Conoscere e cambiare

Attraverso le pubblicazioni dell’ISTAT siamo in grado di conoscere una quantità di informazioni più che sufficiente ed avere un’idea del nostro Paese. Se avessimo un’adeguata cultura politica, e una sufficiente cultura tecnologica, potremmo anche immaginare proposte e soluzioni per migliorare la società. La cultura dominante, com’è noto, è sostenuta dalla chiesa capitalista che crea disuguaglianze, e così le forze politiche presenti in Governi e Parlamento sono lo specchio di questa teologia, lo dimostra la realtà fotografata annualmente dall’ISTAT che non migliora, anzi è peggiorata nel corso degli anni rendendo le persone sempre più fragili economicamente e psicologicamente.

La realtà virtuale capitalista di oggi è scadenzata dal tempo della schiavitù, coincidente con la dittatura del consumismo, e così la maggioranza degli individui nasce per competere, per conseguire un titolo e accedere al lavoro, poi spendere il reddito in consumi inutili, e infine giungere alla morte senza aver mai vissuto. L’élite capitalista privilegiata sfrutta questa condizione di schiavitù per assecondare i propri capricci. In un mondo immorale costruito sulla disuguaglianza: quali sarebbero le azioni politiche da mettere in campo? “Ragionando per assurdo”: esiste un ceto politico dominante formatosi sulla cultura politica socialista ed ecologista, ed intende applicare la bioeconomia. La prima azione politica da mettere in campo è costruire la civiltà umana, e così è fondamentale rimuovere i problemi di ignoranza funzionale delle persone, in che modo? Sappiamo che esistono milioni di individui che leggono ma non capiscono ciò che leggono, consegnando le proprie scelte agli altri, cioè ai media. Una società civile costruisce strutture e istituzioni culturali per ospitare milioni di individui di ogni età, e li invita a studiare nuovamente partendo dalla cultura di base sino alle specializzazioni. Mentre accade ciò, la popolazione attiva immagina, programma e costruisce la trasformazione della società: sia quella produttiva e sia quella relazionale ampliando il mondo comunitario e riducendo lo spazio del famigerato libero mercato. Ci vorranno molti anni per riparare i danni della chiesa capitalista, e questo percorso abbisogna di nuovi impieghi, di nuove soluzioni tecnologiche e di nuove relazioni sociali ed economiche.

Nella società esistono sia gli strumenti giuridici societari per realizzare questo cambiamento e sia la creatività umana per farlo, manca il soggetto politico e mancano i politici. Lo status quo permane poiché la maggior parte degli individui ha perso valori democratici veri, cioè si impedisce ai talenti di emergere e di coordinare azioni politiche evoluzionistiche che possano aiutare le comunità a compiere un salto, lasciando il piano ideologico sbagliato, ed approdare sul piano bioeconomico. Questo non è solo un conflitto politico dell’élite degenerata contro gli ultimi, ma è un conflitto culturale condizionato dalla prevaricazione perpetrata dalle generazioni più anziane, quelle che detengono il controllo economico e sociale, che limitano le possibilità dei propri figli, cioè delle generazioni più recenti che non possono sperimentare nuovi modelli o fare investimenti innovativi. Nell’assenza di uno Stato sociale forte, poiché controllato dall’élite liberale/liberista mancano programmi di investimento a fondo perduto per sperimentare nuovi modelli sociali ed economici importanti per costruire l’auto sufficienza delle comunità. In generale le istituzioni pubbliche, psico-programmate dalla chiesa capitalista, sono sfruttate per garantire privilegi alle grandi aziende e alle imprese vicine al ceto politico dominante.

Un serio programma di sviluppo umano coinvolge tutta la popolazione che può studiare e lavorare, cioè anche e soprattutto gli inattivi (13 mil. di persone), e non solo i disoccupati o chi attualmente lavora ma è in difficoltà. I Paesi con sistemi di welfare migliori, non solo hanno strumenti di sussidio ma sono in grado di soddisfare le richieste delle persone, avviando sia percorsi di sviluppo umano personalizzati, e sia programmi per far incontrare domanda e offerta di lavoro. E’ altrettanto noto che il nostro Paese, essendo liberista in pectore, ha volutamente trascurato le politiche socialiste pubbliche, e l’ha fatto anche per la sanità pubblica danneggiandola gravemente e lasciando metà del Paese privo di strutture e personale medico.

Quando nasceranno gruppi di persone organizzate e consapevoli (formate sulla bioeconomia) allora potremmo assistere a modelli sociali più evoluti, cioè democratici e auto sufficienti, non più condizionati dal mercato. Il campo di lavoro sono le aree urbane estese e le aree rurali, sono questi gli ambiti degli insediamenti umani da rigenerare affinché le persone possano iniziare a vivere da esseri umani. Nel nostro meridione è determinante ripensare le agglomerazioni industriali, costruire infrastrutture ancora inesistenti e servizi indispensabili dentro le aree urbane estese. Esistono più strategie intelligenti, percorribili e possibili che possono favorire lo sviluppo umano e civile interpretando la bioeconomia che crea nuovi impieghi utili.

partecipazione al mercato del lavoro ISTAT 2019
ISTAT, Annuario Statistico 2019

Riflettere

L’esperienza che stiamo vivendo insegna che di fronte al pericolo della morte, il ceto dominante rinuncia ai dogma della chiesa capitalista (patto di stabilità e crescita, debito pubblico, chiusura delle attività produttive) e lascia il passo alla scienza per evitare il peggio. Una delle conseguenze più note quando il capitalismo è sospeso, cioè quando la famigerata crescita rallenta accade che il pianeta respira con beneficio per tutte le specie viventi. L’intenzione del ceto politico dominante (imprese e politici) è quella di immettere liquidità (soldi) in assenza di produzione, come debba avvenire è una tema aperto. Torniamo al concetto di economia («amministrazione della casa») reale e poniamoci una domanda: se non ci fosse la pandemia potremmo vivere in armonia con la natura? La domanda esprime un’idea nascosta, e cioè che la produzione inquina e distrugge, aprendo a temi politici finora sottovalutati (nonostante le contraddizioni del capitalismo siano note da secoli). La risposta è: si, possiamo vivere in armonia con la natura. Il dramma dell’epidemia dovrebbe suggerire una seria riflessione sulla religione capitalista per immaginare e programmare l’uscita da un sistema dannoso e obsoleto, e ripensare l’intera società per approdare a stili di vita sostenibili e intelligenti. Si tratta di ripensare i modelli di produzione e garantire risorse alle future generazioni. Il linguaggio del mainstream lascia intendere che la volontà del ceto dominante è riprendere la crescita così com’era prima dell’esplosione dell’epidemia, ripercorrendo gli stessi errori per tenere in vita la chiesa capitalista. L’intenzione del ceto dominante non è riflettere su come migliorare la società, ad esempio eliminando le disuguaglianze territoriali, ma come conservare profitti e privilegi attraverso lo sfruttamento delle risorse limitate e la violazione dei diritti civili e umani. L’esperienza attuale dovrebbe far notare ai cittadini che la scienza salva la vita delle persone, mentre la chiesa capitalista crea enormi disuguaglianze, concentrazione dei profitti privati mentre uccide le specie viventi e distrugge il pianeta. Esempi in tal senso sono numerosi nella storia (le rivoluzioni industriali) e nel presente, oggi cambia solo la dimensione geografica del cattivo rapporto fra uomo e natura, ma senza la pandemia da virus, il capitalismo uccide tutti i giorni, basti pensare a Taranto, o la pianura padana così inquinata, solo per citarne un paio. Marx ci ricorda che i cambiamenti sociali possono avvenire solo attraverso una coscienza di classe, e pertanto lo status quo non muterà fino a quando la maggioranza dei popoli non avrà imparato la lezione socialista ed ecologista. E’ possibile una società migliore di questa? Certo lo è, e possiamo ripensare il concetto di relazione, non più esclusivamente materialista (il denaro) ma una relazione di reciprocità rispetto all’utilità sociale (e la compatibilità ambientale). Possiamo osservare che c’è una distinzione netta fra valore d’uso e valore di scambio, come insegna Marx, e noi possiamo aggiungere che esistono beni (acqua, energia, cibo) che non sono merci, e merci (le automobili, uno smartphone…) che non sono beni, poiché prive di utilità sociale. Su questi presupposti possiamo creare una società che riduce l’uso di merci (inutili) che non sono beni, mentre i beni (acqua, energia, cibo..) possono essere auto gestiti dalla comunità e possono essere sottratti al famigerato mercato. Questo semplice ragionamento implica una strategia politica fondamentale: ridurre lo spazio del mercato e aumentare quello della comunità, basata su relazioni di reciprocità, utilità sociale e sostenibilità. Se fossimo già una società basata su queste caratteristiche (reciprocità, utilità sociale e sostenibilità), molto probabilmente non avremmo i rischi sanitari dei “nuovi” virus ed anche se ci fossero, le nostre istituzioni sarebbero preparare con tutti i materiali e le tecnologie (la sanità pubblica è un bene, non una merce), e le persone non avrebbero i problemi di approvvigionamenti poiché ci sarebbero comunità resilienti. Quando una comunità non dipende esclusivamente dal denaro, questa è più libera e auto sufficiente di altre che dipendono dalla finanza e dal mercato. Le tecnologie odierne possono creare sistemi sociali liberi dall’influenza delle imprese multinazionali che predano i territori e tengono in schiavitù le persone economicamente più deboli. Attraverso l’impiego delle odierne tecnologie si possono costruire reti di comunità auto sufficienti per ridurre l’influenza del famigerato libero mercato e aumentare la sfera dei beni comuni. Ad esempio, i cittadini delle aree urbane possono diventare produttori e consumatori di beni e asset strategici eliminando il ruolo di SpA private che oggi traggono profitti sfruttando la famigerata privatizzazione dei servizi locali ma usurpando i beni comuni. Inoltre, numerosi impieghi socialmente ed economicamente utili si realizzano territorializzando attività e funzioni assenti nelle aree urbane e rurali, dalla rigenerazione urbana fino alla tutela delle risorse agricole e forestali, dalla conservazione del patrimonio alla riduzione del rischio sismico e idrogeologico. Sono tutte attività vitali per la specie umana ma si potranno realizzare in tutto il territorio nazionale uscendo dal paradigma culturale sbagliato (la chiesta capitalista) e approdando su quello della bioeconomia, che predilige la scienza e l’utilità sociale alla becera avidità del profitto privato caratterizzato da crescita illimitata (produttività) e una costante competitività, che calpesta i valori della solidarietà e della cooperazione.

