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Archive for settembre 2015

La nostra Costituzione poggia su un patto sociale, ove la cittadinanza e soprattutto i lavoratori attraverso il loro impegno garantiscono il funzionamento e il mantenimento delle pubbliche istituzioni, che hanno il compito di ridistribuire le risorse. All’interno di questo patto, oltre alle imprese di profitto esiste da sempre anche il volontariato, che oggi rischia di essere cancellato nella misura in cui il legislatore approva leggi che lo snaturano avvicinandolo sempre più alle imprese di profitto. La cattiva fede di provvedimenti così pericolosi risiede nel desiderio da parte delle istituzioni di orientare e sfruttare il volontariato stesso aumentando il controllo del consenso elettorale locale.

E’ noto dai bilanci pubblici e dalla consuetudine degli Amministratori che durante questi ultimi anni, gli Enti locali non si sono fatti scrupoli nel tagliare servizi alle persone pur di ripagare debiti e interessi alle banche, e pur di rispettare le stupide regole di Bruxelles. La finanza ha sostituito l’agire umano, e non è una macchina quella che governa il sistema, ma un’élite degenerata che sta muovendo una guerra geostrategica contro i popoli. Si tratta di piccole tessere di un puzzle: neofeudalesimo.

L’agire neoliberal sta includendo anche il volontario, e così mentre le forze politiche decidono di aumentare la pressione fiscale, ridurre i Trasferimenti agli Enti locali accade che gli Amministratori locali, attraverso regolamenti comunali che edulcorano il principio di sussidiarietà, la solidarietà e il Terzo Settore, favoriranno la sostituzione di lavoratori qualificati e correttamente retribuiti col volontariato in ambiti sempre più vasti circa la gestione dei servizi pubblici locali (attività socio assistenziali, educative e formative, sanitarie, protezione civile, attività culturali e di tutela e valorizzazione dei beni culturali, tutela e valorizzazione del patrimonio ambientale, tutele animali, custodia e vigilanza, manutenzione presso edifici pubblici, etc.). Persone non qualificate ma sfruttate, potranno sostituire i lavoratori. Questa è la maniera tipica degli imbroglioni per alleggerire i bilanci pubblici facendo credere di ridurre gli sprechi, ma consente di avviare nuove clientele e distribuire favori (sprechi) ai propri elettori, facendo aumentare la disoccupazione sfruttando dei volontari (aumento della povertà).

L’ambito più colpito da questa lenta e costante azione delle forze politiche è l’erosione del sistema sociale dello Stato, che secondo la Costituzione è un pilastro di civiltà della Repubblica italiana. Sin dagli anni ’90 le forze politiche, nel solco dell’ideologia di Adam Smith, hanno cominciato a legiferare norme e regolamenti per la gestione dei servizi pubblici per ridurre il ruolo e la presenza l’autorità pubblica, e aumentare la presenza di soggetti privati non secondo criteri di merito ma con metodi clientelari. Privati che entrano in gioco attraverso convenzioni, concessioni  autorizzati a drenare risorse pubbliche secondo logiche di profitto.

La recente azione politica, meno Stato e più privati, mira a stravolgere il ruolo del volontariato. La solidarietà è un rapporto obbligatorio condizionato dal vincolo di debito e/o di credito, in sostanza è il comportamento di chi è debitore nei confronti di qualcuno, oppure la condivisione di un senso di appartenenza comune. La solidarietà è divenuta sempre più il senso di condividere le responsabilità all’interno di una comunità attraverso un rapporto reciproco.

Il volontariato, cioè l’impegno civico, è una prestazione spontanea mossa da sensibilità personali. Volontariato e solidarietà non sono proprio la stessa cosa. E’ vero che il volontario può essere visto come l’azione civica solidale poiché è possibile donare tempo e servizi a chi ne ha bisogno, ma non è un’azione debitoria nei confronti di qualcuno, è un dono.

L’aspetto più vergognoso e incostituzionale di taluni politici italiani è quello di distruggere tutto quello che toccano: adesso vogliono distruggere anche il principio della cooperazione e del volontariato, in che modo? Mercificando il rapporto di reciprocità fra Enti locali e il Terzo Settore, e invitando le associazioni a spartirsi il budget che viene messo a disposizione in sostituzione di servizi svolti da lavoratori professionali. In questo modo finisce l’altruismo degli italiani travolto dal capitalismo che fa leva sull’avidità dell’individuo. In tal senso, sempre più persone interessate a raccogliere consensi e soldi pubblici entreranno nel terzo settore per assecondare i capricci dei Sindaci, e andranno a sostituire le persone che vivono e sanno cosa sia il volontariato, quello vero. Il renzismo può legittimare il più becero razzismo, in questo caso sinonimo di schiavismo, poiché la proposta governativa figlia del pensiero neoliberale consentirebbe agli Amministratori locali di avviare un nuovo rapporto fra terzo settore e forze politiche, ove le maggioranze politiche possono creare nuove clientele, favorire nuovi sprechi, sfruttare il volontariato e far gestire la cosa pubblica alle imprese, favorendone la diffusione del marchio attraverso le sponsorizzazioni. Il provvedimento mette nelle mani dei Sindaci un altro strumento per favorire il voto di scambio, oltre a quello già esistenze derivante dal ruolo stesso dei Sindaci (nomine dirette nelle società ex municipalizzate). Non spetta agli Amministratori locali progettare il volontariato, per ovvie ragioni etiche e costituzionali. Le nuove norme sul Terzo Settore inventano e favoriscono un rapporto subalterno fra maggioranze politiche locali e volontariato chiamato a svolgere attività secondo gli interessi degli organi politici e non più secondo l’autonomia delle associazioni. C’è un solo termine per individuare tale rapporto: vassallaggio. Il vassallaggio è il rapporto fiduciario fra il servo concessionario dei beni del feudo e il sovrano che l’ha delegato.

Non ci vuole un grande sforzo d’immaginazione per osservare la direzione che si propone (Terzo settore, impresa sociale e Servizio civile universale) secondo l’approccio “attivismo civico” figlio del neoberismo; Renzi da Sindaco di Firenze era dedito concedere l’uso dei beni pubblici alle imprese che hanno bisogno di rafforzare la propria immagine attraverso un finto mecenatismo. Fu clamoroso l’esempio della Ferrari su Ponte Vecchio, e il tentativo di Della Valle a Roma per il Colosseo. Nel caso del neoliberismo c’è uno scambio di ruoli fra sovrano e vassallo. Le imprese diventano sovrane e lo Stato schiavo, tutto a spese dei contribuenti e con l’effetto di aver distrutto uno degli stili di vita più belli e dignitosi degli italiani: il volontariato, fondamentale per ricostruire il senso di comunità andato in crisi per colpa del capitalismo che ha mercificato tutto, adesso tocca al volontariato.

La realtà, circa i famigerati fatti romani, ha già mostrato in che modo un gruppo di persone organizzate e vicine ai funzionari pubblici, ma estranee ai principi del volontariato, possano organizzare attività legittime e lucrare sulle persone rubando soldi pubblici. Immaginare di compensare la riduzione dei Trasferimenti statali agli Enti locali (austerità) promuovendo regolamenti sull’attività solidaristica è decisamente criminale, e soprattutto tradisce il patto sociale costituzionale poiché si palesa il fatto che le tasse dei cittadini sono mal distribuite, e indirizzate verso altri interessi, che guarda caso spesso sono quelli delle banche e delle imprese private. Le forze politiche stanno rinunciando persino all’ordinaria amministrazione.

