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Posts Tagged ‘Podemos’

Il 20 dicembre 2015 anche gli spagnoli hanno favorito un partito come Podemos (20% dei voti) [un partito cosiddetto anti sistema], anche senza vincere le elezioni. Il comportamento degli elettori spagnoli rispecchia la crisi dei partiti tradizionali e le scelte austere delle istituzioni nazionali ed europee. L’esito delle urne non crea garanzia di governabilità. La scomposizione del voto decreta la fine del paradigma maggioritario, caratterizzato dal bipolarismo e da un sistema elettorale che premia il partito vincente conferendo maggiori poteri all’esecutivo. Il modello maggioritario è il sistema feudale preferito dagli anglosassoni, ma è stato importato anche dal legislatore Italiano. Negli anni recenti e in diversi Paesi UE, gli elettori distribuiscono i propri voti a una pluralità di soggetti, che non raggiungono quella soglia necessaria per avere la maggioranza parlamentare. In questo contesto politico, il sistema più corretto è quello proporzionale poiché più democratico ma soprattutto spinge i partiti a preferire la democrazia parlamentare per legiferare. In Italia il sistema elettorale era proporzionale, ma l’élite cominciò a influenzare sia l’opinione pubblica e sia i partiti nel cambiare modello, poiché riducendo il numero di politici che partecipano al processo decisionale, le imprese avrebbero avuto maggiore opportunità di controllo sulle decisioni dei Governi e dei Parlamenti. Non è un caso che tutti i media preferiscono il modello maggioritario delle amministrative che crea stabilità nei governi locali. Pochi fanno notare che è semplicemente il modello migliore per favorire la corruzione, in quanto avendo accentrato poteri nelle mani di Presidenti e Sindaci, c’è meno partecipazione e meno trasparenza (imitazione del feudalesimo). Le decisioni più importanti sono prese dai Sindaci in totale autonomia all’insaputa delle proprie maggioranze politiche, che si limitano a schiacciare un bottone nei Consigli, senza conoscere il merito degli atti pubblici. Quando il nostro sistema era proporzionale, i Consigli erano il luogo del conflitto politico, e i partiti erano costretti a formare i propri politici per contendersi il consenso elettorale. Basti osservare i contenuti delle contese, fra gli anni ’50 fino alla fine degli anni ’70, il dibattito politico era molto più accesso e partecipato. La conseguenza fu che nei luoghi ove era maggiore la partecipazione, le comunità seppero tutelare i beni comuni, quando negli anni ’80 ebbe inizio la trasformazione dei partiti italiani, tutti si adeguarono al neoliberismo, ma proprio tutti. Basti osservare la trasformazione del territorio urbanizzato. Oggi buona parte dei politici è più ignorante, infantile e incapace, conta meno in tutti i sensi, perché il legislatore ha ridistribuito poteri e competenze nel solco del pensiero liberale, cioè privatizzando i processi e attribuendo poteri di firma all’apparato burocratico di dirigenti e funzionari. Non è un caso che buona parte dei politici manifesti scarse capacità cognitive, narcisismo, fobie e ossessioni di vario genere, all’élite servono sia ignoranti, idioti, e infantili cioè menti deboli. Dirigenti inseriti nelle istituzioni proprio dall’élite che decide la visione politica delle istituzioni, tutto ciò non è sinonimo di qualità delle decisioni. Basti osservare i bilanci delle Regioni e dei Comuni, e come il diritto privato introdotto in ambito pubblico abbia favorito l’uso della finanza creativa, e come le decisioni degli esecutivi abbiano scaricato i costi dei capricci sulle spalle dei contribuenti, questa è l’economia liberale. Le democrazie liberali tanto decantate nelle letterature di tutto il mondo sono sinonimo di truffa. In una società egoista come la nostra è sembrato facile favorire il modello liberale, altro non è che la somma di tutti gli interessi privati particolari che non corrisponde all’interesse generale, ma un idiotes crede che lo sia. Questo schema esiste sia in ambito locale e sia in ambito nazionale. E’ un modello banale per idiotes per l’appunto; le imprese, rispetto al proprio peso specifico, decidono il burattino da vendere nel mercato politico. Tutti i partiti non sono altro che il polo di attrazione di questi interessi che si contendono l’egemonia e il controllo delle istituzioni. Il peso e la forza di tali interessi si misura col potere finanziario e così le multinazionali dell’informatica, creando profitti dal nulla meglio della “old economy” hanno conquistato il podio del globo. Se vogliamo vedere il volto di chi controlla il mondo, a parte le solite famiglie, è sufficiente accendere internet: google, microsoft, facebook, apple e poi tutti gli altri. Mai come prima nella storia dell’umanità esiste una tale concentrazione di capitali privati nelle mani di pochi che va ben al di là dell’immoralità. Dalle famigerate compagnie del mondo mercantile rinascimentale fino a oggi, il mostro del capitalismo si è evoluto, gli algoritmi delle borse telematiche orientano vizi e capricci, mentre i popoli sono alla fame. La nostra specie è in serio pericolo per l’avidità e l’idiozia di poche persone, ma anche per l’apatia dei popoli.

