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Archive for giugno 2017

ISPRA consumo di suolo Campania 01

Fonte immagine ISPRA, 2017.

L’ISPRA pubblica il rapporto 2017 sul consumo di suolo agricolo, e i dati non sono affatto confortanti poiché mostrano un peggioramento nel territorio italiano. Chi ha la responsabilità politica di questa distruzione? Sindaci e Consiglieri comunali, cioè la classe “dirigente” meno istruita per gravi problemi di ignoranza funzionale. A questi individui incapaci, dobbiamo aggiungere i Consiglieri regionali che promulgano le leggi urbanistiche regionali, e i funzionari pubblici che hanno responsabilità di controllare i piani adottati dai Comuni per verificarne la congruenza con la Costituzione e la legge urbanistica nazionale (secondo la legge 1150 del 1942, gli scopi dell’urbanistica riguardano: «l’assetto e l’incremento edilizio dei centri urbani e lo sviluppo urbanistico»; «assicurare il rispetto dei caratteri tradizionali»; «favorire il disurbanamento e di frenare la tendenza all’urbanesimo»). L’impostazione del sistema giuridico urbanistico-edilizio indica che l’attività edilizia è finalizzata all’interesse pubblico e al corretto uso del territorio. In fine, da diversi anni il nostro legislatore ha assunto una condotta incostituzionale e immorale tutte le volte che ha favorito un condono edilizio. Il Parlamento è rimasto inerte di fronte ai cambiamenti delle città italiane trasformatesi in aree urbane, evitando di assumere decisioni responsabili e importanti per togliere poteri a irresponsabili amministratori locali che hanno distrutto il territorio. E’ necessario legiferare un cambio di scala territoriale e introdurre processi decisionali politici democratici e trasparenti, coinvolgendo direttamente cittadini e il sapere tecnico capace di pianificare bioregioni urbane. Sin dall’Ottocento, e poi con l’apice della battaglia persa nel 1962, il regime dei suoli è condizionato dalle politiche liberali affinché proprietà privata e i politici locali potessero accumulare ricchezza dal nulla, mercificando la risorsa non rinnovabile del territorio (rendita fondiarie e immobiliare). Questa stupidità criminale, nel continuare a distruggere il territorio che ci da vita, non può trovare una guarigione restando sul piano culturale liberale.

E’ noto che negli altri paesi, quali l’Olanda, la Germania e persino l’Inghilterra, lo Stato ha un ruolo fondamentale nella pianificazione territoriale e urbanistica, limitando la proprietà privata e tassando la rendita fondiaria e urbana.

Pianificatori, urbanisti, architetti e ingegneri che studiano le città sanno bene quali sono i problemi lasciati insoluti da una classe politica degenerata e incapace. Da un lato è necessario un cambio di scala territoriale per adottare piani bioeconomici osservando le aree urbane; e dall’altro lato, il problema del consumo di suolo trova soluzione facendo un salto culturale, approdando sul piano bioeconomico capace di produrre piani che creano valore culturale a tutela del territorio, e orientando l’economia verso l’uso razionale delle risorse. Per fare questo, è necessaria una volontà politica oltre che un’evoluzione culturale delle persone.

ISPRA consumo di suolo Campania 04

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Decadenza

Lewis Hine main_900

Foto di Lewis Hine, giovane minatore in Brown, West Virginia, 1908.

Non è la prima volta che mi esprimo scrivendo che viviamo una crisi sociale che si caratterizza anche per la decadenza politica. Le recenti elezioni amministrative evidenziano ciò che scrivo da molto tempo, e cioè la crescente regressione culturale delle masse e la mediocrità della classe dirigente politica, condizioni sociali collegate fra loro. Ormai l’astensionismo è così alto che mette in discussione il senso proprio della democrazia rappresentativa, forse è giunto il momento di parlare di neofeudalesimo. Sembra che sia il vassallaggio il rapporto politico che domina gli Enti locali. I pochi controllano le risorse pubbliche senza un’ampia legittimazione democratica. Noi cittadini siamo diventati individui, e come tali non partecipiamo alla vita sociale delle comunità. Una di queste conseguenze, quando si rinnovano le cariche elettive, è che siamo così stupidi da non pretendere capacità culturali ai candidati, e tanto meno osserviamo se taluni candidati abbiano qualità morali per ricoprire ruoli istituzionali. Cultura, capacità democratiche e qualità umane non sono prerogative che richiediamo ai candidati, così favoriamo i mediocri dentro le istituzioni. Il risultato? Un Paese mal governato, con enormi disuguaglianze economiche e sociali, saldamente nelle mani del reale potere che si trova fuori le istituzioni e nelle assemblee degli imprenditori più influenti.

