Rigenerazione e forma urbana

Nell’intervento precedente ho affermato che un corretto piano di rigenerazione urbana nasce dall’analisi dell’esistente, cioè misurando la morfologia dell’aggregato edilizio o tessuto urbano. La composizione urbana insegna la costruzione dell’isolato e della cellula urbana (unità di vicinato o Neighborhood unit), che rappresentano l’elemento principale della progettazione urbana, scegliendo la forma e la corretta distribuzione dei servizi. Nella vecchia Europa, fino a quando si sono costruite le città, il corretto processo di fondazione di un insediamento umano rispondeva alla cellula urbana. Oggi, i principi compositivi dell’urbanistica sono adottati per rigenerare parti delle città esistenti in Inghilterra, Germania, Francia e Svizzera. In questi paesi si è sviluppata un’esperienza significativa sulla rigenerazione urbana, mentre in Italia troviamo esempi di riqualificazione urbana, la differenza si trova nella sostanza dei piani. La rigenerazione urbana si pone l’obiettivo di intervenire dentro le zone consolidate, anche demolendo e ricostruendo volumi esistenti, mentre gli interventi italiani si sono occupati di lottizzare aree abbandonate, come le ex aree industriali e in altri casi si è usato lo slogan “rigenerazione” per consumare nuovo suolo agricolo attraverso le lottizzazioni. In Italia, veri e propri interventi di rigenerazione urbana sono molto limitati. In Inghilterra, ove nasce l’urban regeneration, il Governo costruì un’agenzia pubblica per occuparsi di rigenerazione urbana con programmi di finanziamento e piani specifici al fine di intervenire nell’inner city. Non dobbiamo dimenticare che fra l’Italia e l’Inghilterra esiste un regime giuridico dei suoli differente; nel mondo liberale anglosassone l’interesse pubblico è prevalente, in Olanda è ancora in uso il diritto di superficie per costruire la cosiddetta “città pubblica”. All’estero esiste una maggiore efficacia dell’azione pubblica, una cultura della pianificazione territoriale più forte che garantisce l’interesse della collettività. All’interno di questa tradizione non esiste il famigerato fenomeno dell’abusivismo edilizio e gli interventi privati sono piegati dall’interesse generale favorendo forme insediative e morfologie urbane migliori per risolvere problemi di degrado e di disordine urbano. In Italia, esiste ancora l’istituto dell’esproprio per realizzare l’interesse pubblico ma nella pianificazione urbana, la prassi consolidata e più diffusa dagli amministratori politici è stata quella di “privatizzare” il disegno urbano, consentendo agli investitori di orientare la perequazione e costruirsi i propri interventi incassando le rendite parassitarie. In Olanda, Inghilterra e Germania è lo Stato che indirizza la pianificazione dei suoli, mentre l’iniziativa privata che genera rendite è tassata, per raccogliere finanziamenti utili a costruire la “città pubblica” (scuole, ospedali, verde pubblico, biblioteche, teatri, servizi …). Il modello privatistico di agenzie di rigenerazione urbana, sorto in Inghilterra, ha trovato applicazioni diversificate in Francia, in Spagna mentre in Italia, nel nostro paese, non esiste un’agenzia ad hoc, e negli anni ’90 il legislatore introdusse una serie di strumenti giuridici chiamati “programmi complessi” per imitare i processi esistenti all’estero. La cosiddetta città moderna realizzata fuori dall’Italia, ha pianificato morfologie urbane migliori perché i processi politici che coordinavano l’urbanizzazione furono gestiti da uffici competenti con piani urbani di qualità, e la classe dirigente danese, svedese, inglese, olandese abbracciò la cultura urbana e architettonica ispirata dagli utopisti socialisti, ampliandola; basti ricordare il piano Cerdà di Barcellona (1859), Vienna (1859-1872), Parigi (1853-1869), il piano della Grande Londra (Abercrombie, 1941), oppure il “piano delle cinque dita” di Copenaghen (1951), o il piano di Amsterdam (Berlage, 1917-40).

Firenze piano Poggi 1865
Firenze, piano Poggi 1865.
Roma piano regolatre 1873 Pianciani e Viviani
Roma, Piano Regolatore Pianciani e Viviani, 1873.
Milano Piano Beruto 1884
Milano, piano Beruto, 1884.

Piani ben fatti furono presentati anche a Firenze (Piano Poggi, 1865-1875), Roma (piano Viviani 1873 e piano Saintust-Nathan 1911), Torino e Milano (piano Beruto, 1879), Napoli (piano 1885) ma nel corso degli anni a seguire talune previsioni vennero edulcorate dal ceto politico, e con la ricostruzione post bellica anziché applicare una corretta composizione urbana, si scelse di avviare interventi speculativi per accumulare e concentrare capitali nelle mani della borghesia che sfruttava il profitto della famigerata rendita. Inoltre, bisogna sapere che fino alla pubblicazione del DM 1444/68, nella maggior parte dei comuni italiani, l’attività edilizia è stata completamente fuori controllo e senza piani. L’autorizzazione per costruire (licenza edilizia) fu introdotta prima nel 1935, art.4 legge n. 640, poi confermata nel 1942 (legge urbanistica nazionale), mentre l’obbligo esteso a tutto il territorio comunale avvenne solo nel 1967. Nell’Ottocento e inizio Novecento, le tipologie di intervento più incisive, cioè quelle che ambirono a risolvere problemi di igiene urbana, prevedevano demolizione e ricostruzione, diradamenti e allineamenti, e nacquero a Parigi (Haussmann 1853-1870); nel corso dei decenni successivi molte città europee pianificarono l’espansione della città con queste tecniche. Da un lato la borghesia capitalista richiedeva di vivere in luoghi migliori (Paradise planned), e dall’altro lato si riuscì a migliorare la forma urbana esistente (Londra, Vienna, Berlino, Roma). Quando nacque l’urbanistica per limitare i danni dell’industrialismo, si presentò il problema della rendita (Parigi, Londra, Berlino), e all’estero questo tema fu affrontato diversamente (Amsterdam) per contenerla e impedire che la borghesia nascente creasse altre disuguaglianze economiche e sociali. La classe politica dirigente non riuscì a contenere le speculazioni in maniera efficace perché la borghesia capì subito come accumulare capitali senza lavorare, e magari dividere tali profitti proprio col ceto politico. E’ sufficiente controllare e influenzare il regime giuridico dei suoli, mentre la bellezza creata dai piani fa aumentare i valori immobiliari accessibili solo ai ceti più abbienti. Solo un approccio radicale riuscì a contenere la rendita, e cioè lo Stato che condiziona il mercato attraverso l’acquisto, la costruzione e la concessione, e questo approccio abbinato a un buon piano si è avuto in Olanda, e in Germania, ed ovviamente in Russia, agevolazioni per i ceti meno abbienti si svilupparono nei Paesi scandinavi e in Inghilterra. Fra l’Ottocento e inizio Novecento, Ebenezer Howard sviluppò il modello delle “città giardino” e il piano economico adottava l’approccio delle prime cooperative edilizie, sorte dagli utopisti socialisti. Questo approccio condizionò persino alcuni comuni, ad esempio Ulm. in Germania, cedette a prezzo di costo e con mutui agevolati, le case che aveva costruito.

Tutti i piani della città moderna prevedono un disegno urbano ove il rapporto fra spazio pubblico e privato determina la qualità della città. Le forme sono condizionate dall’orografia del territorio e sono regolari in zone pianeggianti, e organiche e irregolari in aree collinari e di montagna poiché seguono le curve di livello. Le forme regolari, come rettangoli e quadrati, consentono flessibilità d’uso, ad esempio Cerdà (piano di Barcellona) riprende la scacchiera ippodamea per disegnare i lotti, e l’uso del suolo prevede densità medie (o alte) con fabbricazioni aperte, inizialmente, e poi chiuse allineate alla strada. Amsterdam, Berlino, Parigi si caratterizzano per la fabbricazione chiusa, cioè blocchi, mentre nei periodi recenti le nuove espansioni hanno aperto il blocco per renderlo anche poroso, cioè attraversabile e più accessibile, ma conservando l’allineamento stradale. Il Movimento Moderno che ha influenzato maggiormente la costruzione della città moderna sviluppò anche isolati con edifici non allineati alla strada, consentendo una moltitudine di soluzioni e variabilità di forme regolari e irregolari, con densità variabili, e ancora, prima con isolati e quartieri specializzati e poi isolati con densità e usi misti del suolo. Il contro altare di tali sperimentazioni è stato il famigerato zoning funzionale, che individuava quartieri “specializzati”, adottato soprattutto negli USA per agevolare i funzionari pubblici nel preparare piani per determinare in maniera più semplice le agglomerazioni industriali e civili, e le attività da svolgere, e per consentire alla borghesia capitalista di localizzarsi nei luoghi migliori. Lo zoning ebbe anche un’interpretazione razzista. Oggi, gli interventi urbani che si limitano a costruire piccoli isolati progettano palazzine multipiano disposte a forma aperta. Anche nei piani di rigenerazione, spesso si ricorre all’uso delle forme aperte e alla cosiddetta mixité funzionale e sociale per stimolare la compresenza di una varietà di attività.

In Italia, sin dall’Ottocento e inizio Novecento, lo Stato favorì sempre una certa disuguaglianza sociale, tant’è che la borghesia poteva scegliersi i suoli migliori per costruire i propri edifici mentre il ceto politico localizzava gli alloggi dei ceti più poveri in aree periferiche, poco accessibili e senza servizi. Giunti negli anni ’90 del secolo scorso, la Repubblica decide di fare un altro passo indietro, consentendo ai privati di influenzare i piani e trasformali in piani edilizi, continuando a regalare la rendita alla borghesia capitalista. Sin dal secondo dopo guerra i partiti di maggioranza rifiutarono di adottare regole sull’accumulazione capilista generata dalla rendita fondiaria e immobiliare. Sul rapporto fra capitalismo e città, la scuola marxista è l’unica capace di dare un’interpretazione molto efficace (Harvey) che spiega egregiamente le dinamiche economiche, sociali, l’urbanizzazione e la contrazione delle città, e integrando l’analisi con l’approccio ecologico della scuola di Vienna, possiamo interpretare al meglio il modello metabolico delle aree urbane.

