Persone e territorio

Da molti anni ormai, sia il mondo accademico e sia gli istituti di statistica divulgano un approccio attento alle risorse, e indicano, indirettamente o direttamente, le linee guida per aiutare il proprio Paese. Anche l’ultimo rapporto 2019 dell’ISTAT, dichiara apertamente la necessità di valorizzare i territori e le risorse locali, si esprime ancora con termini ambigui come “crescita equilibrata” figli dell’ossimoro “sviluppo sostenibile” che ha contribuito a giustificare la distruzione gli interi ecosistemi naturali e l’aumento delle malattie favorite dall’industrialismo, ma l’ISTAT ci presenta comunque un quadro complesso e complessivo di estremo interesse.

La disuguaglianza per eccellenza, quella fra Nord contro Sud, può essere letta e interpretata anche grazie ai documenti dell’ISTAT. Secondo il mio modesto parere, vi sono alcuni fattori che dovrebbero cambiare radicalmente e agire in sinergia attraverso un comune denominatore: fare l’opposto di quello fatto finora. Uno di questi fattori è il ripristino dell’azione pubblica dello Stato che ripensa le agglomerazioni industriali attraverso il filtro culturale della bioeconomia, e l’atro fattore è il cambiamento delle classi dirigenti meridionali, sostituite con un nuovo ceto politico formato proprio sulla bioeconomia. I Sistemi Locali del Lavoro che risultano più attrattivi hanno determinate caratteristiche: la scelta politica di localizzare e concentrare funzioni e attività, e il continuo rinnovamento dell’offerta formativa didattica condizionata dalle imprese presenti sul territorio. Come ha certificato anche l’ISTAT, Regno d’Italia e Repubblica italiana hanno creato le disuguaglianze poiché il ceto politico ha voluto concentrare determinate attività e funzioni con maggiore valore aggiunto soprattutto in pianura padana, lasciando talune attività pesanti e inquinanti nel meridione (Bagnoli, Taranto, Priolo, Gela). Ancora oggi, le attività di ricerca e innovazione con maggiore valore aggiunto condotte dall’Università pubblica italiana si trovano soprattutto in pianura padana, e pertanto non è un caso che gli studenti meridionali vadano a formarsi al Nord, o all’estero, per poi non tornare più, alimentando un danno sociale ed economico non misurabile ma drammatico. La responsabilità politica di questa disuguaglianza è tutta della classe dirigente italiana (imprese, politici, università) perché essa stessa ha creato politiche capitaliste razziste e antimeridionali, inventando un “centro” e una “periferia” economica. In sostanza, le disuguaglianze sono create dalle scelte politiche e non dipendono dalla geografia. Nel corso dei decenni queste scelte hanno favorito i privilegi di talune famiglie e danneggiato altre eliminando la cosiddetta ascensore sociale; chi nasce povero resta povero, e chi nasce in famiglie ricche ha maggiori opportunità rispetto agli altri. L’inversione di tendenza può essere avviata solo cambiando radicalmente i paradigmi culturali di una società moderna profondamente nichilista, e giudicando diversamente il ceto politico, cioè gli elettori meridionali dovranno stimolare la nascita di una propria identità culturale e politica, non più delle destre (liberali e neoliberali), favorendo la partecipazione attiva al processo decisionale della politica e una migliore selezione della classe dirigente.

La carenza di servizi (sanità, centri culturali…), e i problemi ambientali e occupazionali del Sud rappresentano gli investimenti pubblici e privati per creare impieghi utili, per farlo è semplice: ci vuole la volontà politica che oggi non c’è, perché le disuguaglianze produttive rappresentano lo sfruttamento economico e sociale del Nord che vende al Sud e “ruba” giovani risorse umane. E’ un corto circuito sociale e culturale che appartiene solo all’Italia, costruito persino sull’inciviltà diseducativa che spinge i meridionali a costruirsi una credenza religiosa per disprezzare i propri luoghi e abbandonare la propria terra, infine, solo in Italia, da circa trent’anni, esiste persino un partito politico razzista antimeridionale cioè inventato e costruito appositamente per favorire l’accumulazione capitalista in una sola area geografica a sostegno dell’egoismo delle imprese localizzate al Nord, una enorme “comunità” chiusa forgiata sullo sfruttamento delle risorse pubbliche. Questo è il medesimo modello capitalista che riscontriamo fra Occidente ed Oriente, e dentro l’euro zona ove Sistemi Locali sfruttano altri Sistemi Locali. Se non si accetta la realtà, e cioè che il capitalismo stesso crea disuguaglianze, sottosviluppo dei territori e distruzione della natura, allora sarà difficile invertire la rotta che ci condanna alla povertà e alla marginalità.

