Feeds:
Articoli
Commenti

I democratici/2

Dal giorno in cui Berlinguer rilasciò quella famosa intervista sul malcostume dei partiti si aprì la finestra su come realmente opera la democrazia rappresentativa in Italia e soprattutto su come si comportano i cosiddetti eletti dal popolo. Come sappiamo la nostra Costituzione è ben scritta sui principi, ma non contempla efficaci strumenti referendari, sia per selezionare degnamente gli eletti e sia per decidere direttamente senza gli eletti, tutto ciò nonostante nella Costituzione ci siano l’iniziativa ed il referendum, ma sono entrambi zoppi rispetto agli efficaci strumenti presenti in Svizzera.

Per tutta una serie di circostante, di atti legislativi, e di cambiamenti sociali, possiamo essere abbastanza sicuri sul fatto che la nostra società non usi più la democrazia rappresentativa per decidere le sorti dei cittadini, ma stia tornando ad essere una società feudale, ove un’oligarchia controlla le istituzioni pubbliche per soddisfare propri capricci ed interessi particolari di determinate categorie di individui. Una delle ragioni di questa regressione sociale è certamente situata nell’apatia dei cittadini stessi che si rifiutano di partecipare attivamente alla vita della propria comunità.

Come preannunciò Berlinguer i partiti sono auto implosi per assenza di vera democrazia e trasparenza, e sono stati distrutti e sostituiti da gruppi di interesse autoritari, auto referenziali, atti a selezionare una classe di servi più efficace rispetto ai vecchi partiti che costituivano comunque un problema per le SpA e per la globalizzazione, che ha il suo fulcro decisionale non nelle istituzioni, ma nelle organizzazioni sovranazionali e nei propri think tank. Quindi è difficile aspettarsi che questi gruppi di interesse abbiano come priorità la democratizzazione della società nel suo insieme.

In quest’ultimo decennio bisogna constatare che i veri democratici non risiedono nel cosiddetto partito democratico, ma nel mondo del terzo settore della società civile. Thomas Benedikter e Paolo Michelotto sono due degli animatori più accesi circa le esperienze e le pratiche di democrazia, e da circa un decennio stanno pubblicando testi significativi per tutti i cittadini e le istituzioni che intendano seriamente restituire il potere al popolo, ed intendano cominciare a prendere decisioni politiche di qualità grazie al processo virtuoso della partecipazione attiva, del pluralismo delle idee e l’accesso alla conoscenza.

Il cambiamento sociale che auspichiamo è insito proprio nella democrazia (governo del popolo), pertanto la crisi della società (una delle ragioni di questa regressione sociale è certamente situata nell’apatia dei cittadini stessi che si rifiutano di partecipare attivamente alla vita della propria comunità) e la sua soluzione dipendono unicamente dai cittadini che devono attivarsi per decidere direttamente sulle sorti della propria comunità, e possono farlo secondo gli esempi virtuosi ben descritti dai lavori pubblicati da Benedikter e Michelotto. Tutto ciò facendo attenzione al fatto che, non è vero che una decisione di una maggioranza sia migliore di quella di una minoranza, se tale decisione non ha rispettato quel percorso ben descritto da Socrate, e cioè la ricerca della verità; anzi osservando la nostra società feudale possiamo anche renderci conto del fatto che buona parte delle decisioni oggi sono determinate dalle opinioni e non dalla verità. Pertanto bisogna accettare le sperimentazioni suggerite dai democratici, poiché uno dei processi virtuosi di tali percorsi sta nel fatto che nella vera democrazia, costituita dal diaologo, dal dubbio e dalle domande, è possibile accedere a nuove conoscenze, e quindi a determinare decisini migliori; cioè è il processo democratico che può aiutare i cittadini a crescere culturalmente.

Il servizio civile di questi cittadini è di estrema importanza e rilevanza culturale, uno sforzo che dovrebbe essere premiato, elogiato, propagandato e profuso in tutto il Paese. I loro siti, blog, condividono testi ed esperienze che consentono a qualunque cittadino di accedere a conoscenze e pratiche, ahimé, ancora poco conosciute ed utilizzate.

Leggere i documenti culturali e tecnici dell’urbanistica salernitana degli anni ’70 insegna molte verità “nascoste”. Innanzitutto trasmette un valore culturale di cui non c’è più traccia nei dibattiti pubblici: immaginare, progettare, proporre e discutere; è sufficiente trascrivere alcuni passi della relazione preliminare del 1974 per cogliere l’opportunità del cambiamento sociale negato ai cittadini ed alla mia generazione che poteva goderne gli effetti virtuosi, «la gestione del territorio va attuata attraverso l’adozione di metodologie aperte, volte alla formulazione di piani processo o piani programma in cui, individuato l’obiettivo fondamentale della realizzazione di un ambiente a misura d’uomo, si definiscono gli obiettivi politico sociali a breve e medio termine in funzione delle concrete risorse economiche utilizzabili. L’adozione di piani processo di per sé non nega l’uso degli strumenti urbanistici vigenti, ma li indirizza, li coordina, li modifica contemporaneamente, adeguandoli volta per volta alla variabilità della realtà sociale. La definizione delle finalità della pianificazione aperta si persegue attraverso il dibattito tra i politici ed i cittadini, attraverso la creazione di istanze democratiche di espressione delle esigenze della collettività (decentramento amministrativo)».

