Cultura bioeconomica

Cosa significa rigenerare una città attraverso la bioeconomia? Il concetto di bioeconomia nacque negli anni ’70, quando Nicholas Georgescu-Roegen dimostra matematicamente gli errori dell’economia neoclassica. La funzione della produzione ignora l’entropia, pertanto Georgescu-Roegen trasforma la funzione da un modello lineare di crescita continua a un modello circolare in equilibrio, copiando i processi biologici. La bioeconomia è l’ultima dimostrazione scientifica che avvalora le posizioni utopistiche sorte nell’Ottocento, quando diversi scienziati sociali e progettisti iniziarono a discutere il modello capitalista, poiché questo crea disuguaglianze, problemi economici, sociali e distruzione degli ecosistemi.

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Fonte immagine: Monica Lavagna, LCA in edilizia, Hoepli.

Nella cultura economica la città è uno strumento per l’accumulazione capitalista, tant’è che la stessa pianificazione, quando nasce nell’Ottocento, è piegata agli interessi della borghesia liberale. Il circuito di accumulazione capitalista si caratterizza con la produzione, le rendite finanziarie e il consumo di merci. Negli anni ’70, quando la politica delle imprese sceglie l’Asia per agglomerare la produzione, l’Occidente perde una parte importante dell’originaria vocazione industriale e le città diventano terziarie, con una serie di conseguenze economiche, sociali e ambientali.

L’aspetto contraddittorio e grottesco è proprio questo: la scienza dell’urbanistica nasce per riparare gli errori del capitalismo liberista disegnando un’uguaglianza spaziale, sociale e per favorire i diritti umani ma si realizza come una tecnica sfruttata dalle borghesie locali, ignorando le disuguaglianze economiche anziché perseguire interessi generali. Questo conflitto culturale e politico fra socialismo e liberalismo caratterizza tutta la pianificazione.

Gli utopisti socialisti erano consapevoli della cattiva redistribuzione della ricchezza capitalista, e suggerirono un miglioramento ma sottovalutarono la macchina amministrativa che si trovava, e tutt’oggi si trova, nelle mani del ceto politico, spesso autoreferenziale. I socialisti conoscevano bene il reale piano del conflitto, quello politico, e pertanto favorirono la nascita del partito come strumento per contendere il potere alla borghesia liberale, saldamente legata alle istituzioni politiche. Dopo secoli di materialismo capitalista, i problemi economici, sociali e culturali sono rimasti insoluti o persino amplificati. Le disuguaglianze hanno una dimensione territoriale e sono presenti nei quartieri delle aree metropolitane, nei Sistemi Locali delle città medie e nei Sistemi Locali rurali in stato di abbandono. Continuando a leggere il territorio col paradigma materialista non risolveremo alcun problema, pertanto è fondamentale uscire dal piano ideologico sbagliato. Attraverso il piano bioeconomico ci accorgiamo che le città sono sistemi metabolici con flussi di energia in ingresso e in uscita, questa semplice osservazione della realtà ci permette di introdurre un miglioramento che cambia il governo del territorio. L’approccio bioeconomico ha poi ampliato la sua visione riprendendo i temi sociali, e ricordando la tutela dei beni comuni sostenuta dalla scuola territorialista; tutela già presente nella Costituzione repubblicana.

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La cellula urbana.

