Avidità e razzismo


L’esplosione mediatica e politica di sedicenti partiti autonomisti si spiega col becero egoismo dell’individuo, da un lato, e con la strategia politica che vuole sottrarre risorse allo Stato, violando la Costituzione, ma per assecondare specifici interessi del ceto politico del Nord. Premettendo il fatto che il sistema politico istituzionale dell’euro zona è condizionato dalla globalizzazione neoliberista, e poi piegato agli interessi delle più influenti multinazionali che agiscono con azioni di lobbying nei confronti di Commissione e Consiglio d’Europa, accade che in maniera anacronistica, i partiti delle aree economicamente più ricche inseguono velleità di autonomia fiscale per trattenere maggiori risorse finanziare e realizzare la macro regione. Il disegno politico è chiaro: imitare i sistemi capitalisti occidentali neoliberali che hanno creato macro regioni economiche con regole fiscali diversificate fra regioni e regioni, ciò esiste soprattutto negli USA, con enormi problemi di disuguaglianze economiche e sociali, e persino in Spagna, Olanda e Inghilterra. Il desiderio delle imprese del Nord è quello creare un’area economica “centrale” e “chiusa” per garantire un costante flusso di capitali pubblici da sottrarre alle altre aree trascurando la realtà italiana, che invece necessità di maggiori risorse economiche proprio in altre regioni. Per realizzare quest’area economica centrale, le imprese del Nord hanno inventato e finanziato un partito: la Lega Nord, che in circa venticinque anni ha costruito una propria propaganda razzista antimeridionalista al fine di giustificare il proprio egoismo, in primis si chiamò secessione e poi, lo stesso obiettivo si mascherò in federalismo. E’ evidente che l’egoismo del Nord non si concilia con la Costituzione che ordina di rimuovere gli ostacoli di ordine economico per attuare i diritti di tutti cittadini, un semplice principio di uguaglianza. La Repubblica italiana, non solo ha ceduto parti di sovranità ma la guida dei recenti governi continua a realizzare disuguaglianze territoriali che vanno rimosse. Le disuguaglianze territoriali sono state programmate dallo stesso legislatore quando decise di concentrare buona parte della produzione in pianura padana, oggi iper-infrastruttura e inquinata. Il ceto politico del Nord, ampiamente rappresentato in tutti i partiti, continua a coltivare il capitalismo neoliberista che crea aree “centrali” e “periferiche”; la prima sfrutta la seconda. Questa mentalità politica ha trasformato intere aree geografiche in una periferia economica, e accade che tre Regioni del Nord chiedono pubblicamente di perseguire la propria avidità consolidando la propria centralità economica, e lo fanno chiedendo di avere competenze esclusive sulle materie oggi concorrenti con lo Stato centrale, in termini fiscali significa trattenere le risorse e sottrarle alle altre Regioni, cioè rompere l’unità del Paese. La Regione Veneto, sul piano finanziario, specifica che sarà necessario trasferire i nove decimi del gettito di Irpef, Ires e Iva. Inoltre, secondo il disegno politico dei leghisti, si dovrà realizzare un nuovo meccanismo di ridistribuzione finanziario basato sui fabbisogni standard parametrati dal gettito fiscale regionale, cioè chi ha più reddito (com’è adesso) riceve maggiori risorse, tutto ciò in contraddizione col principio costituzionale della rimozione degli squilibri economici e sociali a favore dei territori svantaggiati. La Costituzione dice che è il Governo a indicare la distruzione delle risorse economiche col voto Parlamentare, e non le Regioni. La Regione Veneto chiede di avere competenze esclusiva su tutte le 23 materie oggi concorrenti individuate nel Titolo V della Costituzione, la Regione Lombardia chiede la competenze su 20 materie, mentre la Regione Emilia Romagna chiede la competenze su 16 materie. Altro aspetto inquietante è il processo poco democratico. Nell’iniziativa c’è una prevalenza delle Regioni sul Parlamento, e c’è una delega a un organismo tecnico paritetico che determina i livelli di fabbisogni standard, di fatto si corre il rischio di negare il controllo al legislatore italiano. Secondo la nostra Costituzione, solo lo Stato, attraverso il Parlamento e il Governo, può determinare la distribuzione delle risorse poiché è necessario rimuovere le disuguaglianze. Fino ad oggi, le differenze territoriali non sono state rimosse e si continua a finanziare maggiormente il Nord perché l’ISTAT adotta il criterio della spesa storica, di fatto negando opportunità alle aree marginali che abbisognano di quelle risorse per costruire i servizi mancanti. Pochi sanno che le disuguaglianze territoriali sono create proprio dai criteri attuali che non tengono conto delle disuguaglianze ma di strani criteri politici che favoriscono i Sistemi Locali ove si concentrano maggiormente le imprese, mentre per il meridione, nei decenni passati, si è adottato un criterio “assistenziale” che ha favorito gli imprenditori del Nord che aprivano stabilimenti al Sud. E’ assurdo ma gli incentivi assistenziali dello Stato centrale favorirono gli imprenditori del Nord. Chiusa la stagione degli investimenti pubblici, la conseguenza è la crescita delle disuguaglianze che favorisce i Sistemi Locali del Nord che attirano studenti meridionali, i quali restano ove trovano occupazione. La famosa questione meridionale è certifica dall’ISTAT: Regno d’Italia e fascismo crearono la disuguaglianza economica fra Nord e Sud. «Il divario Nord-Sud inizia invece ad allargarsi sul finire dell’Ottocento, allorquando nel Nord-Ovest comincia a prendere corpo il Triangolo industriale. E tuttavia la forbice rimane contenuta, ancora nel corso dell’età giolittiana. È invece negli anni fra le due guerre, dal 1911 al 1951, che il divario Nord-Sud cresce molto. Al 1951, le differenze fra le macro-aree hanno raggiunto l’apice. […] Le differenze fra Sud e Nord – pur se a ritmi alterni, seguendo un processo non sempre lineare – si sono ampliate dall’Unità a oggi. […] La ricchezza si è andata quindi progressivamente concentrando nelle regioni forti del Nord Italia, che attraevano a sé anche il capitale umano». (Emanuele Felice, “Crescita, crisi, divergenza: la disuguaglianza regionale in Italia nel lungo periodo”, in ISTAT, La società italiana e le grandi crisi economiche 1929 – 2016, Roma, 2018). Il divario inizia col primo Governo Cavour (Destra storica) ma si acuisce con la XXIII e la XXIV legislatura ove il Parlamento ha una maggioranza liberale, e i governi Giolitti, Salandra, Boselli, Orlando, Nitti e i fascisti, fino all’inizio dell’era democristiana con De Gasperi.

