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Nonostante il tema del governo del territorio, ossia dell’urbanistica, sia ampiamente conosciuto e riconosciuto, studiato, e approfondito nell’ambito accademico e professionale, e nonostante sia noto e sia riconosciuto in tali ambienti il fatto che governare il territorio significa determinare la propria ricchezza, nel senso più ampio del termine, non solo materiale, ma anche culturale e spirituale, nonostante tutto ciò, assistiamo alla presentazione di un decreto immaturo e anacronistico rispetto al contesto della depressione economica nazionale generata da un paradigma culturale del tutto obsoleto. «L’urbanistica viene già individuata come una tecnica della prassi politica», per rimanere ancorati alla legge germanica del 1875 e dirla alla Manfredo Tafuri, e quindi con tutte le conseguenze del caso, noti i conflitti che l’urbanistica genera quando l’interesse generale viene sostituito dalla religione neoliberista. La proposta di nuova legge urbanistica nazionale del Governo nasce da un impianto culturale vecchio ed obsoleto, non affronta in maniera compiuta le esigenze degli abitanti e la complessità della questione urbana determinata da vecchi vizi: rendita e conflitto fra poteri, politica e istituzioni. Mentre da decenni altri Paesi investono in programmi adeguati, sperimentando ed innovando (Vauban a Friburgo, BedZED a Londra, Solar city a Linz, Hammarby Sjöstad a Stoccolma, eco-viikki ad Helsinki, Loretto e Mühlen a Tubinga, Jonction a Ginevra, Bullinger a Zurigo, Ecoparc a Neuchâtel), il mondo dei nostri dipendenti politici va in direzioni sbagliate, oppure è del tutto inerte alle esigenze degli abitanti che vivono nelle città ed è del tutto inerte di fronte alle opportunità di nuovi modelli decisionali dal basso. Spesso si è preferito la strada dei grandi appalti e dei grandi eventi, e spesso dietro questi appalti ed eventi si celava il noto e solito malcostume di politici e imprenditori. Nella sostanza la società civile con le proprie capacità creative ed i suoi bisogni si trovano su di un piano, mentre i dipendenti eletti vivono sul piano ideologico che rappresenta un’élite ristretta, ma non rappresentativa dei problemi veri della società.

Non si ha il coraggio di ripristinare il valore del disegno urbano restituendo dignità alla creazione culturale del piano che “organizza” la città nella sua interezza, uscendo dalla deriva politicizzata dei piani dei Sindaci declinati in interventi puntuali ed elettoralistici. Non si ha il coraggio di affrontare il problema della rendita ed il “regime dei suoli” (l’esperienza dell’ex Ministro Sullo fu significativa), non si ha il coraggio di definire un uso razionale delle risorse, e non si ha il coraggio di proporre una nuova visione culturale partendo dalla resilienza e dalla bioeconomia rispettando l’articolo 9 della Costituzione, sia per pianificare correttamente gli ambienti urbani già costruiti, e sia per conservare l’immenso patrimonio storico, architettonico e archeologico italiano.

Un’osservazione non di poco conto è la constatazione che da diversi anni il Parlamento, che ha il potere legislativo, abdica sistematicamente al proprio ruolo costituzionale lasciando che siano i decreti governativi a far nascere il “dibattito” parlamentare su temi vitali per la Nazione. Tale anomalia si ripercuote in maniera negativa sulla qualità democratica delle decisioni poiché le forze politiche, elette e pagate dai cittadini per legiferare, rinunciano al proprio diritto dovere, e troppe volte i decreti governativi diventano legge grazie al “voto di fiducia” sostenuto dalle maggioranze di turno. In tale maniera viene mortificato anche il diritto costituzionale delle minoranze di turno che intendono apporre emendamenti per migliorare le singole proposte. Sono diversi anni che le maggioranze parlamentari violano il principio di separazione dei poteri.

howard3bEntrando nel merito: I temi della “ricostruzione, recupero e riqualificazione” nascono come risposta alle cattive condizioni igieniche ed ambientali prodotte dalla rivoluzione industriale del XIX secolo. Dal secondo dopo guerra (D.L. 145/1945) nascono i piani di ricostruzione per far ripartire il Paese che diedero vita al famoso boom economico. In Inghilterra si cominciò sin dal 1938 (Green Belt Act), poi gli USA nel 1958 con il Federal Urban Renewal programm. Questi programmi politici furono influenzati dalle teorie utopiste dell’ottocento ove si progettavano città nuove e sostenibili: garden city, city beautiful, etc. che ambivano a sviluppare una sensibilità ecologista, che difficilmente fu accettata dai politici italiani piegati agli interessi delle lobbies della speculazione edilizia che mercifica i suoli. Negli anni ’60 l’esperienza di Fiorentino Sullo dimostra tutta la cattiva fede dell’ambiente politico, poiché la sua proposta attaccava la rendita attraverso l’introduzione dell’esproprio generalizzato dei suoli, tant’è che se fosse stata introdotta quella norma molti costruttori non avrebbero potuto distruggere e speculare contro gli ecosistemi e contro il diritto alla casa.

In Italia con la legge 457/1978 si avviarono i piani di recupero individuando le “zone di recupero” ed i “piani per il recupero del patrimonio edilizio esistente”. Negli anni ’90 c’è stata l’esperienza dei “programmi complessi” circa il governo del territorio che ha avuto le sue esperienze sul tema della “riqualificazione urbanistica”.

Il paradigma culturale che ha guidato la ricostruzione delle nostre città prima, e l’espansione urbana dopo, è stato quello del consumismo più sfrenato e la progressiva crescita del nichilismo, e tutt’oggi rimane il paradigma predominante di buona parte degli amministratori pubblici, nonostante la proposta dell’UrBES.

La proposta del Governo ambisce a sostituire la legge urbanistica nazionale, e non c’è alcun dubbio che l’intenzione sia fondata e meritevole, ma la proposta non scalfisce minimamente i problemi del governo del territorio condizionati dall’apatia e dal nichilismo dei cittadini, dalla corruzione, dalla rendita, dalla finanza e dall’obsoleto paradigma culturale della crescita infinita.

Sicuramente il principio del coordinamento fra Enti istituzionali (art. 5 del decreto) aiuta la condivisione di valori e obiettivi strategici territoriali individuati in una Direttiva Quadro Territoriale (QDT) (art. 6), e tale approccio può essere utile per correggere elementi negativi emersi delle leggi regionali, così come cogliere elementi positivi emersi dalle stesse Regioni al fine di ridistribuire conoscenze e pratiche virtuose su tutto il territorio nazionale per tendere ad una maggiore coerenza costituzionale rispetto all’articolo 9 della Carta. Un’altra indicazione corretta è senza dubbio il riconoscimento di ambiti territoriali unitari che possono produrre piani adeguati ai Comuni ricadenti negli stessi ambiti.

Il decreto è costruito su convenzionali impianti culturali e tecnici di ordinaria amministrazione, dalla “trasferibilità e commercializzazione dei diritti edificatori” (art.10, 11 e 12) alle «politiche di rinnovo urbano per la rifunzionalizzazione, valorizzazione e recupero del patrimonio e del tessuto esistente, delle periferie, delle aree dismesse e per il ripristino ambientale e paesaggistico delle aree degradate» (art.16). Secondo il decreto il «rinnovo urbano si attua per mezzo della conservazione, della ristrutturazione edilizia, della demolizione, della ricostruzione di edifici e la ristrutturazione urbanistica, di porzioni di città, e di insediamenti produttivi ed è realizzato attraverso un insieme organico e coordinato di operazioni, finalizzate all’innalzamento complessivo della qualità urbana e dell’abitare, alla valorizzazione, alla rigenerazione del tessuto economico sociale e produttivo, nel rispetto delle dotazioni territoriali essenziali di cui all’art. 6, secondo principi di sostenibilità economica sociale e ambientale», questi sono i passaggi più “significativi” del decreto.

