Comunicare l’urbanistica


Un problema dell’urbanistica, nonostante la disciplina sia fondamentale per l’uso delle risorse, è la scarsa rilevanza fra gli abitanti. La disciplina appare incomprensibile e poco credibile per le persone. Durante l’Ottocento, quando si stava formando la disciplina, furono i problemi ambientali e sociali a stimolare un dibattito ampio e diffuso in tutta Europa. Nel corso del suo sviluppo, l’urbanistica ha un’ampia diffusione ma diventa strumento della borghesia elitaria, che sfrutta l’architettura e l’urbanistica per recintare il discorso della città in ambiti ristretti. Oggi le città sono strumento dell’accumulazione capitalista, e spesso il disegno urbano viene edulcorato mentre il linguaggio usato è compreso solo dai progettisti, ovviamente, da alcuni attori politici, e dalle imprese di settore interessate esclusivamente al tornaconto economico generato dalle trasformazioni territoriali. La stragrande maggioranza dei cittadini subisce le scelte di pochi inserite nei piani, e talvolta anche funzionari pubblici e professionisti non afferrano fino in fondo la natura e gli obiettivi di programmi, piani e progetti. Gli utilizzatori di programmi, piani e progetti sono soprattutto le imprese e i politici, i quali senza un’adeguata formazione, ne fanno un uso strumentale politico per convincere gli elettori circa le trasformazioni che pubblicizzano. Altri utilizzatori sono i giornalisti, anch’essi dotati di scarsa conoscenza, e si dividono fra oppositori a tali piani e sostenitori degli stessi piani. All’interno del teatro politico è impossibile educare i cittadini alla disciplina urbanistica non perché diventino urbanisti, ma perché nel caos è difficile far capire la necessità di dotarsi di strumenti culturali per cogliere il senso delle proposte. Il problema è di natura culturale, poiché come ho scritto in principio la disciplina è incomprensibile; l’urbanistica ha un linguaggio tecnico proprio che la rende poco attraente. Su questo aspetto il disegno può aiutare molto, nel senso che la rappresentazione degli scenari che trasformano il territorio è lo strumento di comunicazione più efficace per narrare ai cittadini, ma non spiegano gli interessi economici che si muovono dietro i piani. La narrazione di un piano, oltre al disegno, si accompagna di indicatori tecnici che sono incomprensibili per le persone.

Un modo per affrontare i conflitti è la cosiddetta pianificazione partecipata, cioè coinvolgere i cittadini nel processo decisionale della politica sin dall’inizio del processo stesso, consentendo loro di esprimere i propri bisogni. Esistono diverse esperienze, dove cittadini e progettisti lavorano insieme per trasformare i luoghi urbani in ambienti più accoglienti e rispondenti a esigenze reali delle persone. Questo approccio non appartiene alla consuetudine delle amministrazioni locali italiane poiché emergerebbero in pubblico gli interessi dei ricchi, delle proprietà di alcuni privati che vivono di rendite di posizione contro i ceti meno abbienti. L’urbanistica oltre ad essere una disciplina importante per la vita degli abitanti, è stata sfruttata come una tecnica a servizio degli interessi dei più forti, e oggi ne paghiamo le conseguenze circondati dal brutto e da quartieri degradati. Tutti i problemi relativi al famigerato crimine dell’abusivismo edilizio, all’assenza di controlli e di manutenzione del territorio con evidenti rischi di danni e morti, dipendono dal governo del territorio, cioè la responsabilità è degli Enti locali e dei cittadini stessi. Quindi, se viviamo in spazi degradati, la responsabilità è anche nostra quando scegliamo di ignorare la tutela del territorio per votare un amministratore che non applica la Costituzione, ma la viola.

Un altro modo per comunicare l’urbanistica, molto più semplice e difficile allo stesso tempo, è quello di individuare un indicatore che possa raccontare gli effetti di un piano o di un progetto. Tutto ciò non è semplice, poiché già a partire dall’indicatore che usano i progettisti, l’analisi della morfologia urbana, c’è discordanza fra gli esperti, nel senso che per taluni un insediamento intensivo (alto carico urbanistico, cioè alta densità di ab/ha o mc/mq) è migliore di quello estensivo (basso carico carico urbanistico, cioè bassa densità e consuma molto suolo agricolo), e viceversa. Un esempio notissimo di insediamenti urbani estensivi è la dispersione urbana pianificata negli USA – case basse monofamiliari (il sogno americano) -, poi chiamata sprawl, che ha favorito la divulgazione di modelli insediativi speculativi ed energivori, capaci consumare e sprecare suolo agricoli, capaci di produrre inquietudine urbana e comunità chiuse e private (gate community).