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Salerno, zona consolidata (Quartiere Pastena) ipotesi di rigenerazione urbana.

Sono decenni che antropologi, sociologi, psicologi e filosofi stanno pubblicando studi e analisi per sostenere una tesi ovvia a qualunque essere umano: la felicità si trova nelle relazioni umane che possono soddisfare bisogni necessari e non i capricci. In tal senso, le tesi degli umanisti hanno influenzato numerosi urbanisti, che da sempre progettano e creano città fatte per gli esseri umani, ma è altrettanto vero che gli amministratori politici eteroguidati dagli interessi privati hanno preferito costruire città secondo lo spirito del tempo: il capitalismo. Risultato? Le città dell’urbanistica sono rimaste sogni chiusi nel cassetto, le città del capitalismo sono la realtà che osserviamo intorno a noi. Gli stili di vita sono condizionati sia dall’analfabetismo funzionale e di ritorno delle persone e sia dalla pubblicità, dalla televisione e da internet che possono alienare e incoraggiare i consumatori passivi piuttosto che favorire una partecipazione attiva alla cittadinanza e alla socializzazione. L‘attività umana è il polo di attrazione dei luoghi urbani e l’opportunità di conoscere persone nuove risulta stimolante e rappresenta una miniera di esperienze da provare. Per favorire la specie umana è necessario cambiare le cattive consuetudini, contrastando da un lato l’alienazione e l’analfabetismo degli individui e dall’altro lato la pianificazione urbanistica piegata alla tecnica dello spirito del tempo che ha dominato il mondo occidentale: il neoliberismo. Dalle città sono sparite l’architettura e l’urbanistica e sono emersi i marchi delle archistar che stanno rappresentando i simboli dello spirito del tempo: i grattaceli delle banche, e i non luoghi (i centri commerciali). Negli ultimi trent’anni le Amministrazioni locali hanno favorito il circo mediatico e auto referenziale delle archistar per distruggere il genius loci. E’ stato un gioco politico dettato da un concorso di interessi, da un lato l’ethos infantilistico dei Sindaci per dare attuazione a una comunicazione pubblicitaria narcisistica finalizzata al consenso personale. Una comunicazione ammantata dalle grandi firme che si sono prestate volentieri al gioco, poiché ben pagate con soldi pubblici, ecco il concorso di interessi. Mentre l’architettura veniva trasformata in mass medium (di fatto svuotandola di senso) e gli amministratori si auto referenziavano attraverso la pubblicità, accadeva che le città e i cittadini venivano abbandonati ai loro problemi innescati dalla fine dell’industrialismo, un fenomeno noto sia agli urbanisti e sia ai sociologi, ma ignorato da chi aveva la responsabilità di cambiare le pianificazioni per ridurre i danni sociali, economici ed ambientali che oggi assistiamo. Non conveniva affrontare il problema poiché la soluzione non si trova sul piano economico finanziario delle rendite, ma sul piano “anti economico” ma etico del bene comune. Coniugare capitalismo e socialismo è tecnicamente impossibile, favorire le rendite e aiutare le persone è un ossimoro, o si esce dalla crescita e si aiutano le persone (aumento dei costi) o si specula col rischio di far fallire il sistema, ed è quello che è successo poiché i bilanci dei comuni e l’industria delle costruzioni ha realizzato un’offerta di immobili superiore alle domanda. Per un consigliere comunale è stato difficile avere la consapevolezza di cosa sia successo (a meno non abbia le competenze e le conoscenze, o che ci sia un amico informato che glielo spieghi), nonostante il consigliere comunale abbia il ruolo politico di approvare i piani urbanistici, mentre il consigliere regionale, addirittura, ha il potere di fare leggi urbanistiche. In questo caso, la dissoluzione dei partiti cominciata negli anni ’90, ha giocato a favore degli speculatori poiché si sono trovati Commissioni urbanistiche ove non c’erano più gli esperti di partito (anni ’60 e ’80) pronti a rallentare il consumo del suolo, anzi si sono trovati consiglieri comunali ignoranti e isolati, pronti a schiacciare il pulsante, e così è stato, e così è oggi in buona parte dei Comuni d’Italia.

Mi è capitato di leggere vecchie delibere comunali, degli anni ’70, e devo ammettere che le politiche urbane occupavano molte energie mentali nel dibattito politico locale, e i soggetti che avevano un sensibilità ambientale erano sostenuti da competenze specifiche alte, e riuscivano a contenere i danni che il capitalismo delle rendite intendeva produrre nelle città attraverso una qualità delle argomentazioni da portare nell’arena politica. Oggi sappiamo che senza quel limite politico culturale la forza della finanza sta continuando a distruggere suolo e risorse finite.

La chiave per riprendersi la città è insita in un’evoluzione collettiva dei cittadini che dovrebbero cominciare a comprendere di diventare i committenti delle rigenerazioni urbane. Gli esperti che aiutavano la tutela del territorio e dell’ambiente possono aiutare direttamente i cittadini attivi e organizzati, non più all’interno delle istituzioni occupate da soggetti politici auto referenziali, ma promuovendo la rigenerazione e percorsi ove sperimentare la co-progettazione. Se i cittadini non si occupano della propria città, il mondo immobiliare ringrazia, e continuerà a rubare a norma legge i beni comuni già sottratti ai ceti meno abbienti, ormai espulsi dai centri urbani, e persino dalle ex periferie degli anni ’60 e ’70, oggi inglobate dalle città cresciute male.

Se esistono quartieri degradati è perché le Amministrazioni hanno preferito favorire le rendite e ignorare i bisogni delle persone. Una consuetudine sbagliata che rientra nella cultura capitalista è la mercificazione del territorio, e così politici locali e cittadini disinteressati hanno sostenuto l’idea che non fosse necessario costruire città a misura d’uomo ma aggregati urbani a misura del consumismo. Per correggere tali errori è necessario che i cittadini conquistino una volontà politica per indicare la costruzione di servizi che stimolano le relazioni personali fra gli spazi pubblici e privati nelle proprie strade, e piazze. E’ necessario rimettere in discussione la realtà fisica come la vediamo, e consentire ai progettisti di introdurre la bellezza in città e stimolare processi partecipativi e inclusivi affinché, finalmente, bambini, ragazzi, adulti e anziani possano trovare piena soddisfazione nel vivere in luoghi urbani adeguati ai bisogni reali della comunità. In un processo aperto e trasparente è facile far emergere il conflitto e risolverlo, spesso si tratta di egoismi infantili o i soliti interessi privati che si superano facilmente nei processi aperti. Questa semplicità è nota agli amministratori, e per questo motivo non amano dichiarare le proprie intenzioni e non usano coinvolgere i cittadini prima che il processo di pianificazioni cominci, pertanto si affidano a processi guidati da loro stessi ove gli interessi delle rendite sono tutelati in decisioni precostituite.