Anche l’ISTAT suggerisce di abbinare l’analisi della struttura produttiva alle risorse locali del territorio, questo è l’approccio territorialista al fine di suggerire un uso razionale delle risorse e dell’energia. Il mezzogiorno d’Italia, necessità di questo approccio ma va integrato con politiche pubbliche socialiste per costruire i servizi mancanti, dalla cultura al sociale, fino alla realizzazione di sistemi di mobilità intelligente. Il Sud d’Italia non è solo agricoltura, bellezza, paesaggio ma è fondamentale creare agglomerazioni della manifattura leggera e tecnologica dal più alto valore aggiunto. I Sistemi Locali meridionali potrebbero e dovrebbero stimolare modelli autarchici di innovazione tecnologica agglomerando funzioni e attività creative. Ad esempio, anziché importare tecnologie straniere per risolvere problemi sarebbe saggio che tali soluzioni fossero costruite in casa. La complessità del territorio italiano richiede due politiche: la rigenerazione urbana e dei territori rurali, e la creazione di sistemi e tecnologie innovative di trasporto delle persone per risolvere i problemi in Sardegna (ove non esiste il treno), in Sicilia, e poi gli spostamenti adriatico-tirreno oltre che gli spostamenti puglie-Campania. L’Italia, se avesse una guida politica saggia, dovrebbe riappropriarsi di capacità tecnologiche che aveva creato in passato e concentrare tali programmi di ricerca proprio nelle aree più marginali.

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Perché il debito e le pensioni sono un problema?

Premessa necessaria: tutto il pensiero politico del mondo Occidentale è succube di una religione, nel senso proprio del termine, cioè succube di una credenza delle teorie economiche del liberalismo e di quelle neoclassiche, si tratta di veri dogmi, credenze, al pari del corano, della bibbia e dei dodici comandamenti, e su queste credenze si decidono le linee politiche globali e dell’Occidente. Fatta questa premessa, possiamo intuire che fuori dalle credenze, e dentro una visione razionale sia il debito e sia le pensioni non sono affatto un problema. Il debito è una questione giuridica e le pensioni sono un problema aritmetico e demografico partendo dall’economia neoclassica, che nasce dalle teorie capitaliste considerando la produttività e il monetarismo del pensiero macroeconomico sviluppatosi a Chicago nella famigerata scuola liberista di Milton Friedman, erede di Adam Smith e Friedrich von Hayek. La teoria liberale aveva la necessità di affermare una credenza strategica, e cioè raccontare la favola della “neutralità delle politiche monetarie” per sottrarre potere allo Stato di creare moneta, e assegnare tale potere a istituti privati. In un sistema capitalista quale il nostro, una volta gambizzato lo Stato dei propri arti naturali è chiaro che l’obiettivo dei liberali è raggiunto, poiché popoli e comunità sono tutti sotto il ricatto del mercato, controllato da banche private e imprese che possono accumulare capitali e distribuirli a chi lo desiderano. All’interno della religione capitalista possiamo distinguere due periodi, quello keynesiano e quello liberista. E’ una semplificazione utile per osservare i cambiamenti delle politiche economiche. Il mondo occidentale, com’è noto, fu influenzato prima dalla teoria keynesiana che attribuisce al debito «una necessità per quasi tutti gli Stati, qualora si trovino di fronte a spese eccezionali che superino le entrate ordinarie, e non possano o non vogliano ricorrere ad altre entrate straordinarie e cioè all’alienazione di parte del patrimonio, all’introduzione di nuove imposte o all’emissione di carta moneta. Con il diffondersi della teoria keynesiana del deficit spending (deficit), il debito pubblico è inoltre ormai concepito anche come importante strumento di intervento dello Stato nella vita economica e non soltanto in funzione anticiclica». A partire dagli anni ’80 del Novecento, i Governi abbandonano l’approccio keynesiano per adottare le politiche economiche liberiste, soprattutto nell’euro zona.

