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schiavitù mondiale 2017

Fonte: indice della schiavitù globale.

Il tema dei migranti è argomento di speculazione dei politicanti, che si dividono fra razzisti e borghesia imprenditoriale. I razzisti, banalmente, hanno un loro partito, e come accadeva nei secoli scorsi sfruttano i problemi sociali della mancata integrazione, facendo leva sull’intolleranza delle persone per raccogliere consensi elettorali. Le imprese richiedono l’ingresso di un esercito di riserva, nuova merce da sfruttare. In Europa, cosa che quasi nessuno dice, esiste la schiavitù, ed è stimata in 1,2 milioni di individui, e di questa cifra, in Italia si stima che ci siano 129.600 schiavi. I dati sulla schiavitù nel mondo offrono numeri molti più inquietanti, perché secondo l’Unicef esistono 150 milioni di bambini da liberare, mentre per Globalslaveryindex sono 40,3 milioni gli schiavi adulti.

La tratta degli schiavi ha diverse sfumature e complicazioni perché è difficile l’identificazione, mentre è più chiara l’origine dei flussi, come Romania, Bulgaria, Lituania e Slovacchia, e poi Nigeria, Eritrea, Guinea, Costo d’Avorio, Gambia, Senegal, Cina e Brasile. Questa schiavitù si caratterizza per lo sfruttamento sessuale, e per impieghi con lavori forzati legati all’agricoltura, silvicoltura, pesca, edilizia, ristorazione, industria tessile, lavoro domestico e altri settori. Le vittime principali di questa tratta sono donne e bambini, e se fino al 2015 quasi il 70% dei migranti era costituito da uomini, l’anno successivo quasi il 60% erano donne e bambini. Nonostante i Paesi europei abbiano firmato impegni per contrastare la schiavitù moderna, ad oggi questo fenomeno non è affatto diminuito. Com’è altrettanto noto, le recenti crisi nel 2015 innescate dai conflitti in medio-Oriente (Siria, Afganistan, Iraq) hanno provocato migrazioni di massa verso l’Europa. In un Rapporto del 2017 si spiega perché le persone sono spinte a migrare e attraversare il mediterraneo.

Ecco il paradosso sociale e politico. In Europa e in Italia esiste la schiavitù, e quindi non esiste una piena integrazione ma una realtà sociale complessa e contraddittoria. Ad esempio negli altri Paesi esiste un’integrazione sociale per attività, come il caso famoso dello sport in Francia, Inghilterra, Germania e una maggiore tradizione di scambio con le ex colonie. Contemporaneamente esiste ancora lo sfruttamento degli immigrati regolari e irregolari, perché fanno comodo quando sono impiegati dalle imprese per ridurre i costi, dalla logistica all’agricoltura. Questi immigrati sanno di essere sfruttati e dove si concentrano vivono anche in condizioni ignobili. Imprese e ceto politico utilizzano questo disagio in tutti i modi: il degrado sociale è utilizzato come mercato politico sia per guadagnare dalla gestione delle emergenze e sia come forma di controllo politico sul territorio. Non è un caso che questo consenso politico abbia favorito razzismo e soggetti politici di destra, un esempio clamoroso sono i programmi televisivi dei network privati, studiati per rappresentare i disagi nelle periferie delle città e alimentare odio e razzismo fra i poveri. L’integrazione non avrebbe favorito i partiti di destra. La scelta politica di attuare politiche neoliberiste, con l’austerità, ha favorito i disagi sociali nelle periferie italiane, abbandonate da Sindaci e Governi che non hanno programmato l’integrazione ed hanno ridotto i trasferimenti per le politiche sociali e di welfare state. Il paradosso italiano è questo: gli abitanti italiani che hanno visto crescere o hanno percepito un aumento dell’insicurezza, e dei disordini urbani, anziché votare e richiedere politiche sociali, si sono affidati e fidati proprio dei partiti razzisti e populisti, che hanno scommesso sul disagio sociale pur di raggiungere un posto di potere. Come ho già scritto più volte, in Italia la comunicazione politica è identica alla pubblicità (dimmi cosa vuoi che te lo vendo), e i partiti scelgono personaggi ignobili per vendere la loro merce, oggi costituita dagli istinti più beceri della maggioranza degli aventi diritto al voto, da circa trent’anni questa maggioranza desidera essere presa in giro. I noti problemi di insicurezza dentro le nostre periferie dipendono dalla riduzione del welfare state, dalla riduzione dei costi nella polizia giudiziaria (austerità) e dalla disoccupazione. I flussi migratori dipendono dal capitalismo e dalle guerre. In Italia, la stupidità e i razzisti hanno fatto credere che l’insicurezza dipende dai migranti perché vedono extracomunitari commettere violenze e reati, cioè guardano il dito e non la luna. La micro criminalità è un fenomeno notissimo che si elimina banalmente attraverso la repressione, ma si tratta di micro criminalità stimolata dai bianchi che sfruttano gli extra-comunitari anche per la vendita di stupefacenti. L’ordine pubblico dipende dalla capacità dei nostri dipendenti pubblici e dalla programmazione economica predisposta dal Parlamento.

La maggioranza parlamentare, nel suo famigerato contratto di governo, non cita neanche le disuguaglianze innescate dalla globalizzazione neoliberista, pertanto ignora il problema, e si limita a chiudere i confini, imitano altri Paesi europei. Com’è noto l’ondata di migrazioni dall’Africa subsahariana è l’effetto normale del capitalismo occidentale, da un lato, e dall’altro è l’effetto di guerre, l’altra faccia del capitalismo. La maggioranza politica formatasi in Parlamento non ha un’idea o un piano preciso sull’enorme problema delle migrazioni. Il tema delle migrazioni è grande perché riguarda milioni di persone che vivono in stato di povertà assoluta e di sfruttamento, e paradossalmente è semplice da interpretare proprio perché è l’effetto della globalizzazione inventata dal WTO, sotto l’influenza delle note multinazionali e degli imperi economici asiatici che sfruttano Africa e Asia. Per essere più chiari, non è in corso un’invasione, ma si tratta di un fenomeno abbastanza noto che esiste da secoli e che subisce condizionamenti dalle guerre.

Il nostro ceto politico anziché avere il coraggio di aprire un serio dibattito attaccando la globalizzazione neoliberista, e anziché offrire soluzioni applicando la Carta dei diritti dell’uomo, preferisce sfruttare e speculare le disgrazie degli ultimi, sia di quelli che vivono in Italia sfruttati dalle imprese, evitando un’integrazione sociale, e sia lasciando i poveri nelle mani dei mercanti di uomini. Il livello di infamia, ignominia e regressione è molto alto poiché si affermano e si divulgano banalità del tipo “non possiamo ospitarli tutti” e allora “aiutiamoli a casa loro”, quando è noto a tutti che l’Occidente, o attraverso i governi o attraverso le imprese, abbia prima destabilizzato diverse regioni asiatiche e africane, e poi ancora sta sfruttando territori e risorse. È evidente che l’ONU e i paesi europei hanno capacità e mezzi per arrestare la tratta della schiavitù, così come abbiano capacità e mezzi per integrare gli extracomunitari che vivono in Italia. Governi e imprese non vogliono integrare e fermare la tratta poiché o conviene lasciare tutto com’è, oppure richiede un certo impegno per affrontare il tema che sposterebbe il consenso elettorale da destra a sinistra. Una recente inchiesta di Report, costruita da Michele Buono, mostra che il governo della Costa d’Avorio ha ritenuto utile coinvolgere l’Istituto di Tecnologia italiano per rigenerare la costa con un intervento di bonifica e recupero urbano, e l’utilizzo degli scarti vegetali per creare nuova occupazione costruendo materiali bio degradabili. La Costa d’Avorio è uno dei paesi coinvolti nella tratta degli schiavi, con questo progetto si sfavorisce la tratta.

schiavitù mondiale 2017_02

Fonte: indice della schiavitù globale.

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È ormai matura l’analisi politica, persino condivisa negli ambienti responsabili dell’aumento delle disuguaglianze, che la cosiddetta crisi economica in realtà non è una vera crisi ma la normale conseguenza del capitalismo neoliberista che ha invaso il mondo intero. La globalizzazione dei capitali finanziari, del mondo off shore e delle zone economiche speciali, cioè degli spazi dello sfruttamento, ha trasformato la società occidentale eliminando le conquiste sociali del socialismo europeo, e riducendo al minimo i diritti civili e dei lavoratori. È assurdo ma sembra che il ceto politico abbia rimosso la lezione di Marx, favorendo i sogni più proibiti di un élite avida e incivile.