La bellezza della natura e i rapporti di comunità che stiamo riscoprendo possono diventare il valore di una nuova società, quella bioeconomica. Per farlo dobbiamo accettare l’idea di cambiare stile di vita, e scoprendo l’opportunità di nuovi impieghi, più utili e più intelligenti. Una prima opportunità evidente è quella della mobilità sostenibile, alla nostra portata se aumentiamo l’uso dei mezzi di trasporto pubblico, se costruiamo infrastrutture adeguate e se riduciamo drasticamente l’uso dei mezzi privati inquinanti, come accade in questi giorni. Un’altra evidenza è il telelavoro per buona parte delle professioni intellettuali, mentre è fondamentale che lo Stato riprenda il controllo della salute pubblica auto producendo tutto ciò che serve, facendo l’opposto di quello fatto finora e cioè investire in ricerca, in brevetti pubblici, e produzione di materiali e tecnologie per il sistema sanitario affinché la Repubblica non sia più condizionata dal famigerato mercato, ma abbia le scorte e le tecnologie per intervenire in casi emergenziali. Tutti questi cambiamenti producono opportunità di lavoro utile che vanno agglomerate ove non ci sono occasioni di impiego, cioè il nostro Sud. Ripensando le attività produttive è legittimo riconfigurare le agglomerazioni industriali presenti nei Sistemi Locali del Lavoro con attività di manifattura leggera e tecnologie ad alto valore aggiunto nei settori della mobilità dolce, e della sanità pubblica, così come le tecnologie dell’architettura per prevenire e ridurre il rischio sismico e la qualificazione energetica per ridurre la domanda di energia da fonti fossili.

Per quanto riguarda l’attuale conflitto politico fra i Governi dell’UE circa il tema eurobond si o no, comunque vada le immorali disuguaglianze resteranno dove sono poiché i problemi del meridione non dipendono esclusivamente dalle forme di governo ma dal capitalismo che nega investimenti pubblici in determinati territori, poiché sfruttati e predati. Questa recessione economica sarà utilizzata dagli speculatori dei mercati finanziari come arma di competizione per aumentare la centralizzazione dei capitali nelle mani di imprese sempre più grandi, cioè produrrà una gara dell’élite degenerata per acquisire asset strategici nei Paesi periferici. Il ceto politico dirigente non farà nulla per fermare la speculazione finanziaria mentre le scelte acconsentiranno l’aumento dell’indebitamento pubblico, altra arma di conquista del capitale finanziario, a danno delle presenti e future generazioni. La recessione economica innescata dal contagio di un virus letale partito dalla Cina sarà scaricata sui ceti economicamente più deboli, un classico esempio di ingiustizia sociale. Il capitalismo instaura relazioni violente e materialiste, tutto diventa merce da comprare e vendere, mentre il ceto dominante (i capitalisti) assume per se aree centrali e per altri aree periferiche da sfruttare destinate al sottosviluppo, è ciò che è accaduto al meridione per scelta politica. Ad esempio, resterà il razzismo di Stato che toglie risorse ai cittadini meridionali attribuendone maggiori al Nord, resteranno i problemi delle università meridionali poco attrattive e poco collegate con le imprese sui territori, così come resteranno i ceti dominanti che vivono di rendite parassitarie e così via… La strada del cambiamento è lunga ma solo percorrendola si risolveranno i problemi: prima di tutto abbandonare la fede capitalista! Una priorità strategica è ripristinare la pianificazione osservando le aree urbane e disegnare i sistemi urbani e territoriali attraverso il filtro culturale della bioeconomia, ciò produce grandi indotti lavorativi.

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Breve storia del consumo di suolo a Salerno

Processi speculativi, forme urbane e città estesa

Per comprendere una “storia” del consumo di suolo [agricolo], è necessario conoscere lo sviluppo storico e le regole giuridiche dell’urbanistica con gli interessi politici ed economici dei ceti sociali più forti, inoltre bisogna riconoscere quali obiettivi legittimi e meno legittimi si celano dietro la crescita fisica delle città. Senza comprendere il capitalismo urbano non si riesce a capire perché cresce l’espansione urbana in Occidente, perché oggi crescono meno (sotto il profilo demografico) i grandi centri mentre i Comuni limitrofi a essi crescono (fisicamente e demograficamente) e si uniscono saldandosi per costituire nuove “città estese”, “reti di città”, “città di città”, e persino “città regione”. In tutto il mondo assistiamo al superamento della popolazione urbana rispetto a quella rurale, e in Asia si saldano fra loro megalopoli di milioni di abitanti. Queste città sono sistemi complessi che chiedono ingenti flussi di energia e materia, creando enormi impatti ambientali, economici e sociali.

La pianificazione urbanistica è l’attività finalizzata all’individuazione delle regole da seguire per l’utilizzazione del territorio allo scopo di consentire un uso corretto e rispondente all’interesse generale. Attraverso i piani regolatori generali, i Consigli comunali regolano lo jus aedificandi (diritto a edificare) cioè incidono sul diritto e sul valore della proprietà pubblica e privata dei suoli e degli immobili; individuano gli standard; determinano la qualità di vita degli abitanti; determinano l’impatto ambientale delle attività antropiche; determinano i servizi sociali e culturali; la sicurezza; l’uso dell’energia e la mobilità. Lo jus aedificandi è slegato dalla proprietà, ed appartiene allo Stato che ne regola l’uso attraverso una concessione: il permesso di costruire. Comprese le regole e i diritti, siamo in grado di individuare le responsabilità politiche circa il governo del territorio: i Consigli regionali che scrivono leggi urbanistiche e soprattutto i Consigli comunali che adottano i piani regolatori generali ma approvati dai Presidenti di Regione.

Dal punto di vista della politica, il consumo di suolo agricolo assurge a tema di discussione pubblica solo negli anni recenti, quando la consapevolezza dello spreco di risorse finite raggiunge un’importanza e una sensibilità popolare; nonostante le contraddizioni del capitalismo fossero note sin dalla sua nascita (Karl Marx), e nonostante la notissima pubblicazione de “Limiti alla crescita” del 1972 (tradotto in italiano in “I limiti dello sviluppo“). Nel 1971 Georgescu-Roegen pubblica la legge dell’entropia nei processi economici, ed evidenzia con calcoli matematici tutti gli errori della funzione di produzione capitalista perché non tiene conto dell’entropia. Georgescu-Roegen crea la bioeconomia, cioè una nuova funzione della produzione basata sui flussi con la possibilità di misurare gli sprechi e i danni ambientali delle attività produttive per eliminarli. Questo approccio consente di osservare le città come sistemi metabolici con flussi di energia e di materia in ingresso e in uscita, ed è questo l’approccio culturale per eliminare anche il consumo di suolo agricolo.

Nonostante l’opportunità di cambiare i paradigmi culturali della società, la classe dirigente dominante aderisce all’ideologia capitalista che vede le città attraverso il filtro esclusivo dell’economia, così tutto diventa merce da comprare e vendere. Le città sono considerate strumenti di accumulazione del profitto privato, e nel farlo si realizzano impatti ambientali a partire dalla prima rivoluzione industriale del ‘700 che impiega le “nuove” tecnologie sfruttando le fonti fossili. Nell‘800 con l’acuirsi dei problemi sanitari e col crescere dell’urbanesimo, nasce la scienza dell’urbanistica (Cerdà, Teoria generale dell’urbanizzazione, 1867) come tecnica per risolvere problemi concreti. I primi suggerimenti nascono dalle utopie socialiste come la città giardino (1898) di Howard, oppure l’approccio pragmatico di Cerdà (piano di Barcellona, 1859) che immagina un’uguaglianza spaziale. La disciplina urbanistica è giovane, e la sua tecnica offre numerosi spunti di riflessione per risolvere i problemi d’igiene urbana innescati dall’industrialismo, basti pensare alla creazione delle reti infrastrutturali dei servizi (reti fognarie, idriche, elettriche, strade). La pianificazione ha evidenti implicazioni economiche e sociali poiché regola l’uso del suolo della proprietà privata e pubblica. Nei processi politici di trasformazione urbana si evidenziano i conflitti determinati dalla rendita, e la soluzione migliore è che sia lo Stato a incassare la rendita fondiaria; si riconosce il fatto che il disegno urbano determina l’economia delle città e degli abitanti. Le implicazioni economiche sono attenzionate dalle classi dirigenti che, spesso, decidono di usare la tecnica urbanistica per esaudire gli interessi della borghesia dominante, piuttosto che favorire l’interesse generale utile allo sviluppo umano creando servizi per tutti i cittadini, eliminando le disuguaglianze e tutelando l’ambiente. Nella gestione della città emergono due approcci opposti: il primo liberale che favorisce il cosiddetto libero mercato e l’altro socialista basato sul ruolo attivo dello Stato e sulla pianificazione.

