Breve storia del consumo di suolo a Salerno

Processi speculativi, forme urbane e città estesa

Per comprendere una “storia” del consumo di suolo [agricolo], è necessario conoscere lo sviluppo storico e le regole giuridiche dell’urbanistica con gli interessi politici ed economici dei ceti sociali più forti, inoltre bisogna riconoscere quali obiettivi legittimi e meno legittimi si celano dietro la crescita fisica delle città. Senza comprendere il capitalismo urbano non si riesce a capire perché cresce l’espansione urbana in Occidente, perché oggi crescono meno (sotto il profilo demografico) i grandi centri mentre i Comuni limitrofi a essi crescono (fisicamente e demograficamente) e si uniscono saldandosi per costituire nuove “città estese”, “reti di città”, “città di città”, e persino “città regione”. In tutto il mondo assistiamo al superamento della popolazione urbana rispetto a quella rurale, e in Asia si saldano fra loro megalopoli di milioni di abitanti. Queste città sono sistemi complessi che chiedono ingenti flussi di energia e materia, creando enormi impatti ambientali, economici e sociali.

La pianificazione urbanistica è l’attività finalizzata all’individuazione delle regole da seguire per l’utilizzazione del territorio allo scopo di consentire un uso corretto e rispondente all’interesse generale. Attraverso i piani regolatori generali, i Consigli comunali regolano lo jus aedificandi (diritto a edificare) cioè incidono sul diritto e sul valore della proprietà pubblica e privata dei suoli e degli immobili; individuano gli standard; determinano la qualità di vita degli abitanti; determinano l’impatto ambientale delle attività antropiche; determinano i servizi sociali e culturali; la sicurezza; l’uso dell’energia e la mobilità. Lo jus aedificandi è slegato dalla proprietà, ed appartiene allo Stato che ne regola l’uso attraverso una concessione: il permesso di costruire. Comprese le regole e i diritti, siamo in grado di individuare le responsabilità politiche circa il governo del territorio: i Consigli regionali che scrivono leggi urbanistiche e soprattutto i Consigli comunali che adottano i piani regolatori generali ma approvati dai Presidenti di Regione.

Dal punto di vista della politica, il consumo di suolo agricolo assurge a tema di discussione pubblica solo negli anni recenti, quando la consapevolezza dello spreco di risorse finite raggiunge un’importanza e una sensibilità popolare; nonostante le contraddizioni del capitalismo fossero note sin dalla sua nascita (Karl Marx), e nonostante la notissima pubblicazione de “Limiti alla crescita” del 1972 (tradotto in italiano in “I limiti dello sviluppo“). Nel 1971 Georgescu-Roegen pubblica la legge dell’entropia nei processi economici, ed evidenzia con calcoli matematici tutti gli errori della funzione di produzione capitalista perché non tiene conto dell’entropia. Georgescu-Roegen crea la bioeconomia, cioè una nuova funzione della produzione basata sui flussi con la possibilità di misurare gli sprechi e i danni ambientali delle attività produttive per eliminarli. Questo approccio consente di osservare le città come sistemi metabolici con flussi di energia e di materia in ingresso e in uscita, ed è questo l’approccio culturale per eliminare anche il consumo di suolo agricolo.

Nonostante l’opportunità di cambiare i paradigmi culturali della società, la classe dirigente dominante aderisce all’ideologia capitalista che vede le città attraverso il filtro esclusivo dell’economia, così tutto diventa merce da comprare e vendere. Le città sono considerate strumenti di accumulazione del profitto privato, e nel farlo si realizzano impatti ambientali a partire dalla prima rivoluzione industriale del ‘700 che impiega le “nuove” tecnologie sfruttando le fonti fossili. Nell‘800 con l’acuirsi dei problemi sanitari e col crescere dell’urbanesimo, nasce la scienza dell’urbanistica (Cerdà, Teoria generale dell’urbanizzazione, 1867) come tecnica per risolvere problemi concreti. I primi suggerimenti nascono dalle utopie socialiste come la città giardino (1898) di Howard, oppure l’approccio pragmatico di Cerdà (piano di Barcellona, 1859) che immagina un’uguaglianza spaziale. La disciplina urbanistica è giovane, e la sua tecnica offre numerosi spunti di riflessione per risolvere i problemi d’igiene urbana innescati dall’industrialismo, basti pensare alla creazione delle reti infrastrutturali dei servizi (reti fognarie, idriche, elettriche, strade). La pianificazione ha evidenti implicazioni economiche e sociali poiché regola l’uso del suolo della proprietà privata e pubblica. Nei processi politici di trasformazione urbana si evidenziano i conflitti determinati dalla rendita, e la soluzione migliore è che sia lo Stato a incassare la rendita fondiaria; si riconosce il fatto che il disegno urbano determina l’economia delle città e degli abitanti. Le implicazioni economiche sono attenzionate dalle classi dirigenti che, spesso, decidono di usare la tecnica urbanistica per esaudire gli interessi della borghesia dominante, piuttosto che favorire l’interesse generale utile allo sviluppo umano creando servizi per tutti i cittadini, eliminando le disuguaglianze e tutelando l’ambiente. Nella gestione della città emergono due approcci opposti: il primo liberale che favorisce il cosiddetto libero mercato e l’altro socialista basato sul ruolo attivo dello Stato e sulla pianificazione.

Il caso paradigmatico di trasformazione urbana che crea enormi vantaggi economici agli investitori, e anche grandi debiti, è quello della Parigi (1852-1870) di Haussmann, e questo approccio di trasformazione farà scuola in tutto l’Occidente, sia sotto il profilo tecnico (diradamenti, allineamenti, rettifili) e sia sotto il profilo finanziario attraverso società ad hoc e investimenti bancari, ma soprattutto attraverso lo sfruttamento della rendita fondiaria e immobiliare. Gli effetti economici della pianificazione urbanistica appaiono chiari ed evidenti, e così dal 1865 il modello Haussmann suggerisce a Monsignor de Mérode di guidare un suo progetto di rinnovamento per Roma, si tratta di un’attività speculativa da lui perseguita acquistando terreni e costruendo edifici e palazzi in vista della conquista di Roma da parte del Regno d’Italia, del nuovo ruolo della capitale d’Italia, che Roma avrebbe assunto e del prevedibile arrivo massiccio di popolazione. Ecco spiegati in pochi passaggi gli interessi privati che hanno come effetto anche il consumo di suolo.

In Europa, nel Novecento, si diffonde l’approccio liberale [keynesiano] ma avrà implicazioni più o meno socialiste, cioè nella maggior parte delle città europee si conserva il ruolo pubblico dello Stato come regolatore degli interessi generali, da un lato le classi dirigenti locali riservano per sé stesse i suoli più appetibili, e dall’altro lato lo Stato promette di costruire abitazioni popolari [Piano Fanfani, 1949 e piano INA-Casa] per tutelare i ceti economicamente più deboli; questo approccio resterà il principale punto di riferimento fino agli anni ’80 del Novecento.

La letteratura classifica tre generazioni di piani in base ai periodi storici: piani di ricostruzione post bellica (anni ’40-‘50), piani dell’espansione (e riformisti) degli anni ’60 e ‘70, e i piani della trasformazione urbana (anni ‘80). Fra i temi di discussione ci sono tutti i problemi principali delle città: il corretto dimensionamento, il recupero, i servizi e l’ambiente. Nel 1933, Il Congresso Internazionale dell’Architettura Moderna produsse la cosiddetta Carta di Atene che individua anche gli standard minimi per un corretto vivere nelle abitazioni e in città. La cultura architettonica e urbanistica internazionale riconosce i problemi delle città e suggerisce soluzioni pratiche per risolverli, ad esempio corretti rapporti fra spazio pubblico e privato, servizi, distanze fra gli edifici, etc. Il Movimento Moderno ha il merito di individuare i problemi e creare soluzioni per le città ma sancisce anche la separazione fra uomo e natura, poiché le sue applicazioni concrete realizzano una “città macchina”, spesso spazi e non più luoghi di senso.

In queste concezioni il consumo di suolo agricolo avrà diverse implicazioni, poiché il corretto dimensionamento dei piani urbanistici è prerogativa determinante per ridurre gli impatti ambientali delle attività antropiche. Gli eccessi dimensionali in direzioni opposte creano inquietudine urbana, ad esempio città troppo dilatate consumo suolo mentre città troppo compatte congestionano e affollano gli spazi urbani.

Alla fine degli anni ’70 e all’inizio degli anni ’80 del Novecento, l’Occidente intero sceglie l’approccio neoliberista che riduce il ruolo pubblico dello Stato deregolamentando anche la pianificazione urbanistica per favorire la concentrazione capitalista nelle mani degli investitori privati, che orientano le scelte politiche locali secondo scopi precisi. Di fatto, la pianificazione e il disegno urbano perdono di significato.

La crisi ambientale favorita dal capitalismo neoliberista raggiunge livelli insostenibili circa trent’anni fa, mentre continuano scelte contraddittorie fra trasformazioni urbanistiche che aumentano gli spazi di relazione, e trasformazioni urbanistiche condizionate da processi speculativi che distruggono valori e risorse. Le istituzioni politiche assistono in maniera passiva all’esplosione delle città trasformatesi in reti e sistemi di flussi, e costringono gli abitanti e le generazioni presenti e future economicamente più deboli a vivere in spazi urbani degradati e abbandonati. In Italia, i danni per l’assenza della corretta disciplina urbanistica sono realizzati in quasi tutte le città, e ciò accade soprattutto nei centri minori dove c’è carenza di cultura nel ceto politico dominante.