L’obiettivo della rigenerazione urbana bioeconomica è usare razionalmente l’energia consentendo agli uomini di vivere in armonia con la natura, si tratta di un approccio scientifico più civile del nichilismo economico. Questo obiettivo si persegue predisponendo una corretta analisi del territorio e dei sistemi urbani, un adeguato monitoraggio della morfologia dell’assetto urbano esistente; una lettura circa la conformazione dello spazio pubblico; il rapporto fra edificato, spazio pubblico e spazi collettivi; infine le caratteristiche climatiche e ambientali del sito, le funzioni e molto altro. E’ la realtà che suggerisce l’intervento di rigenerazione finalizzato a costruire luoghi urbani che abbiano un senso per lo sviluppo umano. Da circa trent’anni le istituzioni politiche occidentali hanno promosso progetti di recupero e rinnovo urbano, riqualificazione e rigenerazione, con risultati anche contraddittori, poiché a volte hanno aumentato le disuguaglianze, anziché ridurle. In generale e nel mondo attuale, le Amministrazioni territoriali e locali cavalcano la globalizzazione neoliberista per accentrare maggiori capitali, ciò accade per le città regioni e le città globali che agiscono come motori della produzione capitalista. Le città diventano prevalentemente terziarie in Occidente mentre sono industriali in Asia. Le imprese e le banche prediligono l’approccio neoliberista poiché consente loro un accentramento del capitale mai visto prima, questo produce danni sociali e ambientali mai visti prima, col ritorno alla schiavitù. Fino a quando cittadini e ceto politico non si riprenderanno il controllo democratico delle istituzioni, le disuguaglianze continueranno a crescere, e diversi territori resteranno in uno stato di abbandono. Dal punto dei vista delle conoscenze tecnologiche, oggi pianificatori e progettisti hanno tutti gli strumenti per applicare progetti bioeconomici, rimane irrisolto il conflitto politico e giuridico, poiché in Italia ha prevalso l’egoismo trascurando i principi e i valori costituzionali. Ai vecchi problemi se ne aggiungono altri, dalla mancata riforma sul regime giuridico dei suoli e le rendite parassitarie, alla formazione della nuova armatura urbana italiana non governata, poiché costituita da comuni centroidi con le loro conurbazioni che formano città estese ove riscontriamo le disuguaglianze sociali e di riconoscimento. E’ necessario che il ceto politico restituisca sovranità allo Stato riducendo il ruolo del mercato, si tratta di applicare la Costituzione, perché la strada ideologica finora perseguita ha visibilmente aumentato la povertà soprattutto nel meridione d’Italia, ha distrutto economie locali e ridotto le istituzioni politiche a camere di registrazioni di decisioni prese altrove. Il ceto politico autoreferenziale ha sospeso la democrazia rappresentativa favorendo il riemergere di una società feudale, forgiata su rapporti di vassallaggio. In termini pratici le istituzioni devono programmare politiche pubbliche socialiste, e contemporaneamente realizzare un cambio di scala delle amministrazioni locali e avviare piani regolatori generali bioeconomici per governare razionalmente il territorio, recuperare i centri storici e rigenerare le zone consolidate. E’ importante governare correttamente le agglomerazioni industriali e produttive riterritorializzando attività e funzioni per ridurre la dipendenza dal sistema globale neoliberista. La realtà mostra che il mercato pianifica attività basandosi sul tornaconto egoistico. Per ridurre la povertà prodotta dal capitalismo liberista, lo Stato deve tornare a pianificare l’economia ma questa volta con l’approccio bioeconomico, e quindi costruire i luoghi e gli spazi ove cittadini, associazioni, istituzioni culturali possono incontrarsi e progettare la costruzione di attività virtuose e utili allo sviluppo umano, la conservazione del patrimonio, la tutela del territorio e l’uso razionale dell’energia stimolando la produzione di manifatture leggere con tecnologie sostenibili.

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ISTAT, grado di urbanizzazione in Italia.

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Leggere il voto

Prima di entrare nel merito, è doveroso ricordare che questa elezione politica è stata una gara elettorale dall’esito scontato, e ampiamente previsto da buona parte degli osservatori; persino il sottoscritto da semplice cittadino aveva previsto che nessuno avrebbe raggiunto una maggioranza assoluta, e che i partiti populisti, avendo imparato dai vecchi partiti a sfruttare l’ignoranza funzionale degli individui avrebbero trovato un’autostrada aperta. In due modi stiamo assistendo a un cambiamento nella guida delle istituzioni, che non corrisponde a un cambiamento politico culturale. I partiti usano le tecnologie per conoscere gli umori degli elettori, e usano una narrativa antisistema (spesso mera demagogia) sfruttando i problemi innescati dalle politiche neoliberiste, che hanno compresso i diritti degli uomini peggiorando la loro condizione sociale ed economica. Le politiche dei Governi uscenti hanno aumentato le disuguaglianze sociali, economiche e di riconoscimento. Tutte le forze politiche occidentali, scegliendo il capitalismo neoliberale, sono ampiamente contestate dai cittadini, ed era solo una questione tempo, il fatto che le forze di maggioranza (Forza Italia e PD), prima o poi, sarebbero finite all’opposizione. In Italia, però un politico navigato come Berlusconi, in diminuzione coi consensi, si è presentato in coalizione, sfruttando il linguaggio accattivante della Lega è riuscito a conquistare il maggior numero di seggi insieme agli alleati. Come ho scritto più volte nel mio diario, il grande tema politico contemporaneo è come uscire dal capitalismo, poiché l’attuale globalizzazione neoliberale che ha tolto sovranità agli Stati, potremmo anche dire che li ha eliminati, impedisce ai Governi di promuovere politiche pubbliche socialiste per contrastare le disuguaglianze, e questo soprattutto nell’euro zona. E così esistendo solo il mercato, accade che nei Paesi “centrali” è possibile ridistribuire alcuni servizi a determinati prezzi e costi accessibili a chi può comprare (libero mercato), mentre nei Paesi “periferici” i servizi sono ridotti o persino assenti. Fino ad oggi nessun soggetto politico europeo è stato capace o ha voluto riformare le istituzioni per abbandonare il neoliberismo e avviare politiche socialiste, e tutti i partiti che hanno governato, al rinnovo delle cariche o non sono stati rieletti, oppure sono stati costretti a grandi coalizioni.