Il caso paradigmatico di trasformazione urbana che crea enormi vantaggi economici agli investitori, e anche grandi debiti, è quello della Parigi (1852-1870) di Haussmann, e questo approccio di trasformazione farà scuola in tutto l’Occidente, sia sotto il profilo tecnico (diradamenti, allineamenti, rettifili) e sia sotto il profilo finanziario attraverso società ad hoc e investimenti bancari, ma soprattutto attraverso lo sfruttamento della rendita fondiaria e immobiliare. Gli effetti economici della pianificazione urbanistica appaiono chiari ed evidenti, e così dal 1865 il modello Haussmann suggerisce a Monsignor de Mérode di guidare un suo progetto di rinnovamento per Roma, si tratta di un’attività speculativa da lui perseguita acquistando terreni e costruendo edifici e palazzi in vista della conquista di Roma da parte del Regno d’Italia, del nuovo ruolo della capitale d’Italia, che Roma avrebbe assunto e del prevedibile arrivo massiccio di popolazione. Ecco spiegati in pochi passaggi gli interessi privati che hanno come effetto anche il consumo di suolo.

In Europa, nel Novecento, si diffonde l’approccio liberale [keynesiano] ma avrà implicazioni più o meno socialiste, cioè nella maggior parte delle città europee si conserva il ruolo pubblico dello Stato come regolatore degli interessi generali, da un lato le classi dirigenti locali riservano per sé stesse i suoli più appetibili, e dall’altro lato lo Stato promette di costruire abitazioni popolari [Piano Fanfani, 1949 e piano INA-Casa] per tutelare i ceti economicamente più deboli; questo approccio resterà il principale punto di riferimento fino agli anni ’80 del Novecento.

La letteratura classifica tre generazioni di piani in base ai periodi storici: piani di ricostruzione post bellica (anni ’40-‘50), piani dell’espansione (e riformisti) degli anni ’60 e ‘70, e i piani della trasformazione urbana (anni ‘80). Fra i temi di discussione ci sono tutti i problemi principali delle città: il corretto dimensionamento, il recupero, i servizi e l’ambiente. Nel 1933, Il Congresso Internazionale dell’Architettura Moderna produsse la cosiddetta Carta di Atene che individua anche gli standard minimi per un corretto vivere nelle abitazioni e in città. La cultura architettonica e urbanistica internazionale riconosce i problemi delle città e suggerisce soluzioni pratiche per risolverli, ad esempio corretti rapporti fra spazio pubblico e privato, servizi, distanze fra gli edifici, etc. Il Movimento Moderno ha il merito di individuare i problemi e creare soluzioni per le città ma sancisce anche la separazione fra uomo e natura, poiché le sue applicazioni concrete realizzano una “città macchina”, spesso spazi e non più luoghi di senso.

In queste concezioni il consumo di suolo agricolo avrà diverse implicazioni, poiché il corretto dimensionamento dei piani urbanistici è prerogativa determinante per ridurre gli impatti ambientali delle attività antropiche. Gli eccessi dimensionali in direzioni opposte creano inquietudine urbana, ad esempio città troppo dilatate consumano suolo mentre città troppo compatte congestionano e affollano gli spazi urbani.

Alla fine degli anni ’70 e all’inizio degli anni ’80 del Novecento, l’Occidente intero sceglie l’approccio neoliberista che riduce il ruolo pubblico dello Stato deregolamentando anche la pianificazione urbanistica per favorire la concentrazione capitalista nelle mani degli investitori privati, che orientano le scelte politiche locali secondo scopi precisi. Di fatto, la pianificazione e il disegno urbano perdono di significato.

La crisi ambientale favorita dal capitalismo neoliberista raggiunge livelli insostenibili circa trent’anni fa, mentre continuano scelte contraddittorie fra trasformazioni urbanistiche che aumentano gli spazi di relazione, e trasformazioni urbanistiche condizionate da processi speculativi che distruggono valori e risorse. Le istituzioni politiche assistono in maniera passiva all’esplosione delle città trasformatesi in reti e sistemi di flussi, e costringono gli abitanti e le generazioni presenti e future economicamente più deboli a vivere in spazi urbani degradati e abbandonati. In Italia, i danni per l’assenza della corretta disciplina urbanistica sono realizzati in quasi tutte le città, e ciò accade soprattutto nei centri minori dove c’è carenza di cultura nel ceto politico dominante.

Salerno la forma urbana
Elaborazione personale su Carta Tecnica Regionale.

Nel caso salernitano, la storia urbana insegna che la città attuale, escludendo il centro storico, è costruita fra gli anni ’20 e ’80 col susseguirsi di piani e disegni approvati ma non rispettati, modificati, edulcorati, poiché l’Amministrazione, di volta in volta, asseconda gli interessi particolari della borghesia locale che ha saputo imporre la propria volontà orientando gli scenari progettuali, tutto ciò per indirizzare la rendita fondiaria e immobiliare verso il profitto privato. Nei primi decenni del Novecento sino agli anni ’80, la crescita fisica della città, e quindi il consumo di suolo agricolo è ampiamente giustificato dalla crescita demografica. La popolazione residente salernitana nel 1871 era di appena 27.000 abitanti, nel 1932 arriva a 70.000 abitanti. A questa crescita bisognava rispondere con la costruzione della città e si pose il problema del finanziamento degli interventi.

Salerno, cartografia IGM
Cartografia IGM.

Nel 1910 a Salerno, Enrico Moscati propose la soluzione del problema attraverso l’esproprio generalizzato dei suoli e l’uso del diritto di superficie. In questo modo l’Amministrazione avrebbe potuto usare i suoli e la rendita fondiaria per progettare una città a misura d’uomo, così come immaginarono Donzelli-Cavaccini prima (Piano di ampliamento, 1915) e Camillo Guerra dopo (Piano di ampliamento, 1934). La proposta di Moscati fu ignorata.

Dall’Unità d’Italia al ventennio fascista, e fra le due guerre, l’Amministrazione approva piani regolatori di ampliamento: nel 1915 (Regno d’Italia, Cav. Avv. Francesco Quagliariello) gli ingg. Donzelli-Cavaccini consegnano il piano regolatore del nuovo rione orientale che non sarà rispettato, poi nel 1934 (Comm. Avv. Mario Jannelli, Podestà) l’ing. Camillo Guerra si vede approvato il piano regolatore di ampliamento della città e spostamento della ferrovia, anche questo non sarà realizzato; nel 1936 (Avv. Manlio Serio, Podestà) gli archh. Alberto e Giorgio Calza-Bini si vedono adottato il piano regolatore e di risanamento, e nel 1945 l’arch. Alfredo Scalpelli, vedrà adottato il piano di ricostruzione. Dal secondo dopo guerra si realizzano i piani che consumo maggiormente suolo agricolo.

Nel 1954 (Conte Dott. Lorenzo Salazar, Commissario prefettizio), l’Ufficio Tecnico dell’Amministrazione elabora un vasto programma di fabbricazione che sarà utilizzato per il futuro piano regolatore generale. Infine, il Piano Marconi del 1958 (Sindaco Menna) è lo strumento urbanistico che prevede il maggior consumo agricolo nella storia urbana della città, e raddoppia gli abitanti fino a raggiungere circa 160.000 abitanti. Negli anni ’80 Salerno raggiunge un picco massimo di circa 183.000 abitanti. Nel 2019, il Comune di Salerno ha 133.364 residenti (dati ISTAT).

Lo storia salernitana insegna che i piani, ispirati a un determinato orientamento culturale raffigurano un disegno urbano (una previsione), ma le Amministrazioni politiche possono cambiarne gli indici, alzandoli fino a edulcorare il senso del disegno urbano a favore della massima utilizzazione territoriale. In letteratura, per descrivere una crescita urbana non pianificata correttamente si usano espressioni come interventi individuali e settoriali [processi di urbanizzazione], interventi sconnessi fra loro e non omogenei [al tessuto urbano costituito solitamente da una maglia stradale regolare, organica]. Escludendo l’originale forma del centro storico, la forma urbana della prima espansione moderna è costituita da una fabbricazione chiusa con palazzine allineate alla strada (Corso G. Garibaldi, via Nizza, via dei due Principati, via Dalmazia, via Carmine, via P. De Granita) assumendo una morfologia reticolare, e già in questo sviluppo osserviamo una utilizzazione massima, cioè alti indici urbanistici con carenza dello spazio pubblico e una rete stradale inadeguata ai carichi urbanistici costruiti ed ai flussi esistenti. Il dimensionamento dei piani è, spesso, orientato alla mercificazione dei suoli sia grazie alla deregolamentazione della rendita immobiliare e sia per incassare gli oneri di urbanizzazione, ma nei decenni del Novecento anche se l’attuazione dei piani [salernitani] era fatta male vi era la giustificazione della crescita demografica. Alla fine del millennio la crescita si esaurisce poiché a causa dell’approccio neoliberista chiudono le imprese ed aumenta la povertà, e si sviluppa il fenomeno della gentrificazione che contrae [perdita di residenti] il Comune capoluogo, dimostrando l’errato dimensionamento dei piani più recenti (PUC 2005, variante 2013 e revisione decennale). Questa condotta politica di pianificare espansioni fisiche su errati dimensionamenti dei piani contrasta con i principi della Costituzione e i principi della legge urbanistica nazionale, ed ha effetti diretti sul consumo di suolo agricolo.

