Famigerata Crescita

istat sll tasso di disoccupazione e occupazione 2017
ISTAT, Annuario statistico 2018.

La crescita dell’economia, della produttiva è il mantra utilizzato da media e politici sin dai tempi della nascente modernità. Crescita è il termine chiave utilizzato da tutti: di destra, di sinistra, dai populisti, dai dittatori, dai politicanti per promettere benessere, sviluppo, posti di lavoro e miglioramento. Entrando nel merito della crescita, il mantra si misura con l’indicatore economico più famoso al mondo, il Prodotto Interno Lordo (il PIL) osservato dall’ISTAT. Se leggiamo i dati dell’ISTAT, cosa scopriamo? Il PIL cresce sempre, forse non come vorrebbe la classe politica, ma cresce sempre. Qualunque individuo dotato di buon senso dovrebbe porsi una domanda molto semplice: perché alla crescita costante del PIL non corrisponde un miglioramento? Uscendo dalla demagogia ossessiva compulsiva dei media, chiunque studia l’economia e la politica, sa bene che questo indicatore è notoriamente fuorviante, semplicemente perché non misura il benessere ma la crescita della produttività, cioè la crescita del capitale. Se parliamo di miglioramento o di progresso, il PIL è un indicatore inutile perché lo sviluppo umano si misura con indicatori che fanno decrescere il PIL. La crescita è chiaramente una delle contraddizioni del capitalismo. In generale, il capitalismo contemporaneo è bloccato nella cattiva infinità dell’accumulazione senza fine e della crescita composta che culmina con la svalutazione e la distruzione, ignorando le crisi intrinseche al capitalismo stesso. L’arricchimento capitalista è fine a se stesso, e la vita quotidiana è ostaggio della follia del denaro, per dirla alla Marx. Le tipiche contraddizioni del capitalismo sono: il deterioramento costante della natura con la distruzione delle specie viventi, la crescita composta illimitata, e l’alienazione universale, cioè il nichilismo e l’annullamento dell’essere umano.

L’esempio più noto a tutti, circa l’inutilità della crescita costante del PIL, è la salute umana. Ragionando per assurdo: immaginiamo che domani mattina tutta la popolazione italiana si trovi in buona salute, cosa accadrebbe? Il PIL avrebbe una decrescita immediata poiché nessuno consumerebbe farmici determinando la chiusura dell’industria farmaceutica e quindi la perdita di posti di lavoro. All’improvviso gli italiani non si spostano più in auto a combustione, e nessuno compra e consuma più armi, accade che l’industria dell’automobile, l’industria petrolifera e delle armi subiscono forti contrazioni e perdite di posti di lavoro, quindi il PIL decresce. Un’altra famosa decrescita del PIL si realizza applicando l’uso razionale dell’energia per gli edifici e favorendo l’auto produzione di cibo per auto consumo. Questo discorso, con questi esempi, esprime concetti e dibattiti molto noti fra chi conosce le basi dell’economia, e negli ultimi decenni persino premi nobel hanno pubblicato studi e ricerche per convincere la classe politica, al fine di ridurre l’influenza dell’indicatore PIL sia nella comunicazione politica ma soprattutto nella programmazione economica. Ad oggi, non ci sono riusciti poiché le principali istituzioni globali (Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, Organizzazione mondiale del commercio, e Nazioni Unite) danno prevalenza ai soliti indicatori economici, e meno a quelli sociali. Il fatto che nulla cambi, è noto; tutto il mondo è capitalista e l’Occidente è la culla della religione neoliberista con istituzioni politiche addomesticate da questa credenza. In Italia, l’ISTAT ha adottato un indicatore complessivo chiamato BES (Benessere Equo e Sostenibile) frutto degli studi economici che integrano il PIL, e questo dovrebbe influenzare le scelte politiche per riequilibrare gli investimenti al fine di ridurre le disuguaglianze economiche e sociali. Nonostante ciò, media e programmazione economica continuano a millantare la crescita del PIL. Durante questo periodo di confusione politica, tutti i media, come un mantra ripetitivo compulsivo, usano ancora la famigerata crescita come argomento di acceso dibattito politico. Nel corso degli anni, i media accusano i Governi col medesimo linguaggio: poca crescita con questa manovra, il Paese non cresce perché non ci sono investimenti, bisogna ridurre il debito. Il linguaggio compulsivo ossessivo intende abituare gli individui a tali termini, e i media sono rassicurati dal fatto che mai la maggioranza degli elettori avrà la curiosità di aprire il dizionario, un manuale, per scoprire il significato dei termini e svelare l’inganno. Nel nostro Paese, fra gli addetti ai lavori, è ben noto l’altrettanto problema diffuso fra la maggioranza degli italiani, e cioè l’ignoranza funzionale e di ritorno. In un contesto del genere, i talk politici presenti nei media sono funzionali affinché nulla cambi per il bene del Paese e degli italiani stessi, che a ogni gara elettorale scelgono i propri carnefici (Forza Italia, PD, Lega e M5S). La complessità e la realtà italiana richiedono una programmazione economica politica molto diversa dai piani politici dei nostri carnefici, i quali ovviamente non esprimono né competenze adeguate e né una volontà politica nuova, figlia di un cambiamento dei paradigmi culturali. Per ottenere un reale miglioramento, i cittadini dovrebbero costruire un soggetto politico bioeconomico, che realizza un programma politico rispetto a una nuova cultura politica capace di distinguere i beni dalle merci, mentre per affrontare la realtà italiana, le soluzioni dovranno nascere osservando con attenzione il territorio, le complessità sociali ed economiche, fra l’altro ben note, e documentate nei rapporti dell’ISTAT; ed oggi interpretate anche dal “Forum Disuguaglianze Diversa” che sta dando un aiuto concreto nel capire la complessità sociale del Paese.