Questi passaggi chiariscono la strategia ed il percorso innovativo scritto dai progettisti salernitani e proposto all’Amministrazione locale, e si comprende bene, col senno di poi, perché i partiti abbiano negato questa strada, che di fatto era la richiesta di avviare la pianificazione partecipata a Salerno progettando secondo i bisogni della cittadinanza. Il contributo dei tecnici salernitani fu quello di consegnare elaborati che fotografavano una realtà cittadina complicata, ma con le soluzioni che avrebbero realizzato una «città a misura d’uomo» pronta da essere realizzata.

Come premessa si suggerì «prima di iniziare nuove costose opere che impegnano direttamente l’avvenire di Salerno, una pausa di ripensamento e di approfondire studi a tutti i livelli (anche a mezzo di tavole rotonde e conferenze sul traffico) per cercare di risolvere il problema viario della città in maniera globale e con prospettive di ampio respiro in modo da trovare soluzioni definitive ottimali e non solo contingenti e artificiose. L’ipotesi di riequilibrio al livello urbano si specifica con la realizzazione di un corretto rapporto tra la città di Salerno ed il suo retroterra». Lo studio suggeriva di riflettere se fosse corretto espandere o meno la città, ma prima di tutto decongestionare la città stessa ed «abbassare gli indici di fabbricabilità delle zone non ancora edificate» per avere un rapporto migliore fra abitanti insediati e attrezzature di servizio.

I dettagli estratti dai documenti di quegli anni fotografano il periodo creativo più vicino alla nostra società determinata dagli eventi della seconda guerra mondiale. Già ad inizio secolo vi erano state altre opportunità gettate al vento, ma sono collocate troppo indietro nel tempo per valutarne tecnicamente l’efficacia, certo il Piano Donzelli-Cavaccini del 1915 ha un fascino particolare poiché progetta una lungo Irno bellissima, simile ad un lungo Senna, mentre il piano Guerra del 1934 ci avrebbe lasciato una zona orientale simile al centro berlinese o di Amesterdam, tornando al nostro presente leggendo gli atti degli anni ’70 ed ’80 chiariscono le motivazioni conflittuali e le posizioni contrastanti.

E’ il 30 luglio 1971 il Comune di Salerno stabilisce di individuare degli incarichi per i piani particolareggiati di esecuzione, poi con la delibera n. 203 del 29/09/1972 (Sindaco Russo) c’è l’affidamento ai progettisti salernitani i quali producono studi, indagini e individuano la strategia per il recupero degli standard e l’individuazione delle zone omogenee. E’ l’anno 1978 (Sindaco Ravera) con delibere n.139 e n.140, lette le analisi consegnate, che si decide di adeguare il vecchio PRG Marconi (Sindaco Menna) ritenuto dannoso ed obsoleto; poi si arriva al 1980 (Sindaco D’Aniello) per deliberare la nascita dell’ufficio di Piano, ed in fine nel 1983 (Sindaco Clarizia) ove il Comune cambia rotta. In questi passaggi emerge tutta l’incapacità e la cattiva fede dei politici che volutamente non decidevano e prendevano tempo per consentire alle lobbies delle costruzioni, i proprietari di terreni di edificare nel peggiore dei modi e produrre altre rendite, mentre i tecnici nei loro rapporti avevano segnalato che l’inerzia politica consentiva l’edificazione prevista da un piano regolatore inadeguato e dannoso, e che il procrastinare nel tempo della corretta decisione aumentava il danno ambientale e sociale della città; mentre i tecnici progettavano soluzioni è accaduto che i politici consapevoli di ciò consentivano al capitalismo liberale di distruggere il bene comune recando danno alle future generazioni, cioè la nostra.

L’impianto culturale di quei progetti e di quegli studi furono le fondazioni per la prima Giunta di Sinistra a Salerno, demolita dai poteri forti prima, e dal nichilismo dopo.

Come ho accennato nel racconto precedente la storia urbana della città consente di cogliere aspetti determinanti della vita di una comunità, nel bene e nel male. Gli anni recenti sono caratterizzati dall’assenza dell’urbanistica e la presenza ingombrante e intollerabile della più becera propaganda che si possa immaginare, gli ultimi vent’anni rappresentano il nichilismo istituzionale, il nulla sotto tutti i punti di vista: valoriale e culturale, e sono anni perfettamente compatibili con lo spirito del tempo: l’avidità del capitalismo.

Com’è noto la scienza dell’urbanistica nasce con la pubblicazione di Teoria dell’urbanizzazione del 1854 di Ildefonso Cerdà, già in quegli anni gli utopisti (Charles Fourier,1829; Robert Owen) progettavano città ideali, e prima ancora persino Ferdinando IV sperimentava con San Leucio (1775) i primi insediamenti produttivi auto sufficienti e addirittura auto gestiti. Nel 1898 Ebenezer Howard pubblica Tomorrow, a peaceful path to real reform, poi ripubblicato col titolo Garden cities of tomorrow. E’ in questo il secolo che si gettano le basi culturali per le città sostenibili ispirandosi anche al Rinascimento italiano ed al modello della città compatta europea figlia degli impianti urbani greco-romani e medioevali.

Ciò che accadrà in Italia sotto il profilo culturale è ben raccontato nella letteratura storica delle città, ha prevalso l’ideologia dello spreco e della speculazione insita nel capitalismo; prima il fascismo e poi il secondo dopo guerra hanno consentito la distruzione e la ricostruzione di luoghi urbani secondo l’ideologia del consumismo per assecondare i desideri del mantra: vendere, vendere, vendere.

