Così hanno distrutto il territorio

L’episodio romano che coinvolge lo stimato Paolo Berdini, ricorda alle vecchie generazioni le lotte a tutela del territorio mentre potrebbe consentire alle nuove di imparare una lezione politica fondamentale. Facciamo alcuni passi indietro. A partire dal secondo dopoguerra, l’Italia esce sconfitta dal conflitto ed entra nel famigerato patto Atlantico, che dal punto di vista culturale significa abbracciare l’ideologia liberale capitalista. La conseguenza di ciò, è l’inizio dell’epoca consumista con tutte le degenerazioni culturali, sociali, e ambientali che vediamo ancora oggi. Negli anni ’60 e ’70 la classe politica era decisamente divisa, e l’urbanistica è stata la tematica del conflitto politico più acceso con la vittoria dell’ideologia liberale, quando vinse la battaglia sul regime dei suoli sacrificando la proposta del Ministro Sullo (1962). Da un lato la visione costituzionale circa l’esproprio e l’utilità sociale della proprietà e dall’altro la visione liberale del laissez faire al mercato. Lo strumento politico preferito dagli accademici, dai professionisti, cosiddetti territorialisti, riformisti, e promotori della conservazione e della tutela del territorio e del patrimonio storico, ove suggerire soluzioni politiche per attuare una corretta crescita urbana e contenere il disordine urbano, è stato il partito comunista. Tale ambiente culturale ha saputo influenzare anche esponenti della vecchia democrazia cristiana. I due fronti erano: la DC che chiudeva gli occhi sulla crescita disordinata e il PCI che preferiva una crescita ordinata e controllata. Entrambi gli atteggiamenti erano favorevoli a una crescita urbana, e di fronte all’opportunità dell’ideologia liberale di fare profitti senza lavorare, cioè sfruttando la rendita, si può intuire quale soggetto politico abbiano preferito gli italiani. La DC non fece grande fatica nel manipolare l’opinione pubblica circa il conflitto delle rendite private e il regime dei suoli, e convinse tutti nell’abbandonare la pubblicizzazione dei suoli. Prevalse l’ideologia capitalista liberale spazzando via la riforma che tutelava l’ambiente e di conseguenza la specie umana. Verso la fine degli anni ’80 e inizio anni ’90 si dissolve il partito comunista, lo strumento portatore di interessi generali circa il governo del territorio, e l’ideologia liberale non avendo più argini prosegue la sua cavalcata nella distruzione del territorio. Negli anni recenti (inizio nuovo millennio) si è avuta un’impressionante accelerazione circa il consumo di suolo agricolo, mentre il patrimonio esistente, storico e moderno arrivato a fine ciclo vita, è vittima dell’ignoranza e dell’incuria dei cittadini e di una classe dirigente politica incapace e inadeguata. Gli italiani non hanno più un soggetto politico di riferimento che sappia interpretare e applicare la conservazione del patrimonio esistente e il corretto utilizzo delle risorse naturali. Un aspetto drammatico del contesto politico attuale, è che negli Enti locali, competenti sull’urbanistica, i soggetti politici presenti nelle istituzioni non hanno più riferimenti culturali dai territorialisti, e di volta in volta si affidano a consulenze tecniche condizionati dalle circostanze, o delle opportunità relazionali dirette, o a seconda degli interessi privati. Appare chiaro che non esistendo più il partito comunista che rappresentava una visione culturale dell’urbanistica, i soggetti politici fanno scelte sul governo del territorio a seconda delle convenienze, e delle singole circostanze localistiche, in tal modo possono continuare col disordine urbano a danno della collettività.

Nel corso del Novecento, noi italiani abbiamo pagato due enormi dazi culturali, il primo fu il fascismo che ci isolò, proprio mentre il resto dell’Occidente attingeva a piene mani nella storia e nella cultura urbanistica e architettonica classica contribuendo a formare una cultura della pianificazione (la scuola catalana dell’uguaglianza e la scuola territorialista). Durante il Novecento siamo stati fra i paesi meno formati sulla cultura urbanistica, nonostante il nostro patrimonio sia sotto gli occhi di tutti. La sconfitta bellica ha favorito la programmazione mentale della scuola liberale trasformando il territorio in merce – nonostante un’adeguata legge urbanistica (1942) –  contribuendo a soffocare i contributi (corretto uso del territorio – DM 1444/68) culturali di quei pochi urbanisti formatisi in Italia, nonostante il fascismo e nonostante il liberismo.