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Fonte immagine: Reale, Densità città residenza, Gangemi

La densità non è solo un indicatore quantitativo (ab/ha, mc/mq, mq/mq), ma può essere utilizzata anche come indicatore di densità dell’uso misto dello spazio e delle superfici attraverso l’inserimento di attività diversificate negli edifici (mixitè funzionale e sociale). La critica sociale circa i cosiddetti quartieri dormitorio, è dovuta al fatto che durante il boom (anni ’50 e ’60) non si è considerato l’effetto negativo di zone specializzate, che avrebbero creato problemi sociali per l’assenza dei servizi. La realizzazione di insediamenti dormitorio, ha dimenticato il fatto che sin dal medioevo, una peculiarità della città europea era quella di avere attività commerciali al pian terreno e le abitazioni ai piani superiori garantendo convivialità, socialità, scambi e opportunità di crescita culturale.

Inoltre esiste un indicatore soggettivo della morfologia urbana, e cioè il carattere dei luoghi urbani determinato non solo dalla forma, dai volumi, dall’armonia ma dalla qualità degli spazi e dell’estetica degli edifici. Per cogliere il senso del carattere è utile passeggiare nei nostri centri storici. Il disegno urbano contempla il concetto di urbanità, cioè la corretta rappresentazione fra spazio urbano e volumi edificati, quindi fronti urbani, piazze, e strade. L’isolato urbano è l’elemento compositivo principale che insieme ad altri isolati costruisce l’unità di vicinato, la cosiddetta cellula urbana, il quartiere. La forma dell’isolato, o dell’unità di vicinato, è determinata dall’orografia del territorio, collinare o pianeggiante, ma specificatamente dalla maglia stradale (regolare o irregolare).

C’è meno discordanza sul fatto che l’insediamento debba avere un equilibrio fra spazio pubblico e privato al fine di utilizzare lo spazio fra gli edifici per servizi di qualità (verde pubblico e privato, percorsi perdonali, aree gioco, luoghi di sosta, mitigazione del clima). Una strada per migliorare la comunicazione è raccontare gli effetti di tali differenze attraverso elementi più scientifici come l’uso delle risorse e gli impatti sociali. In questo senso è sorto l’approccio meta progettuale raggruppando diversi indicatori di sostenibilità sociale-economica (coesione sociale, vivibilità ed equità, risorse economico-finanziarie) e ambientale-urbanistica (risorse e suolo, sistemi naturali, energia, aria, acqua). Ad esempio, è fondamentale riconoscere il valore intrinseco della progettazione ecologica puntando ad obiettivi come garantire la funzionalità ecologica degli spazi con una maggiore connettività e dimensione delle aree verdi, l’accessibilità e l’ampliamento degli spazi pubblici pedonali, il riutilizzo di aree già urbanizzate e il benessere psico-fisico degli abitanti. Questi obiettivi possono essere raggiunti attraverso la corretta composizione urbana, cioè progettando attraverso il modello, cosiddetto, a “cellula urbana” si consente di avere un’efficace ed efficiente insediamento urbano, poiché non spreca risorse e favorisce un corretto uso dello spazio urbano. In questo modello è determinante progettare una densità equilibrata non intensiva e tanto meno estensiva. Quando si colgono questi aspetti tecnici che riguardano l’utilizzazione territoriale diventa più facile giudicare gli insediamenti esistenti come le nostre periferie, costruite dal dopo guerra in poi; e cominciare a prendere in considerazione l’ipotesi seria di rigenerare le nostre città introducendo i diritti che mancano (standard minimi previsti dal DM 1444/68) e aggiungendo opportunità per nuovi modelli sociali e favorire l’occupazione utile (standard qualitativi).

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La cellula urbana, ossia l’unità di vicinato (neighborhood unit).

Ecco un esempio banale per cogliere il senso di un indicatore circa l’uso delle risorse. Tutti noi paghiamo una bolletta rispetto ai consumi. Una città è un sistema complesso, ma se viene monitorata come fosse un sistema metabolico, cioè se cominciamo a misurare le risorse che richiede in ingresso e le risorse o scarti in uscita, allora ci rendiamo conto di come utilizziamo l’energia, cioè misuriamo i consumi e osserviamo se ci sono sprechi evitabili.

