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Siamo già in campagna elettorale e dal dibattito pubblico manca un tema fondamentale per gli italiani: “l’agenda urbana e territoriale“. Il governo del territorio è sparito da qualsiasi agenda politica dei partiti italiani, e i danni causati dall’inerzia delle istituzioni politiche si ripercuotono sulla vita degli abitanti. Il massimo che riesce a divulgare la propaganda dei politicanti italiani è accennare interventi specifici come l’energia, la mobilità, convinti che ciò li aiuti a millantare una sensibilità, una competenza; si tratta di mera cialtroneria. Il nostro ceto politico è completamente inaffidabile e poco credibile. Frane, alluvioni, terremoti, consumo di suolo, degrado urbano e ciclo vita degli edifici, gestione urbana, sistemi locali, patrimonio storico, abusivismo e speculazioni immobiliari sono alcuni temi e problemi determinanti per l’Italia, e puntualmente sottovalutati dalla classe dirigente e da tutti i partiti. La risposta seria è la pianificazione territoriale e urbanistica. Da troppi anni Stato, Regioni e Comuni hanno rinunciato alla pianificazione preferendo privatizzare i processi decisionali e scegliendo l’edilizia al disegno urbano. L’inconsistenza della nostra classe dirigente, passata, presente e futura è a dir poco sconfortante e degradante. L’umanità si concentra nelle aree urbane (megalopoli, città regioni, aree urbane estese) e organizzazioni sociali, politiche (ONU, governi, accademie, enti territoriali) immaginano come gestire questo processo attualmente in corso; ognuno con una propria agenda urbana attenta soprattutto agli interessi degli investitori, e molto meno agli interessi delle comunità che vivono in condizioni di degrado. Può apparire assurdo ma l’unica classe dirigente che ignora completamente il fenomeno in corso è quella italiana. Tutti i partiti politici presenti in Parlamento non hanno minimamente accortezza e consapevolezza della questione urbana, in generale, e tanto meno della trasformazione avvenuta nel nostro Paese. L’armatura urbana italiana è costituita da nuove città caratterizzate da “aree urbane estese” e “città regioni”, ma sono ancora amministrate da vecchi e obsoleti confini comunali, da riperimetrare nuovamente osservando i comuni centroidi e le loro conurbazioni. La maggioranza della popolazione italiana vive in “aree urbane estese”, e ciò non significa proprio nulla per chi amministra le istituzioni politiche. Siamo di fronte a una vera malattia psichica dei “nostri” politici poiché risultano inutili e dannosi. La nostra Accademia, ovviamente, produce studi e letteratura sulle città ma la realtà e le ricerche sembrano sparire nel nulla quando le istituzioni politiche, in attuazione alla nostra Costituzione, devono programmare la gestione del nostro territorio, nonostante gli evidenti problemi connessi al rischio idrogeologico e sismico, oltre alla necessità di tutelare il patrimonio esistente e rigenerare le zone consolidate delle nostre città.

Abbiamo le conoscenze e l’opportunità di aggiustare le città ma una classe politica inerte di fronte al dovere di applicare l’interesse generale impedisce l’evoluzione sociale. Bisogna capire in che percentuale pesano: stupidità, avidità ed egoismo.

Se avessimo una classe politica normale, che applica la Costituzione e quindi non eccezionale, dovrebbe porsi come priorità l’analisi delle “aree urbane estese”, e poi adottare un piano nazionale di rigenerazione territoriale e urbana interpretando correttamente la bioeconomia. In questo modo, e in un sol colpo si affronterebbero i problemi occupazionali, ambientali, sociali ed economici. E’ questa la politica industriale che serve all’Italia e soprattutto al meridione per ridurre le disuguaglianze pianificate dai Governi passati. Il nostro è il Paese con la maggiore concentrazione di patrimonio storico riconosciuto dall’UNESCO, ma non tutela il territorio per l’inconsistenza culturale della propria classe dirigente e per colpa di noi elettori gravemente ammalati di ignoranza funzionale. Il Governo avrebbe anche un Comitato interministeriale per le politiche urbane ma è depotenziato e reso inutile.

Per uscire dal nichilismo della classe politica è necessario che il tema “agenda urbana bioeconomica” diventi argomento di dibattito pubblico, fra esperti e cittadini. Viviamo nelle città ma non sappiamo cosa siano, ne subiamo i difetti, i vizi, l’inquinamento e non riusciamo ad aggiustarle. Come sistema Paese abbiamo le conoscenze e gli esperti per rimediare ma non li coinvolgiamo nella fase attuativa della trasformazione, anzi, spesso le istituzioni locali strumentalizzano le loro conoscenze, per poi scegliere progetti speculativi. Come cittadini ignoriamo i processi urbanistici e lasciamo che i nostri amministratori locali decidano per tutti, ma spesso i Consigli comunali favoriscono gli interessi degli immobiliaristi e degli speculatori recando danno alla collettività.