In sostanza il decreto riprende principi di recupero del patrimonio edilizio esistente e rilancia una politica sull’edilizia popolare oggi chiamata sociale (art. 18 e 19), ma non c’è alcun elemento culturale innovativo e non fa neanche accenno ad un superamento dello zoning funzionale, mentre l’articolo 6 del decreto individua le dotazioni minime, alias standard. Non bisogna neanche dimenticare che a fronte di tale proposta la volontà concreta nel perseguire il recupero urbano si trova nella politica economica di Governo e Parlamento, ed è noto che queste maggioranze politiche si rifiutano di adottare il principio fiat money e ripensare l’obsoleto sistema bancario e fiscale dell’UE (patto di stabilità e crescita interno). Ad esempio, se confrontiamo Italia e Inghilterra notiamo che entrambi i paesi all’inizio del secolo novecento controllavano la propria moneta e la banca centrale (politiche autarchiche); ed entrambi i paesi investirono in politiche per costruire nuove città (con caratteri culturali diversi). L’Inghilterra costruì città secondo il modello delle garden city ed in misura minore accade anche in Italia, ma il fascismo eresse l’urbanistica a tecnica per imporre la propria ideologia, da un lato facendo danni nei centri storici e dall’altro costruendo nuove città (fra il 1890 e il 1900 accade anche negli USA il potere politico impose la proprie ideologia, ma essi imposero il modello city beautiful). Dopo la seconda guerra mondiale l’Italia perse la propria sovranità, ed oggi paghiamo ancora il danno politico di quella sconfitta. Dopo 71 anni è evidente a chiunque il profondo cambiamento della società. Nel 1978 in Inghilterra fu elaborato un “libro bianco” denominato Policy for the Inner city, con soldi pubblici, per promuovere politiche di “rigenerazione urbana”. Pochi anni dopo ci fu la svolta neoliberista, e la rigenerazione fu investita dagli interessi privati diminuendo/cancellando gli investimenti pubblici e causando fenomeni di gentrificazione. Dopo anni di politiche pubbliche (il prestito del piano Marshall), anche in Italia si avviarono progetti pubblici/privati con i “problemi complessi” durante gli anni ’90, ma a differenza dell’Inghilterra, senza una banca pubblica che fa gli interessi dello Stato è impossibile investire in politiche industriali di pubblica utilità (dal 1981 il Governo Forlani avviò il percorso di privatizzazione di Banca d’Italia). Dal 1948 al 1971 (fine del gold standard) la lira ebbe un comportamento simile al “cambio costante” col dollaro, e la Repubblica generò il boom economico. Dopo il 1971 cominciarono le politiche inflazionistiche e quando poi si avviò il progetto SME (oggi l’euro), i Governi italiani smisero di produrre politiche industriali nazionali abbracciando l’ideologia globalista e favorendo indirettamente e/o direttamente la crescita della Germania a danno dei cittadini che pagano le tasse. La stessa analisi che mette in luce l’importanza della sovranità monetaria e l’autonomia politica di scegliersi una politica industriale, può essere svolta leggendo le politiche promosse negli USA a favore delle città grazie all’influenza del Congresso verso la FED; ed ugualmente accade in Cina che investe in politiche urbane grazie all’energia della sovranità monetaria; un potere che non hanno i Paesi aderenti all’euro zona condizionati da interessi contrastanti interni (incapacità culturali dei propri Governi e indicatori obsoleti), ed esterni (debito estero, borse telematiche e agenzie di rating). Se l’Italia intende rilanciare le politiche urbane, così sembra attraverso il CIPU (Walter Vitali, Strategia europea 2020 e Agenda urbana nazionale), può farlo in maniera efficace e seria riformando profondamente l’UE cambiandone i paradigmi culturali (uscendo dall’economia del debito), oppure uscendo dal sistema dell’euro zona, poiché l’ideologia neoliberista e l’austerità (fiscal compact) dell’UE danneggiano anche il mondo delle costruzioni: “il Patto di stabilità interno, continua a penalizzare gli investimenti in opere pubbliche più utili al territorio come quelli per la difesa del suolo, per gli edifici scolastici e per la funzionalità della città” (ANCE, Osservatorio congiunturale sull’industria delle costruzioni, 8 luglio 2014, pag.10).

Sul profilo del “rinnovo urbano” l’impianto è condivisibile, ma il decreto che intende far ripartire le costruzioni sembra nascere dallo stesso piano ideologico che le ha fatte crollare: la crescita non finalizzata all’utilità sociale e al bene comune poiché non si coglie alcuna intenzione di uscire dalla speculazione edilizia. Non c’è alcun riferimento a cambiare la fiscalità locale per evitare che i Consigli comunali, pur di fare cassa e perseguire l’obbligo del pareggio di bilancio, rinuncino a mercificare nuovi suoli agricoli. Non c’è alcun riferimento alla resilienza urbana, nessun riferimento alla naturale connessione fra urbanistica ed energia, nessun riferimento all’introduzione di tecniche per il recupero del plusvalore fondiario, e nessun riferimento all’avvio di processi partecipativi popolari.

Sicuramente la pubblicazione del decreto può far nascere e sviluppare un dibattito su un tema fondamentale per l’economia e la qualità di vita degli abitanti della Nazione, e sicuramente il mondo accademico e professionale italiano ha le capacità per migliorare il testo e suggerire al legislatore integrazioni e modifiche per innovare l’indirizzo culturale del decreto. Gli addetti ai lavori sanno come “aggiustare” le città: Istituto Nazionale di Urbanistica, Uscire dalla crisi, le risorse per la rigenerazione delle città e dei territori. Il dubbio legittimo è che Governo e legislatore non abbiano alcun interesse nell’ascoltare le legittime proposte di urbanisti che sanno come governare eticamente il territorio, basti ricordare la storia delle proposta di Fiorentino Sullo.

Priorità:

  • E’ necessario un processo di riordino, di armonizzazione e di semplificazione di tutte le leggi che condizionano e determinano il governo del territorio affinché sia chiaro a progettisti e pubblica amministrazione come applicare l’articolo 9 della Costituzione e sviluppare nuovi piani che rigenerano gli ambienti costruiti secondo i principi della sostenibilità forte.
  • Riscrivere la legislazione sugli appalti pubblici con grande attenzione all’etica e alla trasparenza.
  • Sconfiggere la rendita di posizione attraverso tecniche di recupero del plusvalore fondiario.
  • Avviare processi di partecipazione popolare per il governo del territorio e ricostruzione delle comunità attraverso esperienze di co-gestione fra Enti pubblici e cittadini (democrazia economica con l’azionariato diffuso popolare).
  • Sviluppare la resilienza urbana e territoriale.
  • Gestione dei processi  attraverso l’aggiornamento culturale di dirigenti e funzionari pubblici, e liberi professionisti, al fine di garantire la realizzazione delle trasformazioni in tempi ragionevoli, e gestire i servizi realizzati nel rispetto della tutela delle risorse finite, applicando la trasparenza e la partecipazione popolare.
  • Valutazione dei progetti aggiornando i criteri estimativi distinguendo beni e merci nel solco della bioeconomia, dando priorità alla convenienza ecologica dei progetti, affinché il territorio non sia più gestito come una merce, e siano individuati beni da sottrarre alle logiche mercantili.

Considerata l’inadeguatezza della classe politica, è necessario che i cittadini ispirati dalla valida esperienza culturale e imprenditoriale di Andriano Olivetti capiscano di dover fare a meno di certe categorie di individui inutili e dannosi allo sviluppo umano. Ricostruendo le comunità, cittadini possono auto governarsi e proporre le dovute modifiche ai piani comunali copiando le migliori pratiche ed esperienze già svolte nel resto del mondo (Vauban a Friburgo, BedZED a Londra, Solar city a Linz, Hammarby Sjöstad a Stoccolma, eco-viikki ad Helsinki, Loretto e Mühlen a Tubinga, Jonction a Ginevra, Bullinger a Zurigo, Ecoparc a Neuchâtel). I cittadini hanno, la forza e l’energia, se lo desiderano e se si appropriano con consapevolezza, responsabilità e maturità del governo del territorio, hanno il diritto, hanno gli strumenti giuridici (cooperative di comunità), ed hanno l’opportunità di pianificare comunità sostenibili attraverso la scelta di urbanisti dotati di certe sensibilità che attraverso l’approccio adeguato possono promuovere rigenerazioni dei tessuti edilizi con un adeguato disegno della morfologia urbana. I cittadini possono sfruttare gli enormi vantaggi delle odierne tecnologie con l’impiego di un mix tecnologico delle fonti energetiche alternative. Altre comunità nel mondo lo stanno facendo da tanti anni migliorando la propria esistenza verso un’evoluzione della specie umana. L’urbanistica e l’architettura rimangano comunque arti e mestieri testimoni delle capacità umane, siano essi segni che mostrano una regressione (le città nichiliste del consumo e dello spreco) o dell’evoluzione umana (le città della cultura e della tutela ambientale).