All’interno del cambiamento epocale, la maggioranza dei cittadini italiani è nichilista, individualista e di conseguenza usa il momento del voto come sintomo di uno sfogo. Milioni di italiani e la maggioranza dei meridionali delusi, hanno votato per questi due partiti: la Lega (che resta Nord) e il M5S. Entrambi, durante cinque anni di opposizione politica al PD, hanno attaccato i governanti con un linguaggio politico al limite della violenza verbale. Il linguaggio adottato si basa su un preciso ed elementare calcolo politico, promettere qualunque desiderio dei cittadini. Il linguaggio, come nella pubblicità fa leva sulle emozioni delle persone economicamente più deboli, soprattutto il M5S attraverso il famigerato “reddito di cittadinanza”, che non è un “reddito di cittadinanza” ma “condizionato”, una proposta ideata dai liberisti della scuola di Milton Friedman, e già in uso in Germania; mentre la Lega (Nord), sempre nel solco liberista, promette la famigerata “flat tax”, cioè una “tassa piatta” composta da una sola aliquota, palesemente incostituzionale, che consente ai ricchi di aumentare l’accumulo di capitali e di ridurre lo Stato sociale. Infine la cosiddetta “pace fiscale” che si traduce in un condono fiscale, ennesimo provvedimento immorale a favore di chi non ha pagato tributi allo Stato, confermando che in Italia sicuramente pagano le tasse i dipendenti salariati, mentre per gli altri, la collettività deve affidarsi alla civiltà altrui. Questi partiti sono diversi fra loro per come sono nati, ed hanno condiviso una feroce opposizione politica all’establishment, come si dice in gergo, contro l’UE, contro il “sistema”. La fotografia del M5S è stata fatta da due giovani giornalisti, Federico Mello e Jacopo Iacoboni, che in tempi diversi hanno pubblicato due saggi sul reale funzionamento dell’ex partito di Grillo, Il lato oscuro delle stelle e L’Esperimento. Entrambi sono utili per capire l’inganno che si cela dietro a determinati partiti apparentemente “nuovi”, che ricalcano schemi del comportamentismo degli anni ’50, ricalcano schemi televisivi, berlusconiani e non democratici ma utilizzano le nuove tecnologie per gestire l’azienda (il partito). La Lega Nord (già lombarda) è il partito razzista che nasce dall’antimeridionalismo per proporre la secessione dall’Italia contro Roma ladrona. Il linguaggio dei leghisti è costituito da decenni di propaganda razzista contro i meridionali. Nel corso degli anni la cronaca giudiziaria ha evidenziato la realtà dei fatti: i ladroni erano dentro quel partito e nelle istituzioni politiche del Nord da loro amministrate, dalle truffe nel partito razzista, passando per i Consigli regionali sino alle banche venete gestite dall’imprenditoria vicina ai razzisti. Il dramma culturale del nostro ceto politico è che un partito così ignobile abbia ricevuto una legittimazione dagli altri partiti, come Forza Italia e l’estrema destra, che l’hanno condotto persino al governo del Paese. In una comunità civile nessuno si sognerebbe di dare legittimità politica a chi propaganda il razzismo e l’egoismo più becero.

In tutto l’Occidente chiunque abbia svolto un ruolo politico all’opposizione del “sistema”, poi ha ricevuto un aumento dei propri consensi politici. Negli USA, come tutti sanno è diventato Presidente un imprenditore sfruttando temi legati alla crisi economica che ha fatto aumentare la povertà. In questa fase ove gli elettori cambiano i propri governanti, c’è un elemento a dir poco grottesco e contraddittorio. La cosiddetta crisi economica è innescata dal capitalismo neoliberista, e in Italia, anziché stimolare una mobilitazione di massa a favore del socialismo, gli elettori si affidano a una coppia di partiti che millantano di non essere né di destra e né di sinistra ma promettono politiche neoliberiste, cioè di destra con elementi di welfare di dubbia valenza.

Sintetizzando al massimo, negli ultimi anni, i partiti che hanno governato il Paese sono stati esecutori delle politiche neoliberiste, cioè di destra, e gli elettori hanno deciso di sostituirli con i soggetti che hanno millantato un cambiamento. Le politiche neoliberiste hanno favorito l’aumento delle disuguaglianze economiche e sociali, innescando e stimolando la crescita dei disagi sociali, favorendo rabbia e insoddisfazione nei confronti del ceto politico occidentale. Il contesto politico e sociale si caratterizza per la fine della partecipazione popolare e di massa nei partiti, e mentre accadeva ciò, i cittadini italiani, in una prima fase durante l’inizio del millennio, si mobilitarono nei cosiddetti “girotondi”, senza organizzare un partito democratico nuovo ma consegnando la legittima protesta al vecchio establishment. Fallisce l’opportunità di realizzare un’alternativa politica al liberismo, mentre col trascorrere degli anni la scelta di ridurre il ruolo pubblico dello Stato fa crescere l’insoddisfazione nei confronti della “casta”, poiché si riducono contemporaneamente e progressivamente sia il potere d’acquisto degli stipendi salariati e sia il welfare state, creando disagi sia alla media borghesia e sia ai ceti più deboli che aumentano di quantità. È nel ventennio berlusconiano, con i governi elitari sostenuti dai Tremonti, Bossi, Dini, Amato, Ciampi, D’Alema e Prodi che si realizza la svendita del patrimonio pubblico, la “liberal revolution”, meno Stato più mercato, con norme e provvedimenti ad edulcorare il principio della democrazia economia e favorire l’azionariato elitario nel controllo, e quindi nel profitto, dei servizi. Tutti gli Enti locali, Regioni, Province e Comuni, privatizzando tutto quello che c’è da privatizzare, di fatto usurpano la sovranità popolare, attraverso la creazione dei mostri multiutilities S.p.A. che firmano contratti di gestione dei servizi pubblici locali con la falsa promessa di migliorare le infrastrutture esistenti costruite con le tasse degli italiani (acqua, energia, autostrade, telecomunicazioni, poste, ferrovie). E’ negli Enti locali che si realizza la famosa austerità, dalle mani del più ignorante e incapace ceto politico italiano, rimbalzato alle cronache giudiziarie grazie ai reati contro la pubblica amministrazione e ai tagli dei servizi locali. Nel frattempo continua la privatizzazione dei profitti attraverso le rendite fondiarie e immobiliari, sottovalutando i problemi reali legati al rischio simico e idrogeologico, così da aggiungere altri danni alla collettività attraverso l’adozione di piani speculativi che aumentano le disuguaglianze sociali e il consumo di suolo agricolo.

Osservando la struttura capitalista italiana possiamo cogliere il senso delle politiche di tutti gli ultimi governi, che hanno favorito l’accentramento della ricchezza nelle mani di pochi, cioè i soliti pochi, le solite famiglie, sia quelle note al pubblico e sia quelle poco note ma presenti in tutti i centri urbani. Il capitalismo italiano è costituito soprattutto da rendite, finanziarie e immobiliari, controllate dalle solite famiglie di ricchi, capaci di influenzare il credito. Il fatturato delle imprese è generato soprattutto da rendite e attività terziarie. Parlamento e Governi italiani, anziché rimuovere ostacoli di ordine economico per favorire lo sviluppo umano, e dare a tutti le possibilità di cercare percorsi di evoluzione sociale, hanno aumentato drasticamente la differenza fra ricchi e poveri. Sempre più famiglie sono entrate nella soglia di povertà relativa e assoluta.