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Avidità e razzismo

L’esplosione mediatica e politica di sedicenti partiti autonomisti si spiega col becero egoismo dell’individuo. Premettendo che il sistema istituzionale dell’euro zona è piegato all’avidità delle multinazionali, accade che in maniera anacronistica, i partiti delle aree economicamente più ricche inseguono velleità di autonomia fiscale per trattenere maggiori risorse finanziare raccolte dalla fiscalità generale. La Repubblica italiana ha ceduto parti di sovranità e anziché affrontare il capitalismo neoliberale che ha reso intere aree geografiche come una periferia economica, accade che due Regioni del Nord, amministrate da un partito razzista, chiedono pubblicamente di perseguire la propria avidità. Disse il razzista Zaia, Presidente della Regione Veneto: «è una vergogna pensare di spendere 250 milioni per quei quattro sassi di Pompei». E’ sufficiente osservare la realtà imprenditoriale italiana per sciogliere gli slogan dei razzisti del Nord. In primis, fu la guerra di annessione che smantellò la seconda economia d’Europa per trasferirla al Nord, poi il Regno d’Italia e la Repubblica pianificarono il sistema industriale nazionale e privato localizzandolo soprattutto al Nord ma con gli operai dal Sud, e questa è storia. Banalizzando, alcune aree hanno un PIL maggiore rispetto ad altre, perché in talune aree ci molte più imprese rispetto alle altre. Poi osservando la composizione del PIL italiano ci accorgiamo che la ricchezza è costituita principalmente da rendite immobiliari e dalla finanza (credito), poi dal commercio, servizi e solo per il 18% circa dalla produzione industriale. Detto ciò, dovrebbe essere chiaro a chiunque abbia semplici capacità cognitive che, poiché non si ha più una sovranità economica, la classe dirigente del Nord vuole avere le mani libere sulla gestione di una fetta più ampia delle risorse pubbliche, anche aumentando il divario economico fra Nord e Sud, ma sfruttando la fiscalità generale, e questo ceto politico esprime tali richieste anche con una becera propaganda razzista. E veniamo all’oggi; accumulare capitali illegalmente è più facile per i colletti bianchi criminali mentre è complicato per la magistratura inquirente riscontare illeciti e reati. La cronaca politica recente insegna che talune imprese hanno il pieno controllo dei grandi investimenti lombardi e veneti, e che talune organizzazioni private, se lo desiderano, sfruttano il famigerato sistema off-shore per eludere il fisco. Negli ultimi dieci anni, la realtà ha mostrato il vero volto di una certa classe dirigente del Nord sgretolando gli slogan razzisti dei bossiani della prima ora: “Roma ladrona”. Nella ricca Ragione lombarda è accaduto di tutto. Oggi la fiscalità generale sta pagando i debiti lasciati dalle truffe bancarie della classe dirigente veneta, così come i buchi della sanità privata lombarda che vive proprio grazie alle convenzioni con lo Stato. Alberto Nerazzini con l’inchiesta denominata “Il Grande Bluff”, andata in onda su Rai3 il 6 luglio 2015, mostra come talune imprese del Nord siano diventate ricche sfruttando il mondo off-shore. L’ISTAT rileva che nel 2015 la cosiddetta economia sommersa e illegale vale ben 208 miliardi di euro. Una classe dirigente normale e seria, anziché prendere in giro i cittadini si attrezzerebbe per recuperare queste enormi cifre per affrontare i problemi reali del Paese.

Tutto ciò per osservare che, in un sistema di economia globale neoliberale ove gli Stati nazionali non esistono più, poiché privi di sovranità economica e di politiche industriali, è del tutto inutile avanzare richieste autonomiste per gestire in proprio maggiori risorse della fiscalità generale sottraendole alle altre aree. E nel caso italiano i ricchi tolgono risorse ai poveri; è una consuetudine che inizia dal 1860.

Nel 2011, Francesco Patierno è alla regia del film “Cose dell’altro mondo” ambientato in Veneto. Forse sarebbe giusto che la profezia del film divenisse realtà, così da lasciar soli i razzisti al loro becero destino.

La demagogia e l’ignoranza di questo ceto politico che alimenta il proprio consenso sull’invenzione di temi senza fondamento e sul razzismo, mostra ancora una volta la pochezza della classe dirigente, sia perché incapace di leggere la società e la realtà, e sia perché propone azioni ridicole e inefficaci, distogliendo ancora una volta l’attenzione delle persone sui problemi reali: precariato, disoccupazione, disuguaglianze crescenti, crisi urbane, cura del patrimonio e degrado dei centri, rischio sismico e dissesto idrogeologico.

La rivoluzione possibile

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L’Ottocento è il secolo ove si sono sviluppati i modelli culturali e industriali della modernità e quest’epoca è ancora in corso d’opera nonostante la si possa superare facilmente grazie all’evoluzione della società percorrendo la strada bioeconomica. Mentre il capitalismo si manifestava per ciò che è realmente: avidità di pochi contro i popoli, disuguaglianze sociali ed economiche, e distruzione della natura; si sviluppavano anche idee per stimolare la nascita di modelli sociali più virtuosi e civilmente responsabili. Grazie all’immensa opera di Marx che spiegava in maniera dettagliata l’inciviltà del capitalismo, molti pensatori riuscirono ad attrarre investimenti e progetti per sperimentare modelli alternativi. Fra l’Ottocento e inizio Novecento vi furono molti esempi concreti, ma dopo la seconda guerra mondiale tutto l’Occidente fu velocemente colonizzato dal pensiero dominante neoliberale, attuando un capitalismo di rapina simile alla società feudale caratterizzata dalla divisione di classe non più in base al lignaggio familiare, ma in base all’accumulo di capitale. Una borghesia di oligarchi capitalisti controlla il pianeta. La vittoria più straordinaria ottenuta da questa classe dirigente degenerata è far credere ai popoli che il capitalismo sia l’unica ideologia possibile. Ciò è avverabile grazie all’ignoranza funzionale delle masse.

All’inizio di questo millennio, dove ormai la tecnologia a disposizione della specie umana è a dir poco fantascientifica, le comunità che corrispondono alle aree urbane estese possono programmare e finanziarie sistemi sociali, alimentari ed energetici ispirati ai modelli degli utopisti dell’Ottocento, e cioè sistemi anarco comunisti ove i cittadini possono gestire le risorse fondamentali del territorio in maniera razionale.