I processi dal basso sono rari, poiché è difficile trovare amministratori interessati alla partecipazione attiva dei cittadini. E’ altrettanto raro trovare cittadini organizzati in cooperative per rigenerare il proprio quartiere, e in quel caso l’Amministrazione potrebbe essere messa “con le spalle al muro”, poiché difficilmente ostacolerebbe una trasformazione urbana finanziata dal basso. E’ raro che una maggioranza politica dica di no a progetti che hanno ampi consensi popolari, poiché rischia di perdere il consenso politico che gli da mangiare. Eppure i vantaggi economici e sociali di un approccio dal basso sono altissimi, a partire da questioni pratiche come i prezzi delle trasformazioni urbanistiche, in quanto è possibile rigenerare a prezzo di costo. Eliminando la famigerata rendita immobiliare, che viene usata dalle classiche riqualificazioni urbanistiche per pagare i costi di costruzione dei servizi previsti attraverso le perequazioni adottate nei piani urbanistici comunali, è possibile abbassare i costi totali degli interventi. In quest’ottica le istituzioni pubbliche dovrebbero svolgere un ruolo di traino con finanziamenti diretti e premiare i progetti di qualità urbana che intervengono all’interno dei tessuti edilizi esistenti e rigenerano a prezzo di costo. In Italia ci sono almeno 26 città in contrazione che hanno bisogno di quest’approccio e tale visione propone una soluzione pratica per migliorare la qualità della vita con la conseguenza di avviare l’occupazione utile.

Esempi in tal senso sono più diffusi nel Nord d’Europa ove i processi di trasformazione non sono guidati solamente dal mondo immobiliare come accade in Italia, ma da una regia pubblica che favorisce i processi di responsabilizzazione collettiva dei cittadini, interessati a migliorare i propri quartieri per ovvie ragioni.

Da un lato c’è un problema culturale di noi abitanti, abituati al fatto che debba esserci sempre qualcuno dall’esterno, sia esso lo Stato, o addirittura il mondo immobiliare a prendersi cura della cosa pubblica ove noi viviamo. Nelle città, da decenni lo Stato non interviene più, ed ha lasciato campo libero agli speculatori privati felicissimi di trarre profitti secondo le logiche di mercato, e non a parlare dei problemi dei ceti meno abbienti.

Dall’altro lato c’è una questione morale istituzionale ove politici e pubblica amministrazione sono abituati a favorire gli interessi dei privati, siano essi banchieri e imprenditori, a danno dei ceti meno abbienti attraverso il sistema del credito ed il servizio del debito che consentono guadagni alle banche attraverso l’interesse, cioè senza lavorare. Esiste persino un sistema legale che nasconde la corruzione degli amministratori locali grazie alle giurisdizioni segrete (offshore e paradisi fiscali).

E’ giunta l’ora che i cittadini si sveglino poiché esistono diversi progetti e approcci democratici che possano ricostruire le comunità, e ridurre lo spazio del mercato, avviando un futuro sostenibile per le generazioni presenti e per quelle che verranno.

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«Non si è riusciti a trovare una linea di continuità alla crescita» disse Giulio Sapelli, storico dell’economia durante un convegno pubblico, del 4 giugno 2013, circa il tema Capitalismo finanziario e democrazia, ove al centro del dibattito vi erano le osservazioni di James Galbraith, sottolineate e riprese da Emiliano Brancaccio: «la scala e la concentrazione delle banche è inevitabilmente concentrazione di potere e sovversione dello stato democratico». In queste due affermazioni c’è tutta la consapevolezza di alcuni economisti e tutta la loro impossibilità di ammettere la necessità di uscire dal piano ideologico della crescita per consentire un’evoluzione umana, ormai non più procrastinabile nel tempo. Se continuano a sedere sul piano ideologico sbagliato [il capitalismo], proponendo ricette sviluppiste nonostante I limiti della crescita, accade che essi dissertano pochissimo di economia, e molto di politica nell’auspicio condiviso di migliorare la qualità di vita dei cittadini ma inseguendo una mera illusione [la possibilità di una nuova crescita che aggraverebbe la crisi ambientale]. Il loro auspicio è far ripartire la crescita, come lascia intendere Sapelli [«non si è riusciti a trovare una linea di continuità alla crescita»], attraverso un nuovo capitalismo industriale. Invece, la fine dell’industrialismo stesso può essere l’opportunità di liberarci del lavoro schiavitù come mostrò Marx, e può favorire la nascita di una società fondata sull’equilibrio ecologico, ove il lavoro è un’opportunità per chi lo cerca, mentre altri possono ugualmente vivere dignitosamente attraverso l’uso razionale delle risorse. Per fare ciò bisogna uscire dalla religione del monetarismo. E’ ovvio che questa visione ribalta completamente le logiche economiste e persino costituzionali, ma è una visione realista partendo dalle capacità ecosistemiche. Da quando l’uomo ha inventato l’economia è accaduto che la società si è contrapposta alla natura, e soprattutto alla stessa specie umana, favorendo alienazione, nichilismo e rincoglionimento grazie alla crescita dell’ignoranza funzionale, tutto grazie all’errata ideologia dell’economia neoclassica spinta sia dal neoliberismo che dal socialismo realizzato in Russia, e occultando alle persone uno dei meccanismi più infami e truffaldini, e meno compreso dalla nostra società, la creazione della moneta dal nulla. Non possiamo continuare a favorire la produzione di merci inutili, pertanto non tutti i lavori sono necessari, mentre altri impieghi vanno assolutamente favoriti, cioè tutti quelli portatori di virtù: agricoltura naturale, conservazione del patrimonio, rigenerazione urbana, mobilità intelligente, cultura e istruzione. Senza dubbio un altro auspicio condiviso è la prevalenza della politica sull’economia, ma andrebbe compiuto un ulteriore sforzo da parte degli economisti eterodossi: uscire dal capitalismo per approdare sulla bioeconomia.

Heidegger lo disse chiaramente che la tecnica avrebbe prevalso sull’uomo, e Mumford, altrettanto, disse che l’uomo non sarebbe stato capace di controllare le forze capitalistiche, mentre in molti dovrebbero riconoscere un tributo a Marx per l’avvenuta mercificazione del pianeta Terra. E se tutto è merce, è ovvio che chi possiede più moneta può comprarsi ogni cosa. Meglio ancora se si diventa proprietari della moneta, espropriando gli Stati dal controllo del credito. E così nasce l’euro zona. Si sapeva come sarebbe andata a finire. Come uscirne? “Facile”: uscire dal mercantilismo e costruire le comunità di scambio reciproco sfruttando le innovazioni neoteniche di questo secolo. Si esce da un sistema centralizzato e si approda in un sistema di rete. Per dirlo secondo il linguaggio economico, bisogna favorire la nascita di sistemi micro economici a prevalenza autarchica rispettando i cicli auto rigenerativi della natura. Basti osservare la classificazione dei sistemi locali per individuare gli ambiti territoriali ove sviluppare modelli micro economici bioconomici e investire risorse pubbliche e private in tali ambiti.