Le città moderne in cui viviamo non sono solo il frutto di un aggregato disordinato, irrazionale di edifici orrendi costruiti per rubare ricchezza ai ceti meno abbienti, ma sono l’espressione di uno spirito del tempo avverso agli esseri umani, ma congeniale alla religione della crescita infinita; tutto ciò secondo l’idea malsana che ogni attività imprenditoriale debba essere inserita nella macchina nichilista del capitalismo che ruba le risorse limitate del pianeta violando le leggi della natura ed i diritti universali dell’umanità ignorando il fatto che la vita di questo Pianeta è generata dal Sole e dalla fotosintesi clorofilliana. Quindi le città moderne non sono disegnate dall’urbanistica ma dal nichilismo del capitalismo, ovviamente troviamo anche città costruite dall’urbanistica ma sono, ahimé, una ristretta minoranza.

Il racconto della storia urbana di Salerno ha evidenziato il fatto che nonostante sin dall’inizio del Novecento la città ebbe l’opportunità di essere costruita secondo le idee utopiste, il pensiero dominante riuscì a far realizzare una crescita irrazionale per generare vantaggi personali per gli speculatori, e questo conflitto culturale fra proposte di piani urbanistici e piani speculativi durò molti decenni sino alla fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, vero passaggio di svolta ove il modello amministrativo istituzionale dei Comuni mutò radicalmente attraverso una profonda riforma passando da un modello democratico rappresentativo di tipo proporzionale a un modello feudale, violando persino il principio di separazione dei poteri fra organo “legislativo” ed “esecutivo”. Oggi i Sindaci hanno una concentrazione di poteri tale da essere confrontabili al modello feudale medioevale. L’approvazione dei piani regolatori generali rimane al Consiglio comunale, ma spesso il comportamento dei consiglieri è il mero asservimento ai capricci del feudatario spogliandosi totalmente del loro ruolo istituzionale sia di controllori che di indirizzo politico dell’Amministrazione tradendo la Costituzione italiana e la legge urbanistica nazionale.

Dagli anni ’90 in poi non esiste più il conflitto culturale, si spegne la creatività e la visione alternativa di società ed il nichilismo domina sul deserto e sulla città della speculazione, nasce il nichilismo istituzionale e cresce il potere dei mass medium che propagandano l’immagine della globalizzazione affidata alle multinazionali delle cosiddette archistar pronte a prendere i soldi della pubblica amministrazione e scappare. Il nichilismo diventa il dominus della globalizzazione finanziaria, il capitalismo diventa la rapina programmata attraverso il sistema delle società off-shore, dei paradisi fiscali e l’urbanistica totalmente edulcorata è la tecnica dei politici per programmare le rapine locali o più banalmente, come accadeva e accade, è lo strumento dell’impero per rappresentare l’immagine dello spirito del tempo. Se ai tempi del fascismo bisognava mostrare l’immagine del duce, ai tempi della globalizzazione bisogna propagandare l’immagine delle multinazionali, i loro loghi (il brand), e pertanto l’architettura anch’essa viene distrutta e sostituita dalle insegne colorate, mentre ai tempi di internet addirittura essa diventa virtuale, si smaterializza in google e nei video di youtube. C’è un “piccolo” dettaglio dimenticato da questo sistema di robot senza coscienza e senza cultura, e cioè che le città sono il disegno dell’umanità fatta di persone con sensazioni, emozioni, colori, passioni, socialità, speranze, sogni, mestieri, odori.

Qual è il significato profondo della città moderna? Ci sono diverse interpretazioni, secondo Benevolo è la relazione che c’è fra l’architettura moderna e la civiltà industriale, e quindi l’architettura moderna si attua rispondendo ai desideri di tale cultura. Invece, per Tafuri e Dal Cò il significato profondo si trova nello smascherare i reali conflitti di classe, i rapporti di produzione che «si celano dietro le categorie unificanti dei termini arte, architettura, città»; e quindi capire «come il capitalismo abbia svuotato di senso il ruolo dell’architetto e la sua capacità di mediare in forme rassicuranti la dimensione alienante del lavoro della società industriale» (Pigafetta, 2003).

La rappresentazione cronologica dei piani urbanistici della città di Salerno e le scelte politiche dell’Amministrazione confermano e svelano i rapporti fra capitalismo e architettura. Il capitalismo ha sempre preferito realizzare disegni di città che consentissero la massimizzazione dei profitti immediati a favore dei soggetti privati ignorando il valore dell’ambiente e della qualità della vita, ed è una storia che ancora oggi non ha trovato la sua fine, a meno che si conferma l’implosione teorizzata da Minsky a causa dell’insostenibilità del sistema capitalistico sostenuto dell’economia del debito (Minsky, 2009), e che questo ci consenta di uscire dal capitalismo stesso per approdare ad un sistema di pura economia reale partendo dalla bioeconomia (Georgescu-Roegen, 2003). Il quadro che viene fuori dall’analisi è sicuramente condizionato dalla forza del capitale, ma è un quadro che negli ultimi vent’anni ha costruito un’immagine contrastante, contraddittoria, fatta di eccessi, sprechi, illusioni e dove le istanze dal basso dei cittadini trasformate dagli architetti artigiani in soluzioni concrete utili alla città sono schiacciate dall’architettura mass mediatica generatrice di rendita speculativa.

