La rimozione delle patologie sul territorio


Per realizzare un buon governo del territorio che tenga conto delle contraddizioni del capitalismo circa le disuguaglianze, a mio avviso, è necessario ripensare le competenze delle istituzioni (nazionali e locali). La realtà amministrativa caratterizzata dalle riforme sulle autonomie locali registra contraddizioni, luci e ombre, e numerosi conflitti e problemi “storici” irrisolti, come le rendite parassitarie e gli impatti ambientali delle scelte pianificatorie. Dal secondo dopo guerra in poi, l’Italia non ha risolto né i conflitti delle rendite (mancata riforma urbanistica) e né ha saputo educare gli amministratori locali nel fare bene i piani regolatori generali (tranne rare eccezioni), anzi le speculazioni edilizie e i fenomeni di abusivismo non si sono arrestati ma sono stati moltiplicati. L’origine dei danni ambientali, sociali ed economici creati dal ceto borghese dominante è nota: la scelta politica di deregolamentare il governo del territorio e rinunciare all’approccio socialista che predilige l’osservazione della realtà e la pianificazione. Ritengo sia necessario un salto culturale, innanzitutto, per restituire dignità e utilità sociale alla disciplina urbanistica. Trasferire le competenze urbanistiche dallo Stato centrale alle autonomie locali ha favorito esperienze contrastanti e diversificate sul territorio nazionale, poiché in talune Regioni si sono realizzati piani soddisfacenti mentre in altre, i diritti di welfare urbano e i servizi minimi non sono garantiti; di fatto l’attuazione delle autonomie ha aumentato le disuguaglianze territoriali ed ha favorito i ceti locali economicamente più forti consentendo loro di accumulare maggiori capitali attraverso il famigerato uso speculativo delle rendite fondiarie e immobiliari, totalmente deregolamentate. Siamo giunti al paradosso incostituzionale di territori pianificati diversamente, leggi distinte, e quindi con economie e diritti diversificati, una disuguaglianza pianificata che contrasta con i principi costituzionali, e in più siamo scaduti nel ridicolo e grottesco per l’esistenza di circa 8000 comuni con altrettanti regolamenti edilizi. Qualcuno dovrà spiegare l’insensata elezione di Sindaco e Consiglio comunale in una comunità di 1000/8000 abitanti, con l’evidente spreco di risorse pubbliche e l’incesto vizioso e conflittuale fra interessi privati degli eletti e le loro famiglie, amici e clientele viziose circa l’uso dei suoli e l’usufrutto di concessioni legate allo sfruttamento dei beni demaniali (spiagge, parchi …), ovviamente non in tutti i piccoli comuni vi sono fenomeni incestuosi e viziosi ma ciò dipende dai livelli di civiltà degli amministratori. Probabilmente solo in Italia si può immaginare di favorire clientele e malcostume per legge.

Secondo lo scrivente, un Paese normale e civile realizza una riforma urbanistica che attua la Costituzione, e cioè elimina l’usurpazione privata della rendita fondiaria che deve essere incassata dallo Stato, e poi coordina il mercato immobiliare per eliminare le famigerate rendite parassitarie; e infine attua l’utilità sociale dei suoli per consentire a tutti gli abitanti di accedere ai servizi previsti dai piani, di fatto eliminando gli ostacoli di ordine economico e le disuguaglianze come prescrive la Costituzione.