In determinati convegni si svelano intenzioni e analisi illuminanti circa l’osservazione della società, non tanto perché essi guidano le istituzioni, anzi gli ospiti dell’incontro erano tutti critici sulle decisioni delle istituzioni politiche, ma perché non c’è mai un confronto multidisciplinare, ma solo un coro che può rimanere auto referenziale e poco attrattivo, tant’è che non è cambiato nulla dal 2013 ad oggi, anzi l’élite degenerata finanziaria, messa giustamente sotto accusa gode di buona salute, mentre i popoli continuano a soffrire con l’aggiunta di migrazioni di massa incontenibili per l’Europa, ma utili a rinvigorire il capitalismo industriale della Germania e di altri settori industriali rimasti nell’euro zona. Disse Kenneth Boulding: «chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un folle, oppure un economista». Questo, dunque, è l’enorme limite culturale di chi vive solo di economia, siano essi neoliberisti o keynesiani, poiché costoro distruggono la creatività e la spiritualità degli esseri umani. E se pensano al lavoro è bene osservare che l’argomento va affrontato sul piano etico, e quindi è necessario uscire da quello economico, poiché etica ed economia si trovano su piani distinti e separati ove non si incontrano mai. Gandhi disse che «sulla terra c’è abbastanza per soddisfare i bisogni di tutti ma non per soddisfare l’ingordigia di pochi». Le conoscenze di cui dispone l’uomo possono dare prosperità a chiunque, e la scarsità viene inventata e creata dall’economia a beneficio proprio di quell’élite finanziaria, oggi giustamente messa sotto accusa. Il limite imposto dalle leggi della fisica viene proprio nascosto dal mondo economico finanziario, e quel limite naturale rappresenta la risorsa che sostiene la specie umana. Prima avviamo la transizione per uscire dal capitalismo e prima potremmo costruire le comunità per gli esseri umani. I cittadini devono riprendersi in mano la politica raccomandati dall’economia aristotelica e dalla ragione platonica.

Soluzioni di politica economica sono suggerite persino dall’enciclica del Papa, e si trovano tutte sul piano della conversione ecologica figlia della bioeconomia e non sul piano keynesiano suggerito da Galbraith, col quale si condivide la critica circa la crisi del sistema democratico rappresentativo poiché eterodiretto dall’élite finanziaria che ha innescato la crisi del 2008. Non c’è dubbio l’analisi dei post-keynesiani circa l’offerta di moneta agganciata all’effettiva domanda aggregata è condivisibile, ma non è auspicabile sostenere un’indiscriminata crescita che distrugge le risorse finite del pianeta. In quest’apice del capitalismo, non solo possiamo osservare quanto Marx dal lontano Ottocento ebbe ragione, ma quanto il sistema bancario ha saputo creare dal nulla superando l’immaginazione sia di Marx (ovviamente non esistendo l’informatica Marx non poteva immaginare che si potessero occultare i capitali con i paradisi fiscali), e sia osservare quanti inutilmente prendono la strada dell’obsoleta economia neoclassica per suggerisce soluzioni anacronistiche. La deriva capitalista di cui tanti economisti dissertano solo oggi, fu ampiamente preconizzata da Aristotele, Antonio Genovesi, Charles Fourier, Ebenezer Howard, Peter Kropotkin, Lewis Mumford, Herman Daly, Nicholas Georgescu-Roegen, Max Horkheimer, Theodor Adorno, André Gorz, Zygmunt Bauman, Cornelius Castoriadis, Martin Heidegger, Herbert Marcuse, Jacques Ellul, Pier Paolo Pasolini, Ivan Illich e Renato De Fusco. Richiamare l’elenco di queste persone serve a mostrare il contributo di quanti, avevano già messo in discussione il famigerato “sistema” prima che lo stesso si mostrasse per tutta la sua mostruosità, ove poi i popoli sono stati rinchiusi per negare loro la libertà e l’autonomia di pensiero. O si ha l’umiltà e il coraggio di ammettere che le soluzioni non si trovano sul piano economico, o la nostra specie è già spacciata per convenuta stupidità. Entrare in una libreria e leggere le riflessioni delle persone sopra elencate ci renderà liberi di costruire l’alternativa.

Lo spazio culturale politico lasciato dalla sinistra è riempito, solo in minima parte dell’enciclica papale di Bergoglio, mentre i nuovi paradigmi culturali devono ancora essere riempiti da una massa critica di cittadini, famiglie ed imprese che vivono il cambiamento, e sperando che si trascinano il resto della popolazione per realizzare una società evoluta affinché si riprenderà il senso di comunità mettendo all’angolo il mercato del capitalismo che sta distruggendo la specie umana.

Ha ragione Sapelli nell’affermare che l’élite finanziaria sta muovendo una «crisi geostrategica» e quindi non è una crisi economica, lasciando intendere che siamo dentro una strategia politica, poiché è possibile osservare come e dove si sposta il capitale finanziario, e quindi a quali interessi è legata l’azione dell’élite stessa. E’ altrettanto condivisibile l’osservazione sul fatto che tale élite è convinta di fare a meno del capitalismo industriale, del resto il meridione d’Italia è stato de industrializzato proprio grazie alla guerra di annessione ed è tenuto in schiavitù da circa 150 anni (con evidenti responsabilità delle classi dirigenti locali). Forse tale élite pensa di fare altrettanto per tutti quei paesi periferici, così pare se osserviamo la lunga delocalizzazione produttiva, la concentrazione di nuovi settori industriali nel Nord dell’Europa e l’uso sfrenato del modello offshore e paradisi fiscali per non pagare le tasse e scaricare i costi sui cittadini contribuenti. E’ illuminante il pensiero di Sapelli nel suo libro Chi comanda in Italia.

La soluzione? Chiudere il capitalismo, e aprire i libri di ecologia applicata, di storia del Rinascimento e delle teorie utopiste socialiste dell’Ottocento abbinate alle nuove tecnologie. Le osservazioni critiche di economisti eterodossi sono utili a capire i fenomeni della geopolitica, ma le soluzioni concrete possono partire tranquillamente dal basso, si proprio dai cittadini, dalle imprese e dagli ambiti territoriali locali, regionali e provinciali, poiché nessuna élite finanziaria ha il potere di osteggiare progetti sostenibili, in quanto anche il capitalismo ha il suo tallone d’Achille, ed è lo stesso sistema del credito. «La scala e la concentrazione delle banche è inevitabilmente concentrazione di potere e sovversione dello stato democratico», “bene”, i correntisti italiani possono fare massa critica per spostare i propri risparmi su progetti sostenibili e utili a sviluppare e rinforzare l’economia locale a partire dalla valorizzazione del patrimonio storico culturale e artigianale delle nostre terre, e alcuni investimenti in tecnologie innovative ma utili allo sviluppo sociale. Boicottare le banche che usano il risparmio in maniera immorale è un potere che i cittadini conservano, ma essi lo ignorano.

E’ giunto il momento di costruire cluster del cambio di paradigma culturale. Bisogna costruire luoghi fisici ove il mondo e le comunità dell’auto produzione e della sostenibilità possano incontrarsi quando lo desiderano. Bisogna realizzare spazi per favorire il dialogo e l’incontro volto a realizzare imprese e impieghi utili per rigenerare i nostri stessi luoghi, e consumare beni e merci secondo regole etiche che riconoscono il valore della sovranità alimentare. Bisogna realizzare luoghi per favorire il consumo di beni e merci dei bio distretti.

Da questa semplice esperienza è possibile costruire un vero proprio cambio radicale poiché i legami relazioni sono la forza per costruire progetti più ambizioni per tendere anche all’auto sufficienza energetica.

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Prima di tutto bisogna riconoscere che l’ideologia neoliberale ha svolto un lavoro estremamente accurato e preciso. Per arrivare a rincoglionire un italiano su due, cosi dicono le statistiche sull’ignoranza funzionale e di ritorno, vuol dire che il sistema formativo universitario per gli insegnanti scolastici e quello del mondo accademico è fra i più devastanti del mondo occidentale, anch’esso annegato nel nichilismo. Un sistema culturale – quello scolastico e universitario – incapace di proporre una reazione virtuosa alla pubblicità delle imprese e dei mass medium. Non c’è dubbio che ci siano ancora insegnanti liberi, capaci e preparati, ma il sistema non li favorisce, li isola. La rimozione delle capacità creative, necessarie per la libertà e l’autonomia di pensiero, consente un facile asservimento degli individui al peggiore conformismo di sistema e preserva i comportamenti immorali, dannosi per lo sviluppo umano. Se la crescita del neoliberismo distrugge posti di lavoro senza che a questo disastro si contrapponga una programmazione per favorire la nascita di nuovi impieghi è soprattutto merito dall’incapacità della classe dirigente e dell’apatia di cittadini chiusi in se stessi.