Per quanto riguarda l’esito del voto nel meridione d’Italia, ho letto un paio di interpretazioni che non condivido perché sbagliate o addirittura fantasiose. L’interpretazione più sbagliata, è quella del sociologo De Masi, già consulente del M5S, che di professione svolgendo l’analista della società dovrebbe sbagliare meno, ma esprime una lettura del tutto falsa, azzardando paragoni irriverenti fra il M5S e il PCI di Berlinguer. Dimostrare quanto la sua lettura sia falsa è semplice, basta sfogliare l’archivio storico delle elezioni presente sul sito del Ministero dell’Interno, e scoprire che i meridionali scelsero la Democrazia Cristiana come partito di riferimento e non il Partito Comunista. Banalizzare come ha fatto De Masi, il povero votava PCI come oggi il povero vota M5S, è ridicolo. E’ facile osservare che la condizione economica individuale non corrisponde necessariamente alla propria idea politica. Il PCI chiuse il 3 febbraio 1991, e l’ultima volta che gli italiani hanno trovato il PCI in scheda elettorale è stato l’anno 1987. Com’è noto, dopo la chiusura dei partiti di massa, la maggioranza degli italiani non è più militante di un partito, e soprattutto le ultime generazioni non hanno sviluppato attitudini verso ideali politici del Novecento. Un’analisi anagrafica dell’elettorato mostra che il 38% della fascia più giovane (18-44) vota per il M5S, poi segue la Lega col 18,8%. La stragrande maggioranza della base elettorale del M5S è costituita da persone che non hanno visto il PCI, cioè la generazione Y, una parte minoritaria della base elettorale (45-65+) del M5S votava PCI, DC, e destra. La DC era il primo partito poiché trasversale, come si dice in gergo, raccoglieva consensi sia nell’area lombarda e sia in tutto il meridione, dove il disagio economico era maggiore, ed è stato il primo partito d’Italia fino al 1994. L’altra analisi più condivisibile ma non del tutto corretta è quella del popolare giornalista Pino Aprile, poiché crede che noi meridionali, sicuramente stanchi, abbiamo votato scegliendo il M5S in maniera consapevole contro lo status quo. E’ vero che questo voto dei meridionali dice che il PD non li rappresenta più, ma credo sia un azzardo immaginare che il M5S li rappresenti, tant’è, secondo Aprile i meridionali avrebbero votato chiunque pur di cambiare, ammettendo una forte spinta emotiva, di insofferenza, e questo è condivisibile poiché conferma l’irrazionalità della scelta. E così mi chiedo, ma siamo proprio sicuri che i meridionali vogliano cambiare? E cambiare cosa? Quella di Aprile, è una lettura fin troppo generosa nei confronti di noi stessi, e quando gli viene fatto notare della promessa del “reddito di cittadinanza”, egli non crede abbia influito spiegando che non si tratta di un’assistenza universale a tutti, dando una risposta da persona informata e colta. Aprile dà per scontato che tutti gli elettori si siano informati correttamente come ha fatto lui. Il M5S ha agito cinicamente sfruttando la povertà di milioni di italiani, perché per cinque anni di legislatura giocando col termine “reddito di cittadinanza” (non è un reddito di cittadinanza), ha lasciato credere agli italiani poco informati che si potesse accedere ad un aiuto assistenziale. La loro proposta spiegata nel dettaglio in campagna elettorale, coincide coi modelli neoliberisti di workfare, perché in realtà è un “reddito condizionato” alla formazione e al reinserimento lavorativo. Nella nuova DC, alias il M5S, c’è molta confusione poiché il suo fondatore Grillo esprime opinioni opposte a quelle dei suoi ministri ombra (Di Maio, Fioramonti, Tridico), affermando la proposta di “reddito per diritto di nascita”, senza lavorare. Lo stesso calcolo politico l’ha fatto la Lega promettendo la flat tax.