Questo approccio politico libertario (comunista) è il terrore dell’élite degenerata che oggi è ampiamente rappresentata in tutte le istituzioni politiche, dall’Unione europea, passando per i Governi di tutti i Paesi aderenti all’euro zona, fino a tutti gli Enti locali, Regioni, Province e Comuni. Se i cittadini fossero consapevoli delle possibilità concrete, grazie alle tecnologie di oggi, nel diventare produttori e consumatori di energia e soprattutto gestori del territorio, allora si potrebbe realizzare la più grande rivoluzione politica mai vista in Occidente, poiché molti livelli istituzionali perderebbero il proprio peso politico e mediatico. E’ facile osservare che nessun partito politico parla di questa possibilità.

Oggi le aree urbane estese possono essere amministrate da un unico organo territoriale rappresentativo che può adottare un piano bioeconomico territorializzando funzioni e attività per stimolare una rigenerazione capace di creare nuova e utile occupazione. Si tratta di approcci e modelli che restituiscono autonomia e sovranità alle comunità locali poiché si riduce la dipendenza economica dal sistema globale neoliberale.

L’attuale sistema politico è concretizzato in un modello gerarchico capitalista, ove la concentrazione di capitale nelle mani di pochi ricatta popoli e Governi, si tratta di una gerarchia feudale poiché le relazioni coincidono col vassallaggio. Il modello opposto è una rete democratica dove non esiste la produzione di massa di merci inutili, e lo scambio è basato sulla reciprocità e non sull’accumulo.

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Sistemi locali, ISTAT.

Rendita ed egoismo

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Paul Citroen, Metropolis, 1923.

Spesso ho scritto quanto le discipline giuridiche ed economiche influenzino negativamente l’urbanistica e il disegno urbano fino a far scomparire i diritti dei cittadini ed edulcorare gli scopi della pianificazione. Le rendite urbana e fondiaria favoriscono una costruzione della città che risponde ai capricci degli immobiliaristi e dei proprietari privati. La conseguenza di ciò è la violazione sistematica dei principi costituzionali, che impongono la tutela del territorio e l’uso razionale dell’energia. A questo punto ci si è arrivati con una scelta consapevole della classe dirigente politica, che ha preferito dare libero sfogo alla spirito liberale presente nella Costituzione stessa, ma a danno dell’ambiente e dei diritti dei cittadini, soprattutto di quelli più poveri, emarginati dal razzismo insito nel capitalismo. Inoltre, scrivo da tempo quanto l’urbanistica sia una disciplina difficile e poco comprensibile per le persone, poiché usa un linguaggio tecnico. Dietro i piani urbanistici ci sono gli interessi economici particolari, che possono essere assecondati attraverso la giurisprudenza amministrativa e la rinuncia dei Consiglieri a svolgere il proprio ruolo di rappresentanti dell’interesse generale. Un tipico esempio di tutto ciò si consuma a Salerno, ma è ciò che accade in tutti i comuni d’Italia, all’insaputa della popolazione che ignora i propri diritti e doveri, e ignora completamente i meccanismi e le dinamiche che formano i piani urbanistici locali.

Nei giorni passati La Città pubblica – 23 settembre 2017 – un intervento del Consigliere Lambiase elenca le “novità” della variante al PUC con alcuni cambi di destinazione d’uso circa i comparti edificatori, transitati da servizi ad alloggi. L’accusa è che il piano regala nuove rendite ai privati mentre le superfici ottenute destinate a standard rimangono inutilizzate. Il 21 ottobre 2016 sulle pagine de La Città intervenni scrivendo che la legge urbanistica campana andrebbe cambiata, poiché adotta una perequazione edulcorata e inefficace. Com’è noto, per i Comuni vige l’obbligo di costruire standard minimi a tutti i cittadini pena l’illegittimità del piano. E’ altresì noto che nel corso degli anni nacque la perequazione urbanistica per consentire allo Stato di ottenere i suoli senza ricorrere all’istituto dell’esproprio. L’intenzione e il principio perequativo sono quelli di applicare un’uguaglianza di mercato, per ridurre la discriminatorietà economica dei piani circa i suoli edificabili. La perequazione urbanistica non è un modello unico introdotto da una legge nazionale, ma una pratica giuridica ed ogni Regione la interpreta diversamente, fino ad arrivare a snaturarla del tutto come accade in Campania. Non è una sorpresa osservare che i Comuni campani non riescano a ottenere gli standard minimi, perché qui non esiste una “perequazione diffusa” vincolata alla costruzione preventiva degli standard ma una “perequazione di comparto” che addirittura si stabilisce in fase attuativa contraddicendo il principio di uguaglianza perequativa. Non solo non c’è una “perequazione diffusa” ma è possibile costruire lo standard in una fase successiva, col rischio concreto di ricadere nelle difficoltà riscontrate a Salerno, e non solo. In Campania si preferisce l’urbanistica “contrattata” nel solco dell’ideologia liberale di Adam Smith e il suo “laissez faire” (lascia fare al mercato). Nella storia della borghesia italiana, ha prevalso l’idea di sfruttare la rendita fondiaria e immobiliare per accumulare capitale privato senza lavorare, ma a danno del bene comune. Tale ricchezza copre il 32% del PIL ed è più del doppio di quella che viene considerata come fisiologica in un sistema economico equilibrato, secondo Paola Bonora (Fermiamo il consumo di suolo, 2015). Nel corso dei decenni si è consolidata la prassi viziosa di ignorare i problemi esistenti relativi agli standard mancanti nelle zone consolidate, e non si è avuto il coraggio di proporre nuovi approcci. Escludendo alcuni interventi di rinnovo e recupero urbano realizzati durante la breve parentesi della sinistra, oggi l’ideologia neoliberale continua a negare diritti e servizi ai cittadini, e continua a distruggere le risorse limitate del territorio.