I disagi creati dal mercato hanno una dimensione territoriale precisa, e sono le periferie che hanno smesso di votare per i partiti filo establishment. Contestualmente si è ampliato il fenomeno della spoliticizzazione delle masse e la crescita della frustrazione collettiva, poiché gli individui non si sentono in grado di cambiare le scelte politiche italiane. Durante il ventennio berlusconiano, il legislatore contribuisce ad allontanare i cittadini dal processo decisionale della politica sia con la riforma degli Enti locali e sia con i processi di privatizzazione che favoriscono gli interessi delle imprese. Nel 2009, dopo cinque anni di tour seguitissimi, il comico Grillo catalizza la frustrazione e la rabbia popolare in un partito da lui fondato, il M5S. Dal 2005 al 2009, Grillo usa l’arte del teatro a servizio di un disegno politico, ed è la sua capacità di interpretare i problemi degli italiani a raccogliere milioni di voti nel 2013, consentendo a diversi sconosciuti, e anche taluni impresentabili e squallidi personaggi di entrare nel Parlamento italiano senza alcun criterio di merito politico. Mentre si realizzava un enorme trasferimento di consensi dai partiti del pensiero unico al partito liquido italiano, ancora una volta, nonostante le evidenze circa l’aumento delle disuguaglianze, nessun soggetto politico ha avuto la maturità di compiere un’auto analisi critica mettendo in discussione le politiche economiche neoliberiste, e la totale inefficienza politica dell’UE, costruita per soddisfare il mercato e non i bisogni delle persone. Di questa incapacità riflessiva, ovviamente, se ne approfitta chiunque critica l’euro zona e la “casta”, senza dover dimostrare alcuna capacità politica. Nel 2013, il risultato delle urne rompe lo schema del cosiddetto bipolarismo e non consegna un reale vincitore, perché esiste un terzo polo che ha lo stesso peso politico del PD e di Forza Italia. Le coalizioni si sfaldano, e nascono nuove maggioranze parlamentari sul modello chiamato grande coalizione per consentire la formazione di un Governo, in quanto il terzo polo strategicamente sceglie l’opposizione. Nel 2013, nonostante milioni di italiani sfiduciano l’establishment, quel voto non è utilizzato per cambiare lo status quo, e fra le tante conseguenze politiche, lo scontro fra il M5S e il PD ebbe quella di sostituire la classe dirigente politica nel PD, favorendo l’ascesa di un nuovo capo politico: Renzi, in continuità col liberismo. La nuova direzione del PD sposta l’asse del partito tutto a destra, e in una prima fase, il nuovo leader eletto attraverso le primarie aperte del partito, aumenta i consensi alle elezioni europee del 2014 toccando la soglia del 40%. Nel 2015 durante le elezioni regionali, il PD continua la crescita dei consensi ma sarà l’ultima volta, poiché da quel momento in poi, il partito di governo perderà milioni di voti arrivando a dimezzare il proprio consenso sul territorio nazionale. I 5 anni di legislatura saranno utilizzati dalla nuova maggioranza politica per approvare altre riforme neoliberiste togliendo diritti ai lavoratori, e cercando di cambiare la Costituzione per ampliare l’ideologia capitalista neoliberale attraverso una proposta di riforma costituzionale, Renzi-Boschi. Proposta bocciata dal referendum consultivo, il 4 dicembre 2016. In tutto ciò le disuguaglianze crescono, osservando l’aumento della povertà per effetto del mercato lasciato libero di agire secondo la propria avidità. L’assurdità del ceto politico consiste nel fatto che mentre aumentano le disuguaglianze, chi governa accresce le opportunità per alcune imprese multinazionali, anziché ripristinare politiche pubbliche socialiste.

Nel 2018, il risultato delle urne dice che la maggioranza degli italiani crede alle promesse di chi ha svolto un ruolo di opposizione, e sfoga la propria rabbia contro i vecchi partiti consegnando il Paese, sia al partito razzista italiano, la Lega (Nord), e sia al partito inventato da un ex comico e da una piccola azienda privata di social marketing, che oggi detiene il controllo diretto del primo partito italiano. Dopo circa 70 giorni di trattative politiche, agli italiani viene presentato un cosiddetto contratto di governo. Il linguaggio adottato ricalca lo schema di un programma elettorale, e non è un serio programma politico. Secondo i giuristi, del calibro di Zagrebelsky, si tratta di un contratto di potere fra alleati di governo che presenta caratteri di incostituzionalità, con possibili derive autoritarie. Questo nuovo programma elettorale chiamato contratto di governo è composto da un mix di elementi retorici dei due partiti, e così ritroviamo un po’ di razzismo, una visione securitaria dello Stato, posizioni euroscettiche, una visione più o meno assistenzialista, elementi ecologisti, ma soprattutto promesse molto complicate sul welfare circa la riforma Fornero e il reddito condizionato poiché insieme creano la banca rotta dello Stato. Un linguaggio più concreto si riscontra solo sui punti dedicati alla sicurezza.

Anche il cosiddetto “governo del cambiamento”, così chiamato come desidera la propaganda, appare come un governo della continuità nonostante l’euroscetticismo, poiché ignora la lezione di Marx e non compie un’analisi politica matura facendo riferimento ai mutamenti sociali innescati dal capitalismo neoliberista. Nonostante un legittimo euroscetticismo raccolto dalla pancia degli elettori, non c’è alcun piano industriale su specifiche attività industriali, ma la promessa generica di una banca pubblica a sostegno delle imprese, come insegna la scuola liberista. Non c’è un piano di investimenti su specifici territori deindustrializzati. C’è un’ambigua e superficiale riflessione circa il “sovranismo” etichettato dal giornalismo embedded, che rischia di rendere vana qualsiasi possibilità di restituire un potere economico alla Repubblica. Persino in Germania, che ha tratto i maggiori vantaggi dell’euro zona, si parla degli errori del sistema monetario unico, si parla di come ristrutturare i debiti pubblici, di come riformare i Trattati o come uscire dall’euro. In Italia, ci siamo dimenticati che il PCI fu contrario allo SME, e ci siamo dimenticati della visione romantica del manifesto di Ventotene. Questa rimozione dalla memoria collettiva, come gli slogan né destra e né sinistra, hanno contribuito a sostenere il nichilismo e aprire strade alle destre. Il tema della sovranità economica è senza dubbio cruciale per la ripresa economica del nostro Paese ma questo argomento è stato regalato ai partiti populisti, anziché essere argomentato seriamente dai partiti di governo, del resto proprio la Germania ha potuto fare investimenti utilizzando due leve, il surplus commerciale – violando le regole europee – e un sistema del credito pubblico secondo un programma industriale, che in Italia non c’è più, grazie alle scelte degli ultimi governi democristiani e dei primi governi neoliberali post tangentopoli, applicando il mantra del laissez faire al mercato, la famigerata rivoluzione liberale promessa da Berlusconi e condivisa dal razzismo leghista.

Nel contratto elettorale, ci sono le promesse elettorali che aiutano i ceti ricchi danneggiando la collettività tutta, dando un serio colpo allo Stato sociale previsto dalla Costituzione. Il voto di protesta della maggioranza degli italiani consegnato ai partiti anti-sistema può essere utilizzato per aiutare l’élite ristretta dei capitalisti italiani; infatti adottando un’aliquota massima del 20% si realizza un enorme trasferimento di ricchezza rubando alle casse pubbliche dello Stato, che non potrà più garantire determinati servizi soprattutto ai ceti meno abbienti. È noto da decenni che l’area più povera del Paese, il meridione, è deindustrializzata con carenza di servizi adeguati. Nel contratto fra M5S e Lega Nord non c’è una sola riga sulle disuguaglianze territoriali da affrontare con un piano industriale di investimenti, proprio nei luoghi più svantaggiati, per ridurre il tasso di disoccupazione e per stimolare la nascita di impieghi utili. In questo accordo di governo non c’è un piano o una politica economica che osserva la difficile realtà italiana, in questo nuovo programma elettorale non si dice concretamente come si agisce per migliorare il Paese e aiutare i ceti deboli. A seguito di questo contratto i partiti che hanno formato una maggioranza parlamentare si accordano di presentare al Capo dello Stato, un tecnico come Presidente del Consiglio, nel senso che è sconosciuto alle cronache politiche.

