Aggiustare le città/2

Nella storia dell’umanità il rapporto fra uomo e territorio si è caratterizzato in un continuo cambiamento rispetto agli usi e ai costumi, alle necessità e alla cultura delle comunità. Nell’epoca della multimedialità e del controllo sociale capitalista le popolazioni aumentano la propria concentrazione nelle aree urbane, facendoci entrare nell’era delle metropoli. Oggi anche grazie a internet, che modifica completamente il nostro approccio al mondo, coesistono e si accentuano due stili di vita contrapposti: l’individualismo sempre più favorito, e la necessità umana di fare comunità. Nel mondo si affermano i sistemi urbani dispersi che generano problemi sociali e ambientali. In Italia le strutture urbane delle città centroidi si saldano a quelle dei comuni limitrofi aumentando la propria estensione e diventando aree urbane. La pressione antropica, viziata dalla pubblicità, contribuisce a sprecare risorse non rinnovabili, e a depauperare gli ecosistemi. Nell’attuale contesto, le città restano il cuore pulsante della società umana, e alcune amministrazioni locali danno risposte diversificate, mentre molte altre non riescono a costruire soluzioni per migliorare la vita degli abitanti. Nel mondo osserviamo il fenomeno delle città globali (megalopoli), sedi del neoliberismo e le reti di città medie. In Italia non esistono megalopoli ma un’armatura urbana di aree urbane estese. Il Nord carico di infrastrutture e il Sud che in alcune aree è persino privo di collegamenti. E’ altresì vero che la recessione economica innescata da una religione sbagliata: il capitalismo, è la causa della crisi morale, sociale, ambientale ed economica del mondo occidentale. Le istituzioni, pensate e organizzate in funzione di tale religione, sembrano incapaci di soddisfare i bisogni umani, e sembrano incapaci di favorire lo sviluppo umano; nonostante ciò esistono sono casi in cui le classi politiche locali “ribelli” al pensiero dominante, promuovono azioni efficaci per aggiustare le città attraverso una corretta rigenerazione urbana. Non c’è dubbio che per favorire l’uguaglianza è necessario abbattere l’attuale paradigma culturale neoliberale, restituire libertà agli Stati e dare loro strumenti per sostenere i diritti, dalla sovranità monetaria fino alla riforma degli istituti di credito, e riporre lo strumento della moneta nel posto giusto, e cioè come mero strumento di misura dell’agire politico e non come misura della ricchezza.

Nel corso della storia ci sono stati numerosi esempi per trarre insegnamenti virtuosi. Nell’Ottocento nascono numerose idee (Owen, Fourier, Godin, Cabet) per progettare luoghi urbani partendo dai bisogni delle persone, e in controtendenza all’industrialismo che cominciò a distruggere i luoghi urbani. Owen: «le condizioni ambientali non possono non influenzare gli individui: l’ambiente quindi deve essere costruito a servizio dell’uomo, prima di pensare a qualsiasi vantaggio economico, individuale e collettivo». I problemi dell’igiene urbana e della mobilità fecero nascere la scienza dell’urbanistica di Ildefons Cerdà e il piano di Barcellona. Howard presenta un progetto di città ideale, egli propone di decongestionare la città storica; programmare e gestire l’espansione attraverso il decentramento della popolazione in città di nuova formazione denominate “città giardino”, questo approccio fu poi ripreso da Abercrombie. Nel Novecento le proposte continuarono, e a seguito di due guerre mondiali, nacquero gli approcci per ricostruire e conservare i centri storici.

Greater London Plan 1944
Piano per la Grande Londra, 1944.

Durante il Novecento prevalse l’approccio del Movimento Moderno che sviluppa la città dei consumi, ma i modelli insediativi se ben programmati dalla pubblica amministrazione migliorano le condizioni di vita (Londra, Parigi, Copenhagen, Helsinki, Berlino, Barcellona, Amsterdam), mentre in Italia prevalse la speculazione edilizia che distrusse il territorio e peggiorò i luoghi urbani. Ancora oggi è la rendita il motore delle trasformazioni urbanistiche, che in molti casi favorisce danni ambientali e sociali. Dal punto di vista dell’urbanistica, la Catalogna, l’Inghilterra, l’Olanda e Paesi scandinavi, approfittando dei danni bellici furono capaci di sviluppare una corretta gestione e pianificazione poiché affrontarono il problema del regime giuridico dei suoli, sia conservando il ruolo pubblico dello Stato e sia tassando i profitti dei privati. Questi Paesi diventarono una guida anche nella rigenerazione urbana.