I recenti interventi di rigenerazione urbana (inizio del nuovo millennio) presentano soluzioni che hanno caratteristiche comuni, mentre taluni interventi non si integrano alla città esistente poiché presentano una trama autonoma. La letteratura urbana è sterminata, presenta numerose pubblicazioni sui casi studio recenti, e quasi tutti enfatizzano la sensibilità ecologica degli interventi. Osservando questi casi che ambiscono a presentare anche architetture di qualità, ci accorgiamo della profonda distanza fra l’urbanistica realizzata in Europa (i piani urbanistici di Londra, Copenaghen, Amsterdam) e le speculazioni promosse dai piani edilizi (Napoli, Bari, Palermo, Roma, Milano, Genova …) del ceto politico più inqualificabile, presente nei nostri Consigli comunali. A partire dalla ricostruzione post bellica, i comuni europei (Parigi, Londra, Berlino, Amsterdam, Copenaghen …) hanno voluto realizzare spazi e luoghi urbani ben progettati, rispettando le tecniche di progettazione che prevedono un corretto rapporto fra spazio pubblico e privato, e quartieri a misura d’uomo con i servizi raggiungibili a piedi e coi mezzi pubblici. Dopo diversi decenni tali quartieri ed edifici arrivano a fine ciclo vita, mentre numerose aree abbandonate dall’industria sono trasformate per inserire edifici e servizi da integrare nella città esistente. Le odierne tecnologie consentono di realizzare quartieri auto sufficienti, oltre che alzare i livelli di convivialità aumentando una varietà di attività e funzioni. In Europa, la qualità urbana e architettonica della città moderna è aggiornata dalle innovazioni progettuali. Nella maggioranza delle nostre città l’ingombrante e ignorante ceto politico rallenta l’innovazione progettuale, sottovalutando i danni causati da decenni di politiche speculative e distruttive. In Italia osserviamo l’enorme contrasto fra la straordinaria bellezza di centri storici e le schifezze di periferie costruite dall’inciviltà dei palazzinari, ma col sostegno del consenso politico dei cittadini che hanno favorito quelle maggioranze politiche, realizzando l’odierno disordine urbano. Rimediare a quei disastri è possibile, ma è fondamentale che la cittadinanza si riappropri di una sensibilità civile e civica, e cominci a conoscere l’urbanistica e l’architettura, perché i palazzinari continuano a influenzare le maggioranze politiche locali per accumulare capitali senza lavorare ma sfruttando le rendite parassitarie. Gli esempi virtuosi realizzati ad Hammarby Sjöstad (Stoccolma, 25.000 ab; 160 ha), Bed ZED (Londra, 250 ab; 1,8 ha), Ecolonia (Alphen aan den Rijn, Olanda, 800 ab; 7 ha), de Bonne (Grenoble, 2.000 ab; 8,5 ha), Bo01 (Malmö, 1.400 ab; 25 ha), Vauban (Friburgo, 5.300 ab; 38 ha), GWL Terrein (Amsterdam, 1.400 ab; 6 ha), Rieselfeld (Friburgo, 11.000 ab; 70 ha), Kronsberg (Hannover, 7.500 ab; 70 ha), Eco-Viikki (Helsinki, 1.700 ab; 23 ha), Solar city (Linz, Austria, 3000 ab; 36 ha) sono l’espressione di una sperimentazione urbana della città moderna. La maggior parte dei nuovi quartieri sono localizzati in aree dismesse industriali o militari, che sono o periferiche, o interne alle zone consolidate. La maggior parte di questi interventi si preoccupa di contenere la domanda di energia fossile utilizzando le migliori tecnologie che sfruttano fonti alternative. Un approccio conservativo della memoria storica di taluni edifici è presente negli interventi a de Bonne (gli edifici della caserma) e GWL Terrein (edifici della Compagnia della municipalità). Solar City, Kronsberg, Rieselfeld ed Eco-Viikki sono quartieri di fondazione che rompono con la trama esistente. GWL Terrein, Vauban e de Bonne sono quartieri realizzati su aree dismesse all’interno della città, mentre Solar City, Kronsberg, CasaNova (Bolzano, 3.000 ab; 10 ha) sono realizzati in aree suburbane. Solar City si caratterizza per essere un insediamento autonomo, una “città satellite”. Gli interventi sono abbastanza eterogenei per dimensione e approccio, ma condividono l’intenzione ecologica e l’applicazione di tecnologie innovative. Nonostante l’intenzione di interpretare la sostenibilità, vi sono delle contraddizioni poiché o non si inseriscono nella trama urbana esistente e non la migliorano, oppure consumano altro suolo agricolo. L’Italia, e i comuni che necessitano di interventi urgenti, possono imparare da queste esperienze europee per avviare processi urbanistici virtuosi, ma è necessario sviluppare un approccio italiano che affronta i problemi storici delle periferie mal progettate, puntando al trasferimento di volumi per riequilibrare le densità e recuperare standard. In Europa si ha il coraggio di adottare piani di grandi di dimensioni, basti pensare ad Hammarby Sjöstad (Stoccolma, 25.000 ab; 160 ha), ma se pensiamo a città come Roma, Napoli, Genova, Bari allora ci rendiamo conto che queste dimensioni sono appena sufficienti per intervenire in un solo quartiere, trascurando gli altri. E’ necessario che un’agenzia pubblica, ad esempio il CIPU, sia ben attrezzata per recepire e coordinare piani attuativi bioeconomici dei Comuni, e intervenire efficacemente nelle nostre aree urbane estese. Ad esempio, trasferire volumi significa demolire e ricostruire edifici altrove ma nel farlo i pianificatori dovranno applicare la regola compositiva della cellula urbana. Osservando i piani e rilevando la corretta composizione urbana, l’agenzia può accordare finanziamenti per i costi di demolizione e ricostruzione, rimuovendo per sempre gli errori commessi nei decenni trascorsi. Nelle periferie italiane vi sono problemi condivisi, come la marginalità sociale e l’aumento delle disuguaglianze, il degrado e disordine urbano, i carichi urbanistici mal distribuiti e l’assenza atavica di standard, servizi, e infrastrutture. Una parte dei pianificatori intende avviare e sperimentare processi di pianificazione partecipata per cominciare a coinvolgere gli abitanti e sviluppare con essi l’identità dei luoghi. Con questo approccio partecipativo, una rigenerazione degli spazi è, certamente, più efficace ma è altrettanto importante avviare un cambio di scala, per elaborare piani bioeconomici nelle città estese, superando gli attuali confini amministrativi poiché obsoleti. Con questo approccio esteso possiamo pianificare correttamente i servizi e contenere la dispersione urbana (lo sprawl) che continua a consumare suolo agricolo nei comuni limitrofi ai centri principali, e recuperare i numerosi vuoti urbani presenti lungo le vie principali, le zone frammentate, e nelle vecchie agglomerazioni industriali. Considerando gli effetti negativi della globalizzazione neoliberista e delle politiche delocalizzative degli ultimi trent’anni, sarebbe saggio ripensare le agglomerazioni industriali per riterritorializzare attività di manifatture leggere e meccatronica nel meridione d’Italia, per ridurre la disoccupazione e programmare nuovi centri di ricerca e sviluppo di tecnologie socialmente utili.

Proviamo a immaginare un possibile intervento di rigenerazione urbana in una città media italiana e meridionale, cioè un ambiente urbano localizzato nella periferia economica d’Europa, con un alto tasso di disoccupazione e con una carenza di standard e infrastrutture. Salerno risponde a queste caratteristiche. La città assume il ruolo di comune centroide in una struttura urbana determinata dal complessa orografia del territorio, dal rapporto col mare e  con l’entroterra collinare e vallivo. L’area urbana estesa comprende ben 11 comuni, e gli agglomerati urbani si sono sviluppati nella complessità delle colline, dell valli, e della piana del Sele. Salerno vive contemporaneamente la compattezza, la densità del proprio centro con il disordine urbano realizzato nelle periferie, e la dispersione urbana lungo le vie principali di comunicazione, nelle valle dell’Irno e nella direzione dei comuni limitrofi, e collegati al comune centroide. Come tutti i comuni d’Europa, esistono edifici arrivati a fine ciclo vita, e pertanto è necessario valutare il rischio sismico; questi dati possono essere inseriti in un sistema informatico territoriale per avere una corretta gestione e programmazione degli interventi. L’area urbana salernitana soffre di affollamento nell’agglomerato centrale, con un’evidente inadeguatezza dell’armatura stradale e urbana. Questa densità eccessiva determinata da un cattivo rapporto fra spazio pubblico e privato, è la causa della continua congestione del centro. I quartieri hanno una storica carenza di standard nell’agglomerato urbano più vecchio e nelle ex periferie oggi zone consolidate ma densamente popolate. Questo danno urbanistico, ambientale, economico e sociale emerge dalle scelte sbagliate durante lo sviluppo dell’urbanistica all’inizio del secolo Novecento, mentre nel Nord europa prevalse l’approccio socialista, a Salerno vinse la posizione conservatrice della borghesia locale che ambiva ad accumulare capitali senza lavorare e sfruttando la rendita parassitaria. Oggi rimediare è possibile, anche se complesso e difficile, ma manca la volontà politica. Un intervento di riqualificazione è avvenuto lottizzando parte dei suoli lungo il fiume Irno e realizzando aree verdi. Un disegno urbano più efficace avrebbe coinvolto il letto del fiume stesso, con interventi di rinaturalizzazione e arredo, oltre che spazi attrezzati e demolizioni selettive di edifici arrivati a fine ciclo vita.