Il coraggio è una virtù che a noi italiani, in questi decenni, è venuta meno. Siamo bravissimi nel famigerato scarica barile, cioè additare gli altri circa i problemi e le responsabilità che ci riguardano direttamente. Segnali di degenerazione furono ampiamente preconizzati da Pier Paolo Pasolini, il quale spiegò egregiamente gli effetti negativi di una società capitalista, sinonimo di nichilismo; anni dopo Berlinguer scattò una fotografia sui partiti e la questione morale. Abbiamo preferito abbracciare il mostro del capitalismo e delegare il processo decisionale della politica a imprenditori e cialtroni, ignorando completamente il fatto che i politici devono essere formati, autonomi e liberi da conflitti d’interesse. E’ vero che i deliri delle monarchie italiane prima, e del fascismo dopo ci condussero alla guerra, e la conseguente invasione militare dei capitalisti americani ha favorito la degenerazione che osserviamo intorno a noi. E’ altrettanto ragionevole osservare che le attuali e future generazioni non possono pagare per le scelte dei bisnonni. La nostra immaturità ci ha fatto credere che, nella società dei consumi, comprare e vendere merci sarebbe stato sinonimo di libertà. E così abbiamo cancellato la politica dai nostri argomenti di discussione familiare, e l’abbiamo fatto delegando altri attraverso il voto. E’ stata la cosa più facile, secondo schemi mentali irresponsabili e infantili come la simpatia, e così i pochi – delegati – hanno legiferato per sviluppare gli interessi del profitto: vendere, vendere, vendere. In questo schema molto banale: noi italiani abbiamo cercato, egoisticamente, di trarre il nostro vantaggio mettendo in competizione ogni mezzo personale per il profitto. Gli uni contro gli altri. La politica è stata sostituita dal profitto, e come tale abbiamo scelto il becero “tengo famiglia”. Basti osservare come abbiamo costruito le nostre città, dal secondo dopo guerra fino ad oggi, rendendole più brutte e invivibili, tutti a competere sulla rendita immobiliare, facendo danni all’ambiente, alle giovani famiglie che oggi non hanno i denari per comprarsi la casa. L’abbiamo fatto poiché se avessimo usato la parte razionale del nostro cervello, avremmo dovuto compiere un’evoluzione individuale (spirituale e culturale), avremmo dovuto confutare i programmi e l’integrità morale dei politici che ci chiedevano il voto. In una società civile e nelle cosiddette democrazie mature, i cittadini s’impegnano costantemente nella polis. Nei decenni recenti noi italiani abbiamo preferito il disinteresse totale, affidandoci a gruppi ristretti di persone auto referenziali. Il risultato della nostra irresponsabilità è davanti ai nostri occhi ma facciamo finta di non vedere. Sono almeno due gli elementi che hanno governato la nostra inciviltà, sinonimo di stupidità collettiva: l’egoismo e l’ignoranza funzionale. La nostra incapacità di scegliere ha due componenti: l’emotività e l’irrazionalità. L’ignoranza funzionale ci informa del fatto che quasi un italiano su due non comprende ciò che legge. L’altra componente: l’emotiva, è il core business della pubblicità. Partiti, multinazionali, e pubblicità sono la stessa cosa. Psichiatri, psicologi e pubblicitari sono in grado di parlare alle nostre emozioni, alla “pancia”, e condizionarci secondo gli interessi particolari delle imprese. Le loro tecniche sono ampiamente utilizzate da chiunque debba vendere qualcosa: un’auto o un partito, sono la stessa cosa. Se la maggioranza dei cittadini scopre le loro tecniche finisce anche il predominio dei pubblicitari e si incrina ulteriormente il capitalismo. L’instabilità del capitalismo e la fine dell’epoca moderna, aprono spiragli di risveglio delle coscienze addormentate e mostrano l’emergere di forze politiche nuove che attingono ai valori dell’Ottocento, ove le disuguaglianze avevano una manifestazione palese per le gravi condizioni igienico sanitarie, non esistevano i sindacati e lo sfruttamento era chiaro, ma i popoli non erano stati addomesticati dalla scuola e dalla pubblicità. Nell’Occidente a trazione neoliberista, la schiavitù esiste ed ha nomi diversi (posto fisso, precarietà, job act …) e persino un’accettazione sociale (lavorare a qualsiasi condizione e vivere con €1300 al mese). Nel sistema ove tutto è merce, l’élite attraverso la finanza e il sistema offshore accumula risorse sia inventandone dal nulla e sia rubandole contribuendo a togliere speranze di pace e di serenità ai popoli che pagano le tasse. Se il paradigma della nostra società non fosse più il denaro, il castello dell’élite cadrebbe domani mattina; e partendo da questa semplice osservazione, una società veramente civile dovrebbe impegnare risorse mentali su questo: ripensare i paradigmi della società. Le rivendicazioni sociali dei popoli stanno individuando nuovi soggetti politici e stanno scoprendo i valori originari della sinistra, alcuni di questi ponendosi anche il dubbio di superare l’anacronistico divide et impera, il classico schema: “destra e sinistra”. Per l’Italia, Ottocento e Novecento sono stati i secoli della destra cioè l’affermazione del capitalismo, e la sinistra non è stata quasi mai al Governo, e quando l’ha fatto buona parte delle sue decisioni rientravano esattamente nel paradigma materialista e produttivista del capitalismo, illudendosi di poter coniugare i diritti umani con l’avidità e l’egoismo del capitale. La storia è davanti ai nostri occhi, il capitalismo è violenza e prevaricazione, ma siamo stati psico programmati a subire la pubblicità finalizzata a sviluppare il nichilismo e distruggere lo spirito umano. Gli eserciti, le polizie e la magistratura sono stati usati per assecondare il mostro del capitalismo e le malsane teorie neoliberali che governano la globalizzazione, distruggendo gli ecosistemi e schiavizzando la specie umana, trasformata in merce. Nella “cultura” occidentale tutto è merce, e se tutto si può comprare e vendere, si intuisce bene che lo scopo di questo paradigma non è il nostro benessere, non è la felicità, ma garantire potere e controllo ai pochi che lo governano (neofeudalesimo). In questi anni recenti, in diversi Paesi, una parte della cittadinanza attiva sta risvegliando un senso di partecipazione, ma soprattutto rivendica il diritto di cambiare lo status quo poiché le istituzioni non programmano la soluzione dei problemi (tutela degli ecosistemi, uso razionale delle risorse, povertà, disuguaglianze e diritti) ma le leggi che interessano alle multinazionali. Finora nella vecchia Europa, l’unico grande paese che sta facendo da tappo al cambiamento è proprio il nostro. La nostra ignoranza emotiva, la nostra indignazione, e le nostre speranze sono affidate o a soggetti guidati dall’élite o a soggetti non trasparenti e anti democratici, totalmente inaffidabili e incapaci. Nonostante ciò, abbiamo tutto il tempo per capire i nostri errori, e costruire un’alternativa. Dobbiamo darci e farci coraggio sperimentando il dialogo costruttivo. Possiamo cambiare le cose e favorire la rinascita della democrazia partecipativa costruendo concretamente un nuovo soggetto, meritocratico e trasparente, come strumento del cambiamento. E’ necessario formare classe dirigente a servizio dei diritti secondo la visione della bioeconomia. La lezione degli spagnoli è chiara, ci vuole coraggio, autonomia e fiducia in noi stessi per favorire i capaci e i meritevoli. Dovremmo sconfiggere la nostra apatia, l’ignoranza funzionale, mettere da parte l’invidia sociale e sperimentare la democrazia, ancora sconosciuta per buona parte del nostro popolo. Abbiamo l’opportunità di costruire una società migliore, ne abbiamo le conoscenze, ci manca il coraggio e la volontà politica. Tutte le contraddizioni del capitalismo, “crollando” si stanno evidenziando meglio, una dietro l’altra: la mercificazione dell’uomo, la creazione della moneta dal nulla, la finanza “creativa”, il sistema offshore e la crisi del 2008, il sistema del credito, la delocalizzazione delle imprese, l’obsolescenza programmata, l’inquinamento, l’aumento della povertà e le disuguaglianze etc. L’orientamento dell’élite finanziaria e del capitale mondiale, pubblico e privato, è investire nei paesi emergenti. Lavorando su noi stessi possiamo capire tante cose, e sviluppare la creatività per avviare processi di cambiamento che ci consentiranno di raggiungere pace, e serenità, in equilibrio con gli ecosistemi. Dovremmo rivalutare le bellezze del nostro Paese, che nonostante la nostra indifferenza, possiedono un valore straordinario, sono un patrimonio storico architettonico unico al mondo. Dobbiamo imparare a riconoscere la bellezza, la nostra ignoranza impedisce di amare ciò che abbiamo. Possiamo favorire la nascita di organizzazioni e imprese no profit per costruire il cambiamento che sogniamo, in qualunque ambito. In questi giorni, i fatti di cronaca fanno emergere nuovamente aspetti intrinseci al capitalismo: gli istituti di credito non funzionano come dovrebbero. Anche nella gestione del risparmio servono riforme radicali, ma non esiste il soggetto politico che ha il coraggio di attuarle. In generale, non esiste il soggetto politico che ha il coraggio di avviare l’uscita dal capitalismo, pertanto è necessario investire in questa direzione poiché nel sistema in cui viviamo, il pianeta terra, le leggi che governano la nostra esistenza non pensano secondo l’opinione dell’economica, ma secondo un sistema circolare di flussi. L’epoca moderna ha inventato le istituzioni che tutti conoscono, ma queste istituzioni sono obsolete poiché sono figlie del capitalismo e seguono gli interessi del denaro, nonostante i documenti chiamati “Costituzioni” millantino di fare gli interessi dei popoli secondo diritti universali. La realtà è diametralmente opposta al racconto delle carte costituzionali poiché anch’esse hanno favorito il materialismo, ed esiste un baratro fra le parole scritte e il comportamento degli individui poiché l’avidità è legale. L’individualismo dell’epoca moderna guida le scelte politiche, e all’interno di questa società non c’è spazio per la democrazia e libertà, per favorire lo sviluppo umano dei popoli, ma solo la crescita e l’accumulazione del capitale, utilizzato secondo interessi egoistici dell’élite che governa da secoli attraverso la schiavitù, evolutasi col tempo in schiavitù volontaria. Il nostro cervello ha una bella caratteristica: è neuroplastico, pertanto senza il mainstream e la psico programmazione della scuola e delle multinazionali possiamo liberarci facilmente, se lo desideriamo. Possiamo auto riprogrammare la società, dando senso e valore alle promesse scritte nelle carte costituzionali, e cominciare un cammino di autonomia e libertà scoprendo le opportunità delle nuove tecnologie e giungendo alla sovranità alimentare ed energetica. I segnali che vengono dall’estero sono chiari, adesso tocca a noi …  riprendiamoci la dignità politica di costruire un’Italia migliore!!!

