La speculazione edilizia

Quali sono le conseguenze della speculazione edilizia? Prima di tutto bisogna raccontare cosa si intende per speculazione edilizia. Nel corso dei secoli e soprattutto alla nascita della società moderna ideata dalla cultura politica liberale, in opposizione alle monarchie, accrebbe la consapevolezza di poter accumulare denari senza lavorare sfruttando la rendita, prima agricola e poi urbana. Nella consuetudine odierna, viene dato per scontato il profitto derivante dalla rendita, e ormai quasi nessuno mette in dubbio il fatto che sia immorale perché distrugge le comunità. Nei secoli scorsi, quando ci si accorse degli effetti negativi di queste convenzioni economiche sociali, cioè l’aumento di valore economico di suoli poiché destinati all’urbanizzazione, subito si disse che tale convenzione creava un profitto determinato da scelte politiche e non dal lavoro, e pertanto era necessario porre rimedio per evitare di distruggere le comunità locali. L’usurpazione del profitto della rendita fondiaria è tecnicamente un vero e proprio furto allo Stato, stupidamente reso legale. In Europa, la storia ci insegna che le soluzioni efficaci si limitano a poche aree geografiche (ad esempio la virtuosa Olanda, e i modelli di cooperative circa le famose garden city, e poi le new town), mentre nel Sud dell’Europa la rendita è il motore economico dell’urbanizzazione nelle mani delle imprese private. Per eliminare rendite di posizione e rendite parassitarie c’è solo la soluzione radicale, e cioè che la proprietà dei suoli sia dello Stato e ne concede l’uso attraverso il diritto di superficie, cosicché la rendita è incassata dallo Stato e non più dai privati. La speculazione edilizia nasce da questa consapevolezza del mercato, e cioè influenzare le scelte dei piani regolatori per incassare il profitto delle rendite frutto di una mera scelta politica, e non di un criterio di merito perché non esiste. Attraverso questa consuetudine viziosa, si può realizzare profitto dal cambio di destinazione d’uso dei suoli, da agricolo a edificabile (rendita assoluta), e poi si può trarre profitto dalla vendita delle superfici edificate (rendita differenziale) e nel caso specifico oggi assistiamo a una totale deregolamentazione e assenza di controlli delle quantità di superfici immesse nel mercato immobiliare, ed è questa la speculazione immobiliare. Il prezzo finale di questi profitti estratti da posizioni di vantaggio, assunte senza criteri di merito, vanno a danno della collettività. Nell’attuale deregolamentazione, attraverso la famigerata “urbanistica contrattata”, è possibile speculare attraverso il capitalismo urbano poiché non si rispetta né la Costituzione e né la legge urbanistica nazionale ma si trascurano appositamente le analisi urbanistiche e/o le ipotesi di piano, oppure si edulcorano i calcoli di dimensionamento dei piani stessi, e/o se fatti bene si ignorano subito dopo, durante la fase attuativa dei piani stessi ove proprietari e immobiliaristi chiedono indici urbanistici per incassare la rendita differenziale oltre il dovuto, oltre il pensabile, e tutto ciò per mera avidità sfruttando l’antico meccanismo della rendita perché garantisce profitti immensi senza impegno. L’autorizzazione legale è concessa dai Consiglieri comunali, che detengono il potere di adottare piani e varianti, e questo ceto politico poco preparato, o non sa cosa fa oppure è d’accordo. Le conseguenze di questa mentalità truffaldina sono disastrose e sono note da secoli. Sin dai primi anni del Novecento, la classe borghese mise in pratica i meccanismi viziosi della rendita