Disse il razzista Zaia, Presidente della Regione Veneto: «è una vergogna pensare di spendere 250 milioni per quei quattro sassi di Pompei». E’ sufficiente osservare la realtà imprenditoriale italiana per sciogliere gli slogan dei razzisti del Nord. In primis, fu la guerra di annessione che smantellò la seconda economia d’Europa per trasferirla al Nord, poi il Regno d’Italia e la Repubblica pianificarono il sistema industriale nazionale e privato localizzandolo soprattutto al Nord ma con gli operai dal Sud, e questa è storia. Banalizzando, alcune aree hanno un PIL maggiore rispetto ad altre, perché in talune aree ci sono molte più imprese rispetto alle altre. Sono le istituzioni politiche che hanno pianificato la localizzazione delle agglomerazioni industriali. Poi osservando la composizione del PIL italiano ci accorgiamo che la ricchezza è costituita principalmente da rendite immobiliari e dalla finanza (credito), poi dal commercio, e dai servizi, e solo per il 18% circa dalla produzione industriale. A partire dalla globalizzazione neoliberista, l’Italia diventa un paese con prevalenza terziaria. Detto ciò, dovrebbe essere chiaro a chiunque abbia semplici capacità cognitive, e poiché non si ha più una sovranità economica, la classe dirigente del Nord vuole avere le mani libere sulla gestione di una fetta più ampia delle risorse pubbliche, anche aumentando il divario economico fra Nord e Sud, ma sfruttando la fiscalità generale, e questo ceto politico esprime tali richieste anche con una becera propaganda razzista. E veniamo all’oggi; accumulare capitali illegalmente è più facile per i colletti bianchi criminali mentre è complicato per la magistratura inquirente riscontare illeciti e reati. La cronaca politica recente insegna che talune imprese hanno il pieno controllo dei grandi investimenti lombardi e veneti, e che talune organizzazioni private, se lo desiderano, sfruttano il famigerato sistema off-shore per eludere il fisco. Negli ultimi dieci anni, la realtà ha mostrato il vero volto di una certa classe dirigente del Nord sgretolando gli slogan razzisti dei bossiani della prima ora: “Roma ladrona”. Nella ricca Ragione lombarda è accaduto di tutto. Oggi la fiscalità generale sta pagando i debiti lasciati dalle truffe bancarie della classe dirigente veneta, così come i buchi della sanità privata lombarda che vive proprio grazie alle convenzioni con lo Stato. Alberto Nerazzini con l’inchiesta denominata “Il Grande Bluff”, andata in onda su Rai3 il 6 luglio 2015, mostra come talune imprese del Nord siano diventate ricche sfruttando il mondo off-shore. L’ISTAT rileva che nel 2015 la cosiddetta economia sommersa e illegale vale ben 208 miliardi di euro. Una classe dirigente normale e seria, anziché prendere in giro i cittadini si attrezzerebbe per recuperare queste enormi cifre per affrontare i problemi reali del Paese.

Tutto ciò per osservare che, in un sistema di economia globale neoliberale ove gli Stati nazionali non esistono più, poiché privi di sovranità economica e di politiche industriali, è del tutto inutile avanzare richieste autonomiste per gestire in proprio maggiori risorse della fiscalità generale sottraendole alle altre aree. E nel caso italiano i ricchi tolgono risorse ai poveri; è una consuetudine che inizia dal 1860.

Nel 2011, Francesco Patierno è alla regia del film “Cose dell’altro mondo” ambientato in Veneto. Forse sarebbe giusto che la profezia del film divenga realtà, così da lasciar soli i razzisti al loro becero destino.

La demagogia e l’ignoranza di questo ceto politico che alimenta il proprio consenso sull’invenzione di temi senza fondamento e sul razzismo, mostra ancora una volta la pochezza della classe dirigente, sia perché incapace di leggere la società e la realtà, e sia perché propone azioni ridicole e inefficaci, distogliendo ancora una volta l’attenzione delle persone sui problemi reali: precariato, disoccupazione, disuguaglianze crescenti, crisi urbane, cura del patrimonio e degrado dei centri, rischio sismico e dissesto idrogeologico.

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