Salerno la forma urbana
Elaborazione personale su Carta Tecnica Regionale.

Nel caso salernitano, la storia urbana insegna che la città attuale, escludendo il centro storico, è costruita fra gli anni ’20 e ’80 col susseguirsi di piani e disegni approvati ma non rispettati, modificati, edulcorati, poiché l’Amministrazione, di volta in volta, asseconda gli interessi particolari della borghesia locale che ha saputo imporre la propria volontà orientando gli scenari progettuali, tutto ciò per indirizzare la rendita fondiaria e immobiliare verso il profitto privato. Nei primi decenni del Novecento sino agli anni ’80, la crescita fisica della città, e quindi il consumo di suolo agricolo è ampiamente giustificato dalla crescita demografica. La popolazione residente salernitana nel 1871 era di appena 27.000 abitanti, nel 1932 arriva a 70.000 abitanti. A questa crescita bisognava rispondere con la costruzione della città e si pose il problema del finanziamento degli interventi.

Salerno, cartografia IGM
Cartografia IGM.

Nel 1910 a Salerno, Enrico Moscati propose la soluzione del problema attraverso l’esproprio generalizzato dei suoli e l’uso del diritto di superficie. In questo modo l’Amministrazione avrebbe potuto usare i suoli e la rendita fondiaria per progettare una città a misura d’uomo, così come immaginarono Donzelli-Cavaccini prima (Piano di ampliamento, 1915) e Camillo Guerra dopo (Piano di ampliamento, 1934). La proposta di Moscati fu ignorata.

Dall’Unità d’Italia al ventennio fascista, e fra le due guerre, l’Amministrazione approva piani regolatori di ampliamento: nel 1915 (Regno d’Italia, Cav. Avv. Francesco Quagliariello) gli ingg. Donzelli-Cavaccini consegnano il piano regolatore del nuovo rione orientale che non sarà rispettato, poi nel 1934 (Comm. Avv. Mario Jannelli, Podestà) l’ing. Camillo Guerra si vede approvato il piano regolatore di ampliamento della città e spostamento della ferrovia, anche questo non sarà realizzato; nel 1936 (Avv. Manlio Serio, Podestà) gli archh. Alberto e Giorgio Calza-Bini si vedono adottato il piano regolatore e di risanamento, e nel 1945 l’arch. Alfredo Scalpelli, vedrà adottato il piano di ricostruzione. Dal secondo dopo guerra si realizzano i piani che consumo maggiormente suolo agricolo.

Nel 1954 (Conte Dott. Lorenzo Salazar, Commissario prefettizio), l’Ufficio Tecnico dell’Amministrazione elabora un vasto programma di fabbricazione che sarà utilizzato per il futuro piano regolatore generale. Infine, il Piano Marconi del 1958 (Sindaco Menna) è lo strumento urbanistico che prevede il maggior consumo agricolo nella storia urbana della città, e raddoppia gli abitanti fino a raggiungere circa 160.000 abitanti. Negli anni ’80 Salerno raggiunge un picco massimo di circa 183.000 abitanti. Nel 2019, il Comune di Salerno ha 133.364 residenti (dati ISTAT).

Lo storia salernitana insegna che i piani, ispirati a un determinato orientamento culturale raffigurano un disegno urbano (una previsione), ma le Amministrazioni politiche possono cambiarne gli indici, alzandoli fino a edulcorare il senso del disegno urbano a favore della massima utilizzazione territoriale. In letteratura, per descrivere una crescita urbana non pianificata correttamente si usano espressioni come interventi individuali e settoriali [processi di urbanizzazione], interventi sconnessi fra loro e non omogenei [al tessuto urbano costituito solitamente da una maglia stradale regolare, organica]. Escludendo l’originale forma del centro storico, la forma urbana della prima espansione moderna è costituita da una fabbricazione chiusa con palazzine allineate alla strada (Corso G. Garibaldi, via Nizza, via dei due Principati, via Dalmazia, via Carmine, via P. De Granita) assumendo una morfologia reticolare, e già in questo sviluppo osserviamo una utilizzazione massima, cioè alti indici urbanistici con carenza dello spazio pubblico e una rete stradale inadeguata ai carichi urbanistici costruiti ed ai flussi esistenti. Il dimensionamento dei piani è, spesso, orientato alla mercificazione dei suoli sia grazie alla deregolamentazione della rendita immobiliare e sia per incassare gli oneri di urbanizzazione, ma nei decenni del Novecento anche se l’attuazione dei piani [salernitani] era fatta male vi era la giustificazione della crescita demografica. Alla fine del millennio la crescita si esaurisce poiché a causa dell’approccio neoliberista chiudono le imprese ed aumenta la povertà, e si sviluppa il fenomeno della gentrificazione che contrae [perdita di residenti] il Comune capoluogo, dimostrando l’errato dimensionamento dei piani più recenti (PUC 2005, variante 2013 e revisione decennale). Questa condotta politica di pianificare espansioni fisiche su errati dimensionamenti dei piani contrasta con i principi della Costituzione e i principi della legge urbanistica nazionale, ed ha effetti diretti sul consumo di suolo agricolo.

La scelta politica di rinunciare alla corretta pianificazione urbanistica e quindi la scelta di deregolamentare la rendita ha in sé un meccanismo politico molto noto, il seme della corruzione morale e materiale poiché il facile accumulo di capitali nelle mani di costruttori e immobiliaristi può favorire sistemi corruttivi. Quanto vale il danno economico della rendita fondiaria? E’ difficile misurare con precisione l’appropriazione della rendita fondiaria ma è stato possibile fare una stima al ribasso, della sola edilizia abitativa (escludendo l’edilizia commerciale, turistica …), aggregando dati ISTAT e Banca d’Italia, e usando le superfici realizzate con la ricostruzione dei prezzi reali delle case e dei terreni. Per l’Italia, è stato stimato che dal 1961 al 2011, se lo Stato avesse applicato la riforma del regime dei suoli proposta da Fiorentino Sullo, avrebbe incassato un’enormità di circa 800/1000 miliardi di euro (Blecic, Lo scandalo urbanistico 50 anni dopo, Franco Angeli, pag. 19).

Nella letteratura urbanistica il consumo di suolo si misura con la variazione fra crescita dell’area urbanizzata e riduzione dell’area di suolo agricolo, e dal punto di vista meramente quantitativo, attraverso Google è possibile misurare la crescita fisica programmata dai piani approvati. La forma urbana è condizionata dalla complessa orografia del territorio: le colline, il fiume Irno e gli altri corsi d’acqua, e il mare, sono elementi che determinano l’originalità della struttura salernitana, oltreché ovviamente dai piani. Il centro storico salernitano costruito abbarbicato sul colle Bonadies assume una forma organica intricata e compatta a grana grossa che ricorda gli insediamenti islamici, si sviluppa fino alla marina e misura 40,5 ettari; la prima espansione moderna misura 98,6 ettari (piano Donzelli-Cavaccini, 1915) cioè quella che si riferisce al Corso G. Garibaldi, via Dalmazia, via Nizza, via dei due Principati, e costituisce una forma compatta con tessuto reticolare. Il piano Calza-Bini (1936) programma una crescita di 177, 8 ettari circa; e il famigerato piano Marconi pianifica un’espansione di 396,9 ettari (dalla misura sono escluse le aree produttive e industriali). Calza-Bini (1936), Scalpelli (1945) e Marconi (1958), sono i piani che costruiscono la città che viviamo oggi, compresi i processi speculativi sulle colline, così come la zona orientale di seconda espansione – Torrione, Pastena, Mercatello – dove troviamo le forme aperte prive di una maglia urbana regolare, ciò compromette l’aggregato edilizio per il fenomeno della disomogeneità. Le recenti espansioni, realizzate dagli anni 90 ad oggi hanno consumato circa 115,51 ettari (solo quelle costruite poiché mancano quelle pianificate), e tutte queste lottizzazioni sono nelle aree periferiche, periurbane, rururbane e contigue alle aree produttive e industriali (Matierno, San Leonardo, Fuorni, Stadio Arechi, Sant’Eustacchio, colline di Brignano, Masso della Signora, e Giovi). Sono tutte espansioni non integrate nel tessuto urbano esistente.

Salerno dispersione urbana
Salerno, interventi di edilizia (anni ’60 – ’10) pubblica e privata localizzati in periferia e sulle colline, spesso non integrati nell’agglomerato urbano esistente (dispersione urbana).

La misura precisa di come fu costruita la città venne accertata nel 1974 da progettisti incaricati dal Comune, e divenne nota a tutti quando consegnarono lo “Studio preliminare” che misurò la carenza di servizi minimi nella “Relazione dell’elaborato intermedio” del 1979. Lo studio misurò lo standard esistente di Salerno in 1,37 mq/ab (la vecchia legge regionale del 1977 prescriveva 30 mq/ab), e una densità di 987 ab/ha in zone del centro (piano Calza-Bini, 1936) quando la manualistica prescrive 300 ab/ha; pertanto i progettisti salernitani suggerirono il riequilibrio dei servizi sia per l’area occidentale (centro) che per quella orientale (periferia). Lo studio suggeriva di riflettere se fosse corretto espandere o meno la città, ma prima di tutto decongestionare la città stessa ed «abbassare gli indici di fabbricabilità delle zone non ancora edificate» per avere un rapporto migliore fra abitanti insediati e attrezzature di servizio.