La disciplina urbanistica è una materia sociale influenzata da diverse componenti e nonostante quella del disegno urbano sia la più importante non è la determinante ai fini delle scelte definitive relative all’organizzazione territoriale e le destinazioni d’uso dei suoli. Esiste una certa consuetudine politica nel ricercare bravi urbanisti a cui affidare incarichi di progettazione, e manipolare successivamente le norme tecniche dei piani per assecondare i bisogni privati di alcuni individui, con la conseguenza negativa di modificare le previsioni e gli obiettivi del piano urbanistico stesso. Esiste anche la pratica di approvare piani con previsioni deliberatamente errate al fine di alimentare entrate per la spesa corrente degli Enti pubblici e sperare in un mercato immobiliare, ma tali decisioni frutto solo dell’avidità e non di studi consapevoli, servono solo a distruggere le risorse limitate. Questa consuetudine politica ci insegna che nel campo dell’urbanistica il disegno della città ed il relativo dimensionamento vengono sempre condizionati da beceri interessi privati, e dalle discipline economico finanziarie e giuridiche che a loro volta influenzano le decisioni politiche locali, spesso a danno della collettività e dell’interesse generale. Quando i decisori politici abbiano saputo conservare una propria autonomia e/o in assenza di pressioni particolari è accaduto che le città sono state pianificate correttamente conservando la coerenza previsionale dei piani stessi, e quindi gli abitanti hanno potuto godere dei vantaggi di una corretta pianificazione urbanistica, cioè una maggiore qualità della vita.

Questa breve premessa accenna ad un problema che dura sin dall’inizio dell’urbanistica moderna poiché attraverso le discipline giuridiche e finanziarie decisori politici e lobbies locali non rispettose dell’interesse generale hanno saputo e potuto agire secondo il proprio tornaconto. La storia e la letteratura urbanistica insegnano che soluzioni pratiche esistono, ma per avere sagge soluzioni e durature per tutti bisogna modificare il regime giuridico costituzionale del governo del territorio e della proprietà. Ad esempio, è ampiamente noto che in alcuni paesi europei i Comuni hanno potuto conservare la proprietà pubblica dei suoli dandone in concessione d’uso il diritto di superficie, mentre in altri paesi come Italia, all’inizio del novecento, prevalse l’idea di privilegiare la proprietà privata, e durante gli anni ’60 la proposta di ritornare su questa decisione fu bocciata dal legislatore per favorire gli interessi privati propensi ad un’efficace speculazione edilizia attraverso il meccanismo della rendita, tutt’oggi motore obsoleto dei piani urbanistici.

E’ altrettanto vero che politici locali di buona cultura possono agire in autonomia e pianificare città sostenibili, ma la selezione della classe dirigente politica italiana non è nelle mani di liberi cittadini consapevoli, sensibili e responsabili, com’è tristemente noto.

Pertanto per ripristinare una buona urbanistica è necessario che la disciplina possa “alleggerirsi” dalle sue componenti giuridiche e finanziarie per ridare il giusto valore al disegno, al progetto, e quindi alla creatività umana capace di trovare soluzioni concrete ai problemi degli abitanti delle città, del resto come avviene più facilmente all’estero grazie a strumenti giuridici più efficaci, un sistema bancario a servizio dei cittadini, grazie ad una classe dirigente più acculturata e responsabile, grazie ad un atteggiamento culturale dei cittadini più consapevoli e rispettosi verso i progettisti riconoscendone il valore poiché capaci di migliorare la qualità di vita degli abitanti. Oltre a questo aspetto non bisogna sottovalutare il fatto che numerosi studi ed indagini mostrano un aumento della regressione culturale ed in Italia esiste un enorme problema di ignoranza di ritorno, questo aspetto dannoso e pericoloso influenza il comportamento delle persone che le rende meno consapevoli, meno civili e meno capaci di decidere liberamente su cosa sia meglio per loro e per gli altri. Occorre avviare programmi nazionali di alfabetizzazione sulle materie scientifiche per gli adulti per i laureati, e per i professionisti.

Negli ultimi decenni gli urbanisti al fine di rimanere coerenti rispetto ai propri disegni urbani hanno dovuto inventare e sviluppare diverse tecniche per consentire loro di stare dentro i limiti giuridici (acquisizione delle aree) ed economici, cioè la ricerca di risorse monetarie per attuare i piani. Tutte le tecniche finora applicate appartengono al piano ideologico della crescita, poiché è l’ideologia più studiata e diffusa in ambito scolastico ed accademico. Da poco più di un decennio alcuni urbanisti hanno deciso di uscire da questo piano ideologico, alcuni circa trent’anni fa sono stati dei precursori quando hanno immaginato città sostenibili e piani a “crescita zero”, chiaramente ispirati dagli utopisti dell’ottocento e dall’approccio olistico. I cittadini dovrebbero sapere che possono vivere in città migliori di quelle realizzate a partire dagli anni ’50 in poi, molto migliori, ed il più grande ostacolo a questa evoluzione sociale collettiva risiede nel nichilismo e nell’ignoranza dei cittadini stessi, oltre che in una inadeguata classe politica locale che rappresenta i cittadini stessi. Scovato il problema, trovata la soluzione: i cittadini. Nessuno vieta ai cittadini di riunirsi e proporre soluzioni adeguate investendo risorse umane e monetarie proprie al fine di riprendersi il quartiere e la città. Il mondo intero, e l’Europa stessa è ricca di esperienze e soluzioni che dimostrano come siano i cittadini a rappresentare la differenza positiva o negativa nella gestione della città e della polis.

Gli investimenti nelle attività di pianificazione sono quelli più duraturi, almeno dieci anni. I cittadini possono investire i propri risparmi nell’aggiustare la propria città e migliorare il proprio quartiere, non si tratta di un intervento speculativo come spesso accade dal soggetto promotore, ma di un investimento per il proprio benessere promosso da un nuovo soggetto: la comunità. Essi dovrebbero giudicare la qualità del progetto rispetto alla partecipazione attività ed i diritti costituzionali: ambiente, salute, e circa la qualità dello spazio pubblico, l’efficienza energetica, nuovi servizi come le biblioteche e la mobilità intelligente, l’uso razionale delle risorse, ed in fine la sostenibilità economica, verificandone semplicemente gli indici.

La storia dell’umanità circa gli insediamenti umani mostra come gli individui fossero in grado di costruire architetture e città basandosi sulla conoscenza dei luoghi e l’impiego di determinate tecniche costruttive. Le comunità, i sovrani e le istituzioni politiche si affidavano alla conoscenza di persone capaci di costruire luoghi adeguati ai loro bisogni. Nel corso dei secoli le organizzazioni politiche ed economiche sono cambiate influenzate sia dalle scoperte tecnologiche che dai mutati interessi, esse hanno ideato convenzioni e istituzioni giuridiche che hanno influenzato l’uso del territorio, basti pensare all’invenzione della proprietà privata, l’invenzione della banca e delle persone giuridiche. Nel XVIII e nel XIX secolo l’urbanistica fu condizionata dall’avvento dell’era industriale e dal capitalismo, e pertanto nacque l’urbanistica moderna per risolvere i problemi causati dallo sviluppo delle aree industriali che trasformarono diversi quartieri delle città rendendoli luoghi insalubri. Successivamente la diffusione delle automobili prima, e la nascita della tecniche di pubblicità per manipolare la percezione delle persone fecero nascere la cosiddetta società dei consumi, e le città furono nuovamente condizionate da una crescita incontrollata che produsse un nuovo inquinamento. A queste sfide l’urbanistica ha provato a dare risposte ai nuovi bisogni dei cittadini. Nel secolo scorso XX e l’inizio del nostro XXI secolo si è diffuso con successo l’ideologia capitalista della crescita materialista, fino a divenire religione guida per tutti i decisori politici, contribuendo a corrompere sia la reale natura umana e sia a far dimenticare, a buona parte degli individui, le leggi della fisica che governano la vita sul pianeta terra.

Con l’avvento delle tecnologie informatiche anche nel campo dell’urbanistica il capitalismo ha saputo svelare un lato oscuro dell’economia del debito attraverso gli strumenti finanziari del servizio del debito stesso, consentendo in maniera artificiosa la crescita delle città senza che ci sia una reale domanda, e realizzando il paradosso di consumare nuovi suoli agricoli ma conservando il problema della prima casa per le nuove famiglie.