Con l’assenza di un’alternativa politica seria e preparata si conferma la crisi morale della società italiana. Fino agli anni ’80 il nostro Paese esprimeva una rilevanza autorevole mondiale grazie al più grande partito di sinistra presente nel blocco occidentale. Dopo il 1989, quando tutto il mondo scelse il neoliberismo, sparirono sia il PCI e sia l’autorevolezza dei nostri sindacati, che abdicarono al loro ruolo. Negli altri Paesi ove si lotta contro l’abuso dell’élite capitalista, i cittadini si ispirano palesemente al socialismo, in Spagna addirittura esiste un partito come Podemos che si ispira ad Antonio Gramsci, negli USA patria dell’imperialismo e del neoliberismo selvaggio, aumenta il consenso per le proposte socialiste suggerite da Bernie Sanders, in Grecia ove la recessione è violenta si stanno diffondendo forse concrete di mutualismo, di chiara ispirazione socialista, e persino in Inghilterra, raccoglie consensi anche nei concerti da stadio un signore come Jeremy Corbyn che parla pubblicamente di politiche socialiste. Fino ad oggi questi movimenti politici di sinistra sono all’opposizione di maggioranze che rappresentano l’establishment del neoliberismo che ha inventato questa globalizzazione totalmente deregolamentata e deresponsabilizzata.

Durante questo periodo sembra emergere una crisi di civiltà democratica per l’incapacità collettiva di costruire un sincero partito di sinistra, adeguato ai cambianti sociali e tecnologici che stiamo subendo. Questo enorme vuoto politico si traduce in un danno sociale, economico e politico ampiamente visibile nel meridione d’Italia ove si concentrano in maniera particolare e drammatica le disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento. Negli ultimi decenni queste disuguaglianze hanno raggiunto tutte le aree urbane e le periferie, ove certi quartieri sono in un degrado urbano e sociale. Attraverso le politiche neoliberiste, anche i territori interni e rurali sono costretti alla marginalità sociale.

Le persone oneste che si riconoscono nei valori costituzionali hanno l’obbligo di agganciarsi a una speranza futura, e augurarsi che il nuovo Governo sia composto da persone rispettose della Costituzione, dotate del senso dello Stato; appare incredibile viste le premesse, ma è rimasta solo la speranza. Dobbiamo augurarci che quel famigerato contratto sia solo l’ennesima trovata pubblicitaria, l’ennesima caduta di stile, come fu per la presentazione dei ministri M5S prima del voto, e che quindi legislatore e Governo, osservando la complessa realtà italiana affrontino le intollerabili disuguaglianze territoriali, la disoccupazione, la vulnerabilità del territorio e delle aree urbane, e la crisi ambientale con un approccio culturale nuovo: quello bioeconomico. Durante questi anni, dovremmo ricostruire una civiltà politica, con saggezza e democrazia.

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In questi mesi di scissioni politiche, certuni “politici” si stanno riorganizzando cambiando l’abito col fine di restare nel circo mediatico della politica, e continuare ad occupare una poltrona istituzionale che garantisce una sostenibilità economica personale e per la propria famiglia. E’ il tentativo di persone già “cotte” di “riciclarsi”, come si dice nel gergo giornalistico. In altri tempi si chiamava trasformismo.

Si sta chiudendo una fase politica durata circa vent’anni grazie alla presenza e alla forza mediatica di Berlusconi, sostenuto dai conservatori liberali di destra, mentre i liberali “di sinistra” sostenevano le coalizioni dei riformisti, che abdicando alla propria storia e identità politica come comunismo e socialismo, scelsero di tradire la più grande comunità di sinistra d’Europa per assecondare i capricci delle imprese private che hanno cavalcato l’ideologia neoliberale. Vent’anni di pensiero unico hanno disfatto sia i diritti e sia l’economia reale degli italiani. Di questa dissoluzione culturale oggi ne pagano il prezzo sociale ed economico anche gli elettori di destra, che non sanno cosa sia la destra, cioè il capitalismo liberalista. Tutto ciò perché l’élite occidentale scelse di avviare la globalizzazione neoliberista e la classe politica o vi aderì, o rimase a guardare mentre alcuni territori drenavano risorse ad altre comunità rendendole più povere. In questo processo, i popoli hanno colto solo gli effetti negativi: povertà e disuguaglianze senza reagire organizzando una proposta politica. La risposta dei cittadini è stata emotiva e  di protesta poiché la maggioranza degli italiani non vota con la testa ma con la “pancia”, a causa dell’ignoranza funzionale. La reazione emotiva degli italiani è stata dannosa, sia perché il primo partito italiano è diventato quello del non voto, e sia perché una parte del dissenso è stato regalato a un soggetto politico non radicato sul territorio, senza una storia e senza un’identità culturale propria. L’effetto è che si producono danni maggiori degli altri soggetti politici per ignoranza, incapacità e inesperienza.

In un Paese sano e normale i partiti politici sono l’espressione di una cultura e di una partecipazione vera e concreta delle persone che si auto determinano, ciò è accaduto nell’Ottocento e nel Novecento ma con l’avvento della società dei consumi e mediatica, ed oggi informatica, nonostante le connessioni virtuali, le persone sono state indotte a isolarsi poiché svuotate del senso di comunità e di appartenenza. Nella società liquida contemporanea stanno emergendo e prevalendo i partiti personali, autoritari e non democratici dove gli aderenti sono consumatori, sostenitori, simpatizzanti o veri e propri soldati, per dirla col gergo corrente sono followers.

Si sta chiudendo o si è già chiusa una società industriale e il suo sistema sociale col suo modello di sviluppo. In questa fase di transizione il sistema politico non è solamente debole, ma è inesistente. La soluzione non è nel dissenso e tanto meno nella protesta ma nel riorganizzarsi per fare proposte suggerendo una nuova visione della società. Fino ad adesso, i segnali non sono solamente deboli, ma sono inesistenti. Nella nostra società ci sono le forze e le personalità consapevoli della crisi morale e politica che stiamo attraversando, ma sono tenute fuori dall’azione politica poiché sono migliori delle “facce toste”, che occupano uno spazio politico e mediatico.

Se guardiamo la storia, in periodi analoghi i popoli hanno favorito l’emergere delle dittature per poi pentirsi. Per evitare di ripetere gli stessi errori che ci condurrebbero a una società dove c’è una libertà apparente, ma si realizza la dittatura orwelliana del grande fratello, e ci siamo vicini, sarebbe saggio che le persone si riappropriassero del significato vero della democrazia, cioè il governo del popolo. La democrazia si realizza col dialogo, la curiosità e soprattutto con la cultura e l’etica. Democrazia è sinonimo di altruismo, democrazia è l’esaltazione del singolo meritevole nella collettività, cioè la vita democratica è uno stile di vita opposto alla condotta delle attuali formazioni politiche presenti nel Parlamento costruite sull’egoismo, sulla prevaricazione, sull’invidia, il conformismo e l’obbedienza dove sono selezionati i mediocri e i servili al capo. Se il nostro legislatore appare come un luogo auto referenziale è perché di fatti lo è, in quanto si è totalmente smarrito il senso e la preminenza dell’interesse generale, e ciò rispecchia la nostra società dove sono sempre meno i cittadini e sono in aumento gli individui preoccupati o occupati nel perseguire il tornaconto personale. Per ripristinare uno Stato civile è fondamentale diminuire gli individui e far aumentare i cittadini che perseguono l’assunto dell’interesse generale accanto alla dimensione etica dell’azione individuale.

E’ necessario, innanzitutto, osservare e condividere l’analisi della società attuale: aumento della povertà, insicurezza e vulnerabilità. L’attuale modello di sviluppo capitalista occidentale, organizzato da tutti i soggetti politici (di destra e “di sinistra”), ha perseguito due obiettivi drammatici: la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi soggetti privati (imprese multinazionali e azionisti) e l’aumento delle povertà – relativa e assoluta – con l’effetto di diminuire il benessere sociale delle comunità. In tal senso, rispetto all’epoca industriale che volge al termine, i soggetti politici (di destra e “di sinistra”) non hanno sbagliato la loro missione poiché la ricchezza è aumentata notevolmente solo che non è stata distribuita alle masse, l’equivoco culturale e politico è nella Costituzione italiana e nella mentalità delle comunità. La Costituzione è rimasta inapplicata e non prevedeva l’aumento della povertà o la distruzione degli ecosistemi ma l’esatto contrario. I partiti otto-novecenteschi hanno assolto e terminato il loro ruolo di servitori della crescita della produttività delle imprese ed hanno costruito un sistema educativo, industriale e sociale a servizio del profitto di pochi soggetti, una volta era a servizio dell’élite delle monarchie di alcune famiglie, oggi è anche a servizio della finanza.