Non solo la maggioranza degli individui si mostra fiera nel disprezzare la politica, ma ammira i personaggi dello sport, gli stessi che se possono eludono il fisco per evitare di pagare le tasse. Soldi necessari alla costruzione dei servizi e dei diritti dei cittadini. Secoli di capitalismo hanno divulgato efficacemente il nichilismo nelle persone trasformate in individui che non vivono la vita ma consumano merci inutili, fregandosene delle conseguenze degli acquisti compulsivi che distruggono gli ecosistemi e alimentano il nulla dentro se stessi.

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A Roma, il 18 giugno 2017 Tomaso Montanari e Anna Falcone lanciano un’iniziativa politica molto importante per favorire l’avvio di un processo (progetto, programma) di nuova rappresentanza politica.

D’accordo con l’analisi di Montanari sia nei contenuti e sia nel partire dai territori locali, vorrei focalizzarmi su un aspetto trascurato ma importante, e cioè affrontare l’annosa questione dell’ignoranza funzionale e di ritorno che alimenta l’apatia politica degli italiani. Non è vero che gli italiani non votano più solo perché non si sentono rappresentati (da una certa sinistra), mentre si ambisce a rappresentarli costruendo una nuova rappresentanza. Quasi un italiano su due non è in grado di capire un discorso politico, e sicuramente non sarà stato comprensibile il discorso di Montanari, non perché è stato complicato ma perché nel corso dei decenni i sistemi politici istituzionali e mediatici hanno favorito la regressione delle masse spoliticizzandole. Alle masse non interessa la politica, poiché sono intrinsecamente nichiliste e disinteressate. Sempre secondo il mio modesto parere, in un contesto ambientale e culturale regredito come il nostro Paese, un nuovo partito di sinistra è probabilmente poco comprensibile alle masse, sempre perché ritengo che le masse ormai nichiliste sono avvelenate dall’individualismo e dall’egoismo, e perché proprio i più oppressi sono anche i meno istruiti, e manipolabili attraverso le loro emozioni, spesso votano o la destra razzista, o la destra neoliberale che li opprime. Il potere è saldamente nelle mani dei ricchi perché i poveri votano per i loro carnefici. I partiti stessi non esistono più poiché sono stati svuotati, e perché fanno fatica a trovare persone altruiste. Chi oggi ambisce a fare politica è additato negativamente, proprio dai più poveri e dagli oppressi che votano per i loro carnefici. Nel nostro Paese, poiché esiste una diffusa regressione culturale, le parole socialismo o comunismo sono percepite come parole negative. E’ questa la reale vittoria dei ricchi neoliberali: il controllo delle masse attraverso l’inciviltà. La consapevolezza che la società è un organismo complesso, è tipica delle persone colte e istruite, non della maggioranza degli elettori italiani.

Per invertire la rotta e riconquistare la fiducia è necessario sperimentare veri e sinceri processi democratici, per educarci alla democrazia stessa come strumento civile al processo decisionale della politica. Ci vuole pazienza, entusiasmo e molta energia, e soprattutto la volontà politica di investire nella democrazia e nella costruzione di un nuovo paradigma culturale considerando la bioeconomia come grande opportunità di creare un’occupazione utile per il nostro territorio.

In Italia, fino ad oggi ogni progetto politico di “cambiamento” è fallito, poiché probabilmente chi l’ha avviato o non voleva cambiare alcun che, o perché non aveva le capacità per cambiare le cose, nel senso di migliorare le condizioni di vita degli italiani, sia aiutandoli a conoscere il proprio territorio e sia aiutandoli a trascorrere una vita serena e tranquilla, in armonia con la natura. Fare politica, in maniera seria, è difficile e ci vogliono abilità, attitudini, professionalità, oltre che onestà e capacità di visioni nuove e utili al Paese. In questo paese, probabilmente è ancora più difficile perché nessuno spende soldi per fare altruismo e nessuno, in politica, si affida a persone meritevoli e talentuose ma preferisce narcisisti e mediocri da controllare e addomesticare.