Ecco cosa è accaduto a Salerno fra gli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio, semplicemente che urbanistica ed architettura espressione di una visione della società sono scomparse poiché i protagonisti degli anni ’70 ed ’80 sono stati sostituiti dal nichilismo delle multinazionali del progetto che nulla hanno a che fare col territorio e con i problemi reali e concreti dei cittadini, i quali in buona parte apatici e perfettamente inseriti nel nichilismo imperante hanno consento il congelamento della creatività consegnando le chiavi della città al nulla. Ovviamente il nulla ha generato la fuga degli abitanti dalla città realizzando un danno molto maggiore di quello causato da un abuso edilizio, e cioè la fuga dei giovani e l’emigrazione, che sono il preludio alla morte di una comunità, poiché senza un rinnovo generazionale le comunità si spengono lentamente nel silenzio, anzi nel nulla. Dal 1981 al 2011 Salerno perde il 18,4% dei residenti. Il fenomeno delle città in contrazione riguarda ben 26 città italiane ed è la degenerazione del capitalismo e della speculazione sostenuta dalla rendita fondiaria ed immobiliare col contributo dell’inerzia di politici incapaci. Il fenomeno viene ignorato dalle amministrazioni locali che non adottano politiche di contrasto alla dispersione urbana e non sostengono i ceti meno abbienti, costretti a lasciare le proprie città poiché l’avidità delle rendite di posizione esige prezzi sempre più alti non compatibili col potere d’acquisto degli stipendi salariati. Il fenomeno della contrazione si prefigura in Italia a partire dagli anni ’70 (fine della città industriale e deurbanizzazione), e l’aspetto drammatico è che addirittura a Salerno la dispersione urbana (sprawl) viene persino suggerita dalla Giunta comunale in una delibera del 1983 concludendo che sarebbe stato meglio diramare “all’esterno verso le altre aree territoriali” servizi come l’Università, il centro annonario, il centro direzionale, l’interporto, il centro commerciale etc. Tutto ciò nonostante l’Amministrazione sapesse che il problema era determinato proprio da una cattiva costruzione della città, e che la soluzione era proprio riprogettare la città moderna dall’interno, riequilibrando le densità e introducendo i servizi che mancavano, ma nella sostanza l’Amministrazione stava pensando di urbanizzare l’intero territorio. Nel frattempo si arriva alla fine degli anni ’80 e la prima Giunta di Sinistra sconfigge la DC e riesce a realizzare un’interessante rivitalizzazione del centro cittadino con la pedonalizzazione del Corso Vittorio Emanuele e la riqualificazione del lungomare con nuovi arredi urbani, negli anni ’90 il Comune riesce a partecipare ai PIC Urban (1994) per riqualificare alcune parti del centro storico, ma ormai siamo alla fine degli interventi pubblici poiché il legislatore abdica il potere di controllare la moneta, e pertanto i piani rispecchiano soprattutto gli interessi dei privati e non più il bene comune. La cosiddetta perequazione che caratterizza i piani di terza generazione non risolverà le complicazioni del capitalismo, anzi a Salerno la perequazione non progetterà la carenza di servizi registrata nella “relazione intermedia” del 1979, ma grazie all’apatia generale i piani non riguarderanno più un’idea di città nella sua interezza, ma saranno l’insieme di singoli interventi puntuali totalmente slegati dal difficile contesto urbano, e ignari della contrazione della città in corso d’opera, addirittura il PUC proporrà sia uno sviluppo previsionale del fabbisogno abitativo su dati sbagliati e fuorvianti, e poi assegnerà in maniera impropria aree a standard verde pubblico esistente diverse piazze e strade a traffico limitato, così di fatto approvando un documento completamente edulcorato e manipolato, ed alimentando interventi di palese speculazione edilizia e privando i cittadini dei diritti minimi (DM 1444/68), e consentendo di liberare aree che potevano essere destinate proprio a verde pubblico. «Risolvendo il mondo nel mondo del denaro, l’economia spoglia la nozione di società e la nozione di individuo di ogni valenza qualitativa e, visualizzando l’una e l’altro da un punto di vista puramente quantitativo, riduce la società a mercato, e l’individuo a sintesi dei suoi interessi materiali. Nel mercato sono gli interessi a porre in relazione gli individui, i quali interagiscono non in quanto individui con le loro specifica e peculiarità, ma in quanto titolari di interessi, in quanto personificazioni» (Galimberti, 2009). Da qui la nota contraddizione del capitalismo liberale che fa sparire la libertà degli individui per far emergere gli interessi del capitale. Nelle città questo interesse è ampiamente presente con le architetture simbolo del “nuovo” potere, architetture auto referenziali, con forme e simboli della globalizzazione che hanno omologato tutto e tutti. Sono i simboli dell’ideologia che toglie opportunità e creatività alla comunità locale; Winckelmann direbbe che certe opere non essendo espressione dell’anima non potrebbero mai essere belle, ed una in particolare, il Crescent, potrebbe essere giustamente etichettata come opera kitsch, cioè di cattivo gusto. Jürgen Joedicke direbbe del Crescent che «presuntuosamente rievoca le forme architettoniche di epoche passate dissimulando la propria incertezza».

Un’inversione di tendenza è possibile solo uscendo dal nichilismo. Ci troviamo in un passaggio d’epoca (la fine dell’epoca industriale) che ci consente di studiare i fatti, la storia e riflettere sugli errori del passato. Uscendo dai paradigmi culturali obsoleti possiamo progettare la comunità ed affrontare e risolvere i problemi della città. Basti pensare alle esperienze positive recenti (spazi pubblici del Corso Vittorio Emanuele, il lungomare, Piazza Portanova, il PIC Urban, e gli arredi di via Achille Napoli [Quartieri Italia ed Europa]) ed ai modelli gestionali e partecipativi di molte altre realtà sparse in Europa e nel mondo. Bisogna uscire dalla logica secondo piani e progetti devono essere realizzati secondo l’utile netto generato dalle quantità vendute di superfici lorde poiché spesso si tratta di un’offerta di merce che il mercato non desidera, e pertanto è necessario consentire la detrazione fiscale di demolizioni e ricostruzioni che consentono di creare nuovi spazi pubblici e nuovi servizi minimi obbligatori previsti delle leggi e richiesti dai cittadini. Questo andava fatto a Salerno fra gli ’70 ed ’80 quando si scopri dalla relazione del 1979 che la pubblica amministrazione stava sprecando risorse pubbliche, ed oggi lo fa ancora, poiché preferiva indirizzarle alle remunerazione delle rendite di posizione.