Nel corso dei decenni il capitalismo urbano ha trasformato la struttura urbana italiana, che oggi necessita di un cambio di scala amministrativa leggendo le nuove strutture urbane estese, dentro i 611 Sistemi Locali del Lavoro [di fatto il numero dei Comuni passerebbe dai circa 8000 a 611]. Comuni centroidi e limitrofi si sono saldati suggerendo l’adozione di strumenti di pianificazione intercomunale, ma questo salto di scala sarebbe più efficace riorganizzando le competenze sul governo del territorio. Lo Stato deve riassumere un ruolo di coordinamento e controllo dei piani regolatori delle città estese, ad esempio attraverso un’agenzia nazionale come il Comitato Interministeriale per le Politiche Urbane (CIPU) e leggere piani e progetti attraverso il filtro culturale della bioeconomia, come insegna la scuola territorialista [il CIPU andrebbe rinominato in Politiche Urbane e Rurali, CIPUR]. Le migliori esperienze regionali (Toscana, Marche, Lombardia …) possono essere trasferite al CIPU ma è determinante togliere competenze a Regioni e Comuni, poiché la maggioranza dei Consigli comunali si è dimostrata incapace di svolgere l’interesse pubblico con un ruolo politico attivo secondo i principi costituzionali, e secondo gli indirizzi della disciplina urbanistica. Numerosi politici locali hanno mostrato e dimostrato come non si pianificano i territori poiché questo ceto politico, spesso, o non ha adottato piani regolatori generali (in Campania solo il 13% dei Comuni – 71 su 550 – hanno un PUC vigente, secondo un’indagine svolta dall’ANCE nel 2017, altri hanno strumenti obsoleti; e infine ben 184 Comuni non hanno alcuna elaborazione di piano), oppure ha compiuto scelte sbagliate e stupide. Nei casi di adozione dei piani, questi strumenti spesso sono influenzati da scelte privatistiche che contrastano o trascurano l’interesse generale. Infine, è determinante che gli Enti scalati alle nuove città estese, introducano strumenti e istituti di partecipazione popolare al fine di collegare i tecnici pianificatori ai bisogni degli abitanti.

I piani, com’è noto sono strumenti complessi, ed anziché continuare con consuetudini sbagliate che favoriscono l’azione degli interessi privati attraverso l’intercessione di amministrazioni locali corrotte e incapaci, sarebbe saggio trasformare il processo di pianificazione da gestione privatistica delle élites locali a processi partecipativi aperti e trasparenti liberando il disegno urbano dai ricatti degli immobiliaristi. I piani, dopo un congruo percorso di partecipazione e dal contributo fornito dai tecnici incaricati, dovrebbero essere adottati dagli abitanti e approvati dal CIPU, secondo regole chiare e trasparenti, e in tempi certi.

Ad esempio, sappiamo bene che in determinate aree urbane e rurali prevalgono i problemi di abusivismo, disordine urbano e rendite parassitarie, così come il continuo consumo di suolo agricolo. A queste patologie bisogna aggiungere quelle attuali: il fine ciclo vita degli edifici che significa aumento del rischio sismico, oltreché al tema di rifunzionalizzazione tecnologica dell’ambiente costruito (risparmio energetico e reti di auto consumo). Di fronte a questi problemi i Comuni appaiano completamente inadeguati. Gli Enti locali non sono stati capaci neanche di applicare le norme vigenti per rimuovere abusi e illegalità diffuse. Da un lato abbiamo le aree urbane estese che attraggono tutto: risorse umane e finanziarie, e dall’altro abbiamo le aree rurali abbandonate e fuori controllo in tutti sensi, poiché prive di strumenti urbanistici e di personale tecnico onesto e capace. Queste gravi malattie non trovano guarigione poiché gli interessi illegali trovano rappresentanza nelle istituzioni, di fatto si rende vana la possibilità di applicare l’urbanistica e le norme per favorire un corretto uso del suolo. Con la trasparenza e la partecipazione attiva e spostando le competenze allo Stato centrale che sostiene piani regolatori fatti bene si riducono i rischi di influenze localistiche negative, e quindi si potrà immaginare di presentare un corretto disegno urbano applicando correttamente la disciplina urbanistica, che nacque per risolvere problemi e per realizzare diritti per tutti, così come la corretta applicazione del diritto all’uso sociale dei suoli, e il diritto a edificare svincolato dalla proprietà del suolo stesso.

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