Mentre gli altri popoli europei stanno stimolando una rinascita del socialismo, e le città stanno realizzando luoghi urbani più vivibili, noi italiani siamo persino spaventati dalle parole, e così lo stesso termine socialismo, in Italia è ritenuto pericoloso e coperto dal disprezzo. In ambito politico, negli ultimi trent’anni, chi ha usato tale termine ha senza dubbio associato le proposte socialiste alla corruzione, mentre l’ex partito comunista si è dissolto volontariamente scegliendo le posizioni neoliberali.

In soli trent’anni è cambiato il panorama industriale, e sono cambiati i soggetti politici favorendo una confusione fra i cittadini elettori che non si era mai vista prima. All’interno di questa confusione l’élite ha saputo navigare in maniera adeguata e tranquilla, visto che i profitti delle aziende sono aumentati come non era mai accaduto nella storia dell’industrialismo e il sostegno principale alla rifeudalizzazione della società è venuto proprio dalla cancellazione degli ideali socialisti costruendo un’Unione europea a trazione neoliberista, la peggiore destra che si possa immaginare poiché sta distruggendo la specie umana.

La storia maestra di vita ricorda che furono gli utopisti socialisti a suggerire soluzioni pratiche per migliorare le condizioni di vita degli abitanti costretti in schiavitù dall’esplosione dell’industrialismo. La differenza fra l’Ottocento e la realtà odierna, è che l’industrialismo sta lasciando l’Unione europea mentre l’evoluzione tecnologica suggerisce un insieme di soluzioni che liberano individui e famiglie da obblighi e dipendenze dal monopolio delle imprese di profitto. Ciò che coincide fra il passato e il presente è che le soluzioni politiche rientrano esattamente nelle utopie dell’Ottocento, a partire dalla rinascita del concetto di comunità sino all’opportunità di realizzare città auto sufficienti e collegate in rete per scambiarsi le eccedenze. Se i popoli europei vogliono sostituire questa Unione europea con un’altra, devono necessariamente compiere un salto paradigmatico, lasciare il piano ideologico del capitalismo ed approdare sul piano della bioeconomia. E per farlo bisogna agire sul piano culturale, l’ambito educativo e formativo distrutto dal neoliberismo.  La scuola e l’università, psico programmate secondo gli indirizzi dell’industrialismo di massa, vanno liberate dai dogmi e lasciate libere di agire per ricostruire il senso di comunità e progettare realtà applicando i valori costituzionali.

Osservando la storia con maggiore attenzione, capitalismo e socialismo si sono sviluppati sullo stesso piano ideologico della crescita, e le idee degli utopisti furono rimosse nel secolo Novecento, poiché le soluzioni proposte rientravano in schemi organizzativi autarchici e anarchici, cioè favorivano l’autonomia e l’auto determinazione dei popoli in contrapposizione al modello istituzionale che poi si realizzò sia nei paesi capitalisti e sia in quelli socialisti. Destra e sinistra si sono concretizzate in sistemi di “controllo centralizzato”, la destra preferisce che il mercato sia nelle mani delle imprese (liberalismo) mentre la sinistra preferisce le mani dello Stato, ma entrambi i sistemi sono nelle mani dei banchieri (è un sistema centralizzato). Oggi l’Occidente è nelle mani del regime autoritario del WTO (è un sistema centralizzato) che sfrutta le finte democrazie rappresentative come sistema di controllo delle leggi che favoriscono il neoliberismo. Gli attori politici servono a creare una rappresentazione teatrale secondo il vecchio schema divide et impera: destra e sinistra; e questo schema funziona ancora poiché l’ignoranza funzionale dei popoli, li conduce a votare per i peggiori soggetti politici. Storicizzando destra e sinistra, e risolvendo il problema dell’ignoranza una massa critica interna ai popoli, consapevole e ben istruita, può formare nuova classe dirigente, onesta ed autonoma pronta a costruire una società della bioeconomia che punti alla felicità. Noi italiani dobbiamo costruire un percorso simil Podemos poiché solo attraverso un soggetto puramente democratico potremmo costruire la speranza di inserire rappresentanti del popolo, meritevoli e capaci, utili a ribaltare il sistema secondo nuovi paradigmi; poiché oggi esiste un sopra (l’élite degenerata) e un sotto (i popoli), e noi siamo quelli che stanno sotto.

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Penso che nessuno abbia più dubbi sul fatto che bisogna costruire un’alternativa, come la chiamano i giornalisti “di sinistra” e così come la chiamano coloro i quali si ritengono orfani della sinistra. In Europa è stata anche la sinistra a introdurre il neoliberismo attraverso il progetto “terza via” di Clinton e Blair, e in Italia ha avuto talmente successo che i leader “di sinistra” erano tutti ex banchieri e manager, da Ciampi a Prodi. Per la destra non si doveva convincere nessuno, sono bastati Berlusconi e Tremonti.

Del resto la storia è maestra di vita, e ci ricorda come l’Italia avendo perso la guerra, uscita da un regime totalitario di destra, approda al nuovo regime della destra capitalista. L’Italia viene occupata militarmente e attraverso i partiti deve restare territorio del capitalismo americano. Nel 1948 l’attentato a Palmiro Togliatti, il Piano Solo del 1964, e il sequestro di Aldo Moro del 1978 sono gli atti politici più cruenti. Tutti eventi che condividono l’opposizione alla cultura democratica di sinistra da sconfiggere con la violenza. Nel 1949, all’interno del patto atlantico e della NATO, Truman disse: “vorrei sottolineare che la minaccia sovietica non è soltanto militare, è la minaccia del comunismo in quanto idea, in quanto forza sociale dinamica ed egualitaria”. La “terza via” è la strada culturale adoperata dai think tank neoliberisti per infiltrare ed etero guidare dall’esterno le forze politiche di sinistra, e sgretolare dall’interno il vecchio PCI e i sindacati, troppo colti e ben organizzati. L’obiettivo dei neoliberal fu raggiunto, col tempo, subito dopo la morte di Berlinguer. Il vuoto culturale rimane, ma nel frattempo la nichilista cultura liberal raggiunge altri obiettivi ancora più importanti: la regressione culturale delle masse e il crescente infantilismo degli adulti che li ha condotti nell’analfabetismo funzionale e di ritorno, incapaci di comprendere e di scegliere. In Italia la regressione è stata raggiunta sia infiltrando il mondo economico-accademico e sia attraverso la televisione privata di Berlusconi.

Tornando ad oggi, il fatto che l’Unione europea non sia stata progettata e non si comporti per il bene comune lo sanno persino coloro i quali l’hanno costruita, ma essi rappresentano proprio quel mondo industriale che sta traendo i maggiori benefici dal modello neoliberista, e sono i sostenitori del TTIP. L’aspetto interessante e controverso è che fra coloro i quali stanno costruendo quest’alternativa, lo chiamano piano B, c’è anche Fassina, certo cambiare idea è una virtù quando si capiscono i propri errori. Gli obiettivi proposti da Varoufakis, Fassina, Mélen­chon e Lafon­taine  sono giusti (nel mirino ci sono fiscal com­pact e il TTIP), ma è necessario approdare sul piano della bioeconomia.