Nell’attuale sistema capitalista è la produttività che determina la capacità di spendere e fare investimenti, ma c’è una contraddizione di fondo poiché le imprese private preferiscono aumentare la propria produttività scegliendo luoghi ove si riducono i costi, e così delocalizzano le attività in Oriente, divenuto la fabbrica del mondo. In Occidente e nel  mondo globale neoliberale le scelte localizzative delle imprese annullano la produttività degli Stati Nazione, mentre l’euro zona diventa l’area geografica più liberale del sistema capitalista poiché accetta le delocalizzazioni per favorire la costituzione di fatto di una grande zona commerciale (l’Europa). E’ in questo contesto che le democrazie rappresentative perdono di significato e i Governi, avendo ceduto la propria sovranità, stampano e scambiano Titoli di Stato acquistati da soggetti autorizzati a comprarli; si tratta di una mera convenzione che costringe gli Stati a indebitarsi nei confronti dei creditori poiché il valore della moneta è coperto dalla fiducia degli acquirenti (mercato). Questo sistema caratterizzato dalla “fiducia dei mercati” nasce con la fine del cosiddetto gold standard, quando i soldi si stampavano in base alle riserve auree, mentre oggi si creano dal nulla. In questo sistema è evidente il rischio del ricatto, e così la libertà e l’autonomia dello Stato non esiste. Se poi osserviamo da chi è posseduto il debito pubblico, si scopre che circa la metà di questa cifra è nelle mani di istituti privati che traggono profitto e controllo, mentre in precedenza la maggiore fetta del debito era nelle mani dello Stato stesso. Di fatto la religione capitalista, adottata da un intero ceto politico, quello occidentale, annulla lo Stato democratico e conduce i popoli a una nuova forma di feudalesimo caratterizzato dal vassallaggio delle istituzioni politiche nei confronti del potere economico delle imprese private (fondi di investimento, banche, multinazionali, mondo off-shore).

Le pensioni. Nel modello capitalista le pensioni sono legate alla produttività e alla demografia di un Paese. Poiché le politiche neoliberiste hanno favorito l’aumento della povertà, e nello specifico hanno ridotto la produttività, cioè hanno aumentato gli inattivi e i disoccupati, allora, nel cercare di riequilibrare la bilancia fra popolazione attiva (che paga le pensioni a chi le riceve) e disoccupati, l’élite programma l’ingresso di nuova schiavitù di riserva sul territorio europeo. Poiché Parlamento e Governo non hanno più il potere di spendere a deficit, non riescono neanche a programmare politiche nataliste, e queste politiche avrebbero effetto solo dopo più di vent’anni. E’ un corto circuito innescato dalla destra liberista. L’Occidente “sviluppato” vive un periodo di transizione demografica, cioè osservando la piramide delle età di una nazione si rilevano più anziani che giovani, e ciò nel sistema capitalista forgiato sulla funzione della produttività determina un problema, poiché il numero di occupati è più basso degli inattivi e dei pensionati. Il ceto politico occidentale non cambia le politiche osservando la realtà, osservando le trasformazioni sociali ed economiche, ma piega la società ai capricci della religione capitalista. Il liberalismo prevede, avvenuta la cessione di sovranità monetaria, l’attuazione dei piani strutturali: le privatizzazioni, la dottrina del pareggio di bilancio e l‘indebitamento. Nella religione capitalista, le istituzioni politiche sono chiamate a svolgere un ruolo non più politico ma di amministratore di condominio o aumentando le tasse, o utilizzando leve fiscali e incentivi/detrazioni. Nel caso italiano, la dottrina neoliberale (la cosiddetta austerità), ignora l’evasione fiscale e gli incentivi a delocalizzare, e si concentra nella riduzione del ruolo pubblico dello Stato o stabilizzando la spesa pubblica, guardando l’assistenza (welfare) come mero costo anziché come necessario per uno Stato civile, o riducendo la spesa pubblica. Questo processo di dissoluzione dello Stato sociale è già avvenuto, attraverso soggetti attuatori cioè gli Enti locali, Regioni, Provincie e Comuni, ove siedono i politici più ignoranti e corrotti. La religione neoliberale ha aumentato le disuguaglianze geografiche, sociali ed economiche trasformando il Sud Italia in vera “periferia” economica dell’UE consentendo al Nord di restare luogo “centrale”. In questo modello capitalista la risposta al problema è l’aumento degli attivi importando schiavitù, mentre le imprese, come già detto, preferiscono aree geografiche o zone speciali dove non esistono costi (tasse, salari). Tale schiavitù in Occidente assolve a due compiti: (1) competitività interna (svalutazione salariale) che favorisce anche una certa rilocalizzazione delle produzioni di merci inutili, e poi (2) contribuisce a immettere risorse monetarie nella contabilità pubblica. E’ evidente che questo genera enormi conflitti sociali e culturali poiché nuova schiavitù interna al territorio europeo non è integrazione ma deportazione. Buona parte degli osservatori, con un sottile linguaggio razzista, crede che la nuova schiavitù sarà indirizzata negli impieghi che i giovani italiani non vogliono fare, in realtà la nuova schiavitù entrerà anche negli impieghi di ufficio attraverso la svalutazione salariale che consente maggiori profitti ai dirigenti. E’ una politica razziale dell’élite dei colletti bianchi che testimonia la regressione culturale della società moderna, riprendendo la divisione di classe che nacque nel mondo classico, si diffuse nella Roma imperiale e proseguì per l’Inghilterra vittoriana fino alla nascita della borghesia.