Salerno città della rendita 02
Salerno, zona Carmine.
Salerno città della rendita 01
Salerno, Pastena e Mercatello; il fenomeno della disomogeneità dell’aggregato edilizio.

Dal punto di vista della cultura urbanistica, i piani che hanno costruito fisicamente la città (Calza-Bini e Marconi) sono lo specchio dell’isolamento culturale del regime fascista che scartò idee e disegni tipici delle utopie socialiste, dalla garden city (Donzelli-Cavaccini) alla città a misura d’uomo progettata secondo la composizione dell’unità di vicinato (Neighborhood Unit). Salerno vive due contraddizioni: una città compatta [elevato indice di accentramento della popolazione residente (0,98) e un’elevata densità di abitazioni totali] che favorisce relazioni di prossimità ma estremamente affollata, congestionata e senza servizi, ed un’alta dispersione urbana sulle colline, altrettanto prive di servizi; si tratta del peggior consumo di suolo poiché è stato distrutto un patrimonio naturale che crea inquietudine urbana e inquinamento. Alti valori degli indici di accentramento e densità di abitazioni indicano affollamento e un probabile degrado, considerando anche il fatto che il 61% degli occupati vive e lavora nell’area urbana appesantita e addensata dagli spostamenti giornalieri del pendolarismo in ingresso.

Salerno Copenaghen
Confronto fra un insediamento intenzionale e un aggregato edilizio spontaneo e disomogeneo.

Sotto il profilo del consumo di suolo bisogna riconoscere che i piani Calza-Bini e Marconi hanno costruito una città eccessivamente compatta, congestionata, e che pertanto la corretta composizione urbanistica suggerisce di ridistribuire i carichi, di fatto consumando altro suolo. Nel caso salernitano, il problema del consumo si può risolvere solo osservando attentamente la nuova struttura urbana estesa attraverso un censimento delle aree già urbanizzate ma abbandonate; perché sono queste le superfici che possono essere interessante da trasferimenti di volumi volti ad abbassare i carichi nelle zone consolidate, e disegnare nuove urbanità.

Dal punto di vista economico e sociologico, i cittadini pagano il danno degli interessi privati particolari contro l’interesse generale e quindi l’assenza di un corretto disegno urbano capace di organizzare lo spazio pubblico per favorire standard minimi come il verde di quartiere, parcheggi, e servizi culturali necessari per lo sviluppo umano. Osservando la storia cittadina, i problemi urbani ed edilizi di Salerno appaiono come una costante discussione politica ma inconcludente perché la classe dirigente non ha il coraggio di adottare soluzioni radicali ma corrette, come ad esempio la rigenerazione urbana bioeconomica. A partire dagli anni ’20 si parla di diradamento edilizio e recupero nel centro storico, fino al 1974 quando a Salerno si svolge il “Convegno Nazionale sulla politica dell’intervento pubblico nei centri storici del Mezzogiorno” dedicando ampio spazio all’opportunità dei programmi di recupero urbano, e denunciando «la crescita disordinata e sregolata del tessuto urbano», così la denuncia della «distruzione di una zona urbana di notevole importanza» e l’abbandono dei giardini nel centro storico, così denunciò Roberto Napoli, Presidente dell’Associazione Risanamento Centro Storico, che sperava e auspicava una partecipazione popolare.

A seguito del DM 1444/68, il 30 luglio 1971 il Comune di Salerno stabilì di individuare degli incarichi per i piani particolareggiati di esecuzione, poi con la delibera n. 203 del 29/09/1972 (Sindaco Russo) l’affidamento ai progettisti salernitani i quali produssero studi, indagini e individuarono la strategia per il recupero degli standard e l’individuazione delle zone omogenee. Nel 1978 (Sindaco Ravera) con delibera n.139 e n.140, lette le analisi consegnate, si decise di adeguare il vecchio PRG Marconi (Sindaco Menna) ritenuto dannoso ed obsoleto; poi si arriva al 1980 (Sindaco D’Aniello) per deliberare la nascita dell’ufficio di Piano, ed in fine nel 1983 (Sindaco Clarizia) ove il Comune cambiò rotta. In questi passaggi emerge tutta l’incapacità e la cattiva fede dei politici che volutamente non decidevano e prendevano tempo per consentire alle lobbies delle costruzioni, i proprietari di terreni di edificare nel peggiore dei modi e produrre altre rendite, mentre i tecnici nei loro rapporti segnalarono il fatto che l’inerzia politica consentiva l’edificazione prevista da un piano regolatore inadeguato e dannoso, e che il procrastinare nel tempo della corretta decisione aumentava il danno ambientale e sociale della città; mentre i tecnici progettavano soluzioni è accaduto che i politici consapevoli di ciò consentivano al capitalismo liberale di distruggere il bene comune recando danno alle future generazioni, cioè la nostra.

La legge urbanistica nazionale risale al 1942 mentre il DM 1444/68 collegato ad essa descrive chiaramente gli indirizzi della pianificazione. Una delle grandi virtù della legislazione urbanistica italiana, tutt’ora in vigore è, prima di tutto, il principio dell’uso sociale dei suoli (l’interesse generale) e poi i famosi limiti inderogabili di densità edilizia, di altezze e di distanza per le zone A e B, che evitano le famigerate speculazioni edilizie. Ad esempio, per le zone consolidate uno degli obiettivi chiaramente enunciati nel DM 1444/68 è il decongestionamento, ma a Salerno sono stati approvati piani attuativi che fanno l’opposto, aumentano i carichi urbanistici favorendo nuovi congestionamenti nelle zone consolidate, già prive di standard minimi. Ancora oggi servirebbe un diradamento edilizio nelle zone consolidate costruite dai processi speculativi al fine di recuperare standard minimi mancanti, ma l’Amministrazione trascura la corretta disciplina urbanistica, così come fra gli anni ’30 e gli anni ’80 si scelse di realizzare piani edilizi speculativi che favorirono gli interessi dei costruttori a danno della collettività. Dal 1981 al 2011 Salerno perde il 18,4% dei residenti, ma continua l’espansione fisica della città. Il fenomeno della contrazione è innescato dal capitalismo perché la globalizzazione neoliberista favorisce le agglomerazioni industriali nei paesi emergenti e nell’Asia. La classe dirigente locale assiste al fenomeno senza pensare un nuovo piano, e così il Comune centroide decresce mentre quelli limitrofi crescono fino a saldarsi fra loro e con Salerno: nasce la città estesa salernitana nell’inerzia e nell’indifferenza totale del ceto politico. I salernitani della nuova struttura urbana vivono e consumano un territorio di area vasta, ma non esiste né l’Amministrazione che lo amministra efficacemente e né un corretto piano circa il governo del territorio, ad esempio un piano intercomunale bioeconomico.

L’ambito identitario salernitano ha la seguente forma insediativa: l’area di gravitazione urbana costituita dal capoluogo, con l’unità di paesaggio “area urbana di Salerno” e il periurbano collinare con l’unità di paesaggio denominata “Pendici occidentali dei Picentini”. Si osservano le conurbazioni: una a Nord, da Salerno verso Mercato San Severino che scorre nell’unità di paesaggio “Valle dell’Irno” con diverse e complicate ramificazioni periurbane e rururbane collinari che rappresentano alta dispersione urbana. Due conurbazioni lineari a Sud: la principale uscendo da Salerno verso i centri urbani di Pontecagnano e Battipaglia, nell’unità di paesaggio “Piana del Sele”, e l’altra minore lungo la linea di costa di piccola formazione verso Agropoli. Altre conurbazioni lineari a Nord-Est sono in corso di sviluppo, una da Pontecagnano verso Giffoni Valle Piana nell’unità di paesaggio “fluviale del Picentino”, e l’altra fra Bellizzi e Montecorvino Rovella che sale verso le pendici Sud-orientali dei Picentini. Due sistemi rururbani inseriti nell’unità di paesaggio dei “Picentini”: uno fra Salerno e San Mango Piemonte, e l’altro fra Pontecagnano e Montecorvino Pugliano.

Salerno area urbana estesa
Salerno e le sue conurbazioni.

La città salernitana estesa ha assunto una forma insediativa reticolare e rizomica dei filamenti di natura endogena, dando vita a rigonfiamenti, e ispessimenti lineari e collinari pluridirezionali favorendo un’urbanizzazione dilatata che produce dispersione (sprawl urbano) e consumo di suolo agricolo.