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Prima di tutto bisogna riconoscere che l’ideologia neoliberale ha svolto un lavoro estremamente accurato e preciso. Per arrivare a rincoglionire un italiano su due, cosi dicono le statistiche sull’ignoranza funzionale e di ritorno, vuol dire che il sistema formativo universitario per gli insegnanti scolastici e quello del mondo accademico è fra i più devastanti del mondo occidentale, anch’esso annegato nel nichilismo. Un sistema culturale – quello scolastico e universitario – incapace di proporre una reazione virtuosa alla pubblicità delle imprese e dei mass medium. Non c’è dubbio che ci siano ancora insegnanti liberi, capaci e preparati, ma il sistema non li favorisce, li isola. La rimozione delle capacità creative, necessarie per la libertà e l’autonomia di pensiero, consente un facile asservimento degli individui al peggiore conformismo di sistema e preserva i comportamenti immorali, dannosi per lo sviluppo umano. Se la crescita del neoliberismo distrugge posti di lavoro senza che a questo disastro si contrapponga una programmazione per favorire la nascita di nuovi impieghi è soprattutto merito dall’incapacità della classe dirigente e dell’apatia di cittadini chiusi in se stessi.

Mentre gli altri popoli europei stanno stimolando una rinascita del socialismo, e le città stanno realizzando luoghi urbani più vivibili, noi italiani siamo persino spaventati dalle parole, e così lo stesso termine socialismo, in Italia è ritenuto pericoloso e coperto dal disprezzo. In ambito politico, negli ultimi trent’anni, chi ha usato tale termine ha senza dubbio associato le proposte socialiste alla corruzione, mentre l’ex partito comunista si è dissolto volontariamente scegliendo le posizioni neoliberali.

In soli trent’anni è cambiato il panorama industriale, e sono cambiati i soggetti politici favorendo una confusione fra i cittadini elettori che non si era mai vista prima. All’interno di questa confusione l’élite ha saputo navigare in maniera adeguata e tranquilla, visto che i profitti delle aziende sono aumentati come non era mai accaduto nella storia dell’industrialismo e il sostegno principale alla rifeudalizzazione della società è venuto proprio dalla cancellazione degli ideali socialisti costruendo un’Unione europea a trazione neoliberista, la peggiore destra che si possa immaginare poiché sta distruggendo la specie umana.

La storia maestra di vita ricorda che furono gli utopisti socialisti a suggerire soluzioni pratiche per migliorare le condizioni di vita degli abitanti costretti in schiavitù dall’esplosione dell’industrialismo. La differenza fra l’Ottocento e la realtà odierna, è che l’industrialismo sta lasciando l’Unione europea mentre l’evoluzione tecnologica suggerisce un insieme di soluzioni che liberano individui e famiglie da obblighi e dipendenze dal monopolio delle imprese di profitto. Ciò che coincide fra il passato e il presente è che le soluzioni politiche rientrano esattamente nelle utopie dell’Ottocento, a partire dalla rinascita del concetto di comunità sino all’opportunità di realizzare città auto sufficienti e collegate in rete per scambiarsi le eccedenze. Se i popoli europei vogliono sostituire questa Unione europea con un’altra, devono necessariamente compiere un salto paradigmatico, lasciare il piano ideologico del capitalismo ed approdare sul piano della bioeconomia. E per farlo bisogna agire sul piano culturale, l’ambito educativo e formativo distrutto dal neoliberismo.  La scuola e l’università, psico programmate secondo gli indirizzi dell’industrialismo di massa, vanno liberate dai dogmi e lasciate libere di agire per ricostruire il senso di comunità e progettare realtà applicando i valori costituzionali.

Osservando la storia con maggiore attenzione, capitalismo e socialismo si sono sviluppati sullo stesso piano ideologico della crescita, e le idee degli utopisti furono rimosse nel secolo Novecento, poiché le soluzioni proposte rientravano in schemi organizzativi autarchici e anarchici, cioè favorivano l’autonomia e l’auto determinazione dei popoli in contrapposizione al modello istituzionale che poi si realizzò sia nei paesi capitalisti e sia in quelli socialisti. Destra e sinistra si sono concretizzate in sistemi di “controllo centralizzato”, la destra preferisce che il mercato sia nelle mani delle imprese (liberalismo) mentre la sinistra preferisce le mani dello Stato, ma entrambi i sistemi sono nelle mani dei banchieri (è un sistema centralizzato). Oggi l’Occidente è nelle mani del regime autoritario del WTO (è un sistema centralizzato) che sfrutta le finte democrazie rappresentative come sistema di controllo delle leggi che favoriscono il neoliberismo. Gli attori politici servono a creare una rappresentazione teatrale secondo il vecchio schema divide et impera: destra e sinistra; e questo schema funziona ancora poiché l’ignoranza funzionale dei popoli, li conduce a votare per i peggiori soggetti politici. Storicizzando destra e sinistra, e risolvendo il problema dell’ignoranza una massa critica interna ai popoli, consapevole e ben istruita, può formare nuova classe dirigente, onesta ed autonoma pronta a costruire una società della bioeconomia che punti alla felicità. Noi italiani dobbiamo costruire un percorso simil Podemos poiché solo attraverso un soggetto puramente democratico potremmo costruire la speranza di inserire rappresentanti del popolo, meritevoli e capaci, utili a ribaltare il sistema secondo nuovi paradigmi; poiché oggi esiste un sopra (l’élite degenerata) e un sotto (i popoli), e noi siamo quelli che stanno sotto.

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La recente guerra politica interna all’euro zona ha mostrato, ancora una volta, che l’Unione Europea è un’organizzazione oligarchica neoliberista ove il principale strumento di dominio è la religione capitalistica, una credenza che usa ignobili e stupide regole dell’economia ortodossa (la funzione della produzione, l’economia del debito, il rapporto debito/PIL, il patto di stabilità e crescita, e il MES) per rubare risorse ai cosiddetti paesi “periferici” verso i paesi “centrali”. All’interno di questo ignobile piano ideologico i popoli, ma soprattutto la specie umana è assoggettata e schiavizzata dai capricci del WTO che scrive e suggerisce le direttive europee da sottoporre alla Commissione e al Consiglio d’Europa, organi non eletti direttamente dai popoli.

