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Pianificare coi cittadini

Si è conclusa a Salerno una sperimentazione autogestita sul tema della rigenerazione urbana con l’approccio della pianificazione partecipata. Per la prima volta i cittadini sono chiamati ad esprimere i propri desideri, le proprie percezioni e progettare la città.

Usando il metodo dell’open space tecnology, il circolo territoriale Movimento per la Decrescita Felice di Salerno ha voluto sperimentare un ciclo di incontri volti ad apprendere nuove abilità e conoscenze con l’obiettivo di immaginare una trasformazione urbana per la zona orientale della città. Nei primi incontri i cittadini hanno individuato le priorità, ed in quello finale hanno sperimentato il metodo percettivo ideato da uno dei maestri dell’urbanistica, Kevin Lynch.

L’incontro finale ha restituito l’interpretazione e l’analisi del lavoro svolto dai cittadini con l’approfondimento circa la storia urbanistica di Salerno. L’obiettivo è aumentare la consapevolezza dei processi decisionali e consentire ai cittadini di prendersi spazi democratici finora negati. Conoscere il corso della storia, gli errori, i cambiamenti sociali, le opportunità perse e ripercorrere i fatti accedendo a conoscenze spesso “nascoste”, i cittadini possono immaginare una nuova società partendo dal cambio dei paradigmi culturali.

Segnali dell’epoca nuova

Il capitalismo è il cancro che ha divorato il corpo dell’Occidente, e sta morendo poiché non c’è più nulla da divorare. Si è mangiato circa quattro secoli di storia delle nostre comunità arrivando al punto di massimo delirio all’inizio di questo secolo. L’immagine mostruosa della bestia è alla vista di tutti, basti leggere le informazioni relative alle diseguaglianze, l’economia del debito, il sistema delle banche, i paradisi fiscali e la creazione dal nulla della moneta. L’avanzamento dell’oscena proposta del TTIP è il segnale evidente dell’arroganza di un’elité degenerata, ed è l’arma che mira a sostenere il mercato del WTO, ma distrugge l’economia reale degli italiani basata sulla piccola e media impresa.

Se da un lato c’è un sistema ancora predominante che ha inventato i suoi modelli, i suoi schemi, i suoi paradigmi sulla rapina, sull’usurpazione, sulla competitività, sulle credenze, sull’avidità e sul nichilismo, dall’altra parte emerge lentamente e faticosamente un nuovo sistema completamente opposto ma compatibile col pianeta Terra. La società che sta emergendo fonda la propria energia sulle opportunità delle nuove tecnologie che riescono a produrre, trasformare, riutilizzare e sviluppare le capacità umane grazie a un percorso di consapevolezza volto alla prosperità e non più alla crescita infinita. La ricerca della verità si è arricchita di strumenti che mostrano, a tutti coloro i quali desiderano vedere, l’esistenza della bioeconomia, cioè un’economia reale che si basa sulle leggi della natura, e sulla partecipazione e la cooperazione dei cittadini finalizzata al bene comune, e non più al sovrapiù di merci inutili.

I primi esempi di tali modelli sono ampiamente riscontrabili nel mondo dell’edilizia circa l’abitare, nell’agricoltura sinergica che esce dall’agri industria, e nella mobilità intelligente. In questi tre ambiti le tecnologie sono mature e disponibili a buon mercato. Ciò che manca è un’ampia domanda di bioeconomia da parte della popolazione poiché il capitalismo ha permeato ben quattro secoli di programmazione mentale e culturale in tutti gli ambiti della società: scuola, università e classe dirigente.

Dunque se da un lato ci sono evidenti segnali della nuova epoca bisogna ancora divulgare in maniera efficace i nuovi schemi, i nuovi paradigmi che sono persino descritti nel Benessere Equo e Sostenibile (BES) e questo consente di affrontare in maniera più agevole il piano della comunicazione efficace, poiché persino una piccola parte della classe dirigente ha riconosciuto ufficialmente l’importanza dei valori umani: salute, ambiente, istruzione, relazioni sociali, lavoro, etc.

L’opportunità più grande emerge proprio dagli abitanti delle città. Più della metà della popolazione mondiale vive nelle città, mentre in Europa circa il 72% della popolazione vive nelle aree urbane, e da li possiamo costruire una realtà sostenibile, conviviale e compatibile con le risorse limitate del pianeta. E’ proprio nelle città che esistono le maggiori opportunità poiché cambiando gli schemi mentali è possibile spostare flussi di energia per utilizzarli al meglio, dallo stoccaggio delle merci sovraprodotte alla realizzazione di quartieri e città auto sufficienti ma in rete, cioè in collegamento fra loro, sino alla rigenerazione urbana che crea nuovi posti di lavoro utili al bene comune. Se finora le città sono state pensate per soddisfare l’avidità e la crescita del nichilismo capitalista, adesso è possibile realizzare città fatte per gli esseri umani volte alla ricerca della felicità insita proprio nello sviluppo delle virtù ed il perseguimento del bene comune.

Da qualche tempo nel linguaggio mediatico si sente parlare di partiti post ideologici, nulla di più falso compare nel lessico mediatico per nascondere la verità di un società profondamente ideologica poiché forgia le proprie convinzioni sulle credenze e non sulla ricerca della verità, un’ideologia fondata proprio sull’idea del nulla, cioè sul nichilismo affinché il neoliberismo l’ideologia predominante all’interno delle istituzioni potesse essere libera di operare all’insaputa delle masse. Chi detiene le redini del controllo e del potere ha una visione ideologica molto precisa: vendere, vendere, vendere! Un’idea malsana volta alla distruzione dei valori umani a favore dell’avidità di pochi, un’idea che nell’Occidente ha avuto grande successo.  Finora ci sono riusciti benissimo poiché la forza e l’energia proviene proprio dalla maggioranza degli oppressi, una maggioranza incapace di immaginarsi un mondo migliore e lottare per cambiarlo.

Se da un lato esiste ancora questa generale immaturità politica dei cittadini, da un altro lato la recessione ha senza dubbio stimolato la creatività di piccoli imprenditori, artigiani e cittadini nell’inventarsi un’economia basata sull’uso razionale dell’energia, nonostante l’ostracismo di buona parte della classe dirigente, sia perché inadeguata e incapace, e sia perché in cattiva fede e prezzolata dai soliti speculatori, esiste una minoranza di cittadini che sta progettando il cambiamento e potrebbe diventare massa critica che genera il cambiamento sociale nel resta del territorio.

L’aspetto grottesco della recessione che investe il nostro Paese, è che sarebbe sufficiente sviluppare la capacità di osservare per comprendere che non esistono problemi per il nostro presente futuro. E’ sufficiente osservare che bisogna investire tempo e risorse nel conservare e migliorare parti delle nostre città, e del nostro territorio per tendere alla piena occupazione in mestieri utili e virtuosi. Nell’osservare siamo persino agevolati se leggiamo gli indicatori del Benessere Equo e Sostenibile (BES) poiché abbiamo un indirizzo ben costruito su dove investire. Spetta a noi cittadini migliorare le relazioni e aiutarci reciprocamente, spetta a noi cittadini sviluppare la capacità ed il desiderio di prenderci cura di noi stessi e delle nostre città. Possiamo continuare a speculare nel solco dell’attuale paradigma verso l’imminente auto distruzione, o possiamo decidere di cooperare.