per accumulare capitali e così in tutte le città italiane, appena si ebbe l’esplosione demografica, si realizzarono enormi concentrazioni di capitali nelle mani del ceto sociale più influente, di fatto creando le prime disuguaglianze territoriali. Una seconda accelerazione, molto più imponente, si ebbe nel secondo dopo guerra per la ricostruzione delle città, anche in quell’occasione, la medesima classe borghese sfruttò il meccanismo e tornarono a realizzarsi nuove disuguaglianze economiche e sociali. In questa fase si realizzò un peggioramento concreto della qualità di vita dei ceti economicamente più deboli, perché l’avidità della rendita mise da parte la corretta pianificazione urbanistica. Ancora oggi, i danni sociali, economici e ambientali di espansioni urbane mal realizzate (fra gli anni ’50 e ‘80) perché non ragionate, sono a carico dello Stato e delle comunità costrette a vivere in quartieri dormitorio e degradati. Possiamo affermare, senza timore di essere smentiti, che all’aumento della ricchezza, cioè la crescita del PIL, fra l’altro concentrata nelle mani di poche famiglie (proprietari terrieri e costruttori), non necessariamente corrisponde un aumento della qualità vita per tutti gli abitanti, e nel caso delle speculazioni edilizie vi è la certezza di un peggioramento delle condizioni di vita delle persone che usufruiscono della merce costruita. Esempi pratici quotidiani sono: l’assenza di scuole e servizi sanitari, l’alta densità urbana che crea affollamento, l’assenza di standard minimi nei quartieri, il traffico e i centri urbani congestionati e inquinati, l’assenza di verde nei quartieri e l’assenza di biblioteche di quartiere, l’impossibilità di spostarsi a piedi e l’assenza dei servizi stessi raggiungibili a piedi. L’assenza di bellezza architettonica nei quartieri e costruzione di merci edilizie. Questo disordine urbano è figlio dell’assenza di un corretto disegno urbano, disprezzato dalla cultura politica liberal che ha scelto il laissez faire del mercato (la destra). Per l’Italia, si tratta di una scelta politica precisa realizzata dalla Democrazia Cristiana negli anni ’60, che ha negato il diritto di sviluppo umano a numerose generazioni distruggendo numerose città. Quanto vale il danno economico della rendita fondiaria? E’ difficile misurare con precisione l’appropriazione della rendita fondiaria ma è stato possibile fare una stima al ribasso, della sola edilizia abitativa (escludendo l’edilizia commerciale, turistica …), aggregando dati Istat e Banca d’Italia, e usando le superfici realizzate con la ricostruzione dei prezzi reali delle case e dei terreni. E’ stato stimato che dal 1961 al 2011, se lo Stato avesse applicato la riforma del regime dei suoli proposta da Fiorentino Sullo, avrebbe incassato un’enormità di circa 800/1000 miliardi di euro (Blecic, Lo scandalo urbanistico 50 anni dopo, Franco Angeli, pag. 19). Con questa stima abbiamo un ordine di grandezza verosimile della ricchezza incassata da poche famiglie, e questo valore costituisce la base delle disuguaglianze economiche e sociali ottenute sfruttando il potere politico e non il merito personale, tutto ciò a danno dello Stato sociale e dell’ambiente. Questa è la base della disuguaglianza determinata da reddito del capitale, che nel caso specifico si tratta di reddito attraverso rendite parassitarie, e nel corso dei decenni questo privilegio ha costruito una casta feudale che guadagna senza lavorare per aver rubato milioni allo Stato, e influenza le scelte politiche delle Amministrazioni locali. In tutte le città italiane esiste questa casta feudale.