A Parigi, Fassina dichiara: «[…] Ci sono due punti da affrontare qui. Il primo: il mercantilismo neo-liberista dettato da Berlino e ivi incentrato è insostenibile. La svalutazione del lavoro in alternativa alla svalutazione della valuta nazionale, come via principale per aggiustamenti “reali”, comporta una cronica insufficienza di domanda aggregata, disoccupazione persistentemente elevata, deflazione e esplosione dei debiti pubblici. In un tale contesto, al di là dei confini dello stato-nazione dominante, l’euro porta ad uno svuotamento della democrazia, trasformando la politica in amministrazione per conto terzi e spettacolo. Questo è il punto. Non è un punto economico ma politico. Il significato di democrazia nel XXI secolo. Esiste un conflitto sempre più evidente tra il rispetto dei Trattati e delle regole fiscali da una parte e i principi di solidarietà e democrazia iscritti nelle nostre costituzioni nazionali dall’altra. […]». L’analisi di Fassina è senza dubbio corretta, ma dov’è lo strumento politico democratico che invita le persone a partecipare attivamente? E’ tardivo il desiderio di far rinascere una sinistra quando l’epoca industriale volge al termine. Fassina dice le stesse cose raccontate da Nino Galloni, già funzionario pubblico quando la Repubblica veniva svenduta. Come mai Fassina non conosce le denunce di Galloni? I popoli già alcuni anni fa hanno manifestato il proprio dissenso verso il neoliberismo che nasceva e si costruiva in maniera autoritaria, basti ricordare i referendum sul Trattati di Lisbona, in Francia e in Olanda. Nessun italiano fu consultato nel luglio del 2008, quando il Parlamento votò a favore del Trattato di Lisbona. Il recente passato italiano ha mostrato come i partiti di sinistra rifiutarono la partecipazione popolare, e rifiutarono le nuove proposte. Il caso clamoroso è proprio sotto gli occhi di tutti, e si chiama M5S che nasce dalla chiusura politica culturale dell’attuale PD. Inutile ripresentare le battute dei dirigenti di allora che prendevano in giro il nascente fenomeno dei “meetup” poi chiamati M5S, erano gli anni fra il 2006 e il 2009, prima che nascesse il partito di Grillo. L’analisi critica di Fassina circa il sistema euro, ex PD, era ampiamente scritta e dibattuta nei vecchi forum della rete dei “meetup”. I cittadini che partecipavano erano i primi a mettere in discussione l’euro zona. Se la ricostruzione della sinistra resterà sul vecchio piano ideologico dell’economia neoclassica, quest’alternativa non si potrà costruire. Sarà utile a riprendere consensi verso i nostalgici, ma non sarà capace di costruire una società migliore. Per l’Italia è probabile che tornerà il vecchio schema DC e PCI, con altri nomi ed altre vesti, ma i problemi degli italiani rimarranno dove si trovano.

Al contrario, se ci sarà la maturità  e l’onestà intellettuale di storicizzare l’obsoleta schema del divide et impera: destra sinistra, allora si potrà veramente costruire una società migliore. Il nuovo paradigma culturale partendo dalla bioeconomia (ecco la transizione ecologica) potrà favorire la nascita di una società migliore. La forza di una moneta sovrana a credito e una nuova politica d’investimenti pubblici finalizzati alla formazione di una conversione ecologica delle trasformazioni di merci e beni; l’applicazione dell’eco efficienza; così come la conservazione e il recupero del patrimonio, consentiranno l’avvio di nuovi impieghi utili. La riduzione dello spazio di mercato e l’aumento dello spazio per le comunità che si auto producono energia e beni, in un sistema di scambio reciproco, consentirà maggiore libertà per le persone e le famiglie poiché svilupperanno la resilienza urbana.

In sostanza bisogna evitare, come farebbe la sinistra tramite politiche espansive senza etica, di favorire nuovamente il capitalismo (l’ossimoro sviluppo sostenibile) poiché è già imploso su stesso. Il capitalismo deve ignorare le leggi dell’entropia, è nella natura stessa del capitalismo poiché sinonimo di consumismo. La misura degli impatti ambientali mostra che siamo giunti a un punto di non ritorno. Del resto la letteratura è ricca di esempi che chiedono l’uscita dall’economia neoclassica, mentre è noto che tutti i governi occidentali sono asserviti alle multinazionali del WTO. Il problema non è una questione soldi, poiché attualmente la moneta è stampata dal nulla ma prestata agli Stati. Il controllo della moneta è in capo all’élite degenerata condizionata dalle SpA, costoro sono capaci di comprarsi tutti i burattini che vogliono tramite il sistema offshore e delle giurisdizioni segrete. John Perkins ha scritto egregiamente a cosa servono gli economisti (imbrogliare e rubare), chiamati correttamente sicari dell’economia, era il suo lavoro. Nicholas Shaxson pubblica Le isole del tesoro, mostrando la faccia del capitalismo: imbrogliare le persone che pagano le tasse e distruggere lo Stato sociale. La soluzione non è sul piano economico ma sul piano giuridico e democratico, come hanno compreso bene Varoufakis & company, e non si può continuare a rimanere sullo stupido piano dell’economia neoclassica. O si ha il coraggio e l’onestà intellettuale di abbattere la schiavitù SpA, oppure si è complici dell’impero della vergogna. Sembra che Varoufakis stia sulla buona strada, visto che ha avuto il coraggio di staccarsi da Tsipras e propose una moneta parallela. Gli italiani avranno lo stesso coraggio? Ritengo sia necessario creare una classe dirigente attingendo dalla società civile libera dai condizionamenti dei think tank neoliberal, ma soprattutto partendo dalla bioeconomia, scartata, ignorata proprio dalla sinistra e oggi strumentalizzata da sedicenti “rivoluzionari”.

E’ corretto chiedere la ristrutturazione dei debiti, il rigetto dei trattati e cambiare l’architettura dell’UE, ma tutto ciò è fuori dalle politiche economiche. L’elemento politico fondamentale è il ripristino della sovranità monetaria, come sanno bene, ma la moneta è uno strumento non la proposta di una politica economica nuova. Il punto nevralgico e culturale sembra essere proprio questo, e cioè che gli economisti si occupano più di diritti che della loro disciplina, e danno la sensazione di non conoscere vere alternative. Eppure, loro colleghi hanno prodotto un pò di letteratura eterodossa, da Stiglitz e Fitoussi e Sen; prima ancora Galbraith aveva capito benissimo che il PIL non serve. E’ strano che alle legittime richieste di ripensare l’architettura dell’UE manchino filosofi, giuristi e costituzionalisti, e soprattutto manchi la partecipazione popolare di cittadini attivi.

Per tendere a un’evoluzione della specie umana dobbiamo affrontare l’analfabetismo funzionale e di ritorno, e ammettere che noi tutti abbiamo bisogno di filosofi, biologici, contadini e architetti conservatori. Per essere veramente propositivi e costruttivi di un’alternativa è necessario uscire dal piano economico per approdare al piano della biologia e della fisica, discipline ignorate sia dagli economisti che dai giornalisti. Mentre è necessario storicizzare destra e sinistra poiché sono facce della stessa religione: neoliberismo. L’obiettivo è la felicità dei popoli raggiungibile quando il nostro pensiero la smetterà di contare in termini monetari ma comincerà a “contare” in termini etici.

