguaglianze territoriali, il ceto politico ha l’obbligo di programmare investimenti pubblici, si tratta di politiche pubbliche socialiste, poiché solo uno Stato civile ha interesse nel ridurre le disuguaglianze. Le disuguaglianze (economiche, sociali e di riconoscimento) si concentrano nelle periferie, nelle piccole città e nei territori rurali. Chi vive in questi spazi urbani e in questi territori si vede sempre più escluso poiché mancano i servizi essenziali, manca il lavoro, e le famiglie sono a rischio povertà. Le disuguaglianze sociali e di riconoscimento sono quelle a maggiore impatto politico, poiché quando il ceto politico ha scelto il liberalismo, eliminando l’azione dello Stato nell’economia, ciò ha favorito il degrado sociale e ambientale, e questo processo ha innescato sentimenti di rabbia e frustrazione fra i ceti meno abbienti, alimentando un corto circuito di inciviltà come l’apatia politica e l’isolamento culturale. La disuguaglianza di riconoscimento agisce sul disvalore delle persone, isolandole, negando loro opportunità di lavoro e di dignità. In una società culturalmente autoreferenziale come quella italiana, le élite tendono ad escludere gli altri per auto conservarsi. Tendenzialmente, le classi dirigenti locali adottano il modello sociale feudale, costringendo le nuove generazioni a emigrare pur di inseguire, giustamente e legittimamente, i propri sogni di realizzazione sociale. La disuguaglianza di riconoscimento distrugge valori sociali e i territori. Questo è il degrado innescato dalle politiche neoliberiste ed è molto diffuso in Occidente; ha avuto la conseguenza di favorire la nascita di soggetti politici populisti, autoritari e violenti, poiché hanno sfruttato e sfruttano i risentimenti negativi delle persone nei confronti delle istituzioni politiche, e si sono inseriti nel tessuto sociale raccogliendo enormi consensi elettorali.

La risposta politica corretta è il socialismo poiché usa lo Stato, cioè applica l’interesse pubblico, nel programmare, pianificare e progettare i servizi ove mancano, e riorganizza funzioni e attività nelle agglomerazioni industriali per creare lavoro utile sfruttando le nuove tecnologie. La letteratura socio-economica mostra che la scelta politica di applicare lo slogan liberale di Smith, il famigerato laissez faire, ha fatto concentrare la ricchezza nelle mani di pochi aumentando la povertà e diffondendo la schiavitù. Questa è una semplificazione utile a fare sintesi, all’interno di questo passaggio fra liberalismo e socialismo ci sono molti temi da approfondire circa le relazioni economiche, l’avidità e l’incapacità di ascoltare e valutare per compiere scelte migliori. Il problema non è solo il famigerato libero mercato ma la cultura politica delle classi dirigenti e l’apatia dei cittadini, l’attuale forma amministrativa, e la questione morale. Tornando al sistema politico, la Repubblica prevede la democrazia economica e ciò significa consentire ai cittadini di controllare le funzioni strategiche dei nostri territori. Nel 2018, il nostro ceto politico è talmente cinico, irresponsabile e inadeguato che finge di ignorare valori e principi socialisti, preferendo speculare sull’ignoranza funzionale delle masse, chi per narcisismo, per spirito di auto conservazione, chi per ignoranza, chi per idiozia, chi per ambizioni personali e chi per avidità. L’assurdo del nostro Paese in grande crisi di moralità, è che troviamo forti disuguaglianze di riconoscimento proprio nel contesto politico, e così gli elettori preferiscono condurre al potere figure politiche, a volte squallide, inesperte e incapaci, lasciando fuori dalle istituzioni persone più meritevoli e capaci.

L’io minimo non necessita di cultura e approfondimenti, le SpA non necessitano di politici ma di consumatori, e così “politici” e consumatori sono la stessa cosa, persone deresponsabilizzate e inconsapevoli: bambini.

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Cluster Urbani, Andrea Spinosa.
aree urbane centrali Spinosa
Aree urbane centrali, Andrea Spinosa.
Campania Zone Urbane Vaste
Zone Urbane Vaste, Andrea Spinosa.