Per secoli abbiamo lasciato che il capitalismo fosse la religione guida delle nostre decisioni, credo sia bastato, è chiaro le leggi della natura non sono compatibili con la nostra invenzione di finanza, basti osservare le regole di vita delle altre specie viventi, esse prosperano senza l’ausilio delle istituzioni politiche e dell’economia inventata dall’uomo. I paradigmi dell’attuale società implodono su stessi poiché l’economia del debito è in conflitto aperto con la democrazia e la libertà degli individui. La maggioranza degli individui non arriva al cambio dei paradigmi culturali attraverso un percorso di conoscenza e consapevolezza, ma dalla perdita del posto di schiavitù chiamato lavoro, e da quelle “certezze” che la religione capitalista ha lasciato credere vere affinché nel corso dei decenni si sviluppasse l’attuale società apatica ed egoista che conosciamo. Il livello di programmazione mentale è stato talmente efficace nei confronti della maggioranza degli abitanti, che nonostante gli alti tassi di disoccupazione suggeriscono preoccupazione poiché potrebbe insorgere un conflitto civile da un momento ad un altro, nulla si muove, nulla accade.

E’ auspicabile credere che quella minoranza di cittadini consapevoli che stanno costruendo realtà economiche alternative, così come in piccola scala sta già accadendo, possano contaminare chi viene colpito ingiustamente dalla recessione. Persino una minoranza della classe dirigente sta progettando e realizzando questa transizione economica ispirandosi ai principi di bioeconomia. CRESME, “Riuso03, Riqualificazione batte nuovo 115 mld di euro a 51″ 24 febbraio 2014; Istituto Nazionale di Urbanistica (INU), “Uscire dalla crisi, le risorse la rigenerazione delle città e dei territori“, 7 marzo 2014; La Repubblica on-line, “Il biologico contro la crisi, volano i consumi“, 14 aprile 2014; MiniAmbiente&CONAI, “Crescita e occupazione nel settore del riciclo dei rifiuti urbani“, luglio 2014;  Cillis, “Crollano ancora i consumi, ma è boom dei prodotti bio“, 12 settembre 2014; R.Calabrese, “Architetti, costruttori e sindacati: ‘si riparta dall’efficienza energetica” 17 settembre 2014.

Un esempio di coraggio e di lungimirante nuova visione politica è stato il piccolo Comune di Torraca (SA), la prima city led al mondo facente parte del più grande geoparco d’Europa. Il punto di partenza è che la qualità della vita ed capitalismo finanziario sono in aperto conflitto, l’ideologia della crescita è il mito che sostituisce la società umana con le schiavitù organizzate irreggimentate nell’industria. La scandalosa percentuale di disoccupazione giovanile se da un lato è un dramma, essa rappresenta la speranza, poiché si tratta di persone non schiavizzate in lavori inutili, che possono organizzarsi in attività virtuose come lo studio e la ricerca di impieghi utili al territorio, sia osservando le risorse naturali a disposizione della comunità, e sia proponendo forme di partecipazione attiva, incontri, dibattiti, occupandosi di conservazione del patrimonio, agricoltura naturale, energie rinnovabili etc. Spetta a noi cambiare il modo di pensare e stimolare uno stile di vita compatibile con la natura e gli ecosistemi, spetta a noi riscoprire l’importanza delle relazioni sociali e la qualità del vivere in comunità cittadine organizzate per la vita umana e non per i consumi compulsivi. Nelle città che stanno avendo taluni miglioramenti spesso i processi nascono da iniziative dal basso, da piccoli gruppi di cittadini che stimolano la nascita di processi democratici e creativi volti all’analisi e lo studio delle percezioni soggettive delle città. Cooperative e amministrazioni organizzano e progettano i servizi partendo dai suggerimenti forniti proprio dai cittadini rispetto alle loro percezioni, e questi processi generano modelli di vita conformi alle priorità emerse, e spesso nascono nuovi impieghi rispetto ai bisogni reali degli abitanti. In questo modo il cambiamento sociale della città emerge dai cittadini, e non esiste ostacolo a tale processo poiché l’iniziativa privata è libera, anzi, spesso gli amministratori si adeguano alle istanze dal basso poiché consapevoli di dipendere dal giudizio politico degli elettori. Spesso i conflitti insorgono da decisioni calate dall’alto, i conflitti sono meno frequenti per le decisioni emerse dal basso. Il futuro è un pezzo di carta bianco, cambiando i paradigmi culturali di una società malata possiamo disegnare un futuro sostenibile.

Immagine città 4set2014

Salerno, zona orientale. Immagine della città dei cittadini costruita col metodo di Kevin Lych. Laboratorio di “pianificazione partecipata” a cura di MDF Salerno

Metti un pubblicitario al Governo è ottieni un linguaggio composto da slogan, gag, battute, ottieni un linguaggio privo di contenuti e privo di verità. Non si tratta solo di come Matteo Renzi si esprime, ma si tratta del linguaggio politico contemporaneo di tutti i politici che smanettano su internet, divulgano opinioni poco colte; si tratta di politici che scimmiottano la società per entrare in empatia con l’uomo qualunque. La società liquida costruita nel corso dei decenni, ideata proprio dal mondo della pubblicità, è una società nichilista e apatica che esprime giustamente il “meglio” del mondo politico creato dalla televisione, dalle serie televisive e dall’immaginario politico costruito dalle SpA che controllano il mondo mediatico, e che hanno inventato l’attuale linguaggio dei politici. Sono diversi decenni che la scuola non è più il luogo ove si formano cittadini, non è più la scuola a creare il linguaggio dei cittadini. Oggi c’è un’arma distruttiva dell’essere umano ancora più efficace: twitter di natura orwelliana, come sarà stato già detto da molti altri. Come direbbe Socrate questa società costruisce la sua realtà basandosi sulle opinioni e non sulla ricerca della verità. Le opinioni politiche espresse su facebook e twitter sono le verità dei politici che rimbalzando nei media diventano la neolingua che scrive nelle menti dei cittadini apatici e nichilisti. Se i cittadini si rifiutassero di seguire questi slogan, e come insegna Socrate andassero alla ricerca della verità tutto il teatro politico si scioglierebbe come neve al Sole.

E’ così il premier italiano, Matteo Renzi, crede che la ricetta giusta per l’Italia sia la crescita mentre la decrescita felice sia la strada sbagliata, opinione del tutto legittima, ma espressa a suo modo con battute e slogan poiché così ci si esprime nelle pubblicità. Se bisogna vendere questo prodotto adotto un linguaggio efficace, per stimolare l’interesse di chi vuole comprare. Secondo Renzi «l’Italia ha interrotto la caduta, ma non basta. L’obiettivo è tornare a crescere” e le riforme sono “lo strumento per farlo», affermazioni di un premier che non ha la visione giusta per aiutare il popolo. Si può non condividere la filosofia politica della bioeconomia dai cui nasce la decrescita, che suggerisce semplicemente di non basare le scelte politiche sull’andamento del PIL, e quindi la decrescita selettiva del PIL stesso, cioè ridurre e cancellare il consumo di merci inutili; si può non condividere, ma non si può far credere che la proposta della decrescita non aiuti l’operaio e l’imprenditore, soprattutto quando nella realtà è vero il contrario, e cioè grazie all’applicazione delle tecnologie della decrescita felice sorge nuova occupazione. Le uniche imprese italiane che non hanno delocalizzato e stanno conservando un proprio mercato sono proprio quelle che hanno impiegato piani e programmi nell’artigianato di qualità e la comunicazione del prodotto biologico, imprese che usano le energie alternative, imprese che investono nel riuso e nella rigenerazione urbana sostenibile. Inoltre esistono tutta una serie di cooperative agricole che stanno crescendo grazie all’agricoltura naturale (non più agri industria) e l’impiego delle fonti alternative per realizzare fattorie auto sufficienti. Tutto questo mondo che non dipende dall’economia degli idrocarburi fa decrescere selettivamente il PIL (eliminazione degli sprechi energetici), ma immette nel mercato merci di qualità. CRESME, “Riuso03, Riqualificazione batte nuovo 115 mld di euro a 51″ 24 febbraio 2014; Istituto Nazionale di Urbanistica (INU), “Uscire dalla crisi, le risorse la rigenerazione delle città e dei territori“, 7 marzo 2014; La Repubblica on-line, “Il biologico contro la crisi, volano i consumi“, 14 aprile 2014; MiniAmbiente&CONAI, “Crescita e occupazione nel settore del riciclo dei rifiuti urbani“, luglio 2014;  Cillis, “Crollano ancora i consumi, ma è boom dei prodotti bio“, 12 settembre 2014; R.Calabrese, “Architetti, costruttori e sindacati: ‘si riparta dall’efficienza energetica” 17 settembre 2014.