Conoscendo la storia urbana della propria città è possibile comprendere i cambiamenti sociali ed economici dei nostri luoghi. Le città sono gli ambienti che determinano l’esistenza dei cittadini sotto tutti i punti di vista, ambientale, culturale, sociale, economico etc. La storia di Salerno è di grande interessante poiché svela retroscena poco raccontati ai cittadini, a volte nascosti affinché non si comprendano le origini dei disagi, e quindi non si riesca a capire la soluzione per migliorare la vita degli abitanti. Osservando la città attuale figlia dell’insieme di errori urbanistici succedutesi nel corso dei decenni, oggi ci rendiamo conto che per migliorare l’attuale società è necessario ridistribuire le risorse “sequestrate” da un gruppo di famiglie, che hanno vissuto, e vivono, per decenni attraverso le rendite senza contribuire minimamente allo sviluppo umano della comunità. Ciò che è accaduto a Salerno, è successo nella stragrande maggioranza delle città italiane.

Cominciamo col ricordare che nell’Ottocento nacquero le idee utopiste che offrirono soluzioni e stimoli per progettare città migliori, sia per risolvere i problemi generati dall’industria, e sia per porre le basi della nascita del sistema sociale. In quei secoli molti avevano compreso che il problema è insito nel capitalismo e che la proprietà privata era, ed è, un’usurpazione (Locke disse che è un furto) contro il diritto delle comunità di migliorare le proprie condizioni di vita. Possiamo credere che ancora oggi, nel nuovo millennio, l’origine dei mali delle città risiede proprio nella divisione e nella mercificazione dei suoli sorta dopo la rivoluzione francese, e lo sviluppo della rendita fondiaria e immobiliare viene interpretata ed usata contro i ceti meno abbienti.

Salerno Piano Donzelli-Cavaccini 1915

Piano Donzelli-Cavaccini, 1915 (modello Garden city)

Nel 1910 a Salerno, Enrico Moscati propose la soluzione del problema attraverso l’esproprio generalizzato dei suoli e l’uso del diritto di superficie. In questo modo l’Amministrazione poteva usare i suoli e la rendita fondiaria per progettare una città a misura d’uomo, così come immaginarono Donzelli-Cavaccini prima (Piano di espansione 1915) e Camillo Guerra dopo (Piano di espansione 1934); entrambi i piani non furono rispettati/realizzati ma si preferirono i piani di Calza Bini (1936), Scalpelli (1945) e Marconi (1958). I piani Donzelli-Cavaccini e Guerra sono figli delle idee utopiste e della scienza dell’urbanistica che privilegia la qualità urbana, la soluzione di problemi pratici, un corretto rapporto fra lo spazio pubblico e privato; mentre Calza Bini, Scalpelli e Marconi erano urbanisti che rientravano nelle grazie del partito fascista e proposero piani per Salerno che rispondevano ai bisogni del capitalismo (rendita) piuttosto che alle regole compositive della corretta pianificazione urbanistica.

Salerno Piano Guerra 1934

Piano Camillo Guerra, 1934

L’attuale città di Salerno, come la stragrande maggioranza delle città italiane, è figlia di questa malsana ideologia: l’avidità prodotta dalla rendita fondiaria e immobiliare che ha consentito durante gli anni della ricostruzione post bellica di generare un danno ambientale e sociale quasi inestimabile. I limiti delle città moderne producono ancora oggi danni sociali ed ambientali che sembrano quasi invalicabili, a meno che non si esca dal paradigma culturale che le ha costruite, ad esempio attraverso l’esproprio generalizzato e la definizione di beni e merci secondo i principi di bioecnomia, in questo modo la soluzione è vicina.

La legge urbanistica nazionale 1150/42, la legge ponte 765/67 ed il decreto ministeriale 1444/68 rappresentano gli strumenti giuridici più rilevanti per la pianificazione urbanistica italiana; sintetizzando al massimo le leggi stabilirono un principio, un diritto, e cioè che per ogni abitante le città dovevano dotarsi di uno standard minimo necessario a creare condizioni di vita accettabili. Dal 1968 in poi le città dovevano costruire questi diritti minimi obbligatori, ma in buona parte dei comuni coinvolti dalle norme si presentavano complicazioni tecniche e pertanto non furono mai costruiti o costruiti in piccola parte; anzi le Amministrazioni locali interpretarono le norme, e lo fanno ancora oggi, secondo i capricci delle cosiddette rendite di posizione, e negli anni recenti secondo i capricci dei Sindaci, violando palesemente sia legge urbanistica nazionale e sia la Costituzione che indirizza i piani verso la tutela, la conservazione e la valorizzazione del patrimonio storico e ambientale.