Per quanto riguarda il disordine urbano, c’è da dire che non tutte le città italiane hanno subito la medesima sorte, anzi, dove c’è stata cultura urbanistica per contenere l’avidità degli speculatori, sono stati costruiti quartieri dignitosi ed oggi sono perfettamente vivibili poiché dotati di servizi.

Qui sotto le immagini di Salerno, città costruita dalla speculazione edilizia. In che modo si può leggere questa degenerazione? Attraverso il filtro della qualità urbanistica e le sue analisi classiche. Lo sviluppo urbano di Salerno si realizza tutto nel secolo Novecento, fra gli anni ’30 fino agli anni ’80. Le regole compositive dell’urbanistica nascono prima della legge nazionale (L. 1150/1942) e indicano come si costruisce correttamente una città, cioè la tecnica urbanistica insegna che il disegno urbano si realizza con la qualità dello spazio pubblico. Il disegno deve prevedere un corretto equilibrio fra spazio pubblico e privato, con ampi spazi verdi, con limiti di densità e limiti di altezze degli edifici, con strade progettate secondo la loro funzione e servizi raggiungibili a piedi (la cosiddetta città a misura d’uomo). Le aree evidenziate nelle immagini sottostanti mostrano come lo spazio sia interamente utilizzato dalla merce edilizia, con grave carenza persino di strade adeguate, oltre al fatto che c’è una completa assenza di verde di quartiere e dei servizi. La città ha dovuto ricavare i servizi presso sedi improprie, cioè molti servizi sono allocati in edifici privati progettati per civili abitazioni, e solo in taluni casi troviamo edifici progettati ad hoc per le scuole. Quando fu pubblicato il famoso DM 1444/68, i Comuni furono costretti a recuperare gli standard minimi mancanti, cioè parcheggi, verde, scuole e attrezzature collettive (culturali, sociali, assistenziali, sanitarie, amministrative). Salerno, per scelta politica, non ha mai recuperato tutti gli standard mancanti nelle aree costruite dalla speculazione, e tutt’oggi paga il prezzo delle rendite di posizione.

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Salerno e i suoli coinvolti da processi speculativi
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Salerno, zona orientale e i suoli coinvolti da processi speculativi

La scelta politica di rinunciare alla corretta pianificazione urbanistica e quindi la scelta di deregolamentare la rendita ha in sé un meccanismo politico molto noto, il seme della corruzione morale e materiale poiché il facile accumulo di capitali nelle mani di costruttori e immobiliaristi può favorire sistemi corruttivi. Nell’epoca delle nuove tecnologie e delle giurisdizioni segrete, cioè i paradisi fiscali e i modelli off-shore, tali strumenti possono essere adoperati per nascondere la corruzione e i profitti stessi degli investimenti immobiliari. Sono almeno due gli esempi viziosi e persino criminali che si nascondono dietro i processi dell’urbanistica contrattata, che cela i reali interessi nel costruire merci edilizie ove non servono. Il primo esempio, è quello raccontato, costruire per accumulare capitali senza occuparsi di costruire i servizi necessari alla città pubblica, e il secondo è il riciclaggio di denaro realizzato dall’evasione, dalla vendita di droghe, armi etc. La regia di queste operazioni sono le banche che possono, se lo desiderano ma violando le leggi, aiutare i proventi realizzati illecitamente a diventare leciti. In che modo entra in gioco il mondo off-shore? E’ semplice, attraverso il solito meccanismo del prestanome che si intesta la società finanziaria dell’investimento con sede in un’area off-shore, costui potrebbe avere come suo socio occulto, il delinquente che ha evaso milioni, oppure anche il Sindaco del Comune dove si intende realizzare la trasformazione urbana. Il politico avrà solo il problema di reinvestire il profitto altrove, ovviamente, oppure può approfittare del famigerato scudo fiscale. Questa congettura appena esposta è una spiegazione logica a talune trasformazioni urbanistiche avvenute in Europa, perché queste non trovano alcuna giustificazione attraverso gli occhi della pianificazione urbanistica, perché palesemente irrazionali. Determinate operazioni immobiliari sono persino fallite, e sono rimaste invendute ma sono nelle mani delle banche alle quali assegnano un valore e sono garanzia del proprio capitale.

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Elaborazione personale.