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Cultura bioeconomica

Cosa significa rigenerare una città attraverso la bioeconomia? Il concetto di bioeconomia nacque negli anni ’70, quando Nicholas Georgescu-Roegen dimostra matematicamente gli errori dell’economia neoclassica. La funzione della produzione ignora l’entropia, pertanto Georgescu-Roegen trasforma la funzione da un modello lineare di crescita continua a un modello circolare in equilibrio, copiando i processi biologici. La bioeconomia è l’ultima dimostrazione scientifica che avvalora le posizioni utopistiche sorte nell’Ottocento, quando diversi scienziati sociali e progettisti iniziarono a discutere il modello capitalista, poiché questo crea disuguaglianze, problemi economici, sociali e distruzione degli ecosistemi.

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Fonte immagine: Monica Lavagna, LCA in edilizia, Hoepli.

Nella cultura economica la città è uno strumento per l’accumulazione capitalista, tant’è che la stessa pianificazione, quando nasce nell’Ottocento, è piegata agli interessi della borghesia liberale. Il circuito di accumulazione capitalista si caratterizza con la produzione, le rendite finanziarie e il consumo di merci. Negli anni ’70, quando la politica delle imprese sceglie l’Asia per agglomerare la produzione, l’Occidente perde una parte importante dell’originaria vocazione industriale e le città diventano terziarie, con una serie di conseguenze economiche, sociali e ambientali.

L’aspetto contraddittorio e grottesco è proprio questo: la scienza dell’urbanistica nasce per riparare gli errori del capitalismo liberista disegnando un’uguaglianza spaziale, sociale e per favorire i diritti umani ma si realizza come una tecnica sfruttata dalle borghesie locali, ignorando le disuguaglianze economiche anziché perseguire interessi generali. Questo conflitto culturale e politico fra socialismo e liberalismo caratterizza tutta la pianificazione.

Gli utopisti socialisti erano consapevoli della cattiva redistribuzione della ricchezza capitalista, e suggerirono un miglioramento ma sottovalutarono la macchina amministrativa che si trovava, e tutt’oggi si trova, nelle mani del ceto politico, spesso autoreferenziale. I socialisti conoscevano bene il reale piano del conflitto, quello politico, e pertanto favorirono la nascita del partito come strumento per contendere il potere alla borghesia liberale, saldamente legata alle istituzioni politiche. Dopo secoli di materialismo capitalista, i problemi economici, sociali e culturali sono rimasti insoluti o persino amplificati. Le disuguaglianze hanno una dimensione territoriale e sono presenti nei quartieri delle aree metropolitane, nei Sistemi Locali delle città medie e nei Sistemi Locali rurali in stato di abbandono. Continuando a leggere il territorio col paradigma materialista non risolveremo alcun problema, pertanto è fondamentale uscire dal piano ideologico sbagliato. Attraverso il piano bioeconomico ci accorgiamo che le città sono sistemi metabolici con flussi di energia in ingresso e in uscita, questa semplice osservazione della realtà ci permette di introdurre un miglioramento che cambia il governo del territorio. L’approccio bioeconomico ha poi ampliato la sua visione riprendendo i temi sociali, e ricordando la tutela dei beni comuni sostenuta dalla scuola territorialista; tutela già presente nella Costituzione repubblicana.

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La cellula urbana.