Ciò che la maggioranza dei cittadini probabilmente ignora, è che l’urbanistica nacque per rimuovere i problemi ambientali e sociali causati dal capitalismo. La tecnica urbanistica insegna come progettare forme urbane in armonia con la natura e sostenere la coesione sociale. Nel corso del Novecento, più di una volta le classi dirigenti locali scelsero di costruire la città del capitalismo negando la realizzazione di insediamenti urbani che favorivano l’armonia con la natura e l’uguaglianza sociale (piani Donzelli-Cavaccini e Guerra), ed anche dopo aver realizzato male gli ampliamenti, le classi politiche ignorarono i problemi ereditati dal passato. Quando si rilevò l’enorme danno sociale di piani sbagliati poiché influenzati dalle rendite di posizione (anni ’70), si scelse di continuare ad ignorare i problemi urbanistici presenti in città. L’aspetto grottesco è che la soluzione ai problemi odierni si scopre leggendo la storia, poiché furono gli utopisti socialisti a inventare la progettazione ecologica e l’uguaglianza spaziale. Amministratori responsabili dovrebbero risvegliare temi come il regime dei suoli per applicare i valori costituzionali mortificati da classi dirigenti incapaci e neoliberali, anche a loro insaputa.

La Città 04102017

Cinico capitalismo

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Daniel Garcia, valori giovanili vecchi poveri.

Negli anni dell’implosione capitalista che genera una spaventosa recessione, sembra che a nessuno interessa la povertà dei meridionali. Basti osservare che in generale i partiti non hanno politiche industriali, e la povertà del meridione è cinicamente citata come tema ma non esistono seri programmi d’investimenti pubblici. Il ceto politico strumentalizza la povertà dei meridionali senza predisporre proposte concrete. In questi decenni, una guerra economica silenziosa si è consumata sulla pelle dei più poveri d’Europa, insieme ai greci. L’aspetto più cinico è che, mentre il ceto politico italiano aderiva alla religione monetarista liberale e programmava i piani strutturali neoliberisti, ha consapevolmente trasformato l’Italia e soprattutto il meridione in periferia economica dell’Europa. Le famiglie italiane e soprattutto quelle meridionali hanno visto aumentare la povertà assoluta e relativa, rendendo l’istituzione familiare molto fragile e costantemente sotto ricatto. Le gravissime conseguenze sociali della fragilità economica dei meridionali, hanno l’effetto negativo di favorire l’emigrazione dei laureati, hanno diffuso un clima di paura e incertezza del presente e del futuro, che rende difficile persino immaginare una vita serena e prosperosa. Il ceto politico ricatta le famiglie povere utili come bacino elettorale. Ogni anno è l’ISTAT che scatta la fotografia del disagio sociale e delle diseguaglianze, ed è sufficiente leggere i recenti Rapporti annuali (“Crisi e benessere”, 2013; “L’evoluzione dell’economia italiana”, 2014; “Le trasformazioni demografiche e sociali”, 2016; “Le classi sociali e i gruppi sociali”, 2017) per trovare riscontro di una recessione economica che ha innescato profondi processi di disgregazione sociale che non si possono affrontare restando sul piano ideologico sbagliato. La povertà non trova soluzione sul piano ideologico che l’ha creata e favorita, e le forze politiche se ne fregano di ripristinare la sovranità economica in capo alla Repubblica, pur sapendo bene che questo è l’unico modo di garantire una programmazione stabile e duratura finalizzata a sostenere una politica industriale bioeconomica, e aiutare i ceti meno abbienti consentendo loro di riavere una serenità. Al danno creato dall’instabilità del capitalismo e dalla stupidità di una classe dirigente incapace e moralmente corrotta, si aggiunge il danno dell’ignoranza funzionale delle masse. Sono gli stessi cittadini che continuano a dare un consenso elettorale ai propri carnefici.

E’ ormai chiaro che la campagna elettorale per le elezioni del prossimo Parlamento italiano è partita, e che tutti i partiti sfrutteranno, come hanno sempre fatto, i disagi economici degli italiani che nel nostro meridione trovano circostanze drammatiche sconosciute alle comunità nordiche più ricche. L’Italia non è una e sola, non lo è mai stata, e nel corso dei decenni l’economia capitalista ha diviso i territori piuttosto che unirli. La nostra società è sempre più cinica e nichilista, per nulla solidale e i problemi di alcune comunità restano insoluti poiché non sono affrontati seriamente. Prima di tutto il ceto politico e imprenditoriale è costituito ormai da élite borghesi auto referenziali, cioè la società si sta rifeudalizzando poiché indirizza e utilizza le istituzioni politiche secondo il proprio tornaconto su rapporti di vassallaggio. Se osserviamo la geografia umana italiana, possiamo constatare la contraddizione del nostro Paese con l’area geografica padana costituita da un’eccessiva agglomerazione di attività e funzioni con impatto ambientale fra i più importanti al mondo, e il resto d’Italia, dove al Sud si evidenzia una vera desertificazione di attività,  e con aree persino senza infrastrutture essenziali per collegare i centri urbani. Questo disequilibrio è unico in Europa e non trova spiegazioni logiche e razionali.