Il recente conflitto fra il popolo greco e la cosiddetta Troika addomesticata dalla volontà germanica, hanno mostrato e ricordato che, al di là della retorica e della demagogia scritta nei diritti universali dell’uomo e nelle Costituzioni, per l’élite la priorità su ogni cosa è la concentrazione dei capitali nelle tasche di pochi gruppi industriali e bancari attraverso l’usura bancaria (debito e usurpazione della sovranità monetaria). Ciò che ha colto di sorpresa non è la rinnovata e rinvigorita avidità dell’élite degenerata che viola i diritti umani, ma l’assenza di una proposta radicale per cambiare i paradigmi culturali di una società e di un’epoca forgiata da un’ideologia ormai giunta al termine. Il fatto che il capitalismo implodesse su stesso è altrettanto noto poiché preconizzato da Keynes, e demolito da Georgescu-Roegen che ne svelò matematicamente tutta la sua fallacia. Nella specifica vicenda greca sono arrivate anche le ammissioni di colpevolezza da parte del FMI, che attraverso la sua fede ha aggravato le condizioni di vita dei greci, e dichiarando sia l’insostenibilità del debito stesso e sia chiedendo la sua ristrutturazione, cioè un taglio. Ciò che ormai è di diffusione popolare è che l’oligarchia usa l’invenzione dell’economia del debito come strumento bellico per impoverire, soggiogare e umiliare i popoli, e come persuasione e violenza psicologica nei confronti di politici che hanno un’autonomia di pensiero rispetto alla religione dominante. All’interno dell’euro zona si tratta di un’evoluzione strategica dell’impero della vergogna, poiché da un lato il “sistema” ha concentrato enormi ricchezze monetarie attraverso il sistema immorale delle società offshore, e dall’altro lato ha avuto la forza e la capacità persuasiva di far credere che esistono democrazia rappresentative e persino un’Unione europea altruista, per il bene dei popoli. Com’è noto l’economia del debito è strumento bellico già usato dagli USA, veri padroni dell’UE, nei paesi Sud americani, basti ricordarsi dell’Argentina, del Cile e altri ancora. In molti hanno creduto e in molti credono ancora a questa favola funzionale all’impero della vergogna. Nessun movimento politico sta pensando di bandire l’immoralità del sistema offshore e di proporre la bioeconomia come nuovo paradigma per avviare una conversione ecologica delle produzioni e del fare impresa. La scelta politica prioritaria è il ripristino della sovrana monetaria in capo allo Stato e l’avvio di processi penali esemplari nei confronti dell’immoralità del sistema offshore e dei famigerati paradisi fiscali, e in fine ripensare tutto il sistema del credito privandolo dell’usura, cioè accumulare soldi attraverso il prestito senza lavorare. Nell’immaginario collettivo quando pensiamo ai paradisi fiscali ci vengono in mente sempre isole sperdute e difficilmente raggiungibili, ma nella realtà vi sono paradisi fiscali in tutta Europa, basti osservare la city di Londra, oltre la famigerata Svizzera che custodisce segreti bancari almeno dal XVIII secolo. «Il sistema offshore è il centro di tutti i giochi di potere. Nel 2008-09, dopo che i leader mondiali hanno avuto dure parole di condanna per i paradisi fiscali, in alcuni media internazionali si è creata l’impressione che il sistema offshore fosse stato smantellato, o quanto meno adeguatamente domato. Come vedremo è successo esattamente l’opposto. Il sistema offshore gode di ottima salute, e sta crescendo rapidamente»[1]. Le caratteristiche del paradiso fiscale sono: la segretezza e un rifiuto a cooperare sullo scambio delle informazioni, il livello basso o nullo delle imposte per attrarre capitali e sottrarli alla tassazione legalmente o illegalmente. Essenzialmente un offshore è una zona di evasione per non residenti, per esempio un’aliquota di imposta nulla per chi trasferisce i capitali in quell’area. Il classico meccanismo utilizzato dalle imprese che usano il sistema offshore è quello dei “prezzi di trasferimento” attraverso i paradisi fiscali, cioè modificando artificialmente i prezzi applicati ai trasferimenti interni, le multinazionali possono trasferire i profitti verso i paradisi fiscali e i costi verso i paesi con una tassazione elevata, dove possono essere dedotti dalla base imponibile. Adesso è svelato anche il segreto di pulcinella del perché i partiti di destra dicono di ridurre la tassazione senza un’aspra e sincera lotta all’evasione, cioè essi demagogicamente inseguono i voti di chi viene tassato troppo – salari – ma propongono il modello del sistema offshore per favorire l’élite degenerata, ed è ciò che sta accadendo anche in Italia affinché gli azionisti possano aumentare i propri dividendi restando a casa propria, e imitando il modello della city londinese, magari proponendo un’area offshore proprio a Milano senza più fare qualche chilometro nella vicina Svizzera. Il numero di imprese che sfruttano tali servizi finanziari è sempre in aumento, mafie comprese che hanno appreso dai banchieri come riciclare e rubare a norma di legge, e il paradosso di questo pensiero criminale è che numerosi media stanno persuadendo i popoli del fatto che tali politiche siano persino giuste, mentre diversi soggetti politici – di destra e di sinistra – tutelano e/o propongono le “giurisdizioni segrete” in diversi Stati.

Per distruggere questo impero dell’immoralità è necessaria una maggiore e più diffusa informazione; per fortuna le inchieste e le pubblicazioni sono in aumento, ed è sufficiente entrare in una libreria per approfondire l’argomento e farsi un’idea propria. Dal punto di vista politico la soluzione è fornita dalla bioeconomia, poiché implica l’uscita dall’economia ortodossa e quindi anche dai sistemi finanziari. E’ implicito anche il ripristino dei sistemi democratici rappresentativi e diretti. La bioeconomia ci consente di compiere il riequilibrio fra uomo e natura avviando una vera sostenibilità, una prosperità occupazionale, sociale e spirituale. Abbiamo la straordinaria opportunità di liberarci della stupidità contabile ma soprattutto possiamo liberarci dell’invenzione dell’economia neoclassica per approdare all’epoca della razionalità e della scienza naturale, poiché la sopravvivenza dell’umanità non dipende dalla moneta ma dalla fotosintesi clorofilliana e dall’uso razionale delle risorse, e tutto ciò è noto a una popolazione sempre più ampia, tant’è che alcune imprese hanno già avviato il cambiamento bioeconomico.

E’ necessario divulgare e affinare la proposta bioeconomica affinché sempre più persone possano vivere all’interno del sistema naturale. Ad esempio, uno dei punti fondamentali è la rilocalizzazione produttiva delle imprese che lavorano per la sovranità alimentare e per le tecnologie alternative che riducono o cancellano gli sprechi del vecchio sistema produttivo, ormai obsoleto e dannoso per l’ambiente. Si tratta di modelli economici autarchici che fanno aumentare l’occupazione poiché i cittadini colgono la saggia opportunità di consumare merci e beni locali, escludendo le merci insalubri delle multinazionali. Questo è l’approccio culturale per una politica economica che ribalta il dannoso dogma del neoliberismo europeo poiché la priorità non è più la crescita continua attraverso il consumo di merci inutili, ma la costruzione di una rete di comunità che compiono la scelta di rigenerare i propri luoghi attraverso l’etica, la partecipazione diretta al processo decisionale e l’uso razionale dell’innovazione tecnologica che produce un miglioramento della qualità della vita. L’effetto di questo comportamento è la riduzione selettiva del PIL e l’aumento dell’occupazione. L’esempio più noto è l’eco efficienza energetica, in quanto le città che non consumeranno più idrocarburi faranno ridurre il PIL (cancellazione delle bollette energetiche) ma per raggiungere tale obiettivo sarà necessario ristrutturare l’ambiente costruito che necessita di nuova l’occupazione qualificata. Un altro esempio è la conservazione del patrimonio naturale e storico ma non è un investimento produttivo secondo l’economia neoclassica, anche se il nostro patrimonio è l’oggetto della politica economica più importante che l’Italia possa attuare poiché nel nostro paese si concentra il patrimonio artistico più rilevante e importante. Fino a quando gli italiani non avranno coscienza del fatto che la cultura e la bellezza determinano la qualità della vita, allora non sarà possibile invertire la regressione umana innescata dalla psico programmazione delle multinazionali attraverso la pubblica, la scuola e l’università indirizzata dal dogma materialista e nichilista dell’inutile consumismo. La risposta a tutto ciò è la conversione ecologica guidata dalla bieoconomia che rimette al centro dei processi decisionali l’umanità e la democrazia in un piano ideale ove l’etica, la fisica e la biologia guidano la politica.