L’obiettivo della rigenerazione urbana bioeconomica è usare razionalmente l’energia consentendo agli uomini di vivere in armonia con la natura, si tratta di un approccio scientifico più civile del nichilismo economico. Questo obiettivo si persegue predisponendo una corretta analisi del territorio e dei sistemi urbani, un adeguato monitoraggio della morfologia dell’assetto urbano esistente; una lettura circa la conformazione dello spazio pubblico; il rapporto fra edificato, spazio pubblico e spazi collettivi; infine le caratteristiche climatiche e ambientali del sito, le funzioni e molto altro. E’ la realtà che suggerisce l’intervento di rigenerazione finalizzato a costruire luoghi urbani che abbiano un senso per lo sviluppo umano. Da circa trent’anni le istituzioni politiche occidentali hanno promosso progetti di recupero e rinnovo urbano, riqualificazione e rigenerazione, con risultati anche contraddittori, poiché a volte hanno aumentato le disuguaglianze, anziché ridurle. In generale e nel mondo attuale, le Amministrazioni territoriali e locali cavalcano la globalizzazione neoliberista per accentrare maggiori capitali, ciò accade per le città regioni e le città globali che agiscono come motori della produzione capitalista. Le città diventano prevalentemente terziarie in Occidente mentre sono industriali in Asia. Le imprese e le banche prediligono l’approccio neoliberista poiché consente loro un accentramento del capitale mai visto prima, questo produce danni sociali e ambientali mai visti prima, col ritorno alla schiavitù. Fino a quando cittadini e ceto politico non si riprenderanno il controllo democratico delle istituzioni, le disuguaglianze continueranno a crescere, e diversi territori resteranno in uno stato di abbandono. Dal punto dei vista delle conoscenze tecnologiche, oggi pianificatori e progettisti hanno tutti gli strumenti per applicare progetti bioeconomici, rimane irrisolto il conflitto politico e giuridico, poiché in Italia ha prevalso l’egoismo trascurando i principi e i valori costituzionali. Ai vecchi problemi se ne aggiungono altri, dalla mancata riforma sul regime giuridico dei suoli e le rendite parassitarie, alla formazione della nuova armatura urbana italiana non governata, poiché costituita da comuni centroidi con le loro conurbazioni che formano città estese ove riscontriamo le disuguaglianze sociali e di riconoscimento. E’ necessario che il ceto politico restituisca sovranità allo Stato riducendo il ruolo del mercato, si tratta di applicare la Costituzione, perché la strada ideologica finora perseguita ha visibilmente aumentato la povertà soprattutto nel meridione d’Italia, ha distrutto economie locali e ridotto le istituzioni politiche a camere di registrazioni di decisioni prese altrove. Il ceto politico autoreferenziale ha sospeso la democrazia rappresentativa favorendo il riemergere di una società feudale, forgiata su rapporti di vassallaggio. In termini pratici le istituzioni devono programmare politiche pubbliche socialiste, e contemporaneamente realizzare un cambio di scala delle amministrazioni locali e avviare piani regolatori generali bioeconomici per governare razionalmente il territorio, recuperare i centri storici e rigenerare le zone consolidate. E’ importante governare correttamente le agglomerazioni industriali e produttive riterritorializzando attività e funzioni per ridurre la dipendenza dal sistema globale neoliberista. La realtà mostra che il mercato pianifica attività basandosi sul tornaconto egoistico. Per ridurre la povertà prodotta dal capitalismo liberista, lo Stato deve tornare a pianificare l’economia ma questa volta con l’approccio bioeconomico, e quindi costruire i luoghi e gli spazi ove cittadini, associazioni, istituzioni culturali possono incontrarsi e progettare la costruzione di attività virtuose e utili allo sviluppo umano, la conservazione del patrimonio, la tutela del territorio e l’uso razionale dell’energia stimolando la produzione di manifatture leggere con tecnologie sostenibili.

ISTAT grado di urbanizzazione 2001
ISTAT, grado di urbanizzazione in Italia.

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Capitalismo, effetti e rimedi.

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Fonte immagine: Monica Lavagna, Life Cycle Assessment in edilizia.