La scelta politica di rinunciare alla corretta pianificazione urbanistica e quindi la scelta di deregolamentare la rendita ha in sé un meccanismo politico molto noto, il seme della corruzione morale e materiale poiché il facile accumulo di capitali nelle mani di costruttori e immobiliaristi può favorire sistemi corruttivi. Quanto vale il danno economico della rendita fondiaria? E’ difficile misurare con precisione l’appropriazione della rendita fondiaria ma è stato possibile fare una stima al ribasso, della sola edilizia abitativa (escludendo l’edilizia commerciale, turistica …), aggregando dati ISTAT e Banca d’Italia, e usando le superfici realizzate con la ricostruzione dei prezzi reali delle case e dei terreni. Per l’Italia, è stato stimato che dal 1961 al 2011, se lo Stato avesse applicato la riforma del regime dei suoli proposta da Fiorentino Sullo, avrebbe incassato un’enormità di circa 800/1000 miliardi di euro (Blecic, Lo scandalo urbanistico 50 anni dopo, Franco Angeli, pag. 19).

Nella letteratura urbanistica il consumo di suolo si misura con la variazione fra crescita dell’area urbanizzata e riduzione dell’area di suolo agricolo, e dal punto di vista meramente quantitativo, attraverso Google è possibile misurare la crescita fisica programmata dai piani approvati. La forma urbana è condizionata dalla complessa orografia del territorio: le colline, il fiume Irno e gli altri corsi d’acqua, e il mare, sono elementi che determinano l’originalità della struttura salernitana, oltreché ovviamente dai piani. Il centro storico salernitano costruito abbarbicato sul colle Bonadies assume una forma organica intricata e compatta a grana grossa che ricorda gli insediamenti islamici, si sviluppa fino alla marina e misura 40,5 ettari; la prima espansione moderna misura 98,6 ettari (piano Donzelli-Cavaccini, 1915) cioè quella che si riferisce al Corso G. Garibaldi, via Dalmazia, via Nizza, via dei due Principati, e costituisce una forma compatta con tessuto reticolare. Il piano Calza-Bini (1936) programma una crescita di 177, 8 ettari circa; e il famigerato piano Marconi pianifica un’espansione di 396,9 ettari (dalla misura sono escluse le aree produttive e industriali). Calza-Bini (1936), Scalpelli (1945) e Marconi (1958), sono i piani che costruiscono la città che viviamo oggi, compresi i processi speculativi sulle colline, così come la zona orientale di seconda espansione – Torrione, Pastena, Mercatello – dove troviamo le forme aperte prive di una maglia urbana regolare, ciò compromette l’aggregato edilizio per il fenomeno della disomogeneità. Le recenti espansioni, realizzate dagli anni 90 ad oggi hanno consumato circa 115,51 ettari (solo quelle costruite poiché mancano quelle pianificate), e tutte queste lottizzazioni sono nelle aree periferiche, periurbane, rururbane e contigue alle aree produttive e industriali (Matierno, San Leonardo, Fuorni, Stadio Arechi, Sant’Eustacchio, colline di Brignano, Masso della Signora, e Giovi). Sono tutte espansioni non integrate nel tessuto urbano esistente.

Salerno dispersione urbana
Salerno, interventi di edilizia (anni ’60 – ’10) pubblica e privata localizzati in periferia e sulle colline, spesso non integrati nell’agglomerato urbano esistente (dispersione urbana).

La misura precisa di come fu costruita la città venne accertata nel 1974 da progettisti incaricati dal Comune, e divenne nota a tutti quando consegnarono lo “Studio preliminare” che misurò la carenza di servizi minimi nella “Relazione dell’elaborato intermedio” del 1979. Lo studio misurò lo standard esistente di Salerno in 1,37 mq/ab (la vecchia legge regionale del 1977 prescriveva 30 mq/ab), e una densità di 987 ab/ha in zone del centro (piano Calza-Bini, 1936) quando la manualistica prescrive 300 ab/ha; pertanto i progettisti salernitani suggerirono il riequilibrio dei servizi sia per l’area occidentale (centro) che per quella orientale (periferia). Lo studio suggeriva di riflettere se fosse corretto espandere o meno la città, ma prima di tutto decongestionare la città stessa ed «abbassare gli indici di fabbricabilità delle zone non ancora edificate» per avere un rapporto migliore fra abitanti insediati e attrezzature di servizio.

Salerno città della rendita 02
Salerno, zona Carmine.
Salerno città della rendita 01
Salerno, Pastena e Mercatello; il fenomeno della disomogeneità dell’aggregato edilizio.

Dal punto di vista della cultura urbanistica, i piani che hanno costruito fisicamente la città (Calza-Bini e Marconi) sono lo specchio dell’isolamento culturale del regime fascista che scartò idee e disegni tipici delle utopie socialiste, dalla garden city (Donzelli-Cavaccini) alla città a misura d’uomo progettata secondo la composizione dell’unità di vicinato (Neighborhood Unit). Salerno vive due contraddizioni: una città compatta [elevato indice di accentramento della popolazione residente (0,98) e un’elevata densità di abitazioni totali] che favorisce relazioni di prossimità ma estremamente affollata, congestionata e senza servizi, ed un’alta dispersione urbana sulle colline, altrettanto prive di servizi; si tratta del peggior consumo di suolo poiché è stato distrutto un patrimonio naturale che crea inquietudine urbana e inquinamento. Alti valori degli indici di accentramento e densità di abitazioni indicano affollamento e un probabile degrado, considerando anche il fatto che il 61% degli occupati vive e lavora nell’area urbana appesantita e addensata dagli spostamenti giornalieri del pendolarismo in ingresso.

Salerno Copenaghen
Confronto fra un insediamento intenzionale e un aggregato edilizio spontaneo e disomogeneo.

Sotto il profilo del consumo di suolo bisogna riconoscere che i piani Calza-Bini e Marconi hanno costruito una città eccessivamente compatta, congestionata, e che pertanto la corretta composizione urbanistica suggerisce di ridistribuire i carichi, di fatto consumando altro suolo. Nel caso salernitano, il problema del consumo si può risolvere solo osservando attentamente la nuova struttura urbana estesa attraverso un censimento delle aree già urbanizzate ma abbandonate; perché sono queste le superfici che possono essere interessante da trasferimenti di volumi volti ad abbassare i carichi nelle zone consolidate, e disegnare nuove urbanità.

Dal punto di vista economico e sociologico, i cittadini pagano il danno degli interessi privati particolari contro l’interesse generale e quindi l’assenza di un corretto disegno urbano capace di organizzare lo spazio pubblico per favorire standard minimi come il verde di quartiere, parcheggi, e servizi culturali necessari per lo sviluppo umano. Osservando la storia cittadina, i problemi urbani ed edilizi di Salerno appaiono come una costante discussione politica ma inconcludente perché la classe dirigente non ha il coraggio di adottare soluzioni radicali ma corrette, come ad esempio la rigenerazione urbana bioeconomica. A partire dagli anni ’20 si parla di diradamento edilizio e recupero nel centro storico, fino al 1974 quando a Salerno si svolge il “Convegno Nazionale sulla politica dell’intervento pubblico nei centri storici del Mezzogiorno” dedicando ampio spazio all’opportunità dei programmi di recupero urbano, e denunciando «la crescita disordinata e sregolata del tessuto urbano», così la denuncia della «distruzione di una zona urbana di notevole importanza» e l’abbandono dei giardini nel centro storico, così denunciò Roberto Napoli, Presidente dell’Associazione Risanamento Centro Storico, che sperava e auspicava una partecipazione popolare.

A seguito del DM 1444/68, il 30 luglio 1971 il Comune di Salerno stabilì di individuare degli incarichi per i piani particolareggiati di esecuzione, poi con la delibera n. 203 del 29/09/1972 (Sindaco Russo) l’affidamento ai progettisti salernitani i quali produssero studi, indagini e individuarono la strategia per il recupero degli standard e l’individuazione delle zone omogenee. Nel 1978 (Sindaco Ravera) con delibera n.139 e n.140, lette le analisi consegnate, si decise di adeguare il vecchio PRG Marconi (Sindaco Menna) ritenuto dannoso ed obsoleto; poi si arriva al 1980 (Sindaco D’Aniello) per deliberare la nascita dell’ufficio di Piano, ed in fine nel 1983 (Sindaco Clarizia) ove il Comune cambiò rotta. In questi passaggi emerge tutta l’incapacità e la cattiva fede dei politici che volutamente non decidevano e prendevano tempo per consentire alle lobbies delle costruzioni, i proprietari di terreni di edificare nel peggiore dei modi e produrre altre rendite, mentre i tecnici nei loro rapporti segnalarono il fatto che l’inerzia politica consentiva l’edificazione prevista da un piano regolatore inadeguato e dannoso, e che il procrastinare nel tempo della corretta decisione aumentava il danno ambientale e sociale della città; mentre i tecnici progettavano soluzioni è accaduto che i politici consapevoli di ciò consentivano al capitalismo liberale di distruggere il bene comune recando danno alle future generazioni, cioè la nostra.