Paolo Berdini è cresciuto nel contesto culturale a tutela degli interessi collettivi. I capitalisti liberali non potevano avere ostacolo peggiore poiché di fronte non si sono trovati un politicante, ma un urbanista vero che svolge una funzione politica precisa: tutelare l’interesse generale. In tempi di guerra politica come questa, l’élite odia dover ragionare nel merito dei suoi interessi con persone che possiedono il senso dello Stato. I liberisti odiano lo Stato sociale e l’etica pubblica. Berdini conosce l’ambiente, la storia dell’urbanistica romana, gli interessi privati in gioco, e soprattutto possiede la competenza tecnica per smontare e rimontare i castelli finanziari costruiti sul territorio romano. Il dibattito che fa emergere Berdini è un manuale completo dei conflitti e degli interessi privati in gioco nell’urbanistica, una storia vecchia molto nota alla sua generazione, ma del tutto sconosciuta alle nuove generazioni di politici inesperti che possono fallire l’obiettivo di rappresentare adeguatamente la res pubblica, poiché emergono dal nulla, senza aver studiato e sudato in una scuola politica. Ancora oggi, i cittadini fanno fatica ad accettare un principio giuridico, l’urbanistica non è fatta per fare profitti ma per costruire diritti a tutti i cittadini.

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DiEM25 e il meridione d’Italia

Ho aderito al manifesto di DiEM25 poiché condivido l’analisi critica sull’UE e l’obiettivo di introdurre la democrazia nell’UE. Dal sito di DiEM25 leggiamo che «l’UE deve diventare il regno della prosperità condivisa, della pace e della solidarietà per tutti gli europei». E’ la descrizione di un sogno e di una visione molto bella, ma per trasformare tali sogni in realtà è necessario organizzarsi e cambiare passo, per osservare attentamente quanto la realtà sia diversa, complessa e difficile.

La sintesi politica sull’UE è perfetta: «debito, sistema bancario, povertà, bassi investimenti, migrazioni», e inoltre si afferma che DiEM25 è lo strumento per «elaborare una risposta comune a questa crisi» e che le istituzioni dell’UE diventino trasparenti e responsabili verso i cittadini europei. DiEM25 si è organizzato con un “Gruppo consultivo”, un “Collettivo di coordinamento” e con gruppi di volontari “DSC”. Nel “Gruppo consultivo” ci sono anche personalità importanti e note provenienti dal mondo accademico e dello spettacolo, tali personalità possono contribuire a dare qualità alle proposte di cambiamento su temi economici e sociali. Nel cosiddetto “Collettivo di coordinamento” troviamo le persone più attive nell’organizzare e promuovere DiEM25. Le competenze di alcune personalità presenti in DiEM25 sono più che sufficienti nel compiere un’analisi corretta e proporre soluzioni per migliorare l’UE. Trasformare le proposte che possono emergere da DiEM25 in azione politica efficace è un lavoro diverso, molto complicato e difficile.

In Italia, DiEM25 è pressoché sconosciuto ma come tutti i progetti neonati le cose possono cambiare. Navigando il sito di DiEM25 e frequentando il forum di DiEM25, cioè dialogando con altri cittadini europei, credo di coglierne le difficoltà attrattive e di partecipazione. L’approccio e i temi del manifesto sembrano distanti dalla vita quotidiana delle persone, e poi c’è la barriera inevitabile della lingua straniera. Penso che noi italiani conosciamo poco o nulla dell’UE. Inoltre, la gravità della recessione economica non incentiva le persone nell’impegno politico, ma contribuisce a rinchiuderle nei propri problemi sociali, economici e culturali per sperimentare soluzioni improvvisate utili a sopravvivere. Nel meridione d’Italia il tasso di disoccupazione è così alto che dovrebbe stimolare i giovani a occuparsi di politica ma da decenni accade l’esatto opposto. Per «elaborare una risposta comune a questa crisi» non bisogna commettere l’ingenuità di ignorare le peculiarità sociali ed economiche dei territori e delle regioni europee. E’ necessario che DiEM25 sviluppi la capacità di calarsi e vivere i territori coinvolgendo direttamente le persone di quegli ambienti, invitandoli a suggerire e applicare le soluzioni politiche.