L’indicatore economico del PIL – la crescita – non misura affatto la qualità della vita, non ci dice se la vita sia migliore o peggiore, e questo aspetto per un politico dovrebbe essere un concetto elementare e determinante poiché il politico dovrebbe occuparsi soprattutto delle ricadute positive o negative delle sue scelte nei confronti dei cittadini e preoccuparsi del loro benessere. Addirittura il PIL – la crescita – poiché è un mero indicatore quantitativo misura anche le cose che peggiorano la vita, cioè sostenendo il consumo di determinati servizi e merci possiamo far aumentare il PIL e distruggere la vita umana. Il PIL – la crescita – misura tutto tranne il benessere dei cittadini, lo spiegò pubblicamente Bob Kennedy nel 1968, oggi siamo nel 2014 e Renzi fa battute contro la decrescita a favore della crescita del PIL. Sempre i fratelli Kennedy già negli anni ’60 svelarono al grande pubblico, grazie ai consigli del loro consigliere economico John Kenneth Galbraith, come fosse importante far crescere la qualità della vita e non il PIL degli USA.

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Wuppertal Institut, Per un futuro equo, Feltrinelli, 2007, pag. 165

Poiché la decrescita si occupa di far ridurre selettivamente il PIL, cioè riducendo e cancellando il consumo di servizi e merci che distruggono ecosistemi e vita umana, la decrescita è semplicemente la risposta giusta alla recessione innescata dal sistema capitalistico auto imploso su stesso grazie al servizio del debito, ormai insostenibile. La decrescita felice non solo suggerisce cosa non consumare poiché inutile e dannoso, ma sposta energie, ricerca e innovazioni verso nuovi modelli sociali, di comunità e di consumo generando nuova occupazione e di qualità proprio grazie alle innovazioni tecnologiche. Un esempio clamoroso è nel settore delle energie rinnovabili ove imprese e settori industriali riescono a conservare un proprio mercato grazie all’uso razionale delle risorse, e questo ha consentito al settore edile di conservare posti di lavoro e/o aumentare il proprio indotto grazie alla domanda di un uso delle risorse più responsabile ed efficiente impiegando un mix tecnologico delle fonti energetiche alternative. La direttiva europea 2012/27/UE prefigge un piano di decrescita energetica per ridurre la dipendenza dagli idrocarburi e aumentare l’impiego delle fonti alternative. «L’efficienza energetica costituisce un valido strumento per affrontare tali sfide. Essa migliora la sicurezza di approvvigionamento dell’Unione, riducendo il consumo di energia primaria e diminuendo le importazioni di energia». In sostanza la decrescita felice è presente persino in direttive europee.

Oggi i progettisti hanno a disposizione dispositivi in grado di effettuare una diagnostica completa circa gli sprechi energetici, e questo consente di avviare più facilmente «un’innovazione che comporta una radicale trasformazione dei principi su cui si fondano le prime tre grandi rivoluzioni industriali e il passaggio a una quarta fase, equiparata da alcuni ad un periodo di envelopment (decrescita), per distinguerla dalle tradizionali forme di development, ossia sviluppo. Lungi dall’essere un vano appello a sovvertire il corso dell’evoluzione fin qui storicamente data, l’envelopment è l’arte della decrescita creativa, e consiste nel prendere di mira, smantellare, e quindi eliminare, i mali più debilitanti del progresso, per garantire una maggiore sicurezza e autonomia a metropoli, città, paesi e insediamenti urbani e aree antropizzate in tutto il mondo» (Droege, La città rinnovabile, 2008, pag. 32).

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Lavagna, Life Cycle Assessment in edilizia, Hoepli, 2008, pag. 62

Altro esempio è l’indotto del riciclo totale delle materie prime seconde denominate rifiuti, ed in fine il cibo auto prodotto e le reti cittadine dei gruppi di acquisto solidale, tutto ciò fa ridurre il PIL – la crescita – ma migliora la qualità di vita degli abitanti.

Sono stati proprio i neoliberisti del PD (la famigerata “terza via” di Clinton & Blair) che hanno creato crisi e recessione poiché hanno investito nell’ideologia della crescita. E’ la crescita che sta distruggendo ecosistemi e posti di lavoro. «Dal 1960 al 1998 in Italia il prodotto interno lordo a prezzi costanti si è più che triplicato, passando da 423.828 a 1.416.055 miliardi di lire (valori a prezzi 1990), la popolazione è cresciuta da 48.967.000 a 57.040.000 abitanti, con un incremento del 16,5 per cento, ma il numero degli occupati è rimasto costantemente intorno ai 20 milioni (erano 20.330.000 nel 1960 e 20.435.000 nel 1998). Una crescita così rilevante non solo non ha fatto crescere l’occupazione in valori assoluti, ma l’ha fatta diminuire in percentuale, dal 41,5 al 35,8 per cento della popolazione» (Pallante, 2010). «Quasi 800.000 posti di lavoro persi, 14.200 imprese edili fallite dal 2007 e un calo degli investimenti di 58 miliardi in 7 anni» (ANCE, Osservatorio congiunturale sull’industria delle costruzioni, 8 luglio 2014). E’ stata proprio la ricetta della crescita auspicata da Renzi a creare disoccupazione nell’edilizia. «Il Patto di stabilità interno, continua a penalizzare gli investimenti in opere pubbliche più utili al territorio come quelli per la difesa del suolo, per gli edifici scolastici e per la funzionalità della città» (ANCE, Osservatorio congiunturale sull’industria delle costruzioni, 8 luglio 2014, pag. 10). E’ l’ideologia della crescita che in Italia ha inventato gli aiuti statali agli inceneritori di rifiuti (decreto Bersani ’92) per sostenere un’industria insalubre di prima categoria, mentre il mondo della medicina informava dell’aumento del rischio sanitario generato proprio dagli inceneritori. E’ l’ideologia della crescita che punta alle trivellazioni per cercare nuovi idrocarburi, già nel 2010 un’inchiesta di Luigi Carletti evidenziò il desiderio del Governo di dare nuove concessioni per trivellare l’Italia. E’ l’ideologia della crescita che favorisce accordi commerciali sovranazionali contro il Made in Italy e contro la sovranità alimentare. Il sistema dell’UE è costruito secondo l’ipotesi della crescita continua, e non possiede strumenti correttivi per affrontare periodi di deflazione, così che la depressione economica ha innescato una generalizzata perdita del potere di acquisto dei lavoratori salariati con la conseguente riduzione della domanda interna, e l’impoverimento dei ceti medi e meno abbienti. Questo problema è noto persino nel PD ove la corrente Fassina intende apporre cambiamenti, ma il PD non è un partito di sinistra e la linea Renzi è maggioranza. La recente nomina della nuova Commissione europea dimostra che gli interessi dei Paesi periferici non saranno soddisfatti, e pertanto non ci sarà una riduzione delle diseguaglianze e tanto meno un riconoscimento degli errori marchiani dell’immorale e stupido sistema dell’euro zona.