[1] Nicholas Shaxson, Le isole del tesoro, Feltrinelli, 2012

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La democrazia rappresentativa non c’è più. Se volessimo individuare una data come spartiacque è doveroso citare il 1981, anno in cui Berlinguer scattò una fotografia della realtà, ed è lo stesso anno in cui il Governo Forlani avviò il processo di privatizzazione della Banca d’Italia. Per capire perché la democrazia rappresentativa, ormai, non c’è più (la democrazia: governo del popolo, non c’è mai stata) è necessario aprire un dibattito sulla cultura degli italiani, la società e l’influenza psicologica della moneta e del capitalismo sulle persone. Un’indagine sul capitalismo inteso come industrializzazione, lavoro di schiavitù, pubblicità e nichilismo che svuota l’individuo di spiritualità, creatività e senso della vita riducendolo in una condizione di animal laborans, come direbbe Hannah Arendt. Questo non è l’ambito corretto, ovviamente, ma quello ove porre dubbi, domande, riflessioni e osservazioni. Al tema degenerativo dei partiti, aperto da Berlinguer, bisogna aggiungere la trasformazione della società attraverso i sistemi mass mediatici, tema avviato da Pasolini; poi la cultura degli italiani, tema affrontato da Tullio De Mauro, e in fine l’assenza di sperimentazioni democratiche come quelle presenti in Svizzera, che hanno consentito di formare ed educare i cittadini alla democrazia diretta, metodo che responsabilizza gli abitanti rispetto al processo decisionale della politica. Ovviamente non ci si dimentica dei fattori storici, come la sconfitta della seconda guerra mondiale e la colonizzazione dei vincitori attraverso il prestito (Piano Marshall) e il nuovo ordine economico mondiale, il cinema hollywoodiano, l’industria, la pubblicità e l’ideologia del progresso inteso come crescita infinita e sostegno al nichilismo. Per capire la complessità del nostro Paese è necessario studiare l’Ottocento e il Novecento, cioè a partire dagli Stati preunitari (1848 primavera dei popoli), l’industrialismo di inizio secolo e le politiche socialiste, il fascismo e l’inizio del secondo dopo guerra; in quei secoli troveremo molte risposte soprattutto attraverso lo studio delle tecnologie, delle scoperte scientifiche e delle vicende monetarie. Scopriremo che già nell’Ottocento furono soppresse tutte le speranze per creare l’uomo libero e che la monarchia, le rivoluzioni, i regimi autoritari, e le democrazie rappresentative servirono, col senno di poi, a far crescere l’accumulo di capitali per alcune oligarchie e l’invenzione del capitalismo è servito a questo, mentre il comunismo, anch’esso come il capitalismo, ha favorito il materialismo attaccando la spiritualità degli esseri umani. Oggi, possiamo osservare che capitalismo e comunismo si trovano sullo stesso piano ideologico della crescita, mentre l’educazione scolastica ha lasciato credere che fossero filosofie opposte. Esse si sono distinte solo per la gestione monetaria, cioè fra chi preferisce che le decisioni siano lasciate al cosiddetto libero mercato e chi preferisce un controllo dello Stato. Entrambe hanno sbagliato, poiché entrambe ignorano le leggi della natura che governano la vita su questo pianeta. Entrambe le visioni contraddicono una delle virtù indicate da Aristotele, e cioè la crematistica, l’arte di fare gli acquisti per evitare l’accumulo, poiché l’accumulo è il segno del vizio e dell’usurpazione delle risorse, a danno delle future generazione.

Se è vero che gli italiani, durante gli anni ’60 fino agli anni ’80, delegavano e partecipavano in massa ai due grandi partiti, DC e PCI, è altrettanto vero che i partiti stessi non favorivano la libera partecipazione ma la cooptazione controllata. Quando i partiti decisero di aderire alla “terza via”, di introdurre le politiche liberali a sinistra e di privatizzare la Banca d’Italia, e persino i processi decisionali della politica, parallelamente si aprì la stagione “moralizzatrice” (anni ’90) per allontanare i cittadini dai partiti. Si trattò di favorire il nichilismo imperante, operazione riuscita, affinché le SpA potessero diventare i cooptatori dei leaders politici, addomesticati nei think tank inventati dalle stesse SpA, banche e assicurazioni affinché la religione della crescita potesse favorire quel processo di privatizzazione delle decisioni anche nelle pubbliche istituzioni, sorto nell’epoca industriale grazie al pensiero liberale di Adam Smith. Oggi i partiti si trovano in uno stato di degenerazione totale poiché hanno cancellato ogni tipo di relazione umana e ogni tipo di riflessione etica, in quanto decidono e cooptano le persone attraverso consultazioni a mezzo internet, facilmente manipolabili con un click a seconda dei capricci di qualcuno. Pericle avrebbe detto che questi partiti sono inutili; Platone avrebbe detto che sono pericolosi poiché l’agire è privo di etica, e Socrate avrebbe detto che assistiamo al trionfo dei sofisti poiché le opinioni prevalgono sulla razionalità. Heidegger direbbe che oggi è la tecnica (informatica) che controlla le decisioni politiche e non più la ragione umana guidata dall’etica; insomma un sistema profondamente machiavellico che non conduce alla felicità.

La sintesi di questo percorso degenerativo è semplice: sostituire la democrazia rappresentativa con l’oligarchia feudale poiché il sistema gerarchico verticale, è soprattutto non trasparente, ha una struttura decisionale più veloce ed efficace ai fini della redditività degli interessi privati e del controllo delle masse. Basti pensare all’elezione diretta dei Sindaci, che violando il principio di separazione dei poteri consente a una sola persona di decidere sulla gestione dei servizi pubblici locali. Oggi, le istituzioni pubbliche funzionano esattamente come auspicò Luttwak in Strategia del colpo di Stato, Manuale pratico, cioè non pensano ma agiscono sotto l’impulso degli interessi privati, sia attraverso l’uso del diritto privato in ambito pubblico introdotto per favorire la massimizzazione dei profitti, e sia attraverso l’obbligo del pareggio di bilancio, che serve proprio a ridurre la sfera pubblica nella gestione dei servizi per favorire gli interessi dei privati. Il modello sociale italiano funziona attraverso le relazioni personali funzionali a scambio di favori materiali come l’accumulo di risorse e l’avanzamento di carriera senza merito. Le relazioni non sono funzionali all’interesse generale della collettività ma all’interesse privato e particolare. Le riforme della pubblica amministrazione avvenute durante gli anni ’90, anziché scardinare l’immorale modello sociale, hanno consentito che il sistema di relazioni già presente, potesse avere una legittimazione e una serie di strumenti giuridici per agire meglio di prima. Il ritorno al feudalesimo si è già realizzato, è in corso d’opera la privatizzazione dei processi politici, sia selettivi circa le marionette chiamate politici, e sia la trasformazione della specie umana, avete letto bene: la trasformazione della specie umana. La trasformazione non avviene in laboratorio, ma a livello di manipolazione mentale delle masse, pensate non sia possibile?! SpA e Governi l’hanno già fatto diverse volte attraverso la propaganda e lo fanno tutti i giorni con la pubblicità mirando alla regressione mentale degli adulti (infantilizzazione) e l’addomesticamento dei bambini che avviene in ambito scolastico.