Conclusione: contrariamente a quanto si crede illusoriamente, la società capitalista non ha ridotto le disuguaglianze, non ha costruito opportunità per tutti ma ha creato opportunità per pochi rendendoli ricchi sfruttando gli altri e usurpando risorse naturali. La ricchezza capitale è stata concentrata nelle mani di poche famiglie grazie alle scelte politiche autoritarie e ingannevoli, applicando la cultura economica neoliberale (la destra), una sorta di evoluzione della società feudale costruita sul vassallaggio. La società moderna appare come una distopia cinica ma con immorale ironia: la rivoluzione liberale ha costruito una società illiberale, attraverso il privilegio offerto dal capitale concentrato nelle mani di pochi, che di fatto ripristina le condotte delle monarchie, ossia caste chiuse e autoreferenziali, e territori feudali. Ancor di più, studiando affondo la storia del capitale, si svela un altro mito della religione capitalista: non è più il lavoro a rendere ricco un individuo ma lo sfruttamento delle rendite parassitarie (eredità), ciò è particolarmente vero nel capitalismo urbano. Le tecnologie odierne (robotica e internet) dimostrano quanto tutto ciò sia realtà (non è il lavoro a creare enormi quantità di capitali), poiché la concentrazione di capitali si realizza attraverso la finanza (il valore fittizio creato dal mercato) e l’informatica. Il capitale si sgancia dal lavoro.

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Rendita ed egoismo

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Paul Citroen, Metropolis, 1923.

Spesso ho scritto quanto le discipline giuridiche ed economiche influenzino negativamente l’urbanistica e il disegno urbano fino a far scomparire i diritti dei cittadini ed edulcorare gli scopi della pianificazione. Le rendite urbana e fondiaria favoriscono una costruzione della città che risponde ai capricci degli immobiliaristi e dei proprietari privati. La conseguenza di ciò è la violazione sistematica dei principi costituzionali, che impongono la tutela del territorio e l’uso razionale dell’energia. A questo punto ci si è arrivati con una scelta consapevole della classe dirigente politica, che ha preferito dare libero sfogo alla spirito liberale presente nella Costituzione stessa, ma a danno dell’ambiente e dei diritti dei cittadini, soprattutto di quelli più poveri, emarginati dal razzismo insito nel capitalismo. Inoltre, scrivo da tempo quanto l’urbanistica sia una disciplina difficile e poco comprensibile per le persone, poiché usa un linguaggio tecnico. Dietro i piani urbanistici ci sono gli interessi economici particolari, che possono essere assecondati attraverso la giurisprudenza amministrativa e la rinuncia dei Consiglieri a svolgere il proprio ruolo di rappresentanti dell’interesse generale. Un tipico esempio di tutto ciò si consuma a Salerno, ma è ciò che accade in tutti i comuni d’Italia, all’insaputa della popolazione che ignora i propri diritti e doveri, e ignora completamente i meccanismi e le dinamiche che formano i piani urbanistici locali.

Nei giorni passati La Città pubblica – 23 settembre 2017 – un intervento del Consigliere Lambiase elenca le “novità” della variante al PUC con alcuni cambi di destinazione d’uso circa i comparti edificatori, transitati da servizi ad alloggi. L’accusa è che il piano regala nuove rendite ai privati mentre le superfici ottenute destinate a standard rimangono inutilizzate. Il 21 ottobre 2016 sulle pagine de La Città intervenni scrivendo che la legge urbanistica campana andrebbe cambiata, poiché adotta una perequazione edulcorata e inefficace. Com’è noto, per i Comuni vige l’obbligo di costruire standard minimi a tutti i cittadini pena l’illegittimità del piano. E’ altresì noto che nel corso degli anni nacque la perequazione urbanistica per consentire allo Stato di ottenere i suoli senza ricorrere all’istituto dell’esproprio. L’intenzione e il principio perequativo sono quelli di applicare un’uguaglianza di mercato, per ridurre la discriminatorietà economica dei piani circa i suoli edificabili. La perequazione urbanistica non è un modello unico introdotto da una legge nazionale, ma una pratica giuridica ed ogni Regione la interpreta diversamente, fino ad arrivare a snaturarla del tutto come accade in Campania. Non è una sorpresa osservare che i Comuni campani non riescano a ottenere gli standard minimi, perché qui non esiste una “perequazione diffusa” vincolata alla costruzione preventiva degli standard ma una “perequazione di comparto” che addirittura si stabilisce in fase attuativa contraddicendo il principio di uguaglianza perequativa. Non solo non c’è una “perequazione diffusa” ma è possibile costruire lo standard in una fase successiva, col rischio concreto di ricadere nelle difficoltà riscontrate a Salerno, e non solo. In Campania si preferisce l’urbanistica “contrattata” nel solco dell’ideologia liberale di Adam Smith e il suo “laissez faire” (lascia fare al mercato). Nella storia della borghesia italiana, ha prevalso l’idea di sfruttare la rendita fondiaria e immobiliare per accumulare capitale privato senza lavorare, ma a danno del bene comune. Tale ricchezza copre il 32% del PIL ed è più del doppio di quella che viene considerata come fisiologica in un sistema economico equilibrato, secondo Paola Bonora (Fermiamo il consumo di suolo, 2015). Nel corso dei decenni si è consolidata la prassi viziosa di ignorare i problemi esistenti relativi agli standard mancanti nelle zone consolidate, e non si è avuto il coraggio di proporre nuovi approcci. Escludendo alcuni interventi di rinnovo e recupero urbano realizzati durante la breve parentesi della sinistra, oggi l’ideologia neoliberale continua a negare diritti e servizi ai cittadini, e continua a distruggere le risorse limitate del territorio.