Nonostante il tema del governo del territorio, ossia dell’urbanistica, sia ampiamente conosciuto e riconosciuto, studiato, e approfondito nell’ambito accademico e professionale, e nonostante sia noto e sia riconosciuto in tali ambienti il fatto che governare il territorio significa determinare la propria ricchezza, nel senso più ampio del termine, non solo materiale, ma anche culturale e spirituale, nonostante tutto ciò, assistiamo alla presentazione di un decreto immaturo e anacronistico rispetto al contesto della depressione economica nazionale generata da un paradigma culturale del tutto obsoleto. «L’urbanistica viene già individuata come una tecnica della prassi politica», per rimanere ancorati alla legge germanica del 1875 e dirla alla Manfredo Tafuri, e quindi con tutte le conseguenze del caso, noti i conflitti che l’urbanistica genera quando l’interesse generale viene sostituito dalla religione neoliberista. La proposta di nuova legge urbanistica nazionale del Governo nasce da un impianto culturale vecchio ed obsoleto, non affronta in maniera compiuta le esigenze degli abitanti e la complessità della questione urbana determinata da vecchi vizi: rendita e conflitto fra poteri, politica e istituzioni. Mentre da decenni altri Paesi investono in programmi adeguati, sperimentando ed innovando (Vauban a Friburgo, BedZED a Londra, Solar city a Linz, Hammarby Sjöstad a Stoccolma, eco-viikki ad Helsinki, Loretto e Mühlen a Tubinga, Jonction a Ginevra, Bullinger a Zurigo, Ecoparc a Neuchâtel), il mondo dei nostri dipendenti politici va in direzioni sbagliate, oppure è del tutto inerte alle esigenze degli abitanti che vivono nelle città ed è del tutto inerte di fronte alle opportunità di nuovi modelli decisionali dal basso. Spesso si è preferito la strada dei grandi appalti e dei grandi eventi, e spesso dietro questi appalti ed eventi si celava il noto e solito malcostume di politici e imprenditori. Nella sostanza la società civile con le proprie capacità creative ed i suoi bisogni si trovano su di un piano, mentre i dipendenti eletti vivono sul piano ideologico che rappresenta un’élite ristretta, ma non rappresentativa dei problemi veri della società.

Non si ha il coraggio di ripristinare il valore del disegno urbano restituendo dignità alla creazione culturale del piano che “organizza” la città nella sua interezza, uscendo dalla deriva politicizzata dei piani dei Sindaci declinati in interventi puntuali ed elettoralistici. Non si ha il coraggio di affrontare il problema della rendita ed il “regime dei suoli” (l’esperienza dell’ex Ministro Sullo fu significativa), non si ha il coraggio di definire un uso razionale delle risorse, e non si ha il coraggio di proporre una nuova visione culturale partendo dalla resilienza e dalla bioeconomia rispettando l’articolo 9 della Costituzione, sia per pianificare correttamente gli ambienti urbani già costruiti, e sia per conservare l’immenso patrimonio storico, architettonico e archeologico italiano.

Un’osservazione non di poco conto è la constatazione che da diversi anni il Parlamento, che ha il potere legislativo, abdica sistematicamente al proprio ruolo costituzionale lasciando che siano i decreti governativi a far nascere il “dibattito” parlamentare su temi vitali per la Nazione. Tale anomalia si ripercuote in maniera negativa sulla qualità democratica delle decisioni poiché le forze politiche, elette e pagate dai cittadini per legiferare, rinunciano al proprio diritto dovere, e troppe volte i decreti governativi diventano legge grazie al “voto di fiducia” sostenuto dalle maggioranze di turno. In tale maniera viene mortificato anche il diritto costituzionale delle minoranze di turno che intendono apporre emendamenti per migliorare le singole proposte. Sono diversi anni che le maggioranze parlamentari violano il principio di separazione dei poteri.

howard3bEntrando nel merito: I temi della “ricostruzione, recupero e riqualificazione” nascono come risposta alle cattive condizioni igieniche ed ambientali prodotte dalla rivoluzione industriale del XIX secolo. Dal secondo dopo guerra (D.L. 145/1945) nascono i piani di ricostruzione per far ripartire il Paese che diedero vita al famoso boom economico. In Inghilterra si cominciò sin dal 1938 (Green Belt Act), poi gli USA nel 1958 con il Federal Urban Renewal programm. Questi programmi politici furono influenzati dalle teorie utopiste dell’Ottocento ove si progettavano città nuove e sostenibili: garden city, city beautiful, etc. che ambivano a sviluppare una sensibilità ecologista. Una sensibilità che non fu accettata dai politici italiani piegati agli interessi delle lobbies della speculazione edilizia che mercifica i suoli. Negli anni ’60 l’esperienza di Fiorentino Sullo dimostra tutta la cattiva fede dell’ambiente politico, poiché la sua proposta attaccava la rendita attraverso l’introduzione dell’esproprio generalizzato dei suoli, tant’è che se fosse stata introdotta quella norma molti costruttori non avrebbero potuto distruggere e speculare contro gli ecosistemi e contro il diritto alla casa.

In Italia con la legge 457/1978 si avviarono i piani di recupero individuando le “zone di recupero” ed i “piani per il recupero del patrimonio edilizio esistente”. Negli anni ’90 c’è stata l’esperienza dei “programmi complessi” circa il governo del territorio che ha avuto le sue esperienze sul tema della “riqualificazione urbanistica”.

Il paradigma culturale che ha guidato la ricostruzione delle nostre città prima, e l’espansione urbana dopo, è stato quello del consumismo più sfrenato e la progressiva crescita del nichilismo, e tutt’oggi rimane il paradigma predominante di buona parte degli amministratori pubblici, nonostante la proposta dell’UrBES.

La proposta del Governo ambisce a sostituire la legge urbanistica nazionale, e non c’è alcun dubbio che l’intenzione sia fondata e meritevole, ma la proposta non scalfisce minimamente i problemi del governo del territorio condizionati dall’apatia e dal nichilismo dei cittadini, dalla corruzione, dalla rendita, dalla finanza e dall’obsoleto paradigma culturale della crescita infinita.