Nel 1972 Salerno, come molti altri comuni, cercò di progettare i diritti minimi e diede incarico ai progettisti salernitani (Cannella, Capobianco, Carpentieri, Centola, De Vero, Dell’Acqua, Fabiano, Francese, Giannattasio, Ilardi) di recuperare gli standard e individuare le zone omogenee (Del. n. 4406/bis del 31/07/1972). Nel 1974 lo studio preliminare evidenziò la carenza di servizi minimi e la relazione dell’elaborato intermedio del 1979 rappresentò con precisione che lo standard esistente era di 1,37 mq/ab (la vecchia legge regionale del 1977 prescriveva 30 mq/ab) e una densità di 987 ab/ha in zone del centro (la manualistica prescrive 300 ab/ha), e suggerì il riequilibrio dei servizi sia per l’area occidentale (centro) che per quella orientale (città moderna e periferia). Un altro aspetto interessante emerse con evidenza pubblica, e cioè il danno delle famigerate rendite di posizione poiché la pubblica amministrazione, pur di avere i servizi minimi, pagava, e tutt’oggi lo fa ancora, un affitto ai privati per possedere uffici presso sedi improprie, cioè edifici costruiti per civili abitazioni. Il Consiglio comunale con delibera n. 139 del 1/08/1978 ritenne di “estremo interesse” l’acquisizione di tutti gli elementi di valutazione relativi alla problematica sollevata. Nonostante la lentezza nel decidere la soluzione dei problemi cittadini, in un documento deliberativo di Giunta comunale del 17 marzo 1983 si discusse circa l’opportunità di superare il Piano Marconi ritenuto obsoleto e dannoso, e di pensare ad un nuovo “piano complessivo di ampia scala” necessario per “il rilancio della vita sociale e produttiva della città” poiché “non possono più essere consentiti interventi disorganici”, in quanto già nel passato “la città è stata consegnata nelle mani della speculazione che ne ha definito la crescita caotica sull’esclusivo interesse del singolo con la conseguenza di una vita sociale povera e densa di squilibri”. Da questi virgolettati i cittadini comprendono che gli amministratori conoscevano tutti i limiti del passato, e le opportunità per correggere gli errori del passato. Furono i progettisti salernitani a suggerire le soluzioni più idonee, ma il nuovo piano non fu mai realizzato, anzi le idee progettuali furono abbandonate. Salerno aveva l’opportunità di progettare una città migliore di quella esistente, ma l’Amministrazione quando capì che doveva deliberare una decisione opposta ai capricci del capitalismo e delle rendite generate da costruttori e dalle famiglie “influenti”, cambiò idea perseguendo proprio l’avidità di pochi. Questo accadde a Salerno a cavallo degli anni ’70 ed ’80, ed è ciò che avvenne in molti altri comuni più grandi; cioè buona parte dei piani che miravano ad un riequilibrio degli standard secondo regole compositive della corretta urbanistica furono boicottati e/o edulcorati dai partiti, solo qualche città riuscì a sfuggire all’avidità di pochi, tant’è che in tali centri gli abitanti possono godere di scelte lungimiranti e si ritrovano in ambienti urbani con aree verdi adeguate e servizi raggiungibili a piedi.

Un’altra occasione persa fu il Master Plan del 1987. Nonostante l’abbandono dell’idea di realizzare una città con una morfologia urbana più razionale, i progettisti salernitani produssero un altro piano ispirandosi ai principi di Kevin Lynch e consegnarono l’idea progettuale di recupero dell’intera fascia cittadina lunga circa nove chilometri.

Salerno Master Plan costiero 1987

Master Plan recupero fascia costiera, Carpentieri, Buffo, Manzoni, Petti, Plachesi, Villani, Sessa, Carrozza, Talve, Di Giuda, Fortunato, 1987

Questo breve resoconto mostra sia la capacità e la creatività degli urbanisti nel disegnare città ideali, e sia la cialtroneria di politici irresponsabili che nel corso della storia hanno servito gli interessi particolari degli speculatori piuttosto che applicare la legge, la Costituzione e pianificare la tutela del bene comune. Svelare la storia è un importante esercizio per conoscere il passato ed evitare errori nel presente e nel futuro; innanzitutto si apprende un aspetto importante: le capacità progettuali degli artigiani locali nel risolvere problemi e progettare un futuro sostenibile; ed in fine l’opportunità di creare nuove visioni progettuali lungimiranti ispirandosi alle esperienze virtuose. Una soluzione pratica sta nel fatto che i cittadini devono proporsi come committenti di piani rigenerativi attraverso cooperative, poiché in questo modo condizionano positivamente la pianificazione territoriale, ed in fine è necessario che il legislatore pensi forme fiscali di detrazione sugli interventi di demolizione e ricostruzione che costituiscono l’incentivo a trasformare gli attuali piani urbanistici espansivi in piani di rigenerazione urbana.

Pianificare coi cittadini

Si è conclusa a Salerno una sperimentazione autogestita sul tema della rigenerazione urbana con l’approccio della pianificazione partecipata. Per la prima volta i cittadini sono chiamati ad esprimere i propri desideri, le proprie percezioni e progettare la città.

Usando il metodo dell’open space tecnology, il circolo territoriale Movimento per la Decrescita Felice di Salerno ha voluto sperimentare un ciclo di incontri volti ad apprendere nuove abilità e conoscenze con l’obiettivo di immaginare una trasformazione urbana per la zona orientale della città. Nei primi incontri i cittadini hanno individuato le priorità, ed in quello finale hanno sperimentato il metodo percettivo ideato da uno dei maestri dell’urbanistica, Kevin Lynch.