Montanari rispondendo a Mieli chiarisce le sue distinzioni da una certa “sinistra”, e rivendica la necessità di voler partire dal basso. Il basso che cita Montanari, se è quello dell’associazionismo presentato anche a Roma, è senza dubbio un basso già convinto, ma dal punto di vista elettoralistico e della rappresentanza politica citata nel suo discorso, è un basso che non consente di vincere gare elettorali poiché quantitativamente ridotto, mentre il basso degli apatici che non votano (citato nel discorso), è completamente scollegato dall’associazionismo, ed è quello che viene conteso in ogni gara elettorale poiché determina vittorie e sconfitte. E’ un basso apatico e non militante, emotivamente orientabile, e che entra in empatia coi soggetti politici in un modo molto particolare.

L’appello di Montanari e Falcone dice anche che «la scandalosa realtà di questo mondo è un’economia che uccide: queste parole radicali – queste parole di verità – non sono parole pronunciate da un leader politico della sinistra, ma da Papa Francesco. La domanda è: «E’ pensabile trasporre questa verità in un programma politico coraggioso e innovativo»? Noi pensiamo che non ci sia altra scelta». Io dico che ci vuole un soggetto politico che abbia il coraggio di programmare l’uscita dal capitalismo e progettare una società umana partendo dalla bioeconomia.

Riporto un piccolo stralcio dell’intervento di apertura di Montanari: «la nostra idea di democrazia è quella che Michel Foucault leggeva in Aristotele: “La risposta di Aristotele (una risposta estremamente interessante, fondamentale, che entro certi limiti rischia forse di provocare un ribaltamento di tutto il pensiero politico greco): è che è il potere dei più poveri a caratterizzare la democrazia”. Ebbene, oggi è vero il contrario. Il potere è saldamente nelle mani dei più ricchi. E, come ha scritto Tony Judt, “i ricchi non vogliono le stesse cose che vogliono i poveri. Chi dipende dal posto di lavoro per la propria sussistenza non vuole le stesse cose di chi vive di investimenti e dividendi. Chi non ha bisogno di servizi pubblici (perché può comprare trasporti, istruzione, e protezione sul mercato privato) non cerca le stesse cose di chi dipende esclusivamente dal settore pubblico. … Le società sono organismi complessi, composti da interessi in conflitto fra di loro. Dire il contrario (negare le distinzioni di classe, di ricchezza, o di influenza) è solo un modo per favorire un insieme di interessi a discapito di un altro”. Oggi tutto il sistema serve a perpetuare una radicale negazione della democrazia, bloccandoci in gated communities: gruppi divisi per censo e ben recintati, culturalmente, socialmente e materialmente. Gruppi dai quali è impossibile evadere. Oggi si parla di una Sinistra rancorosa. Se ci si riferisce ai regolamenti interni di un ceto politico autoreferenziale e rissoso, sono d’accordo. Non sono d’accordo, invece, se ci si riferisce alla sacrosanta rabbia che in molti proviamo per questo stato delle cose. Una indignazione che è la molla fondamentale per ridiscutere i fondamentali di una politica profondamente corrotta, in tutti i sensi. Occorre rovesciare il tavolo della sinistra, per tornare a guardare le cose dal punto di vista di chi è caduto a terra: non da quello di chi è garantito. Noi oggi siamo qua per fare nostro questo punto di vista. Il punto di vista di chi è caduto, di chi non si è mai alzato. Quando è stato chiaro che ciò che pure si continua a chiamare ‘sinistra’ sarebbe stata sotto il controllo di una oligarchia senza alcuna legittimazione dal basso, e intimamente legata al sistema, abbiamo detto: ‘basta’. Se l’unica prospettiva della sinistra era tornare ad allearsi, in qualunque forma, al Pd di Matteo Renzi, ebbene noi non avremmo nemmeno votato. Io ed Anna Falcone abbiamo deciso di invitarvi a venire qua oggi, quando l’ennesimo amico ci ha detto che alle prossime elezioni politiche non avrebbe votato. Quando noi stessi ci siamo confessati un identico stato d’animo. Milioni di persone ­– tra cui moltissimi giovani – che il 4 dicembre erano andati ai seggi per dire no a quel progetto di oligarchia, ora non vedono niente a cui dire sì con un voto. Nessun progetto di giustizia ed eguaglianza. Solo giochi di potere: autoreferenziali, incomprensibili. Senza futuro: morti».