Attraverso l’astensionismo crescente, un altro primato è raggiunto poiché le persone che hanno un interessate personale hanno maggiore peso rispetto al voto d’opinione, ormai cosa rara. Nella misura in cui i cittadini rinunciano a delegare, questi favoriscono gli interessi delle lobbies poiché in un sistema di democrazia rappresentativa i pochi voti raccolti consentono ugualmente all’oligarchia di decidere per tutti, compresi i non votanti. E’ altrettanto vero che a causa del clima di sfiducia e soprattutto di profonda immoralità riscontrabile in tutti i partiti sarebbe difficile dare torto al primo partito d’Italia, quello del non voto. Nessun cittadino responsabile dovrebbe sentirsi tranquillo nel dare una delega in bianco a personaggi che non hanno dimostrato alcuna capacità circa la gestione della cosa pubblica, secondo i principi della Costituzione. Ciò accade poiché non esiste alcun processo formativo e selettivo della classe politica, sia locale e sia nazionale, ma è tutto delegato ai partiti, gli stessi che non meritano fiducia alcuna, e qui riscontriamo il corto circuito fra elettori ed eletti, fra cittadini e casta. Nessun partito ha interesse nel legiferare una norma che consenta ai cittadini di selezionare la futura classe dirigente attraverso il merito, e così i cittadini allontanati dai partiti (anni ’90), adesso si allontanano dalle urne elettorali (anni ’10 del nuovo millennio). Il numero di cittadini che non vota ha raggiunto percentuali così alte da far “tremare” il sistema istituzionale, basti osservare le recenti regionali in Emilia Romagna e in Calabria nell’anno 2014, e poi nelle Marche e in Toscana poiché le rispettive assemblee non rappresentano la maggioranza degli aventi diritto al voto, ma la minoranza. In altre Regioni è rimasto a casa un elettore su due (Campania e Puglia). A mio modesto parere si tratta di un fenomeno chiamato “dissenso consapevole”, ed è ormai un fenomeno di massa contro tutti questi partiti, compresi quelli che si spacciano come anti-sistema, anzi nei loro confronti l’analisi politica è più drammatica poiché in un periodo di crisi essi non raccolgono consensi, anzi li perdono.

L’imbroglio del sistema auto referenziale di partiti inutili può finire se e solo se l’indignazione dei cittadini si trasforma in un progetto politico culturale, facendo l’opposto di quello che fanno i partiti, e cioè usare la democrazia come metodo per attrarre talenti e stimolare la partecipazione dal basso, e la cultura come virtù per selezionare una classe dirigente più preparata e più capace. Il corto circuito rimane poiché promuovere un’azione politica sincera e genuina c’è bisogno di un sostegno economico di lungo periodo, e qui sorge la complicazione dell’autonomia, risolvibile se il finanziamento venisse offerto direttamente dai cittadini, gli stessi che ormai hanno perso fiducia nei partiti. I cittadini hanno il dovere morale di abbandonare il nichilismo e l’apatia poiché è questa l’energia da cui trae forza l’oligarchia che governa il sistema stesso. Manca il coraggio di sperimentare e di cambiare, poiché questo cambiamento è funzione dell’energia dei cittadini stessi che dovrebbero riprendere a sognare un mondo migliore e avviare un percorso democratico, sinonimo di altruismo. La storia insegna che nei momenti di crisi, chi ha tratto vantaggio, sono sempre le solite oligarchie poiché questi nuclei di individui organizzati posseggono le risorse finanziarie sia per finanziare i cambiamenti, e sia per gestire i processi, in quanto i capitali accumulati consentono loro di non avere fretta nell’indirizzare i cambiamenti verso i propri interessi. Per spezzare definitivamente queste catene della schiavitù i cittadini dovrebbero cogliere poche regole e semplici: investire le proprie risorse in progetti di sovranità energetica e alimentare, e prendersi il controllo diretto dei territori rilocalizzando le produzioni, e formare politici che sostengono questi progetti. E’ fondamentale l’aspetto psicologico e culturale, cioè liberarsi dell’invidia sociale e dell’avidità per condurre i talenti verso la leadership dei progetti sopra descritti poiché consentiranno di costruire comunità libere e indipendenti. E’ altrettanto interessante ciò che accade in Spagna attraverso Podemos e le assemblee cittadine chiamate piattaforme di unità popolare, poiché torna e si stimola una passione politica dal basso, l’opposto di ciò che accade in Italia. Attraverso la conoscenza di alcune tecnologie i cittadini possono decidere di liberarsi della dipendenza dagli idrocarburi e possono, finalmente, accrescere la consapevolezza di stili di vita più sostenibili che conducono alla serenità di rapporti e relazioni sociali basate su valori universali, non più sulle merci e sul nichilismo. Nella sostanza se cambia il nostro comportamento circa i consumi, la spesa e gli stili di vita, cambia anche il modello sociale e allora avremo istituzioni che rispondono a nuovi paradigmi culturali. Noi possiamo realizzare quel sistema di rete sinergica interpretando correttamente la bioeconomia e favorire la creazione di una nuova società, e da questa “estrarre” una nuova classe dirigente.

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Tempo fa osservavo due fenomeni rilevanti, entrambi effetto dell’ignoranza e della recessione, il primo è che noi cittadini cominciamo a parlare della cosa pubblica (fatto sicuramente positivo), ed il secondo è che crediamo di parlare di economia (fatto negativo), evitando di entrare nel merito delle argomentazioni. Durante i dibattiti pubblici che ho assistito, spesso non si parla di economia e di politiche economiche, ma di diritti (sovranità monetaria, ristrutturazione del debito, etc.). La cosa strana è che anche gli “esperti” ed i politici dicono di parlare di politiche economiche, ma nella realtà parlano di finanza (spread, interessi, etc.), o parlano di diritti (ristrutturazione del debito), nessuno parla di economia. Se volessimo capire l’economia sarebbe sufficiente leggere un testo di ecologia applicata, solo così potremmo iniziare a comprendere cosa sia l’economia, e poi osservare l’incompatibilità fra le leggi della natura e le opinioni di quella che viene chiamata economia neoclassica, un mucchio di credenze completamente avulse dalla realtà che ruota intorno a noi. E così a causa della recessione i movimenti politici che raccolgono consensi crescenti non lo fanno su una proposta di nuova società, ma sulla richiesta legittima, di rispettare i diritti o di allargarli, ma nessuno di loro mostra chiaramente come potrebbe cambiare la vita per gli esseri umani uscendo dal capitalismo grazie al cambio dei paradigmi culturali attraverso la bioeconomia, che si attua anche con un mix di strategie (organizzazione della comunità) e l’impiego delle migliori tecnologie, oggi persino a buon mercato. In questo modo si troverebbe la soluzione concreta a tre argomenti fondamentali, ma ostaggio della demagogia e della retorica: lavoro, ambiente e democrazia.