Com’è noto, le politiche economiche sono la conseguenza di specifiche filosofie politiche. Ciò che ha generato la povertà è il capitalismo liberale e neoliberale, e la scelta consapevole di costruire agglomerazioni di attività industriali efficienti in aree geografiche piuttosto che in altre, solo al Nord e poco al Sud, che ha avuto l’inizio del suo declino dopo la famigerata guerra di annessione. Dal 1860 in poi si smantellò l’industria meridionale per trasferirla nell’area Torino, Milano e Genova. Nel corso dei decenni l’Italia e il meridione sono stati spogliati di determinate attività (informatica, meccatronica, mobilità e varie manifatture leggere) per favorire imprese che sono localizzate negli USA e nel resto d’Europa. Le imprese italiane hanno scelto di accumulare capitali preferendo diverse strade oltre a quelle finanziarie: la rendita urbana che pesa per il 32% del PIL, e la delocalizzazione delle attività nelle zone economiche speciali. In Italia il PIL è costituito principalmente dall’attività di credito, attività immobiliari (rendita), dal commercio, poi servizi, e in fine industria, edilizia, agricoltura, e poca meccatronica. La transizione industriale dal modello fordista al modello flessibile, unito alla deregolamentazione commerciale e finanziaria ha spinto le imprese a delocalizzare le attività nei paesi emergenti (Shanghai, Shenzhen le fabbriche del mondo), mentre la politica di determinate imprese ha scelto di agglomerare la manifattura leggera nei distretti industriali dei paesi centrali, USA e Germania. Il meridione d’Italia, la Grecia, il Portogallo e alcune aree della Spagna e d’Irlanda, sono povere per volontà politica, mentre l’Est è sfruttato come esercito di riserva.

Nell’epoca dell’era urbana e di internet, la società cambia radicalmente. Il nichilismo ormai imperante ha trasformato i rapporti facendoli regredire al mercantilismo più becero, mentre la borghesia capitalista italiana è prevalentemente legata a finanza e rendita immobiliare. Un’economia di privilegi, rendite passive e parassitarie, determina una società poco dinamica e capace di innovarsi, mentre i ceti più deboli e meno istruiti sono sempre più condizionati da relazioni personali materialiste, anche grazie alla diffusione di massa degli smartphone che stimolano i nuovi nativi digitali all’individualismo. Per reagire alla deriva egoista è necessario ridurre lo spazio del mercato per stimolare la reciprocità tipica delle comunità di una volta. Le istituzioni politiche dovranno ripensare gli strumenti finanziari e giuridici che valutano programmi, piani e progetti. E’ necessario cambiare i criteri di valutazione dei programmi inserendo nuovi indicatori (sociali e ambientali), ed è altresì importante cambiare i confini amministrativi dei Comuni, osservando le nuove strutture urbane. Una nuova classe politica, ripristinando la sovranità economica, dovrà finanziare programmi di rigenerazione nelle nuove strutture urbane che si governano adeguatamente cambiando la scala territoriale. Il meridione può affrontare la sua recessione pensando a un’economia bioeconomica. L’approccio territorialista è il modello ideale per tutto il meridione, e con la costruzione delle infrastrutture che mancano da sempre, è possibile cominciare a dare risposte concrete per creare occupazione. Piani regolatori bioeconomici possono costruire i luoghi ove aggregare risorse umane e stimolare la nascita di imprese, dal terziario alla meccatronica. Le istituzioni politiche dovrebbero adottare programmi e piani per rigenerare interi sistemi urbani, ripensando alle agglomerazioni industriali, progettando recuperi dei centri storici, e ristrutturazioni urbanistiche delle zone consolidate pensando all’auto sufficienza energetica. Si tratta di recuperare standard ancora mancati, costruire servizi, e centri culturali finalizzati a stimolare la creatività dei sistemi bioeconomici utili a innescare un meccanismo di filiera virtuosa che crea occupazione.

Il problema culturale e politico che ostacola questa evoluzione è l’assenza di coscienza collettiva sui temi economici e l’assenza di un partito politico, o di una classe dirigente che riconosca come punto centrale della propria azione il ripristino dell’autonomia monetaria ed economica dello Stato democratico, questo vale sia per la Repubblica italiana che per l’Unione europea. In Occidente, ha prevalso la religione liberale e neoliberale che ha saputo psico programmare la classe politica sulla necessità di far credere alle istituzioni politiche che il controllo della moneta o del credito sia una questione indipendente dall’economia (teoria monetarista sull’esogeneità della moneta). In tutto l’Occidente ha prevalso l’ideologia di von Hayek. In Italia, in maniera del tutto incredibile, questa religione neoliberale ha convinto anche i dirigenti dei partiti di tradizione socialista, che hanno volutamente oscurato la critica sociale ed economica di Marx, e persino la teoria di Keynes, che non era affatto un socialista ma riconosceva il ruolo determinante dello Stato nell’affrontare problemi sociali. Oggi, tutti i Governi europei sono guidati da leaders politici liberali, ed anche le opposizioni politiche sono liberali, comprese quelle di tradizione socialista che hanno abdicato alla propria identità. In Italia il partito comunista non esiste più. Solo in anni recentissimi, a causa dei danni sociali innescati dalla recessione, prima in Grecia e poi in Spagna stanno sorgendo partiti che si ispirano al socialismo reale ma anche questi fanno fatica ad ammettere la necessità di ripristinare la sovranità economica. Sulla scena politica si consuma l’imbarazzo generalizzato, di maggioranze e opposizioni, di un’Unione europea palesemente liberista, poiché se ne frega dei problemi sociali delle comunità più deboli, mentre i Paesi centrali continuano ad ammassare surplus economici sfruttando proprio le periferie economiche. In tutto ciò nessuno ha il coraggio di programmare l’uscita del capitalismo e affermare i valori di un socialismo condotto sul piano della bioeconomia, capace di trasformare senza distruggere gli ecosistemi.