L’isolamento culturale italiano dell’inizio secolo Novecento, nonostante le opere di bonifica e la costruzione delle città ex novo, non assimila i modelli della pianificazione territoriale (Patrick Abercrombie) e i modelli insediativi delle garden city (Ebenezer Howard, Raymond Unwin), poiché preferisce favorire gli interessi privati delle rendite fondiarie e immobiliari. In Italia, fu Alessandro Schiavi a importare il modello garden city ma non ebbe molto successo. Milanino fu la prima città giardino italiana. Da questi esempi si svilupperanno alcuni insediamenti e quartieri popolari. L’aspetto negativo di questo modello è la bassa densità. Negli anni ’40 Bruno Zevi con l’associazione per l’architettura organica realizzerà alcuni progetti di insediamenti urbani che risentono l’influenza delle garden city circa il rapporto fra uomo e natura, ma tale associazione non rappresenta l’estensione di quel movimento anglosassone. Negli anni a seguire dal concetto di architettura organica, particolare rilievo ha avuto la sperimentazione di Paolo Soleri realizzata in Arizona con Arcosanti. Negli anni ’50, un notevole impulso all’urbanistica italiana fu promossa da Adriano Olivetti soprattutto per la pianificazione territoriale.

Fra l’Ottocento e il Novecento si forma la cultura urbanistica e l’Italia paga il danno culturale del fascismo restando isolata, rispetto alle sperimentazioni dei modelli compositivi insediativi tipici dell’approccio a “cellula urbana”; questo danno si ripercuoterà nella fase del boom economico con l’assenza di adeguati piani territoriali e di espansioni urbane non integrate negli insediamenti esistenti. Il danno più grande fu la mancata riforma proposta da Sullo, che consentì all’avidità dei privati di incassare rendite senza lavorare. La “beffa” è che molti dei modelli insediativi realizzati all’estero si ispirano palesemente all’armonia e alla bellezza della città europea formatasi nel mondo classico. In Italia, durante il periodo di crescita solo alcune città sono state capaci di pianificare uno “sviluppo equilibrato”, fermo restando che ugualmente hanno subito il mito del consumismo, fra queste Torino e Bologna.

cellula urbana
Cellula urbana. Fonte: Rigotti, Urbanistica. La composizione, 1973.

Per una corretta composizione dello spazio urbano i progettisti rappresentano la cosiddetta “cellula urbana” degli isolati ove inserire gli standard minimi al fine di consentire una corretta fruibilità dei servizi raggiungibili a piedi. Altri dati sono importanti come la morfologia, le densità, l’accessibilità, e il rapporto fra spazio pubblico e privato.

All’inizio del Novecento si sviluppano movimenti culturali territorialisti grazie a Mumford e Geddes, con una spiccata sensibilità ecologista. Kropotkin intuì le enormi potenzialità della rete elettrica immaginando città auto sufficienti, mentre i fratelli Paul e Percival Goodman immaginarono città ideali come le Communitas. Oggi la rappresentanza della scuola territorialista in Italia è espressa dalle ricerche di Alberto Magnaghi che suggerisce il progetto della bio regione.

L’Italia si distingue per la scuola di restauro e di conservazione attraverso la spinta di studi sulla città storica di Camillo Sitte (austriaco ma i suoi studi interpretano la bellezza dei centri storici italiani), ma soprattutto grazie all’opera di Gustavo Giovannoni, allievo di Boito, che inventa modelli e pratiche di rigenerazione urbana (tecnica del diradamento), Roberto Pane, allievo di Giovannoni, divenne grande teorico per la conservazione insieme a Cesare Brandi. Due documenti/manifesti rappresentano l’impegno italiano in questa disciplina: la Carta del restauro del 1932 e la Carta di Venezia del 1964.

Dal secondo dopo guerra, le città italiane crescono velocemente e le amministrazioni assimilano e scimmiottano il modello espansivo lecorbusierano, trascurando la qualità architettonica e urbana degli insediamenti.