La legge urbanistica nazionale risale al 1942 mentre il DM 1444/68 collegato ad essa descrive chiaramente gli indirizzi della pianificazione. Una delle grandi virtù della legislazione urbanistica italiana, tutt’ora in vigore è, prima di tutto, il principio dell’uso sociale dei suoli (l’interesse generale) e poi i famosi limiti inderogabili di densità edilizia, di altezze e di distanza per le zone A e B, che evitano le famigerate speculazioni edilizie. Ad esempio, per le zone consolidate uno degli obiettivi chiaramente enunciati nel DM 1444/68 è il decongestionamento, ma a Salerno sono stati approvati piani attuativi che fanno l’opposto, aumentano i carichi urbanistici favorendo nuovi congestionamenti nelle zone consolidate, già prive di standard minimi. Ancora oggi servirebbe un diradamento edilizio nelle zone consolidate costruite dai processi speculativi al fine di recuperare standard minimi mancanti, ma l’Amministrazione trascura la corretta disciplina urbanistica, così come fra gli anni ’30 e gli anni ’80 si scelse di realizzare piani edilizi speculativi che favorirono gli interessi dei costruttori a danno della collettività. Dal 1981 al 2011 Salerno perde il 18,4% dei residenti, ma continua l’espansione fisica della città. Il fenomeno della contrazione è innescato dal capitalismo perché la globalizzazione neoliberista favorisce le agglomerazioni industriali nei paesi emergenti e nell’Asia. La classe dirigente locale assiste al fenomeno senza pensare un nuovo piano, e così il Comune centroide decresce mentre quelli limitrofi crescono fino a saldarsi fra loro e con Salerno: nasce la città estesa salernitana nell’inerzia e nell’indifferenza totale del ceto politico. I salernitani della nuova struttura urbana vivono e consumano un territorio di area vasta, ma non esiste né l’Amministrazione che lo amministra efficacemente e né un corretto piano circa il governo del territorio, ad esempio un piano intercomunale bioeconomico.

L’ambito identitario salernitano ha la seguente forma insediativa: l’area di gravitazione urbana costituita dal capoluogo, con l’unità di paesaggio “area urbana di Salerno” e il periurbano collinare con l’unità di paesaggio denominata “Pendici occidentali dei Picentini”. Si osservano le conurbazioni: una a Nord, da Salerno verso Mercato San Severino che scorre nell’unità di paesaggio “Valle dell’Irno” con diverse e complicate ramificazioni periurbane e rururbane collinari che rappresentano alta dispersione urbana. Due conurbazioni lineari a Sud: la principale uscendo da Salerno verso i centri urbani di Pontecagnano e Battipaglia, nell’unità di paesaggio “Piana del Sele”, e l’altra minore lungo la linea di costa di piccola formazione verso Agropoli. Altre conurbazioni lineari a Nord-Est sono in corso di sviluppo, una da Pontecagnano verso Giffoni Valle Piana nell’unità di paesaggio “fluviale del Picentino”, e l’altra fra Bellizzi e Montecorvino Rovella che sale verso le pendici Sud-orientali dei Picentini. Due sistemi rururbani inseriti nell’unità di paesaggio dei “Picentini”: uno fra Salerno e San Mango Piemonte, e l’altro fra Pontecagnano e Montecorvino Pugliano.

Salerno area urbana estesa
Salerno e le sue conurbazioni.

La città salernitana estesa ha assunto una forma insediativa reticolare e rizomica dei filamenti di natura endogena, dando vita a rigonfiamenti, e ispessimenti lineari e collinari pluridirezionali favorendo un’urbanizzazione dilatata che produce dispersione (sprawl urbano) e consumo di suolo agricolo.

Salerno città estesa

Da alcuni anni l’ISTAT riconosce e osserva i Sistemi Locali del Lavoro (SLL), cioè aree funzionali caratterizzate dal pendolarismo quotidiano degli abitanti casa/lavoro. Il SLL salernitano è costituito da 17 Comuni, e nel 2015 all’interno del rapporto La nuova geografia dei Sistemi Locali, l’ISTAT descrive anche il consumo di suolo interno a queste aree funzionali affermando che «le forme e la consistenza dello sviluppo urbano, spesso non sufficientemente governato, si traducono in ampie parti del territorio in consistente consumo di suolo», e il SLL salernitano è classificato con un’incidenza di massima pressione, cioè il valore più alto. All’interno del SLL salernitano vi è la struttura urbana estesa costituita da 11 Comuni con una popolazione complessiva di 302.388 abitanti su un’estensione territoriale di 272,4 Km2.

ISPRA geoviewer consumo di suolo Salerno
Consumo di suolo nella città estesa salernitana, fonte ISPRA.

Secondo ISTAT e ISPRA, in Italia il principale aumento del consumo di suolo è avvenuto nei comuni a bassa densità abitativa e nelle aree (già agricole) fra i comuni principali e quelli limitrofi, ciò significa che al consumo di suolo agricolo del comune salernitano si aggiunge il consumo di suolo agricolo dei centri minori, quella che da circa venticinque anni è la saldatura fisica dei comuni fra loro stessi. Secondo il Rapporto ISPRA 2017, Salerno e Foggia sono le città dove sono avvenuti i maggiori processi di trasformazione del territorio dovuti ad aree industriali e commerciali. Nel 2018, il Comune di Salerno ha consumato 2.057 ha, ed è il terzo più alto in Regione dopo Napoli e Giugliano. La risposta concreta allo “stop del consumo di suolo” è il cambio di scala amministrativa per adottare un unico piano urbanistico intercomunale rispetto alla nuova struttura costituita dagli 11 comuni saldati fra loro, e quindi compiere il censimento di tutte le aree abbandonate e sottoutilizzare (evitando nuove espansioni) per adottare un disegno urbano con caratteristiche bioeconomiche, cioè rigenerare il patrimonio edilizio esistente e dimensionare i servizi dei circa 300 mila salernitani (11 comuni).

Coesistono diversi fenomeni trascurati dal ceto politico: la marginalità economica (aumento della povertà) e l’emigrazione dei laureati, così come l’autoferenzialità della classe dirigente locale che mette in atto la disuguaglianza di riconoscimento, la stessa che favorisce l’espulsione sociale dei meritevoli e dei capaci verso sistemi locali più produttivi. Dal punto di vista dei servizi collettivi: nell’area urbana c’è una palese carenza di servizi educativi e culturali, ed il patrimonio edilizio scolastico è del tutto inadeguato, oltreché vecchio e quindi a rischio sismico. Il fenomeno urbano più evidente è il pendolarismo quotidiano dentro la città estesa ove coesistono i flussi di persone, energia e materia, e questo è del tutto trascurato dalle istituzioni comunali poiché ognuna pensa a sé stessa, convinta di occuparsi correttamente del proprio territorio. Possiamo immaginare a un mostro con più teste (i Consigli comunali) ed ognuna di queste controlla un solo arto ma braccia e gambe sono parte di un unico corpo (la città estesa), ed è intuibile che tutto ciò crea problemi. Tutte queste criticità: l’età del patrimonio edilizio esistente, la carenza di spazio urbano, il paesaggio e i servizi collettivi, il verde e la mobilità (infrastrutture) sono temi per la rigenerazione urbana e territoriale da affrontare in un unico piano intercomunale. Il quadro di conoscenza del territorio e le patologie innescate dall’ideologia liberista rappresentano i temi di partenza per rigenerare il territorio e quindi arrestare il consumo di suolo agricolo: la risorsa non rinnovabile che consente di alimentarci e di vivere.

Nel 2006 la Commissione europea adotta una “Strategia generale per la protezione del suolo” caratterizzata dai princìpi guida della prevenzione, conservazione, recupero e ripristino della funzionalità del suolo, ma nel 2014 viene ritirata. Il legislatore italiano propone disegno di legge 86/2018 “Disposizioni per la riduzione del consumo di suolo nonché delega al Governo in materia di rigenerazione delle aree urbane degradate” in corso d’esame presso la Commissione, e il disegno di legge 164/2018 “Disposizioni per l’arresto del consumo di suolo, di riuso del suolo edificato e per la tutela del paesaggio”. Ad oggi, l’unico modo per fermare processi auto distruttivi del territorio è quello di cambiare i paradigmi culturali della società approdando su un nuovo piano culturale, per pianificare con l’approccio territorialista bioregioni urbane e piani regolatori che non prevedono nuove espansioni.

Salerno prima e dopo

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Riempire il vuoto

Nel mondo della politica esiste un enorme vuoto culturale lasciato dal partito comunista. Nella degenerazione generale dettata dal pensiero dominante neoliberista, in Italia non esiste più un soggetto politico che contrasta ingiustizie e disuguaglianze. Dall’auto dissoluzione del PCI ad oggi, quel vuoto è riempito dal nulla, cioè da soggetti politici a dir poco inqualificabili e incapaci. La contraddizione più incivile e dannosa, probabilmente, sta nel fatto che la società globalizzata e tecnologicamente avanzata è molto più complessa rispetto a trent’anni fa, e pertanto richiede una classe dirigente molto più competente. La maggioranza dei cittadini ed i partiti non richiedono maggiori capacità culturali e saggezza, mentre lo spettacolo mediatico si è fuso coi politicanti restituendo una commedia grottesca e incivile, ove i capi più simpatici ricevono consensi e attenzioni, mentre i problemi reali del Paese restano insoluti e peggiorano col trascorrere degli anni (disuguaglianze, aree urbane e rurali, rischio sismico e idrogeologico, patrimonio, lavoro, ambiente, qualità della vita…). In questa enorme inciviltà, c’è un’area geografica che sta peggio delle altre, ed è notoriamente il Sud dove le risorse umane fuggono per la ricerca di un impiego, e scelgono la pianura padana o l’estero, per studiare e lavorare. Da molti decenni, è in atto una sottile e “nascosta” guerra economica che crea ricchezza attraverso le disuguaglianze programmate dallo stesso Stato, perché attribuisce maggiori risorse a chi ha di più per sottrarle ad altre comunità. Secondo lo Stato un cittadino emiliano merita più risorse pro-capite di un cittadino calabrese.