L’incontro finale ha restituito l’interpretazione e l’analisi del lavoro svolto dai cittadini con l’approfondimento circa la storia urbanistica di Salerno. L’obiettivo è aumentare la consapevolezza dei processi decisionali e consentire ai cittadini di prendersi spazi democratici finora negati. Conoscere il corso della storia, gli errori, i cambiamenti sociali, le opportunità perse e ripercorrere i fatti accedendo a conoscenze spesso “nascoste”, i cittadini possono immaginare una nuova società partendo dal cambio dei paradigmi culturali.

Segnali dell’epoca nuova

Il capitalismo è il cancro che ha divorato il corpo dell’Occidente, e sta morendo poiché non c’è più nulla da divorare. Si è mangiato circa quattro secoli di storia delle nostre comunità arrivando al punto di massimo delirio all’inizio di questo secolo. L’immagine mostruosa della bestia è alla vista di tutti, basti leggere le informazioni relative alle diseguaglianze, l’economia del debito, il sistema delle banche, i paradisi fiscali e la creazione dal nulla della moneta. L’avanzamento dell’oscena proposta del TTIP è il segnale evidente dell’arroganza di un’elité degenerata, ed è l’arma che mira a sostenere il mercato del WTO, ma distrugge l’economia reale degli italiani basata sulla piccola e media impresa.

Se da un lato c’è un sistema ancora predominante che ha inventato i suoi modelli, i suoi schemi, i suoi paradigmi sulla rapina, sull’usurpazione, sulla competitività, sulle credenze, sull’avidità e sul nichilismo, dall’altra parte emerge lentamente e faticosamente un nuovo sistema completamente opposto ma compatibile col pianeta Terra. La società che sta emergendo fonda la propria energia sulle opportunità delle nuove tecnologie che riescono a produrre, trasformare, riutilizzare e sviluppare le capacità umane grazie a un percorso di consapevolezza volto alla prosperità e non più alla crescita infinita. La ricerca della verità si è arricchita di strumenti che mostrano, a tutti coloro i quali desiderano vedere, l’esistenza della bioeconomia, cioè un’economia reale che si basa sulle leggi della natura, e sulla partecipazione e la cooperazione dei cittadini finalizzata al bene comune, e non più al sovrapiù di merci inutili.

I primi esempi di tali modelli sono ampiamente riscontrabili nel mondo dell’edilizia circa l’abitare, nell’agricoltura sinergica che esce dall’agri industria, e nella mobilità intelligente. In questi tre ambiti le tecnologie sono mature e disponibili a buon mercato. Ciò che manca è un’ampia domanda di bioeconomia da parte della popolazione poiché il capitalismo ha permeato ben quattro secoli di programmazione mentale e culturale in tutti gli ambiti della società: scuola, università e classe dirigente.

Dunque se da un lato ci sono evidenti segnali della nuova epoca bisogna ancora divulgare in maniera efficace i nuovi schemi, i nuovi paradigmi che sono persino descritti nel Benessere Equo e Sostenibile (BES) e questo consente di affrontare in maniera più agevole il piano della comunicazione efficace, poiché persino una piccola parte della classe dirigente ha riconosciuto ufficialmente l’importanza dei valori umani: salute, ambiente, istruzione, relazioni sociali, lavoro, etc.

L’opportunità più grande emerge proprio dagli abitanti delle città. Più della metà della popolazione mondiale vive nelle città, mentre in Europa circa il 72% della popolazione vive nelle aree urbane, e da li possiamo costruire una realtà sostenibile, conviviale e compatibile con le risorse limitate del pianeta. E’ proprio nelle città che esistono le maggiori opportunità poiché cambiando gli schemi mentali è possibile spostare flussi di energia per utilizzarli al meglio, dallo stoccaggio delle merci sovraprodotte alla realizzazione di quartieri e città auto sufficienti ma in rete, cioè in collegamento fra loro, sino alla rigenerazione urbana che crea nuovi posti di lavoro utili al bene comune. Se finora le città sono state pensate per soddisfare l’avidità e la crescita del nichilismo capitalista, adesso è possibile realizzare città fatte per gli esseri umani volte alla ricerca della felicità insita proprio nello sviluppo delle virtù ed il perseguimento del bene comune.

Da qualche tempo nel linguaggio mediatico si sente parlare di partiti post ideologici, nulla di più falso compare nel lessico mediatico per nascondere la verità di un società profondamente ideologica poiché forgia le proprie convinzioni sulle credenze e non sulla ricerca della verità, un’ideologia fondata proprio sull’idea del nulla, cioè sul nichilismo affinché il neoliberismo l’ideologia predominante all’interno delle istituzioni potesse essere libera di operare all’insaputa delle masse. Chi detiene le redini del controllo e del potere ha una visione ideologica molto precisa: vendere, vendere, vendere! Un’idea malsana volta alla distruzione dei valori umani a favore dell’avidità di pochi, un’idea che nell’Occidente ha avuto grande successo.  Finora ci sono riusciti benissimo poiché la forza e l’energia proviene proprio dalla maggioranza degli oppressi, una maggioranza incapace di immaginarsi un mondo migliore e lottare per cambiarlo.

Se da un lato esiste ancora questa generale immaturità politica dei cittadini, da un altro lato la recessione ha senza dubbio stimolato la creatività di piccoli imprenditori, artigiani e cittadini nell’inventarsi un’economia basata sull’uso razionale dell’energia, nonostante l’ostracismo di buona parte della classe dirigente, sia perché inadeguata e incapace, e sia perché in cattiva fede e prezzolata dai soliti speculatori, esiste una minoranza di cittadini che sta progettando il cambiamento e potrebbe diventare massa critica che genera il cambiamento sociale nel resta del territorio.