In un sistema normale, dove lo Stato possiede una banca centrale e stampa moneta propria, il debito è un’invenzione fittizia e non è necessario ripagarlo, poiché lo Stato è indebitato con se stesso, ed è quindi solo una soglia virtuale per controllare il mercato. Fuori dall’euro zona, gli Stati agiscono proprio in questo mondo. Basti osservare che per alcuni Paesi il debito alto non è un problema e i livelli di disoccupazione sono più bassi rispetto all’Italia, e ciò non è un caso, perché lo Stato interviene per stimolare l’economia interna attraverso gli investimenti favorendo nuova occupazione e la riduzione della disoccupazione. Si chiama socialismo, ma la maggioranza degli italiani che soffre di ignoranza funzionale è alla mercé dei politicanti che prendono il potere con grande facilità.

In un sistema ottimale, non c’è alcuna necessità della convenzione dei Titoli di Stato scambiati con una moneta debito, poiché la creazione della moneta avviene a credito. Si supera la credenza liberale che racconta la favola della neutralità della moneta, poiché così non è nella realtà, in quanto la creazione della moneta è figlia dell’attività creditizia, cioè endogena al sistema e non esogena. In questo momento, in Italia e non solo, circola poca moneta rispetto alla realtà economica (bisogni reali), cioè rispetto agli scambi di servizi e beni per le attività che si devono svolgere per soddisfare necessità: rigenerazione urbana, bonifiche dei territori, agricoltura, conservazione, prevenzione dal rischio sismico e idrogeologico etc.  Lo Stato possiede una banca centrale e stampa moneta propria rispetto alla reale attività economica e decide gli investimenti pubblici per tutelare il benessere dei cittadini e non per assecondare i capricci degli interessi privati spinti dalla propria avidità. In questo contesto culturale è evidente che anche il ciclo di pagamento delle pensioni condizionate dalla demografia di un paese, dal numero degli occupati e dal numero dei pensionati, non esiste più, poiché la differenza coperta dalla fiscalità generale, che aumenta il debito pubblico nel sistema esogeno, invece nel sistema endogeno il “problema” è già risolto.

E’ evidente che nel sistema endogeno si risolve anche il problema dell’occupazione e della povertà, creata proprio dalle teorie monetariste liberali che si basano proprio sulla disuguaglianza dei poteri sottratti agli Stati. Un esempio negativo è proprio l’UE, cioè il paradiso degli ultraliberisti, che ha creato sistemi locali del lavoro “centrali” che attirano attività e funzioni, e sistemi locali del lavoro “periferici” con alti tassi di disoccupazione e povertà. E’ una disuguaglianza tipica del capitalismo che viene chiamata contraddizione ma serve a spostare le ricchezze a danno degli altri.