E’ il sistema capitalistico a non funzionare, pertanto la soluzione non può essere ricercata rimanendo sul medesimo piano ideologico. Syriza e Podemos propongono un controllo del debito pubblico e privato per conoscerne la natura e gli effetti negativi nei confronti dei popoli, cosa corretta ed auspicabile al più presto. La soluzione suggerita da Syriza e Podemos è il ripristino delle politiche keynesiane per sostenere il potere d’acquisto degli stipendi salariati e stimolare nuovamente i consumi, cioè si ripropone la crescita del PIL, niente di più sbagliato e poco auspicabile. Le posizioni politiche di Syriza e Podemos hanno una virtù di carattere politico e giuridico che si sostanzia nel dire: è lo Stato che deve promuovere una politica industriale e non il libero mercato, una visione socialista a mio avviso corretta ed auspicabile visto che le borse telematiche non hanno un’etica, e tanto meno perseguono un interesse generale. La visione auspicata ha un difetto non trascurabile, e cioè ignorare la storia e la natura profonda della crisi insita proprio nel sistema capitalistico che impedisce lo sviluppo umano, ed i programmi di Syriza e Podemos hanno il difetto culturale di restare nel piano ideologico obsoleto mostrando un limite di penetrazione storica, poiché le politiche keynesiane hanno avviato la distruzione degli ecosistemi promuovendo l’illusione psicologica che la felicità sia insita in un posto di schiavitù, basti pensare all’industria di Stato che ha investito in modelli che hanno generato morte e distruzione, basti pensare agli investimenti bellici, ed altro ancora. L’Ottocento ed il Novecento mostrano i limiti sia delle politiche di Stato che le politiche liberiste, poiché sono la faccia della stessa medaglia, appartengono entrambe all’economia neoclassica che ignora l’entropia, e non bisogna commettere l’ingenuità e l’arroganza, speculando anche sulle difficoltà umane, di credere che se ripristiniamo le politiche keynesiane tutto migliorerà, ma è la storia a dire loro che stanno sbagliando, e non sotto il profilo giuridico, assolutamente condivisibile, poiché è evidente che lo Stato debba tornare ad avere un ruolo primario, ma sotto il profilo culturale e morale poiché non tutti i lavori sono utili, non tutte le imprese sono utili, e bisogna smetterla di formare schiavi e consumatori. E’ interessante la proposta post-keynesiana che parte dall’endogeneità della moneta che ribalta la teoria liberale; ecco, introdurre la moneta pubblica a credito significa affrontare uno dei grandi mali della nostra società. Ritengo che bisogna correggere la teoria sull’effettiva domanda aggregata, poiché in un pianeta di risorse finite non è possibile sostenere la domanda aggregata ma solo quella socialmente utile indicata dalla bioeconomia.

E’ necessario compiere un’evoluzione tesa a riconoscere che solo la bioeconomia può programmare un piano di sostenibilità, uscendo dalla religione capitalistica e abbandonare indicatori obsoleti e fuorvianti come il PIL, e il rapporto debito/PIL. E’ noto che gli indicatori politici più importanti sono quelli che valutano l’ambiente, la salute, la cultura e la bellezza del paesaggio. Le difficoltà dei popoli si risolvono mettendo lo sviluppo umano al centro dell’azione politica. I popoli hanno la necessità di ripristinare processi di auto determinazione, e strumenti semplici ed efficaci per prendersi cura dei propri territori, nell’ottica del riuso, del recupero e stimolare un indotto lavorativo immenso. Non solo lo Stato deve riprendersi il suo ruolo, ma deve compiere un’evoluzione culturale rispettando i diritti e promuovendo attività biocompatibili coi limiti delle risorse finite, e scollegando tutti i consumatori dal mondo virtuale dei consumi compulsivi, per mostrare la bellezza della vita e del mondo. Riappropriandosi del controllo della moneta, a credito e non più a debito, è necessario che lo Stato ed i parlamenti vietino i sistemi fiscali occulti, i paradisi fiscali e quant’altro, e siano coerenti con l’etica, la tutela della salute umana e dell’ambiente e si cominci a conservare e tutelare il territorio, rendere l’istruzione libera dai dogmi obsoleti e indirizzare la ricerca verso l’utilità sociale uscendo dal mero profitto. Non si tratta di uscire o entrare nell’euro, si tratta di cambiare la natura giuridica della moneta, e trasformarla in uno strumento di credito, un mero strumento di misura degli scambi, liberandola dalla truffa dello scambio coi Titoli garantiti da un ambiente immorale come quello delle borse telematiche e delle agenzie di rating, in pieno conflitto di interessi. Ci vuole un periodo di transizione per uscire dalla finanza virtuale, approdare nell’economia reale ed entrare nella bioeconomia. Riequilibrare le transazioni accertandone la veridicità giuridica, saldare gli scambi reali e far partire l’economia reale condizionata dalle leggi della natura.

Abbiamo già assistito agli effetti negativi e degenerativi del populismo consapevole ed inconsapevole: aumento dell’apatia dei cittadini e rischio della tenuta sociale di un Paese lasciato allo sbando, facile preda del caos e dei regimi autoritari, e questo può accadere per il doppio effetto sia dell’implosione del sistema capitalistico e sia per l’immaturità e l’irresponsabilità di chi si propone sulla scena politica, ma è incapace di governare i periodi di recessione ed è incapace di avviare una transizione culturale, politica ed economica.

Se da un lato si compie una lotta politica per ripristinare diritti fondamentali, sarebbe altrettanto responsabile ed auspicabile che si presenti una visione sostenibile della società (ed ecco la politica economica), affinché i cittadini possano attivarsi in tal senso e costruire una comunità veramente libera. Una volta che gli Stati si riprenderanno le proprie sovranità in una vera comunità europea, sarà determinante divulgare la visione bioeconomica della società (politica economica). Le imprese, da sole, avranno interesse nell’assumere nuovi occupati impiegati in attività virtuose, poiché è la ricerca e la creatività umana che inventano il lavoro, è l’immaginazione dei progettisti che stimola nuova occupazione, e non i politici che dovrebbero servire e non essere asserviti. I cittadini consapevoli possono investire nell’immaginazione del design e iniziare a prendersi quella parte di responsabilità avviando il cambiamento della società, senza attendere soluzioni che non possono venire dall’inerzia di un corpo incancrenito: l’obsoleta rappresentanza politica. In fin dei conti, è sufficiente capire come funzionano le istituzioni bancarie ed orientare il credito verso progetti sostenibili. Il primo passo è la coordinazione delle azioni, la condivisione dei valori, in sostanza ricostruire il senso di comunità e dialogare intorno a progetti utili all’evoluzione umana riscoprendo la bellezza. In questa visione Syriza e Podemos potrebbero tornare utili se hanno l’umiltà di conoscere ed assecondare una visione politica evolutiva che sostituisce il capitalismo con la bioeconomia. Leggendo i loro programmi citano la “conversione ecologica”, ma la loro comunicazione è priva di soluzioni coerenti con lo slogan, forse dovrebbero indagare e scoprire che la “conversione ecologica” nasce con la bioeconomia di Georgescu-Roegen, così come la decrescita felice. Buona parte della loro comunicazione è concentrata sulla denuncia e la richiesta di una legittima moratoria sul debito, quando queste richieste saranno accolte sarà necessario occuparsi della qualità della vita, e far crescere il PIL non sarà utile, come ricorda egregiamente un discorso di Bob Kennedy del 1968.

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Uno dei punti del programma politico di Podemos è la cosiddetta “conversione ecologica“, un tema recente per il mondo dei politici, ma ben conosciuto nell’ambito accademico, culturale e persino industriale. Il tema affonda le proprie radici e la propria ragione di essere nelle applicazioni e nelle trasformazioni della produzione industriale di merci; sin dal dopo guerra la crescita ha aumentato la produzione del cosiddetto prodotto interno lordo in tutti i paesi occidentali, e questo aumento ha fatto corrispondere un aumento dell’occupazione dagli anni ’50 fino agli anni ’80, e poi con l’informatica, le nuove tecnologie e l’impiego dei robot una crescente riduzione degli occupati, ma una continua crescita della produzione di merci. Dagli anni ’80 la crescita non sempre è coincisa con una migliore qualità della vita, anzi la globalizzazione ha sostenuto e incentivato la delocalizzazione delle produzioni industriali facendo ridurre ulteriormente il numero degli occupati. Mentre accadeva tutto ciò Nicholas Georgescu-Roegen dimostrava con precisione matematica tutto l’impianto truffaldino dell’economia neoclassica, precedentemente criticato da Keynes, Daly, Schumpeter e Marshall. In ambito intellettuale anche i non economisti prefiguravano il fallimento della modernità, Illich, Mumford, Pasolini, prendendo spunto da riflessioni di Aristotele, Platone, Heidegger, Weber, Sombart, Arendt.