Un’analisi critica sull’urbanistica moderna e sulla città contemporanea è suggerita dalla sociologa Jane Jacobs che valuta negativamente lo sviluppo delle città americane. Negli anni ’60 uno studio di Colin Buchanan – Traffic in Towns – consentirà un’avanzamento culturale della cellula urbana (Neighborhood Unit), sotto il profilo ambientale suggerendo una classificazione della strade e riordinarle per favorire gli spostamenti a piedi e in bicicletta (moderazione del traffico e zone 30). Sempre negli anni ’60, Kevin Lynch offre un formidabile contributo nell’interpretazione e nel racconto dell’urbanistica attraverso le mappe mentali frutto della percezione soggettiva della città; mentre Gordon Cullen inventa il concetto townscape, riferendosi al paesaggio urbano. Lynch, Cullen e in fine Jan Gehl consentono di apprendere le chiavi interpretative della città e degli spazi urbani.

Per porre freno al disordine urbano il legislatore italiano, che preferisce assecondare la rendita urbana, cerca di limitare il danno attraverso il famoso DM 1444/68 degli standard minimi, ma il danno era già stato creato. Dagli anni ’70 in poi, i progettisti presentano piani per recuperare gli standard, e dove c’è cultura e sensibilità politica i luoghi urbani migliorano; invece dove prevale l’avidità e l’ignoranza i luoghi urbani peggiorano. In buona parte del paese neanche la legge fermò gli interessi dei privati, i Consigli comunali continuarono ad assecondare l’avidità dei pochi a danno dei diritti dei ceti meno abbienti. Una buona classificazione dei modelli di piano è suggerita da Campos Venuti che li identifica in piani di “prima generazione” poiché perseguono la necessità della ricostruzione post bellica; poi segue una “seconda generazione” di piani caratterizzata dall’espansione e la “terza generazione” dedicata alla trasformazione. Renato De Fusco contribuisce ulteriormente alla comprensione profonda della città attraverso ricerche e studi sulla semiotica svelando il significato che si cela dietro il linguaggio dell’architettura contemporanea.

Nel frattempo il mondo è rapito dagli scenari proposti dal Movimento Moderno a partire dal primo congresso del 1928 (CIAM), passando per la prima Carta di Atene pubblicata nel 1938, fino all’ultimo congresso del 1960. L’unica eccezione fu presentata proprio dal Team X (1956) che proviene dai CIAM, in cui partecipa anche l’italiano Giancarlo De Carlo, e propone un approccio non più meramente funzionalista ma suggerisce di favorire la progettazione di luoghi urbani per la convivialità e lo sviluppo sociale, incrementando il concetto dell’abitare. Dalla partecipazione ai Team X si moltiplicano numerosi temi originali, e vi parteciparono anche Ignazio Gardella e Gino Valle; inoltre, fra questi è necessario ricordare Christopher Alexander che ha elaborato un’originale contributo per l’urbanistica e la rigenerazione, A pattern language. Nel 1960, con la Carta di Gubbio (Astengo) l’Italia conserva e rilancia un ruolo di paese guida per la conservazione dei centri urbani storici, ottimi esempi sono i piani di Assisi e di Siena (Secchi) e la scuola di Saverio Muratori con l’analisi tipologica, utilissima per i piani di recupero, Caniggia e Maffei gli allievi che hanno portato avanti l’analisi della morfologia urbana e l’interpretazione dei tessuti urbani esistenti. In tutti questi protagonisti dell’urbanistica e dell’architettura ci sono gli insegnamenti per una corretta rigenerazione urbana, attraverso l’analisi e l’interpretazione, approcci fondamentali per intervenire correttamente.

Per la pianificazione, la consuetudine di oggi è rimasta immutata poiché il processo che stimola il governo del territorio è l’interesse economico, cioè il territorio è considerato merce; nonostante la pianificazione nasca per tutelare l’interesse generale e si raccomanda di far prevalere il fine sociale. La realtà è drammaticamente opposta poiché i Consigli comunali e la classe politica sono addomesticati dal capitalismo che non persegue scopi etici ma l’accumulo del capitale stesso. Il problema è noto e riguarda il regime giuridico dei suoli. Il modello migliore è altrettanto noto, e si chiama pubblicizzazione del suolo che concede in uso il diritto di superficie, ma tale strategia fu scartata dal legislatore italiano (1962, vicenda dell’ex Ministro Sullo) e dai Consigli comunali, favorendo la consuetudine prevalente, e cioè ridurre il ruolo dello Stato per favorire il ruolo dei privati nella pianificazione urbana come prescrive la teoria liberale. Mentre in Inghilterra, Olanda, Francia e Germania lo Stato ha conservato un proprio ruolo nella pianificazione territoriale e urbana, l’Italia è di fatto il Paese più liberista d’Europa poiché ha regalato la rendita ai privati e l’ha sfruttata come molla economica del fare urbanizzazioni distruggendo la pianificazione urbanistica. In Oriente, la Cina attraverso la proprietà pubblica dei suoli ha costruito in meno di trent’anni le nuove città per circa 500 milioni di abitanti.

Oggi la realtà è persino peggiore rispetto agli anni ’60 e ’70, poiché aderendo al sistema neoliberale dell’UE e cedendo sovranità al mercato, i diritti e i valori della Costituzione repubblicana che sono la fonte primaria del diritto urbanistico, non sono applicati dagli Enti locali. La recente modifica costituzionale dell’art. 81 ha aggravato un vulnus culturale preesistente, giustificando l’ingiustificabile, e favorendo la distruzione del territorio, la speculazione, la segregazione sociale chiamata gentrificazione e il massacro dei diritti umani. Questo contribuisce ad aggravare una realtà sociale già drammatica, e contribuisce a distruggere l’esistenza di intere generazioni che non riescono a costruirsi un proprio percorso di vita poiché le istituzioni sono guidate da una religione: il capitalismo. In Italia, buona parte di programmi urbani, piani e progetti rispondono all’avidità dei soggetti privati e non all’interesse generale che si pone l’obiettivo dell’utilità sociale, la tutela del patrimonio esistente e la tutela ambientale. Viviamo una realtà grottesca e drammatica allo stesso momento; esiste la creatività e la capacità di rigenerare l’Italia attraverso l’occupazione utile ma ciò non accade poiché lo Stato ha ceduto poteri e sovranità. Ovviamente non è giusto trascurare il fatto che la regressione culturale dei cittadini contribuisce a distruggere il Paese poiché si eleggono cretini al potere.

Per favorire progetti di rigenerazione urbana bioeconomica, secondo l’accezione di Georgescu-Roegen, è necessario sviluppare piani di “quarta generazione” (bioeconomia, benessere, reti e morfologia urbana) ma valutati diversamente dai criteri attuali. I piani devono essere valutati con criteri che osservano lo sviluppo umano e sociale, la sostenibilità che risolve problemi concreti quali l’uso razionale delle risorse e l’equilibrio ecologico, la bellezza e il decoro urbano, e la progettazione urbana di qualità, proprio com’è insegnato dai modelli insediativi della cellula urbana e della città europea (mixitè funzionale e sociale, mobilità dolce, accessibilità, densità etc.).

Oggi l’armatura urbana italiana è costituita da città estesereti di città (città regione) collegate bene o male fra loro. Queste nuove città estese rendono obsoleti gli attuali livelli amministrativi, consumano ingenti risorse, poiché sono il frutto della cosiddetta dispersione urbana innescata dalla crisi del capitalismo e dall’assenza di una corretta pianificazione. Il mercato favorisce l’inquietudine urbana e rende complicata la vita nelle città estese. I ceti meno abbienti vivono in quartieri degradati e le famiglie non hanno soldi per rigenerare i propri edifici. Per rimediare a questo danno, è necessario un cambio dei paradigmi culturali delle istituzioni e delle regole che determinano i finanziamenti, sia ripristinando la sovranità e sia pianificando bio regioni urbane a tutela delle risorse ambientali nei cosiddetti sistemi locali individuati dall’Istat. Il problema economico: fino agli anni ’80 la fiscalità generale contribuiva a costruire le città (sovvenzioni e fondi perduti), con l’inizio della privatizzazione del sistema bancario e l’entrata nell’UE (cessione di sovranità monetaria), le teorie liberali hanno penalizzato il ruolo dello Stato favorendo gli interessi privati. Nei processi di pianificazione le imprese private e gli investitori giocano un ruolo determinante poiché pagano i costi della pianificazione, e le Amministrazioni si limitano ad assecondare i loro capricci sacrificando l’interesse generale. Non è una novità poiché il sistema risale sin dall’Ottocento. Il problema è che le necessità dello Stato sono diverse (rischio idrogeologico e sismico, conservazione dei beni storici, diritto alla casa, istruzione e assistenza sanitaria) dagli interessi privati mossi solo dal profitto. Il problema culturale: all’interno di un paradigma culturale capitalista si crede che ogni investimento debba produrre un profitto ma non è così, poiché la parte più importante dell’economia reale è costituita da scambi che non producono profitto ma soddisfano necessità, diritti e libertà: cibo, energia, cultura, bellezza e creatività. Il paradosso: l’attuale sistema globale finanziario ha creato la più grande concentrazione di capitali liquidi mai visti nella storia del capitalismo, ma non sono utilizzati per aiutare le persone, tanto meno per sostenere lo sviluppo umano e tanto meno per ridurre le diseguaglianze. Non è l’altruismo lo spirito che stimola le più influenti istituzioni del pianeta. Una parte della cultura liberale, per arginare il ruolo delle cooperative che tolgono opportunità alle imprese di profitto,  sta trasformando il mondo del volontariato che nacque nell’Ottocento, in un nuovo modo di fare impresa, e quindi i liberali contribuiscono a introdurre la competitività e l’obiettivo del profitto anche fra le cooperative, cancellando il principio del mutuo soccorso. Tutto ciò può cambiare, il mondo può diventare un luogo migliore se cambiamo i paradigmi culturali dell’Occidente, e questo dipende dalla cultura e dalla sensibilità delle persone.

Dal punto di vista economico, possiamo osservare che la cosiddetta “sostenibilità economica” può essere sfruttata per speculare, poiché ha come unico obiettivo il tornaconto degli interessi privati. Attraverso una riforma del sistema del credito e dei poteri istituzionali che ripristinano la sovranità monetaria, possiamo cambiare la cultura della ricchezza che non è determinata dalla moneta ma dalla creatività umana e dalla corretta gestione delle risorse finite del pianeta. E’ necessario che gli strumenti di valutazione economica-finanziaria siano piegati all’interesse pubblico, e che lo Stato si riprenda il ruolo di controllore, dettando la convenienza sociale ed ecologica di programmi, piani e progetti. Ciò può accadere attraverso la teoria endogena della moneta e finanziando direttamente a credito la sostenibilità economica degli interventi bioeconomici che creano occupazione utile, in maniera tale da realizzare programmi di prevenzione del rischio idrogeologico, sismico, la conservazione dei centri storici e la rigenerazione urbana delle aree degradate arrivate a fine ciclo vita. Sono tutti interventi non opinabili, procrastinabili nel tempo, e non sono oggetto di campagne politiche speculative poiché determinano la vita delle persone che si concentrano nelle aree urbane, cioè la maggioranza degli abitanti. Le istituzioni sono state inventate per gestire e risolvere problemi, ma la crisi morale che viviamo si traduce in un’inerzia criminale di buona parte dei politici addomesticati alla stupidità e al cretinismo del pensiero neoliberale che genera danni sociali e ambientali irreversibili. Aggiustare le città non è un’opinione ma una necessità per la nostra sopravvivenza, è bene che siano i cittadini stessi ad attivarsi poiché la natura, i cambiamenti climatici e l’usura del tempo degli ambienti costruiti non aspettano i capricci dei cretini al potere che noi stessi abbiamo sistemato.

Salerno prima e dopo

Curiosità: l’ONU ha approvato una nuova agenda con scadenza 2030, ove si pone l’obiettivo ambizioso di porre fine alla fame e alla povertà, e di combattere le diseguaglianze. Tali promesse possono assumere, o la forma della barzelletta o dell’insulto, poiché l’ONU è un’organizzazione incapace di rispettare qualunque promessa. Esistono diverse organizzazioni sovranazionali che rappresentano gli interessi delle imprese private, sono tutte intente a scrivere l’agenda politica per le istituzioni politiche. Le loro priorità sono l’accumulo del capitale e l’auto conservazione, lasciando i popoli in schiavitù. E’ altrettanto noto che l’Occidente attraverso l’OCSE, il WTO e la NATO sono co-registi delle politiche neoliberali della Banca Mondiale e del FMI, e sono responsabili della povertà, della fame e dell’aumento delle diseguaglianze, mai così grandi da quando esiste il capitalismo. Tali diseguaglianze si annidano principalmente nei luoghi urbani e nei paesi che le imprese multinazionali hanno depredato e colonizzato, ma è relativamente recente il fatto che povertà e disuguaglianze si diffondono anche in Occidente, negli USA e in Europa. Gli attuali fenomeni migratori non sono altro che l’effetto di strategie geopolitiche conflittuali fra Occidente e Oriente, e siedono entrambi sullo stesso piano ideologico sbagliato: la crescita e l’avidità del capitalismo.

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