Nonostante la consapevolezza e le capacità degli urbanisti nel pianificare città sostenibili, l’urbanistica è divenuta una disciplina subordinata a materie giuridiche e finanziarie che ne hanno modificato ed edulcorato lo spirito e la natura originaria. L’urbanistica classica era nelle mani dei progettisti e delle comunità che intendevano affrontare e risolvere problemi concreti legati all’uso del territorio. Per realizzare adeguati insediamenti umani e ciò di cui avevano bisogno gli abitanti erano alla ricerca delle abilità e delle capacità culturali dei progettisti per realizzare proprio quegli spazi e quei luoghi adeguati ai bisogni dei cittadini stessi.

Dal punto di vista economico-giuridico i piani regolatori generali circa i diritti edificatori usano volumi e superfici trasformati in indici e parametri, sia per misurare i carichi urbanistici, e sia per vendere nel libero mercato tale merce al fine di perseguire gli obiettivi del piano stesso. All’interno dei piani esistono diversi interessi contrapposti e l’ente pubblico ha il dovere di perseguire l’interesse generale. Nel corso dei decenni il governo del territorio è stato spesso condizionato dagli interessi speculativi dei pochi poiché la maggiore remunerazione (rendita fondiaria e immobiliare) degli interventi è il criterio guida delle decisioni politiche locali, anche se questo non è un metro di giudizio sulla qualità dei piani. La valutazione degli investimenti che comprende piani e progetti è prevalentemente condizionata da indicatori economici e finanziari che ne determinano il giudizio finale circa la fattibilità e la sostenibilità economica del piano e/o del progetto. In campo finanziario il concetto di sostenibilità è riferito alla capacità di creare un ritorno monetario per i soggetti promotori e ripagare l’eventuale debito verso i finanziatori e le banche. Questo approccio finanziario alla valutazione ignora la qualità urbanistica dei piani, invece nell’approccio ecologico la sostenibilità si riferisce all’impronta, all’impatto, alle conseguenze del piano e del progetto all’interno del nostro ecosistema naturale, tant’è che si parla di esternalità positive e negative riferendosi agli effetti di piani e progetti. Nei processi di valutazione esistono due analisi, costi benefici e multicriteria. Con l’analisi costi benefici si crede che ogni esternalità possa essere convertita e misurata in moneta (merce), e quindi si possa procedere a una compensazione di un danno prodotto da un piano e/o da un progetto attraverso il pagamento di un prezzo o un altro intervento progettuale. Nell’analisi multicriteria lo strumento di misura principale non è la moneta, e gli impatti sociali di piani e progetti hanno una diversa considerazione. L’utilizzo di pesi e valori degli indicatori ambientali e la partecipazione dei cittadini, consentono di elaborare scelte più consapevoli e più coerenti con la sostenibilità forte che preserva l’uso delle risorse limitate alla future generazioni. L’analisi multicriteria contempla anche l’opzione zero. Oggi i progettisti hanno a disposizione ulteriori strumenti di misura come l’analisi del ciclo vita dei materiali, e questa informazione consente di misurare i flussi di energia e di materia impiegati nell’attività edilizia.

Nella sostanza un ritorno monetario prodotto da un piano o da un progetto non coincide necessariamente col benessere della collettività, poiché il concetto stesso di benessere è ben diverso dalla capacità remunerativa di un intervento. Il benessere degli abitanti si misura con le condizioni ambientali, psicofisiche, sociali, culturali, economiche e relazionali all’interno della comunità. La sostenibilità economica di un intervento è una saggia premessa per valutare un progetto, ma gli obiettivi di un piano regolatore devono essere coerenti coi principi costituzionali che consigliano di migliorare lo sviluppo umano garantendo uguaglianza di opportunità e di diritti ai cittadini, perseguendo l’obiettivo di migliorare la qualità di vita degli abitanti, e questo dipende dalla qualità urbanistica, architettonica ed ecologica del piano e/o del progetto.

Dal punto di vista dell’economia ortodossa un bene può essere mercificato e quindi sottoposto alle condizioni di mercato rischiando di sottrarlo al godimento della collettività. Nell’economia ortodossa la distinzione fra beni e merci è molto sottile poiché ogni cosa può essere misurata con la moneta. Dal punto di vista della bioeconomia le merci sono comprate e vendute, e non rappresentano di per di se un valore o un’utilità collettiva, mentre un bene è un qualcosa di utile che ha un valore anche ambientale o etico, e può essere sottratto dalle logiche mercantili. Un bene può essere goduto dalla comunità in una logica senza profitto, e tutelato e gestito in maniera consapevole consentendone una migliore fruizione per la cittadinanza.

Il legislatore dovrà stimolare una maggiore partecipazione economica agli obiettivi ecologici dei piani e dei progetti attraverso l’opportunità d’uso di forme giuridico gestionali quali l’azionariato diffuso popolare al fine sia di responsabilizzare la cittadinanza attiva, e sia di ridurre il ricorso al servizio del debito per realizzare piani e progetti. La distinzione concettuale fra beni e merci potrà tornare utile nell’elaborazione delle norme tecniche dei piani al fine di non mercificare i beni stessi, e utilizzare indici e parametri urbanistici nella direzione del corretto uso del suolo, cioè un uso razionale delle risorse.

L’obiettivo della sostenibilità economica di piani e progetti potrà essere perseguita sia con forme di azionariato diffuso popolare per la realizzazione degli obiettivi inseriti nei piani stessi, e sia per la gestione di servizi legati alla pianificazione urbanistica. Introducendo nei piani forme di tecniche di recupero del plusvalore fondiario[1][2] si potranno reperire risorse monetarie atte a realizzare la tutela del patrimonio storico e architettonico, e la progettazione di standard minimi e servizi utili alle comunità.

Oggi si parla di “rigenerazione urbana” finalizzata al recupero dei centri storici e delle periferie urbane con l’integrazione di programmi volti a promuovere politiche sociali ed occupazionali coinvolgendo direttamente i cittadini, questa “rigenerazione” potrà avere maggiore efficacia cambiando i paradigmi culturali dell’urbanistica moderna attraverso le innovazioni concettuali della bioeconomia e della sostenibilità forte.


[1] Nespolo, Luca. Rigenerazione urbana e recupero del plusvalore fondiario: le esperienze di Barcellona e Monaco di Baviera. IRPET, 2012.

[2] Roberto Camagni, “Rendita e qualità urbana: conflitto o sinergie?” in Dossier su rendita urbana, 2012. [...] Un confronto diretto realizzato da chi scrive tre anni or sono fra gli esiti di procedure negoziate realizzate a Milano e a Monaco di Baviera non lascia dubbi al riguardo. Era emerso infatti un sostanziale sottodimensionamento comparativo degli oneri nel caso milanese, che, in termini di incidenza sul valore del costruito, rappresentavano, nel caso di edilizia residenziale, da un terzo a un quarto di quanto ottenuto dall’amministrazione pubblica a Monaco di Baviera (Tab. 1 e 2)(Camagni, 2008).

L’enorme forza del potere odierno proviene dalla maggioranza dei cittadini nichilisti ed apatici, da coloro i quali si sono fatti psicoprogrammare dal mainstream. L’élite ha impiegato circa trent’anni per costruire questa società di servi spontanei, e non ho idea di quanti anni ci vogliono per civilizzare la società.

Le scelte sono condizionate dall’etica, dal livello di coscienza, dalla cultura individuale e dal tempo dedicato alla riflessione. In questi frangenti sappiamo se siamo liberi di comprendere e di scegliere per noi e per gli altri, e questo aspetto è direttamente legato all’accesso della conoscenza. Chi controlla la conoscenza e l’informazione determina il livello di democrazia di una comunità ed oggi esiste una forte contraddizione data dal fatto che ognuno può accedere alla conoscenza senza “filtro” (internet e biblioteche), ma pochi lo fanno. In sostanza, la cultura è anche “fondazione” di etica legata alla coscienza umana, alla consapevolezza.

La debolezza psicologica: è altrettanto nota la ragione secondo cui la maggior parte degli individui ripone ancora fiducia nelle istituzioni. E’ stato ripetuto l’esperimento Milgram circa il comportamento degli individui sottoposti ad una pressione dell’autorità. L’esperimento dimostra come funziona l’obbedienza, e quanto sia “difficile” ribellarsi di fronte a comandi che recano danni agli altri individui; l’esperimento mostra uno sconcertante aumento del cinismo. Se uniamo il problema dell’ignoranza di ritorno coi risultati dell’esperimento Milgram possiamo renderci conto del perché sia difficile realizzare un cambiamento in Italia, ma non impossibile. Consci di questa situazione possiamo pianificare un’efficace rinascita delle coscienze addormentate, e pertanto sappiamo bene quanto sia importante svelare le credenze (PILmonetarismocrescita, petrolio) di una società immorale, e che l’evoluzione si realizza attraverso l’educazione e l’applicazione di modelli sostenibili utili a mostrare un confronto (felicità, bioeconomia, fotosintesi clorofilliana, scienza della sostenibilità). Il modello realizzato stimola curiosità, attenzione e riflessioni.

L’ignoranza: cinque italiani su cento tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera da un’altra, una cifra dall’altra. Trentotto lo sanno fare, ma riescono solo a leggere con difficoltà una scritta e a decifrare qualche cifra. Trentatré superano questa condizione ma qui si fermano: un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile. Secondo specialisti internazionali, soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea (Tullio De Mauro, “Analfabeti d’Italia, Internazionale 734, 6 marzo 2008).

L’attuale società sembra essere poco inclina alla cultura, all’etica ed alla coscienza, figuriamoci alla democrazia.

L’imbroglio: secondo uno studio pubblicato in Francia da Pascal Guibert e Christophe Michaud, dell’Università di Nantes, la tendenza ad imbrogliare a scuola culmina con l’università. Una inchiesta retrospettiva condotta presso alcuni studenti ha indicato che quasi il 5% di essi diceva di aver imbrogliato alla scuola primaria, ma all’università questa cifra raggiungeva il 50%. Un terzo delle persone interrogate aveva imbrogliato al ginnasio e un pò di più del 10% al liceo. Tuttavia un altro studio condotto in 42 università di 21 paesi, che includeva 7213 studenti in economia e commercio, ha fornito proporzioni superiori circa l’imbroglio dopo il diploma: il 62% dichiarava di aver imbrogliato all’università. Ci sono però forti variazioni fra le varie nazioni: hanno imbrogliato l’88% degli studenti dell’Europa orientale, il 50% degli africani e meno del 5% nei paesi nordici. Lo stesso studio ha indicato che il livello di disonestà degli studenti è proporzionale agli indicatori di corruzione del paese, riportati da analisti finanziari e imprenditori (Laurent Bègue, “Piccoli inganni quotidiani”, in Mente&Cervello, N.104 agosto 2013, pag. 26).

Un soggetto politico serio ed onesto dovrebbe affrontare il problema della cultura degli italiani e predisporre piani e programmi ad hoc. Nel mercato della politica questo aspetto non è considerato un piano conveniente per i dipendenti eletti poiché un cittadino colto non è più addomesticabile poiché reso libero di scegliere e quindi di contendere i ruoli istituzionali. Oggi non esiste alcun soggetto politico seriamente impegnato nella formazione civica dei cittadini perché gli attuali dipendenti non vogliono perdere quel potere e quella visibilità determinata proprio dal ruolo istituzionale. In generale tutti i partiti politici capiscono solo due cose: i soldi ed i voti, e la politica dei partiti è strettamente legata al PIL (a meno che i partiti non siano finanziate direttamente dalle aziende, modello USA che legalizza la corruzione), poiché attraverso questo indicatore si misurano le tasse. Se diminuiscono le tasse cala anche il tornaconto economico dei partiti, in maniera analoga il medesimo meccanismo funziona col consenso (promesse elettorali). Per invertire questa consuetudine è necessario alzare il livello culturale dei cittadini che non dovranno più votare i partiti che li assecondano, ma dovranno partecipare direttamente al processo decisionale al fine di perseguire il bene collettivo e sostituire i mediocri dipendenti eletti scelti a caso, o per il tornaconto delle lobbies, e scegliere i meritevoli capaci di migliorare la società. I cittadini stessi dovranno impegnarsi direttamente e imparare a valutare i dipendenti eletti in maniera obiettiva (openbilanci.it) e non più di “pancia”, si tratta di abbandonare nichilismo, egoismo ed abbracciare l’altruismo, valutare il merito, caratteristiche tipiche della democrazia.

Gli aspetti positivi: la fine dell’epoca industriale sta insinuando il dubbio nelle persone e sta aumentando la consapevolezza, fra i cittadini scollegati dal sistema, di dover cambiare le regole del “gioco”. L’enorme vuoto politico oggi non è riempito, rimane il vuoto (il partito del non voto), e buona parte dei cittadini non essendo militanti di un partito si comporta seguendo le proprie percezioni, buona parte  è disorientata (il partito del non voto). Il vuoto rimane tale poiché organizzare l’attività politica ha un costo ed oggi sembra non esserci il desiderio di aggregare competenze e capacità per offrire nel mercato politico una speranza concreta di cambiamento serio, leale e duraturo. Quando la recessione sarà ancora più feroce può darsi che gli italiani capiranno che la democrazia (non la democrazia rappresentativa) è un bene dell’umanità che ogni cittadino dovrebbe conoscere e sperimentare al fine di garantire libertà alle generazioni presenti e future, e un minimo di prosperità con una politica economica fondata sulla bioeconomia. Un altro aspetto positivo sta nel fatto che una piccola parte dell’imprenditoria e del mondo delle professioni sta realizzando quel cambiamento necessario, ma è una piccola parte della società civile che non ha una rappresentanza politica e usa le proprie professionalità e capacità (organizzazione, capitale e lavoro) per realizzare progetti sostenibili. Se quella parte di cittadini disorientati (il partito del non voto) riuscisse a capire l’approccio di questa piccola parte di società civile allora in Italia si potrebbe realizzare quell’evoluzione sociale di cui tutti noi abbiamo bisogno. Uscendo dal nichilismo è possibile condividere i progetti sostenibili ai cittadini stanchi del vecchio sistema e quindi migliorare la società vivendo un cambiamento dei paradigmi culturali.


Teleguidati (estratto da Qualcosa che non va):  Emblematico l’esperimento realizzato in occasione delle presidenziali americane del 2004 dagli psicologi Drew Western, Stefan Hamman e Clint Kilts. Selezionarono due gruppi rappresentativi, uno di militanti democratici e l’altro di militanti repubblicani, li collegarono a una macchina capace di registrare le loro reazioni cerebrali e li misero di fronte a immagini in cui i due candidati (il democratico John Kerry e il repubblicano George W. Bush) cadevano in evidenti contraddizioni. Ebbene, le contraddizioni si rivelarono evidenti solo in teoria dal momento che il cervello degli elettori democratici rifiutò di registrare quelle di Kerry mettendo perfettamente a fuoco quelle dell’avversario Bush. E viceversa. […] L’importante è suscitare emozioni forti perché «gli elettori decidono di votare sulla base di meccanismi irrazionali che spesso hanno nell’universo magico che attiene al linguaggio del corpo del leader un elemento decisivo. In una parola: empatia».[1]
Gli studi e gli esempi sopra citati mostrano quanto e come lobbies, élite e potenti siano molto attenti nel controllare le masse per orientarle a seconda dei propri scopi.
La delicatezza della questione e/o le “preoccupazioni” arrivano anche dalle neuroscienze, tant’è che secondo gli studi odierni di psichiatria è noto che il cervello, ossia le strutture biologiche, sia plasmabile dalla relazione con l’ambiente, la relazione fra l’individuo e gli altri, la società, il vissuto biografico. Secondo il neuropsichiatra Piero Coppo: «parlando di salute mentale, il nodo centrale è la relazione tra la nostra mente e l’ambiente in cui si sviluppa».[2]

[1] FRANCESCO COSSIGA, ANDREA CANGINI,  fotti il potere, Aliberti editore 2010, pag. 228

[2] Paola Emilia Cicerone, Etnopsichiatria, nella mente degli altri, in Mente&Cervello, N.104 agosto 2013, pag. 60

Dall’inizio della fine: epoca industriale, decisori politici, mondo accademico, imprese e progettisti discutono su come organizzare e far crescere le città intorno alle “nuove” politiche urbane, c’è chi giustamente ritiene che le città siano cresciute troppo ed ora sia giunto il momento di gestire l’ambiente costruito.

Esiste una sterminata letteratura internazionale, analisi, rapporti, proposte circa la sostenibilità urbana, la resilienza urbana, la rigenerazione urbana e la progettazione di nuovi insediamenti urbani; esistono rapporti sul recupero dei centri storici e delle periferie.

Dal punto di vista dell’approccio culturale si possono distinguere due atteggiamenti: l’ossimoro dello sviluppo sostenibile e l’approccio della sostenibilità forte. Il primo nasce nell’alveo del paradigma più vecchio ed obsoleto: la crescita materialista, mentre l’altro nasce nell’alveo dell’approccio olistico ed accetta le leggi della natura consigliando di non sprecare le risorse utili alle future generazioni.

ediltecno28feb2014In questo contesto culturale sembra esserci una convergenza di intenti progettuali: “prima di tutto pensiamo ad aggiustare le città esistenti e discutiamo su come farlo dal punto di vista delle tecniche urbanistiche, e come reperire le risorse”. Si tratta di un cambio di rotta visto che sin dal dopo guerra i piani urbanistici si sono occupati sia della ricostruzione e sia dell’espansione urbanistica. Sembra ci sia un coro verso la strada del recupero e quindi Associazione Nazionale Costruttori Edili (ANCE), Consiglio Nazionale degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori (CNAPPC) ed Istituto Nazionale Urbanistica (INU) hanno elaborato manifesti e proposte a sostegno della rigenerazione urbana.

L’ANCE propone di riqualificare energeticamente gli edifici esistenti, il CNAPPC consiglia di puntare sulla rigenerazione urbana sostenibile, e l’INU durante il XXVIII Congresso svoltosi a Salerno propone diverse progettualità per far “aggiustare” le città, ad esempio il tema 1 “la rigenerazione urbana come resilienza”. L’associazione AUDIS (Ass. per le aree Urbane Dismesse) pubblica le linee d’azione per la rigenerazione urbana. Nella sostanza c’è un coro unanime per la rigenerazione urbana, ma bisogna verificare cosa si intende per rigenerazione urbana al fine di evitare gli errori e speculazioni del passato, e questo dipende dall’idea di rigenerazione (cultura) e dal livello di corruzione presente nella pubblica amministrazione. Buona parte degli operatori non è stata favorevole alla sostenibilità forte e questo ha causato danni all’ambiente.

Ritengo che fattori molto importanti su queste nuove opportunità siano l’organizzazione e il controllo del capitale.Ragionando per assurdo se progettisti ed operatori (il coro unanime) si fossero convinti della convenienza della sostenibilità forte potremmo immaginare un presente-futuro di prosperità duratura. I limiti della natura sono un aspetto dei fattori produttivi abbastanza evidenti, credo si debba solo accettare il fatto che bisogna uscire dall’avidità per riconoscere un’altra ovvietà: creare impieghi utili al bene comune grazie all’innovazione tecnologica che riduce/cancella gli sprechi e migliora la qualità della vita.

Dal punto di vista dell’organizzazione mi sembra un’ottima idea avere una cabina di regia nazionale che possa coordinare i contenuti culturali dei piani e la loro qualità con i finanziamenti pubblici. E’ noto che la riforma della Costituzione con l’articolo 117 ha prodotto tante e diverse leggi regionali sul governo del territorio, e questo ha consentito da un lato fare tante esperienze diverse, ma dal punto di vista dei diritti e della tutela del patrimonio ambientale ha alimentato sprechi e danni. Avere un Comitato per le politiche urbane (CIPU) che elabora programmi sulla sostenibilità forte e sulla qualità architettonica e urbanistica dando priorità alla convenienza ecologica di piani e progetti potrebbe dare un impulso positivo verso la strada che conduce a migliorare la qualità della vita, come del resto è indicato negli indicatori racchiusi dal Benessere Equo e Sostenibile (BES, ISTAT e CNEL). Oggi il CIPU dopo la legge che l’ho istituito sembra essere messo in secondo piano, e presenta programmi nell’alveo dell’obsoleto sviluppo sostenibile, pertanto è necessario un cambiamento culturale verso la sostenibilità forte per far ripartire l’occupazione utile “aggiustando” le città.

Una strategia importante per finanziare la rigenerazione urbana è rappresentata dalle tecniche di recupero del plusvalore fondiario che consentono di combattere le rendite di posizione e indirizzare le risorse monetarie per progettare la “città pubblica” (standard e nuovi servizi). Le esperienze di 22@Barcellona e di Monaco di Baviera sembrano casi paradigmatici utili ad approfondire una tecnica giuridica-economica molto importante che affronta un problema storico: la speculazione edilizia prodotta dall’avidità della rendita fondiaria e immobiliare. Facciamo un esempio per capire/ricordare di cosa parliamo, nel 2009 un suolo agricolo bolognese poteva costare 3 €/mq e reso edificabile poteva avere il prezzo di 50 €/mq, questo plusvalore prodotto senza merito e senza lavorare, ma generato dal nulla da una semplice deliberazione politica non è mai stato utilizzato per il bene comune. Esistono criteri e metodi per recuperare questa ricchezza prodotta dal nulla e destinarla alla realizzazione di standard e servizi pubblici.

I Comuni coordinati dalla regia del CIPU dovrebbero adeguare i propri piani e introdurre l’obiettivo rigenerazione urbana per recuperare i centri storici e le periferie, e su questi obiettivi attrarre finanziamenti pubblici-privati anche col recupero del plusvalore fondiario. I progetti non dovrebbero essere giudicati solamente dalla convenienza economica/finanziaria, ma prioritariamente dalla convenienza ecologica e dagli indicatori di qualità sintetizzati nel BES (Benessere Equo e Sostenibile), tutto ciò per una ragione chiara agli specialisti, e cioè un aumento di capitale realizzato dal progetto non è detto che rappresenti un valore in se, ma potrebbe essere un disvalore se diminuisce la qualità della vita. Il legislatore deve eliminare l’opportunità di mercificare il territorio poiché gli amministratori locali, violando l’articolo 9 della Costituzione, usano/hanno usato i proventi dai permessi per costruire per finanziare la spese corrente.

La ricostruzione post-bellica fu il volano della crescita nazionale, oggi “aggiustare” le città è una grande opportunità, rendendole auto sufficienti dal punto di vista energetico, rendendole luoghi dove si ricicla e si recupera tutto, centri storici meglio conservati, edifici e quartieri che riescano a resistere al sisma, quartieri con servizi di migliore qualità, luoghi senza le auto col motore a scoppio, e quindi aggiustare le città consentirebbe di realizzare quel piano per il lavoro utile di cui tutti noi necessitiamo per continuare la nostra esistenza. Tutti questi “piccoli” obiettivi per essere realizzati richiedono imprese più qualificate ed un grande numero di occupati. In tal senso investire nella rigenerazione urbana che aggiusta le città significa abbracciare una politica di decrescita felice perché non si produce un aumento del PIL a lungo periodo (a breve periodo sicuramente) poiché si cancellano/riducono gli sprechi. Creando lavoro utile potremmo realizzare la prospettiva di vita migliore che stiamo sognando ma che un sistema culturale-politico obsoleto non riesce a immaginare, che non riesce o vuole programmare poiché gli interessi sono rivolti altrove. Il futuro non è ancora scritto e la nostra condizione cambia solo se noi lo desideriamo, solo se i cittadini stimolano la domanda di rigenerazione urbana attraverso processi decisionali di partecipazione diretta. In diverse città europee i cittadini si sono uniti in cooperative ed hanno cambiato i propri quartieri investendo i propri guadagni ed i propri risparmi, ed in questo modo hanno aumentato il proprio capitale vivendo in un ambiente urbano migliore di quello precedente: un migliore uso del territorio attraverso densità più equilibrate e un mix funzionale, l’impiego di fonti energetiche alternative e la realizzazione di una rete intelligente di scambi energetici, servizi di quartiere, alloggi di qualità, migliore fruizione degli spazi aperti, mobilità intelligente, riciclo totale dei rifiuti, biblioteche, teatri e spazi verdi.

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Europee 2014

Il sistema capitalistico alimentato dall’economia del debito che sta distruggendo la natura (uno dei quattro fattori della produzione) non poteva reggere a se stesso, tant’è che la crisi è di sistema, ed ha coinvolto anche il fattore del lavoro. Diversamente dagli USA che hanno scelto una politica espansiva, l’Unione Europea ha scelto l’austerità e l’euro zona ha innescato una depressione economica a causa dei sui criteri contabili: patto di stabilità e crescita, MES e fiscal compact. Questa depressione ha aumentato la disoccupazione innescando un senso di sfiducia verso le istituzioni, ed una parte consistente dei cittadini ha preferito non votare, tant’è che il partito del non voto rimane il primo partito con 20.348.165 astenuti e se sommiamo anche le schede bianche e nulle arriviamo a 21.880.739 di cittadini che non hanno un rappresentante politico. Il PD vince le elezioni con 11.172.861 di voti, segue il M5S con 5.792.865 di voti, quasi la metà, poi segue Forza Italia con 4.605.331 di voti. Un nuovo partito l’Altra Europa con Tsipras riceve 1.103.203 di voti superando la soglia del 4% necessaria per entrare nel Parlamento europeo. NCD di Alfano riceve 1.199.703 di voti (4,38%) e la Lega 1.686.556 di voti (6,16%).

Un anno fa alla Camera dei Deputati il PD guidato da Cofferati e Bersani ha ricevuto 8.646.034 di voti, il PDL di Berlusconi 7.332.134 di voti, e il M5S di Grillo 8.691.406 di voti. Confrontando politiche nazionali con politiche europee accade che il partito di Governo, il PD guidato da Renzi guadagna 2.526.827 di voti, mentre l’opposizione M5S di Grillo perde 2.898.541 di voti. La coalizione di Berlusconi perde 2.726.803 di voti. Sparisce l’immagine di Monti che riceve 196.157 di voti, nel 2013 aveva ricevuto 2.823.842 di voti (Scelta civica). La Lega Nord di Salvini guadagna 296.022 voti, 1.686.556 (2014) 1.390.534 (2013). Si può constatare che PD e Lega Nord nel cambiare i propri vertici abbiano comunicato agli elettori una capacità di auto rigenerarsi e questo probabilmente ha influito. Il M5S quando è entrato nel Parlamento italiano ha perso consensi ed in queste elezioni europee è stata l’unica opposizione a perdere 2,8 milioni, mentre tutte le altre hanno guadagnato consensi facendo crescere la voce critica nei confronti dell’euro zona. Due piccoli partiti critici nei confronti dell’euro come la Lega e Tsipras hanno ricevuto 2.789.759 di voti, la Lega chiede di uscire dall’euro, Tsipras chiede di restare nell’euro, ma di cambiare i Trattati. Il M5S ha presentato 7 punti palesemente ambigui e contraddittori fra loro preferendo una comunicazione caratterizzata da scontri personali, piuttosto che privilegiare un atteggiamento costruttivo e proposito coinvolgendo talenti e persone capaci e meritevoli. I litigi interni al M5S hanno inciso negativamente, così come la scarsa partecipazione al mezzo – blog (2013, 33mila votanti; 2014, 35mila votanti) – rispetto ai milioni di elettori che di fatto ne pregiudicano il senso democratico e delegittimano i partecipanti.

In Italia c’è chi continua a guardarsi il proprio ombelico, mentre in queste elezioni si è votato per rinnovare il Parlamento europeo. Il risultato elettorale dice una cosa chiara: l’euro zona non piace a una parte importante degli europei, e l’hanno dimostrato cambiando la rappresentanza in Grecia e in Francia, mentre è altrettanto clamoroso il risultato nell’Inghilterra, che non usa l’euro, ove l’Ukip di Farage vince le elezioni, in Spagna i partiti tradizionali calano, ma resistono. La Germania che ha goduto più degli altri paesi il vantaggio della moneta unica durante questi dieci anni di euro, consente di mantenere un primato politico e il centro destra tiene, ma avanzano gli “euroscettici”. Mentre nel resto d’Europa i cittadini cambiano idea, in Italia, uno dei paesi Piigs, vince il PD di Renzie e perde l’opposizione M5S. In Italia è impressionante il dato delle schede nulle 954.718, il 3,3%, con lo 0,7 in più raggiunge la soglia per entrare in Parlamento.

L’Unione Europea delibera le proprie scelte col sistema della co-decisione, pertanto per cambiare rotta al sistema attuale gli “euroscettici” dovrebbero essere maggioranza nei rispettivi parlamenti, ed oggi non è così. Se in futuro Farage e Le Pen confermano gli attuali consensi allora potranno cambiare le sorti dell’UE attraverso il condizionamento del Consiglio d’Europa. I partiti tradizionali PPE e PSE rappresentano la maggioranza del Parlamento europeo, e l’attuale ascesa degli “euroscettici” senza un coordinamento concreto non riuscirebbero ad influenzare Commissione e Consiglio, anch’esse controllate da PPE e PSE.

l’EPP (cioè il PPE) ottiene 212 seggi, l’S&D 187 e l’ALDE 72, cioè l’EPP e l’S&D hanno una maggioranza con 399 seggi e questo Parlamento dovrà eleggere la Commissione con una maggioranza assoluta dei deputati (376 su 751), nella sostanza destra e sinistra si uniranno per formare una grande coalizione. Gli euroscettici che non hanno un proprio gruppo parlamentare conquistano 102 seggi. Nessuno dei candidati alla Presidenza della Commissione è un convinto “euroscettico”: Schulz (PSE), Junker (PPE), Verhofstadt (ALDE), Keller (VERDI), rientrano nel pensiero unico dello status quo (liberismo), solo Tsipras si distingue dagli altri poiché dichiaratamente di sinistra, ma non è un vero “euroscettico”. Come si comporteranno questi gruppi politici circa gli accordi immorali TTIP (Transatlantic Trade Investment Partnership)? E’ già noto il fatto che PPE e PSE sono i sostenitori del liberismo proposto nei TTIP recando danni all’economia reale dei paesi membri.

Il cambiamento di cui le persone avrebbero bisogno è un percorso lungo, ma non è ancora iniziato poiché non esiste un soggetto politico che avvicina i cittadini alla politica con metodo meritocratico e democratico, la crescita del partito del non voto dimostra il livello di apatia e sfiducia dei cittadini verso tutti i soggetti politici, e l’inversione di marcia è possibile solo attraverso un impegno serio ed onesto, con le capacità democratiche dei cittadini che costruiscono i movimenti/partiti politici.

Chiunque studi le basi dell’economia sa bene che i fattori della produzione sono quattro: natura, capitale, lavoro ed organizzazione. L’attuale sistema culturale ha messo in crisi tutti e quattro i fattori della produzione poiché è stata costruita una società sull’economia del debito, sulla dipendenza dagli idrocarburi (petrolio e gas) e sull’obiettivo di far crescere il Prodotto Interno Lordo, ignorando i principi della fisica e della fotosintesi clorofilliana. In questo periodo di transizione la classe dirigente politica dovrebbe essere pagata per promuovere programmi concreti avviando un piano per il lavoro utile, e ben consapevole di come usare i fattori: natura, capitale, ed organizzazione, senza pregiudicarne le risorse finite alla future generazioni. Poiché siamo alla fine dell’era industriale bisogna ripensare l’organizzazione e distribuire il capitale in funzione di nuovi stili di vita, nuovi modi di costruire e nuovi modi di vivere molto più sostenibili grazie all’innovazione tecnologica (fonti alternative ed agricoltura sinergica). Se la classe dirigente non ha la formazione culturale per realizzare questo obiettivo, è dovere dei cittadini cambiarla con criteri di merito circa la verifica politica e metodo democratico; com’è dovere dei cittadini realizzare direttamente una società migliore di quella attuale, agendo sul capitale e sull’organizzazione. Numerosi cittadini stanno “aggiustando” le proprie città e le proprie comunità attraverso la “rigenerazione urbana“, ed è ragionevole pensare che anche gli italiani vadano nella direzione del reale cambiamento partendo da noi stessi. Abbiamo a disposizione tecnologie che ci consentono di diventare produttori e consumatori di energia, possiamo auto produrre una parte dei beni di cui abbiamo bisogno, così come possiamo diventare co-gestori dei beni comuni locali. Per andare in questa direzione ci vuole una buona organizzazione e il desiderio di conoscere nuovi modelli, quindi ci vuole sacrificio ed un onesto impegno intellettuale.

Più volte nel mio diario ho asserito che i politici odierni non sono pagati per risolvere problemi, ma piuttosto per crearli, nonostante nel nostro immaginario collettivo esiste la percezione romantica (e giusta) che la politica debba essere un’arte nobile, secoli fa sicuramente lo è stata. Una società matura avrebbe la capacità di esprimere politici adeguati e giusti, ma oggi non è così, mi pare abbastanza chiara e populista questa considerazione; veniamo al dunque. Nonostante i politici inadeguati dentro le istituzioni, possiamo pianificare una strategia di rinascita del Paese e possiamo realizzarla concretamente, in che modo? Svelando i segreti del “sistema”, quale “sistema”? Il funzionamento del capitale e nello specifico come decidono i banchieri, provando a rispondere alla domanda: come e perché le banche prestano o non prestano soldi? Consideriamo un esempio concreto di politica industriale virtuosa: la rigenerazione delle città. Da qualche anno anche all’interno delle istituzioni si sta pensando di far rinascere politiche urbane adeguate, ed è stato creato un Comitato Interministeriale per le Politiche Urbane (CIPU), poi è stata stilata un’agenda politica che spiega la strategia e gli obiettivi. C’è ancora da lavorare sotto il profilo culturale e definire bene cosa sia la rigenerazione urbana al fine di evitare i danni ambientali generati dall’ideologia della crescita e dall’ossimoro sviluppo sostenibile. Sicuramente la rigenerazione urbana è la strada giusta poiché consente di avviare un piano occupazionale verso impieghi virtuosi, dal risparmio energetico, al riuso, e alla risoluzione di problemi urbanistici, tecnologici e sociali all’interno di quartieri degradati. In che modo, autonomamente, i cittadini possono trasformare in realtà questa strategia politica senza aspettare i lunghi tempi dei Governi? Creare cooperative ad hoc che intendano realizzare la rigenerazione urbana per la propria città, il progetto andrebbe messo sul mercato ed i cittadini dovrebbero fare massa critica spostando i conti correnti verso la banca che lo finanzia. Sapendo come pensa la banca i cittadini possono pianificare i propri bisogni reali verso progetti virtuosi. La qualità economica di un progetto si basa su due aspetti l’analisi di bilancio e l’approccio finanziario della valutazione, dunque si svolge un’analisi dei costi (il valore attuale netto VAN e il tasso interno di rendimento TIR , il TIR progetto che esprime la redditività dell’investimento [convenienza economica], poi c’è da considerare il margine di contribuzione, il rapporto entrate uscite REU, il tempo di ritorno del capitale TRC) e l’analisi del costo del ciclo vita (ad esempio il costo totale è uguale alla somma fra costo di progettazione, costo di costruzione, costo di gestione, utile di smaltimento), ma ai banchieri interessa sapere prioritariamente quanto guadagnano (TIR degli azionisti), e non come si realizza il progetto, e neanche quanto sia ecologicamente sostenibile poiché il loro interesse è fare soldi dai soldi. Gli advisor delle banche controllano prioritariamente la percentuale del tasso di rendimento di ritorno del capitale investito, ad esempio il TIR Equity (l’equity è il capitale proprio, il TIR degli azionisti è la redditività del capitale proprio investito). Per quanto riguarda l’impresa dall’analisi di bilancio si valuta il flusso di cassa, il rapporto saldo gestione (UFCF) e saldo debito (debt service cover ratio, DSCR e il loan life cover ratio, LLCR) sono gli indicatori di copertura del debito [sostenibilità finanziaria]), poi valutano il rapporto debito/equity (debt/equity ratio, DER), la capacità di ripagare il debito (Interest cover ratio, ICR) e dall’analisi del bilancio si valuta il saldo netto posizione bancaria la PFN, posizione finanziaria netta, che può essere messa in rapporto con l’equity, cioè PFN/equity.   Tutta la finanza è stata inventata per soddisfare questo criterio: fare soldi dai soldi e quando l’economia del debito esplode perché si spezza il filo del debito: paga lo Stato, cioè le tasse dei cittadini. Possiamo esser certi che le banche anche quando sbagliando investimento, fanno pagare le scelte ai cittadini e agli Stati. A causa della cessione di sovranità monetaria e per l’assenza del sistema fiat money, e la conseguente introduzione dell’economia del debito negli ultimi anni i criteri valutativi hanno incentivato il ricorso all’uso del capitale di debito (kd) poiché l’indice del TIR finanziario interessa alle banche con la conseguenza dell’aumento dei debiti pubblici e privati.

In un mondo normale l’advisor dovrebbe dare valore anche all’analisi dei costi ed alla sostenibilità ecologica del progetto valutando anche una cosa che non conosce i flussi di energia e materia, ma possiamo comprendere che in questo modo di valutare si innesca un conflitto di interessi, da un lato gli investitori che guadagnano prestando soldi e pagano la parcella dell’advisor, e dall’altro l’impresa che costruisce e guadagna gestendo, vendendo, affittando, cioè trae profitto in un altro modo. Paradossalmente, se nell’immaginario collettivo comprare qualcosa a debito sia un’operazione sconveniente, nella prassi odierna il ricorso al debito è il sistema per finanziare grandi opere e nella valutazione del progetto il debito non è un problema, anzi è un utile per la banca e per i fondi di investimento. Oltre agli indicatori finanziari sopra accennati è noto che il sistema bancario dispone delle larghe maglie del sistema offshore e dei paradisi fiscali, strumenti utili per rischiare il meno possibile il “proprio” capitale, che si crea dal nulla attraverso il moltiplicatore monetario, i rendimenti dei titoli e le scommesse finanziarie. Col sistema bancario globale è un gioco da ragazzi assicurare tangenti agli amministratori locali, poiché gli investitori privati possono usare società offshore e fondi di investimento privati che a loro volta costituiscono società ad hoc schermate ove raccogliere i profitti del TIR Equity, e nessuno verrà mai a saperlo, è tutto legale ma immorale. Per comprendere bene di cosa parliamo, spesso i media danno come buona notizia il fatto che fondi esteri decidono di investire i propri capitali in Italia, spesso dimenticano di dire una cosa banale, non sono benefattori e non stanno regalando nulla, anzi maggiore è l’investimento e maggiore è il guadagno, indipendentemente dal rischio poiché guadagnano con i soldi dell’indebitamento, soldi altrui, ed il rischio è solo delle imprese e dei fornitori. Col sistema finanziario non stanno facendo una scommessa, ma stanno avendo la certezza di guadagnare senza far nulla, non sono loro che rischiano, tant’è che i capitali investiti sono anche assicurati, quanto più è alta la percentuale del capitale investito assicurato, più grandi dovrebbero essere i dubbi degli amministratori pubblici circa la serietà e la fattibilità dell’intervento.

E’ recente l’esplosione della bolla speculativa dell’edilizia sostenuta anche dal sistema dell’indebitamento. Negli anni della ricostruzione post bellica nessuno avrebbe mai immaginato che pianificare un’offerta di edifici superiore alla domanda non sarebbe stata una scelta intelligente. Da quando è la finanza a governare il sistema e il debito diventa un vantaggio per gli investitori si comprende che il rischio contempla anche gli immobili invenduti che possono essere utilizzati per monetizzare le perdite. In questo circolo vizioso le imprese falliscono, e non la banca. Tutt’oggi il “sistema” funziona in questo modo: alla banche conviene giocare sugli indici di indebitamento e sugli interessi al fine di tenere sul filo del rasoio l’indotto delle costruzioni: progettisti, costruttori, imprese artigiane. Esiste un’alternativa? Assolutamente si: “costringere” a far pesare di più l’analisi dei costi e la qualità del progetto (rigenerazione urbana), partecipare direttamente all’investimento, ridurre al massimo il ricorso all’indebitamento (le banche guadagnerebbero molto meno), usare il potere di massa critica attraverso il sistema cooperativo e spostare i propri conti correnti verso l’istituto che finanzia il progetto, in questo modo si mette in competizione virtuosa il sistema bancario e soprattutto le imprese spendono meno soldi per interessi. Se da un lato è vero che le banche anche se sbagliano non pagano per le scelte speculative, è anche vero che l’esistenza delle banche si basa sui nostri risparmi depositati nelle loro sedi, e costituiscono la riserva minima obbligatoria per la loro sopravvivenza. Se i cittadini comprendono che sia molto conveniente investire i propri capitali riducendo al minimo l’indebitamento poiché il vantaggio dell’investimento è molto maggiore rispetto a un banale indice finanziario, ad esempio la qualità della vita, allora essi potranno condizionare le banche attraverso un potere di “ricatto” che non stanno utilizzando: condizionare la loro riserva minima obbligatoria spostandola (i nostri conti correnti). Una corretta analisi dei costi è sufficiente a comprendere la qualità del progetto soprattutto quando siamo noi cittadini a creare la domanda per quel progetto: rigenerazione urbana. In tal senso è possibile condizionare la politica  del consiglio di amministrazione della banca stessa facendo leva sul loro spirito di auto conservazione. Queste considerazioni sono talmente ovvie che spesso manager, politici e banchieri si scambiano i ruoli perché sono consapevoli di come funzioni il “sistema”, e le scelte di investire e/o prestare soldi a Tizio o a Caio si basano sugli interessi particolari dell’élite e non dei popoli. Se i popoli comprendono il “sistema” allora il giochino dell’élite finisce, e si può progettare un sistema diverso senza l’avidità, insomma è sempre l’informazione che ci rende liberi, è sempre la cultura – tutela dell’ambiente, patrimonio, arte, storia – che ci rende liberi, se puntiamo a creare una domanda di rigenerazione urbana potremmo “aggiustare” le nostre città e migliorare la nostra qualità di vita.

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