Salerno città estesa

Da alcuni anni l’ISTAT riconosce e osserva i Sistemi Locali del Lavoro (SLL), cioè aree funzionali caratterizzate dal pendolarismo quotidiano degli abitanti casa/lavoro. Il SLL salernitano è costituito da 17 Comuni, e nel 2015 all’interno del rapporto La nuova geografia dei Sistemi Locali, l’ISTAT descrive anche il consumo di suolo interno a queste aree funzionali affermando che «le forme e la consistenza dello sviluppo urbano, spesso non sufficientemente governato, si traducono in ampie parti del territorio in consistente consumo di suolo», e il SLL salernitano è classificato con un’incidenza di massima pressione, cioè il valore più alto. All’interno del SLL salernitano vi è la struttura urbana estesa costituita da 11 Comuni con una popolazione complessiva di 302.388 abitanti su un’estensione territoriale di 272,4 Km2.

ISPRA geoviewer consumo di suolo Salerno
Consumo di suolo nella città estesa salernitana, fonte ISPRA.

Secondo ISTAT e ISPRA, in Italia il principale aumento del consumo di suolo è avvenuto nei comuni a bassa densità abitativa e nelle aree (già agricole) fra i comuni principali e quelli limitrofi, ciò significa che al consumo di suolo agricolo del comune salernitano si aggiunge il consumo di suolo agricolo dei centri minori, quella che da circa venticinque anni è la saldatura fisica dei comuni fra loro stessi. Secondo il Rapporto ISPRA 2017, Salerno e Foggia sono le città dove sono avvenuti i maggiori processi di trasformazione del territorio dovuti ad aree industriali e commerciali. Nel 2018, il Comune di Salerno ha consumato 2.057 ha, ed è il terzo più alto in Regione dopo Napoli e Giugliano. La risposta concreta allo “stop del consumo di suolo” è il cambio di scala amministrativa per adottare un unico piano urbanistico intercomunale rispetto alla nuova struttura costituita dagli 11 comuni saldati fra loro, e quindi compiere il censimento di tutte le aree abbandonate e sottoutilizzare (evitando nuove espansioni) per adottare un disegno urbano con caratteristiche bioeconomiche, cioè rigenerare il patrimonio edilizio esistente e dimensionare i servizi dei circa 300 mila salernitani (11 comuni).

Coesistono diversi fenomeni trascurati dal ceto politico: la marginalità economica (aumento della povertà) e l’emigrazione dei laureati, così come l’autoferenzialità della classe dirigente locale che mette in atto la disuguaglianza di riconoscimento, la stessa che favorisce l’espulsione sociale dei meritevoli e dei capaci verso sistemi locali più produttivi. Dal punto di vista dei servizi collettivi: nell’area urbana c’è una palese carenza di servizi educativi e culturali, ed il patrimonio edilizio scolastico è del tutto inadeguato, oltreché vecchio e quindi a rischio sismico. Il fenomeno urbano più evidente è il pendolarismo quotidiano dentro la città estesa ove coesistono i flussi di persone, energia e materia, e questo è del tutto trascurato dalle istituzioni comunali poiché ognuna pensa a sé stessa, convinta di occuparsi correttamente del proprio territorio. Possiamo immaginare a un mostro con più teste (i Consigli comunali) ed ognuna di queste controlla un solo arto ma braccia e gambe sono parte di un unico corpo (la città estesa), ed è intuibile che tutto ciò crea problemi. Tutte queste criticità: l’età del patrimonio edilizio esistente, la carenza di spazio urbano, il paesaggio e i servizi collettivi, il verde e la mobilità (infrastrutture) sono temi per la rigenerazione urbana e territoriale da affrontare in un unico piano intercomunale. Il quadro di conoscenza del territorio e le patologie innescate dall’ideologia liberista rappresentano i temi di partenza per rigenerare il territorio e quindi arrestare il consumo di suolo agricolo: la risorsa non rinnovabile che consente di alimentarci e di vivere.

Nel 2006 la Commissione europea adotta una “Strategia generale per la protezione del suolo” caratterizzata dai princìpi guida della prevenzione, conservazione, recupero e ripristino della funzionalità del suolo, ma nel 2014 viene ritirata. Il legislatore italiano propone disegno di legge 86/2018 “Disposizioni per la riduzione del consumo di suolo nonché delega al Governo in materia di rigenerazione delle aree urbane degradate” in corso d’esame presso la Commissione, e il disegno di legge 164/2018 “Disposizioni per l’arresto del consumo di suolo, di riuso del suolo edificato e per la tutela del paesaggio”. Ad oggi, l’unico modo per fermare processi auto distruttivi del territorio è quello di cambiare i paradigmi culturali della società approdando su un nuovo piano culturale, per pianificare con l’approccio territorialista bioregioni urbane e piani regolatori che non prevedono nuove espansioni.

Salerno prima e dopo

creative-commons

Consumo di suolo

ISPRA grado di urbanizzazione 2019
ISPRA, grado di urbanizzazione, 2019.

La questione del consumo di suolo è divenuta sempre più presente poiché sono molto evidenti i danni ambientali e le crisi sociali create dalle istituzioni politiche che adottano un paradigma culturale obsoleto e dannoso: il capitalismo.

Cos’è il consumo di suolo? Nella letteratura urbanistica il consumo di suolo si misura con la variazione fra crescita dell’area urbanizzata e riduzione dell’area di suolo agricolo. E’ consuetudine che l’espansione urbana avvenga suoi suoli agricoli e ciò si determinata con cambi di destinazione d’uso delle aree, indicati nel piano regolatore generale. Il consumo di suolo agricolo si concretizza con la costruzione di opere edilizie (private e pubbliche) e di opere di urbanizzazione primaria. Le leggi della fisica ci insegnano che per l’esistenza dell’entropia, cioè per ragioni chimiche e fisiche, non esiste un processo inverso per ricostituire il suolo agricolo com’era prima (trasformazioni irreversibili). Cos’è il suolo? «E’ una pellicola che avvolge tutto il pianeta che ha uno spessore che varia da 70 a 200 centimetri, ed è un organo vitale perché regola tutte le relazioni fra interno, superficie e esterno ma soprattutto perché è un laboratorio di energia e materia prima che dà vita a tutto quel che c’è sopra. La pellicola di suolo di cui abbiamo esperienza è un prodotto molto antico, frutto di un susseguirsi di processi meccanici, chimici, fisici, geologici, tettonici e biologici lenti e inesorabili»[1]. Il suolo, una volta urbanizzato non può tornare come prima poiché impiega circa 500 anni prima di rigenerarsi[2]. A causa dei lunghi processi che costituiscono il suolo, esso è considerato una risorsa non rinnovabile, ed è per questo motivo che i processi di urbanizzazione e di espansione urbana sono considerati irreversibili.

Secondo l’Ispra, il consumo di suolo è definito come la variazione da una copertura non artificiale (suolo non consumato) a una copertura artificiale del suolo (suolo consumato). Il consumo di suolo netto è valutato attraverso il bilancio tra il consumo di suolo e l’aumento di superfici agricole, naturali e seminaturali dovuto a interventi di recupero, demolizione, de-impermeabilizzazione, rinaturalizzazione o altro (Commissione Europea, 2012). Secondo l’Agenzia Europea per l’Ambiente le superfici a copertura artificiale (EEA, 2019) sono:  “tutte le superfici dove il paesaggio è stato modificato o è influenzato da attività di costruzione sostituendo le superfici naturali con strutture artificiali abiotiche 2D/3D o con materiali artificiali. Le parti artificiali di aree urbane e suburbane, dove l’umanità si è stabilita con infrastrutture insediative permanenti; inclusi anche gli insediamenti in aree rurali. Le aree verdi in ambiente urbano non devono essere considerate come superfici artificiali”.

Come si misura il consumo di suolo? Secondo l’Istat si definisce consumo di suolo il territorio antropizzato in maniera irreversibile che ha perso le sue originarie caratteristiche naturali, quindi non solo le superfici “sigillate” o “impermeabilizzate”. L’Istat misura sia il suolo antropizzato lordo (SAL), ottenuto dalla somma della superficie dei centri abitati, dei nuclei abitati, delle località produttive (aree urbane), e della componente antropizzata presente nelle aree extra-urbane;  e sia il suolo antropizzato netto (SAN), ottenuto sottraendo alla SAL dei centri abitati le aree verdi e/o naturali presenti, di dimensioni significative (parchi urbani, vegetazione spontanea, aree agricole urbane, acque e zone umide); nelle aree extra-urbane sono state escluse le strade sterrate (stimate in base all’ampiezza della carreggiata). Infine vengono considerate antropizzate anche quelle porzioni di territorio intercluso tra “oggetti” tipicamente artificiali, come ad esempio le aree di pertinenza delle abitazioni e/o degli edifici.

Prendendo a riferimento la superficie antropizzata netta (quantità che si ritiene più congrua per approssimare il consumo di suolo in Italia) nel 2017 si stima che lo stock di territorio, a vario titolo reso antropizzato, ammonti a quasi 28mila km2, pari al 9,3% della superficie nazionale. In termini di superficie antropizzata lorda, quantità che deriva dalla considerazione dei vincoli più ampi determinati dall’operato dell’uomo sul territorio, si superano di poco i 33,5mila km2 pari a un’incidenza dell’11,1%. L’incidenza totale della SAN (9,3%) si può scomporre in due componenti: 6,2% è il peso delle aree urbanizzate mentre il 3,1% afferisce al territorio al di fuori del loro perimetro (aree extra-urbane delle località abitate) e contribuisce a generare il cosiddetto fenomeno della città diffusa (“urban sprawl”).

Perché aumenta il consumo di suolo? Com’è possibile intuire il consumo è condizionato principalmente da un fattore culturale dominante: il capitalismo e specificatamente dalla rendita fondiaria e immobiliare, e poi da un bisogno primario: abitare (demografia). Nell’attuale fase storica delle urbanizzazioni mondiali, il consumo di suolo agricolo è in forte crescita in Asia e in Africa, mentre non accenna a fermarsi in Occidente nonostante il fenomeno della contrazione demografica delle città, già industriali, trasformatesi in aree urbane estese poiché si sono saldati i comuni centroidi con i centri minori. In Asia e in Africa cresce l’urbanizzazione (nuove città e crescita fisica di quelle esistenti) e quindi si consuma suolo agricolo; in Occidente si ha la contrazione demografica delle città principali (quindi non dovrebbe crescere il consumo di suolo ma…) ma cresce il consumo di suolo agricolo sia perché crescono i comuni limitrofi ai grandi centri, e sia perché i grandi centri pianificano ugualmente nuove lottizzazioni su suoli agricoli.

Come fermare il consumo di suolo? In Occidente, è possibile limitare o arrestare il consumo di suolo agricolo adottando piani urbani che non prevedono nuove espansioni ma riutilizzano le aree già urbanizzate e abbandonate. In Italia, sarebbe saggio realizzare un cambio di scala amministrativa leggendo le nuove strutture urbane dentro i Sistemi Locali del Lavoro, e stimolare piani urbanistici intercomunali bioeconomici, anche perché i principali aumenti del consumo di suolo si sono avuti nei comuni medi e piccoli, limitrofi ai grandi centri. Promuovendo l’Unione dei comuni fra centroidi e conurbazioni con un approccio bioeconomico, sarà possibile dimensionare correttamente gli standard entro le nuove strutture urbane che utilizzano aree già urbanizzate, di fatto eliminando il consumo di suolo agricolo. E’ necessario, inoltre, correggere le storture create dalla deregolamentazione della rendita urbana, proprio per limitare il consumo di suolo oggi favorito da piani speculativi, e quindi attraverso una riforma del regime giuridico dei suoli (Sullo docet). Il legislatore deve ripristinare il ruolo pubblico dello Stato coordinando correttamente il disegno urbano, e stimolando forme partecipative popolari al processo decisionale della politica.

consumo suolo livello regionale ISPRA 2019
ISPRA 2019

Dal punto di vista dell’urbanistica è importante valutare il grado di urbanizzazione, rappresentato dalla densità della copertura artificiale (Grado di urbanizzazione e tipologia di tessuto urbano). I dati ISPRA mostrano che la Lombardia ha la maggior estensione di aree urbane (ad alta densità di superfici artificiali) per oltre 176.000 ettari, pari a quasi il 20% del totale delle aree urbane nazionali, seguita dal Veneto (poco meno di 100.000 ettari e oltre l’11% delle aree urbane italiane) e dall’Emilia-Romagna (quasi 81.000 ettari). I valori di superfici urbane più bassi sono invece in Valle d’Aosta (meno di 1.500 ettari) e Molise (poco più di 2.000 ettari).

Sempre secondo l’ISPRA, «in tutte le regioni italiane si registra, negli ultimi anni, seppur in misura diversa, una lenta trasformazione da aree rurali ad aree suburbane e urbane. Il territorio del Veneto (quasi 2.000 ettari) e della Lombardia (oltre 1.300 ettari) ha ospitato il 40% degli oltre 8.000 ettari di nuove aree urbane tra il 2016 e il 2018. Gli incrementi maggiori di aree urbane, tutti ben al di sopra del valore nazionale (+0.93%), hanno interessato il Veneto (+1,99% pari a 1.921 ettari), Trentino-Alto Adige (+1,61%), Basilicata (+1.48%), Molise (+1,42%) e Friuli-Venezia Giulia (+1,42%). Le caratteristiche morfologiche delle aree urbane possono essere valutate anche considerando la densità delle aree urbane. In particolare, l’Indice di dispersione, ovvero il rapporto tra la superficie urbanizzata discontinua (aree a media/bassa densità) e la superficie urbanizzata totale (aree ad alta e media/bassa densità), per la maggior parte delle regioni assume valori al di sopra del valore medio nazionale di 84,96%, indicando una complessiva prevalenza della dispersione».

indice di dispersione ISPRA 2019
ISPRA 2019
indice di dispersione aree urbane PRIN postmetropoli
PRIN Postmetropoli, indice di dispersione delle aree urbane
consumo suolo livello comunale ISPRA 2019
Consumo di suolo livello comunale, ISPRA 2019.

Un altro dato ISPRA molto interessante mostra che «a livello nazionale, circa il 58% di cambiamenti sono avvenuti in aree a media o bassa densità di suolo consumato, a cui si aggiunge un ulteriore 10% in aree molto dense. In particolare, le Regioni che presentano la percentuale maggiore nelle aree artificiali non dense sono Liguria e Lombardia con il 71%, mentre nelle aree dense i valori più elevati si riscontrano in Liguria ed Emilia-Romagna (rispettivamente con il 18% e il 16% dei cambiamenti). Il 32% dei cambiamenti, invece, è avvenuto in contesto prevalentemente agricolo o naturale. Dall’analisi emerge, pertanto, che le aree urbane a bassa densità sono evidentemente più esposte al consumo suolo, probabilmente a causa della predisposizione in questi territori alla saturazione di spazi liberi interclusi nelle aree già artificializzate».

consumo suolo tipologia area urbana ISPRA 2019
Consumo di suolo per tipologia di area urbana, ISPRA 2019.

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[1] Paolo Pileri, Che cosa c’è sotto. Il suolo, i suoi segreti, le ragioni per difenderlo, Altreconomia, 2016, pag.21.

[2] Ibidem, Paolo Pileri è professore associato di “Pianificazione e progettazione urbanistica” al Politecnico di Milano.

Governo del territorio: beni e merci

resilienza_rigenerazione

“estratto” da: Dalla resilienza alla rigenerazione.

La bioeconomia ci informa che bisogna tener conto di costi che l’economia classica ignora sempre: gli effetti collaterali di cattive progettazioni e trasformazioni che fanno aumentare l’entropia. Le città costruite stanno facendo pagare i danni ambientali, sanitari, e sociali a tutti i cittadini. Un esempio banale per capire di cosa parliamo è l’effetto di una pessima mobilità, cattiva distribuzione dei servizi che peggiora la nostra qualità di vita poiché trascorriamo ore nel traffico consumando idrocarburi inquinanti. Come misurare il danno economico per l’assenza di biblioteche civiche? Come misurare l’infelicità per l’assenza di teatri? L’assenza di piste ciclabili? Come misurare l’infelicità per l’assenza di parchi, spazi aperti e il mare pulito? Come non tener conto della felicità di coltivare un orto sinergico? Come ignorare l’opportunità di realizzare quartieri autosufficienti energeticamente? L’economia classica ignora questi costi mentre l’approccio multi-criteria considera anche questi aspetti che fanno comprendere l’importanza di rigenerare le città costruite male.

Il contenuto tecnico di un piano regolatore generale (piano strutturale comunale, piano urbanistico comunale) attribuisce a ciascun suolo (zona) particolari destinazioni d’uso e particolari quantità e tipologie di edificazione, espresse in indici e parametri di carattere sintetico e analitico. La città è percepita come prodotto d’un processo economico ed i soggetti che interagiscono misurano gli scambi di questo processo con la moneta. Una volta lo Stato forniva la moneta necessaria per soddisfare gli obiettivi dei piani regolatori – costruzione degli standard minimi necessari – attraverso l’istituto dell’esproprio, e il finanziamento diretto. Da qualche decennio è consuetudine cercare la moneta necessaria nel libero mercato, pertanto mercificando i suoli saranno i soggetti privati a finanziare gli standard minimi necessari previsti per legge. Pertanto, circa il governo del territorio i Comuni applicano un paradigma materialista e si comportano come i soggetti privati cercando un profitto attraverso le logiche del mercato per pagare i servizi pubblici. In questo processo i Comuni attribuiscono un prezzo ai suoli edificabili – generando una rendita – ed i privati per realizzare i propri interessi pagano quel costo e la costruzione dei servizi pubblici. Di recente i proventi dell’attività edilizia (oneri di urbanizzazione) possono essere usati persino per le “spesa corrente” dei comuni, di fatto incentivando il consumo di suolo agricolo per conseguire l’obbligo del pareggio di bilancio.

Il problema di questo processo è noto, poiché non si tiene conto della profonda differenza concettuale fra valore, e prezzo e costo. I piani, nonostante debbano garantire la realizzazione di standard minimi, possono distruggere valore – paesaggio, ambiente, patrimonio architettonico – ad un determinato prezzo e smentire il principio costituzionale della tutela del paesaggio, dei patrimoni e del diritto alla salute. Per questo motivo l’espansione urbanistica che produce un aumento dei capitali non è di per se un valore, se questa operazione danneggia l’ambiente, il paesaggio e la qualità morfologica della città. Nei piani regolatori generali tutto ciò che riguarda indici e superfici edificabili (carico urbanistico) rappresenta una merce, ma non è certo che questa merce sia un valore per la collettività e per l’interesse pubblico. I piani dovrebbero distinguere i beni dalle merci e pensare in un modo diverso. Le tecniche di scambio come la perequazione dovrebbero riflettere un cambio di paradigma poiché i premi volumetrici (aumento dell’entropia) generano una rendita che probabilmente non è necessaria per l’interesse pubblico. Bisognerebbe comprendere che i valori, i beni, sono prioritari rispetto alle merci, e quindi bisognerebbe puntare al bene sociale, all’eco-efficienza e alla sufficienza energetica, alla sovranità alimentare, alla prevenzione del rischio sismico, alla tutela del patrimonio storico-architettonico poiché sono beni e non merci.

Le pubblicazioni di Kevin Lynch[1] e Gordon Cullen[2] ci insegnano che oltre alle analisi funzionali le città possono essere studiate attraverso le emozioni, le percezioni soggettive che ci consentono di aggiungere qualità all’idea di città. Si tratta di dare maggiore attenzione ai valori percettivi della forma urbana dando valore agli interessi locali e sociali. L’economia ortodossa e l’estimo non contemplano le interpretazioni suggerite da Lynch e Cullen, e questo aspetto suggerisce il fatto che ragionando in termini di costi non potremmo avere indicazioni utili e corrette.

In generale si tratta di usare le tasse per un interesse pubblico: rigenerare. Lo Stato deve promuovere una politica economica espansiva associata alla bioeconomia, progetti di qualità compatibili con le risorse finite. Il legislatore può modificare il “patto di stabilità e crescita” interno e liberare investimenti, aumentando la spesa pubblica (il deficit) per l’obiettivo della rigenerazione. Governo e Parlamento possono coordinare una nuova politica economica insieme ai paesi “periferici” e far modificare/cancellare il “patto”, e creare nuovi investimenti utili per creare nuova occupazione verso strategie virtuose. L’euro può diventare moneta sovrana a credito. Possiamo immaginare un finanziamento pubblico diretto tramite Cassa Depositi e Prestiti controllata dal Governo e quindi usata come banca pubblica, poiché la maggioranza delle quote azionarie di Banca d’Italia sono nelle mani dei privati. Possiamo usare la Banca Europea degli Investimenti (BEI) poiché ha strumenti finanziari ad hoc per politiche di efficienza energetica degli edifici.

I Comuni potrebbero adottare una “tassa di scopo” (un referendum decide se finanziare l’intervento con una tassa ad hoc). Un’altra soluzione per finanziare la rigenerazione urbana è la costituzione di “aree libere da tasse” o “aree di federalismo fiscale” (le tasse di cittadini e imprese non vanno allo Stato centrale, ma finanziano il costo dell’intervento). La prima ipotesi, “aree libere da tesse” è regolarmente usata per attrarre imprese che possono proliferare pagando poche tasse, e niente IVA. Si tratta di uno scambio, e lo scopo è far costruire i servizi pubblici alle imprese. La seconda circa “aree di federalismo fiscale” è l’ipotesi di versare direttamente le tasse agli Enti locali, al Comune, per finanziare la rigenerazione. La prima ipotesi è di ispirazione liberista poiché le imprese private condizionano i progetti, la seconda è nel solco dello Stato sociale previsto dalla Costituzione. Già nel progetto “piani città” erano previste le “aree libere da tasse”. Il legislatore può immaginare di aprire una finestra temporale per cambiare il regime fiscale in quelle città che hanno deliberato l’obiettivo: rigenerazione urbana.

Lo Stato, attraverso Governo, Parlamento e Comuni, può avviare un processo virtuoso di responsabilizzazione delle comunità locali, poiché se la cittadinanza intende cogliere l’opportunità straordinaria di “aggiustare” la propria città, deve incentivare un comportamento civile ed equo affinché tutti, in maniera progressiva al reddito, paghino le tasse agganciate all’obiettivo della rigenerazione e questo può avvenire con l’uso di strumenti di democrazia partecipativa ampiamente usati in diversi paesi, ormai maturi in processi standardizzati. L’Italia è uno dei quei Paesi che li ha usati meno, ma alcuni Comuni hanno usato la “pianificazione partecipata” per migliorare l’organizzazione territoriale e pianificare interventi ad hoc di riqualificazione urbanistica. In Europa, fuori dall’Italia, Vienna ha un’esperienza di ben 35 anni di processi partecipativi per osteggiare il degrado urbano e riqualificare centro storico e città moderna[3].

Inoltre per evitare processi speculativi sarebbe saggio che lo Stato imponesse la rigenerazione rispetto al costo di costruzione (progettazione, demolizioni, ricostruzione) senza l’utile, anziché ricorrere all’uso tradizionale della rendita attraverso la stima del prezzo di mercato. In questo modo si avrà un ingente risparmio rispetto alle operazioni effettuate tramite il “libero mercato”. Rimarrà solo la verifica circa la congruità dei prezzi per il costo di costruzione, controllo abbastanza semplice da svolgere. Una cabina di regia nazionale è in grado di misurare il gettito delle tasse rispetto all’area considerata, e distribuire le risorse conservando il costo dei servizi pubblici locali, coprendo il costo di costruzione della rigenerazione valutando le proposte progettuali dando vita all’equilibrio sociale, ecologico ed economico dell’intero percorso.


[1] Kevin Lynch, The image of the city, 1960
[2] Gordon Cullen, Townscape, 1961; traduzione italiana di Roberto D’Agostino, Il paesaggio urbano. Morfologia e progettazione, Calderini, Bologna, 1976
[3] Diego Caltana, “35 anni di progettazione partecipata”, in Il giornale dell’Architettura, dicembre 2009 n.79, Umberto Alemanni & C, pag. 26

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Città e cittadini

estratto da “Qualcosa” che non va

L’amministrazione sprecona e virtuosa.
Facendo finta che la moneta sia pubblica e di proprietà del portatore (cittadino), chiunque di noi può immaginare e comprendere le basi della pubblica amministrazione. I cittadini stretti da un patto, lo Stato, decidono di usare parte del proprio profitto, le tasse, per far funzionare i servizi utili a tutti. In una democrazia rappresentativa i dipendenti eletti decidono come spendere le tasse. Un’amministrazione sprecona (Governo, Parlamento, Regioni, Province e Comuni) gestita da dipendenti eletti decide di destinare “a pioggia” la ridistribuzione delle tasse in risposta ai servizi che essa ritiene pubblicamente utili. In questa semplificazione potremmo intuire dove sia il problema: i dipendenti eletti non corrotti difficilmente destinano le risorse rispetto ai bisogni reali, perché i dipendenti non conoscono i bisogni reali e non potranno mai conoscerli poiché privi di strumenti di democrazia diretta e partecipativa. Nell’attuale consuetudine le corporazioni consigliano i Governi su come distribuire le tasse ed il popolo intero non riesce ad organizzare le proprie idee poiché apatico, distratto e manipolato. Le cronache di buone pratiche amministrative hanno dimostrato che gli sprechi sono stati notevolmente ridotti o eliminati dove esistono strumenti efficaci di vera democrazia, circa 500 città nel mondo. Solo il popolo sovrano conosce le proprie esigenze e pertanto sono inutili gli interventi tradizionali di pianificazione che coinvolgono solamente le lobby delle associazioni di categoria, spesso colluse col malaffare. Un’organizzazione geniale ed efficace non risolve problemi ma li previene. Le Regioni del Sud Brasile hanno realizzato una riforma amministrativa che consente di far emergere la reale domanda (bisogni dei cittadini) unità l’offerta (lavoro e produzione). Il popolo sceglie le “priorità” (servizi, costruzioni, infrastrutture…) con strumenti di democrazia e le amministrazioni applicano e controllano, insieme a portavoce dei cittadini, i lavori da eseguire.
I referendum propositivi sono strumenti di volontà popolare che destinano risorse rispondenti ai reali bisogni.
Ad esempio, un’amministrazione ingiusta e sprecona di danaro pubblico divide la torta delle tasse facendo cento diviso le dieci città anche se qualcuna di queste non ha reale bisogno di quella parte. Al contrario, un’amministrazione etica e giusta lascia che la torta sia auto-divisa rispetto ai reali bisogni conosciuti e pervenuti con strumenti di democrazia diretta così da eliminare l’assistenzialismo e gli sprechi, ma stimolando la reale partecipazione democratica del popolo alle decisioni collettive (responsabilità).

Lo Stato deve solo controllare che la domanda di moneta sia corrispondente alla reale produzione di merci, beni e servizi così da evitare l’inflazione e tagliare la moneta in eccesso per lasciare i prezzi stabili.
Lo stesso sistema di autocontrollo democratico fatto dai cittadini consente una maggiore consapevolezza della produzione e della spesa pubblica, e questo alimenta un circolo virtuoso di crescita, di maturità e responsabilità collettiva, come sta avvenendo ed accade nei territori dotati di strumenti di vera democrazia.
Infatti dove esistono ambiti democratici, il singolo individuo può esprimere la propria opinione e condividere la conoscenza gratuitamente, chi ascolta cresce e può comparare le opinioni divergenti, può fare ricerche e comprendere errori, incomprensioni e cattiva fede. In assenza di tali metodi e strumenti, i cittadini sono oppressi da scelte sbagliate dei dipendenti eletti.