Solo oggi che i robot sono a buon mercato e stanno entrando nei sistemi produttivi, taluni dissertano del fatto che il lavoro non esisterà più, ma questo era stato ampiamente previsto grazie alle innovazioni della tecnica già ad inizio secolo Novecento, e con l’avvento dei primi computer proprio in Italia, poiché mostravano l’opportunità di produrre merci senza l’ausilio dell’uomo nelle catene di assemblaggio. Oggi i robot e gli algoritmi informatici possono sostituire persone nella logistica e nei trasporti, nei servizi militari, nel costruire un edificio, nel cucinare, nello scrivere un articolo giornalistico, nel dare consigli legali e nel fare di conto.

Mentre aumenta la popolazione mondiale e la popolazione urbana supera quella rurale, mentre aumenta la povertà in tutto il mondo e gli individui si ammassano nelle periferie degradate, sappiamo già da oggi che le imprese non assumeranno più esseri umani, ma compreranno robot per produrre merci soprattutto inutili, e che le persone acquisteranno attraverso i bisogni indotti dalla pubblicità che si riceve nelle APP degli smartphone. I soldi per comprare merci inutili – cioè i rifiuti – saranno regalati col reddito minimo. Di fronte a questo scenario miserevole piuttosto plausibile, in Italia non esiste soggetto politico pensante, autonomo e coraggioso, capace di dire la cosa più scontata e bella che ci possiamo immaginare: «uscire della religione capitalista per cominciare a vivere da esseri umani, piegando la tecnica ai bisogni delle persone e programmare la prosperità. Si può fare poiché oggi ci sono le conoscenze e le tecnologie per farlo». Solo uscendo dal piano ideologico e religioso sbagliato – il capitalismo – possiamo ripristinare la sovranità popolare e degli Stati per programmare un futuro sostenibile e prosperoso scoprendo la bioeconomia e l’etica politica. In tal senso potremmo applicare la Costituzione repubblicana.

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Prima di tutto bisogna riconoscere che l’ideologia neoliberale ha svolto un lavoro estremamente accurato e preciso. Per arrivare a rincoglionire un italiano su due, cosi dicono le statistiche sull’ignoranza funzionale e di ritorno, vuol dire che il sistema formativo universitario per gli insegnanti scolastici e quello del mondo accademico è fra i più devastanti del mondo occidentale, anch’esso annegato nel nichilismo. Un sistema culturale – quello scolastico e universitario – incapace di proporre una reazione virtuosa alla pubblicità delle imprese e dei mass medium. Non c’è dubbio che ci siano ancora insegnanti liberi, capaci e preparati, ma il sistema non li favorisce, li isola. La rimozione delle capacità creative, necessarie per la libertà e l’autonomia di pensiero, consente un facile asservimento degli individui al peggiore conformismo di sistema e preserva i comportamenti immorali, dannosi per lo sviluppo umano. Se la crescita del neoliberismo distrugge posti di lavoro senza che a questo disastro si contrapponga una programmazione per favorire la nascita di nuovi impieghi è soprattutto merito dall’incapacità della classe dirigente e dell’apatia di cittadini chiusi in se stessi.

Mentre gli altri popoli europei stanno stimolando una rinascita del socialismo, e le città stanno realizzando luoghi urbani più vivibili, noi italiani siamo persino spaventati dalle parole, e così lo stesso termine socialismo, in Italia è ritenuto pericoloso e coperto dal disprezzo. In ambito politico, negli ultimi trent’anni, chi ha usato tale termine ha senza dubbio associato le proposte socialiste alla corruzione, mentre l’ex partito comunista si è dissolto volontariamente scegliendo le posizioni neoliberali.

In soli trent’anni è cambiato il panorama industriale, e sono cambiati i soggetti politici favorendo una confusione fra i cittadini elettori che non si era mai vista prima. All’interno di questa confusione l’élite ha saputo navigare in maniera adeguata e tranquilla, visto che i profitti delle aziende sono aumentati come non era mai accaduto nella storia dell’industrialismo e il sostegno principale alla rifeudalizzazione della società è venuto proprio dalla cancellazione degli ideali socialisti costruendo un’Unione europea a trazione neoliberista, la peggiore destra che si possa immaginare poiché sta distruggendo la specie umana.

La storia maestra di vita ricorda che furono gli utopisti socialisti a suggerire soluzioni pratiche per migliorare le condizioni di vita degli abitanti costretti in schiavitù dall’esplosione dell’industrialismo. La differenza fra l’Ottocento e la realtà odierna, è che l’industrialismo sta lasciando l’Unione europea mentre l’evoluzione tecnologica suggerisce un insieme di soluzioni che liberano individui e famiglie da obblighi e dipendenze dal monopolio delle imprese di profitto. Ciò che coincide fra il passato e il presente è che le soluzioni politiche rientrano esattamente nelle utopie dell’Ottocento, a partire dalla rinascita del concetto di comunità sino all’opportunità di realizzare città auto sufficienti e collegate in rete per scambiarsi le eccedenze. Se i popoli europei vogliono sostituire questa Unione europea con un’altra, devono necessariamente compiere un salto paradigmatico, lasciare il piano ideologico del capitalismo ed approdare sul piano della bioeconomia. E per farlo bisogna agire sul piano culturale, l’ambito educativo e formativo distrutto dal neoliberismo.  La scuola e l’università, psico programmate secondo gli indirizzi dell’industrialismo di massa, vanno liberate dai dogmi e lasciate libere di agire per ricostruire il senso di comunità e progettare realtà applicando i valori costituzionali.

Osservando la storia con maggiore attenzione, capitalismo e socialismo si sono sviluppati sullo stesso piano ideologico della crescita, e le idee degli utopisti furono rimosse nel secolo Novecento, poiché le soluzioni proposte rientravano in schemi organizzativi autarchici e anarchici, cioè favorivano l’autonomia e l’auto determinazione dei popoli in contrapposizione al modello istituzionale che poi si realizzò sia nei paesi capitalisti e sia in quelli socialisti. Destra e sinistra si sono concretizzate in sistemi di “controllo centralizzato”, la destra preferisce che il mercato sia nelle mani delle imprese (liberalismo) mentre la sinistra preferisce le mani dello Stato, ma entrambi i sistemi sono nelle mani dei banchieri (è un sistema centralizzato). Oggi l’Occidente è nelle mani del regime autoritario del WTO (è un sistema centralizzato) che sfrutta le finte democrazie rappresentative come sistema di controllo delle leggi che favoriscono il neoliberismo. Gli attori politici servono a creare una rappresentazione teatrale secondo il vecchio schema divide et impera: destra e sinistra; e questo schema funziona ancora poiché l’ignoranza funzionale dei popoli, li conduce a votare per i peggiori soggetti politici. Storicizzando destra e sinistra, e risolvendo il problema dell’ignoranza una massa critica interna ai popoli, consapevole e ben istruita, può formare nuova classe dirigente, onesta ed autonoma pronta a costruire una società della bioeconomia che punti alla felicità. Noi italiani dobbiamo costruire un percorso simil Podemos poiché solo attraverso un soggetto puramente democratico potremmo costruire la speranza di inserire rappresentanti del popolo, meritevoli e capaci, utili a ribaltare il sistema secondo nuovi paradigmi; poiché oggi esiste un sopra (l’élite degenerata) e un sotto (i popoli), e noi siamo quelli che stanno sotto.

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Penso che nessuno abbia più dubbi sul fatto che bisogna costruire un’alternativa, come la chiamano i giornalisti “di sinistra”, e così come la chiamano coloro i quali si ritengono orfani della sinistra. I prodromi del sistema liberista europeo, in Italia furono anticipati dai Governi Andreotti, dal 1976 al 1979, ove personaggi come Pandolfi e Malfatti condussero l’Italia nello SME. Poi seguirono Andreatta e il suo allievo Prodi. In Europa, il pensiero liberista si affaccio a sinistra attraverso il progetto “terza via” di Clinton e Blair, e in Italia ha avuto talmente successo che i leader “di sinistra” erano tutti ex banchieri e manager, da Ciampi a Prodi. Per la destra non si doveva convincere nessuno, sono bastati Berlusconi e Tremonti. La fine delle politiche pubbliche socialiste si ebbe all’inizio degli anni ’80, quando nel 1981 il Tesoro si sganciò da Banca d’Italia (Governo Forlani). In Europa si stava avviando una sperimentazione unica nel suo genere che prevedeva, e tutt’oggi è così, la costruzione di un’area geografica liberista, che vieta allo Stato di intervenire direttamente nell’economia per riparare gli errori del mercato.