Oltre al manifesto politico, per il momento DiEM25 non propone altro. Il mio auspicio è che la visione bioeconomica entri nel manifesto e che le politiche urbane occupino un posto di rilievo per le proposte politiche. La ragione è semplice, circa l’80% della popolazione occidentale vive nelle città, perciò chiunque studi e si occupa dell’esperienza urbana si sta occupando della vita delle persone. E’ nelle città che si manifestano i più grandi squilibri sociali dell’Occidente, è nelle città che si creano le più grandi opportunità economiche e sociali per le persone. Le città sono contemporaneamente i luoghi delle opportunità e i luoghi del disagio e del degrado.

Osservando la realtà è facile riconoscere come e quanto le aree urbane italiane siano diverse dalle altre, non solo per il patrimonio costruito, per le dimensioni ma per le caratteristiche fisiche del territorio e per l’uso che le imprese e gli abitanti fanno delle risorse. Nel resto d’Europa non esiste lo stesso rischio sismico e idrogeologico che troviamo in Italia, nei balcani e in Grecia. Di fronte a queste sfide, spesso la classe dirigente politica è incapace e irresponsabile sia nell’ascoltare le categorie di esperti, e sia nel programmare la normale manutenzione del territorio riducendone i rischi.

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Progetto Share, Commissione europea.

 

DiEM25 dovrebbe sostenere politiche urbane bioeconomiche partendo dalla realtà territoriale che non è affatto uguale in tutta Europa, e pertanto non esistono soluzioni e modelli generali da poter vendere nel mercato politico.

L’Italia, diversamente dagli altri, è il paese che ha scelto di “privatizzare” il governo del territorio, perdendone il controllo pubblico dell’attività edilizia, e favorire la rendita privata più degli altri. Ciò ha costituito e costituisce tutt’oggi un conflitto politico sociale ed economico che ancora non trova soluzione, e la ragione è soprattutto politica, oltre che culturale. Negli anni della ricostruzione post bellica fu il partito comunista a rappresentare le battaglie contro le rendite, e com’è noto non avendo la maggioranza politica dagli elettori italiani non riuscì a tutelare adeguatamente il territorio e contenere il disordine urbano, se non in quelle città amministrate direttamente dal PCI. Dopo la scomparsa di Berlinguer (1984) c’è stato il nulla, e in Italia non esiste un soggetto politico che si renda conto degli enormi problemi sociali, ambientali ed economici innescati dal disordine urbano, costruito nei decenni precedenti, dalle rendite di posizione e dagli attuali piani urbanistici pensati partendo dal profitto dei privati. Ancora più grave non c’è un soggetto politico che abbia il coraggio di opporsi a tutto ciò.

Esiste invece un’idea generale da poter suggerire, e cioè la territorializzazione delle politiche urbane. Ad esempio, i comuni del meridione d’Italia hanno tutte le opportunità di migliorare le condizioni di vita degli abitanti attraverso un percorso di riterritorializzazione bioeconomica che crea occupazione utile. Territorializzare significa ridurre la dipendenza dal sistema globale, e può avvenire programmando l’auto sufficienza energetica e di cibo; programmando processi di rilocalizzazione produttiva (manifattura leggera, trasporti, comunicazione, rigenerazione urbana) e orientando i consumi su merci locali.

Il meridione d’Italia, diversamente da altre aree geografiche non ha una “rete delle città“, cioè non esiste una diffusa infrastruttura ferroviaria che unisce tutte le città ma solo alcune, non c’è in Sicilia, non c’è fra le città costiere pugliesi, campane e calabre. Non c’è un’adeguata rete ferroviaria in Sardegna. Per costruire quello che già esiste in Europa, è necessario che la Repubblica torni ad applicare la sovranità e programmare politiche pubbliche socialiste incoraggiando i centri di indirizzo e controllo politico coordinando gli istituti accademici, i centri di ricerca e le associazioni affinché il progetto culturale condiviso si traduca in politiche industriali bio economiche capaci di finanziare connessioniattività e strutture fondamentali per favorire opportunità dello sviluppo umano. Territorializzare significa dare senso, significato, forza e vita alle persone che vivono i luoghi utilizzando le risorse in maniera razionale e valorizzando il sapere locale. Dal punto di visto politico significa cambiare il paradigma culturale della società ma è necessario farlo se vogliamo sopravvivere e costruire un futuro sostenibile.

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Occupazione in Europa, fonte immagine Openpolis, Piove sempre sul bagnato.