Velenje City center pedestrian zone promenada 2012
Riqualificazione nel corso d’acqua di Velenje City (Slovenia)-

Il limite degli interventi di riqualificazione è sempre lo stesso, si occupano delle aree libere senza toccare il degrado e lo squallore delle palazzine esistenti, frutto delle speculazioni trascorse. L’unico modo per ripristinare il corretto rapporto fra spazio pubblico e privato, e modificare l’armatura urbana e stradale della città di Salerno è pensare interventi di diradamento edilizio nei quartieri della speculazione, che presentano problemi d’igiene e assenza di standard. In tutte le città ove si riqualificano i quartieri, e dove esistono corsi d’acqua e colline, la progettazione è quella ecologica, cioè si realizzano interventi per ripristinare luoghi prevalentemente naturali, cioè il contrario di ciò che si è realizzato a Salerno che ha lottizzato le proprie colline e cementificato il fiume. Un altro aspetto determinate per la rigenerazione è la costruzione dei servizi per abbattere le disuguaglianze territoriali, progettando i servizi mancanti, come biblioteche e centri culturali finalizzati all’aggregazione di attività indicate dagli abitanti, come le ricerche innovative e sperimentali. Le contraddizioni sono evidenti, da un lato il centro di Salerno ha un verde lungomare completato negli anni ’50 e arredato negli anni ’90, mentre a Sud dell’area orientale troviamo il disordine urbano della speculazione con palazzine costruite sulla battigia, e quartieri carenti di standard. Un’altra contraddizione è la coesistenza della compattezza del tessuto organico medioevale con la prima espansione moderna (Corso) che favorisce gli spostamenti pedonali, e la carenza di standard nella città moderna (via dei Principati, via P. De Granita, zona Carmine, via Dalmazia, via S. Mobilio …), e la dispersione urbana delle zone collinari (Sala Abbagnano, Giovi, Piegolelle, Matierno, Ogliara …) che costringe l’uso dei mezzi privati. Su queste note criticità il ceto politico locale non ha voluto cercare soluzioni sostenibili per cambiare verso, anzi ha favorito la dispersione urbana offrendo altre concessioni edilizie proprio sulle colline aumentando l’inquietudine urbana e la mobilità privata. Un intervento di riqualificazione è indubbiamente il ripristino del verde lungo tutta la fascia costiera (master plan del 1987 e mai realizzato) ma è necessario programmare le demolizioni degli edifici per ricollocarli altrove ma progettati in un corretto insediamento urbano. Questa rigenerazione bioeconomica è possibile all’interno di un piano esteso per tutti gli 11 comuni che fanno parte della stessa struttura urbana. In questo modo si possono pianificare i nuovi standard, i servizi e le infrastrutture per circa 300.000 abitanti della nuova Salerno.

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La rigenerazione urbana

La rigenerazione urbana è un argomento sempre più diffuso nei media, che riporta convegni e incontri pubblici sempre più frequenti. Anche la classe politica pone un’attenzione maggiore sulla rigenerazione urbana, che adotta norme e regole per rispondere agli indirizzi delle categorie che lavorano nella trasformazione urbana. Il legislatore subisce le pressioni maggiori dall’azione di lobbying dei costruttori, che intendono ridurre la crisi economica del proprio settore attraverso appositi strumenti tecnici e giuridici, sperando di favorire gli investimenti privati. Cos’è la rigenerazione urbana? Non esiste una definizione unica e chiara sulla rigenerazione urbana, e l’approccio più diffuso si concretizza nei processi di trasformazione urbana seguendo i desideri degli investitori, cioè creare profitto grazie alla famigerata rendita. Dal punto di vista urbanistico, la rigenerazione urbana nasce circa trent’anni fa nel mondo anglosassone, e si occupa di recuperare le aree interne alle città attraverso piani di trasformazione dell’esistente. La trasformazione dell’esistente non è un approccio nuovo, poiché concetti e processi di recupero e rinnovo urbano nascono negli anni post bellici, con l’obiettivo di ricostruire i centri storici e i quartieri distrutti dalla guerra. In quegli anni nascono i piani di ricostruzione ma le tecniche urbanistiche per la trasformazione nascono durante l’Ottocento, basti ricordare i diradamenti edilizi nei quartieri poveri, a Parigi, Londra, Napoli, Roma … La rigenerazione odierna non vuole “limitarsi” occupandosi dei centri storici, poiché la pianificazione urbana possiede strumenti e prassi mature ed efficaci per i nostri centri, oggi l’attenzione di pianificatori e progettisti si sposta nelle zone consolidate, per abbandonare le zone di espansione al fine di ridurre il consumo di suolo e aggiustare le periferie esistenti. Fino ad oggi, la prassi consolidata adottata dagli amministratori locali, nel recuperare le aree abbandonate, è stata quella di favorire la rendita dei privati che presentavano e presentano gli interventi di trasformazione urbana negli spazi rimasti vuoti, oppure in quelli periferici e abbandonati. Le conseguenze sociali, ambientali ed economiche di questa prassi è controversa, in numerosi interventi si sono avuti danni ambientali, e sociali, e persino fallimenti economici, mentre solo in alcuni casi c’è stata una vera rigenerazione urbana. Dal punto di vista della pianificazione urbana, anche nei casi in cui c’è stata una rigenerazione urbana, i piani presentati non si sono mai occupati degli edifici esistenti ove vivono le persone, e i nuovi volumi urbani immessi nel mercato hanno aumentato i carichi urbanistici senza occuparsi di problemi vecchi, lasciati insoluti. Un’altra conseguenza è stata la gentrificazione, cioè l’espulsione degli abitanti meno abbienti, sostituiti da ceti economicamente più forti. Il grande limite dei piani presentati è questo: non sono pensati per risolvere i problemi creati dalla speculazione edilizia, non si occupano del disordine urbano esistente, non operano trasferimenti di volumi per riequilibrare densità e recuperare standard in zone consolidate. Il disordine urbano della speculazione edilizia resta dov’è, e ancora oggi numerose zone consolidate, una volta periferie, non hanno gli standard minimi e non ci saranno mai, se non si ha il coraggio di demolire edifici abitati e spostare le persone in quartieri ben progettati applicando la corretta composizione urbana. La storia dell’urbanistica, se fosse nota a tutti, insegna che la classe dirigente negò agli italiani il diritto di vivere e crescere in città pianificate correttamente, poiché si cercò, fallendo, di realizzare un’efficace riforma urbanistica mettendo mano al cosiddetto regime dei suoli (vicenda Sullo, 1962). La maggior parte delle città italiane sono cresciute ma pianificate male, tant’è che in determinate aree urbane esiste il degrado e la disuguaglianza, proprio nei quartieri periferici, per assenza di corretta pianificazione urbana e assenza di qualità architettonica. In quegli anni, la classe dirigente politica scelse la teoria capitalista liberale per costruire la città, cioè applicò il principio del “lasciar fare al mercato”, ancora oggi è così. Il degrado attuale è lo specchio di quella scelta politica, espressione dell’egoismo della borghesia capitalista che ha intascato la rendita fondiaria e immobiliare, e tutt’oggi vive su questa rendita parassitaria ed esprime gli indirizzi dei piani edilizi adottati dalle maggioranze politiche degli Enti locali, oggi incapaci di capire l’urbanistica. La politica urbana neoliberale ha creato l’attuale corto circuito ambientale e sociale nelle nostre città, ed oggi una classe dirigente confusa e contraddittoria, dibatte di rigenerazione urbana per individuare e stimolare un nuovo ciclo economico capitalista attraverso nuovi strumenti normativi. E’ questo l’indirizzo dell’attuale mainstream: dibattere di rigenerazione urbana per orientare le scelte politiche e far sopravvivere la borghesia capitalista che ha costruito male le città. E’ possibile cambiare rotta? Certo, ma è necessario dibattere seriamente di pianificazione urbana, che si occupa di costruire diritti a tutti tutelando il territorio e il patrimonio. Urbanistica e architettura, scomparse da molti anni, si occupano di diritti e bellezza, ma la classe dirigente le usa per arricchirsi e non per altruismo. Architettura e urbanistica sono discipline altruistiche ma nell’epoca capitalista sono piegate ai capricci di chi pensa prima di tutto al profitto privato. Gli amministratori locali, lasciando fare al mercato, hanno creato e diffuso il nichilismo urbano per gestire potere e creare consenso politico. I piani edilizi, cioè non urbanistici, esprimono il nichilismo urbano che realizza le disuguaglianze, i danni ambientali, sottovaluta il rischio sismico e idrogeologico, e stimola la rabbia nelle periferie abbandonate, mentre la classe borghese si arricchisce a danno della collettività. La globalizzazione neoliberista che delocalizza le attività, con la competitività delle città globali che agglomera investimenti solo in determinate zone, e i piani edilizi neoliberali realizzati fra gli anni ’80 e l’inizio del millennio, hanno creato opportunità nelle aree centrali e innescato la crisi economica nel mondo delle costruzioni nelle aree periferiche. Ancora oggi, gli investimenti si concentrano solo in determinati Sistemi Locali europei, e solo in determinate città, favorendo l’aumento delle disuguaglianze. Le classi dirigenti locali, sembrano non comprendere queste dinamiche economiche, o si illudono di poter attrarre investimenti privati influenzando le istituzioni politiche. L’ambizione di questa classe borghese è avere nuovi strumenti normativi per migliorare i propri interessi con nuovi piani edilizi e non con piani urbanistici, quindi si desidera declinare la rigenerazione urbana stimolando un capitalismo urbano autoreferenziale, sottovalutando il fatto che le disuguaglianze economiche e sociali producono rabbia, e creano risposte politiche pericolose, e persino incostituzionali. Si tratta di un corto circuito vizioso poiché non esiste una classe dirigente culturalmente preparata alla crisi del capitalismo, e non si ha il coraggio di proporre nuovi paradigmi culturali, ad esempio la bioeconomia. L’urbanistica non si occupa di favorire le rendite della borghesia capitalista, ma di affrontare problemi con piani che attingono a valori precisi, nati dagli utopisti socialisti, durante l’Ottocento. Il rinnovo urbano nacque per dare risposte nelle città mentre l’industrialismo produceva danni ambientali, sanitari e sfruttamento dei lavoratori, oggi, come allora, viviamo in città degradate, meno inquinate ma molto più complesse e più grandi. La classe politica di oggi sottovaluta il fatto che i confini amministrativi attuali sono obsoleti e dannosi, e dà ascolto alle sirene dei costruttori anziché rispondere alla Costituzione e all’autorevolezza di pianificatori e progettisti. Le città italiane sono diventate aree urbane estese che vanno amministrate e pianificate interpretando il concetto di bioregione urbana estesa. Le attuali aree urbane estese interne ai Sistemi Locali del lavoro vanno governate da un unico piano regolatore generale di tipo bioeconomico. In tal senso, è necessario realizzare un cambiamento di scala, e infine attuare piani bioeconomici nelle zone consolidate osservando le criticità lasciate insolute sin dagli anni ‘60. Questi problemi – sprawl urbano, rischio sismico, aree urbane estese e assenza di pianificazione, disordine e carenza di standard, disuguaglianze – sono noti nelle accademie che hanno pubblicato molta letteratura, ma sono appositamente trascurati da media, politici e lobbisti con la conseguenza che l’opinione pubblica è completamente all’oscuro delle reali criticità dell’urbanistica italiana, e così le persone sono facilmente manipolabili dagli opinion maker che assecondano i desideri dei politici locali: il famigerato fenomeno degli archi star e le lottizzazioni speculative legate al mondo off-shore.