In questo contesto a dir poco drammatico, è fondamentale applicare un semplice principio di giustizia sociale sancito dalla Costituzione, e così l’evoluzione del Sud diventa priorità politica restituendo e programmando le risorse dovute. I meridionali dovrebbero indignarsi, e avere coscienza di sé e dell’immorale rapina realizzata dallo Stato ma sostenuta da soggetti politici pubblicamente anti-meridionali, non solo la Lega ma anche chi l’ha legittimata, e cioè Berlusconi con Forza Italia, Di Maio e il M5S; mentre esiste da decenni una corrente leghista fra gli ex DS e poi PD. In buona sostanza la rapina al Sud è stata possibile grazie al partito trasversale dei padani e con l’inerzia dei politicanti meridionali.

Raggiunta la coscienza di classe dei meridionali, le persone dovrebbero stimolare la nascita di pensatoi per progettare la rinascita del Sud, e lo stesso dovrebbe accadere fra il ceto politico più agiato e privilegiato poiché un Sud che perde abitanti è un danno sociale ed economico per tutti. Notoriamente, i luoghi che hanno i mezzi culturali per ripensare i territori sono: l’università per la ricerca, le imprese per le produzioni e le istituzioni politiche per l’azione politica. Se il meridione soffre di fuga delle risorse umane, è evidente che sul banco degli imputati ci sono proprio: università, imprese e istituzioni politiche incapaci di fare squadra e favorire sinergie creative per creare opportunità di sviluppo umano, proprio come fanno da decenni altri territori che paradossalmente stanno meglio anche grazie ai meridionali trasferitisi nei Sistemi Locali attrattivi e più produttivi. Non è un segreto il fatto che i sistemi sociali ed economici che funzionano dipendono dal fattore umano messo ai vertici delle istituzioni. C’è un solo processo virtuoso che può costruire un meridione migliore, formare nuova classe dirigente capace di fare gli interessi degli abitanti, ed esiste un solo paradigma culturale capace di farlo proiettando la società nel futuro: l’approccio bioeconomico poiché corregge le storture del capitalismo, notoriamente contraddittorio perché produce disuguaglianze e distrugge gli ecosistemi. Per riempire questo vuoto è fondamentale costruire un soggetto politico democratico capace di risvegliare le utopie socialiste e condurle sul piano bioeconomico, e per farlo bisogna attrarre talenti e stimolare la creatività delle persone in processi partecipativi. Si tratta di sperimentare e osservare attentamente i territori: le aree urbane e i Sistemi Locali del Lavoro. Il cuore di questa rinascita meridionale è la pianificazione, cioè quella capacità creativa di produrre visioni e scenari possibili che appartiene alle persone e ai tecnici, i quali suggeriscono programmi ai partiti, considerati strumenti per l’attuazione dell’azione politica. Capacità e merito sono prerogative fondamentali e individuano un passaggio fondamentale per costruire una società migliore, ma la maggioranza dei cittadini che vota non propone persone capaci e meritevoli, ed i partiti attuali trascurano la competenza preferendo galoppini e politicanti. Questa degenerazione appartiene all’Italia intera, ma le Regioni più produttive vivono e producono grazie alla storica programmazione economica che ha scelto determinate aree per concentrare i capitali, a partire dalla famigerata Unità d’Italia, mentre il Sud sprofonda per i motivi opposti: l’assenza di investimenti pubblici e privati, ed oggi la degenerazione ha creato un processo vizioso fondato su una condizione psicologica autolesionistica che spinge i meridionali a disprezzare la propria terra. La realtà è che il Sud ha grandi ricchezze ma sono ignorate e trascurate, e per esser precisi: il meridione non ha solo la bellezza del proprio patrimonio storico e naturale mentre le potenzialità umane sono scoraggiate, sfavorite perché le elités locali, spesso, sono autoreferenziali e applicano la disuguaglianza di riconoscimento che fa scappare i giovani e chi intende innovare, inoltre c’è una chiara assenza di servizi culturali e di infrastrutture. Le aree urbane meridionali non sono collegate fra loro, e la programmazione economica non costruisce i servizi minimi essenziali. Nella società attuale: interconnessa e globale, è del tutto incivile lasciare comunità urbane, medie e piccole, completamente isolate, in tutti i sensi: mancano i collegamenti ferroviari, mancano le strade e mancano i servizi sociali, culturali, sanitari, e di connettività…

Restituendo le risorse pubbliche usurpate al meridione sarà possibile programmare le infrastrutture e i servizi mancati, aggiungendo un surplus di investimenti pubblici-privati basato su piani bioeconomici. Ad esempio, possiamo imitare l’approccio del New urbanism per rigenerare territori e aree urbane, ma osservando bene le peculiarità locali per inserire infrastrutture, funzioni e attività mancanti. Il New urbanism, studiando attentamente la storia urbana europea, ha sintetizzato una strategia facile da applicare nella gestione di territori e città. L’approccio è una pianificazione integrata di tutte le scale territoriali: regionale (territoriale e area vasta), in ambito di quartiere (la città), le strade (design urbano) e gli edifici (l’architettura). Secondo questo approccio è necessario elaborare un piano di area vasta per integrare il trasporto pubblico ai quartieri, e poi creare un paesaggio urbano con densità medie, e renderlo più vivibile, più conviviale e più accessibile. Come prima analisi, ad esempio osservando le aree urbane campane, sarebbe auspicabile realizzare immediatamente la metropolitana regionale per integrare quartieri, funzioni e attività fra queste, e con i territori vicini: le puglie, l’area lucana e le calabrie. Questo progetto favorisce la mobilità delle persone e svantaggia l’uso dei mezzi privati, riduce drasticamente inquinamento e affollamento urbano, e migliora la qualità di vita degli abitanti, che possono usare maggiormente la bicicletta integrata al trasporto ferroviario. Il censimento di volumi e aree abbandonate da riconvertire e il disegno del trasporto pubblico metropolitano, con l’uso misto dei suoli, cioè la mixité funzionale e sociale dei quartieri favorisce un’integrazione di attività: lavoro, servizi, studio, svago e tempo libero, ma contemporaneamente svantaggia il consumo di suolo agricolo e annulla la dispersione urbana. In buona sostanza, si può riempire il vuoto culturale e politico perché esistono conoscenze e competenze ma queste vanne riconosciute e valorizzate da uno strumento politico: un partito democratico bioeconomico.

Salerno transect
Lo strumento del “transect” proposto dal “New urbanism” per gestire le regole di pianificazione urbana.

Per i sociologi dell’ambiente

Questo è il mio umile contributo per il XII convegno dei sociologi per l’ambiente presso Università di Salerno. 27 settembre 2019. Parte III – sessioni in parallelo. Sessione B: La bioeconomia tra modernizzazione ecologica e nuovi cicli di accumulazione capitalistica. Titolo del mio contributo La rigenerazione urbana attraverso la bioeconomica. L’intenzione è stimolare un dibattito pubblico sui noti problemi causati dal paradigma culturale dominante, il capitalismo, che negli ultimi decenni ha accelerato la crisi ambientale, ed ha favorito l’aumento delle disuguaglianze territoriali (economiche, sociali e di riconoscimento). La proposta è semplice ma radicale: cambiare il paradigma culturale di riferimento e approdare sul piano bioeconomico, perché ciò può favorire una corretta interpretazione dei territori e di conseguenza, può favorire la costruzione di nuovi piani urbanistici, maggiormente aderenti ai valori e ai principi costituzionali che indicano la tutela dell’ambiente e del paesaggio così come la rimozione degli ostacoli di ordine economico per rimuovere le disuguaglianze.

Il convegno mette al centro della discussione le modalità secondo cui i rapporti politici, sociali ed ecologici si sono riorganizzati e si stanno riorganizzando all’interno del periodo che in molti riconoscono e definiscono come antropocene.

Le aree urbane, la loro crescita e i processi di trasformazione urbana rappresentano una delle attività più impattanti circa l’uso delle risorse limitate del pianeta. Le complesse relazioni sociali degli abitanti sono condizionate dallo spirito del tempo: il capitalismo, fino a coniare il termine “capitalocene”. Condurre il concetto di bioeconomia nei piani di trasformazione urbana, ha la chiara intenzione di ripensare le relazioni sociali, non solo al fine di mitigare le crisi ambientali ma di offrire una prospettiva di sopravvivenza agli abitanti. Un piano urbano bioeconomico rompe la dipendenza delle aree urbane dagli idrocarburi, e può mutare i processi di accumulazione capitalista tipici delle rendite fondiarie e immobiliari. Il cosiddetto metabolismo urbano, con l’analisi dei flussi in ingresso e in uscita, è in grado di costruire meta-progetti e quadri culturali individuando le funzioni territoriali per orientare i piani all’uso razionale dell’energia e valutare l’impatto sociale delle scelte. Ad esempio, la scuola territorialista con la valida proposta interpretativa della “bioregione urbana”, intende i valori identitari del territorio e delle comunità locali favorendone un corretto uso.