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ISTAT, Rapporto BES 2016.

ISTAT agglomerati morfologici urbani 2001

La morfologia delle aree urbane, fonte immagine ISTAT.

C’è connessione fra la mancata riforma urbanistica (regime dei suoli) e la speculazione edilizia? Ripartendo da questa domanda retorica possiamo recuperare un tema fondamentale per creare occupazione utile e tutelare il territorio. L’evoluzione del neoliberismo ha modificato i rapporti di urbanizzazione in Occidente creando nuove strutture urbane e diversi usi del territorio. Abbiamo i fenomeni di contrazione dei comuni centroidi con la crescita di quelli limitrofi, unendosi fisicamente creano nuove città e reti di città. I dati dell’ISPRA, nel Rapporto 2017 sul consumo di suolo, mostrano il disastro promosso da Regioni e Comuni nel piegarsi ai capricci del mercato continuando ad approvare piani espansivi anziché rigenerare le zone consolidate, con sottovalutazione e scarsa attenzione al rischio sismico e idrogeologico. La decadenza sociale delle classi dirigenti, non ancora appagate dal realizzare qualsiasi capriccio, sta inventando e divulgando neologismi giuridici stupidi e immorali come “l’abusivismo per necessità” (aberrazione costituzionale, legislativa e urbanistica), e sta introducendo leggi sempre più liberiste, come il cattivo esempio della legge in Emilia Romagna. Da un lato si va oltre l’immorale e scellerato condono edilizio, e dall’altro lato si smantella persino quel poco di buono che è stato fatto in passato come il recupero urbano e la perequazione diffusa. I politicastri vanno avanti per giustificare i processi di privatizzazione delle trasformazioni urbanistiche, e sostenere consuetudini avverse ai principi della Costituzione e della legge urbanistica nazionale. Tali scelte neoliberiste sono suggerite per favorire l’avidità degli investitori privati (lascia fare al mercato) e creare valori fittizi sfruttando la rendita. Eppure, aggiustare l’Italia applicando la Costituzione crea occupazione utile, ma per farlo correttamente è necessario sia riprendere il nodo sul regime giuridico dei suoli (riforma Sullo), e sia adottare un cambio di scala territoriale e modificare gli strumenti giuridici e finanziari che giudicano piani e progetti, introducendo criteri di valutazione bioeconomica. Prima di tutto dobbiamo accettare la verità scientifica che il territorio non può essere mercificato, per ovvie ragioni di conservazione delle specie viventi, e poi ricordarsi che il diritto a edificare è concesso dallo Stato, non appartiene alla proprietà privata, pertanto l’arroganza dei privati nel voler guadagnare senza lavorare sfruttando la famigerata rendita, è un male da estirpare imitando le pratiche virtuose di altri paesi: diritto di superficie, recupero del plusvalore e tasse. In fine, dobbiamo riconoscere che la classe dirigente locale si è dimostrata incapace nel favorire piani con qualità urbanistica e architettonica, poiché uno degli scopi della legge urbanistica era di realizzare una corretta morfologia urbana, oltre alla normale costruzione dei servizi per tutti i cittadini. Dal dopo guerra in poi, in diversi comuni d’Italia, non si è realizzata né una corretta morfologia urbana e tanto meno sono stati costruiti gli standard minimi per i quartieri. Nel riparare città mal costruite, dovremmo introdurre il piano regolatore generale bioeconomico che ha la predilezione per le zone consolidate, eliminando del tutto quelle di espansione. Tale piano aggiunge alla tradizionale zonizzazione e localizzazione con mixitè funzionale e sociale, anche la misura dei flussi di energia in entrata e uscita, e la valutazione sociale degli interventi da realizzare nel livello attuativo. Nella fase attuativa, la perequazione è piegata agli scopi sociali e ambientali, favorendo progetti che risolvono problemi delle zone consolidate, e riducendo il ruolo divenuto strategico dei soggetti privati interessati esclusivamente al proprio tornaconto economico, preferendo soggetti attuatori no-profit. In tal senso è fondamentale il ruolo pubblico dello Stato, sia come figura di coordinamento e controllo, e sia come soggetto attivo (investimenti e leva fiscale) che condiziona gli investitori privati verso l’utilità sociale attraverso i criteri bioeconomici. Il punto focale dei piani bioeconomici è la realtà urbana e territoriale; non più la velleità di Sindaci e di archistar che si prestano a manipolare l’opinione pubblica, o le ambizioni di progetti “finanziati” dai privati con volgari speculazioni immobiliari. L’analisi dell’esistente è il vero piano che fa emergere i problemi rimasti insoluti, la capacità di leggere e interpretare la struttura urbana e territoriale, la carenza di standard nelle zone consolidate, il ciclo vita degli edifici e il degrado, la mobilità e gli stili di vita, i servizi. Osservando le aree urbane è necessario che il sapere tecnico sia a servizio diretto dei cittadini con processi di partecipazione attiva, favorendo il dialogo sui problemi da risolvere, e presentando visioni progettuali con trasformazioni urbanistiche che migliorano le zone consolidate suggerendo soluzioni urbane, architettoniche e tecnologiche adeguate.