Ciò che la maggioranza dei cittadini probabilmente ignora, è che l’urbanistica nacque per rimuovere i problemi ambientali e sociali causati dal capitalismo. La tecnica urbanistica insegna come progettare forme urbane in armonia con la natura e sostenere la coesione sociale. Nel corso del Novecento, più di una volta le classi dirigenti locali scelsero di costruire la città del capitalismo negando la realizzazione di insediamenti urbani che favorivano l’armonia con la natura e l’uguaglianza sociale (piani Donzelli-Cavaccini e Guerra), ed anche dopo aver realizzato male gli ampliamenti, le classi politiche ignorarono i problemi ereditati dal passato. Quando si rilevò l’enorme danno sociale di piani sbagliati poiché influenzati dalle rendite di posizione (anni ’70), si scelse di continuare ad ignorare i problemi urbanistici presenti in città. L’aspetto grottesco è che la soluzione ai problemi odierni si scopre leggendo la storia, poiché furono gli utopisti socialisti a inventare la progettazione ecologica e l’uguaglianza spaziale. Amministratori responsabili dovrebbero risvegliare temi come il regime dei suoli per applicare i valori costituzionali mortificati da classi dirigenti incapaci e neoliberali, anche a loro insaputa.

La Città 04102017

Nichilismo urbano

Il tema non è nuovo, anzi è contemporaneo ed affrontato egregiamente da uno storico dell’architettura fra i più bravi e brillanti, il prof. Renato De Fusco scrisse un libro tal titolo eloquente Architettura come mass medium. De Fusco non usa la definizione di “nichilismo urbano” ma si rifà ad Heidegger, Durkheim, Adorno e la scuola di Francoforte e molti altri critici della società dei consumi per condurre le sue indagini sulla semiotica dell’architettura. Nel testo troviamo le chiavi di lettura di molti fenomeni urbani di quest’epoca tremenda, dal punto di vista sociale, economico, urbanistico e per l’appunto architettonico.

Non sorprende che una capitale europea come Roma non sia amministrata e governata degnamente, e come molti osservatori hanno già scritto questa crisi viene da lontano, mentre i cittadini non sono affatto innocenti poiché i loro rappresentanti sono stati votati.