[…]

Utilities, affari del potere locale. “Non si ferma la corsa delle SpA pubbliche”. Società e consorzi crescono del 5% rispetto al 2008, quasi 25mila poltrone nel consiglio di amministrazione. Una lista di attività poliedriche, che spesso servono a trovare una poltrona agli estromessi del giro della politica a chi nella politica c’è rimasto e non disdegna i doppi e tripli incarichi.[1]

Un esempio di come non si amministra un Comune: Vincenzo De Luca e la sua Giunta. Ecco l’immoralità feudo-medioevale a norma di legge (statuti) raccontata alla luce del sole:

SpA del Comune. “Società partecipate cinque presidenti presentano le dimissioni”. Mucio, Colombo, Cesareo, Argentino e Napoli lasciano via libera al riassetto dei vertici aziendali voluto dal Sindaco. Così come chiesto da Vincenzo De Luca, ieri hanno presentato le dimissioni i presidenti di Salerno Sistemi, Mariano Mucio; Salerno Pulita, Antonio Colombo; della Centrale del latte, Vincenzo Cesareo; di Salerno Energia, Ferdinando Argentino; di Salerno Mobilità, Enzo Napoli. Il Sindaco deciderà nelle prossime settimane se procedere ad un ricambio parziale o totale degli incarichi, anche dei consigli di amministrazione alla luce della nuova situazione politica.[2]

[…]

Sprechi, degrado ed inutile consumo del territorio nelle intenzioni degli Enti:

Edilizia residenziale. “Duemila case, in arrivo la graduatoria.” Il Comune completa l’elenco delle assegnazioni alle coop. Dovrebbe essere ultimata in una decina di giorni la graduatoria per i nuovi lotti di edilizia residenziale pubblica a Salerno. Nell’elenco figureranno le cooperative edilizie e le imprese assegnatarie che, successivamente, provvederanno alla realizzazione di duemila nuovi alloggi residenziali. Le aree assegnate si trovano a San Leonardo, Fuorni, Ponticelli, Matierno, quartiere Italia e Lamia. Si tratta di un intervento particolarmente atteso che ha come obiettivo soprattutto quello di far rientrare in città i salernitani che, negli anni, sono stati costretti a trasferirsi per mancanza di case a buon mercato nel capoluogo.[3]

L’obsoleto pensiero della crescita determina il consumo del territorio, risorsa preziosa e finita, e pertanto Sindaci, Consigli, progettisti e costruttori avari e desiderosi di profitto monetario distruggono le risorse di tutti: la Natura. La maggioranza degli Enti locali non è in grado di dare risposte politiche di buon senso e si affida a logiche obsolete per non risolvere i problemi che si presentano, nel caso su esposto si tratta della risoluzione dei problemi economici di progettisti e costruttori veri ed unici beneficiari della distruzione del territorio. Eppure, vi sono esempi di gestione etica del territorio: “piani a crescita zero” dove i Comuni riutilizzano i volumi costruiti esistenti per concederli, con canoni agevolati, ai cittadini meno abbienti: studenti, precari, giovani coppie, anziani. Il Comune di Parigi è un ottimo esempio ed altri piccoli comuni italiani stanno rinunciando alla rendita monetaria derivante dalle concessioni edilizie per optare sui profitti prodotti da società ad azionariato diffuso che gestiscono e risparmiano energia (ESCO).

[…]

Riccardo Iacona, nell’inchiesta “case da pazzi” in “Presa Diretta”, andata in onda su RAITRE il 13 febbraio 2010, mostra come il Comune di Parigi faccia l’opposto dei comuni italiani e cioè l’Ente pubblico compra immobili, li ristruttura e li concede al popolo con tre modalità: un affitto sociale, uno agevolato ed uno calmierato a seconda dei redditi dichiarati per evitare che i cittadini, costretti dal libero mercato, debbano lasciare la città. Funziona proprio così, nuove case popolari nel centro di Parigi per garantire un giusto prezzo, il Comune deve soddisfare ben 115.000 domande per gli alloggi e l’Assessore competente dichiara di aver soddisfatto 30 mila nuovi alloggi lo scorso mandato mentre consegnerà altri 45 mila nel mandato in corso. L’ultimo anno hanno acquisto altri 12 mila appartamenti da ristrutturare e consegnare.

[…]

Autoderminazione dei popoli intesa come vera democrazia (diretta[4] e partecipativa), ripristino delle monete libere dal debito[5] e senza interessi (banche controllate dallo Stato e non più SpA private), diritto alla vita, tutela dell’acqua[6] ed autoproduzione energetica sono i temi che nessun partito politico tradizionale farà suo come priorità assoluta.
Il raggiungimento di questi obiettivi passa attraverso la ricostruzione delle comunità locali intese come riorganizzazione degli spazi pubblici, agorà, per il dibattito libero, aperto e democratico. Le persone devono poter condividere le idee e le esperienze per il bene comune. L’obiettivo è riscoprire i reali bisogni umani: cibo, riparo sicuro, cultura, sport, amore e passioni.
L’Italia, dal punto di vista dell’organizzazione territoriale, forse è il Paese che più di altri ha sofferto e soffre dell’inutile e farraginosa burocrazia legislativa con la sovrapposizione di leggi che trattano gli stessi argomenti o affini con l’effetto di aumentare gli errori e la corruzione.

Si chiamano programmi complessi, e l’aggettivo già fa capire tanto, insieme di leggi che trattano la materia urbanistica. Ecco l’elenco nominativo di “leggi”-piani approvati dal Parlamento: programmi integrati di intervento(PII), interventi di recupero, programmi di recupero urbano (PRU), programmi di riqualificazione urbana (PRiU), contratti di quartiere (CdQ), programmi di recupero per la ricostruzione del territorio, programmi di riqualificazione urbana e di sviluppo sostenibile del territorio (PRUSST), programmi di iniziativa comunitaria (Urban 1 e 2), progetti pilota urbani II serie, programmi Interreg II, patti territoriali, contratti d’area, patti di pianificazione.

I programmi complessi nascono nel corso degli anni ’80 nell’ambito delle politiche per la casa, in particolare all’interno delle linee di programmazione nazionale e regionali del CER (il Comitato per l’Edilizia Residenziale), riformato dalle legge 457/1978, avendo come riferimento alcune tipologie d’intervento nelle città che si erano diffuse negli anni ’70 nei contesti europei, soprattutto in Francia e Inghilterra, nonché alcune sperimentazioni italiane a livello regionale.[7]

Energia e salubrità in edilizia.
BREAM (Building Research Estabilishment Assessment Method), LEED (Leadership in Energy and Environmental Design), SBTool (Sustainable Building Toll), Protocollo ITACA, sono metodi di valutazione della sostenibilità edilizia. POE (Post Occupancy Evaluation) è un criterio valutativo che misura il comfort ambientale delle abitazioni.
A livello normativo è la norma ISO 14020 a stabilire le linee guida e i principi per lo sviluppo e l’applicazione di etichette e dichiarazioni ambientali volontarie. Definisce tre tipi di etichette ambientali[8]:

  • ISO 14024 Ecolabel[9]
  • ISO 14021 autodichiarazioni del produttore
  • ISO 14025 forniscono dati quantitativi sul profilo ambientale del prodotto valutate secondo LCA[10].
    1. inquinanti di natura fisica: radon e suoi di prodotti di decadimento;
    2. composti organici volatili (VOC) e semivolatili: formaldeide e antiparassitari;
    3. inquinanti biologici: batteri, funghi, muffe;
    4. fibre minerali naturali e artificiali: amianto e fibre minerali artificiali (lana di vetro, di roccia).
  • Criteri e metodi su elencati individuano pratiche e linee guida per la progettazione e la costruzione in termini qualitativi col fine di avviare una consuetudine virtuosa nel settore dell’edilizia per tutelare la salute umana e l’ambiente. Rimangono le differenze culturali opposte poiché ecologia è sinonimo di democrazia ed entrambi sono contrapposti alla massimizzazione del profitto. Nella sostanza, con quale criterio di merito si stabilisce il prezzo di un’immobile? Oggi non esiste alcun obbligo di adottare criteri di merito, è sufficiente che il cittadino sborsi la somma di danaro richiesta dal venditore. L’anomalia è che il cittadino italiano sembra essere il massimo esperto quando parla di calcio, di automobili ma non sa nulla circa la qualità delle civili abitazioni e la qualità del cibo. Italiani esperti del superfluo ed ignoranti sul necessario?

    Negli ultimi anni, dopo la disattesa legge 10/91 sul risparmio energetico e grazie alla spinta iniziale della Provincia autonoma di Bolzano con la certificazione “Casaclima[11] sui consumi energetici è stata introdotta anche in Italia una norma che introduce le “classi di consumo” così come, già in precedenza, avveniva per gli elettrodomestici. Gli italiani potranno sapere quanta energia consuma la propria abitazione. Queste etichette sui consumi sono solo il primo passo che introduce un’efficace concetto di qualità architettonica, altri parametri devono essere valutati e come spesso accade i dipendenti eletti non sono capaci, sia per ignoranza e sia per corruzione, di introdurre ed applicare la qualità architettonica già descritta in ambito accademico sin dagli anni ‘80.

    Obiettivo del POE è quello di porre in relazione la misurazione strumentale dei livelli prestazionali con le aspettative degli abitanti e il livello di gradimento da parte dell’utenza, accertabile con buona approssimazione mediante interviste; la documentazione raccolta costituisce un giudizio sui risultati positivi o negativi dell’edificio e, fornendo indicazioni sulle nuove costruzioni o per la riqualificazione delle esistenti, costituisce un contributo innovativo alla manualistica edilizia[12].

    Ecco l’elenco di alcuni criteri considerati dal metodo POE: salubrità del sito, distanza dalle attività industriali, livello sonoro del sito, orientamento dell’edificio, strutture per servizi didattici e culturali, rapporti socio/culturali, disponibilità di attrezzature per il tempo libero, efficacia dei percorsi, eliminazione delle barriere architettoniche, ricambi d’aria, isolamento termico, efficacia dell’illuminamento naturale, presenza di inquinanti chimici, ed altro ancora.

    Materiale e prodotti edilizi, in condizioni di uso normale, sono cause potenziali di emissione delle seguenti classi di inquinanti:

    L’emissione di altre classi di inquinamento è legata a particolari condizioni o a fatti eccezionali quali l’incendio, per quanto riguarda i prodotti della combustione (fumi tossici) o al dispersione di fibre e polveri in caso di crolli dovuti a eventi sismi o altro.

    Per quanto riguarda gli inquinanti biologici, il loro sviluppo è dovuto alla presenza di condizioni particolari di temperature e di umidità e all’accumulo di sporco. Non sono quindi i materiali direttamente responsabili, ma il loro uso in condizioni non adeguate.

    I prodotti edilizi possono causare inquinamento dell’aria interna secondo tre principali modalità:

    –          direttamente, emettendo o rilasciando composti organici volatili, particolato respirabile, fibre;
    –          indirettamente, adsorbendo e rilasciando successivamente sostanze inquinanti provenienti da altre fonti;
    –          favorendo lo sviluppo di inquinanti biologici.

    Le scelte tecniche sono in grado di migliorare la qualità dell’aria in edifici esistenti o di prevenire l’inquinamento nelle nuove costruzioni. L’intervento del progettista sul costruito può essere richiesto a seguito di lamentele da parte degli occupanti e/o a seguito di indagini diagnostiche sull’edificio.[13]

    La letteratura giuridico-urbanistica è ricca di taluni esempi che mostrano da un lato le intenzioni di tecnici capaci e preparati che hanno elaborato norme atte a risolvere problemi e dall’altro lato la triste realtà italiana che mostra un territorio troppo antropizzato, urbanizzato, troppo costruito che aggredisce l’ambiente e lo rende pericoloso in alcune aree notoriamente a rischio (terremoti e rischio idrogeologico).

    I progettisti sono sollecitati a puntare l’attenzione sulla scelta di materiali e prodotti ad alta efficienza termica per la realizzazione dell’involucro edilizio e sulla scelta di impianti ad alto rendimento, possibilmente basati sullo sfruttamento di risorse rinnovabili (solare, fotovoltaico, geotermico, eolico). La corretta progettazione di forma e orientamento dell’edificio, abbinata a scelte tecnico-costruttive che mirano all’incremento dell’isolamento e all’ottimizzazione dell’inerzia termica, permettono di realizzare edifici con basso fabbisogno energetico. L’abbinamento, a questo punto, con impianti a elevata efficienza, basati sullo sfruttamento di energie rinnovabili, permette di delineare uno scenario futuro caratterizzato dall’autosufficienza energetica e dall’azzeramento delle emissioni di CO2 (Zero Emission Building). Almeno in fase d’uso. Occorre altresì osservare come la spinta verso la realizzazione di edifici a bassissimo consumo energetico in fase d’uso stia portando il mercato ad una rincorsa a livelli prestazionali che vanno ben oltre quelli indicati dagli apparati normativi: l’esibizione di elevate prestazioni energetiche è diventata un elemento di valorizzazione economica considerato importante nel mercato immobiliare. […] Un’analisi ambientale corretta e completa, relativamente ad una costruzione, dovrebbe basarsi, dunque, sul metodo LCA (Life Cycle Assessment), andando a considerare tutte le fasi del ciclo di vita (produzione-usodismissione) e tutte le sostanze/materiali coinvolte (e relativi impatti correlati). Ma la valutazione LCA è attività molto complessa e, soprattutto, risulta spesso difficile spiegare i risultati espressi secondo indicatori ambientali poco conosciuti. Per cominciare ad estendere lo sguardo oltre la sola valutazione energetica della fase d’uso, può essere pertanto utile fare riferimento agli indicatori utilizzati nelle procedure di certificazione energetica “correnti” (energia primaria PEI, espressa in MJ o kWh, ed emissioni di CO2), valutando i consumi e le emissioni anche delle fasi a monte dell’uso di un edificio. In tal senso, gli indicatori che possono essere presi in esame sono l’energia incorporata (embodied energy) e le emissioni di CO2 incorporate (embodied carbon) nei materiali, considerando l’estrazione delle risorse, il loro trasporto, la produzione e lavorazione di un prodotto. Nelle banche dati vengono, in genere, riportati i valori di energia incorporata assumendo come confini la “culla” e il “cancello” (dello stabilimento produttivo). A questi bisognerebbe, poi, sommare l’energia spesa dal “cancello al cantiere” (andando a comprendere anche il trasporto fino al luogo della messa in opera e la fase di messa in opera stessa).[14]

    Gli impegni non corrispondono ad una qualità architettonica ed urbanistica diffusa, anzi esistono troppi volumi costruiti e male, soprattutto dal punto di vista del risparmio energetico. Fino a quando la ricchezza verrà misurata in moneta debito coi suoli e con l’espansione urbana si avranno altri scempi da correggere.

    Eppure basterebbe fare un piano di monitoraggio dell’ambiente costruito finalizzato al recupero (riuso) per creare migliaia di posti di lavoro, ecco la vera sicurezza. L’Italia deve consolidare, dal punto di vista statico, tutti gli edifici che abbiano dai 40 anni di “età” in su. L’Italia deve ristrutturare l’intero patrimonio edilizio esistenze, altro che nuove case. E’ sufficiente mutare i valori monetari – convenzione arbitraria – dell’attuale consuetudine progettuale e costruttiva: un edificio di nuova costruzione dovrà valere meno di un edificio ristrutturato (sicurezza statica e salubrità: metodi POE, BREAM, Protocollo ITACA). Quindi, la misura del valore non sarà indicata dalla moneta, mezzo di scambio, ma dalla qualità e dal buon senso: volontà politica. Il risparmio energetico potrebbe essere una moneta di scambio, la ristrutturazione potrebbe essere una moneta di scambio, e così via; cioè è sufficiente una volontà popolare che indichi una nuova misura del valore figlia della qualità e non più della quantità (lo stupido PIL) per migliore le condizioni di vita di tutti e soprattutto dei meno abbienti.


    [1] Antonello Cerchi Gianni Trovati, Non si ferma la corsa delle SpA pubbliche, in “IlSole24ore” 15 maggio 2010 pag. 3
    [2] Fiorella Loffredo, in “La Città”, 30 aprile 2010, pag. 11
    [3] Gianni Giannattasio, in “La Città”, 4 maggio 2010, prima pagina
    [4] THOMAS BENEDIKTER,  democrazia diretta, Sonda 2008
    [5] come accennato più volte la questione non è economica ma giuridica, il mezzo di scambio di beni e merci, la moneta deve essere di proprietà della Repubblica ed emessa da un ente pubblico come prevede la Costituzione. Applicando questo principio elementare figlio della sovranità popolare si cancella il debito pubblico poiché non ci sarà più nessuno che ti presta pezzi carta stampati dal nulla caricati persino di interessi e ti ruba la vita, il presente ed il futuro dei tuoi figli.
    [6] http://www.gruppo183.org/acqua/legislazione/direttiva.pdf
    [7] SIMONE OMBUEN, MANUELA RICCI, ORNELLA SEGALINI, i programmi complessi, ilsole24ore, 2000, pag. 13
    [8] SARA SCAPICCHIO*, valutazione di sostenibilità etichette ecologiche e risorsa acqua in edilizia, in “Il Progetto Sostenibile”, N. 24 ott-dic 2009, pag. 62; *Università degli Studi di Napoli Federico II
    [9] marchio europeo di qualità ecologica a prodotti che superino determinati esami relativi a diverse qualità ambientali
    [10] Analisi Ciclo Vita, ecobilancio
    [11] NORBERT LANTSCHNER, CasaClima, vivere nel più, Raetia, Bolzano 2006
    [12] Quaderni del MANUALE DI PROGETTAZIONE EDILIZIA (serie diretta da ARIE GOTTFRIED), I criteri di progettazione e le verifiche, [Qualità & Manutenzione], HOEPLI, Milano 2006, pag. 104
    [13] MANUALE DI PROGETTAZIONE EDILIZIA, I criteri di progettazione e le verifiche, [Qualità & Manutenzione], HOEPLI, Milano 2006, pag. 48
    [14] Andrea Campioli, Valeria Giurdanella, Monica Lavagna, Energia per costruire, energia per abitare, in “Costruire in Laterizio” N.134, maz-apr 2010, pag. 60