Fra le finalità del decreto (art. 1) esiste anche l’insano principio di concorrenza totalmente avverso ad uno dei principi della progettazione sostenibile: l’olismo. In tal modo il decreto avvalora ancor più la distruttiva consuetudine di mercificazione del territorio e dei beni immobili, tutto ciò che finora ha contribuito a distruggere gli ecosistemi e l’identità delle città. Aberrazione feudale: il comma 4 del decreto introduce un potere di mercato incostituzionale affidando ai proprietari degli immobili, non allo Stato e non ai cittadini, il diritto di iniziativa, in tal senso si torna indietro di molti secoli e si suggerisce di conformare una vecchia consuetudine scorretta che consiste nell’accorpare proprietà immobiliari prima dei cambi di destinazione d’uso. E’ con questo sistema che sin dagli anni ’50 in poi si sono create le rendite di posizione, le speculazioni, e si sono pianificati interi quartieri ghetto. Con questo principio feudale le rendite di posizione sono legittimate nel perseguire la propria avidità. Sicuramente il principio del coordinamento fra Enti istituzionali (art. 5 del decreto) aiuta la condivisione di valori e obiettivi strategici territoriali individuati in una Direttiva Quadro Territoriale (QDT), e tale approccio può essere utile per correggere elementi negativi emersi delle leggi regionali, così come cogliere elementi positivi emersi dalle stesse Regioni al fine di ridistribuire conoscenze e pratiche virtuose su tutto il territorio nazionale per tendere ad una maggiore coerenza costituzionale rispetto all’articolo 9 della Carta. Un’altra indicazione corretta è senza dubbio il riconoscimento di ambiti territoriali unitari che possono produrre piani adeguati ai Comuni ricadenti negli stessi ambiti. L’art. 6 sostituisce il DM 1444/68 che individuò lo zoning e la soglia minima attraverso lo standard ab/mq, mc/mq, e se da un lato l’art.6 annuncia lo standard di qualità, è del tutto pericoloso cancellare gli standard quantitativi ed il concetto di limite inderogabile poiché si apre l’opportunità a pianificazioni speculative, anche se di fatto già esistono pratiche speculative generate da conflitti di interesse e rendita. Cancellando il concetto di standard minimo si apre il rischio concreto che i Comuni, cioè lo Stato, non siano più obbligati a garantire servizi minimi quantitativi, e così che gli standard possono essere individuati in maniera soggettiva da ogni Comune rispetto alle esigue risorse che lo Stato centrale fornisce loro, ed inoltre gli amministratori spinti dall’obbligo di pareggiare il bilancio saranno legittimati a tagliare servizi e/o affidare i servizi ai privati secondo il principio di concorrenza con l’evidente conseguenza di escludere classi sociali dallo loro fruizione. Uno scenario inquietante: finora i Comuni erano costretti o ad espropriare o scambiare suoli con gli interessi privati per progettare i servizi minimi misurati con criteri oggettivi (ab/mq). Una volta eliminata questa misura minima (ab/mq) e sostituita con criteri soggettivi (un’opinione) accadrà che i privati potranno cancellare dai bilanci anche questa spesa “inutile”. Quando le Regioni avranno legiferato le proprie norme urbanistiche interpretando l’art. 7 nella direzione neoliberista, accadrà che i Comuni potranno deliberare piani col principio di “concorrenza” e “flessibilità”, il che potrebbe significare contraddire i principi ed i diritti dello Stato sociale previsti dalla Costituzione. L’art. 8 intende illusoriamente affrontare il tema della disparità di trattamento dei suoli (principio di indifferenza dei proprietari) innescato dal mercato delle aree edificabili. Il legislatore ed i Governi italiani preferiscono continuare ad ignorare le buone pratiche di alcuni paesi nordici, che hanno dimostrato l’efficacia di una corretta pianificazione e gestione pubblica attraverso il diritto di superficie che non cancella la proprietà privata degli alloggi, e consente all’Ente pubblico di perseguire una razionale organizzazione delle abitazioni con i servizi raggiungendo l’obiettivo dell’interesse generale.

Il decreto è costruito su convenzionali impianti culturali e tecnici di ordinaria amministrazione, dalla “trasferibilità e commercializzazione dei diritti edificatori” (art.10, 11 e 12) alle «politiche di rinnovo urbano per la rifunzionalizzazione, valorizzazione e recupero del patrimonio e del tessuto esistente, delle periferie, delle aree dismesse e per il ripristino ambientale e paesaggistico delle aree degradate» (art.16). Secondo il decreto il «rinnovo urbano si attua per mezzo della conservazione, della ristrutturazione edilizia, della demolizione, della ricostruzione di edifici e la ristrutturazione urbanistica, di porzioni di città, e di insediamenti produttivi ed è realizzato attraverso un insieme organico e coordinato di operazioni, finalizzate all’innalzamento complessivo della qualità urbana e dell’abitare, alla valorizzazione, alla rigenerazione del tessuto economico sociale e produttivo, nel rispetto delle dotazioni territoriali essenziali di cui all’art. 6, secondo principi di sostenibilità economica sociale e ambientale», questi sono i passaggi più “significativi” del decreto. L’art. 17 prevede strumenti coattivi ed inutili per raggiungere l’obiettivo politico soggettivo del “rinnovo urbano”, e tale processo può innescare dannosi processi di gentrificazione sorti nei paesi anglosassoni attraverso deregolamentazioni e privatizzazioni degli interessi urbanistici e già accaduti anche in Italia. Il decreto anziché copiare ed introdurre modelli partecipativi dal basso preferisce strumenti autoritari e conflittuali. Nell’art. 16 (commi 8,9 e 10) si prefigurano anche le procedure che possono produrre gentrificazione adottando i tradizionali processi amministrativi, per nulla maturi ed idonei a gestire obiettivi che prevedono “abbattimenti e ricostruzioni di porzioni di città”, ignorando completamente le esperienze virtuose dei bilanci participi sorti a Porto Alegre già nel 1989. Il comma 7 dell’art. 16 prevede persino operazioni di rinnovo urbano realizzate in assenza di piano operativo previo accordo urbanistico fra Comune e privati. Tradotto in termini etico sociali si apre alla prospettiva antitetica del concetto generale ed elementare di pianificazione, si legalizza un’idea malsana di organizzare il territorio secondo cui chi dispone delle risorse può trasformare il territorio a suo piacimento e godimento, e pertanto si normalizza la consuetudine già esistente di presentare progetti speculativi avulsi dal contesto e dall’identità dei luoghi col risparmio netto sulla tangente da parte del corruttore.