A distanza di pochi giorni si sono svolti due eventi pubblici sulla rigenerazione urbana: uno al Senato il 27 novembre 2018, e l’altro a Salerno il 30 novembre e il 1 dicembre 2018. Il primo è promosso dal Centro Studi Sogeea, cioè una società che si occupa di investimenti immobiliari, che pubblica il “Primo rapporto sulla rigenerazione urbana in Italia”. Nel Rapporto si stima che “il potenziale indotto economico di una estesa e capillare campagna di rigenerazione urbana sul territorio italiano sia, per la precisione, 327.986.751.765 euro; la cifra si ricava dalla somma del valore delle opere da realizzare, pari a 310.537.447.415 euro, e degli oneri concessori da corrispondere alla pubblica amministrazione, quantificabili in 17.449.304.350 euro.  L’altro convegno dal titolo “Riqualificare le città”, è stato promosso dall’ANCE Salerno, cioè i costruttori. Nel contesto locale salernitano, accade che gli operatori chiedono alle istituzioni politiche, la Regione Campania, nuove norme per contrastare la crisi immobiliare favorendo una rigenerazione urbana dal loro punto di vista.

Cos’è la rigenerazione urbana bioeconomica? La migliore risposta economica alla crisi del settore edile è quella suggerita dalla bioeconomia, perché osserva le città come fossero sistemi metabolici, e questo consente di evitare gli sprechi. La bioeconomia ripensa completamente la produzione capitalista, tant’è che alcune aziende hanno già avviato un proprio cambiamento interno ai processi produttivi. La rigenerazione bioeconomica è un miglioramento perché orienta tutti i processi secondo le leggi della natura favorendo l’efficienza, e questo atteggiamento ha insito in sé un approccio di responsabilità sociale. Dal punto di vista economico-finanziario, un piano di rigenerazione bioeconomica è ben equilibrato, ed ha la virtù di indirizzare la rendita verso la responsabilità sociale, ambientale del luogo da trasformare; cioè l’intervento che migliora la città è coordinato rispetto ai problemi da rimuovere e risponde ai bisogni reali degli abitanti, crea servizi e opportunità per la comunità. In determinati paesi la rendita immobiliare è tassata, e controllata molto meglio per evitare le speculazioni recuperando il plusvalore generato dal progetto di trasformazione urbana. Uno degli obiettivi più noti della bioeconomia è l’uso razionale dell’energia, e questo significa che il progetto tende all’auto sufficienza, oltre che al riciclo totale e la mobilità intelligente. Dal punto di vista dell’urbanistica, pianificatori e progettisti possono coniugare la corretta composizione, ad esempio la famosa e nota cellula urbana che realizza città a misura d’uomo, con le nuove tecnologie. Le aree urbane sono sistemi di flussi, con ingressi e uscite, e il concetto di analisi del ciclo vita, già applicato in edilizia, può essere esteso e applicato ai territori coniugando responsabilità sociale e ambientale. Contrariamente a quanto si è fatto finora, non potrà essere il mercato e la rendita a proporre piani edilizi ma lo Stato, tornando a essere garante e coordinatore attraverso i propri Enti locali, dovrà stimolare il dialogo fra cittadini e pianificatori, progettisti, in percorsi di pianificazione partecipata, town meeting, e favorire la nascita di piani regolatori bioeconomici per aggiustare le città e riequilibrare il rapporto fra città e campagna, fra uomo e natura. Ad esempio, le attuali disuguaglianze sociali ed economiche nelle città si possono affrontare con piani che analizzano la realtà urbana, ed è l’analisi il progetto di rigenerazione poiché da questa si evidenziano le carenze, i bisogni sociali, il degrado, e di conseguenza le soluzioni con scenari progettuali scelti insieme alla cittadinanza. E’ in questo processo di conoscenza dei luoghi che nascono le soluzioni che producono nuova e utile occupazione poiché si parte dall’identità dei territori. Nel caso salernitano, è necessario avere un piano per 11 comuni con una superficie di 272  Km2.

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L’isola che non c’è

Da circa vent’anni nei media si ascoltano e si leggono commenti politici ironici sulla sinistra, e spesso i giornalisti e politici accusano la sinistra, in quanto tale, di dividersi continuamente. E così gli osservatori si chiedono il perché delle divisioni, continuando con discussioni a volte inutili: perché la sinistra si divide? Secondo il sottoscritto è impossibile dividere qualcosa che non esiste. Nel 2018, la domanda è mal posta, quella corretta dovrebbe essere: c’è sinistra in Italia? E la risposta dovrebbe essere: in Italia non c’è sinistra; e allora: perché? Secondo il mio modesto parere, in Italia la cultura politica di sinistra è rimasta nelle menti di generazioni passate, che non hanno voluto e saputo trasmettere alle presenti e future generazioni. Dal 1989 in poi, la classe dirigente di sinistra ha avviato il processo di abbandono della lettura sociale attraverso il marxismo per abbracciare le idee liberiste. I politici cresciuti con Marx hanno commesso due enormi errori: il primo fu quello di rinnegare la critica sociale di Marx, e il secondo di ignorare la cultura ecologista nata proprio a sinistra. Quella classe dirigente scelse di abbracciare l’ideologia della finanza, convinta di poter cavalcare la globalizzazione neoliberista. Se osserviamo la svolta a destra della classe dirigente di tutti i politici, da un punto di vista del pragmatismo materialista, essi avevano ragione poiché attraverso il famigerato mondo off shore, le imprese private – banche e multinazionali – hanno potuto comprarsi e possedere l’intera classe dirigente occidentale retribuendola all’oscuro, senza dar conto ai cittadini e aggirando il sistema democratico rappresentativo, reso impotente. Se osserviamo la svolta a destra dal punto di vista della razionalità umana, allora ci accorgiamo che il sistema capitalista è semplicemente il modello sociale più stupido e irrazionale che si possa accettare, poiché aumenta le disuguaglianze e distrugge le specie viventi. Inoltre bisogna aggiungere che, mentre la classe dirigente tradiva i propri valori svoltando a destra, la scuola marxista non si è esauriva, anzi sviluppava due filoni per leggere la società attuale, uno cresciuto integrando economia, sociologia e geografia per avere una lettura più scientifica delle disuguaglianze, e una scuola ecologica per osservare meglio gli effetti del capitalismo e cambiare i processi produttivi. Se oggi possiamo capire la società attuale, lo dobbiamo a questi sviluppi culturali, che hanno prodotto la visione territorialista bioeconomica e quindi il metabolismo urbano. Ricordiamo che il PCI chiuse il 3 febbraio 1991, e l’ultima volta che gli italiani hanno trovato il PCI in scheda elettorale è stato l’anno 1987. Com’è noto, dopo la chiusura dei partiti di massa, la maggioranza degli italiani non è stata più militante di un partito, mentre le ultime generazioni non hanno sviluppato attitudini verso ideali politici del Novecento. Viviamo in una società capitalista e milioni di italiani non sanno chi furono Marx ed Engels, e le nuove generazioni che si dichiarano di sinistra non hanno mai letto Il Capitale. Un’analisi anagrafica dell’elettorato mostra che il 38% della fascia più giovane (18-44) vota per il M5S, poi segue la Lega col 18,8%. La stragrande maggioranza della base elettorale del M5S è costituita da persone che non hanno visto il PCI, cioè la generazione Y, una parte minoritaria della base elettorale (45-65+) del M5S votava PCI, DC, e destra. La Democrazia Cristiana era il primo partito poiché trasversale, come si dice in gergo, raccoglieva consensi sia nell’area lombarda e sia in tutto il meridione, dove il disagio economico era maggiore, ed è stato il primo partito d’Italia fino al 1994.

Questo è il paradosso dell’Italia e degli italiani, cioè all’interno di un Paese periferia economica dell’Europa, con un altissimo tasso di disoccupazione nel meridione, non esiste la sinistra politica, mentre questo spazio è occupato abusivamente da due partiti di destra il Partito Democratico e il M5S. Nel contesto politico italiano, la borghesia capitalista italiana è sempre rappresentata, sia quando sceglie Forza Italia e Lega Nord, e sia quando sceglie PD e M5S. Nel 2018, poveri e ceto medio non possono essere rappresentati. Invece, dal dopo guerra fino agli anni ’80, in Italia poveri e ceto medio potevano scegliere per il più grande partito di sinistra in Occidente, al quale veniva negato il diritto di governare, sia perché non riuscì mai a raggiungere la maggioranza dei voti, e sia perché l’Italia, perdendo la guerra, divenne colonia americana controllata e influenzata attraverso la Democrazia Cristiana, talune forze dell’ordine, e i servizi segreti. Non bisogna dimenticare fatti gravissimi come l’attentato a Togliatti, e poi l’omicidio Moro. La cultura di sinistra è vista come una minaccia dai capitalisti, da reprimere anche con la violenza. Dalla ricostruzione post bellica fino agli anni ’80, per accordi politici, lo Stato interveniva sul mercato e questo avvenne per due ragioni: costruire infrastrutture utili alle imprese e per coordinare la ricostruzione affinché l’Europa, e anche l’Italia, potessero acquistare le merci prodotte. Contestualmente, la scelta di favorire una maggiore concentrazione di imprese al Nord acuì la disuguaglianza economica fra Nord e Sud. Il ceto politico italiano compì due scempi: si concesse completamente all’alienazione consumista e creò la periferica economica nel meridione. Il nichilismo capitalista liberale influenzato dalle idee di Keynes utilizzava il ruolo pubblico dello Stato nel mercato e aiutare le imprese, in Italia localizzate soprattutto in pianura padana. Alla fine degli anni ’80 il pensiero dominante liberale convinse la Russia ad abdicare a se stessa, e questa scelta politica contribuì a distruggere anche i partiti socialisti europei, perché anch’essi scelsero il liberismo per costruire l’euro zona e la globalizzazione neoliberista. Anche gli americani abbandonarono il capitalismo alla Keynes, e l’Europa colonia yankees si adeguò andando oltre. Scelte politiche ed eventi storici hanno trasformato il mondo in un pianeta capitalista, mentre l’Occidente è il paradiso dei liberisti, e in maniera particolare l’euro zona. La globalizzazione neoliberista si è consolidata, totalmente indisturbata mentre cresce la disuguaglianza raggiungendo livelli mai visti prima. Il tema non è se ci sia o meno politica costruita sull’etica, perché è evidente che le più alte cariche istituzionali siano occupate e governate da scelte immorali e irrazionali, basti osservare la povertà nel mondo. Il tema è: quand’è che gli italiani avranno il coraggio di risvegliare le proprie coscienze addormentate? Quand’è che i neuroni riprenderanno a connettere pensieri della specie umana, per liberarsi dalle catene mentali della religione capitalista? Le leggi che governano tutte le specie viventi sono la biologia e la fisica, e in base a queste la nostra specie potrebbe vivere in armonia con la natura, poiché le risorse sono abbondanti ma oggi sono usurpate dalle multinazionali che sfruttano le finte democrazie rappresentative e le pubbliche istituzioni come paravento, schermi, e maschere illusorie.

Nel 2018, e soprattutto per i prossimi anni, è necessario ricostruire la cultura politica di sinistra che non c’è più per le ragioni sopra esposte. In tal senso è necessaria una scuola, aggiornata e adeguata alla bioeconomia perché non possiamo costruire lavori e impieghi inutili ma attività e funzioni produttive rispettando la natura e i diritti umani. Un’evoluzione è già avviata, in silenzio, da quelle poche imprese che hanno riconvertito o stanno riconvertendo i processi produttivi adottando la cosiddetta chimica naturale e decarbonizzando gli usi energetici. Un’altra evoluzione già matura si è avuta nell’edilizia, capace di costruire edifici auto sufficienti dal punto di vista energetico, mentre grandi passi in avanti vanno ancora compiuti sul governo del territorio condizionato dal capitalismo. Su questo tema è fondamentale la costruzione di un partito di sinistra, che abbia il coraggio di riprendere l’argomento del regime dei suoli e di programmare l’uscita dal capitalismo per favorire la gestione bioeconomica dei territori e della aree urbane. Attraverso la riterritorializzazione delle attività è possibile creare opportunità di sviluppo sfruttando le nuove tecnologie ma ciò è possibile con politiche pubbliche socialiste costruendo servizi dove non esistono. Ad esempio, osservando le immorali e intollerabili disuguaglianze territoriali scopriamo che numerose aree urbane meridionali non hanno servizi sanitari, non hanno biblioteche e non esistono scuole adeguate e sicure. La risposta politica è la ridistribuzione delle risorse, cioè il socialismo, e quindi costruire nei quartieri: servizi sanitari, sociali, biblioteche e scuole adeguate, solo in questo modo si crea sviluppo umano e lavoro utile.

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Famigerata Crescita

istat sll tasso di disoccupazione e occupazione 2017
ISTAT, Annuario statistico 2018.

La crescita dell’economia, della produttiva è il mantra utilizzato da media e politici sin dai tempi della nascente modernità. Crescita è il termine chiave utilizzato da tutti: di destra, di sinistra, dai populisti, dai dittatori, dai politicanti per promettere benessere, sviluppo, posti di lavoro e miglioramento. Entrando nel merito della crescita, il mantra si misura con l’indicatore economico più famoso al mondo, il Prodotto Interno Lordo (il PIL) osservato dall’ISTAT. Se leggiamo i dati dell’ISTAT, cosa scopriamo? Il PIL cresce sempre, forse non come vorrebbe la classe politica, ma cresce sempre. Qualunque individuo dotato di buon senso dovrebbe porsi una domanda molto semplice: perché alla crescita costante del PIL non corrisponde un miglioramento? Uscendo dalla demagogia ossessiva compulsiva dei media, chiunque studia l’economia e la politica, sa bene che questo indicatore è notoriamente fuorviante, semplicemente perché non misura il benessere ma la crescita della produttività, cioè la crescita del capitale. Se parliamo di miglioramento o di progresso, il PIL è un indicatore inutile perché lo sviluppo umano si misura con indicatori che fanno decrescere il PIL. La crescita è chiaramente una delle contraddizioni del capitalismo. In generale, il capitalismo contemporaneo è bloccato nella cattiva infinità dell’accumulazione senza fine e della crescita composta che culmina con la svalutazione e la distruzione, ignorando le crisi intrinseche al capitalismo stesso. L’arricchimento capitalista è fine a se stesso, e la vita quotidiana è ostaggio della follia del denaro, per dirla alla Marx. Le tipiche contraddizioni del capitalismo sono: il deterioramento costante della natura con la distruzione delle specie viventi, la crescita composta illimitata, e l’alienazione universale, cioè il nichilismo e l’annullamento dell’essere umano.

L’esempio più noto a tutti, circa l’inutilità della crescita costante del PIL, è la salute umana. Ragionando per assurdo: immaginiamo che domani mattina tutta la popolazione italiana si trovi in buona salute, cosa accadrebbe? Il PIL avrebbe una decrescita immediata poiché nessuno consumerebbe farmici determinando la chiusura dell’industria farmaceutica e quindi la perdita di posti di lavoro. All’improvviso gli italiani non si spostano più in auto a combustione, e nessuno compra e consuma più armi, accade che l’industria dell’automobile, l’industria petrolifera e delle armi subiscono forti contrazioni e perdite di posti di lavoro, quindi il PIL decresce. Un’altra famosa decrescita del PIL si realizza applicando l’uso razionale dell’energia per gli edifici e favorendo l’auto produzione di cibo per auto consumo. Questo discorso, con questi esempi, esprime concetti e dibattiti molto noti fra chi conosce le basi dell’economia, e negli ultimi decenni persino premi nobel hanno pubblicato studi e ricerche per convincere la classe politica, al fine di ridurre l’influenza dell’indicatore PIL sia nella comunicazione politica ma soprattutto nella programmazione economica. Ad oggi, non ci sono riusciti poiché le principali istituzioni globali (Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, Organizzazione mondiale del commercio, e Nazioni Unite) danno prevalenza ai soliti indicatori economici, e meno a quelli sociali. Il fatto che nulla cambi, è noto; tutto il mondo è capitalista e l’Occidente è la culla della religione neoliberista con istituzioni politiche addomesticate da questa credenza. In Italia, l’ISTAT ha adottato un indicatore complessivo chiamato BES (Benessere Equo e Sostenibile) frutto degli studi economici che integrano il PIL, e questo dovrebbe influenzare le scelte politiche per riequilibrare gli investimenti al fine di ridurre le disuguaglianze economiche e sociali. Nonostante ciò, media e programmazione economica continuano a millantare la crescita del PIL. Durante questo periodo di confusione politica, tutti i media, come un mantra ripetitivo compulsivo, usano ancora la famigerata crescita come argomento di acceso dibattito politico. Nel corso degli anni, i media accusano i Governi col medesimo linguaggio: poca crescita con questa manovra, il Paese non cresce perché non ci sono investimenti, bisogna ridurre il debito. Il linguaggio compulsivo ossessivo intende abituare gli individui a tali termini, e i media sono rassicurati dal fatto che mai la maggioranza degli elettori avrà la curiosità di aprire il dizionario, un manuale, per scoprire il significato dei termini e svelare l’inganno. Nel nostro Paese, fra gli addetti ai lavori, è ben noto l’altrettanto problema diffuso fra la maggioranza degli italiani, e cioè l’ignoranza funzionale e di ritorno. In un contesto del genere, i talk politici presenti nei media sono funzionali affinché nulla cambi per il bene del Paese e degli italiani stessi, che a ogni gara elettorale scelgono i propri carnefici (Forza Italia, PD, Lega e M5S). La complessità e la realtà italiana richiedono una programmazione economica politica molto diversa dai piani politici dei nostri carnefici, i quali ovviamente non esprimono né competenze adeguate e né una volontà politica nuova, figlia di un cambiamento dei paradigmi culturali. Per ottenere un reale miglioramento, i cittadini dovrebbero costruire un soggetto politico bioeconomico, che realizza un programma politico rispetto a una nuova cultura politica capace di distinguere i beni dalle merci, mentre per affrontare la realtà italiana, le soluzioni dovranno nascere osservando con attenzione il territorio, le complessità sociali ed economiche, fra l’altro ben note, e documentate nei rapporti dell’ISTAT; ed oggi interpretate anche dal “Forum Disuguaglianze Diversa” che sta dando un aiuto concreto nel capire la complessità sociale del Paese.

Per quanto riguarda la disuguaglianza per eccellenza, e cioè la famosa questione meridionale, è l’ISTAT che certifica la realtà storica: Regno d’Italia e fascismo crearono la disuguaglianza economica fra Nord e Sud. «Il divario Nord-Sud inizia invece ad allargarsi sul finire dell’Ottocento, allorquando nel Nord-Ovest comincia a prendere corpo il Triangolo industriale. E tuttavia la forbice rimane contenuta, ancora nel corso dell’età giolittiana. È invece negli anni fra le due guerre, dal 1911 al 1951, che il divario Nord-Sud cresce molto. Al 1951, le differenze fra le macro-aree hanno raggiunto l’apice. […] Le differenze fra Sud e Nord – pur se a ritmi alterni, seguendo un processo non sempre lineare – si sono ampliate dall’Unità a oggi. […] La ricchezza si è andata quindi progressivamente concentrando nelle regioni forti del Nord Italia, che attraevano a sé anche il capitale umano». (Emanuele Felice, “Crescita, crisi, divergenza: la disuguaglianza regionale in Italia nel lungo periodo”, in ISTAT, La società italiana e le grandi crisi economiche 1929 – 2016, Roma, 2018). Il divario inizia col primo Governo Cavour (Destra storica) ma si acuisce con la XXIII e la XXIV legislatura ove il Parlamento ha una maggioranza liberale, e i governi Giolitti, Salandra, Boselli, Orlando, Nitti e i fascisti, fino all’inizio dell’era democristiana con De Gasperi. «[…] All’atto della costituzione del nuovo Regno, il Mezzogiorno, come abbiam già detto, era il paese che portava minori debiti e più grande ricchezza pubblica sotto tutte le forme. Furono venduti per centinaia di milioni i beni demaniali ed ecclesiastici del Mezzogiorno, e i meridionali, che aveano ricchezza monetaria, fornirono tutte le loro risorse del tesoro, comprando ciò che in fondo era loro; furon fatte grandi emissioni di rendita nella forma più vantaggiosa al Nord; e si spostò interamente l’asse della finanza. […]» (estratto da Francesco Saverio Nitti: “L’Italia all’alba del XX secolo (1901) Discorso Quarto”)

L’attuale sistema capitalista neoliberista costituitosi con lo sviluppo dello sfruttamento dei lavoratori nelle famigerate zone economiche speciali, è riuscito a favorire l’aumento della concentrazione dei capitali della borghesia imprenditoriale, rendendola più ricca in tempi più brevi rispetto ai decenni precedenti. Questa accelerazione è avvenuta applicando meglio il paradigma capitalista che prevede la riduzione dei costi (costo del lavoro e accesso alle risorse naturale). La borghesia capitalista ha ridotto il ruolo della cosiddetta old economy grazie alle disuguaglianze di riconoscimento, al progresso informatico degli algoritmi, alla robotica e all’intelligenza artificiale, che hanno influenzato il valore di capitalizzazione delle aziende, cioè attraverso la finanza, un mondo fittizio. I casi famosi sono rappresentati dall’industria informatica e tecnologica, i cosiddetti giganti del web, che non pagano tasse agli Stati, e accumulano capitale grazie alla pubblicità e alla profilazione degli utenti. Questa è la crescita, questo è il capitalismo: sfruttamento, aumento delle disuguaglianze, avidità, distruzione degli ecosistemi e annichilimento dello Stato sociale. Tutto il mondo moderno è capitalista, cioè di destra, perché? Nell’applicare la funzione della produzione capitalista, la religione neoliberista è stata, ed è, l’approccio più efficace per favorire la crescita, poiché si pone l’obiettivo di rimuovere ogni limite all’auto produzione di capitale, dal sistema finanziario bancario (il mondo off shore) sino all’eliminazione di ogni costo. Nel corso della storia moderna, socialismo e comunismo, snaturando la propria natura, sono state applicazioni capitaliste che limitavano la crescita, poiché conservavano taluni costi nella funzione della produzione capitalista, cioè socialismo e comunismo conservavano i costi sul lavoro (diritti e salari adeguati), e a volte hanno posto limiti al capitalismo nell’uso delle risorse naturali (impatto ambientale), di fatto limitando la crescita. L’intero processo economico è costituito da un solo aspetto inumano, irrazionale e innaturale: trasformare tutto in merci per ridurre i costi affinché il capitale, come fosse un algoritmo, possa crescere all’infinito dentro un sistema, cioè il pianeta Terra che è un sistema chiuso con risorse limitate. Nel processo economico le persone sono trattate come merci, da usare e gettare quando non servono più al capitale. Siamo l’unica specie di questo Pianeta che ha inventato un modello sociale irrazionale per misurare gli scambi e accumulare “ricchezza” (per pochi) ma distruggendo tutto, se stessi e altre specie. Le famigerate disuguaglianze sociali, economiche e di riconoscimento esistenti in Europa e in Italia, sono la normale conseguenza di scelte politiche ormai storiche e il frutto del pensiero capitalista dell’epoca moderna, che si nutre proprio di disuguaglianze, cioè consentire l’accumulazione del capitale a una ristretta borghesia altamente specializzata e non ridistribuire gli eccessi del capitale nei territori sfruttati. Queste disuguaglianze innescate dalla crescita sono divenute croniche in Italia, poiché la maggioranza degli elettori meridionali continua a disprezzare la politica e delega l’amministrazione di questa a soggetti politici sempre più impreparati (Forza Italia, PD, Lega e M5S).

Tornando alla questione meridionale, rileggendo Marx scopriamo le ragioni delle disuguaglianze territoriali, ed è noto che la pianura padana sfrutta il Sud e può continuare a farlo grazie alle agglomerazioni volute dal ceto politico, durante i decenni precedenti, ed oggi l’area padana gode di mezzi e sistemi consolidati che creano un sistema virtuoso di produzione di merci. Nel meridione è accaduto l’esatto opposto: cioè fù smantellato un sistema produttivo per creare aree periferiche da sfruttare. Questo modello è ampiamente diffuso in tutto il mondo e stimola le migrazioni economiche, proprio come accade in Italia da decenni. Oggi, il Sud non riesce a invertire questo processo auto distruttivo, per due motivi: il ceto politico non vuole eliminare le disuguaglianze, e le imprese non desiderano rilocalizzare le attività, mentre la cittadinanza è educata a una condizione psicologica di svantaggio e di sfruttamento innescando l’emigrazione di studenti e laureati. Per ridurre le disuguaglianze è necessario costruire una rete intelligente cooperativa fra università, ricerca applicata e imprese per rilocalizzare attività e funzioni nelle agglomerazioni produttive meridionali. Questo processo deve essere coordinato da investimenti pubblici e privati per creare le condizioni infrastrutturali, di fatto eliminando le disuguaglianze territoriali.

rapporto pil occupati popolazione

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Capitalismo, inciviltà e demagoghi contro poveri e cultura.

L’attualità sociale e politica del nostro Paese sembra percorrere il tunnel della regressione incivile con estrema convinzione e con sostegno popolare. La lunga fase del declino politico, avviata già negli anni ’70 quando emergeva la religione neoliberista abbracciata dalla classe dirigente, e poi le analisi sociali circa l’ignoranza funzionale degli italiani, ci consegnano un presente drammatico perché non esiste una reazione virtuosa degli italiani all’oppressione della borghesia capitalista contro gli ultimi, che soffrono di auto distruzione. Questa fase italiana di auto distruzione consente alla casta di dormire sogni tranquilli e aumentare le disuguaglianze sociali ed economiche. Cosa accadrebbe se gli ultimi si svegliassero? Cosa accrebbe se ci fosse una coscienza di classe? Se gli indignati e i disagiati fossero in grado di risvegliare le proprie coscienze addormentate dal capitalismo neoliberista, e sapranno attivare una passione politica capace di costruire una democrazia matura allora la casta della borghesia neoliberista pagherà il prezzo della propria avidità.

Buona parte del linguaggio politico e mediatico è carico di infantilismi, di violenza e mere stupidaggini, così come vuole la propaganda spicciola dei nuovi mezzi tecnologici, che fanno regredire la società verso la nota dittatura orwelliana. L’energia dei partiti attuali è rappresentata dalle emozioni negative degli ultimi, dalla frustrazione dei poveri, dalla rabbia e dall’ignoranza funzionale della classe media; si tratta della maggioranza degli aventi diritto al voto che girano le spalle a sé stessi, perché delega ai propri carnefici l’azione politica. Gli ultimi, anziché fare politica direttamente osservando la storia per auto formarsi, delegano il potere a cialtroni narcisisti, avidi di potere e soldi. Questa inciviltà sta favorendo l’aumento delle disuguaglianze togliendo opportunità di sviluppo e libertà a una platea di persone sempre più ampia, poiché cade nell’oblio della povertà indotta dall’austerità neoliberista. L’incapacità di sviluppare una coscienza di classe sta distruggendo comunità e persino il Paese, nonostante la sua straordinaria bellezza costituita dal patrimonio e dalla storia. L’Italia è un Paese costituito da insediamenti umani, urbani e rurali, che hanno la necessità di rigenerarsi; cosa significa? L’armatura urbana italiana è cambiata e gli attuali confini amministrativi sono obsoleti, creando confusione e danni, pertanto è necessario applicare un cambio di scala territoriale. Mentre il capitalismo ha favorito questa trasformazione urbana, contemporaneamente ha concentrato la ricchezza in una minoranza di italiani che ha sfruttato relazioni politiche, rendite finanziarie e immobiliari. Questa trasformazione delle aree urbane ha favorito l’abbandono delle aree rurali, mentre il legislatore, ignorando la nuova armatura urbana, si è concentrato nel regalare condoni a chi delinque e abbandonare la manutenzione del patrimonio edilizio esistente, che di fatto è arrivato a fine ciclo vita, e parte di questo patrimonio è stato costruito in luoghi a rischio sismico e idrogeologico. Manutenzione e sicurezza urbana sono concetti estranei all’attuale classe dirigente e persino alla maggioranza degli italiani, che votano con la pancia e non con la testa. Ignoranza e stupidità stanno distruggendo il nostro paesaggio e il patrimonio culturale e rurale, se i cittadini non invertono la rotta saremo seppelliti dalle prevedibili tragedie.

Gli esempi dell’aumento delle disuguaglianze sono ampiamente visibili sul territorio, si concentrano in maniera drammatica nel Sud, e aumentano in tutte le aree urbane, anche al Nord. Questa inciviltà politica, di buona parte degli italiani, si concretizza con l’assenza di un partito democratico capace di esprimere valori e cultura per tutelare il paesaggio, che può creare occupazione affrontando il tema della disuguaglianza economica.

I partiti immorali si nutrono di rabbia ed entrano in empatia con gli elettori giustificando l’illegalità diffusa e consentendo alla casta di auto conservarsi, questo schema è diffuso dal Nord al Sud dello stivale. Non sorprende che l’attuale maggioranza politica, lucrando consensi elettorali sfruttando i problemi degli italiani, oggi voglia riproporre sia un condono edilizio e sia quello fiscale (“pace fiscale”), e cosa assurda intende favorire i ricchi a danno dei poveri rimodulando la pressione fiscale (“flat tax”) a favore dell’élite, di fatto violando la Costituzione. Durante la storia, è già successo più volte che la depressione economica abbia favorito la nascita di regimi autoritari, per poi distruggere le comunità stesse, ed ovviamente la storia non si ripete come nel passato, ma si adegua al presente.

Osservando la struttura del territorio italiano è possibile rendersi conto dell’inconsistenza della classe dirigente italiana poiché intende spendere risorse pubbliche non per affrontare i problemi reali del Paese, ma per assecondare i vizi, i capricci e i bisogni indotti, proprio come accade nella pubblicità quando si vendono le merci. Nei programmi politici non si dà priorità a un piano di investimenti in ricerca & innovazione, rigenerazione urbana e rurale, sociale, rischio sismico e idrogeologico, cultura e patrimonio, e manifattura leggera. La maggioranza politica non ha piani su scuola, università, cultura e lavoro, scegliendo di inseguire i temi indotti dalla pubblicità: condoni, pensioni e immigrazione. E’ grave il fatto che le disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento sono in aumento in tutte le aree urbane estese e rurali ma sono completamente ignorate, mentre chi sta pagando la stupidità di una classe dirigente ignobile sono soprattutto i meridionali, i quali sono vittime dei propri errori decennali. I meridionali prima scelsero la famigerata democrazia cristiana, poi il berlusconismo e il PD renziano, e oggi l’inconsistente M5S; si tratta di forze politiche neoliberali e neo conservatrici. L’attuale maggioranza politica che si è venduta come forza del “cambiamento” contro l’establishment dell’UE, adesso cerca di nascondere le proprie promesse – fuori dall’euro, riconversione dell’Ilva, no vaccini, no Tav, no Tap, rimpatri dei “clandestini” … – per adeguarsi alle idee dell’establishment: restiamo nell’euro, no alla riconversione dell’Ilva, si ai vaccini, si alla Tav, si al Tap, rimpatri impossibili. Questo è un corto circuito degli italiani, i quali non sembrano capaci di scegliere per avviare e stimolare un reale cambiamento, per migliorare la società e le istituzioni politiche, ed a causa di un profondo sentimento di odio nei confronti dei vecchi partiti, gli italiani piuttosto che impegnarsi in politica con metodo democratico, hanno preferito affidarsi a personaggi imbarazzanti e impreparati, taluni palesemente indegni e truffaldini. Si ha l’impressione che la maggioranza degli elettori, colta da un delirio di massa, pensa che chiunque possa fare politica, e così oggi, all’interno delle istituzioni abbiamo personaggi improvvisati che si credono statisti. E’ sufficiente interpretare il famigerato “contratto di governo”, per capire che il collante fra questa maggioranza è solo il potere, e null’altro. Il problema dell’incompetenza e dell’inadeguatezza della classe politica è vecchio, poiché per fare il politico non è richiesta alcuna competenza, e così soprattutto nelle amministrazioni locali abbiamo una lunga serie di cialtroni e ignoranti funzionali che svolgono il ruolo di Sindaco e Consigliere, e i risultati negativi si vedono: consumo di suolo, speculazioni, favoritismi e clientele, rendite parassitarie e disordine urbano. Un esempio clamoroso è la fine delle politiche pubbliche abitative, ove in determinate amministrazioni i politicanti locali abbandonano i poveri negando loro il diritto alla prima casa, e inducendoli ad occupare abusivamente gli immobili, ma contemporaneamente regalano i piani urbanistici agli immobiliaristi.