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Fonte immagine Lavagna, LCA in edilizia, Utet

Oltre a ciò dobbiamo riconoscere il fatto che esiste, ahimé, una propensione egoistica di noi cittadini nell’abusare e violare il diritto urbanistico persino in collaborazione coi funzionari pubblici, e questa degenerazione dell’abusivismo esiste soprattutto nei piccoli comuni dove ci sono meno controlli, mentre non mancano casi di abusi anche nei grandi e medi centri urbani. E’ una condotta illegale che non conosce distinzioni geografiche e socio-culturali. Ancora oggi il ceto politico insegue i capricci di chi delinque e così il legislatore approva immorali condoni edilizi che danneggiano le persone oneste. Oltre ai condoni del Parlamento, la discrezionalità delle autonomie locali (in Italia ci sono circa 8000 comuni) ha fatto e fa danni incredibili, attraverso regolamenti edilizi che non rispettano i principi della legge urbanistica nazionale, e tanto meno c’è da sperare che in tutti i Consigli comunali ci siano sensibilità culturali circa i criteri di bellezza e di decoro urbano. E qui ritorna una complicazione tipica dell’urbanistica, cioè quella di narrare l’importanza culturale della morfologia urbana e dei piani, cioè l’importanza nell’avere aree urbane (zone omogenee) dove il diritto della proprietà privata è regolato secondo principi di equità e con caratteri di qualità urbana e architettonica. In buona sostanza nei comuni dove ognuno persegue una condotta egoistica, facendo come gli pare, e dove lo Stato non interviene, non si crea solo il danno all’erario ma si crea un danno inutile e sciocco a tutta la comunità, compresi i protagonisti dell’abuso poiché costruiscono luoghi urbani orrendi, inospitali e degradati. Un rimedio all’abuso e al brutto, è senza dubbio un regolamento edilizio nazionale che contenga norme tecniche di attuazione con indici e parametri omogenei di qualità architettonica, anziché avere 8000 regolamenti. Anche in tal senso, il disegno semplifica molto la comunicazione e la comprensione dell’architettura, un esempio straordinario e noto, è stato il piano di Secchi per Siena.

Il piano di Secchi ha avuto una rilevanza determinante per i pianificatori dotati di una certa sensibilità, poiché ha introdotto un modo di comunicare l’urbanistica più semplice, iniziando nel linguaggio tecnico urbanistico gli “elementi tecno-morfologici caratterizzanti“; gli “schemi direttori”; i “progetti norma”; e gli “abachi” che messi insieme consentono di avere un controllo efficace della trasformazione urbana ed edilizia prevenendo abusi e indirizzando la pianificazione verso la qualità. Tale approccio è stato criticato e rigettato da diversi progettisti, accusato di entrare troppo nel dettaglio del progetto architettonico limitando la creatività sia della committenza privata e sia dei progettisti stessi. Si tratta di una comunicazione su come realizzare la trasformazione urbana, che si aggiunge ai classici indici urbanistici, di facile accesso sia per i funzionari e sia per i cittadini che sono i destinatari del piano. L’approccio di Secchi verrà ripreso dal New urbanism.

Ci sono diversi esempi dall’estero, cioè enti pubblici che si sforzando di produrre una comunicazione efficace, attraverso il disegno e il racconto. Il movimento New Urbanism ha persino realizzato un codice che mostra la morfologia urbana rispetto alle tipologie di insediamenti urbani che si possono scegliere.

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Un nostro obiettivo comune, che coincide con l’interesse generale, è quello di raggiungere una consapevolezza circa la disciplina poiché determina la qualità della nostra vita. Non si tratta solamente di decidere dove realizzare un’opera ma di riprenderci un valore dimenticato ma che esisteva: la bellezza dei luoghi urbani. L’urbanistica e l’architettura sono sparite dalle nostra città poiché noi abbiamo smesso di chiederle, abbiamo smesso di studiarle, non siamo curiosi su queste discipline; e così ha vinto l’interesse economico, ha vinto l’avidità, ha vinto il nichilismo, distruggendo la qualità dei nostri luoghi; qualità che esisteva nel medioevo, poiché la committenza era più sensibile all’architettura e perché non c’era lo spirito capitalista di oggi. Mai come oggi abbiamo bisogno di architettura e urbanistica poiché la stragrande maggioranza della popolazione mondiale si concentra proprio nei luoghi urbani, mai come oggi, e in particolare in Italia dobbiamo rigenerare i luoghi urbani prima che eventi naturali e ciclo vita degli edifici determinino danni irreversibili, ma dobbiamo farlo uscendo dai paradigmi culturali obsoleti e dannosi, per approdare su un nuovo piano ideologico, più sano per la nostra salute mentale e fisica: la bioeconomia.

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