Per quanto riguarda la disuguaglianza per eccellenza, e cioè la famosa questione meridionale, è l’ISTAT che certifica la realtà storica: Regno d’Italia e fascismo crearono la disuguaglianza economica fra Nord e Sud. «Il divario Nord-Sud inizia invece ad allargarsi sul finire dell’Ottocento, allorquando nel Nord-Ovest comincia a prendere corpo il Triangolo industriale. E tuttavia la forbice rimane contenuta, ancora nel corso dell’età giolittiana. È invece negli anni fra le due guerre, dal 1911 al 1951, che il divario Nord-Sud cresce molto. Al 1951, le differenze fra le macro-aree hanno raggiunto l’apice. […] Le differenze fra Sud e Nord – pur se a ritmi alterni, seguendo un processo non sempre lineare – si sono ampliate dall’Unità a oggi. […] La ricchezza si è andata quindi progressivamente concentrando nelle regioni forti del Nord Italia, che attraevano a sé anche il capitale umano». (Emanuele Felice, “Crescita, crisi, divergenza: la disuguaglianza regionale in Italia nel lungo periodo”, in ISTAT, La società italiana e le grandi crisi economiche 1929 – 2016, Roma, 2018). Il divario inizia col primo Governo Cavour (Destra storica) ma si acuisce con la XXIII e la XXIV legislatura ove il Parlamento ha una maggioranza liberale, e i governi Giolitti, Salandra, Boselli, Orlando, Nitti e i fascisti, fino all’inizio dell’era democristiana con De Gasperi. «[…] All’atto della costituzione del nuovo Regno, il Mezzogiorno, come abbiam già detto, era il paese che portava minori debiti e più grande ricchezza pubblica sotto tutte le forme. Furono venduti per centinaia di milioni i beni demaniali ed ecclesiastici del Mezzogiorno, e i meridionali, che aveano ricchezza monetaria, fornirono tutte le loro risorse del tesoro, comprando ciò che in fondo era loro; furon fatte grandi emissioni di rendita nella forma più vantaggiosa al Nord; e si spostò interamente l’asse della finanza. […]» (estratto da Francesco Saverio Nitti: “L’Italia all’alba del XX secolo (1901) Discorso Quarto”)

L’attuale sistema capitalista neoliberista costituitosi con lo sviluppo dello sfruttamento dei lavoratori nelle famigerate zone economiche speciali, è riuscito a favorire l’aumento della concentrazione dei capitali della borghesia imprenditoriale, rendendola più ricca in tempi più brevi rispetto ai decenni precedenti. Questa accelerazione è avvenuta applicando meglio il paradigma capitalista che prevede la riduzione dei costi (costo del lavoro e accesso alle risorse naturale). La borghesia capitalista ha ridotto il ruolo della cosiddetta old economy grazie alle disuguaglianze di riconoscimento, al progresso informatico degli algoritmi, alla robotica e all’intelligenza artificiale, che hanno influenzato il valore di capitalizzazione delle aziende, cioè attraverso la finanza, un mondo fittizio. I casi famosi sono rappresentati dall’industria informatica e tecnologica, i cosiddetti giganti del web, che non pagano tasse agli Stati, e accumulano capitale grazie alla pubblicità e alla profilazione degli utenti. Questa è la crescita, questo è il capitalismo: sfruttamento, aumento delle disuguaglianze, avidità, distruzione degli ecosistemi e annichilimento dello Stato sociale. Tutto il mondo moderno è capitalista, cioè di destra, perché? Nell’applicare la funzione della produzione capitalista, la religione neoliberista è stata, ed è, l’approccio più efficace per favorire la crescita, poiché si pone l’obiettivo di rimuovere ogni limite all’auto produzione di capitale, dal sistema finanziario bancario (il mondo off shore) sino all’eliminazione di ogni costo. Nel corso della storia moderna, socialismo e comunismo, snaturando la propria natura, sono state applicazioni capitaliste che limitavano la crescita, poiché conservavano taluni costi nella funzione della produzione capitalista, cioè socialismo e comunismo conservavano i costi sul lavoro (diritti e salari adeguati), e a volte hanno posto limiti al capitalismo nell’uso delle risorse naturali (impatto ambientale), di fatto limitando la crescita. L’intero processo economico è costituito da un solo aspetto inumano, irrazionale e innaturale: trasformare tutto in merci per ridurre i costi affinché il capitale, come fosse un algoritmo, possa crescere all’infinito dentro un sistema, cioè il pianeta Terra che è un sistema chiuso con risorse limitate. Nel processo economico le persone sono trattate come merci, da usare e gettare quando non servono più al capitale. Siamo l’unica specie di questo Pianeta che ha inventato un modello sociale irrazionale per misurare gli scambi e accumulare “ricchezza” (per pochi) ma distruggendo tutto, se stessi e altre specie. Le famigerate disuguaglianze sociali, economiche e di riconoscimento esistenti in Europa e in Italia, sono la normale conseguenza di scelte politiche ormai storiche e il frutto del pensiero capitalista dell’epoca moderna, che si nutre proprio di disuguaglianze, cioè consentire l’accumulazione del capitale a una ristretta borghesia altamente specializzata e non ridistribuire gli eccessi del capitale nei territori sfruttati. Queste disuguaglianze innescate dalla crescita sono divenute croniche in Italia, poiché la maggioranza degli elettori meridionali continua a disprezzare la politica e delega l’amministrazione di questa a soggetti politici sempre più impreparati (Forza Italia, PD, Lega e M5S).

Tornando alla questione meridionale, rileggendo Marx scopriamo le ragioni delle disuguaglianze territoriali, ed è noto che la pianura padana sfrutta il Sud e può continuare a farlo grazie alle agglomerazioni volute dal ceto politico, durante i decenni precedenti, ed oggi l’area padana gode di mezzi e sistemi consolidati che creano un sistema virtuoso di produzione di merci. Nel meridione è accaduto l’esatto opposto: cioè fù smantellato un sistema produttivo per creare aree periferiche da sfruttare. Questo modello è ampiamente diffuso in tutto il mondo e stimola le migrazioni economiche, proprio come accade in Italia da decenni. Oggi, il Sud non riesce a invertire questo processo auto distruttivo, per due motivi: il ceto politico non vuole eliminare le disuguaglianze, e le imprese non desiderano rilocalizzare le attività, mentre la cittadinanza è educata a una condizione psicologica di svantaggio e di sfruttamento innescando l’emigrazione di studenti e laureati. Per ridurre le disuguaglianze è necessario costruire una rete intelligente cooperativa fra università, ricerca applicata e imprese per rilocalizzare attività e funzioni nelle agglomerazioni produttive meridionali. Questo processo deve essere coordinato da investimenti pubblici e privati per creare le condizioni infrastrutturali, di fatto eliminando le disuguaglianze territoriali.

rapporto pil occupati popolazione

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Ridurre le disuguaglianze

La Storia, se fosse studiata seriamente, ci insegna che allo sviluppo del capitalismo moderno e ai numerosi danni sociali e ambientali che ha creato, provò a contrapporsi l’ideologia socialista. Prima Marx riuscì a spiegare egregiamente come la borghesia sfruttava le persone, favorendo la nascita della cosiddetta coscienza di classe, e poi le organizzazioni sindacali riuscirono a proporre diritti per tutti i lavoratori. Nacquero i partiti, socialista e comunista, al fine di realizzare un socialismo reale e la Storia ci insegna che il capitalismo ha stravinto eliminando persino i partiti di sinistra. Oggi le disuguaglianze sono aumentate, i padroni guadagnano e sfruttano la schiavitù più di prima, e i danni ambientali sono aumentati fino ad eliminare alcune specie viventi dal pianeta. I casi di sfruttamento sono abbastanza noti, da Uber, Amazon, (la gig economy, cioè lavoretti a comando) ad Apple, fino alle professioni intellettuali e ai servizi pubblici. Ho già scritto da molto tempo che il capitalismo neoliberista ha rifeudalizzato la società, poiché le relazioni sono di vassallaggio (neofeudalesimo o libertà). Oggi esiste persino l’Unione europea, un’organizzazione non democratica che ha assunto l’ideologia neoliberista come dogma per consolidare il libero mercato delle multinazionali. Dovrebbe essere noto che per ridurre le disuguaglianze è necessario che uno Stato sia sovrano, cioè abbia i poteri per agire sulle politiche monetarie e industriali, oltre che tassare i ricchi per ridistribuire ai poveri. Mentre USA, Russia e Cina sono stati sovrani proprio perché determinano le proprie politiche monetarie e industriali; invece l’UE è un aggregato disorganizzato e competitivo di Stati che si fanno concorrenza fra loro, e dove gli stessi cedono sovranità per mettersi nelle mani avide del mercato. Nel 2018, tutti i soggetti politici, almeno in Italia, sono favorevoli all’ideologia liberale e neoliberista, e dal 1989 in poi gli italiani non hanno più avuto la possibilità di votare per un partito comunista. Nell’epoca chiamata post ideologica, in realtà esiste solo un’ideologia: il capitalismo! Il pensiero politico socialista esiste solo nel mondo accademico e nella storia, mentre ogni tanto, questa filosofia politica si ripresenta in qualche pensatoio politico, al fine di “correggere” le storture del capitalismo che aumentano le disuguaglianze, ma non esiste un soggetto politico di massa capace di esprimere una classe dirigente adeguata alle sfide del presente e del futuro. Imprese e liberisti proliferano indisturbati accelerando i drammi sociali di alcune aree geografiche, e per quanto riguarda l’Italia, il dramma si concentra nel meridione.

Nel periodo in cui il capitalismo ha scelto l’Asia come luogo di produzione mondiale, le agglomerazioni urbane occidentali diventano soprattutto terziarie con alcune aree rimaste industriali, queste si trovano nel Sud della Germania, nella Catalogna, nel Nord della Francia (Ile-de-France) e in alcuni porti europei come Marsiglia e Rotterdam. Parigi e Londra sono città globali, scelte dalla grande finanzia speculativa. In Italia, la sola Lombardia, come la Catalogna in Spagna, è capace di tirare l’economia nazionale. E’ in questi spazi che troviamo le città regione, capaci di produrre accumulazione capitalista. La concentrazione industriale italiana si localizza soprattutto in pianura padana, iper infrastrutturata. Questi sono i luoghi della tradizione industriale borghese novecentesca, mentre negli anni più recenti, il neoliberismo ha scelto Polonia, Repubblica Ceca, Romania e Albania poiché anche nei territori ex comunisti, oggi i Governi compiono scelte neoliberiste per attrarre le multinazionali consentendo loro di pagare poche tasse e bassi costi salariali. All’interno dell’euro zona, il capitalismo favorisce le disuguaglianze fiscali fra Stati e la concorrenza salariale, creando luoghi che amplificano lo sfruttamento delle persone per l’accumulazione capitalista, come le famigerate zone economiche speciali. Si tratta di una contraddizione tipica del capitalismo, poiché questo meccanismo distrugge lo Stato democratico. Osservando i rapporti ISTAT sulle disuguaglianze geografiche, emerge un dato importante, e cioè la ricchezza si concentra nei grandi centri urbani coi propri Sistemi Locali del Lavoro, e fra i grandi centri c’è un’enorme differenza di ricchezza, ad esempio grandi differenze fra Milano, Napoli e Palermo. In questi giorni si presenta pubblicamente anche un forum sulle disuguaglianze col fine di suggerire pratiche politiche concrete per ridurle. Il forum spiega cosa siano le disuguaglianze economiche (disparità nei redditi); le disuguaglianze sociali (disparità nell’accesso e nella qualità dei servizi) e le disuguaglianze di riconoscimento (la collettività che non riconosce ruoli, valori e aspirazioni della persona), e dove si localizzano. Tutte queste disuguaglianze sono assai elevate e sono aumentate negli ultimi trent’anni. Queste disuguaglianze hanno una forte dimensione territoriale, rappresentano l’ingiustizia sociale, e sono alla base degli effetti negativi del Paese favorendo paure, rabbia e risentimenti. Nonostante la Costituzione repubblicana indichi proprio l’eliminazione degli ostacoli di ordine economico, la classe dirigente politica degli ultimi trent’anni non ha prodotto adeguati piani industriali e sociali, anzi ha scelto la strada opposta favorendo i famigerati piani strutturali neoliberisti.

Per quanto riguarda la disuguaglianza di ricchezza privata, una nuova ricerca che utilizza dati fiscali mostra che la quota di ricchezza netta personale detenuta dal percentile più ricco della popolazione adulta (top 1%) è cresciuta in Italia da circa il 16% nel 1995 al oltre il 25% nel 2014. Straordinario appare, a partire dal 2008 (sempre fino al 2014), l’aumento di concentrazione di ricchezza dei 5000 individui più ricchi: da circa il 2% a circa il 10% della ricchezza privata del paese. Una quota doppia, oggi, di quella (circa 5%) posseduta dalla metà più povera della popolazione. Anche in questo caso risalta lo svantaggio delle donne: in media la loro ricchezza è inferiore del 25% a quella degli uomini.

ISTAT povertà assoluta giu 2018
ISTAT, La povertà in Italia, 26 giugno 2018.

Secondo l’ISTAT, in Campania la grave deprivazione materiale passa dal 17,5% del 2004 (già molto alta) al 25,9% del 2016; in Sicilia passa dal 16,5% del 2004 al 26,1% del 2016. Un piano industriale basato sulla riduzione delle disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento ha come effetto doppio sia la riduzione della disoccupazione e sia l’aumento della qualità della vita. Possiamo osservare e riconoscere che l’interesse a individuare le disuguaglianze è un ritorno alle politiche socialiste. Nell’Ottocento gli utopisti socialisti, avevano già evidenziato l’importanza strategica dell’educazione per favorire lo sviluppo umano, e la successiva pianificazione urbanistica nacque per costruire servizi minimi a tutti i cittadini. Le aree urbane più svantaggiate sono quelle che hanno rinunciato alla corretta pianificazione urbana per favorire gli interessi speculativi della borghesia liberale, tant’è che in questi contesti troviamo le più alte disuguaglianze sociali poiché, o non c’è accesso ai servizi, o addirittura non esistono i servizi fondamentali. Ad esempio, è noto che alcuni indicatori fondamentali sono: posti letto nei presidi residenziali socio-sanitari e assistenziali; le infrastrutture; la copertura di banda larga e il tempo dedicato agli spostamenti per raggiungere il servizio. Altri indicatori sono legati al paesaggio e all’ambiente, come il patrimonio culturale; la specializzazione produttiva del territorio e la qualità dell’urbanizzazione (cioè la morfologia urbana). Un corretto piano di rigenerazione parte proprio dall’analisi dei tessuti urbani esistenti. Con questo approccio inneschiamo un processo virtuoso che crea nuova occupazione ma sono necessarie scelte e azioni politiche, figlie di una nuova cultura politica, bioeconomica. Prima di tutto, un’analisi seria sui territori e le loro peculiarità da valorizzare, infine le istituzioni politiche con i centri di ricerca, devono investire in progetti finalizzati a produrre servizi mancanti, innovazioni e riaprire determinate produzioni poiché indispensabili, come la meccatronica e altre attività di manifattura leggera. Si tratta di riterritorializzare attività e funzioni specifiche per i territori, quindi nuove funzioni, e poi riaprire attività spostate in altri Paesi. Nei territori ove è alto il tasso di disoccupazione, è necessario aprire attività culturali di base, e luoghi di studio e ricerca per consentire agli abitanti di partecipare al processo di riduzione delle disuguaglianze sociali ed economiche. Ad esempio la diffusione capillare di biblioteche di quartiere e luoghi di ricerca, per favorire studenti e professionisti. Si tratta di luoghi specifici che favoriscono l’aggregazione delle persone (“cluster”). Le istituzioni politiche devono pianificare la costruzione di queste strutture perché attraverso il dialogo e la creatività possiamo creare nuova occupazione utile, coinvolgendo anche gli abitanti e nelle trasformazioni urbanistiche rigenerative.

ISTAT BES 2017 indici e ripartizione geografica

Perché non aumenta l’occupazione?!

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Foto di Walker Evans, anni ’30.