Dal punto di vista urbanistico e architettonico, l’ormai famigerato caso della speculazione di Tor di Valle, è l’ennesimo tassello dell’epoca odierna: il capitalismo neoliberale che produce nichilismo urbano. Questo è un fenomeno occidentale molto diffuso e applicato dagli amministratori locali, i quali non sono più chiamati a pensare e dialogare con i cittadini. Da molti anni si è consolidata una prassi che troviamo in tutte le città globali e anche nelle periferie economiche. I capitali privati decidono dove e come investire mentre il territorio è merce a loro disposizione. Gli investitori si affidano alle cosiddette archistar che hanno l’opportunità di esprimere il proprio ego e le proprie sperimentazioni stilistiche auto referenziali. Il mondo capitalista è lo spirito del tempo che sfrutta la pubblicità e i medium di massa per imporre il proprio nichilismo. In questa regressione culturale spariscono sia l’architettura e sia l’urbanistica, e restano le costruzioni della pubblicità ma soprattutto i simboli delle multinazionali, i loghi, i marchi, il brand. Nell’accezione economica liberale, le costruzioni edili sono merce che creano “ricchezza” per accumulare capitale e porre garanzie sui debiti privati. In buona parte degli Enti locali non siedono uomini di cultura capaci di leggere l’urbanistica e l’architettura, ma troviamo mediocri amministratori, utili a vendere la merce dei padroni.

La storia dell’urbanistica, se fosse letta anche dai cittadini, insegna che per garantire diritti a tutti gli abitanti, il territorio non deve rispondere alla religione economica, poiché esso è sia una risorsa finita e sia luogo per costruire diritti e servizi utili allo sviluppo umano. Uno dei padri dell’urbanistica, Howard, mostrò che attraverso il sistema delle cooperative si potevano realizzare città intere, indirizzando il profitto delle rendite alla costruzione dei servizi collettivi e sfruttando il diritto di superficie per i residenti con un canone sufficiente a pagare gli investimenti e costi di gestione. Era un sistema dove i soggetti privati si prendevano cura della cosa pubblica non per trarne profitto ma per realizzare diritti senza scaricare i costi sullo Stato. Poiché tale sistema è figlio di un’idea socialista se non addirittura comunista (condivisione del bene comune), esso è stato appositamente scartato dai liberali, i quali hanno saputo psico programmare tutto l’Occidentale con lo slogan laissez faire al mercato, con l’intento opposto ai socialisti di incarnare il vero spirito capitalista, cioè accumulazione, profitto e l’avidità. Da circa trent’anni, tutte le nostre politiche urbane sono forgiate dall’avidità dei privati che applicano il laissez faire, nonostante sia noto a tutti che tale religione è la radice della gentrificazione urbana, della crisi sociale e del degrado urbano, oltre che della rapina economica dei privati contro la collettività.

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Letchworth, fondata da Raymond Unwin e costruita secondo il piano Ebenezer Howard

 

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Bellezza e lavoro: rigenerare i piccoli centri.

E’ recente la crescita di gruppi di pressione al fine di spostare risorse verso la conservazione e la tutela del patrimonio esistente. Persino nel mondo accademico e nell’élite legata ai gruppi di potere si diffondono dubbi circa l’obsoleto pensiero dominante che mostra tutta la sua fallacia. Persino i distruttori del territorio come i costruttori edili cominciano a rendersi conto degli errori e dei danni ambientali che hanno prodotto decenni di politiche speculative figlie della rendita urbana e fondiaria (Sullo docet). Rimane l’amarezza poiché le previsioni disastrose della religione capitalista erano state ampiamente accennate negli anni ’60 e poi qualche pubblicazione negli anni ’70 ha anticipato il disastro che vediamo nell’Unione europea liberista.

Pier Paolo Pasolini: « Non è affatto vero che io non credo nel progresso, io credo nel progresso. Non credo nello sviluppo. E nella fattispecie in questo sviluppo. Ed è questo sviluppo che da alla mia natura gaia una svolta tremendamente triste, quasi tragica. »
Ivan Illich: «Ma «crisi» non ha necessariamente questo significato. Non comporta necessariamente una corsa precipitosa verso l’escalation del controllo. Può invece indicare l’attimo della scelta, quel momento meraviglioso in cui la gente all’improvviso si rende conto delle gabbie nelle quali si è rinchiusa e della possibilità di vivere in maniera diversa. Ed è questa la crisi, nel senso appunto di scelta, di fronte alla quale si trova oggi il mondo intero.»