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L’intero impianto culturale che ha costruito il piano tecnico giuridico per valutare un piano o un progetto è costruito secondo la convenienza economica degli investitori privati. Se non c’è qualcuno che trae profitto con la rendita e col servizio del debito i progetti non sono finanziati e quindi i cantieri non si aprono, questo è l’approccio finanziario dell’economia neoclassica. Il fatto che ci sia un aumento dal capitale generato da un progetto non è sinonimo di qualità e di sviluppo umano, anzi spesso accade l’esatto contrario poiché il profitto è la guida degli investitori che favorisce progetti speculativi piuttosto che progetti utili anche a migliorare la qualità di vita delle persone. Da decenni i piani che si presentano si confrontano sul piano della speculazione, e si preferisce quello che fra i tanti è più speculativo, e di recente quello che sappia sfruttare le fonti energetiche alternative per restare nel solco dell’ossimoro sviluppo sostenibile.

All’interno del piano economico condizionato dalla funzione del profitto, tutto quello che serve allo sviluppo umano è considerato merce e rappresenta un costo, e per coprire tali costi accade che i progetti sono piegati alla religione della crescita illimitata poiché le merci che generano profitto, le superfici, i volumi da costruire, devono essere vendute nel mercato per coprire anche i prezzi dei servizi necessari allo sviluppo umano. Ancora oggi si usano gli incentivi volumetrici convinti che questi siano uno stimolo per il mercato. Nella realtà il mercato – cioè i cittadini che dovrebbero comprare – non è più capace di assorbire questo surplus di offerta. Un sistema del genere votato alla crescita continua non può durare in un sistema dalle risorse finite. E’ tutto qui il corto circuito di una disciplina dannosa come l’economia neoclassica che ha saputo edulcorare anche l’architettura e l’urbanistica cancellandole dall’immaginario collettivo, e rendendole nichiliste come lo spirito del tempo che volge al termine. Questo processo che dura da secoli è concretamente distruttivo poiché ignora l’etica, ignora i flussi di energia e materia, e ignora completamente ciò che può rappresentare un valore inalienabile rispetto ai beni tutelati dalla Costituzione. Prima si esce dalla stupidità dell’economia e meglio sarà per la specie umana. La domanda non dovrà più essere ci sono soldi per farlo, ma ci sono le risorse per farlo?

Restando nel piano ideologico sbagliato sarà impossibile avviare la rigenerazione bioeconomica, mentre sul nuovo piano sarà possibile associare ai piani la valutazione etica delle proposte rispetto al valore progettuale condizionato dalla sua utilità sociale che risolve problemi concreti, costruisce luoghi e strumenti per lo sviluppo umano, cioè l’opposto di quello fatto finora, dove si è costruito tutto ciò che serve al profitto delle imprese ma non per la felicità delle persone.  Oggi i piani che si occupano di sviluppo sociale sono considerati un costo, la conservazione del Colosseo e di Pompei sono un costo, le biblioteche e le emeroteche di quartiere sono un costo, gli spazi verdi sono un costo, etc. Se restiamo nell’economia capitalista nessuno riuscirà a migliorare le proprie comunità, anzi col trascorre del tempo chi già vive in luoghi svantaggiati continuerà a star peggio, mentre in luoghi percepiti come “migliori” accadrà che la qualità di vita peggiorerà poiché l’invenzione della moneta debito farà in modo che tutto debba essere venduto o privatizzato, escludendo dall’accesso ai servizi un numero di famiglie sempre maggiori poiché la recessione riduce il potere d’acquisto degli stipendi salariati e non potranno più fruire di servizi necessari. Prima si esce dalla stupidità dell’economia e meglio sarà la per la specie umana. La domanda non dovrà più essere ci sono soldi per farlo, ma ci sono le risorse per farlo?

Tutto ciò osservando che l’Italia è fra i paesi più vecchi d’Europa con una dotazione e una tipologia degli alloggi pubblici completamente inadeguata al cambiamento sociale generato dalla fine dell’industrialismo. Inoltre, in questi anni lo Stato italiano ha venduto buona parte del patrimonio di alloggi pubblici, fra l’altro svendendoli, arrivando ad essere il Paese che meno di altri possiede edilizia pubblica generando un forte deficit di stock abitativo sociale, solo il 4%, contro il 35% dell’Olanda, il 21% del Regno Unito, il 16% in Francia (Turchini & Grecchi, Nuovi modelli per l’abitare, 2006). Secondo i dati Istat aggregati da Federcasa (aprile 2014), la domanda di un alloggio popolare è aumentata drasticamente, «arrivando ad interessare complessivamente quasi 2 milioni di persone che vivono in condizioni di bisogno economico e precarietà abitativa». Tutto ciò è accaduto edulcorando il senso dell’urbanistica poiché i Consigli comunali italiani si sono occupati di espandere le città assecondando l’ideologia del capitalismo e i capricci dei propri Sindaci addomesticati da sciocche questioni ragionieristiche, e sperando di incassare oneri preventivati da obsoleti piani urbanistici disegnati dalla lobby immobiliare, che si è ritrovata la merce invenduta. Ecco cosa è successo anziché applicare la Costituzione risolvendo problemi concreti dei propri abitanti e dei ceti meno abbienti. Gli amministratori locali hanno fatto esplodere il disagio sociale nelle città grandi e medie, in contrazione sin dagli anni ’70. La miope visione della crescita continua ha favorito l’inerzia politica circa i problemi reali, poiché non c’è interesse nell’osservare la realtà, e così l’assenza di una corretta programmazione ha favorito la crisi sociale nelle città, fra dannose rendite di posizione e quartieri degradati per la mancata manutenzione e trasformazione rispetto ai nuovi bisogni figli della fine dell’epoca industriale.

Per porre rimedio è necessaria una corretta programmazione economica che non può nascere nell’alveo del vecchio modello sbagliato, che comunque ci lasceremo alle spalle poiché ha innescato la bolla immobiliare recentemente esplosa. Prima di tutto è doveroso rinunciare alla rincorsa dell’indebitamento che giova solo alle banche. Partendo dalla corretta osservazione della realtà attraverso analisi dirette dobbiamo sostenere le rigenerazioni bioeconomiche necessarie per restituire una corretta morfologia urbana agli abitanti migliorando la qualità di vita.

Qual è la soluzione pratica? All’interno della nuova funzione della produzione, cioè il modello flussi-fondi si deve cancellare la voce profitto, alias rendita, per finanziare i progetti pagandoli a prezzo di costo, generando un risparmio netto e garantendo la sostenibilità degli interventi di rigenerazione. Un approccio analogo senza la consapevolezza dei flussi di energia fu già adottato all’inizio del secolo Novecento. Il più clamoroso fu l’iniziativa pubblica del Comune di Ulm che acquistò i suoli per realizzare quartieri per i ceti meno abbienti rivendendo gli alloggi proprio a prezzo di costo. La soluzione è a portata di mano poiché è necessario e sufficiente che le rigenerazioni bioeconomiche ricoprano solo i costi senza il profitto della rendita. Lo strumento giuridico è il piano di recupero, già noto – art. 27 L. 5 agosto 1978 -, e può essere sia un’iniziativa pubblica che privata, esiste anche il programma di riabilitazione urbana – art. 27 L. 1 agosto 2002. Con questo approccio di politica economica ne gioveranno anche le progettazioni liberate dai surplus inutili di superfici e volumi che ricoprivano i costi attraverso il modello speculativo. Meno superfici allora meno flussi di energia e materia. Quindi meno e meglio. In questo modo sarà più facile e conveniente costruire l’adeguata offerta di servizi attraverso modelli di partecipazione diretta dei cittadini.