Del resto la storia è maestra di vita, e ci ricorda come l’Italia avendo perso la guerra, uscita da un regime totalitario di destra, approda al nuovo regime della destra capitalista. L’Italia viene occupata militarmente e attraverso i partiti deve restare territorio del capitalismo americano. L’Italia a causa dell’esito del conflitto bellico, perse la propria sovranità. Ancora oggi il nostro Paese è succube di un’influenza esterna che condiziona determinate scelte politiche, le proprie e legittime aspirazioni per migliorare contraddicendo i principi e i valori della Costituzione. L’Italia è una Repubblica solo sulla carta, ma è una colonia, viviamo in un regime limitato, un recinto chiuso ove restare. La Democrazia Cristiana fu il partito di riferimento per le Amministrazioni USA nell’indirizzare le scelte della politica italiana, mentre i servizi segreti statunitensi avevano i propri riferimenti in Italia, per monitorare le attività politiche in Italia. Una serie di fatti politici dimostrano la presenza di un regime politico autoritario e l’assenza di una vera democrazia: nel 1948 l’attentato a Palmiro Togliatti, il Piano Solo del 1964, e l’omicidio di Aldo Moro del 1978, sono gli atti politici più cruenti. Tutti eventi che condividono l’opposizione alla cultura democratica di sinistra da sconfiggere con la violenza. Nel 1949, all’interno del patto atlantico e della NATO, Truman disse: «vorrei sottolineare che la minaccia sovietica non è soltanto militare, è la minaccia del comunismo in quanto idea, in quanto forza sociale dinamica ed egualitaria». Era sancito nei Trattati di Pace 1946-47, il fatto che il partito comunista non dovesse governare in Italia, e restare all’opposizione, proprio perché comunisti. Secondo Loch K. Johnson, decano degli studiosi di intelligence, sin dal 1947 la CIA ha sempre cercato di influenzare le elezioni politiche nei Paesi ove si aveva un interesse, attraverso false informazioni sui media e fiumi di denari. La CIA rovesciò leader eletti in Iran e Guatemala negli anni ’50 e sostenne colpi di stato in altri Paesi negli anni ’60. In un’intervista del 1996, anche F. Mark Wyatt, ex ufficiale CIA, dichiarò che era interesse del Governo USA influenzare le elezioni politiche di altri Paesi, e che i primi esperimenti furono svolti in Italia, con l’assistenza a candidati non comunisti dalla fine degli anni ’40 agli anni ’60; «avevamo sacchi di denaro che abbiamo consegnato a politici selezionati, per coprire le spese». Poi seguirono casi analoghi come il Cile, il Nicaragua e molti altri Paesi. La “terza via” è la strada culturale adoperata dai think tank neoliberisti per infiltrare ed etero guidare dall’esterno le forze politiche di sinistra. Il teorema dei neoliberal è quello di convincere i dirigenti di sinistra sul fatto che la creazione di moneta  sia esogena all’economia, un fattore esterno che può essere affidato a soggetti privati. Rinnovando i dirigenti del vecchio PCI e i sindacati, i liberal riuscirono a guidare i partiti di sinistra trasformandoli in strumenti della destra. Impiegarono anni poiché tali strutture erano indipendenti, colte e ben organizzate. L’obiettivo dei neoliberal fu raggiunto, col tempo, subito dopo la morte di Berlinguer. Il vuoto culturale rimane, ma nel frattempo la nichilista cultura liberal raggiunge altri obiettivi ancora più importanti: la regressione culturale delle masse e il crescente infantilismo degli adulti che li ha condotti nell’analfabetismo funzionale e di ritorno, incapaci di comprendere e di scegliere. In Italia la regressione è stata raggiunta sia infiltrando il mondo economico-accademico e sia attraverso la televisione privata di Berlusconi.

Tornando ad oggi, il fatto che l’Unione europea non sia stata progettata per tutelare il bene comune, lo sanno persino coloro i quali l’hanno costruita, ma essi rappresentano proprio quel mondo industriale che sta traendo i maggiori benefici dal modello neoliberista, e sono i sostenitori del libero mercato. L’aspetto interessante e controverso è che fra coloro i quali stanno costruendo quest’alternativa, lo chiamano piano B, c’è anche Fassina, certo cambiare idea è una virtù quando si capiscono i propri errori. Gli obiettivi proposti da Varoufakis, Fassina, Mélen­chon e Lafon­taine  sono giusti (nel mirino ci sono fiscal com­pact e il TTIP), ma è necessario approdare sul piano della bioeconomia.

A Parigi, Fassina dichiara: «[…] Ci sono due punti da affrontare qui. Il primo: il mercantilismo neo-liberista dettato da Berlino e ivi incentrato è insostenibile. La svalutazione del lavoro in alternativa alla svalutazione della valuta nazionale, come via principale per aggiustamenti “reali”, comporta una cronica insufficienza di domanda aggregata, disoccupazione persistentemente elevata, deflazione e esplosione dei debiti pubblici. In un tale contesto, al di là dei confini dello stato-nazione dominante, l’euro porta ad uno svuotamento della democrazia, trasformando la politica in amministrazione per conto terzi e spettacolo. Questo è il punto. Non è un punto economico ma politico. Il significato di democrazia nel XXI secolo. Esiste un conflitto sempre più evidente tra il rispetto dei Trattati e delle regole fiscali da una parte e i principi di solidarietà e democrazia iscritti nelle nostre costituzioni nazionali dall’altra. […]». L’analisi di Fassina è senza dubbio corretta, ma dov’è lo strumento politico democratico che invita le persone a partecipare attivamente? E’ tardivo il desiderio di far rinascere una sinistra quando l’epoca industriale volge al termine. Fassina dice le stesse cose raccontate da Nino Galloni, già funzionario pubblico quando la Repubblica veniva svenduta. Come mai Fassina non conosce le denunce di Galloni? I popoli già alcuni anni fa hanno manifestato il proprio dissenso verso il neoliberismo che nasceva e si costruiva in maniera autoritaria, basti ricordare i referendum sul Trattati di Lisbona, in Francia e in Olanda. Nessun italiano fu consultato nel luglio del 2008, quando il Parlamento votò a favore del Trattato di Lisbona. Il recente passato italiano ha mostrato come i partiti di sinistra rifiutarono la partecipazione popolare, e rifiutarono le nuove proposte. Il caso clamoroso è proprio sotto gli occhi di tutti, e si chiama M5S che nasce dalla chiusura politica culturale dell’attuale PD. Inutile ripresentare le battute dei dirigenti di allora che prendevano in giro il nascente fenomeno dei “meetup” poi chiamati M5S, erano gli anni fra il 2006 e il 2009, prima che nascesse il partito di Grillo. Oggi questo partito senza idee raccoglie il malcontento di milioni di italiani, ma non riempie il vuoto politico di una cultura di sinistra, anche perché sembra piuttosto un partito di destra, non democratico, per nulla trasparente e dipendente dai capricci di chi ne detiene il reale controllo: una società privata. L’analisi critica di Fassina circa il sistema euro, ex PD, era ampiamente scritta e dibattuta nei vecchi forum della rete dei “meetup”. I cittadini che partecipavano erano i primi a mettere in discussione l’euro zona. Se la ricostruzione della sinistra resterà sul vecchio piano ideologico dell’economia neoclassica, quest’alternativa non si potrà costruire. Sarà utile a riprendere consensi verso i nostalgici, ma non sarà capace di costruire una società migliore. Per l’Italia è probabile che tornerà il vecchio schema DC e PCI, con altri nomi ed altre vesti, ma i problemi degli italiani rimarranno dove si trovano.