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Gentile direttore Manzi, seguo con interesse il dibattito che il suo giornale sta sviluppando in questi mesi. Prima l’iniziativa di pubblicare una serie di interventi sul governo del territorio, tema a me caro, concedendomi anche lo spazio per esprimere un’opinione di contro cultura come la visione bioeconomica. E adesso trovo altrettanto stimolante il duello fra due protagonisti della recente storia salernitana, l’ex magistrato Russo e l’ex Ministro Conte, entrambi di sinistra come amano ricordarsi, il primo “comunista” e il secondo “socialista”, ma disposti su fronti diversi e come ricordano le cronache su posizioni “contrastanti“. Il confronto/scontro li pone con uno sguardo al passato, accennando a eventuali responsabilità politiche, segnale implicito che la loro generazione consegna un presente affatto tranquillo alle future generazioni impoverite dalla recessione. Oggi sembrano condividere l’esigenza di stimolare nuove politiche di sinistra per favorire l’occupazione, quando le loro forze politiche di riferimento aprirono strade al liberalismo, di fatto rinnegando se stesse. Non c’è dubbio che l’azione politica dell’ex Ministro, in qualità di esecutivo di governo, fu quella che produsse risultati concreti per Salerno, ed ancora oggi la nostra città può godersi alcuni di quei progetti che hanno rinnovato il nostro territorio. Dal confronto fra i due emerge anche la necessità di un ruolo attivo dello Stato per sostenere i giovani disoccupati e non solo. Non ho l’esperienza dei “duellanti” ma credo che nel nostro territorio, il danno culturale più grande della vecchia classe dirigente è aver favorito l’apatia fra la popolazione. I partiti che non esistono più, e non seppero auto riformarsi. Oggi c’è un vuoto politico culturale rispetto agli accesi e vivi anni ’70 e ’80. Il vuoto è riempito dal nichilismo, e si osserva l’assenza di un contenitore politico democratico capace di fare analisi per il territorio, e capace di stimolare nuove proposte concrete per migliorare la vita degli abitanti. Se oggi un giovane cittadino salernitano volesse fare politica con spirito altruistico non potrebbe farlo, poiché non ci sono né i luoghi fisici e probabilmente neanche gli ambiti sociali democratici per valorizzare talenti e competenze. Dubbi e perplessità emergono dal paradigma culturale che suggerisce misure e azioni politiche dei “duellanti”, poiché è figlio del piano culturale politico dominante, lo stesso che ha reso l’Italia una periferia economica e quindi facile preda del sistema globale liberale e neoliberale, cioè l’ideologia che ha impoverito anche il nostro meridione. Tutto il sistema istituzionale è piegato sulla religione della crescita della produttività delle imprese che non corrisponde necessariamente al benessere delle persone. La classe dirigente preferisce l’economia di mercato delle imprese private allo sviluppo umano. L’aspetto grottesco del nostro meridione è che, nei decenni trascorsi, la classe dirigente non ha saputo neanche sfruttare la crescita economica post bellica, stimolando un sistema di ricerca universitaria finalizzata alla creazione di attività tecnologiche innovative, e quando determinate imprese hanno cercarlo di farlo, poi sono state smantellate. Adesso che l’industrialismo lascia l’Europa si ha l’impressione che il mondo accademico e imprenditoriale salernitano non riesca a produrre ricerca applicata per aggiustare il territorio. La recessione del capitalismo, la sua implosione, aggredisce maggiormente i nostri territori sempre più fragili, nonostante la concentrazione di risorse patrimoniali e naturali uniche al mondo. Per dirla in breve: siamo circondati dalla bellezza, ma le istituzioni politiche o la distruggono per abbandono e con speculazioni edilizie, o non sanno usarla per favorire lo sviluppo umano. Il nostro territorio è sempre più percepito come luogo colonizzato, ricordando un passato tipico della prima borghesia che predava i territori per avidità, ed è ciò che la globalizzazione neoliberale impone alle regioni periferiche. E’ altrettanto noto che il Governo italiano indirizza le imprese verso i sistemi fiscali speciali, cioè aree ove si possono ridurre i costi sia svalutando il salario e sia pagando aliquote e imposte ridotte o nulle rispetto all’Italia, tali aree sono notoriamente localizzate in Asia e nell’Est dell’Europa. Tale modello è persino applicato nel nostro meridione attraverso le zone franche urbane, che non hanno dato un contributo significativo a ridurre la disoccupazione ma hanno favorito il ritorno economico degli azionisti. La miopia politica continua ad aprire nuove zone economiche speciali, sapendo bene che i vantaggi economici sono per i manager delle imprese e non per i lavoratori, che sarebbe più appropriato chiamare schiavi. Si ha l’impressione che quando i cittadini votano, poi la classe dirigente, anziché applicare la Costituzione, si preoccupa di sostenere il profitto di taluni interessi. E’ altrettanto noto che i Paesi aderenti all’euro zona, da un lato hanno ceduto sovranità monetaria, e dall’altro lato, in casi come quello italiano, hanno persino rinunciato a fare politiche industriali. Tutto ciò mentre le regioni cosiddette centrali hanno saputo sfruttare gli aiuti degli altri paesi, sia per spostare imprese e manifatture verso i propri distretti, e sia sfruttando il surplus commerciale a danno degli altri. Tali scelte politiche hanno danneggiato soprattutto alcune regioni d’Europa, e sono il meridione d’Italia, tutta la Grecia e piccole aree del Portogallo e della Spagna, mentre altre hanno ricevuto un vantaggio economico, e sono la nota Germania, l’Austria ma soprattutto la Polonia e alcune regioni dell’Est. E’ l’avidità del capitalista che suggerisce di delocalizzare la fabbrica nelle zone economiche speciali, è l’applicazione del famigerato “lascia fare al mercato” suggerito dall’ideologia liberale. Tutta la classe dirigente occidentale è stata allevata da quest’idea, a mio avviso non scientifica, piegata al mantra della crescita della produttività, confondendo la crescita del PIL con lo sviluppo umano, e fregandosene delle conseguenze ambientali e sociali di sistemi produttivi che sfruttano le persone, negando loro dignità e diritti. Esattamente come accadeva nell’Ottocento, quando il capitalismo si mostrò nel suo vero volto: distruzione delle città e schiavitù. La nostra società è nuovamente feudale forgiata sul vassallaggio del neoliberismo. Tutto è merce. Credo che solo uscendo da questo sistema obsoleto e dannoso, potremmo programmare una nuova occupazione utile. Dovremmo partire da una corretta analisi del nostro territorio. Nel Sistema Locale salernitano esistono ben quattro agglomerazioni industriali localizzate nei comuni di Salerno, Cava, Battipaglia e Mercato San Severino. E di queste aree, ormai di produttivo c’è rimasto ben poco, soprattutto in quella salernitana, spesso sfruttata come zona commerciale. Forse dovremmo ripartire da questo dato, e da una visione culturale bioeconomica per riconoscere l’identità del nostro territorio e pianificare azioni concrete volte a costruire nuovi processi capaci di eliminare gli sprechi e suggerire sistemi più efficienti e intelligenti. Abbiamo la necessità di creare lavoro utile e non più il lavoro in quanto tale. La storia e la scienza insegnano come e quanto questa società moderna e industriale abbia distrutto ecosistemi, estinto specie viventi e ucciso i lavoratori per soddisfare i capricci del capitale e l’avidità dei capitalisti. Ripartendo da un’analisi approfondita, con l’approccio territorialista possiamo osservare come sia cambiata la geografia umana dell’area salernitana, e in funzione di quest’analisi programmare misure specifiche per investire in attività utili. Politiche genuinamente di sinistra sono tutte quelle che, nel favorire nuova occupazione, consentono ai cittadini di applicare l’auto determinazione, stimolare lo sviluppo umano e tendere alla sovranità energetica e a quella alimentare. Fino ad oggi l’UE e l’Italia hanno perseguito l’obiettivo opposto applicando politiche liberali e neoliberali (di destra), espropriando i popoli di determinate sovranità, prima quella economica, poi quella energetica e adesso quella alimentare, concentrando il potere nelle mani delle imprese private multinazionali. Citando un esempio della storia urbanistica salernitana vorrei ricordare come i poteri decisionali della politica siano stati spostati danneggiando i popoli. Quando i “duellanti” Russo e Conte erano protagonisti su posizioni diverse negli anni ’80, dobbiamo ricordarci che la Repubblica possedeva la sovranità per spendere, i famosi progetti delle opere pubbliche realizzati a Salerno non si basavano sui criteri odierni del ritorno economico (del profitto). Come sappiamo il nostro legislatore decise che tale prassi politica dovesse finire entrando nell’UE, oggi tutto è in prestito e deve produrre profitto. La riqualificazione del Corso e del Lungomare salernitano sono state opere pubbliche finanziate dalla fiscalità generale a fondo perduto (come si diceva una volta). Furono progetti odiati, osteggiati dagli esercenti, dai media locali e dai democristiani, ma sono stati gli interventi che hanno iniziato la rivitalizzazione della città, realizzando luoghi di qualità urbana e aiutando l’economia di residenti ed esercenti. Ciò dimostra, se fosse necessario due aspetti determinati: (1) il ruolo attivo dello Stato nel mercato, e (2) piani e progetti non hanno la stessa validità e utilità sociale. Ancora oggi Salerno necessità di interventi urgenti sull’urbanistica e l’architettura affinché gli abitanti possano vivere in luoghi urbani adeguati.