Perché De Masi e Aprile hanno torto? E’ sufficiente scomodare il pensiero di due personaggi scomparsi ma molto autorevoli, per compiere una lettura molto più corretta. Il primo personaggio è Enrico Berlinguer che svolse un’analisi sociale e politica sul voto degli italiani, così accurata che a volte viene citata, ma subito dimenticata quando si vota. Berlinguer ci ricorda che nei luoghi del disagio economico e della marginalità, il voto non è mai libero ma è sempre sotto ricatto, e faceva notare che il voto libero era espresso dagli italiani durante i referendum. L’altro personaggio, è un padre della linguistica italiana, Tullio De Mauro che ha dedicato anni di ricerche e studi sulla cultura degli italiani, e le conseguenze sulla società, compresa la politica. Secondo De Mauro solo un 30% degli italiani è in grado di capire un discorso politico. Secondo lo scrivente, il voto ai partiti populisti era del tutto scontato, ed era stato previsto un pò da tutti; il vero dramma politico è che l’elettorato non compie una scelta consapevole perché conosce la crisi del sistema capitalista, e non coglie le differenze fra neoliberismo e socialismo, oppure l’elettorato non è consapevole dei problemi reali del nostro Paese. Generalizzando, l’elettorato non più militante, a mio modesto parare, sceglie rispetto ai propri interessi soggettivi, e così da alcuni turni elettorali vota contro chi governa solo per insoddisfazione personale. Nelle aree di maggiore disagio economico è normale che gli elettori non votino chi governa.

Leggendo le opinioni di altri osservatori che pubblicano sui network nazionali, circa la lettura di queste elezioni politiche; costoro provano ad associare i dati elettorali con le elezioni amministrative, dandone un’interpretazione di coerenza, cioè ove Lega ed M5S migliorano allora migliora anche il consenso locale. A mio avviso si dimenticano che fra un’elezione politica nazionale e l’elezione di un Sindaco, si mobilitano stimoli ed emozioni molto diverse, tant’è che i dati divergono sia a Roma e sia a Torino. Poiché il M5S non ha una classe dirigente credibile, perde sia nel Lazio ove si conferma il PD e sia in Lombardia, ove si conferma la Lega. La Regione Lombardia nonostante gli scandali, resta nelle mani della classe dirigente uscente, e la Regione Lazio nonostante i suoi problemi di bilancio con la sanità resta a guida PD. In passato, quando un’Amministrazione locale era travolta dagli scandali, accadeva che alla prima occasione elettorale i cittadini sceglievano il M5S, ricordiamo Parma, e Roma.

Sulle elezioni politiche 2018, SWG ha fornito una lettura dei flussi elettorali e indica che il M5S ha aumentato i propri consensi sia dal non voto e sia sottraendone agli altri, soprattutto al PD; e per la Lega è accaduta la stessa cosa, sottraendo voti a Forza Italia. Il PD ha perso voti anche grazie a LeU. Altra analisi interessante è quella di Youtrend circa l’alta volatilità del voto, la terza più alta di sempre al 28%. Ciò a conferma del fatto che sempre di più gli individui votano non per aderenza a valori e ideali dei soggetti politici in gara ma a seconda del momento. Nelle ultime gare elettorali ha prevalso la scelta di punire i partiti che hanno avuto responsabilità di governo.