Al contrario, se ci sarà la maturità  e l’onestà intellettuale di storicizzare l’obsoleta schema del divide et impera: destra sinistra, mettendo al centro dei tema l’uscita dal capitalismo e l’approccio sul bioeconomico, allora si potrà veramente costruire una società migliore. Il nuovo paradigma culturale partendo dalla bioeconomia (ecco la transizione ecologica) potrà favorire la nascita di una società migliore. Dal punto di vista della macroeconomia, già la letteratura studia la teoria post-keynesiana con la trazione della moneta endogena e la transizione ecologica, per riconoscere i limiti culturali dell’economia neoclassica e ripristinare il ruolo pubblico dello Stato che riequilibra il mercato, ma questa volta è consapevole dell’entropia. La forza di una moneta sovrana a credito e una nuova politica d’investimenti pubblici finalizzati alla formazione di una conversione ecologica delle trasformazioni di merci e beni; l’applicazione dell’eco efficienza; così come la conservazione e il recupero del patrimonio, consentiranno l’avvio di nuovi impieghi utili. Le politiche pubbliche dovranno investire in attività che avranno l’obiettivo di ridurre le disuguaglianze territoriali, sociali, di reddito sapendo che i criteri di valore sono l’utilità sociale e ambientale. La riduzione dello spazio di mercato e l’aumento dello spazio per le comunità che si auto producono energia e beni, in un sistema di scambio reciproco, consentirà maggiore libertà per le persone e le famiglie poiché svilupperanno la resilienza urbana.

In sostanza bisogna evitare, come farebbe la sinistra tramite politiche espansive senza etica, di favorire nuovamente il capitalismo (l’ossimoro sviluppo sostenibile) poiché è già imploso su stesso. Il capitalismo deve ignorare le leggi dell’entropia, è nella natura stessa del capitalismo poiché sinonimo di consumismo. La misura degli impatti ambientali mostra che siamo giunti a un punto di non ritorno. Del resto la letteratura è ricca di esempi che chiedono l’uscita dall’economia neoclassica, mentre è noto che tutti i governi occidentali sono asserviti alle multinazionali del WTO. Il problema non è una questione soldi, poiché attualmente la moneta è stampata dal nulla ma prestata agli Stati. Il controllo della moneta è in capo all’élite degenerata condizionata dalle SpA, costoro sono capaci di comprarsi tutti i burattini che vogliono tramite il sistema offshore e delle giurisdizioni segrete. John Perkins ha scritto egregiamente a cosa servono gli economisti (imbrogliare e rubare), chiamati correttamente sicari dell’economia, era il suo lavoro. Nicholas Shaxson pubblica Le isole del tesoro, mostrando la faccia del capitalismo: imbrogliare le persone che pagano le tasse e distruggere lo Stato sociale. La soluzione non è sul piano economico ma sul piano giuridico e democratico, come hanno compreso bene Varoufakis & company, e non si può continuare a rimanere sullo stupido piano dell’economia neoclassica. O si ha il coraggio e l’onestà intellettuale di abbattere la schiavitù SpA, oppure si è complici dell’impero della vergogna. Sembra che Varoufakis stia sulla buona strada, visto che ha avuto il coraggio di staccarsi da Tsipras, e propose una moneta parallela. Gli italiani avranno lo stesso coraggio? Ritengo sia necessario creare una classe dirigente attingendo dalla società civile libera dai condizionamenti dei think tank neoliberal, ma soprattutto partendo dalla bioeconomia, scartata, ignorata proprio dalla sinistra e oggi strumentalizzata da sedicenti “rivoluzionari”.

E’ corretto chiedere la ristrutturazione dei debiti, il rigetto dei trattati e cambiare l’architettura dell’UE, ma tutto ciò è fuori dalle politiche economiche. L’elemento politico fondamentale è il ripristino della sovranità monetaria, come sanno bene, ma la moneta è uno strumento non la proposta di una politica economica nuova. Il punto nevralgico e culturale sembra essere proprio questo, e cioè che gli economisti si occupano più di diritti che della loro disciplina, e danno la sensazione di non conoscere vere alternative. Eppure, loro colleghi hanno prodotto un pò di letteratura eterodossa, da Stiglitz e Fitoussi e Sen; prima ancora Galbraith aveva capito benissimo che il PIL non serve. E’ strano che alle legittime richieste di ripensare l’architettura dell’UE manchino filosofi, giuristi e costituzionalisti, e soprattutto manchi la partecipazione popolare di cittadini attivi.

Per tendere a un’evoluzione della specie umana dobbiamo affrontare l’analfabetismo funzionale e di ritorno, e ammettere che noi tutti abbiamo bisogno di filosofi, biologici, contadini e architetti conservatori. Per essere veramente propositivi e costruttivi di un’alternativa è necessario programmare l’uscita dal capitalismo, cioè dal piano economico nichilista, per approdare al piano della biologia e della fisica, discipline ignorate sia dagli economisti che dai giornalisti. Mentre è necessario storicizzare destra e sinistra poiché sono facce della stessa religione: neoliberismo. L’obiettivo è la felicità dei popoli, raggiungibile quando il nostro pensiero la smetterà di contare in termini monetari ma comincerà a “contare” in termini etici.

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Per storicizzare l’industrialismo e quindi i movimenti politici sorti nell’epoca che giunge al termine è necessaria una comprensione della storia, del presente e avere la capacità di una visione futura della società. Nella storia ci sono stati luoghi e periodi favorevoli al socialismo e al comunismo, e il cosiddetto mondo occidentale è stato caratterizzato soprattutto dal capitalismo, oggi evolutosi in neoliberismo finanziario. Le regole globali del commercio seguono gli indirizzi del liberalismo, mentre gli strumenti finanziari e informatici rispondono ai capricci delle imprese più influenti, cioè l’industria bancaria e le multinazionali più capitalizzate. Tali sistemi di indirizzo e di controllo non rispondono né alle leggi della natura e né alla ragionevolezza umana, ma all’accumulo di capitale.

Per metterci alle spalle una società che funziona male poiché costruita su paradigmi sbagliati possiamo ricorrere alle teorie utopiste dell’Ottocento, e coniugarle con le tecnologie odierne che consentono di realizzare comunità auto sufficienti dal punto di vista alimentare ed energetico, concretizzando una rilocalizzazione delle produzioni. Possiamo renderci conto che la moneta è solo un mezzo e non un fine, e possiamo uscire dalle logiche mercantili, tipiche del primo capitalismo votato all’accumulo di merci inutili per mere logiche di profitto.

Non è una questione socialista e/o capitalista vivere in armonia con la natura, ma una condizione per garantire la sopravvivenza della specie umana, e per farlo è necessario abbattere il sistema offshore e dei paradisi fiscali creati dall’ideologia neoliberale che serve solamente a imbrogliare chi vive di stipendi salariati e a non pagare tasse agli Stati, e garantire facili profitti alla casta dei politici controllati dalle multinazionali.

Non è una questione socialista e/o capitalista costruire la visione politica bioeconomica, vera novità culturale del secolo che sta nascendo poiché consente di mostrare con estrema chiarezza come misurare la ricchezza, come produrre e trasformare le merci e come garantire l’auto rigenerazione degli ecosistemi consentendo alla specie umana una serena prosperità. In tal senso è necessario che cittadini, imprese e soggetti culturali riescano a costruire comunità bioeconomiche investendo i propri profitti e risparmi per tendere proprio alla prosperità.

E’ altrettanto vero che temi come la conversione ecologica sono affrontati da piccoli gruppi di sinistra, ma sono inseriti in ambiti ove si cerca di dare respiro a personaggi che appartengono a un’epoca passata ed obsoleta. La destra semplicemente detesta l’idea di dover rispettare i diritti di tutti gli uomini poiché nasce proprio dalle tradizioni monarchiche e reazionarie per rubare le risorse del pianeta e garantire facili profitti ai propri simili. In tal senso è del tutto ingenuo attendersi proposte bioeconomiche da ambienti avversi al raziocinio e al buon senso. Nel corso dei secoli e decenni passati destra e sinistra sono cresciute sullo stesso piano ideologico della crescita continua figlia del produttivismo e del consumo di merci.