Secondo lo scrivente, l’auspicio è quello di ridurre lo spazio del mercato per aumentare lo spazio delle comunità con scambi non necessariamente mercantili. Distinguendo i “beni” dalle “merci” anche nella valutazione dei progetti di trasformazione urbana è possibile eliminare gli effetti speculativi di progetti costruiti sul surplus delle rendite immobiliari. Un corretto disegno urbano può orientare e controllare tale processo per tutelare i ceti economicamente più deboli, così come può tutelare le risorse naturali e il paesaggio urbano. Nell’ambito urbano e degli insediamenti umani, l’approccio bioeconomico supera la dipendenza dagli idrocarburi e ripensa il processo di accumulazione capitalista, non lo elimina del tutto. Un’economia urbana bioeconomica consente alle città di accrescere mercati autarchici, si pensi all’autosufficienza energetica e al consumo di risorse locali, così come il riuso dei materiali, e questa strategia di mercato si integra al mercato globale, non lo sostituisce. La differenza fra il paradigma attuale e quello bioeconomico consiste nel fatto che il secondo aiuta le comunità locali nel ridurre la dipendenza da fattori esterni ai territori.

Nell’ambito bioeconomico, le aree urbane sono sistemi che riorganizzano i propri cicli cercando di chiuderli, cioè riutilizzano le risorse importate, e ottimizzano i flussi energetici riducendo la dipendenza dagli idrocarburi, attraverso l’impiego di un mix di tecnologie che sfruttano le fonti energetiche alternative. Oltre a ridurre l’impronta ecologica delle strutture urbane, attraverso un adeguato “progetto di suolo”, si possono costruire luoghi di relazione e servizi mancanti, e stimolare opportunità di nuova occupazione.

Persone e territorio

Da molti anni ormai, sia il mondo accademico e sia gli istituti di statistica divulgano un approccio attento alle risorse, e indicano, indirettamente o direttamente, le linee guida per aiutare il proprio Paese. Anche l’ultimo rapporto 2019 dell’ISTAT, dichiara apertamente la necessità di valorizzare i territori e le risorse locali, si esprime ancora con termini ambigui come “crescita equilibrata” figli dell’ossimoro “sviluppo sostenibile” che ha contribuito a giustificare la distruzione gli interi ecosistemi naturali e l’aumento delle malattie favorite dall’industrialismo, ma l’ISTAT ci presenta comunque un quadro complesso e complessivo di estremo interesse.

La disuguaglianza per eccellenza, quella fra Nord contro Sud, può essere letta e interpretata anche grazie ai documenti dell’ISTAT.

«Se negli anni successivi al Secondo dopoguerra i flussi migratori verso le regioni centro settentrionali erano prevalentemente costituiti da manodopera proveniente dalle aree rurali del Mezzogiorno, nell’ultimo decennio mediamente il 70% delle migrazioni dalle regioni meridionali e insulari verso il Centro-Nord sono state caratterizzate da un livello di istruzione medio-alto. Cedendo risorse qualificate, il Mezzogiorno ha ridotto le proprie possibilità di sviluppo alimentando ulteriormente i differenziali economici con il Centro-Nord» (Fondazione Migrantes, Rapporto italiani nel mondo, 2019, pag. 11).

saldi migratori Corriere Mezzogiorno 17122019
Saldi migratori, fonte immagine: Corriere Mezzogiorno 17 dic 2019.

Secondo il mio modesto parere, vi sono alcuni fattori che dovrebbero cambiare radicalmente e agire in sinergia attraverso un comune denominatore: fare l’opposto di quello fatto finora. Uno di questi fattori è il ripristino dell’azione pubblica dello Stato che ripensa le agglomerazioni industriali attraverso il filtro culturale della bioeconomia, e l’atro fattore è il cambiamento delle classi dirigenti meridionali, sostituite con un nuovo ceto politico formato proprio sulla bioeconomia. I Sistemi Locali del Lavoro che risultano più attrattivi hanno determinate caratteristiche: la scelta politica di localizzare e concentrare funzioni e attività, e il continuo rinnovamento dell’offerta formativa didattica condizionata dalle imprese presenti sul territorio. Come ha certificato anche l’ISTAT, Regno d’Italia e Repubblica italiana hanno creato le disuguaglianze poiché il ceto politico ha voluto concentrare determinate attività e funzioni con maggiore valore aggiunto soprattutto in pianura padana, lasciando talune attività pesanti e inquinanti nel meridione (Bagnoli, Taranto, Priolo, Gela). Ancora oggi, le attività di ricerca e innovazione con maggiore valore aggiunto condotte dall’Università pubblica italiana si trovano soprattutto in pianura padana, e pertanto non è un caso che gli studenti meridionali vadano a formarsi al Nord, o all’estero, per poi non tornare più, alimentando un danno sociale ed economico non misurabile ma drammatico. La responsabilità politica di questa disuguaglianza è tutta della classe dirigente italiana (imprese, politici, università) perché essa stessa ha creato politiche capitaliste razziste e antimeridionali, inventando un “centro” e una “periferia” economica. In sostanza, le disuguaglianze sono create dalle scelte politiche e non dipendono dalla geografia. Nel corso dei decenni queste scelte hanno favorito i privilegi di talune famiglie e danneggiato altre eliminando la cosiddetta ascensore sociale; chi nasce povero resta povero, e chi nasce in famiglie ricche ha maggiori opportunità rispetto agli altri. L’inversione di tendenza può essere avviata solo cambiando radicalmente i paradigmi culturali di una società moderna profondamente nichilista, e giudicando diversamente il ceto politico, cioè gli elettori meridionali dovranno stimolare la nascita di una propria identità culturale e politica, non più delle destre (liberali e neoliberali), favorendo la partecipazione attiva al processo decisionale della politica e una migliore selezione della classe dirigente.

La carenza di servizi (sanità, centri culturali…), e i problemi ambientali e occupazionali del Sud rappresentano gli investimenti pubblici e privati per creare impieghi utili, per farlo è semplice: ci vuole la volontà politica che oggi non c’è, perché le disuguaglianze produttive rappresentano lo sfruttamento economico e sociale del Nord che vende al Sud e “ruba” giovani risorse umane. E’ un corto circuito sociale e culturale che appartiene solo all’Italia, costruito persino sull’inciviltà diseducativa che spinge i meridionali a costruirsi una credenza religiosa per disprezzare i propri luoghi e abbandonare la propria terra, infine, solo in Italia, da circa trent’anni, esiste persino un partito politico razzista antimeridionale cioè inventato e costruito appositamente per favorire l’accumulazione capitalista in una sola area geografica a sostegno dell’egoismo delle imprese localizzate al Nord, una enorme “comunità” chiusa forgiata sullo sfruttamento delle risorse pubbliche. Questo è il medesimo modello capitalista che riscontriamo fra Occidente ed Oriente, e dentro l’euro zona ove Sistemi Locali sfruttano altri Sistemi Locali. Se non si accetta la realtà, e cioè che il capitalismo stesso crea disuguaglianze, sottosviluppo dei territori e distruzione della natura, allora sarà difficile invertire la rotta che ci condanna alla povertà e alla marginalità.

Anche l’ISTAT suggerisce di abbinare l’analisi della struttura produttiva alle risorse locali del territorio, questo è l’approccio territorialista al fine di suggerire un uso razionale delle risorse e dell’energia. Il mezzogiorno d’Italia, necessità di questo approccio ma va integrato con politiche pubbliche socialiste per costruire i servizi mancanti, dalla cultura al sociale, fino alla realizzazione di sistemi di mobilità intelligente. Il Sud d’Italia non è solo agricoltura, bellezza, paesaggio ma è fondamentale creare agglomerazioni della manifattura leggera e tecnologica dal più alto valore aggiunto. I Sistemi Locali meridionali potrebbero e dovrebbero stimolare modelli autarchici di innovazione tecnologica agglomerando funzioni e attività creative. Ad esempio, anziché importare tecnologie straniere per risolvere problemi sarebbe saggio che tali soluzioni fossero costruite in casa. La complessità del territorio italiano richiede due politiche: la rigenerazione urbana e dei territori rurali, e la creazione di sistemi e tecnologie innovative di trasporto delle persone per risolvere i problemi in Sardegna (ove non esiste il treno), in Sicilia, e poi gli spostamenti adriatico-tirreno oltre che gli spostamenti puglie-Campania. L’Italia, se avesse una guida politica saggia, dovrebbe riappropriarsi di capacità tecnologiche che aveva creato in passato e concentrare tali programmi di ricerca proprio nelle aree più marginali.

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Ricostruzione creativa

La sinistra in Parlamento non è rappresentata, ma non è un caso perché nella nostra società la maggioranza degli aventi diritto non sa chi sai Marx e la critica sociale all’economia capitalista. Questa assenza non è la semplice conseguenza dell’ultima e recente gara elettorale, ma come molti dicono è la conseguenza di un lento e lungo processo di disgregazione sociale e degenerazione morale. Questo processo di regressione è cominciato col tradimento degli ideali politici, cioè quando il ceto politico imploso su stesso per i casi di corruzione diffusa scelsero di aderire ai programmi della religione neoliberista che ha annichilito il ruolo pubblico dello Stato per favorire gli interessi delle imprese private nei processi decisionali politici. Sulla base di questa religione tutti i partiti, destra e sinistra, hanno costruito il mostro chiamato Unione europea, ed hanno scelto di favorire l’aumento della produttività delle multinazionali, sempre secondo il modello macro economico neoliberista che favorisce l’accumulazione dei capitali in maniera molto veloce rubando legalmente la ricchezza (off shore) e sprecando risorse (usurpazione dei beni comuni). Tutti dicono, ed è vero, che i ceti più deboli non sono più rappresentati politicamente, e così mentre aumentava il disagio economico e sociale, la maggioranza degli italiani ha iniziato a non votare più, oppure inizia togliere fiducia ai partiti più “vecchi” per scegliere quelli più “nuovi”, i quali, senza alcun merito politico, hanno saputo strumentalizzare il malessere sociale innescato dal capitalismo.