Per immaginare un futuro migliore per i salernitani è necessario stimolare utopie concrete e progettarle dentro ambiti sinceramente democratici, creativi e propositivi. La nostra area geografica ha limiti strutturali che possono essere opportunità di lavoro. Ad esempio, appare evidente la necessità di costruire un sistema di mobilità pubblica su ferro e gomma integrati alla bicicletta per ridurre le auto circolanti; è altrettanto necessario favorire l’auto sufficienza energetica delle aree urbane, così come finanziare progetti di recupero urbano del patrimonio storico e dell’edilizia desueta. I nostri sistemi urbani sono stati mal costruiti da decenni di politiche speculative grazie alla scelta politica di favorire il liberalismo, rifiutando la riforma urbanistica proposta dall’allora Ministro Sullo. Porre rimedio a questi spazi ormai degradati è la grande opportunità di rigenerare luoghi urbani applicando la corretta composizione urbanistica, che realizza diritti ma utilizza il modello bioeconomico che non favorisce la rendita dei privati, ma la consapevolezza degli impatti sociali e ambientali delle trasformazioni progettate. Si potrebbe continuare l’elenco in altri ambiti, e appare assurdo il fatto che nel meridione non ci siano opportunità di lavoro. Questa incredulità si può comprendere sia studiando la storia, e sia ipotizzando la congettura politica che crede all’ipotesi di voler depotenziare determinate aree (è ciò che dimostra Immanuel Wallerstein circa il sistema mondo), che altrimenti concorrerebbero sull’economia europea togliendo profitti alle attuali aree centrali, la famigerata competitività del capitalismo.

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