Nel secolo che verrà non sarà necessario produrre merci in termini quantitativi ma solo in termini qualitativi e di utilità sociale. Il risvolto “negativo” sarà la riduzione dei posti lavoro, che possono essere sostituiti da attività sociali ugualmente retribuite o comunque garantendo dignità di vita a tutti gli individui attraverso un nuovo modello sociale costruito sulla reciprocità. In un sistema sociale fatto per gli esseri umani lo scopo non è il lavoro ma compiere un’esistenza serena perseguendo interessi e azioni che consentono lo sviluppo umano e la tutela del bene comune. Può apparire paradossale ma per transitare da un sistema obsoleto come quello quantitativo a un sistema etico e qualitativo sono necessari nuovi e maggiori impieghi rispetto al modello della crescita continua. Se destra e sinistra hanno favorito il produttivismo attraverso il lavoro salariato (questo negli ultimi tre secoli), in realtà per tendere a un’evoluzione possibile, oggi, attraverso le nuove tecnologie, le comunità umane possono essere costruite sulla cultura, l’arte e l’attività fisica godendo della fruizione dell’ambiente naturale poiché l’obiettivo è la felicità. Si tratta di un cambio radicale e non l’aggiustamento di una società depressa dal sistema finanziario globale che viola palesemente i diritti universali. Per intenderci meglio l’obiettivo non è il lavoro – alias posto di schiavitù – ma la creazione di impieghi utili che realizzano la transizione da una società delle merci inutili – consumismo compulsivo – alla società per gli esseri umani: creatività e spiritualità. La sostenibilità di una società bioeconomica non si misura con la moneta – mero mezzo per misurare i costi delle trasformazioni – ma con la corretta gestione delle risorse naturali e le capacità creative degli individui che sanno aggiustare le città fallite dal sistema amministrativo costruito sullo stupido pensiero neoliberale e l’economia neoclassica che ignora l’entropia. Storicizzare destra e sinistra significa uscire dall’insania mentale dell’economia della crescita e approdare nel secolo della “prosperanza” suggerita dalla bioeconomia poiché renderà le persone veramente libere dalle gabbie mentali.

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I recentissimi movimenti politici – Podemos e Syriza – stanno facendo riemergere con forza la questione culturale della Sinistra in Europa.

Se osserviamo la struttura istituzionale dell’UE e le politiche adottate possiamo riconoscere numerosi problemi sociali ed economici e persino democratici (il problema della separazione dei poteri), visto che gli Stati aderenti all’euro zona (1) abdicano alla sovranità monetaria, (2) aderiscono a regole contabili particolari (patto di stabilità e crescita, fiscal compact e MES) e (3) rinunciano persino a promuovere proprie politiche industriali nazionali (i Governi non elaborano più piani industriali). Chi aderisce all’euro zona entra in un’area geografica di disuguaglianze economiche programmate dai paesi centrali a danno di quelli periferici. Si tratta di un’area neoliberale che sostiene l’ideologia del libero mercato delle imprese private sottovalutando le conseguenze sociali ed economiche. I Trattati europei professano la visione neoliberista negando l’opportunità dell’azione di Stato, quindi si tratta della versione più schietta e sincera del capitalismo, nato e sorto nell’Occidente verso il XVI secolo (laissez faire). Il capitalismo si trasforma in varie forme e quella del XX secolo è solo l’evoluzione più vera di questo paradigma totalmente avverso alla natura, di cui l’uomo è solo una parte. Il capitalismo è una religione distruttiva e stupida poiché si nutre di disuguaglianza a danno dei diritti e degli ecosistemi, forgiato dal piano ideologico dell’economia neoclassica.

Ad oggi manca ancora un movimento culturale politico capace di dire con coraggio che l’uomo occidentalizzato, se vuole sopravvivere a se stesso, deve disfarsi del capitalismo, senza se e senza ma. L’organizzazione UE è solo la recente ed ultima invenzione più stupida ed inefficace che i partiti politici siano stati capaci di mettere in piedi, ed i recenti movimenti di sinistra, Podemos e Syriza, anziché chiedere l’uscita dal capitalismo per approdare in una società fondata sulla bioeconomia, per il momento si limitano ad esprimere una preghiera affinché si possa controllare la bestia neoliberista. E’ la storia a smentire queste velleità legittime, ma del tutto ingenue e immature.

Podemos e Syriza hanno il merito e la virtù di voler ricostruire una vera sinistra (in Italia è sparita all’inizio degli anni ’80) che riesce a raccogliere un largo consenso popolare, ma se dovessimo giudicare la politica dal consenso e non da ciò che esprime, commetteremo un errore. Il capitalismo sarebbe diventato instabile, fu preconizzato dagli economisti stessi (Keynes, Marshall, Schumpeter), ed oggi è nella sua fase di delirio più acuta, grazie all’informatica e agli strumenti finanziari. Nel contesto attuale, i cittadini possono cominciare a ragionare su come riprendersi la libertà di decidere per se stessi, ma in armonia con la natura e transitare in comunità prosperose, all’interno di un piano culturale ove l’interesse generale prevale sull’interesse privato, e questa è un’evoluzione sociale ed antropologica.

Non c’è dubbio che anche in Italia sia necessario un movimento di Sinistra, ma che sappia realizzare un consenso partendo dalla bioeconomia, poiché è l’unica offerta concreta per uscire dal piano ideologico obsoleto e creare nuova occupazione utile, l’unica; le altre sono “aggiustamenti” nel piano ideologico del capitalismo. La questione fondamentale verte proprio sui paradigmi culturali della nostra società, e su questo aspetto nei programmi di Podemos e Syriza c’è poco o nulla, in Italia il nulla assoluto, e tale argomento [bioeconomia] è stato, finora, sviscerato in ristretti ambiti della sinistra che non c’è più. I media stessi censurano la bioeconomia affinché i cittadini rimangono nel piano mentale della dipendenza psicologica dal capitalismo neoliberista. Podemos e Syriza mostrano una sensibilità verso l’ecologia ma viene declinata nel versione dello sviluppo sostenibile, cioè un ossimoro, e fra l’altro è una versione già declinata dall’UE.

E’ rilevante l’attenzione di Podemos  e Syriza sulla questione della sovranità, ma su questo i movimenti si distinguono: Podemos sembra più intransigente verso il sistema euro, mentre Tsipras sogna di cambiare l’euro rimanendo nell’euro, mettendo da parte la questione giuridica della sovranità monetaria. Questo argomento, solo in Europa, viene “assegnato” ai movimenti di destra (divide et impera), mentre nel Sud America, da diversi anni, gli Stati con maggioranze comuniste hanno saputo e voluto contrastare il FMI e la Banca Mondiale che usano l’economia del debito come strumento di controllo, di predominio e di guerra valutaria; com’è noto dal secondo dopo guerra in poi l’UE è colonia degli USA, e l’introduzione dell’euro fu un primo passo per costruire gli Stati Uniti d’Europa, attraverso una valuta controllata e prestata ai Governi, dal sistema bancario Occidentale. Nella sostanza le sinistre europee, a differenza delle sinistre presenti nel resto del mondo, accettano l’imperialismo monetario americano (le teorie liberali di Smith [la destra] per sostituire gli Stati col governo delle multinazionali), e accettano l’immorale sistema bancario forgiato sull’economia del debito, e non propongono l’uscita dal capitalismo, quindi da questo punto di vista le sinistre europee hanno la stessa visione delle destre, anzi le sinistre hanno diffuso programmi ed obiettivi che rientrano nelle logiche neoliberiste (la cosiddetta “terza via“: creare all’interno dei partiti, politici “di sinistra” portatori delle teorie liberali). Esempi concreti e visibili riguardano: il sistema del credito ove banche speculative possono usare il risparmio dei contribuenti, il sistema delle società offshore che consentono varie truffe grazie all’opacità dei finanziatori e dei beneficiari, la privatizzazione della Banca d’Italia e la rinuncia alla sovranità monetaria; il governo del territorio, cioè la crescita urbana e la mercificazione dei suoli, il consolidamento delle rendite di posizione e la creazione di nuove rendite; il sistema maggioritario e l’introduzione del diritto privato in ambito pubblico che privatizza i processi decisionali (neofeudalesimo) e le recenti speculazione edilizie pianificate attraverso l’economia del debito e la finanziarizzazione di piani e progetti. Ad esempio, l’UE è il tempio dei liberali, e di fatto un’organizzazione feudale che viola palesemente i principi di qualsiasi forma di democrazia rappresentativa. L’UE è palesemente contro i valori della Costituzione, e la stessa carta costituzionale è stata di recente stuprata introducendo l’obbligo del pareggio di bilancio che producono la conseguenza di violare i diritti dell’uomo

O i futuri movimenti di sinistra hanno il coraggio di porsi obiettivi e percorsi che costruiscono una società al di fuori del capitalismo, di fatto risolvendo l’origine dei problemi ambientali, democratici ed occupazionali, oppure continuano a fare il gioco delle destre.

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