In sostanza il decreto riprende principi di recupero del patrimonio edilizio esistente e rilancia una politica sull’edilizia popolare oggi chiamata sociale (art. 18 e 19), ma non c’è alcun elemento culturale innovativo. Non bisogna neanche dimenticare che a fronte di tale proposta la volontà concreta nel perseguire il recupero urbano si trova nella politica economica di Governo e Parlamento, ed è noto che queste maggioranze politiche si rifiutano di adottare il principio fiat money e ripensare l’obsoleto sistema bancario e fiscale dell’UE (patto di stabilità e crescita interno). Ad esempio, se confrontiamo Italia e Inghilterra notiamo che entrambi i paesi all’inizio del secolo novecento controllavano la propria moneta e la banca centrale (politiche autarchiche); ed entrambi i paesi investirono in politiche per costruire nuove città (con caratteri culturali diversi). L’Inghilterra costruì città secondo il modello delle garden city ed in misura minore accade anche in Italia, ma il fascismo eresse l’urbanistica a tecnica per imporre la propria ideologia, da un lato facendo danni nei centri storici e dall’altro costruendo nuove città (fra il 1890 e il 1900 accade anche negli USA il potere politico impose la proprie ideologia, ma essi imposero il modello city beautiful). Dopo la seconda guerra mondiale l’Italia perse la propria sovranità, ed oggi paghiamo ancora il danno politico di quella sconfitta. Dopo 71 anni è evidente a chiunque il profondo cambiamento della società. Nel 1978 in Inghilterra fu elaborato un “libro bianco” denominato Policy for the Inner city, con soldi pubblici, per promuovere politiche di “rigenerazione urbana”. Pochi anni dopo ci fu la svolta neoliberista, e la rigenerazione fu investita dagli interessi privati diminuendo/cancellando gli investimenti pubblici e causando fenomeni di gentrificazione. Dopo anni di politiche pubbliche (il prestito del piano Marshall), anche in Italia si avviarono progetti pubblici/privati con i “problemi complessi” durante gli anni ’90, ma a differenza dell’Inghilterra, senza una banca pubblica che fa gli interessi dello Stato è impossibile investire in politiche industriali di pubblica utilità (dal 1981 il Governo Forlani avviò il percorso di privatizzazione di Banca d’Italia). Dal 1948 al 1971 (fine del gold standard) la lira ebbe un comportamento simile al “cambio costante” col dollaro, e la Repubblica generò il boom economico. Dopo il 1971 cominciarono le politiche inflazionistiche e quando poi si avviò il progetto SME (oggi l’euro), i Governi italiani smisero di produrre politiche industriali nazionali abbracciando l’ideologia globalista e favorendo indirettamente e/o direttamente la crescita della Germania a danno dei cittadini che pagano le tasse. La stessa analisi che mette in luce l’importanza della sovranità monetaria e l’autonomia politica di scegliersi una politica industriale, può essere svolta leggendo le politiche promosse negli USA a favore delle città grazie all’influenza del Congresso verso la FED; ed ugualmente accade in Cina che investe in politiche urbane grazie all’energia della sovranità monetaria; un potere che non hanno i Paesi aderenti all’euro zona condizionati da interessi contrastanti interni (incapacità culturali dei propri Governi e indicatori obsoleti), ed esterni (debito estero, borse telematiche e agenzie di rating). Se l’Italia intende rilanciare le politiche urbane, così sembra attraverso il CIPU (Walter Vitali, Strategia europea 2020 e Agenda urbana nazionale), può farlo in maniera efficace e seria riformando profondamente l’UE cambiandone i paradigmi culturali (uscendo dall’economia del debito), oppure uscendo dal sistema dell’euro zona, poiché l’ideologia neoliberista e l’austerità (fiscal compact) dell’UE danneggiano anche il mondo delle costruzioni: “il Patto di stabilità interno, continua a penalizzare gli investimenti in opere pubbliche più utili al territorio come quelli per la difesa del suolo, per gli edifici scolastici e per la funzionalità della città” (ANCE, Osservatorio congiunturale sull’industria delle costruzioni, 8 luglio 2014, pag.10).

Sul profilo del “rinnovo urbano” l’impianto è condivisibile, ma il decreto che intende far ripartire le costruzioni sembra nascere dallo stesso piano ideologico che le ha fatte crollare: la crescita non finalizzata all’utilità sociale e al bene comune poiché non si coglie alcuna intenzione di uscire dalla speculazione edilizia. Non c’è alcun riferimento a cambiare la fiscalità locale per evitare che i Consigli comunali, pur di fare cassa e perseguire l’obbligo del pareggio di bilancio, rinuncino a mercificare nuovi suoli agricoli. Non c’è alcun riferimento alla resilienza urbana, nessun riferimento alla naturale connessione fra urbanistica ed energia, nessun riferimento all’introduzione di tecniche per il recupero del plusvalore fondiario, e nessun riferimento all’avvio di processi partecipativi popolari.

Sicuramente la pubblicazione del decreto può far nascere e sviluppare un dibattito su un tema fondamentale per l’economia e la qualità di vita degli abitanti della Nazione, e sicuramente il mondo accademico e professionale italiano ha le capacità per migliorare il testo e suggerire al legislatore integrazioni e modifiche per innovare l’indirizzo culturale del decreto. Gli addetti ai lavori sanno come “aggiustare” le città: Istituto Nazionale di Urbanistica, Uscire dalla crisi, le risorse per la rigenerazione delle città e dei territori. Il dubbio legittimo è che Governo e legislatore non abbiano alcun interesse nell’ascoltare le legittime proposte di urbanisti che sanno come governare eticamente il territorio, basti ricordare la storia delle proposta di Fiorentino Sullo.

Priorità:

  • E’ necessario un processo di riordino, di armonizzazione e di semplificazione di tutte le leggi che condizionano e determinano il governo del territorio affinché sia chiaro a progettisti e pubblica amministrazione come applicare l’articolo 9 della Costituzione e sviluppare nuovi piani che rigenerano gli ambienti costruiti secondo i principi della sostenibilità forte.
  • Riscrivere la legislazione sugli appalti pubblici con grande attenzione all’etica e alla trasparenza.
  • Sconfiggere la rendita di posizione attraverso tecniche di recupero del plusvalore fondiario.
  • Avviare processi di partecipazione popolare per il governo del territorio e ricostruzione delle comunità attraverso esperienze di co-gestione fra Enti pubblici e cittadini (democrazia economica con l’azionariato diffuso popolare).
  • Sviluppare la resilienza urbana e territoriale.
  • Gestione dei processi  attraverso l’aggiornamento culturale di dirigenti e funzionari pubblici, e liberi professionisti, al fine di garantire la realizzazione delle trasformazioni in tempi ragionevoli, e gestire i servizi realizzati nel rispetto della tutela delle risorse finite, applicando la trasparenza e la partecipazione popolare.
  • Valutazione dei progetti aggiornando i criteri estimativi distinguendo beni e merci nel solco della bioeconomia, dando priorità alla convenienza ecologica dei progetti, affinché il territorio non sia più gestito come una merce, e siano individuati beni da sottrarre alle logiche mercantili.

Considerata l’inadeguatezza della classe politica, è necessario che i cittadini ispirati dalla valida esperienza culturale e imprenditoriale di Andriano Olivetti capiscano di dover fare a meno di certe categorie di individui inutili e dannosi allo sviluppo umano. Ricostruendo le comunità, cittadini possono auto governarsi e proporre le dovute modifiche ai piani comunali copiando le migliori pratiche ed esperienze già svolte nel resto del mondo (Vauban a Friburgo, BedZED a Londra, Solar city a Linz, Hammarby Sjöstad a Stoccolma, eco-viikki ad Helsinki, Loretto e Mühlen a Tubinga, Jonction a Ginevra, Bullinger a Zurigo, Ecoparc a Neuchâtel). I cittadini hanno, la forza e l’energia, se lo desiderano e se si appropriano con consapevolezza, responsabilità e maturità del governo del territorio, hanno il diritto, hanno gli strumenti giuridici (cooperative di comunità), ed hanno l’opportunità di pianificare comunità sostenibili attraverso la scelta di urbanisti dotati di certe sensibilità che attraverso l’approccio adeguato possono promuovere rigenerazioni dei tessuti edilizi con un adeguato disegno della morfologia urbana. I cittadini possono sfruttare gli enormi vantaggi delle odierne tecnologie con l’impiego di un mix tecnologico delle fonti energetiche alternative. Altre comunità nel mondo lo stanno facendo da tanti anni migliorando la propria esistenza verso un’evoluzione della specie umana. L’urbanistica e l’architettura rimangano comunque arti e mestieri testimoni delle capacità umane, siano essi segni che mostrano una regressione (le città nichiliste del consumo e dello spreco) o dell’evoluzione umana (le città della cultura e della tutela ambientale).