L’aspetto grottesco della recessione che investe il nostro Paese, è che sarebbe sufficiente sviluppare la capacità di osservare per comprendere che non esistono problemi per il nostro presente futuro. E’ sufficiente osservare che bisogna investire tempo e risorse nel conservare e migliorare parti delle nostre città, e del nostro territorio per tendere alla piena occupazione in mestieri utili e virtuosi. Nell’osservare siamo persino agevolati se leggiamo gli indicatori del Benessere Equo e Sostenibile (BES) poiché abbiamo un indirizzo ben costruito su dove investire. Spetta a noi cittadini migliorare le relazioni e aiutarci reciprocamente, spetta a noi cittadini sviluppare la capacità ed il desiderio di prenderci cura di noi stessi e delle nostre città. Possiamo continuare a speculare nel solco dell’attuale paradigma verso l’imminente auto distruzione, o possiamo decidere di cooperare.

Per secoli abbiamo lasciato che il capitalismo fosse la religione guida delle nostre decisioni, credo sia bastato, è chiaro le leggi della natura non sono compatibili con la nostra invenzione di finanza, basti osservare le regole di vita delle altre specie viventi, esse prosperano senza l’ausilio delle istituzioni politiche e dell’economia inventata dall’uomo. I paradigmi dell’attuale società implodono su stessi poiché l’economia del debito è in conflitto aperto con la democrazia e la libertà degli individui. La maggioranza degli individui non arriva al cambio dei paradigmi culturali attraverso un percorso di conoscenza e consapevolezza, ma dalla perdita del posto di schiavitù chiamato lavoro, e da quelle “certezze” che la religione capitalista ha lasciato credere vere affinché nel corso dei decenni si sviluppasse l’attuale società apatica ed egoista che conosciamo. Il livello di programmazione mentale è stato talmente efficace nei confronti della maggioranza degli abitanti, che nonostante gli alti tassi di disoccupazione suggeriscono preoccupazione poiché potrebbe insorgere un conflitto civile da un momento ad un altro, nulla si muove, nulla accade.

E’ auspicabile credere che quella minoranza di cittadini consapevoli che stanno costruendo realtà economiche alternative, così come in piccola scala sta già accadendo, possano contaminare chi viene colpito ingiustamente dalla recessione. Persino una minoranza della classe dirigente sta progettando e realizzando questa transizione economica ispirandosi ai principi di bioeconomia. CRESME, “Riuso03, Riqualificazione batte nuovo 115 mld di euro a 51″ 24 febbraio 2014; Istituto Nazionale di Urbanistica (INU), “Uscire dalla crisi, le risorse la rigenerazione delle città e dei territori“, 7 marzo 2014; La Repubblica on-line, “Il biologico contro la crisi, volano i consumi“, 14 aprile 2014; MiniAmbiente&CONAI, “Crescita e occupazione nel settore del riciclo dei rifiuti urbani“, luglio 2014;  Cillis, “Crollano ancora i consumi, ma è boom dei prodotti bio“, 12 settembre 2014; R.Calabrese, “Architetti, costruttori e sindacati: ‘si riparta dall’efficienza energetica” 17 settembre 2014.

Un esempio di coraggio e di lungimirante nuova visione politica è stato il piccolo Comune di Torraca (SA), la prima city led al mondo facente parte del più grande geoparco d’Europa. Il punto di partenza è che la qualità della vita ed capitalismo finanziario sono in aperto conflitto, l’ideologia della crescita è il mito che sostituisce la società umana con le schiavitù organizzate irreggimentate nell’industria. La scandalosa percentuale di disoccupazione giovanile se da un lato è un dramma, essa rappresenta la speranza, poiché si tratta di persone non schiavizzate in lavori inutili, che possono organizzarsi in attività virtuose come lo studio e la ricerca di impieghi utili al territorio, sia osservando le risorse naturali a disposizione della comunità, e sia proponendo forme di partecipazione attiva, incontri, dibattiti, occupandosi di conservazione del patrimonio, agricoltura naturale, energie rinnovabili etc. Spetta a noi cambiare il modo di pensare e stimolare uno stile di vita compatibile con la natura e gli ecosistemi, spetta a noi riscoprire l’importanza delle relazioni sociali e la qualità del vivere in comunità cittadine organizzate per la vita umana e non per i consumi compulsivi. Nelle città che stanno avendo taluni miglioramenti spesso i processi nascono da iniziative dal basso, da piccoli gruppi di cittadini che stimolano la nascita di processi democratici e creativi volti all’analisi e lo studio delle percezioni soggettive delle città. Cooperative e amministrazioni organizzano e progettano i servizi partendo dai suggerimenti forniti proprio dai cittadini rispetto alle loro percezioni, e questi processi generano modelli di vita conformi alle priorità emerse, e spesso nascono nuovi impieghi rispetto ai bisogni reali degli abitanti. In questo modo il cambiamento sociale della città emerge dai cittadini, e non esiste ostacolo a tale processo poiché l’iniziativa privata è libera, anzi, spesso gli amministratori si adeguano alle istanze dal basso poiché consapevoli di dipendere dal giudizio politico degli elettori. Spesso i conflitti insorgono da decisioni calate dall’alto, i conflitti sono meno frequenti per le decisioni emerse dal basso. Il futuro è un pezzo di carta bianco, cambiando i paradigmi culturali di una società malata possiamo disegnare un futuro sostenibile.

Immagine città 4set2014

Salerno, zona orientale. Immagine della città dei cittadini costruita col metodo di Kevin Lych. Laboratorio di “pianificazione partecipata” a cura di MDF Salerno

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 2.413 follower

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: