La scommessa della rigenerazione urbana bioeconomica

Negli attuali processi di trasformazione urbana non esistono piani attuativi rigenerativi bioeconomici mentre tutta la letteratura urbanistica europea, da circa venticinque anni, pubblica esempi più o meno “sostenibili”. In Italia, nessuno o pochissimi di questi casi, si occupa di stimolare processi dentro le zone consolidate ma in quelle periferiche, suburbane e rururbane. Il fatto che in Italia ci siano pochissimi esempi di vera rigenerazione urbana dipende da due condizioni: una è di carattere economica, perché trasferimenti di volumi e demolizioni/ricostruzioni sono interventi costosi, e l’altra è di carattere politico perché nel nostro Paese ha prevalso, più degli altri, la religione neoliberista del famigerato libero mercato che ha favorito la borghesia locale costruendo la propria fortuna su una vera e propria usurpazione, ed oggi vive e si arricchisse di rendite parassitarie indirizzando le scelte localizzative dei piani regolatori generali. In questo modo, a partire dagli anni ’50, si è radicata una consuetudine politico-amministrativa viziosa e degenerata che giustifica la privatizzazione dei processi politici, mentre le aree economiche più marginali non sono in grado di “assorbire” l’offerta edilizia. La famigerata urbanistica contrattata ha distrutto il libero mercato urbano, oggi controllato da pochi soggetti economicamente molto forti, e buona parte delle imprese è esclusa dalle reali opportunità che il capitalismo urbano consentirebbe, se fosse garantito da un reale coordinamento dell’Ente pubblico. Il contesto attuale è molto simile al capitalismo feudale: uno Stato che non interviene per garantire uguaglianza di diritti, soprattutto per i ceti più deboli, e un’élite ristretta, molto più ricca di prima che decide per tutti e continua ad accumulare sfruttando le scelte politiche sbagliate deliberate dai Consigli comunali.

Nella consuetudine attuale non esistono imprese che possono prendersi il rischio di pagare i costi di demolizioni e ricostruzioni che poi finirebbero scaricarti sul mercato. L’assenza di efficaci strumenti finanziari dello Stato pensati per la rigenerazione bioeconomica nel mercato urbano sfavorisce progetti rigenerativi virtuosi (attenti al sociale e all’ambiente) e così è difficile ritrovare esempi di vere e proprie rigenerazioni urbane, e quindi spesso si realizzano riqualificazioni che consistono in progetti di nuove lottizzazioni in aree piccole, a volte già urbanizzate ma “libere”, cioè di riuso di aree ex-produttive.

La scommessa italiana più interessante e più intelligente riguarda le ex periferie costruite fra gli anni ’40-’80, cioè concentrarsi sugli attuali quartieri mal costruiti dai processi speculativi, ove esistono le disuguaglianze sociali ed economiche, e dove mancano ancora gli standard minimi previsti dalle norme. In queste periferie non c’è qualità urbana, e c’è la peggiore merce edilizia dal punto di vista sismico ed energetico. Nelle nostre città estese, esistono numerosi casi di zone urbane consolidate mal costruite costituite con agglomerazioni di edifici che non rappresentano quartieri, tessuti, ma aggregazioni disomogenee (alti carichi urbanistici e affollamento) e compromesse. Nelle ex-periferie spesso riscontriamo grandi squilibri causati dai carichi urbanistici eccessivi che non consentono un adeguato svolgimento della vita urbana, perché c’è assenza o carenza di spazi e luoghi pubblici (assenza/carenza di verde pubblico, assenza di strutture culturali), perché la viabilità non è funzionale agli scopi urbani (strade strette, assenza di parcheggi e assenza di piste ciclabili), e perché in queste aree si concentrano numerosi disagi sociali, economici e ambientali.