Persino alcune inchieste hanno mostrato la stupidità e l’immoralità del pensiero dominante. Fernando Solanas, Diario del saccheggio, 2003. Michele Buono e Piero Riccardi Consumatori difettosi 12 dicembre 2010 (Report); Charles Ferguson, Inside Job, 2010; Annie Leonard, La storia delle cose; Erwin Wagenhofer, Let’s make money (Facciamo soldi), 12 giugno 2011 (Report); Yann Arthus-Bertrand, La terra vista del cielo; Marco Carlucci, Sporchi da morire, 2012; Aris Chatzistefanou, Catastroika, 2012; Alberto NerazziniIl grande bluff, luglio 2015.

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Apriamo la mente e cominciamo a riflettere conoscendo meglio la storia economica delle politiche liberiste, mercantili e neomercantili, o meglio la storia razziale e schiavista. Tutta l’élite che risiede negli Stati occidentali e coloniali ha costruito la propria agiatezza attraverso la schiavitù, e nonostante si millanti il contrario, nonostante siano trascorsi secoli e secoli, sembra non sia cambiato nulla. Dall’impero britannico fino ai giorni nostri, l’élite ha saputo adattarsi e controllare le risorse secondo il proprio tornaconto a danno dei popoli. La fine del capitalismo reale in Europa, spostatosi volontariamente nei cosiddetti paesi “in via di sviluppo” ribattezzati “emergenti”, genera nuove politiche sociali e d’immigrazione indotta, e non più forzata. Nel nuovo mondo gli africani venivano deportati, poi una guerra decise di cancellare la concorrenza sleale e così nacquero gli USA, staccandosi successivamente dal controllo monetario dell’Inghilterra. “Finito” l’impero britannico delle colonie, nasce l’impero della “city di Londra” del mondo offshore e dei paradisi fiscali con collegamenti anche negli USA. Per arginare gli scompensi produttivi del capitalismo reale, l’élite programma l’ingresso di nuovi schiavi attraverso la pubblicità. L’aspetto più degradante di quest’élite degenerata e inumana, è che non esiste alcun soggetto politico capace di costruire un’area territoriale rispetto ai diritti umani, per il semplice fatto che tutti questi burattini sono stati psico programmati dal piano ideologico neoliberale che ha la priorità del profitto per il profitto, convinti che il benessere corrisponda con l”accumulo di pezzi di carta prestati agli Stati e creati dal nulla. Tutti gli attori politici trasmettono egoismo, avidità, e discriminazioni razziali, compresi i finti rivoluzionari.

La manipolazione della percezione pubblica sta concentrando le proprie energie nel legittimare la rifeudalizzazione della società, sono mesi e mesi che il dibattito pubblico promuove un linguaggio razzista orientato sul divide et impera, e alla continua regressione mentale degli individui. Le politiche razziali sono solo una delle facce del capitalismo liberale, e diventano concrete proprio nel cuore dell’Europa, in Ungheria si ammassano esseri umani per essere successivamente selezionati, e la Germania pianifica le quantità di nuovi schiavi con protocolli convincenti e accomodanti per essere addomesticati al modello delle imprese tedesche, senza diritti sindacali imitando lo stile Marchionne. In Italia vergognosamente si rubano risorse pubbliche attraverso il dramma dei migranti per dare da mangiare agli amici degli amici.

La classe politica e dirigenziale italiana, anticipando le altre classi politiche europee, si comporta da circa trent’anni come se la società non avesse più diritti civili, in sfregio e disprezzo dei principi costituzionali. Le forze dell’ordine, manovrate da leggi ad hoc, non agiscono massicciamente contro la schiavitù nei campi agricoli e tanto meno contro le imprese che sfruttano i lavoratori ed eludono il fisco tramite il sistema offshore. Gli imprenditori e i politici italiani hanno sperimentato, prima di altri, la competitività salariale interna mettendo gli operai italiani gli uni contro gli altri, abituando giovani e adulti alla servitù volontaria. Da decenni prima nel Meridione il famigerato lavoro nero prevarica la regolare assunzione; dopo il lavoro nero ha invaso anche il Nord, basti entrare in un pubblico esercizio. Solo adesso le altre élite europee si muovono imitando il comportamento degli italiani ma proponendo regole scritte per selezionare la schiavitù necessaria a sostegno del profitto delle imprese. La differenza fra l’élite europea e quella italiana sta solo nel fatto che i “nostri” prima agiscono, sperimentano, e poi gli altri copiano introducendo regole che tornano in Italia per legittimare una realtà, ormai già consolidata. Il modo in cui l’élite italiana ha saputo aumentare le diseguaglianze per arricchire i ricchi, è uno stimolo per gli altri, avrebbero voluto farlo anche loro (inglesi e tedeschi in primis); il modo in cui hanno saputo conservare il Sud in una condizione svantaggia rubando costantemente risorse pubbliche senza realizzare servizi adeguati ma a vantaggio dell’élite, è un modello politico che vorrebbero copiare per l’est dell’Europa.

Tutti i finanziamenti europei orientati verso le cosiddette “Regioni in via di sviluppo” servono a far crescere determinate imprese inserite in un determinato modello di società. Ad esempio, numerose imprese italiane ed europee per aumentare i propri profitti riducendo i costi, hanno spostato gli stabilimenti produttivi nell’est dell’Europa poiché l’operaio costa meno (il lavoro è merce come spiegò Marx), ecco perché la produttività cala in Italia e nei paesi periferici, ma aumenta altrove. Il Meridione d’Italia, già deindustrializzato da più di un secolo, ha usato meno tali fondi poiché non ha fatto proprio richiesta di usarli, in quanto tutto l’impianto burocratico finanziario è nelle mani dei banchieri e nessuno è del Sud. I criteri valutativi sono indicatori finanziari e favoriscono il servizio del debito a vantaggio delle banche. Inoltre in alcune Regioni la categoria di dirigenti e funzionari è persino incapace di farlo, mentre la classe imprenditoriale rimasta a lavorare e produrre è culturalmente isolata dal modello sviluppista proposto dall’UE. Basti osservare la tipologia di fondi europei usati dal Meridione, sono soprattutto opere e infrastrutture pubbliche richieste dagli Enti pubblici.

Se il modello dell’UE è lo sviluppo sostenibile, cioè l’economia neoliberista, è del tutto logico che le imprese puntino all’aumento dei dividendi attraverso il modello multinazionale, sfruttando l’opportunità di scaricare i costi verso i Paesi che tassano di più (Italia) e gestire i profitti nei Paesi con giurisdizioni segrete (city di Londra, etc.), e così si colgono gli incentivi a delocalizzare sfruttando al massimo la concorrenza salariale. Le imprese fanno a gara per non pagare le tasse internazionalizzando e sfruttando le tasse dei cittadini tramite le politiche dell’UE inventate dal modello neoliberale. Nei paesi periferici si licenzia e si assume in quelli emergenti a costi inferiori. Il famigerato TTIP produrrà un ulteriore desertificazione manifatturiera in tutta Europa a vantaggio delle multinazionali. Prima si esce dal mondo economico neoclassico, e prima le persone torneranno a riprendersi la propria libertà e dignità.

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