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sistemi locali principali realtà urbane e città medie

Sistemi locali principali e delle città medie, ISTAT, 2017.

Una mia vecchia riflessione osservava quanto fosse inutile oggi eleggere Sindaci e Consigli comunali. L’osservazione partiva da un dato politico amministrativo e gestionale circa i servizi pubblici locali: acqua, rifiuti, energia, trasporti, servizi sociali, oggi completamente esternalizzati, così come desidera la religione liberale e neoliberale che professa il mantra laissez faire al mercato, e demonizzando lo Stato sociale. Oltre a questo aspetto politico gestionale dei servizi, bisogna aggiungere un dato molto più forte e radicato, che mostra non solo l’inutilità degli attuali livelli istituzionali ma il danno alla collettività prodotto dall’inerzia politica, che non realizza un cambio scala dei livelli municipali osservando l’attuale armatura urbana mutata da diversi decenni.

L’attuale classe dirigente politica è completamente staccata dai problemi reali del territorio, mentre gli individui vivono in maniera passiva e non possiedono gli strumenti e le informazioni per riscontrare il cambiamento avvenuto nel Paese.

Pianificatori, geografi e urbanisti ovviamente studiano i fenomeni urbani, e pubblicano una letteratura utile a far conoscere il territorio per suggerire soluzioni concrete e governare le aree urbane in maniera adeguata.

Il massimo che il legislatore ha saputo fare è produrre una normativa che riconosce le aree metropolitane, ma ignorando la reale struttura urbana delle nuove città italiane costituite dalle integrazioni di più comuni. Per una serie di condizioni culturali e politiche, la nostra classe dirigente fa molta fatica a riconoscere l’importanza della pianificazione urbanistica, e ciò produce danni alla collettività e all’ambiente, mentre in altri Paesi tale limite non esiste, e si riscontra in una maggiore attenzione al ruolo della pianificazione territoriale; basti osservare i paesi scandinavi, l’Inghilterra, i Paese Bassi, la Germania e la Francia dove da molti decenni c’è un maggiore controllo sull’attività urbanistica edilizia, sia ai livelli territoriali e sia ai livelli attuativi. Nel nostro Paese, sembra esserci un legislatore criminale che propone ancora condoni e deregolamentazioni, per favorire gli interessi dei privati piuttosto che applicare la Costituzione italiana che ordina di tutelare il territorio e di costruire diritti ai cittadini.

E’ noto che cambiando i livelli amministrativi locali, rispetto alla realtà urbana formata da comuni centroidi e conurbazioni estese, si riducono i costi pubblici e privati poiché è possibile una migliore gestione dell’organizzazione territoriale, oltre che l’adozione di piani urbanistici rispondenti alla realtà territoriale. Nella maggior parte dei casi sono contrari al cambio di scala, i Sindaci locali poiché perdono il controllo dei loro interessi. Gli elettori non sanno neanche di cosa si parla. Gli unici consapevoli circa la necessità di interpretare correttamente l’interesse generale, sono i pianificatori.

Un aspetto fondamentale circa la necessità del cambio di scala amministrativa riguarda il cuore dell’azione politica, e cioè la corretta distribuzione delle risorse per i livelli amministrativi locali. Oggi tanti piccoli comuni sono del tutto ininfluenti, mentre la costituzione per legge delle nuove città, che sono l’insieme di comuni interdipendenti fra loro, rappresentano soggetti istituzionali politici più forti e consapevoli.