In questo discorso sulla scomparsa della sinistra ci sono opinioni differenti, c’è chi pensa che la sinistra abbia commesso errori non vedendo i cambiamenti in corso (M. Fana & L. Zamponi); c’è chi crede che esista un popolo di sinistra che vota per il M5S (S. Borghese, V. Fabbrini, L. Newman) e c’è chi suggerisce di spezzare il legame fra lavoro e reddito (E. Ferragina). Studiosi raccolti nel “Forum Disuguaglianze Diversità” fotografano i luoghi ove il consenso populista ha fatto il pieno dei voti, cioè nelle periferie delle città e nei luoghi rurali abbandonati. Altri intellettuali, da molti anni, sanno bene che è stato il neoliberismo ad annientare la sinistra, ma non perché gli ideali socialisti non fossero giusti, ma perché nel ceto politico hanno prevalso sia l’illusione di cavalcare il mercato sottovalutando la lezione di Marx (praticamente tutti i governi di centro sinistra), e sia la corruzione morale e materiale (i governi di centro durante gli anni ’70, e di centro destra degli ultimi vent’anni). Durante la crescita degli anni Sessanta e poi negli anni Settanta cominciano i guai politici, soprattutto con gli ultimi governi Andreotti, con l’ingresso nello SME, e la lenta e progressiva distruzione dello Stato sociale attraverso le delocalizzazioni, le privatizzazioni e la rifeudalizzazione degli Enti locali. Secondo l’ISTAT sono anche gli anni in cui i partiti concentrano attività, infrastrutture, servizi e risorse in pianura padana trascurando il meridione, ed aumenta il divario Nord contro Sud che si trasforma in periferia economica e/o colonia. Dall’obiettivo della piena occupazione quasi raggiunta durante gli anni Sessanta e Settanta (tasso di disoccupazione intorno al 6%), si passa alla fase liberista, e così si interrompe il ruolo pubblico dello Stato. Oggi viviamo proprio nell’epoca in cui il rischio della tecnica descritto da Heidegger guida i politici, e il nichilismo è ampiamente diffuso.

Il mio modesto parere è che oggi, innanzitutto, non esiste un vero e proprio popolo di sinistra, e i nostalgici di quegli ideali sono rimasti in pochi “reduci”. Gli italiani non possono votare più per il PCI dal 1989. In Italia, in buona sostanza non esistono comunisti, sia perché non c’è mai stato un Paese socialista, e sia perché il vecchio compromesso ideologico di coniugare politiche pubbliche con istituzioni liberali, è stato superato spostando poteri decisionali a organi sovranazionali – UE – condizionati dal famigerato mercato. Le politiche socialiste sono sparite dall’agenda politica di Parlamento e Governo, a partire dall’inizio degli anni ’80, e questa scelta politica è una delle ragioni dell’aumento delle disuguaglianze di reddito, sociali e di riconoscimento che ritroviamo nelle aree urbane e nei territori rurali.

Esistono due generazioni di giovani che non sanno cosa sia la sinistra, e votano o per i populisti razzisti o per la nuova democrazia cristiana, cioè il M5S, organizzata come Forza Italia. Le generazioni più vecchie, anch’esse si dividono: fra disillusi e pochi nostalgici; pertanto buona parte di questi vota o per simpatia o per antipatia, e non più secondo un’opinione costruita sull’osservazione della realtà. Anzi, la realtà di oggi è molto più complessa di quarant’anni fà, e necessita di una maggiore cultura e attenzione, da parte degli elettori, per essere compresa; mentre le persone sono più disinteressate alla cosa pubblica, sempre più disinformate, e quindi facilmente manipolabili da media e nuove tecnologie, molto più pervasive nell’orientare il consenso politico. Il problema culturale e politico è ricostruire una cultura politica di sinistra fra gli italiani, e come direbbe Marx è fondamentale che ci sia una coscienza di classe. La maggioranza dei ceti più deboli, senza rendersene conto, quando si reca alle urne vota ingenuamente per i loro carnefici: Forza Italia, PD, Lega ed M5S. La mia modesta esperienza mi racconta che la maggioranza delle persone, che oggi si attiva in politica, non distingue la destra dalla sinistra, non ha mai letto Marx, non conosce il liberalismo; alcuni non hanno mai letto la Costituzione, e non sanno neanche quali siano i valori della carta costituzionale. La categoria degli attivisti, così sono chiamati i cittadini che si organizzano nelle liste civiche o nel cosiddetto M5S, è una categoria eterogenea, c’è di tutto, dallo studente al laureato, ma spesso lo stimolo che li aggrega è la rabbia condivisa, o la frustrazione, spesso dichiarano di sentirsi vessati dallo Stato, oppure non hanno un impiego sicuro e desiderano prendersi una rivincita contro la classe dirigente italiana. Disagio sociale, povertà e rabbia uniscono gli ultimi contro chi li governa, ma tale energia è sfruttata dai partiti, non per migliorare la loro condizione ma per sostenere il peggior ceto politico che si possa immaginare: narcisista, egocentrico, vanesio, a volte psicotico ma utile all’élite. Anche in quelle poche occasioni ove persone istruite si siano attivate, l’hanno fatto per tornaconto personale, e insieme ai frustrati hanno adoperato pratiche di delazione per delegittimare meritevoli e capaci. Nelle dinamiche collettive dei gruppi di politicanti, l’invidia sociale aggrega i cialtroni che aggrediscono i più capaci. Il comportamento sociale adottato spesso dagli attivisti politici, che criticano chi li governa, è identico a quelle famigerate correnti dei vecchi partiti, già denunciate da Berlinguer nella famosa intervista sulla crisi morale degli stessi partiti. I politicanti si organizzavano per la presa del potere secondo il tornaconto personale, non per altruismo, adottando qualsiasi mezzo possibile, a volte anche illegale. Sono rare le occasioni ove gli attivisti diventano altruisti, propositivi e costruttivi, e sempre più spesso sono i notabili locali che facilmente prendono il controllo delle liste civiche e dell’elettorato, inserendo nelle istituzioni locali personaggi che rappresentano l’establishment. Se l’Italia funziona male, a mio modesto parere la responsabilità è, prima di tutto, di noi italiani e poi dell’ignobile ceto politico. Questa confusione culturale e politica è la naturale conseguenza di tre processi: l’assenza di un partito di sinistra, lo sviluppo della globalizzazione neoliberista, e la crescita del nichilismo nella cosiddetta società liquida. La combinazione dei tre processi ha costruito questa nuova società, che secondo lo scrivente ha caratteristiche neofeudali poiché, buona parte dei rapporti sociali ed economici coincidono col vassallaggio. In questo contesto, è normale avere Comuni amministrati da burattini che applicano logiche speculative assecondando gli interessi delle imprese private, e un Parlamento di persone nominate dai partiti. Lo scopo dei partiti è tutelare l’establishment, secondo i dogmi della religione dominante: il neoliberismo.

Un soggetto politico di sinistra, che finora non esiste, deve ripartire dall’altruismo insito nel processo democratico per favorire i talentuosi, i meritevoli e i capaci. Attraverso l’approccio socratico del dialogo e la sperimentazione dei processi creativi possiamo stimolare forme assembleari di democrazia partecipativa, al fine di includere le persone che desiderano attivarsi in politica per occuparsi del bene comune. Insomma bisogna fare l’opposto dei partiti populisti, oggi fra i più votati dagli italiani, anche se millantano la soluzione dei problemi, agli occhi attenti degli osservatori sono palesemente auto referenziali, non democratici e prevaricatori. Dobbiamo avere la pazienza e la saggezza di formare una nuova classe dirigente praticando la democrazia. E’ l’unico modo civile per avviare processi che stimolano soluzioni sostenibili aiutando le comunità locali nel riprendersi il controllo delle risorse pubbliche. Alla rabbia e alle frustrazioni bisogna rispondere con spirito creativo, per stimolare interesse e curiosità nelle persone che vogliono partecipare, e organizzare gruppi di civiltà che usano la cultura per rigenerare sé stessi, progettando un futuro migliore e prosperoso per tutti. In che modo? Innanzitutto partendo dal proprio territorio, osservando le istituzioni, il loro “pensiero” e stimolando un senso critico. Sono necessari luoghi e incontri organizzati per auto formarsi. La complessità della nostra società interconnessa ci costringe a studiare e interpretare la globalizzazione e il mondo locale. Alcune proposte politiche emergono dalle indicazioni del “new deal” proposto da DiEM25 di Varoufakis, che suggerisce di trovare le risorse tassando la grande ricchezza accumulata dalle imprese. Una proposta è quella di tassare il rendimento dei capitali per finanziare il cosiddetto “dividendo universale di base”, cioè le risorse non provengono dalla fiscalità generale ma direttamente dai profitti privati. Secondo l’idea di Varoufakis, solo i più ricchi al mondo dovranno partecipare alla costruzione di un fondo per aiutare i più poveri, e non gli Stati. Un’altra proposta è programmare investimenti nei processi produttivi chiamati “green”, ma dovrebbero essere i processi tecnologici suggeriti dalla bioeconomia, che riducono l’impatto ambientale delle trasformazioni; così come la rigenerazione urbana e territoriale secondo la scuola territorialista, capace di creare occupazione utile e osservare gli insediamenti umani come sistemi metabolici per ridurre gli impatti e usare razionalmente l’energia. Partendo da questi temi si rinnova la sinistra perché mette al centro delle politiche il lavoro, l’ambiente e lo sviluppo umano. Durante questi ultimi trent’anni la società è degenerata e con essa la sinistra è sparita, adesso spetta ai cittadini riappropriarsi di valori politici utili al cambiamento e per rinnovare la democrazia.

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