Sia chiaro, la religione liberista è stata propugnata sia dalla “destra” che dalla “sinistra”. Ci troviamo in una recessione costruita ad arte poiché l’influenza di organizzazioni sovranazionali ha saputo rubare la sovranità monetaria ed affermare un’ideologia immorale per accelerare lo sviluppo delle SpA che scrivono l’agenda politica dell’Unione europea sostituendo i valori della nostra Costituzione con l’avidità di pochi. La crescita che interessa alla Nazione non c’è più (politica industriale), e prevale l’ideologia della crescita infinita figlia del progressismo, del “libero mercato” e della competitività insieme al pareggio di bilancio e la riduzione della spesa pubblica causando povertà diffusa. Più passa il tempo e più i cittadini si rendono conto dell’inganno in cui viviamo. Ad esempio, basta notare che il Trattato di Lisbona (L’UE si adopera per “un’economia sociale di mercato fortemente competitiva“) non è compatibile con la nostra Costituzione poiché poggia su principi opposti (art. 41 Cost. “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana“). Il Trattato di Lisbona è come lo sviluppo sostenibile, è un ossimoro.

I media ovviamente assecondano gli interessi dell’oligarchia SpA, ma non riescono a giustificare la contraddizione palese fra la contabilità pubblica e la tutela dei diritti universali dell’uomo (lavoro, uguaglianza, salute). E’ sempre più evidente il fatto che la religione della crescita guidata dal libero mercato non si concilia col diritto al lavoro, e di recente si scopre che il lavoro in certe condizioni non significa migliorare la qualità della vita, anzi si traduce in schiavitù e morte (Porto Tolle, Taranto, Priolo, etc.).

Sempre più cittadini cominciano a leggere la Costituzione italiana dandone una giusta interpretazione poiché scoprono contraddizioni intollerabili fra i principi annunciati nella carta costituzionale, e la realtà che ruota intorno a noi, notando diritti violati (precariato diffuso, aumento dell’orario di lavoro e riduzione del salario), e corruzione in ogni ambito istituzionale (scandali e privilegi della “casta”) per sostenere lo status quo, e l’aumento di vergognose disparità salariali fra manager pubblici e privati e dipendenti lavoratori. In Svizzera, la patria dei banchieri e del segreto bancario, grazie agli strumenti referendari è stato possibile introdurre un tetto alla retribuzione dei dirigenti d’azienda.

Il 45% della ricchezza complessiva delle famiglie italiane alla fine del 2008 è in mano al 10% delle famiglie. E’ uno dei dati contenuti nel rapporto su “La Ricchezza delle famiglie italiane” elaborato dalla Banca d’Italia. Secondo studi recenti, la ricchezza netta mondiale delle famiglie ammonterebbe a circa 160.000 miliardi di euro e la quota “italiana” sarebbe di circa il 5,7%. Stiamo parlando di circa 9120 miliardi di euro. Di questo immenso capitale, alla fine del 2011 le attività finanziarie ammontavano a oltre 3.500 miliardi di euro, di cui il 42% – 1470 miliardi – (obbligazioni, titoli esteri, prestiti, etc.) mentre il 31% – 1085 miliardi – contante, depositi, risparmio postale. Sarebbe sufficiente intervenire su questa ricchezza posseduta dal 10% delle famiglie, che non muta le condizioni dei ricchi, per accedere a risorse utili per il bene dell’Italia da investire su attività irrinunciabili e virtuose come il rischio sismico, la prevenzione primaria, l’ambiente, i beni culturali, la sufficienza energetica con fonti alternative etc. Non sarebbe necessario neanche una tassa patrimoniale, ma raccogliere progetti concreti sui settori strategici – patrimonio culturale, la biodiversità, cancellazione degli sprechi e le energie rinnovabili – e farli finanziare da questi grandi patrimoni con trasparenza e merito. L’iniziativa privata è libera in Italia, e per la prima volta si potrebbe realizzare un piano nazionale con Governo e Comuni che possono investire in questa progettazione virtuosa rilanciando la nostra Nazione dandone pregio, respiro e nuova occupazione utile. Il criterio non sarebbe più la quantità, ma la qualità per fare meglio. Un esempio banale, il Governo lanciò il “piano città” senza grandi risorse, ecco, sarebbe sufficiente “convocare” questi patrimoni e dire loro: “investiamo sul miglioramento sismico dei centri storici, sulla rigenerazione urbana, la conservazione dei piccoli centri abitati, la sovranità alimentare etc.” Chiunque può rendersi conto che tali investimenti sono un ritorno per gli investitori poiché puntano a migliorare la qualità dell’Italia, compresi essi stessi. Mentre i privati rilanciano il Paese il legislatore, parallelamente, dovrebbe intervenire sull’evasione fiscale, l’elusione e le attività criminali finanziarie per recuperare altri miliardi da spostare sul sistema educativo. E’ banale evidenziare che l’investimento strategico avrà una ricaduta positiva per lo Stato con l’aumento del gettito fiscale prodotto da nuova occupazione.