Ad esempio, è ormai strutturata da decenni la nuova città di Salerno costituita dal comune centroide e dai comuni limitrofi. Nel cambio istituzionale di scala sono rimossi i Sindaci e i Consigli comunali dei soggetti viciniori ma trovano rappresentanza nel nuovo Consiglio comunale che dovrà adottare un nuovo piano urbanistico comunale d’ispirazione bioeconomica, che riconosce e interpreta l’attuale bioregione urbana. Solo in questo modo, la realtà territoriale costituita da comuni interdipendenti potrà essere governata in maniera efficace rigenerando le parti obsolete e controllando i processi di agglomerazione, contrazione e dispersione urbana. I danni sociali, economici e ambientali nel territorio salernitano, e non solo, sono favoriti anche da questa inerzia politica, totalmente incapace di adeguarsi ai cambiamenti avvenuti e consolidati.

Ptcp 2012 ambiti territoriali e unità di paesaggio

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Daniel Garcia, corruzione e paradisi fiscali.

Una domanda ingenua può svelare la realtà di un ambiente apatico e nichilista che riproduce inciviltà, “se un cittadino volesse fare politica, in quale luogo potrebbe svolgere tale attività altruistica?” La risposta ingenua dovrebbe essere, “nelle sedi dei partiti”. Quando ero ragazzo, nei primi anni ’90, entrai in una di questi sedi, ma la mia passione fu subito contrastata dalla realtà che mostrava l’assenza di democrazia interna e l’assenza di partecipazione vera, sincera, leale e intellettualmente onesta. Non c’era purezza in quel luogo, perché gli uomini – non il partito – erano mossi da interessi personali e non dall’altruismo. Oggi nel secondo decennio del nuovo millennio, l’inciviltà è aumentata perché i luoghi fisici dove poter svolgere assemblee democratiche non esistono più, sostituiti dal nulla, nel senso fisico del termine. Non esistono più organizzazioni sociali capaci di strutturare assemblee democratiche, necessarie per incontrare le persone e discutere civilmente su problemi e soluzioni concrete per migliorare la nostra società. Non esistono i luoghi fisici per sperimentare ed esercitare il dialogo e non esiste una volontà popolare nell’usare il metodo democratico per affrontare i problemi sociali, economici e ambientali delle nostre comunità. Non avere luoghi fisici e democratici per svolgere volontariato, è uno dei modi più efficaci per isolare le persone meritevoli al fine di renderle incapaci di partecipare alla vita politica e di migliorarla.

Esistono e sono rimaste le strutture capaci di gestire il potere e le istituzioni pubbliche. Esistono luoghi che selezionano l’élite e i politicanti, non più politici, utili a controllare i luoghi decisionali e sostenere gli interessi privati delle imprese più forti e influenti. La cultura liberale ha spostato la formazione dei leader politici dai partiti ai cosiddetti pensati, i think tank. La politica e la democrazia, nel senso classico dei termini, sono state trasformate in attività private a servizio di sistemi neofeudali per orientare le risorse degli Stati, e addomesticare le masse regredite allo stato infantile.

L’unico ricordo lasciato dai partiti sono i valori e gli ideali che tutt’oggi sono in grado di raccontare e analizzare la nostra società. I classici della politica sono in grado di aprirci il mondo della conoscenza sociale, da Smith a Marx, e aggiungendo la teoria bioeconomica di Georgescu-Roegen, che smonta matematicamente le teorie neoclassiche, possiamo cogliere un nuovo senso della politica condotta sul piano ecologico. Le discipline storiche, sociologiche, geografiche e scientifiche sono in grado di raccontarci il passato e consegnarci un metodo per interpretare il presente e programmare il futuro. Berlinguer scattò la fotografia ai partiti che stavano auto implodendo e negavano la partecipazione alle persone non addomesticate, per preferire processi privati delle decisioni politiche. Il berlusconismo ha legittimato e istituzionalizzato tali processi rendendo legale la privatizzazione dei processi decisionali. I partiti italiani non formano più classe dirigente; la competenza non è una prerogativa richiesta. I partiti sono sostituiti da movimenti politici non democratici e leaderistici, imitando quelli americani dove la selezione è influenzata da imprese e media.