Urbanistica e cittadini

La disciplina urbanistica è una materia sociale influenzata da diverse componenti e nonostante quella del disegno urbano sia la più importante non è la determinante ai fini delle scelte definitive relative all’organizzazione territoriale e le destinazioni d’uso dei suoli. Esiste una certa consuetudine politica nel ricercare bravi urbanisti a cui affidare incarichi di progettazione, e manipolare successivamente le norme tecniche dei piani per assecondare i bisogni privati di alcuni individui, con la conseguenza negativa di modificare le previsioni e gli obiettivi del piano urbanistico stesso. Esiste anche la pratica di approvare piani con previsioni deliberatamente errate al fine di alimentare entrate per la spesa corrente degli Enti pubblici e sperare in un mercato immobiliare, ma tali decisioni frutto solo dell’avidità e non di studi consapevoli, servono solo a distruggere le risorse limitate. Questa consuetudine politica ci insegna che nel campo dell’urbanistica il disegno della città ed il relativo dimensionamento vengono sempre condizionati da beceri interessi privati, e dalle discipline economico finanziarie e giuridiche che a loro volta influenzano le decisioni politiche locali, spesso a danno della collettività e dell’interesse generale. Quando i decisori politici abbiano saputo conservare una propria autonomia e/o in assenza di pressioni particolari è accaduto che le città sono state pianificate correttamente conservando la coerenza previsionale dei piani stessi, e quindi gli abitanti hanno potuto godere dei vantaggi di una corretta pianificazione urbanistica, cioè una maggiore qualità della vita.

Questa breve premessa accenna ad un problema che dura sin dall’inizio dell’urbanistica moderna poiché attraverso le discipline giuridiche e finanziarie decisori politici e lobbies locali non rispettose dell’interesse generale hanno saputo e potuto agire secondo il proprio tornaconto. La storia e la letteratura urbanistica insegnano che soluzioni pratiche esistono, ma per avere sagge soluzioni e durature per tutti bisogna modificare il regime giuridico costituzionale del governo del territorio e della proprietà. Ad esempio, è ampiamente noto che in alcuni paesi europei i Comuni hanno potuto conservare la proprietà pubblica dei suoli dandone in concessione d’uso il diritto di superficie, mentre in altri paesi come Italia, all’inizio del novecento, prevalse l’idea di privilegiare la proprietà privata, e durante gli anni ’60 la proposta di ritornare su questa decisione fu bocciata dal legislatore per favorire gli interessi privati propensi ad un’efficace speculazione edilizia attraverso il meccanismo della rendita, tutt’oggi motore obsoleto dei piani urbanistici.

E’ altrettanto vero che politici locali di buona cultura possono agire in autonomia e pianificare città sostenibili, ma la selezione della classe dirigente politica italiana non è nelle mani di liberi cittadini consapevoli, sensibili e responsabili, com’è tristemente noto.

Pertanto per ripristinare una buona urbanistica è necessario che la disciplina possa “alleggerirsi” dalle sue componenti giuridiche e finanziarie per ridare il giusto valore al disegno, al progetto, e quindi alla creatività umana capace di trovare soluzioni concrete ai problemi degli abitanti delle città, del resto come avviene più facilmente all’estero grazie a strumenti giuridici più efficaci, un sistema bancario a servizio dei cittadini, grazie ad una classe dirigente più acculturata e responsabile, grazie ad un atteggiamento culturale dei cittadini più consapevoli e rispettosi verso i progettisti riconoscendone il valore poiché capaci di migliorare la qualità di vita degli abitanti. Oltre a questo aspetto non bisogna sottovalutare il fatto che numerosi studi ed indagini mostrano un aumento della regressione culturale ed in Italia esiste un enorme problema di ignoranza di ritorno, questo aspetto dannoso e pericoloso influenza il comportamento delle persone che le rende meno consapevoli, meno civili e meno capaci di decidere liberamente su cosa sia meglio per loro e per gli altri. Occorre avviare programmi nazionali di alfabetizzazione sulle materie scientifiche per gli adulti per i laureati, e per i professionisti.

Negli ultimi decenni gli urbanisti al fine di rimanere coerenti rispetto ai propri disegni urbani hanno dovuto inventare e sviluppare diverse tecniche per consentire loro di stare dentro i limiti giuridici (acquisizione delle aree) ed economici, cioè la ricerca di risorse monetarie per attuare i piani. Tutte le tecniche finora applicate appartengono al piano ideologico della crescita, poiché è l’ideologia più studiata e diffusa in ambito scolastico ed accademico. Da poco più di un decennio alcuni urbanisti hanno deciso di uscire da questo piano ideologico, alcuni circa trent’anni fa sono stati dei precursori quando hanno immaginato città sostenibili e piani a “crescita zero”, chiaramente ispirati dagli utopisti dell’ottocento e dall’approccio olistico. I cittadini dovrebbero sapere che possono vivere in città migliori di quelle realizzate a partire dagli anni ’50 in poi, molto migliori, ed il più grande ostacolo a questa evoluzione sociale collettiva risiede nel nichilismo e nell’ignoranza dei cittadini stessi, oltre che in una inadeguata classe politica locale che rappresenta i cittadini stessi. Scovato il problema, trovata la soluzione: i cittadini. Nessuno vieta ai cittadini di riunirsi e proporre soluzioni adeguate investendo risorse umane e monetarie proprie al fine di riprendersi il quartiere e la città. Il mondo intero, e l’Europa stessa è ricca di esperienze e soluzioni che dimostrano come siano i cittadini a rappresentare la differenza positiva o negativa nella gestione della città e della polis.

Gli investimenti nelle attività di pianificazione sono quelli più duraturi, almeno dieci anni. I cittadini possono investire i propri risparmi nell’aggiustare la propria città e migliorare il proprio quartiere, non si tratta di un intervento speculativo come spesso accade dal soggetto promotore, ma di un investimento per il proprio benessere promosso da un nuovo soggetto: la comunità. Essi dovrebbero giudicare la qualità del progetto rispetto alla partecipazione attività ed i diritti costituzionali: ambiente, salute, e circa la qualità dello spazio pubblico, l’efficienza energetica, nuovi servizi come le biblioteche e la mobilità intelligente, l’uso razionale delle risorse, ed in fine la sostenibilità economica, verificandone semplicemente gli indici.

La storia dell’umanità circa gli insediamenti umani mostra come gli individui fossero in grado di costruire architetture e città basandosi sulla conoscenza dei luoghi e l’impiego di determinate tecniche costruttive. Le comunità, i sovrani e le istituzioni politiche si affidavano alla conoscenza di persone capaci di costruire luoghi adeguati ai loro bisogni. Nel corso dei secoli le organizzazioni politiche ed economiche sono cambiate influenzate sia dalle scoperte tecnologiche che dai mutati interessi, esse hanno ideato convenzioni e istituzioni giuridiche che hanno influenzato l’uso del territorio, basti pensare all’invenzione della proprietà privata, l’invenzione della banca e delle persone giuridiche. Nel XVIII e nel XIX secolo l’urbanistica fu condizionata dall’avvento dell’era industriale e dal capitalismo, e pertanto nacque l’urbanistica moderna per risolvere i problemi causati dallo sviluppo delle aree industriali che trasformarono diversi quartieri delle città rendendoli luoghi insalubri. Successivamente la diffusione delle automobili prima, e la nascita della tecniche di pubblicità per manipolare la percezione delle persone fecero nascere la cosiddetta società dei consumi, e le città furono nuovamente condizionate da una crescita incontrollata che produsse un nuovo inquinamento. A queste sfide l’urbanistica ha provato a dare risposte ai nuovi bisogni dei cittadini. Nel secolo scorso XX e l’inizio del nostro XXI secolo si è diffuso con successo l’ideologia capitalista della crescita materialista, fino a divenire religione guida per tutti i decisori politici, contribuendo a corrompere sia la reale natura umana e sia a far dimenticare, a buona parte degli individui, le leggi della fisica che governano la vita sul pianeta terra.

Con l’avvento delle tecnologie informatiche anche nel campo dell’urbanistica il capitalismo ha saputo svelare un lato oscuro dell’economia del debito attraverso gli strumenti finanziari del servizio del debito stesso, consentendo in maniera artificiosa la crescita delle città senza che ci sia una reale domanda, e realizzando il paradosso di consumare nuovi suoli agricoli ma conservando il problema della prima casa per le nuove famiglie.

Nonostante la consapevolezza e le capacità degli urbanisti nel pianificare città sostenibili, l’urbanistica è divenuta una disciplina subordinata a materie giuridiche e finanziarie che ne hanno modificato ed edulcorato lo spirito e la natura originaria. L’urbanistica classica era nelle mani dei progettisti e delle comunità che intendevano affrontare e risolvere problemi concreti legati all’uso del territorio. Per realizzare adeguati insediamenti umani e ciò di cui avevano bisogno gli abitanti erano alla ricerca delle abilità e delle capacità culturali dei progettisti per realizzare proprio quegli spazi e quei luoghi adeguati ai bisogni dei cittadini stessi.

Dal punto di vista economico-giuridico i piani regolatori generali circa i diritti edificatori usano volumi e superfici trasformati in indici e parametri, sia per misurare i carichi urbanistici, e sia per vendere nel libero mercato tale merce al fine di perseguire gli obiettivi del piano stesso. All’interno dei piani esistono diversi interessi contrapposti e l’ente pubblico ha il dovere di perseguire l’interesse generale. Nel corso dei decenni il governo del territorio è stato spesso condizionato dagli interessi speculativi dei pochi poiché la maggiore remunerazione (rendita fondiaria e immobiliare) degli interventi è il criterio guida delle decisioni politiche locali, anche se questo non è un metro di giudizio sulla qualità dei piani. La valutazione degli investimenti che comprende piani e progetti è prevalentemente condizionata da indicatori economici e finanziari che ne determinano il giudizio finale circa la fattibilità e la sostenibilità economica del piano e/o del progetto. In campo finanziario il concetto di sostenibilità è riferito alla capacità di creare un ritorno monetario per i soggetti promotori e ripagare l’eventuale debito verso i finanziatori e le banche. Questo approccio finanziario alla valutazione ignora la qualità urbanistica dei piani, invece nell’approccio ecologico la sostenibilità si riferisce all’impronta, all’impatto, alle conseguenze del piano e del progetto all’interno del nostro ecosistema naturale, tant’è che si parla di esternalità positive e negative riferendosi agli effetti di piani e progetti. Nei processi di valutazione esistono due analisi, costi benefici e multicriteria. Con l’analisi costi benefici si crede che ogni esternalità possa essere convertita e misurata in moneta (merce), e quindi si possa procedere a una compensazione di un danno prodotto da un piano e/o da un progetto attraverso il pagamento di un prezzo o un altro intervento progettuale. Nell’analisi multicriteria lo strumento di misura principale non è la moneta, e gli impatti sociali di piani e progetti hanno una diversa considerazione. L’utilizzo di pesi e valori degli indicatori ambientali e la partecipazione dei cittadini, consentono di elaborare scelte più consapevoli e più coerenti con la sostenibilità forte che preserva l’uso delle risorse limitate alla future generazioni. L’analisi multicriteria contempla anche l’opzione zero. Oggi i progettisti hanno a disposizione ulteriori strumenti di misura come l’analisi del ciclo vita dei materiali, e questa informazione consente di misurare i flussi di energia e di materia impiegati nell’attività edilizia.

Nella sostanza un ritorno monetario prodotto da un piano o da un progetto non coincide necessariamente col benessere della collettività, poiché il concetto stesso di benessere è ben diverso dalla capacità remunerativa di un intervento. Il benessere degli abitanti si misura con le condizioni ambientali, psicofisiche, sociali, culturali, economiche e relazionali all’interno della comunità. La sostenibilità economica di un intervento è una saggia premessa per valutare un progetto, ma gli obiettivi di un piano regolatore devono essere coerenti coi principi costituzionali che consigliano di migliorare lo sviluppo umano garantendo uguaglianza di opportunità e di diritti ai cittadini, perseguendo l’obiettivo di migliorare la qualità di vita degli abitanti, e questo dipende dalla qualità urbanistica, architettonica ed ecologica del piano e/o del progetto.

Dal punto di vista dell’economia ortodossa un bene può essere mercificato e quindi sottoposto alle condizioni di mercato rischiando di sottrarlo al godimento della collettività. Nell’economia ortodossa la distinzione fra beni e merci è molto sottile poiché ogni cosa può essere misurata con la moneta. Dal punto di vista della bioeconomia le merci sono comprate e vendute, e non rappresentano di per di se un valore o un’utilità collettiva, mentre un bene è un qualcosa di utile che ha un valore anche ambientale o etico, e può essere sottratto dalle logiche mercantili. Un bene può essere goduto dalla comunità in una logica senza profitto, e tutelato e gestito in maniera consapevole consentendone una migliore fruizione per la cittadinanza.

Il legislatore dovrà stimolare una maggiore partecipazione economica agli obiettivi ecologici dei piani e dei progetti attraverso l’opportunità d’uso di forme giuridico gestionali quali l’azionariato diffuso popolare al fine sia di responsabilizzare la cittadinanza attiva, e sia di ridurre il ricorso al servizio del debito per realizzare piani e progetti. La distinzione concettuale fra beni e merci potrà tornare utile nell’elaborazione delle norme tecniche dei piani al fine di non mercificare i beni stessi, e utilizzare indici e parametri urbanistici nella direzione del corretto uso del suolo, cioè un uso razionale delle risorse.

L’obiettivo della sostenibilità economica di piani e progetti potrà essere perseguita sia con forme di azionariato diffuso popolare per la realizzazione degli obiettivi inseriti nei piani stessi, e sia per la gestione di servizi legati alla pianificazione urbanistica. Introducendo nei piani forme di tecniche di recupero del plusvalore fondiario[1][2] si potranno reperire risorse monetarie atte a realizzare la tutela del patrimonio storico e architettonico, e la progettazione di standard minimi e servizi utili alle comunità.

Oggi si parla di “rigenerazione urbana” finalizzata al recupero dei centri storici e delle periferie urbane con l’integrazione di programmi volti a promuovere politiche sociali ed occupazionali coinvolgendo direttamente i cittadini, questa “rigenerazione” potrà avere maggiore efficacia cambiando i paradigmi culturali dell’urbanistica moderna attraverso le innovazioni concettuali della bioeconomia e della sostenibilità forte.


[1] Nespolo, Luca. Rigenerazione urbana e recupero del plusvalore fondiario: le esperienze di Barcellona e Monaco di Baviera. IRPET, 2012.

[2] Roberto Camagni, “Rendita e qualità urbana: conflitto o sinergie?” in Dossier su rendita urbana, 2012. [...] Un confronto diretto realizzato da chi scrive tre anni or sono fra gli esiti di procedure negoziate realizzate a Milano e a Monaco di Baviera non lascia dubbi al riguardo. Era emerso infatti un sostanziale sottodimensionamento comparativo degli oneri nel caso milanese, che, in termini di incidenza sul valore del costruito, rappresentavano, nel caso di edilizia residenziale, da un terzo a un quarto di quanto ottenuto dall’amministrazione pubblica a Monaco di Baviera (Tab. 1 e 2)(Camagni, 2008).

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