Come appena accennato la povertà può terminare con un efficace cambio di paradigma culturale: si misura lo sviluppo umano, il benessere, l’ambiente e tutte le dimensioni indicate dal Benessere Equo e Sostenibile. Applicando l’articolo 9 della Costituzione si aprono opportunità lavorative in un indotto immenso, un giacimento di ricchezza che solo l’Itala può vantare. Abbiamo bisogno di filosofi, agronomi, geologici, architetti, ed imprese artigiane nei settori più importanti del riuso e dell’efficienza energetica. Rigenerare i centri urbani dei paesi italiani richiede un impegno importante. E’ molto probabile che non tutte le Amministrazioni locali di piccole dimensioni abbiano dirigenti e funzionari con la formazione adeguata, a volte anche i capoluoghi di provincia non hanno personale adeguato, ed è sufficiente investire in questo aspetto con l’aiuto dei esperti, associazioni per puntare all’adeguamento culturale rispetto al periodo di transizione che stiamo vivendo, successivamente i Comuni possono presentare progetti di qualità (un nuovo “piano città” figlio dello stop al consumo del suolo) e finanziarli con le ricchezze private sopra accennate, con il taglio degli sprechi e con il taglio di politiche sbagliate come quelle indirizzate nelle missioni militari o all’esercito (22 miliardi digitalizzazione esercito).

Il legislatore può introdurre leggi virtuose che prevengono illeciti e reati, la riduzione della corruzione con l’adeguamento delle pene e dei reati (“colletti bianchi” e finanza creativa), l’efficacia di un processo civile e penale più veloce, e l’introduzione della vera class action possono rappresentare la svolta di processi conformi al diritto. La vera class action è un procedimento stragiudiziale e quindi previene il ricorso al Tribunale ed ha l’85% di successi, inoltre la vera class action punisce SpA non compatibili col mercato poiché premia le SpA rispettose delle norme.

La scelta politica di puntare sulla bellezza dell’Italia è un insieme di strategie che vanno nella direzione di migliorare la qualità della vita, e per farlo bisogna agire parallelamente in tanti ambiti finora sottovalutati o ignorati. Esistono diverse linee politiche in ambito europeo: “Patto dei Sindaci”, “rete rurale nazionale”, “smart cities“, “european green capital” che possono essere adottate, queste vanno nella direzione giusta, ma l’UE è un blocco giuridico, poco democratico, e burocratico molto lento rispetto alle esigenze di cambiamento dei Paesi periferici che abbisognano di piani nazionali urgenti, con moneta sovrana libera dal debito immediatamente disponibile, come fanno USA e Giappone. Prima che l’UE diventi un luogo libero e democratico c’è il serio rischio che le Nazioni si autodistruggano grazie alla stupidità dei politici, non sarebbe la prima volta. Una strada importante è senza dubbio l’energia dal basso, una spinta popolare che pretenda un cambio radicale. Inoltre, la strada dei capitali privati – raccolta fondi – potrebbe essere un buon esempio e la via perseguibile per cominciare a rilanciare l’economia reale della Nazione per un interesse pubblico.