La moneta non è né di destra e né di sinistra. La moneta è solo uno strumento e nel corso dei secoli è stata usata, e ancora oggi viene considerata, sbagliando, come un elemento di ricchezza ma è solo un inganno, poiché la moneta non è ricchezza ma lo strumento dell’élite e del potere per addomesticare e schiavizzare i popoli. La conoscenza è ricchezza. La moneta è un’invenzione dell’uomo ma soprattutto di una categoria particolare di individui che non intende lavorare, nel senso fisico del termine, ma attraverso questo strumento crea ricchezza dal nulla, nella concezione moderna di ricchezza, cioè accumulando e prestando danaro, sia attraverso la finanza, il sistema del prestito e l’espansione monetaria. La vita su questo pianeta è determinata dalla fotosintesi clorofilliana ma la stupidità dell’uomo economico è utile per assoggettare e schiavizzare milioni di persone costrette in un sistema sociale dotato di istituzioni pubbliche che non funzionano secondo le leggi della natura, ma secondo l’influenza di un regime giuridico autoritario scritto dal cosiddetto legislatore e costringe le persone a sviluppare competitività, odio reciproco, distruzione degli ecosistemi e accumulo di merci inutili. All’interno del sistema economico tutto è merce, le persone sono merce, il territorio è merce e l’obiettivo non è la felicità delle persone ma l’accumulo continuo, cioè la crescita continua che ignora l’entropia e distrugge l’ecosistema indispensabile per la sopravvivenza umana. Tutto ciò accade attraverso lo scambio e l’accumulo di moneta prestata a debito, sia alle istituzioni e sia ai cittadini, privati di uno strumento che dovrebbe solo misurare gli scambi piuttosto che essere percepita come ricchezza. In un sistema economico come il nostro, stiamo diventando poveri poiché i nostri bisogni necessari sono divenuti merce quindi fruibili solo con la moneta. Il contadino che soddisfa i propri bisogni auto producendoli è molto più ricco di noi schiavi economici poiché non dipende dal mercato ma dalla natura. E’ necessario orientare le città copiando il modello economico della natura uscendo dal monetarismo.

Oggi il mondo è diviso fra il mondo Occidentale ove la moneta è prestata agli Stati facendoli indebitare nei confronti di soggetti privati, SpA, e il resto del mondo ove il debito non è verso le banche private ma con gli Stati stessi. Un’ulteriore divisione all’interno del mondo Occidentale è determinata dall’idiozia del sistema euro, ove oltre all’usurpazione della sovranità monetaria si aggiungono criteri economici che danneggiano il sistema produttivo dei cosiddetti paesi periferici, impoveriti dal sistema stesso e spinti a delocalizzare le fabbriche per inseguire maggiori profitti.

Il problema dell’euro zona è sia l’usurpazione della sovranità monetaria e sia la stupidità dei criteri economici inadeguati per i periodi di recessione come quello innescato, nel 2008, dall’industria finanziaria fuori controllo: le banche e il mondo offshore. O la moneta torna ad essere strumento a servizio degli Stati, e cioè dei popoli, oppure le schifose diseguaglianze fra l’élite degenerata e le persone salariate, condurranno i popoli stessi a una disgregazione sociale ancora più forte che favorirà un’instabilità sociale tale da creare una ribellione incontrollata. La moneta non è né di destra o né di sinistra, e la decisione di sviluppare un sistema europeo così ignobile è stata una volontà politica sia delle destre e sia delle cosiddette sinistre, che guardando con maggiore attenzione di sinistra non hanno proprio niente, poiché nell’Ottocento quando nacque la sinistra le sue origini culturali proponevano di tutelare i popoli, cioè gli ultimi, sfruttati dal capitalismo e dall’industrialismo. La sinistra che abbiamo visto negli ultimi trent’anni ha voltato le spalle agli ultimi per frequentare i salotti dei banchieri e sposare l’ideologia del pensiero dominate: il neoliberismo. E’ indubbio che una moneta debito come l’euro e le politiche europee siano l’espressione delle idee liberali di Ricardo, Smith, e von Hayek cioè la vittoria delle destre.

Pertanto l’euro zona dovrebbe ripristinare la sovranità monetaria e avviare un nuovo sistema economico basato sulla bioeconomia per uscire dall’accumulo di merci inutili e offrire una prospettiva di felicità ai popoli ponendo l’obiettivo dello sviluppo umano e non più la stupida crescita continua, impossibile in un pianeta dalle risorse finite.

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