In questi ambiti bisogna avere il coraggio di investire programmi, piani e progetti capaci di affrontare temi complessi ma che possono essere discussi pubblicamente con competenza ed efficacia per restituire nuove opportunità di sviluppo umano agli abitanti, oggi condannati alla marginalità economica e sociale. Il meridione d’Italia è senza dubbio l’area geografica ed economica maggiormente interessata dalle disuguaglianze territoriali, anche se problemi analoghi, con intensità minori, si riscontrano anche nei grandi centri urbani del Nord, pertanto il focus va posto sulle città estese ove proporre i principali cambiamenti anche in rapporto con le aree rurali e i piccoli centri urbani.

Il paradigma urbano da ribaltare è quello della famigerata rendita, perché deve smettere di essere il motore delle trasformazioni urbane, e quindi è necessario liberare il disegno da questo ricatto al fine di riprogettare lo spazio pubblico e ridimensionare i servizi collettivi per le città estese. I cittadini devono assumere il ruolo di committenti della rigenerazione urbana bioeconomica ma con nuovi criteri valutativi di piani e di progetti; si tratta proprio di criteri bioeconomici che realizzano il metabolismo urbano, e tengono conto degli impatti sociali e ambientali degli interventi previsti, senza compromettere l’equilibrio economico degli investimenti. Non è più il mero profitto privato che giudica la realizzabilità della trasformazione urbana, ma i risultati attesi in termini sociali e ambientali perché questi qualificano il progetto, e queste condizioni possono migliorare l’ambiente urbano compromesso durante gli anni della speculazione edilizia. Oltre ciò, ovviamente, c’è un dato tecnico da saper valutare, e cioè la nuova morfologia urbana, il nuovo scenario capace di ridistribuire le densità e i servizi (scuole, biblioteche, teatri, centri di ricerca …) al fine di migliorare la vita degli abitanti sfruttando le migliori tecnologie nel settore energetico e per la mobilità intelligente, sempre più stimolata dall’uso delle biciclette integrate con il trasporto pubblico.

Qui sotto un esempio paradigmatico di “caso impossibile” estratto dalla mia tesi di laurea. Il progetto propone scenari rigenerativi possibili in un’area consolidata – Pastena Torrione – molto compromessa. Gli scenari si pongono obiettivi per migliorare la forma urbana esistente, recuperano standard mancanti, trasferiscono volumi, costruiscono servizi e realizzano una nuova urbanità. L’esempio dimostra che, a seguito di un’analisi approfondita dell’esistente poiché il progetto è nell’analisi, ed è comunque possibile progettare servizi mancanti aumentando le dotazioni standard esistenti e offrendo opportunità di sviluppo umano raggiungendo obiettivi di sostenibilità e comfort urbano.

Il progetto interviene dentro la città consolidata, nell’aggregato[1] urbano costruito dagli anni ’40 fino agli anni ’80 nei quartieri Pastena, Torrione, Picarielli e Italia, in un’area di 54 ha con una popolazione teorica insediata di 16.000 abitanti, e si pone l’obiettivo di rigenerarlo in tessuto[2] urbano. Questo caso di rigenerazione urbana non interviene né nel centro storico e né in un’area industriale dismessa, ma in un’area consolidata.

L’analisi dell’organismo urbano[3] preso in esame ha evidenziato diverse carenze e criticità. Si tratta di un agglomerato privo di una maglia stradale regolare, che avrebbe favorito l’uso flessibile dello spazio. L’analisi ha rilevato la carenza di standard minimi; non è presente un sistema di spazi pubblici con arredi urbani, non ci sono aree verdi attrezzate e fruibili (con l’unica eccezione dei piccoli giardini di Villa Carrara), non ci sono percorsi ciclabili. La trama urbana è frammentata con scarsa accessibilità; costituita da agglomerati scompaginati nei quali sono accostati espansioni recenti e passate. Fra alcuni comparti non c’è complementarietà, e persino l’assenza di collegamenti. C’è un’eccessiva densità di volumi[4] in diversi comparti, il più alto è nel comparto 12 (Lungomare Colombo, ed. privata) quello più densamente popolato e con carenza di standard di quartiere. Dal punto di vista della sostenibilità sociale, ambientale e urbanistica, il progetto riutilizza aree abbandonate e dismesse; favorisce la tipologia mista delle destinazioni d’uso degli edifici, prevede nuovi servizi culturali e sociali, e collega gli edifici a una rete intelligente di energia inserita nei sottoservizi.

Il progetto urbano ruota intorno a due elementi qualificanti della rigenerazione e del concetto di urbanità[5]: il suolo[6] e lo spazio pubblico, tant’è che grazie all’apertura di una nuova strada si realizzano nuovi nodi e si risolvono problemi di isolamento, stimolando vitalità e mobilità dolce, e grazie alle tecniche di densificazione e le demolizioni selettive si realizzano servizi culturali, sociali, spazi aperti e verde pubblico creando nuovi punti di riferimento. Il progetto incrementa i beni relazionali, moltiplicando luoghi di convivenza, aumenta la dotazione di aree verdi per mitigare il clima e contrastare l’isola di calore.

L’agglomerazione delle attività previste dal progetto trasformano la struttura urbana della città conferendole una struttura policentrica (multipolare). Il quadro di conoscenza fornisce le indicazioni progettuali e individua le regole per le possibili trasformazioni urbanistiche, seguendo principi di bellezza e decoro urbano, e di conservazione di taluni aggregati edilizi esistenti.

Il progetto indica scenari progettuali, ossia master plan, suggerendo una morfologia urbana con le seguenti caratteristiche: trasformazione urbanistica; riconnessione della trama urbana e degli spazi residuali; nuove scene urbane; conservazione; riattamento; mixité funzionale e sociale; riequilibrio fra lo spazio pubblico e privato attraverso trasferimenti volumetrici senza consumare suolo agricolo; risposta alla domanda di bisogni dei cittadini coinvolti nella sperimentazione di pianificazione partecipata attraverso il questionario ideato da Kevin Lynch; cancellazione degli sprechi e auto sufficienza energetica; e “città rurale”.

L’approccio progettuale presenta scenari possibili che mirano a valorizzare le preesistenze e ad “aggiustare” un contesto di partenza complicato e difficile per la cattiva crescita urbanistica degli aggregati edilizi conseguenza della speculazione immobiliare, osservabile in taluni comparti dell’area di intervento. All’eccessivo e cattivo sfruttamento dei suoli si prevede il riequilibrio delle densità col diradamento dell’edilizia privata desueta, e si favorisce il recupero degli standard minimi mancanti. L’approccio ha l’ambizione di mostrare un modello che se fosse applicato impedisce l’aumento della dispersione urbana (sprawl).

[1] È un termine generico che indica un insieme di edifici.
[2] «Il tessuto è il concetto di coesistenza di più edifici, presente nella mente di chi vi costruisce anteriormente all’atto di costruire, a livello di coscienza spontanea, come portato civile dell’esperienza di mettere insieme più edifici» (Caniggia & Maffei, Op. Cit., 2008, pag. 129).
[3] L’analisi diretta è stata svolta individuando 12 comparti omogenei al fine di misurare tutti i dati e gli indici urbanistici (densità, standard, superficie coperta, indici di utilizzazione).
[4] L’analisi diretta ha rilevato indici di fabbricabilità fondiaria (If=V/Sf) di 10,14 nel comparto 12 (Lungomare Colombo), di 9,57 nel comparto 4 (case alluvionati, INA Casa), di 9,02 nel comparto 7 (via Tesauro), di 8,70 nel comparto 6 (via M. Ungheresi) e di 7,81 nel comparto 9 (via C. Guerdile). La densità massima prevista dal DM 1444/68 è di 6 mc/mq.
[5] Il concetto di urbanità è costituito da suolo, fronte urbano e spazio.
[6] Dietro al concetto di suolo ci sono molti riferimenti, non solo al supporto fisico, alla sua fisicità (l’orografia del suolo) ma anche alla percezione, alla forma dell’architettura costruita sopra al suolo (l’appoggiarsi al suolo), la conformazione degli spazi aperti, alla percorrenza, ai materiali usati e alle relazioni. L’immagine urbana percepita è costituita da rapporti e relazioni dello spazio pubblico con l’architettura e, nello specifico il linguaggio dei fronti urbani, poiché crea l’immagine percepita dall’osservatore insieme agli spazi aperti, ai colori dei materiali.