A partire dagli anni ’70, prima, le imprese multinazionali, in accordo con i Governi, hanno avviato quella che oggi chiamiamo globalizzazione neoliberale, cioè un’evoluzione del capitalismo. Nuove agglomerazioni industriali in zone economiche speciali furono individuate in Asia per aumentare i margini attraverso la schiavitù. Negli anni ’80 si aggiunse la deregolamentazione finanziaria e la proliferazione delle aree cosiddette off-shore per non pagare tasse agli Stati. Oggi, grazie all’informatica e alle speculazioni finanziarie, talune imprese accumulano più capitali attraverso il loro valore fittizio rispetto alle imprese che trasformano e vendono merci (old economy). Mentre accade ciò, in Oriente, si sono sviluppati i tradizionali processi di urbanizzazione che hanno favorito lo spostamento della popolazione, dalle aree agricole verso le città, e si sono innescati i processi di accumulazione del capitale grazie alle nuove agglomerazioni industriali. Mentre l’Asia diventava l’industria del mondo, ovviamente si sviluppavano ripercussioni economiche e sociali in Occidente, che si manifestavano attraverso lo svuotamento delle ormai ex aree industriali e produttive, lasciando una miriade di capannoni vuoti e l’aumento della disoccupazione. Le città abituate al capitalismo urbano perdevano i loro introiti, e sostanzialmente falliscono. Nell’euro zona dotata di regole abbastanza stupide, il fallimento è stato indotto e accelerato così da minare le certezze dello Stato sociale, ormai ridotto all’osso. Lo schema si caratterizza per disuguaglianze e sottosviluppo: i Paesi “centrali” pianificano agglomerazioni industriali, quelli “periferici” cedono attività. Negli USA, paese centrale, i fallimenti sono contrastati dallo Stato centrale attraverso investimenti diretti. In Italia, i Consigli comunali e le Regioni, inseguendo la religione capitalista, hanno creduto di poter riempire quel vuoto economico e sociale accelerando la privatizzazione di tutti i processi politici, compresa l’edilizia, e cancellando la pianificazione territoriale e urbanistica. In questo modo, la classe dirigente ha aumentato i disagi sociali ed economici poiché, com’era prevedibile, gli interessi privati di alcune categorie sociali hanno prevalso a danno della collettività. Le trasformazioni urbanistiche organizzate da piani edilizi adottati dai politici locali hanno innescato processi di gentrificazione, cioè di espulsione dei ceti meno abbienti dai centri per confinarli nei comuni limitrofi, ove sono minori i costi dell’abitare. La rendita è l’incentivo economico utilizzato dalla classe dirigente occidentale per cercare di riempire quel vuoto lasciato dalla globalizzazione neoliberale. Lasciando la politica al capitalismo, tutto si è trasformato in merce, ed è accaduto che l’interesse generale fosse completamente cancellato. La democrazia rappresentativa non c’è più, mentre è emerso e si è consolidato un sistema politico neofeudale. I diritti delle persone non sono rispettati. In questo sistema ormai consolidato esistono solo vantaggi economici per poche persone mentre i problemi, non solo restano, ma si amplificano: dispersione urbana, rischio sismico e idrogeologico, ciclo di vita degli edifici, inquietudine urbana, servizi mancanti, inquinamento e consumo di suolo, disuguaglianze crescenti e povertà che minano l’istituzione familiare, resa più fragile, e svuotata d’identità e tradizioni.

In Occidente, il capitalismo ha trasformato le strutture urbane mostrando un fenomeno nuovo. La contrazione delle città non si è tradotta in un ritorno alla campagna ma ha favorito la costituzione di “città regioni”, “città di città”, crescita delle aree metropolitane, e costituzione di nuove aree urbane, cioè nuove “città estese” costituite da comuni centroidi e le loro conurbazioni. Le nuove “città estese” rappresentano le nuove strutture urbane italiane governate dai vecchi confini amministrativi ormai obsoleti e dannosi. La risposta politica agli effetti perversi e negativi del neoliberismo è la territorializzazione delle attività adottando politiche bioeconomiche, poiché stimolano attività virtuose e sostenibili. Attraverso la bioeconomia, le città sono viste come sistemi metabolici, e ciò consente di osservare e misurare i flussi in ingresso e in uscita per eliminare gli sprechi e chiudere i cicli naturali, di fatto annullando l’inquinamento. L’avvio di questo processo e la realizzazione di questo approccio produce nuova occupazione. Un piano bioeconomico produce enormi benefici poiché opera sul recupero dei centri storici e sulla rigenerazione delle zone consolidate, eliminando quelle espansive, mentre le nuove tecnologie, ormai mature, producono risultati immediati per l’energia, il cibo e la mobilità. La valutazione del piano da priorità agli aspetti sociali ed ambientali, e il processo stimola la partecipazione attiva degli abitanti. E’ necessario un cambio di scala territoriale e amministrativo per favorire l’adozione di piani urbanistici bioeconomici e la programmazione di politiche nazionali bioeconomiche attraverso il Comitato Interministeriale delle Politiche Urbane (CIPU). Il CIPU dovrebbe essere la cabina di regia per controllare i piani regolatori generali bioeconomici delle nuove città estese, al fine di garantire un rinascimento finalizzato allo sviluppo umano e alla tutela dell’ambiente, e non più al mero profitto economico, all’inutile accumulo.

ISTAT grado di urbanizzazione 2001
ISTAT, grado urbanizzazione delle aree urbane.

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