Adesso, se partiamo dalla semplice considerazione che non esistono più i partiti di massa, e se riconosciamo il fatto che nel mercato politico attuale non riscontriamo valori politici; se riconosciamo un’altra ovvietà, e cioè che non c’è più la partecipazione attiva dei cittadini, allora possiamo ammettere che all’interno della società liquida descritta da Bauman, la maggioranza degli elettori esprime un voto usando la pancia e non la razionalità. Conferma di ciò è l’elezione degli “impresentabili” in diverse circoscrizioni, ciò vale per il PD, per Forza Italia, e altri. Gli individui hanno votato i simboli di partito senza guardare chi avrebbero eletto, il caso clamoroso è anche quello del M5S, non solo per Forza Italia, che in diverse circoscrizioni elegge candidati espulsi dal proprio partito per gli scandali delle finte restituzioni e delle omesse dichiarazioni sulle appartenenze alla massoneria. Buona parte degli individui non esprime un voto di opinione rispetto ai valori del partito, sia perché i soggetti politici non esprimono più valori, e sia perché la pubblicità politica è incentrata tutta sull’offerta di consensi in cambio di qualcosa. La scelta è ben spiegata dalle neuroscienze che dimostrano come funziona la fisiologia del cervello, condizionato dalle emozioni e il circuito dopaminergico. L’attività dell’amigdala (luogo delle emozioni) coinvolge la corteccia orbitofrontale (luogo della riflessione). Se siamo disinformati saremo sicuramente incapaci di scegliere autonomamente, anche se crediamo di scegliere da soli, in realtà  subiremo l’influenza degli altri che decideranno al posto nostro; se poi abbiamo carenze cognitive poiché ignoranti funzionali, sicuramente chiederemo ad altri chi votare. Solo le persone istruite e informate, ma capaci di controllare anche le proprie emozioni (avere un equilibrio fra amigdala e corteccia orbitofrontale) riescono a compiere scelte migliori. Ho scritto più volte, a mio modesto parere, che il capitalismo sta rifeudalizzando la società poiché fra gli individui prevalgono rapporto mercantili e di vassallaggio per controllare le istituzioni e gestire il potere. Scomodiamo ancora una volta personaggi storici che possono insegnarci a leggere ciò che sta accadendo. Prima di tutto Platone riteneva che il metodo democratico utilizzato da persone incapaci di comprendere, avrebbe favorito scelte ingiuste, e usava il mito della caverna per ricordare che solo un uomo libero (colto) era in grado di dialogare con altri uomini liberi, capaci di decidere. Detto ciò, una buona democrazia è fondata sul merito e sulle capacità delle persone, e Tocqueville ricordava il rischio della massificazione della società, cioè la spersonalizzazione che conduce alla tirannide della maggioranza. Se osserviamo i comportamenti degli individui nell’attuale società capitalista ove tutto è merce, abbiamo il ragionevole dubbio di vivere in una società immatura ove ha prevalso l’ethos infantilistico anche nelle istituzioni politiche.

Ricordiamo che diversi fattori ambientali hanno influenzato le scelte elettorali: la recessione e le disuguaglianze che generano rabbia e frustrazioni, le politiche sbagliate dei Governi, le promesse di una flat tax e di un “reddito di cittadinanza”. La speranza di una riduzione delle tasse e di un reddito minimo, hanno influito sulle scelte degli elettori molto più di quanto potremmo immaginare, tant’è che Lega e M5S hanno avuto i migliori risultati elettorali. Tornando al voto dei meridionali, è chiaro che la disperazione li ha spinti a cambiare la scelta. Altri osservatori e persino dei comici nazionali, si sono accorti che in realtà l’attuale M5S è un partito politico che ricorda molto la vecchia Democrazia Cristiana. Ricorda la DC costituita da più correnti politiche capaci di attrarre consensi sia da Confindustria, sia dai cattolici, sia dai liberali e sia dalla sinistra. La campagna elettorale del M5S ricorda moltissimo quelle della vecchia DC, per l’ambiguità e le giravolte di opinione su diversi temi politici, sull’euro, sull’emigrazione, sullo ius soli, sul reddito di cittadinanza, sulle tasse. Anche le scelte strategiche sono finalizzate ad aumentare i propri consensi e raggiungere il potere. Cosa ne farà adesso di tutto il potere che ha conquistato, basta solo attendere. Concludendo, per riconoscere che il M5S non abbia nulla di sinistra, è sufficiente aver letto e compreso un libro pubblicato nel 1859, Per la critica dell’economia politica. Allora si scopre che il M5S è un partito di centro, liberale e neoliberale, in continuità col PD e con Forza Italia, chiedete a Confindustria.

Il signor Di Maio, capo politico del primo partito italiano, come primo discorso pubblico, dopo il primato elettorale preferisce ripetere l’enfasi della terminologia demagogica della propria propaganda elettorale, e afferma che non esistono più ideologie di destra o di sinistra, e per questo ci troviamo in una fase nuova, promettendo di risolvere i vecchi problemi italiani. E’ un linguaggio selezionato che usa in maniera spregiudicata senza capirne il senso, ma poiché è stato invitato a governare questo Paese, presto dovrà dimostrare coi fatti se resta nel neoliberismo (a destra) oppure avrà il coraggio di cambiare le cose avviando politiche socialiste. Lo saprà Di Maio che il reddito di cittadinanza fu inventato dai liberisti? Cioè dalla destra?