La recessione economica è frutto della cultura occidentale guidata dalla religione capitalista: il liberalismo, che preferisce soddisfare i capricci del mercato piuttosto che usare razionalmente le risorse limitate dal pianeta. Sin dall’Ottocento e fino all’inizio di questo millennio ha prevalso l’economia liberale, fra una guerra e l’altra, dove si sono alternate guide politiche nazionaliste che sfruttavano il potere per avidità personale. Ci sono state brevi fasi socialiste per risolvere problemi causati dall’industrialismo, e lunghe fasi di crescita liberista che hanno arricchito i pochi a danno dei molti. Oggi ne paghiamo le conseguenze sociali con livelli di diseguaglianze economiche mai viste prima nella storia dell’umanità. Il socialismo, sfruttato in passato come ideale nobile, si pone l’obiettivo di usare le forze produttive per il bene comune ma è delegittimato dal mainstream, che addomestica facilmente la maggioranza degli individui con gravi problemi cognitivi (ignoranza funzionale). Il nostro Paese, una volta persa la guerra, ha seguito la politica liberale e neoliberale dettata dai nuovi colonizzatori atlantici. Nel corso dei decenni, la religione economica (1) ha trasformato l’economia rurale in economia industriale facendo crescere la produttività del Paese; (2) in una prima fase, la crescita ha distribuito redditi per consumare merci prodotte dalle imprese private e in una seconda fase ha ridotto l’occupazione in proporzione all’aumento demografico della popolazione; (3) le aziende di stato passano alla gestione dei privati per sostenere i loro utili; (4) lo Stato abdica alla sovranità economica e smette di fare politiche industriali nell’interesse generale; (5) il Paese diventa periferia economica e gli interessi privati promuovono politiche industriali cavalcando la deregolamentazione dei mercati e le giurisdizioni segrete.

In circa 72 anni, l’Italia diventa un Paese economicamente povero non per assenza di mezzi e capacità ma per volontà politica, ed è lo stesso processo che i piemontesi – sostenuti dalle massonerie francesi e inglesi – realizzarono alla potenza economica del Regno delle Due Sicilie. In un primo periodo, venne costruita una propaganda chiamata “risorgimento”, e nei successivi tentativi bellici miseramente falliti, si sfruttò la corruzione dei graduati borbonici, accompagnata da una scena teatrale dei cosiddetti mille contro un esercito di professionisti. Così i piemontesi, oltre a promuovere azioni razziste e omicidi di massa, saldarono i propri debiti rubando le riserve auree altrui, e dal 1860 in poi, si applicò una vera guerra economica contro il Sud, mistificandone la sua immagine con una narrazione manipolata giunta persino ai giorni nostri. Si smontò l’industria manifatturiera e pesante del Sud per essere localizzata a Torino, Milano e Genova. Con una analogia straordinaria si avvia il processo per costruire l’UE. Dopo l’ingresso nello SME, e durante gli ultimi vent’anni sia grazie alla propaganda funzionale a costruire un consenso popolare a sostegno dell’immagine dell’UE, e sia le forze politiche e le imprese private hanno smontato l’industria italiana per essere trasferita nei paesi emergenti. I Paesi chiamati PIIGS sono avvolti da un’immagine negativa, che ricorda la propaganda risorgimentale prima di muovere una guerra di annessione contro il meridione d’Italia. Nel frattempo il capitalismo smonta la manifattura dei PIIGS, la magia finanziaria con le stupide regole e l’alchimia dei debiti pubblici drenando risorse dalla “periferia” al “centro”.

La soluzione politica al disfacimento delle nostre comunità risiede nell’uscire dalla religione capitalista. Egoismo, apatia e ignoranza funzionale hanno costruito la società che ruota intorno a noi. Se ci fossero luoghi fisici dove fare politica e dialogare in maniera civile, dovremmo avviare processi di auto determinazione, ripristinando la sovranità economica e promuovendo politiche bioeconomiche, evitando gli errori delle obsolete politiche di crescita della produttività, poiché distruggono l’occupazione e i nostri ecosistemi. Chi ha la consapevolezza di cambiare l’economia reale per riterritorializzare, può farlo utilizzando modelli già molto noti, come l’approccio cooperativo abbinato alla bioeconomia.

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