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Aree urbane, problemi e soluzioni

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La morfologia delle aree urbane, fonte immagine ISTAT.

C’è connessione fra la mancata riforma urbanistica (regime dei suoli) e la speculazione edilizia? Ripartendo da questa domanda retorica possiamo recuperare un tema fondamentale per creare occupazione utile, per tutelare il territorio e restituire diritti a tutti i cittadini, soprattutto ai ceti economicamente più deboli. Ai noti problemi sociali delle rendite parassitarie che hanno aumentato le disuguaglianze, si aggiunge l’evoluzione del neoliberismo che ha modificato i rapporti di urbanizzazione in Occidente creando nuove strutture urbane e diversi usi del territorio. Abbiamo i fenomeni di contrazione dei comuni centroidi con la crescita di quelli limitrofi, che unendosi fisicamente creano nuove città e reti di città. In questi spazi urbani estesi troviamo le disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento. I dati dell’ISPRA, nel Rapporto 2017 sul consumo di suolo, mostrano il disastro promosso da Regioni e Comuni nel piegarsi ai capricci del mercato continuando ad approvare piani espansivi anziché rigenerare le zone consolidate, con sottovalutazione e scarsa attenzione al rischio sismico e idrogeologico. In Italia abbiamo il notissimo fenomeno dell’abusivismo edilizio, che ha una doppia radice: una motivazione dei privati nell’evadere le tasse locali (non esiste l’abusivismo per necessità) e la compiacente assenza di controlli dei funzionari pubblici di Comuni e Regioni. Le conseguenze sono disastrose: consumo di suolo, insicurezza per gli abitanti, e danno erariale. Per l’assenza di una banca dati unica e nazionale, i dati sull’abusivismo sono eterogenei, discordanti ma preoccupanti. Ad esempio, secondo l’ISTAT si stima che nel 2015, ben 20 costruzioni su 100 sono abusive, e c’è una tendenza pericolosa nella crescita del fenomeno, soprattutto in Molise, Campania, Calabria e Sicilia nel triennio 2012-2014, trend in crescita che si registra anche in Umbria, Marche, Lazio e Liguria. La decadenza sociale delle classi dirigenti, non ancora appagate dal realizzare qualsiasi capriccio, sta inventando e divulgando neologismi giuridici stupidi e immorali come “l’abusivismo per necessità” (aberrazione costituzionale, legislativa e urbanistica), e sta introducendo leggi sempre più liberiste, come il cattivo esempio della legge in Emilia Romagna. Da un lato si va oltre l’immorale e scellerato condono edilizio, e dall’altro lato si smantella persino quel poco di buono che è stato fatto in passato come il recupero urbano e la perequazione diffusa. I politicastri vanno avanti per giustificare i processi di privatizzazione delle trasformazioni urbanistiche, e sostenere consuetudini avverse ai principi della Costituzione e della legge urbanistica nazionale. Tali scelte neoliberiste sono suggerite per favorire l’avidità degli investitori privati (lascia fare al mercato) e creare valori fittizi sfruttando la rendita. Eppure, aggiustare l’Italia applicando la Costituzione crea occupazione utile, ma per farlo correttamente è necessario sia riprendere il nodo sul regime giuridico dei suoli (riforma Sullo), e sia adottare un cambio di scala territoriale e modificare gli strumenti giuridici e finanziari che giudicano piani e progetti, introducendo criteri di valutazione bioeconomica. Prima di tutto dobbiamo accettare la verità scientifica che il territorio non può essere mercificato, per ovvie ragioni di conservazione delle specie viventi, e poi ricordarsi che il diritto a edificare è concesso dallo Stato, non appartiene alla proprietà privata, pertanto l’arroganza dei privati nel voler guadagnare senza lavorare sfruttando la famigerata rendita, è un male da estirpare imitando le pratiche virtuose di altri paesi: diritto di superficie, recupero del plusvalore e tasse. In fine, dobbiamo riconoscere che la classe dirigente locale si è dimostrata incapace nel favorire piani con qualità urbanistica e architettonica, poiché uno degli scopi della legge urbanistica era di realizzare una corretta morfologia urbana, oltre alla normale costruzione dei servizi per tutti i cittadini. Dal dopo guerra in poi, in diversi comuni d’Italia, non si è realizzata né una corretta morfologia urbana e tanto meno sono stati costruiti gli standard minimi per i quartieri. Nel riparare città mal costruite, dovremmo introdurre il piano regolatore generale bioeconomico che ha la predilezione per le zone consolidate, eliminando del tutto quelle di espansione. Tale piano aggiunge alla tradizionale zonizzazione e localizzazione con mixitè funzionale e sociale, anche la misura dei flussi di energia in entrata e uscita, e la valutazione sociale degli interventi da realizzare nel livello attuativo. Nella fase attuativa, la perequazione è piegata agli scopi sociali e ambientali, favorendo progetti che risolvono problemi delle zone consolidate, e riducendo il ruolo divenuto strategico dei soggetti privati interessati esclusivamente al proprio tornaconto economico, preferendo soggetti attuatori no-profit. In tal senso è fondamentale il ruolo pubblico dello Stato, sia come figura di coordinamento e controllo, e sia come soggetto attivo (investimenti e leva fiscale) che condiziona gli investitori privati verso l’utilità sociale attraverso i criteri bioeconomici. Il punto focale dei piani bioeconomici è la realtà urbana e territoriale; non più la velleità di Sindaci e di archistar che si prestano a manipolare l’opinione pubblica, o le ambizioni di progetti “finanziati” dai privati con volgari speculazioni immobiliari. L’analisi dell’esistente è il vero piano che fa emergere i problemi rimasti insoluti, la capacità di leggere e interpretare la struttura urbana e territoriale, la carenza di standard nelle zone consolidate, il ciclo vita degli edifici e il degrado, la mobilità e gli stili di vita, i servizi. Osservando le aree urbane è necessario che il sapere tecnico sia a servizio diretto dei cittadini con processi di partecipazione attiva, favorendo il dialogo sui problemi da risolvere, e presentando visioni progettuali con trasformazioni urbanistiche che migliorano le zone consolidate suggerendo soluzioni urbane, architettoniche e tecnologiche adeguate.

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Salerno, la città estesa e i nodi dell’urbanistica

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Urbanismi, fonte immagine Spinosa.

Negli interventi passati sulla questione urbanistica, proponevo la necessità di aprire un dibattito pubblico su progetti bioeconomici, capaci di pensare gli insediamenti urbani come sistemi metabolici per eliminare sprechi e finalizzare le attività verso l’efficienza creando nuova occupazione utile. La scommessa è porre al centro del piano l’identità culturale del territorio. Osservavo che la realtà urbana da pianificare riguarda la “nuova” struttura urbana della città salernitana, che comprende ben 11 comuni, dalla conurbazione Nord esistente nella valle dell’Irno, fino a quella a Sud verso Battipaglia. In questa città salernitana estesa vivono circa 300 mila abitanti, in un ambiente urbano che soffre di degrado degli edifici esistenti (rischio sismico), affollamento e congestionamento del traffico, abbandono e non governabilità dei processi di agglomerazione e decentramento (rischio idrogeologico). Ricordiamoci che l’obiettivo dell’urbanistica è progettare diritti a tutti i cittadini tutelando il territorio, mentre la consuetudine sbagliata è favorire il profitto. I Consigli comunali, adottando piani che favoriscono prioritariamente le rendite dei privati, non si sono preoccupati di attuare gli scopi dell’urbanistica che indicava di progettare bene gli insediamenti urbani, non solo rispettando gli standard minimi ma realizzando una corretta morfologia delle città. Nell’area urbana estesa salernitana non ci sono né le quantità minime e tanto meno esiste una corretta forma urbana. La scelta politica è preferire processi privatizzati con la famigerata “urbanistica contrattata” e la perequazione di comparto, cioè ignorare l’intero territorio e intervenire solo in quelle aree più appetibili per soddisfare l’interesse economico dei privati, prima di tutto. I nostri processi urbanistici sono tutti viziati dallo scandalo urbanistico italiano, quando nel 1962 fu evitata la riforma del regime dei suoli, e oggi stiamo pagando le conseguenze politiche di quella scelta scellerata. Decenni di non corretta pianificazione hanno costruito l’area estesa salernitana, gravemente ammalata di dispersione urbana (sprawl), assenza di standard (verde di quartiere, parcheggi, servizi culturali), assenza di qualità architettonica, carichi urbanistici mal distribuiti, affollamento nelle aree centrali e assenza di mobilità sostenibile. L’economia reale della nostra specie dipende esclusivamente dal territorio, e l’area urbana non può continuare a crescere. La realtà territoriale indica la necessità di rigenerare i tessuti esistenti arrestando la dispersione urbana che alimenta danni ambientali, economici e sociali. Per rimediare ai disastri realizzati è necessario ripensare i paradigmi della società per favorire l’adozione di piani bioeconomici seguendo le indicazioni della scuola territorialista.

Nei paesi ove si è realizzata e diffusa una migliore pratica urbanistica, i piani sono centralizzati sull’interesse generale affinché il sapere tecnico possa indirizzare i soggetti attuatori nel realizzare, prima di tutto, i diritti per tutti i cittadini e risolvere i problemi esistenti, e non il contrario com’è nella prassi italiana. E’ noto che in Olanda, paesi scandinavi, Germania e Spagna le rendite sono tassate, e che addirittura si recupera il plusvalore fondiario per costruire la cosiddetta città pubblica (standard e servizi). Questi sono alcuni nodi politici, abbastanza noti in Italia, che impediscono di favorire una corretta pianificazione urbanistica secondo i dettami dei principi costituzionali come la rimozione degli ostacoli economici, e la realizzazione dello sviluppo umano rispettando le risorse limitate. Su questi temi, le nostre istituzioni politiche, anziché imitare le migliori esperienze sinceramente socialiste, hanno preferito inseguire l’ideologia liberale e neoliberale regalando facili profitti ai soggetti privati, che ancora oggi vivono e si alimentano di vecchie e nuove rendite senza dare un contributo allo sviluppo umano. Questa prassi politica italiana, cioè lasciar fare solo al mercato è divenuta normale, ma se pensiamo ai diritti e al territorio, ciò è sia immorale e sia illegale se osserviamo le regole di altri Paesi. Se ancora oggi non riusciamo a finanziare una corretta programmazione di manutenzione del territorio e di rigenerazione delle aree urbane, la motivazione è insita nell’approccio culturale delle istituzioni politiche e della maggioranza dei cittadini. Tutti immersi nel mondo economico liberale e neoliberale che ha favorito il nichilismo, la competitività, l’egoismo e di conseguenza la regressione culturale, che oggi mostra la decadenza di una società profondamente sbagliata e stupida poiché distruggendo il territorio elimina se stessa, la propria storia e la propria identità. La risposta culturale alla corretta pianificazione è altrettanto nota, persino scritta nella nostra Costituzione; manca la consapevolezza collettiva della maggioranza delle persone, manca una classe politica responsabile, seria e capace, manca un movimento politico che riconosca la priorità vitale per la nostra specie di tutelare le risorse naturali da cui prendiamo l’energia per vivere.

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La Città 11 settembre 2017