L’impronta culturale della Lega Nord è il liberalismo coniugato al razzismo, per sostenere il mito dell’impresa deregolamentando il mercato. La storia di questo partito razzista è chiara: l’antimeridionalismo e la tutela degli interessi privati delle imprese localizzate al Nord innescando processi di disuguaglianze territoriali, avviate con la guerra di annessione e consolidate durante la Repubblica. Tutt’oggi la Lega è espressione di un modello economico egoista per drenare risorse dallo Stato centrale a favore delle imprese del Nord, e lo sta facendo coi suoi Presidenti di Regione che chiedono e ottengono dal Governo di trattenere e gestire maggiori risorse finanziarie, togliendole al Sud, notoriamente più carente di servizi e di sistemi di welfare urbano e territoriale. La destra liberal continua a stimolare l’aumento delle disuguaglianze. Nonostante la sua propaganda si impegna a indossare una maschera per celare la sua identità, ingannando con successo i cittadini, l’attuale Lega, e insieme al M5S, ha l’obiettivo di raccogliere il dissenso degli ultimi ma per salvare il capitalismo liberale. La Lega è già stata al governo con Berlusconi approvando le ricette di destra: liberalizzazioni, condoni, cartolarizzazioni, tagli al welfare, tagli all’ordine pubblico, e distruzione del territorio. Sull’immigrazione, fu la Lega a costruire la famigerata legge Bossi-Fini e poi firmare il Trattato di Dublino che obbliga gli Stati a trattenere gli immigrati. Fu il governo di destra a mettere in crisi l’ordine pubblico e la sicurezza dei cittadini tagliando gli addetti della forza pubblica. Sul fronte delle privatizzazioni, fu il governo Prodi ad introdurle, ma poi fu la Lega a firmare il rinnovo delle concessioni per Autostrade per l’Italia, fregandosene del fatto che legittimò un contratto capestro per lo Stato italiano. Oggi governa le Regioni del Nord che del neoliberismo sono l’espressione più vivida, convinta e radicale. Si tratta di Regioni coinvolte da scandali e corruzione diffusa, e secondo le cronache giudiziarie tali istituzioni, sostenute da maggioranze di destra (Forza Italia e Lega), stabiliscono rapporti economici che drenano risorse allo Stato per favorire le imprese private (il modello Formigoni e la sanità), mentre chiudono gli occhi quando la criminalità organizzata influenza le gare d’appalto (urbanistica contrattata), aprendo agli investimenti provenienti dal mondo off-shore. E’ altrettanto vero che condotte analoghe si riscontrano anche nelle Regioni governate dal PD, ma la Lega, diversamente da Forza Italia e PD, ha saputo, con l’inganno, far credere agli elettori di essere un partito contro l’establishment. Se negli anni ’90 e all’inizio del millennio, Berlusconi con Forza Italia riuscì a raccogliere il ceto politico e sociale che votata per i governi a trazione DC, oggi, quel ceto sceglie al Nord la Lega, e al Sud il M5S, scalzano il PD renziano dalle poltrone di governo e ridimensionando Forza Italia. E’ una sostituzione di volti e non di politiche.

La propaganda dell’attuale maggioranza politica (Lega e M5S) è banale: si basa sulla simpatia con gli elettori e sulle emozioni negative degli ultimi, cavalca ignobilmente le tragedie che si verificano, sfrutta l’odio e la rabbia adottando un linguaggio violento e razzista; crea fake news contro chi ha perso le elezioni e contro l’establishment, evitando appositamente una discussione pubblica sui problemi reali del Paese. E’ uno schema comunicativo molto vecchio, già in uso ai tempi della propaganda degli anni ’20 e ’30, e della pubblicità; l’ha fatto Berlusconi per vent’anni, poiché per essere efficaci con una massa apatica e incapace di comprendere, il politicante usa la demagogia banalizzando i temi e realizzando un’empatia, stimolando le emozioni per fidelizzare gli elettori. I demagoghi seducono gli elettori, lo schema è apparire credibili e non esserlo veramente.

Cosa accade nell’attuale globalizzazione neoliberista? Prima di tutto, il mondo intero è capitalista, e i grandi Paesi, USA, India, Russia e Cina, sono in competizione fra loro per accumulare. Nell’Occidente neoliberal il ruolo dello Stato è sminuito per favorire le multinazionali, mentre in Oriente l’economia è pianificata, soprattutto in Cina. In questa parte del globo, chi ha la capacità di fare politica non sono più i partiti ma le grandi imprese, perché i partiti stessi hanno riformato le pubbliche istituzioni seguendo i consigli dei liberal e consegnando le leve della politica alla classe imprenditoriale che controlla gli strumenti del capitale. Questo è accaduto attraverso il processo di deregolamentazione adottato dalla classe dirigente neoliberista presente nelle accademie, prima negli USA e soprattutto nell’UE con l’euro zona. E’ la borghesia capitalista, attraverso banche e finanza (borse telematiche), che può decidere come accumulare capitali (rendite finanziarie e immobiliari) e dove programmare l’agglomerazione delle attività in determinati sistemi locali del lavoro, soprattutto nelle zone economiche speciali, e nelle cosiddette città globali e nelle aree offshore per sfuggire ai controlli fiscali dello Stato, di fatto rubando servizi sociali, scuole, sanità ai ceti meno abbienti. In Occidente, le cosiddette istituzioni politiche democratiche, sotto i colpi della religione capitalista, sono diventate mere camere di registrazione di decisioni prese altrove e le maggioranze sono solo una maschera, un prolungamento dei capricci di questa élite degenerata. Ciò che le masse non hanno ancora compreso, è che questo è il capitalismo, cioè un sistema di accumulo che si nutre di avidità e disuguaglianze, e questo sistema è sostenuto da Forza Italia, PD, Lega e M5S che non pensano minimamente di mettere in discussione il capitalismo ma confermare i privilegi della vera casta: le potenti multinazionali. Basti pensare che il M5S, oggi primo partito italiano, non è un soggetto democratico ed è controllato da un’impresa che professa la religione del web cioè il campo dei più grandi evasori fiscali globali, grazie al mondo offshore, – google, amazon, apple, facebook – che sottraggono risorse fondamentali agli Stati, quando tali risorse sono necessarie per affrontare le disuguaglianze. In politica si chiama conflitto di interessi.

Ricordando ciò che avvenne in Grecia qualche anno fa, ove una maggioranza politica di sinistra cercò di cambiare l’UE, ma perse quella partita poiché il governo greco fu isolato e ricattato, indotto ad abbracciare le politiche neoliberiste imposte dalla famigerata Troika e realizzando una macelleria sociale; lo stesso avvenne in Italia nel 2011 attraverso il famigerato governo Monti. Questa maggioranza politica italiana, intimorita da ciò che avvenne in Grecia, non ci prova neanche nel cercare di cambiare l’azione politica neoliberista dell’UE.

Il vero tema politico è mettere in discusse la globalizzazione neoliberista con le dannose regole dell’UE. Bisogna cambiare i famigerati Trattati per ripristinare un principio democratico: la politica determina l’economia, e non il contrario. L’UE deve diventare democratica e socialista per applicare l’uguaglianza di diritti e restituire dignità alle persone. E’ il socialismo che ridistribuisce la ricchezza affrontando le disuguaglianze, mentre i liberal hanno concentrato il capitale nelle mani dei pochi. Questa è la Politica, con la P maiuscola. Nel corso della storia abbiamo visto il modello socialista realizzato in Russia, poi degenerato in dittatura e la svolta liberal che ha concentrato le ricchezze in un’oligarchia di imprenditori. La Cina, che resta un regime non democratico, è un modello di economia pianificata dal partito/Stato centrale ed ha deciso di coniugare il capitalismo liberal in determinate aree per apprendere, col tempo, il know how delle imprese occidentali. Oggi la Cina produce i propri brevetti tecnologici e manifatturieri, e pianifica le proprie agglomerazioni condizionando il mercato. La politica cinese è contraddittoria, perché vieta e limita i diritti sindacali, e perché la sua crescita ha favorito un aumento dei consumi e degli impatti ambientali ma lo l’ha fatto sviluppando tecnologie sostenibili. Le utopie socialiste nascono nella cultura europea, allora la domanda sorge spontanea: perché l’UE non riprende quelle utopie realizzando un modello sostenibile, equilibrato, e indirettamente migliorando la lezione cinese? Abbiamo le conoscenze per farlo, e soprattutto è interesse dell’Europa riprendere in mano il proprio destino attraverso il socialismo, per limitare i visibili danni della globalizzazione: povertà e migrazioni forzate. E’ interesse di USA, Cina e Russia conservare un’UE neoliberal perché politicamente debole e inesistente, mentre sarebbe un loro sogno disgregarla per annullarla. E’ interesse degli ultimi scoprire le utopie socialiste per riappropriarsi del proprio destino. Negli altri Paesi europei ci sono soggetti politici di sinistra che collaborano fra loro per cambiare questa globalizzazione, per il momento sono ancora forze di minoranza poiché i partiti conservatori tengono i propri consensi e crescono quelli dei razzisti, mentre in Italia siamo colti da deliri di massa rinunciando a costruire un soggetto politico sostenuto dal popolo, capace di inserirsi in un processo politico sinceramente rivoluzionario. Per il momento esistono piccoli gruppi che devono ancora maturare. Il partito degli ultimi non esiste, va costruito avendo coraggio e onestà intellettuale per riscoprire il socialismo, conoscere la bioeconomia e la democrazia. In altri paesi, i cittadini sembrano avere questo coraggio ponendo al centro soluzioni di sinistra capaci di sostituire l’UE neoliberista con un’Unione democratica, libera dai condizionamenti del mercato ma creando lavoro per abbattere le disuguaglianze.

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L’ennesimo condono edilizio: ignoranza e arroganza

L’anno scorso mi ero espresso così: “Vota stomaco” e abusivismo edilizio, per definire i politicanti criminali che compiono scelte contro la Costituzione, contro le leggi e contro la sicurezza. Oggi la maggioranza parlamentare composta da razzisti e grullini, si mostra nuovamente per quello che è, una accozzaglia di spregiudicati ignoranti, incapaci di applicare la Costituzione ma favorevoli al cinico calcolo elettoralistico, favorendo l’introduzione di norme che adottano l’ennesimo condono edilizio, una volgarità assoluta contra legem. La demagogia del cambiamento è l’ennesimo imbroglio contro la legalità, contro gli onesti che hanno costruito un alloggio rispettando le regole. Solo un manipolo di dilettanti e cialtroni poteva pensare di scrivere norme che creano favoritismi, e futuri ricorsi per la confusione insita nelle norme stesse, e dalle interpretazioni paralizzanti di azzeccagarbugli e imbroglioni. Nell’intenzione di voler accelerare le procedure nelle zone terremotate, la maggioranza parlamentare favorisce l’illegalità e viola la Costituzione, oltre che le leggi sull’abusivismo. Questo accade tutte le volte che imbroglioni e/o incompetenti si inventano politici dall’oggi al domani. La firma dell’emendamento (DL 55/2018) e del DDL 435 è dei senatori di Forza Italia: Mallegni, Picchetto Fratin, De Siano, Malan, Gasparri, Modena, Pagano, Cangini, Gallone, Rizzotti, Fazzone, e con relatore della Commissione il sen. Stefano Patuanelli, del M5S. Il disegno di legge prevede di condonare gli abusi realizzati prima del terremoto, e che non superano il 5% della superficie, dell’altezza e della cubatura. L’articolo 39 legge della 724/94 richiamato nell’emendamento, consente una sanatoria non superiore al 30% della volumetria esistente, e l’opportunità di sanare nuove costruzioni che non superano i 750 mc. L’emendamento a firma di Forza Italia, per ora precluso, vorrebbe sanare gli interventi realizzati senza il permesso di costruire o in difformità da esso, cioè pretende di sanare un reato penale, ma l’emendamento della Lega (prima firma Arrigoni, poi Briziarelli, Pazzaglinsi, Bagnai, Fusco, Tesei, Bonfrisco, Rivolta, Vallardi, Borghesi, Tosato) approvato si ispira ai condoni precedenti, e prevede la possibilità della domanda di sanatoria edilizia per gli edifici abusivi costruiti prima del sisma (l’emendamento si rifà alla legge 47/1985 (condono Craxi) che prevede la sanatoria di opere costruite senza concessione edilizia, proprio come l’emendamento precluso scritto da Forza Italia, e si rifà anche all’art. 39 della legge 724/1994), e delega tutto ciò al tecnico che assevera l’idoneità statica dell’edificio costruito contra legem. La sanatoria coinvolge anche le aree sottoposte a vincolo paesaggistico, entro il 2% delle superfici. Il provvedimento è in continuità col Governo precedente, attraverso il famigerato DDL Falanga. Per la precisione è lo stesso Commissario di Governo alla ricostruzione, De Micheli, che ammette l’immoralità del provvedimento: «ci sarà sempre qualcuno che storcerà la bocca, è normale. Una regolarizzazione ce la saremmo evitata. Ma di fronte alla prospettiva di non poter ricostruire il 90 per cento delle case distrutte dal sisma, forse possiamo sacrificare un pezzetto delle nostre ideologie. Comunque è chiaro che il problema delle difformità gravi c’è…».

L’Ordine dei geologici riporta quanto stabilito dalla Cassazione: “l’abuso edilizio in zona sismica che compromette la stabilità di un edificio va abbattuto anche se è stato oggetto di condono”. Ovviamente il provvedimento ha allarmato anche l’Istituto Nazionale di Urbanistica, che riporta l’articolo di Sergio Rizzo.

A conclusione dell’iter legislativo, il Parlamento approva la legge 89/2018 con l’art. 1-sexies (Disciplina relativa alle lievi difformità edilizie e alle pratiche pendenti ai fini dell’accelerazione dell’attività di ricostruzione o di riparazione degli edifici privati) e così «[…] il proprietario dell’immobile, pur se diverso dal responsabile dell’abuso, può presentare, contestualmente alla domanda di contributo, segnalazione certificata di inizio attività in sanatoria, in deroga […]». L’emendamento della Lega – possibilità di domanda in sanatoria – è presente al comma 6 art.1 sexies della legge 89/2018. Oltre a ciò, il Governo per evidente volontà politica di Di Maio, inserisce nel cosiddetto Decreto Legge per Genova 109/2018, attraverso il Capo III (Interventi nei territori dei Comuni di Casamicciola Terme, Forio, Lacco Ameno dell’Isola di Ischia interessati dagli eventi sismici verificatisi il giorno 21 agosto 2017) e all’art. 25 un provvedimento ad hoc per Ischia, che definisce le procedure per il condono edilizio coinvolgendo le pregresse istanze di sanatoria, a partire dalla prima legge sul condono n.47/1985, la stessa richiamata dall’emendamento della Lega per le aree nel cratere del centro Italia (“misure urgenti a favore delle popolazioni dei territori delle Regioni Abruzzo, Lazio, Marche ed Umbria, interessati dagli eventi sismici”). I capi IV e V della famigerata legge n.47/1985 prevedono la sanatoria delle opere abusive (art. 31), cioè i proprietari possono conseguire la concessione o l’autorizzazione delle costruzioni realizzate senza permesso o in difformità.

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condono edilizio Lega-M5S

Nella nostra legislazione esiste un’ampia gamma di illeciti e  reati (inosservanza delle norme, assenza del permesso di costruire, difformità, variazioni essenziali, lottizzazione abusiva, interventi in zone vincolate) in campo urbanistico ed edilizio, si tratta di sanzioni amministrative (ammenda) e reati che prevedono anche la reclusione su condotte non consentite dalle norme (arresto fino a due anni). L’oggetto dei reati urbanistici sono il rispetto formale degli strumenti urbanistici e l’ordinato sviluppo del territorio. Nel diritto amministrativo e urbanistico il tema è il diritto dell’Amministrazione di governare l’assetto del territorio comunale reprimendo gli illeciti edilizi, e facendo rispettare la normativa e le prescrizioni, attuando un controllo preventivo mirato a tutelare il territorio.

Le norme contemplano anche il potere-dovere di vigilanza (art. 27, comma 1 T.U. 380/2001) delle nostre istituzioni (Sindaco e uffici, art. 31 T.U. 380/2001) e l’obbligo di applicare le sanzioni (l’ingiunzione a demolire), mentre oggi ci ritroviamo con le istituzioni politiche che propongono di venire meno ai propri obblighi suggerendo l’ennesimo condono a danno della collettività.

Un classico della speculazione

Le recenti cronache giudiziarie romane, ancora una volta mostrano un modello classico della speculazione. Se sono stati commessi reati, sarà la magistratura ad accertarlo. L’attenzione dei cittadini dovrebbe concentrarsi sul governo del territorio e sull’interesse generale che gli amministratori pubblici devono perseguire. Questo caso dovrebbe insegnare ai cittadini che la scelta politica di non applicare l’interesse generale, e di favorire l’interesse dei privati, andando contro il proprio PRG e la legge urbanistica, ricorda il vecchio conflitto politico-culturale sull’urbanistica, conflitto vinto dai liberali. La vicenda fa emergere come l’imprenditoria privata si lega al potere. Cronache giudiziarie mostrano che il costruttore Parnasi pagava la Lega, e il M5S una volta al governo della città veniva “avvicinato” dagli imprenditori. La cronaca sembra mostrare che non c’è indipendenza del ceto politico, ma il solito asservimento anche in violazione delle leggi. Il caso è da manuale, ed è in replica in quasi tutti i capoluoghi di provincia e regione, ove speculatori privati annunciano di voler costruire un nuovo stadio, o ristrutturare quello esistente, ma in realtà è un’operazione immobiliare per sfruttare la notissima rendita. Questi progetti, com’è il caso romano, o pretendono una deroga alle norme, o devono rimettere in discussione il piano urbanistico. Nella consuetudine italiana, queste operazioni sono continuamente sostenute dal ceto politico peggiore d’Italia, e cioè Sindaci e Consiglieri, totalmente privo di cultura urbanistica e architettonica. Questi Sindaci e Consiglieri sono solo meri esecutori degli interessi privati, che nel nostro Paese significa neoliberismo e aumento delle disuguaglianze. Da circa 60 anni la maggioranza degli amministratori locali ha favorito rendite, e distrutto il territorio, ed oggi continua a farlo col sostegno elettorale. L’urbanistica non nacque per creare profitti ma per ridurre le disuguaglianze, risolvere problemi ambientali e costruire servizi e diritti per tutti i cittadini.

Enzo Scandurra: La «questione stadio» nasce quando l’ultimo governo Berlusconi lancia un disegno di legge che considera «urgente e indifferibile» costruire nuovi stadi. Ma è un cavallo di Troia, perché autorizza intorno agli stadi la costruzione di vere e proprie new town.

Il tutto in barba alla tutela del paesaggio: per velocizzare «le necessarie varianti urbanistiche e commerciali» le garanzie di legge venivano annullate mediante il teatrino di una conferenza dei servizi e la «dichiarazione di pubblica utilità e indifferibilità e urgenza delle opere».

Quella norma non fu mai approvata come legge autonoma, ma venne riversata con un colpo di mano dal governo Letta nel comma 304 della legge di stabilità 2014: è su questa base che le procedure per lo stadio furono avviate, e la giunta Marino le dichiarò di pubblica utilità e urgenza: lo sport come cavallo di Troia per rilanciare la cementificazione del paesaggio.

stadio Roma arresti e corruzione