Georgescu-Roegen Produzione fondi-flussi

Georgescu-Roegen, produzione fondi-flussi

Georgescu-Roegen correggendo la funzione della produzione prefigurava la bioeconomia e la conseguente decrescita selettiva delle produzioni inutili, proponendo di ristabilire l’equilibrio ecologico con l’analisi dei flussi di energia e materia, abbinata all’etica delle scelte politiche.

Una vera e sincera conversione ecologica dell’attuale modello è possibile solo uscendo dal capitalismo e dagli obsoleti paradigmi dell’economia neoclassica che ignora l’entropia, detesta la democrazia e rinnega l’etica. Il fatto che gli odierni livelli di produzione delle merci, dettati dagli interessi del WTO e assecondati dagli stati occidentali, siano insostenibili e dannosi per la sopravvivenza umana, è ormai, credo, una concezione data per scontata, anche per coloro i quali che affermano il contrario, ma lo fanno poiché sono i prezzolati sostenitori dello status quo. E’ ragionevole credere che sia meno scontato il fatto che bisogna uscire dal capitalismo per arrestare l’autodistruzione e transitare in un’epoca nuova.

La buona notizia è che alcuni ambiti industriali hanno investito nella bioeconomia, altri lo stano facendo anche nella chimica (uscendo dalla chimica petrolifera) e nell’agricoltura per tornare ai ritmi della natura; e persino uno dei settori più impattanti, quello delle costruzioni, possiede conoscenze avanzate e consolidate per avviare una conversione ecologica, garantendo persino la sufficienza energetica di tutto l’ambiente costruito applicando l’uso razionale dell’energia, la rigenerazione urbana figlia della “sostenibilità forte”, e con l’impiego di un mix tecnologico. L’ostacolo a questa ambizione è la corruzione, l’arroganza e l’ignoranza dei politici, il legislatore, e settori di imprese e banche che sostengono l’economia del debito e l’esclusiva dipendenza dagli idrocarburi. Un altro ambito virtuoso è il mondo del riuso e del riciclo totale, così come la mobilità intelligente, e sono tutti rallentati, osteggiati dalle ragioni sopra accennate ed ampiamente note alla cittadinanza, ahimé poco consapevole dell’opportunità di transitare fuori dal capitalismo e dentro la bioeconomica, che crea nuova occupazione utile.

Podemos e Syriza hanno l’opportunità di approfondire e presentare un progetto di bioeconomia per l’Europa e per i propri paesi affrontando e risolvendo, con un unico approccio culturale, tre problemi atavici della modernità: lavoro, ambiente e democrazia.

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Spesso ho preferito soffermarmi sul fatto che la società attuale è così iniqua, immorale poiché siamo noi cittadini a sostenere questo status quo, e non mi discosto da questa un’autocratica. E’ assolutamente vero che la nostra ignoranza e il nostro nichilismo sono le fondamenta dei nostri problemi, ma è altrettanto vero che la possibilità di ribaltare lo status quo risiede nel nostro cervello dotato di neuroplasticità. Negli ultimi tre secoli il capitalismo si è radicato nei nostri pensieri, ma abbiamo la capacità di elaborare nuovi schemi mentali (neuroplasticità) che rispecchiano una società diversa da quella attuale. Osservando la nostra società fondata su vizi e credenze obsolete possiamo attingere alla nostra coscienza e proporre nuovi paradigmi.

Soffermiamoci su alcune di queste credenze: i partiti. Il modello predominante è chiamato modello Easton (comportamentismo politico), cioè dotato di regolatori di accesso (gatekeepers) attraverso cui selezionare le domande che entrano nel sistema stesso, la scatola nera (black box) dove vengono prese le decisioni. I regolatori di accesso sono sia di tipo strutturale, i partiti, che culturale ossia l’insieme di quelle norme, regole e procedure che connotano la società politica (la televisione). Il flusso di domande così filtrato giunge alla black box (centro decisionale del sistema) dove operano tre componenti: la comunità politica, il regime, l’autorità.

Tale modello viene adoperato da tutti i regimi, compresi quelli non democratici, e nel corso degli ultimi anni le élite racchiuse nel WTO stanno favorendo e sostenendo un efficace processo di rifeudalizzazione della società tramite organizzazioni politiche autoritarie, la televisione, e l’istruzione. Esempi concreti sono presenti anche in Europa, è sufficiente osservare i partiti e sedicenti movimenti alternativi che usano il modello Easton con derive autoritarie. Ad esempio, si stanno sviluppando movimenti populistici con leader carismatici caratterizzati da un’ideologia non ben definita, con l’obiettivo di raggiungere una mobilitazione di massa, l’impiego di una politica di “paura” mista a ricompense, decisioni arbitrarie e l’assenza del pluralismo. Questi movimenti rientrano palesemente nei regimi autoritari poiché si caratterizzano sul pluralismo limitato e non responsabile, e l’assenza di un’ideologia ma con la presenza di una mentalità, ossia l’insieme di credenze, valori ed atteggiamenti “rivoluzionari” che vengono coltivati per giustificare e sostenere il leader ed il movimento stesso. Le nuove tecnologie informatiche sono ampiamente usate da certi movimenti, ma non per diffondere la democrazia, ma per consultare e testare la fede dei partecipanti e giustificare le scelte determinate dai regolatori di accesso nella black box (followership). Nella sostanza l’attuale panorama politico è fermo agli anni ’50 ed è regredito in oligarchie tecnologiche (Forza Italia, PD e M5S adoperano le stesse dinamiche e gli stessi strumenti).

Aristotele, Platone, Socrate, Machiavelli, Montesquieu, Bodin, Weber, Heidegger, Arendt potrebbero ridere e/o dispiacersi osservando la nostra società totalmente avvolta e travolta dal capitalismo, e regredita allo stato infantile per essere facilmente plasmata dalla pubblicità. Socrate e Platone sapevano benissimo che bisognava stare attenti a coloro i quali parlavano alla pancia del popolo, così com’è noto che solo la cultura ci consente di compiere scelte consapevoli, mentre l’etica è la guida delle scelte.

Uscendo dalla retorica dei demagoghi dovremmo focalizzare un fatto: l’élite che controlla e governa l’Occidente ha una sua ideologia: capitalismo, ed il suo contrario si chiama bioeconomia. La bioeconomia è soprattutto un’evoluzione del sistema produttivo che rispetta le leggi della natura consentendoci di prosperare; dunque è necessario costruire un movimento politico capace di rappresentare tale evoluzione. Un aspetto sottovalutato dal sistema, dallo status quo, è il dissenso consapevole che sta crescendo, cioè il cosiddetto partito del non voto che dovrebbe organizzarsi anziché lasciare indisturbata l’élite. Dissentire nei confronti di una società iniqua è corretto, ma è altrettanto fondamentale pensare un nuovo paradigma per costruire la società che desideriamo, in questa transizione è necessario sostituire le credenze basate su vizi e capricci, e introdurre un sistema di valori ben riconoscibili, chiari e basati su razionalità e diritti umani.

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