Il concetto più utilizzato da media, politici ed economisti per indicare un miglioramento è la crescita. La crescita è un mantra che viene ripetuto in maniera ossessiva compulsiva, tutti i giorni nei TG, ed è utilizzato per psico programmare i cittadini alla religione economica. La crescita è quella del Prodotto Interno Lordo, il famigerato PIL che misura l’aumento della produttività in denaro, scambiato in un anno solare. Questo indicatore economico è messo in rapporto con l’altrettanto famigerato debito pubblico. Secondo l’economia i fattori della produzione capitalista sono quattro: natura, lavoro, capitale, e organizzazione e sono trattati dalla funzione della produzione. Nell’economia neoclassica i quattro fattori sono considerati in maniera arbitraria e irrazionale, poiché è possibile un gioco di prestigio ove il capitale cresce sempre mentre gli altri  tre (natura, lavoro e organizzazione) possono diventare infinitamente piccoli, ed è ciò accade. Due contraddizioni tipiche del capitalismo: (1) la natura non è intercambiabile (entropia), e il suo esaurimento crea danni ambientali, mentre la riduzione del lavoro crea danni sociali (disoccupazione). L’evoluzione tecnologica e informatica stanno trasformando nuovamente la società, prefigurando l’ipotesi di transitare in un’epoca nuova. L’economista Piketty mostra che il capitalismo odierno si sgancia dal lavoro, perché l’accumulazione del capitale (la crescita) avviene anche senza il lavoro. Scommesse in borsa, informatica e umanoidi consentono l’accumulazione di capitali senza il contributo tradizionale dei lavoratori. Mentre l’élite finanziaria globale controlla banche e multinazionali, accade che in questa dinamica, il capitalismo italiano continua a voler accumulare capitale attraverso i tradizionali processi di urbanizzazione, con l’incongruenza dovuta al fatto che l’aumento della disoccupazione rende le famiglie più fragili, e incapaci di assorbire i costi delle stesse urbanizzazioni. Nell’attuale modernità tecnologica (robotica) e informatica, i tradizionali fattori della produzione subiscono scompensi e disequilibri, nel senso che natura, lavoro e organizzazione perdono il loro “peso” facendo spazio al solo capitale che si auto alimenta dal nulla. Questo processo auto referenziale è nelle mani delle imprese private: istituti finanziari; che hanno il potere di ricattare (spread) quegli Stati che hanno abdicato alla sovranità monetaria. La crescita aumenta senza l’occupazione, e si realizza per le multinazionali che sfruttano l’informatica e i paesi emergenti attraverso gli accordi commerciali transnazionali; ad esempio attraverso le zone economiche speciali – giurisdizioni speciali – espressione delle disuguaglianze di reddito e di riconoscimento. Si tratta di luoghi con bassi costi salariali e tassazione ridotta rispetto agli altri Paesi dell’euro zona, ma si traducono in luoghi della concorrenza sleale a danno dei lavoratori. La disoccupazione aumenta in quei paesi divenuti periferici per volontà politica, e così i territori indeboliti dipendono maggiormente dal sistema globale controllato dalle imprese private. Per essere ancora più chiari, le scelte politiche circa gli investimenti sono condizionate dalle infrastrutture fisiche e sociali presenti sul territorio, determinando le urbanizzazioni e le città regioni; tutto ciò influenza la produttività e quindi l’occupazione. Ad esempio, l’Asia diventa l’industria del mondo quando l’élite globale sceglie quei luoghi per costruire infrastrutture fisiche (porti, aeroporti, autostrade) e sociali (università, centri di ricerca) pagando tasse e costi minori rispetto all’Occidente. Sono state le politiche urbane asiatiche a condizionare gli investimenti e la distribuzione ineguale di ricchezza, poiché le regioni sono in concorrenza fra loro, ciò favorisce anche la bancarotta di talune città occidentali, o le condanna a ruoli di marginalità, cioè di periferia economica. L’ideologia liberale e neoliberale con l’ausilio delle giurisdizioni segrete (il sistema off-shore), le nuove tecnologie e l’informatica, sta favorendo un aumento delle disuguaglianze mai avvenuto nella storia dell’umanità, e svuota di senso le democrazie rappresentative occidentali. Circa 1,4 miliardi di persone vive negli slums e più della metà della popolazione mondiale è povera, mentre più del 60% della popolazione mondiale si sposta nelle aree urbane contribuendo ad un aumento dell’impronta ecologica. In Occidente le aree urbane sono instabili, escludendo le città globali con le “gate community”, e il capitalismo tradizionale appare incapace di sostenere l’occupazione. Le città occidentali (già industriali) si contraggono e diventano aree urbane estese, queste anziché essere i luoghi del cambiamento dei paradigmi culturali di una società sbagliata nel profondo, sono ancora pianificate da istituzioni politiche che favoriscono stili di vita dannosi per la salute umana. La gestione urbana si realizza in maniera contraddittoria, a seconda delle culture e tradizioni locali; nel Nord Europa c’è un maggiore controllo della pianificazione territoriale e urbana senza prevenire i fenomeni di gentrificazione sociale, e nonostante l’ideologia liberale, la pianificazione è indirizzata dallo Stato, tassando le rendite urbane. Nel Sud Europa il neoliberismo preda il territorio e ruba le risorse limitate a norma di legge, applicando un razzismo economico senza limiti. La geografia economica mostra i luoghi ove si sviluppano i modelli industriali concentrati nei paesi centrali. In buona sostanza, crescita economica e miglioramento non hanno lo stesso significato. L’unica strada per far aumentare l’occupazione e creare nuovi posti di lavoro, ed è quella di percorrere una scelta culturale e politica opposta al capitalismo neoliberista. Le istituzioni pubbliche devono riprendersi l’autonomia di decidere riducendo lo spazio politico del mercato e ripristinando il primato delle politiche pubbliche. Fatta la scelta del primato della politica sul mercato, le istituzioni devono programmare politiche pubbliche socialiste e stimolare l’identità dei luoghi, la storia e l’uso razionale delle risorse. Le istituzioni possono favorire studi e ricerche finalizzate al miglioramento tecnologico per manutenere il territorio, sia per l’ambiente costruito e sia per la tutela dei suoli agricoli ripristinando la sovranità alimentare. Questi obiettivi non possono esser priorità delle imprese private sostenute dall’ideologia liberale. Non è interesse del mercato finanziare investimenti indispensabili per le comunità umane (prevenzione del rischio sismico e idrogeologico), se lo fosse staremmo a discutere di filantropia e altruismo, che non sono prerogative degli imprenditori ma di individui civili e democratici, cioè caratteristiche tipiche di uno Stato sovrano che non c’è più. Ripristinando la Repubblica, questa dovrebbe sostenere la sostenibilità poiché crea occupazione. Uscendo dal modello industriale del Novecento finalizzato alla crescita, la Repubblica dovrebbe promuovere politiche bioeconomiche – investimenti – e favorire la diffusione di modelli autarchici e collegati in rete, copiando la natura. La classe politica dirigente dovrebbe adottare l’approccio post-keynesiano condotto sul piano bioeconomico. L’invenzione illuminista e liberale della crescita continua della produttività non è compatibile né con la natura, e né con la democrazia, poiché distrugge ecosistemi e specie umana. Anche l’ideologia socialista, venuta dopo quella liberale, nacque per sostenere l’aumento della produttività ma per ridistribuire il capitale. Oggi sappiamo che la crescita ha distrutto specie viventi e favorito il superamento dei limiti del nostro pianeta, oltre al fatto di non risolvere le disuguaglianze economiche ma crearne di nuove. L’obiettivo della specie umana è la felicità che si ottiene costruendo relazioni sociali (non mercantili), con la conoscenza, e con la gestione razionale delle risorse, ed oggi abbiamo le conoscenze per aggiustare i territori distrutti dal capitalismo. Un nuovo paradigma culturale suggerisce di ripristinare la democrazia in Europa, abbandonando l’approccio feudale dell’UE, e conducendo la macro economica sul piano della bioeconomia che preferisce approcci e valutazioni scientifiche e sociali. Si tratta di cambiare i criteri di giudizio degli investimenti dando prevalenza all’impatto sociale e ambientale di programmi, piani e progetti. Oggi i territori più poveri si concentrano nel meridione d’Italia, e solo una volontà politica socialista può determinare un cambiamento concreto per ridurre le disuguaglianze territoriali attraverso la creazione di politiche territoriali e urbane bioeconomiche, capaci di ripensare le agglomerazioni industriali e urbane rigenerandole.

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Istat tasso di disoccupazione giovanile per Regione 2015

La crescita distrugge/2

Riccardo Iacona attraverso la puntata di Presa diretta, chiamata Il pianeta dei robot, consente di riprendere un dibattito sorto proprio con la rivoluzione industriale, e cioè le macchine che sostituiscono i lavoratori producendo disoccupazione. Oggi l’innovazione tecnologica dell’informatica consente alle imprese di produrre merci e servizi senza l’ausilio dell’essere umano, pertanto l’aumento della disoccupazione è scontata, e così i liberali pensarono di predisporre il cosiddetto reddito di base per consentire alle persone di acquistare le merci prodotte dai robot. Inutile osservare che la classe dirigente è del tutto inerte rispetto a questa evoluzione del capitalismo, già Piketty ha osservato che il capitale si sta sganciando dal lavoro, e che l’accumulo di moneta avviene attraverso la finanza, e non esclusivamente attraverso la produzione di merci. Oggi, chi controlla i capitali finanziari controlla anche le risorse del pianeta, è necessario che le risorse tornino sotto la gestione dei popoli e degli Stati democratici, ma soprattutto siano dichiarate bene comune e siano sottratte dalle avide e stupide logiche di mercato.

Oltre all’evidenza odierna dei robot che sostituiscono le persone negli impieghi manuali pesanti, e questo è un vantaggio; è indubbiamente inquietante il fatto che gli algoritmi e le APP sostituiscono anche le professioni intellettuali dando consigli alla specie umana, di fatto trasformando in realtà tutti gli scenari preconizzati da romanzi e film di fantascienza.

Vi ricordate la famosa frase il lavoro nobilita l’uomo? Oppure il mantra dei sindacati il lavoro produce ricchezza? Sono slogan che appartengono a un’epoca che sta terminando. L’inizio della fine fu preconizzato dai romanzi sui robot con Isaac Asimov nel 1950, poi è proseguito con le prime automazioni nelle fabbriche durante gli anni ’70, e poi le prime linee produttive informatizzate durante gli anni ’80. Oggi le macchine sostituiscono tutti gli operai nelle linee produttive e di assemblaggio, i prossimi licenziamenti ci saranno in tutta la logistica, sostituiti da umanoidi e anche nell’esercito, successivamente troveremo umanoidi anche nell’industria delle costruzioni, e nell’assistenza medica e sociale (lo so sembra un ossimoro robot sociale). Il film l’uomo bicentenario non è utopia.

La specie umana ha una sola salvezza: uscire dalla religione capitalista e approdare sul piano della bioeconomia; cancellare gli sprechi e rilocalizzare i processi produttivi; ridurre lo spazio del mercato e aumentare quello della comunità, tutto ciò considerando le leggi della fisica per usare razionalmente l’energia e garantire le risorse alle future generazioni. E’ necessario accettare l’evidenza che la religione capitalista è incompatibile con la natura, e che il lavoro salariato senza utilità sociale è sinonimo di schiavitù, mentre la tecnica senza governo e leggi morali può distruggere la specie umana. Lo scopo della nostra specie non è accumulare merci inutili ma avviare percorsi di conoscenza e di relazioni umane.

Se da un lato i robot sostituiscono schiavi nel processo produttivo, liberandoli dalla propria alienazione, è necessario che la società colga l’opportunità di ripensare se stessa, e accettare di introdurre l’etica nell’impresa e nelle istituzioni politiche per favorire lo sviluppo umano. L’idea ottocentesca di lavoro è finita. Non è affatto necessario produrre tutte le merci che troviamo in commercio, anzi molte di quelle merci sono inutili, e questo è un giudizio di valore. E’ necessario che i cittadini abbiano il coraggio e l’intelligenza di tornare a fare politica.

Se l’obiettivo è favorire l’occupazione basta osservare i dati: non è la globalizzazione neoliberista che produce lavoro, ma lo Stato e la cooperazione. Negli anni recenti le SpA che hanno aumentato i propri profitti senza lavorare sono quelle informatiche e cioè Apple, Google, Microsoft attraverso il valore di capitalizzazione, l’elusione e l’evasione fiscale concessa dal mondo offshore. Il capitalismo neoliberista sta mostrando che attraverso la finanza e le borse telematiche non serve lavorare per accumulare ricchezza. In questo modo si segna la fine del lavoro e si realizza una nuova trasformazione del rapporto capitale/lavoro e cioè uno scollegamento. Wal-Mart che vale molto meno di Apple, è la più grande multinazionale in termini di lavoro, ha circa 2,2 milioni di occupati. Se l’obiettivo è favorire l’occupazione basta osservare i dati di Legacoop: attraverso l’Alleanza delle coop raccolgono circa 12 milioni di soci e danno lavoro a circa 1,2 milioni di persone, con un fatturato di circa 127 miliardi di euro. Se raffrontiamo Facebook con Legacoop ci rendiamo che il software di Mark Zuckerberg, utilizzato per spiare e commercializzare i gusti delle persone, da lavoro a circa 5 mila persone. Lo Stato italiano, secondo i dati raccolti dal Commissario Cottarelli ha circa 3,4 milioni di dipendenti. Ergo, la cooperazione e lo Stato creano più lavoro delle SpA. In Italia gli occupati totali sono circa 22.566.000 su una popolazione di 60.795.612 di abitanti, nel 1968 gli occupati erano circa 20 milioni e gli abitanti circa 50 milioni, e questo cosa dimostra? Una classe dirigente che si concentra sulla crescita del PIL non crea più occupati. Se l’obiettivo è favorire l’occupazione, i dati dicono chiaramente che la strada giusta è quella della cooperazione e non della competitività o della crescita attraverso il neoliberismo, poiché la crescita crea disoccupati mentre le zone economiche speciali possono aprire nuove opportunità alla criminalità dei colletti bianchi.

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Stimolare lo sviluppo umano

La conoscenza sulla specie umana è davvero vasta e immensa, i limiti della nostra specie sono noti ma non appartengono alla cultura delle masse, cioè buona parte di noi è assolutamente consapevole delle proprie capacità e dei propri limiti, e spesso finisce col subire i cosiddetti condizionamenti dell’ambiente esterno svolgendo un’esistenza indotta dal pensiero dominate e dal sistema di potere.

La nostra inconsapevolezza è la principale causa dei problemi di questa società moderna. I dati ufficiali circa i tradizionali indicatori raccolti all’Istat, dicono che il presente è drammatico, e forse è un commento riduttivo. Viviamo in uno stato di emergenza, ma questa sembra non preoccupare le famiglie poiché abbiamo l’abilità di scegliere i peggiori rappresentanti politici per affrontare i seri problemi sociali, ambientali, economici e politici. La nostra casa sta bruciando e noi gettiamo benzina sul fuoco.

Istat tasso di disoccupazione giovanile

relazione PIL popolazione occupazione

Un dramma che trova momenti di picco se spostiamo la lente d’ingrandimento sul nostro meridione, che abbiamo lasciato nelle mani di veri e propri stupratori seriali. Il meridione d’Italia è uno dei luoghi più belli del pianeta che subisce una guerra razziale e ideologica da più di 150 anni, con la collaborazione di noi meridionali psico programmati per disprezzare la nostra terra natia, e rincoglioniti dalla scuola e dal mainstream sviluppista (le televisioni milanesi e la RAI stessa). Siamo così confusi da credere ancora che la soluzione ai nostri problemi sia la crescita del PIL  quando è la religione che genera i nostri danni.

Le fotografie dell’Istat sembrano immagini post belliche, ma siamo nel 2016. La guerra economica contro i meridionali che cominciò col rubare oro, e tecnologie dal Regno delle Due Sicilie (l’allora Germania d’Europa), continuò con la propaganda razzista. La guerra economica è ancora in piedi poiché frutta denari per le imprese che hanno colonizzato il Sud, e per partiti politici “meridionali”, oggi i partiti non esistono più, ma gli interessi delle imprese continuano ad avere rappresentanza nei Governi italiani.

L’unico modo per cambiare i dati dell’Istat, è che i meridionali amino la propria terra sconfiggendo i mali sociali che più l’affliggono: l’indivia sociale e l’apatia politica. La soluzione non è imitare gli stili di vita rappresentati dal mainstream neoliberale, non è competere ma far crescere la creatività, e favorire i capaci e i meritevoli che possono creare nuova occupazione utile tutelando e valorizzando il territorio.

Istat tasso di disoccupazione giovanile per Regione 2015

Istat reddito familiare netto mediano per Regioni

I migliori investimenti che possiamo fare sono nel cooperare e stimolare la nascita di una classe dirigente seria e responsabile, che superi il pensiero dominate materialista, e cominci dalla bioeconomia poiché produce nuova occupazione utile. Alcune imprese, senza attendere una nuova classe politica, stanno investendo nella bioeconomia, tant’è che nel riciclo e nel riuso delle risorse stanno emergendo nuovi mercati, così come nel recupero dei territori e nell’uso razionale dell’energia i settori della progettazione e delle costruzioni riescono a resistere alla recessione innescata dall’implosione del capitalismo. Per il momento l’inerzia della politica sta facendo da tappo, soprattutto perché al pensiero neoliberale non interessa l’economia reale, in quanto certe imprese aumentano i dividendi degli azionisti attraverso la finanza e il sistema offshore, le speculazioni, gli illeciti e la depauperazione delle risorse del pianeta occupando i territori in via di sviluppo.

Considerazioni sul dibattito politico di Traversetolo (PR)

Festa politica di Traversetolo (PR), considerazioni politico culturali:

Il giorno 21 settembre durante il dibattito avviato dal titolo “economia, finanza e tasse” è emersa una tesi: il ritorno ad una “politica economica espansiva”. L’impressione ricevuta è che una rinnovata “politica economica espansiva” debba essere la politica economica del M5S. Nessun parlamentare ha avuto qualcosa da obiettare o correggere. A sostegno di questa tesi: la “politica economica espansiva”, sono state poste basi di carattere giuridico-politico e non economico, ad esempio: la sovranità monetaria. Condivisibili le critiche al sistema bancario, così come condivisibile la critica all’austerità imposta dall’UE all’interno del sistema euro. Numerose soluzioni del sistema euro suggerite durante il dibattito non sono di natura economica ma giuridica, ad esempio la scelta di aprire di un contenzioso partendo dal principio del “debito odioso”, e la cancellazione del fiscal compact, sono entrambi scelte politiche giuridiche molto condivisibili, ma non sono linee politiche economiche.

Ragionando per assurdo, se il M5S fosse maggioranza politica e trasformasse il suggerimento della “politica economica espansiva” in azione politica credo che non risolveremo alcun problema, anzi si aggraverebbe la crisi ambientale, com’è accaduto nel corso della storia. Il nostro paese sta ancora pagando i danni ambientali e sanitari delle “politiche espansive”: Ilva di Taranto, centrali Enel ed ENI e la speculazione edilizia degli anni ’50, ’60 e ’70. Inoltre l’aumento della disoccupazione è senza dubbio responsabilità di una buona parte della classe imprenditoriale italiana che sfrutta il sistema del credito, la delocalizzazione volontaria per massimizzare i profitti, e sfrutta i partiti per il proprio tornaconto di categoria a danno dello Stato. La soluzione della recessione può mai essere una politica economica degli anni ’20, ’30 prima, o quella degli anni ’50? A sostegno di questo suggerimento si citano gli USA ed il Giappone che per osteggiare la crisi hanno immesso liquidità nel sistema economico per limitare i danni. E’ vero che la disoccupazione negli USA è aumentata molto meno dell’area euro. Negli USA la FED ha salvato il sistema bancario, mentre Obama ha distribuito qualche aiuto alle imprese per contenere la disoccupazione. La BCE che non funziona come la FED ha salvato solo il sistema bancario prestando soldi alle banche commerciali per comprare Titoli di Stato. USA e Giappone, com’è noto, non hanno il patto di stabilità e tanto meno hanno MES e fiscal compact. USA e Giappone hanno anche diversi problemi sociali ed ambientali poiché anche questi Stati perseguono la crescita ignorando i limiti della natura. Gli americani vorrebbero tanto il sistema sanitario europeo, mentre i governi amano tanto privatizzare, come sta accadendo nell’euro zona, medesima ideologia.

Nell’euro zona è senza dubbio vero che l’austerità stia accelerando la recessione, e stia facendo impoverire gli italiani, ma limitarsi a suggerimenti generici dicendo che lo Stato debba tornare a spendere, si può essere d’accordo come principio, ma è del tutto anacronistico poiché la sovranità è stata ceduta a organi non eletti dai popoli, quindi la riposta corretta alla recessione è di natura politica, non economica. Se poi rileggiamo la storia economica possiamo notare che le “politiche espansive” hanno preceduto quelle liberiste nel solco dell’ideologia della crescita illimitata. Insomma criticare l’austerità è giusto e condivisibile, ma rimane il rischio che sia un dibattito improduttivo e riduttivo, poiché non si dice in quali settori investire e come produrre nuova occupazione. In Italia, buona parte delle infrastrutture strategiche sono state privatizzate, altre imprese storiche vendute, mentre altre grandi imprese hanno deciso di delocalizzare gli stabilimenti produttivi per sfruttare i vantaggi finanziari della globalizzazione e massimizzare i profitti. Nell’epoca della privatizzazione del mondo i profitti dei consigli di amministrazione delle multinazionali sono schifosamente milionari, mentre i salari dei dipendenti non coprono la sopravvivenza dei cittadini. L’industria finanziaria virtuale, la deregolamentazione, la globalizzazione hanno inventato dal nulla così tanta liquidità nelle casse delle SpA che potrebbero comprarsi due o tre pianeti, cosa significa? Il problema è etico, democratico e di giustizia sociale. E’ altrettanto noto che i governi italiani preferiscono usare i soldi pubblici per comprare armi piuttosto che tutelare il paesaggio e l’istruzione pubblica. Com’è altrettanto noto che negli Enti locali c’è uno scarso controllo politico sui piani esecutivi di gestione che diventano torte spartite fra dirigenti pubblici, imprese e politici incapaci e/o corrotti.

All’interno di questo sistema politico sappiamo bene che la nuova occupazione non può essere creata per legge dallo Stato, ma da una politica industriale figlia di un ampio progetto culturale, dall’innovazione tecnologica e da progetti creativi capaci di interpretare il “picco del petrolio” e la fine dell’era industriale. Se una parte importante dell’imprenditoria italiana ha deciso di distruggere il proprio Paese per ragioni di avidità, col tacito accordo della classe politica, forse bisognerebbe immaginare una nuova classe imprenditoriale figlia di una cultura diversa dall’avidità alimentata da ideologie economiche obsolete. Il lavoro che serve al paese si crea dalla volontà dei cittadini che capiscono come investire i propri risparmi valutando progetti sostenibili e rendendosi conto dell’enorme ricchezza del Paese Italia, pertanto, conoscendo bene gli errori della storia si tratta di fare un processo diverso dalle ideologie delle politiche espansive e liberiste. Le uniche attività imprenditoriali che resistono alla recessione riguardano le nuove tecnologie, sarà un caso? Persino i distruttori del territorio investono in efficienza energetica, riuso e riqualificazione urbana, sarà un caso? Le aree protette, i parchi ed il cibo oggi rappresentano beni culturali naturali di pregio, sarà un caso? Musei, aree archeologiche e monumenti sostengono un’industria turistica che regge ancora i mercati, sarà un caso?

Se non ci rendiamo conto che la crescita è il problema del sistema non riusciremo ad accettare il fatto che bisogna organizzare la società per consentire un equilibrio fra risorse ed esseri umani. Economia del debito, borse telematiche, IVA, spread e quant’altro non sono necessari per costruire una società più efficiente, più equa, migliore. L’accesso alla conoscenza, più democrazia, valutazioni razionali, curiosità, sperimentazioni, reciprocità e cooperazione sono caratteristiche indispensabili per progettare comunità sostenibili ed un’economia reale compatibile con l’ambiente. Per questi motivi ritengo che questi suggerimenti [politica espansiva] siano del tutto obsoleti poiché ripetono schemi e metodi già visti all’opera, e non hanno portato alcun miglioramento per la qualità di vita. Fino a quando i cittadini rimangono nel piano ideologico della crescita, e fino a quando accetteremo consigli che ignorando le leggi che governano questo pianeta commetteremo sempre errori marchiani.

Ciò che condivido circa il dibattito del 21 è senza dubbio il ripristino di una politica monetaria ed industriale sovrana, ma questo è un desiderio politico che dovrebbe essere sostenuto da un cultura adeguata ai tempi che viviamo. Condivido il fatto che lo Stato torni a fare lo Stato, ma bisogna comprendere che implica una riforma dell’architettura europea nel rispetto delle Costituzioni nazionali, oggi ampiamente non rispettate. Questo progetto dovrebbe essere sostenuto da soggetti politici indipendenti dall’influenza delle borse telematiche e dalle solite lobbies che possiedono i politici, ma anche questo argomento non è di natura economica, ma etica, giuridica, politica e culturale. Ritengo che questa recessione sia proprio il frutto di una crisi dell’etica, ed una crisi culturale poiché tutti i paradigmi odierni sono crollati: PIL, espansione monetaria e petrolio.

E’ vero che la classe politica dovrebbe decidere di ridurre le tasse per le imprese e per gli italiani, com’è vero che bisogna recuperare soldi dall’evasione, dall’elusione fiscale e dagli sprechi presenti nella pubblica amministrazione per assenza di controllo circa la congruità dei prezzi e la corruzione, com’è vero che bisogna ridurre i gradi di giudizio da tre a due, bisogna introdurre la vera class action, ridurre le camere del Parlamento ad una sola per ridurre i tempi legislativi, etc. Questo breve elenco di cambiamenti necessari rappresentano sfide che si possono vincere, ma sono piccoli passi di fronte al fatto che bisogna rifondare una cultura collettiva costruita sui vizi, sull’avidità, sull’egoismo, sulla competitività e sulla stupida crescita illimitata, una cultura che sta autodistruggendo gli esseri umani. Può sembrare strano, ma la strada più lunga: ripensare i paradigmi culturali, è senza dubbio la strada migliore da intraprendere poiché consente di sviluppare e realizzare progetti creativi più efficienti finora nascosti a buona parte dei cittadini.

Bisogna ricordarsi che è prioritaria la felicità degli individui e delle comunità, mentre la moneta deve tornare ad essere strumento [governato dallo Stato] non un fine, per questo motivo non è importante dare priorità al numero di merci prodotte in un anno, ma sapere come sono state prodotte, quanta energia hanno consumato, con quali materiali e la loro provenienza, etc. E’ importante che gli individui possano avere l’opportunità di sviluppare creatività ed impiegare il tempo in attività utili a preservare il bene comune, e migliorare le relazioni umane sviluppando abilità e capacità virtuose, quelle che usano razionalmente l’energia, l’artigianato, e danno l’opportunità di unire cuore e buon senso. L’economia è questo, ed auspichiamo che nasca un soggetto politico che abbia queste caratteristiche culturali, che si preoccupi di produrre norme e leggi affinché gli individui tornino ad essere liberi di evolversi facendo crescere spirito e mente. Per fare questo bisogna uscire dal monetarismo e dal materialismo, caratteristiche che appartengono a tutte le accademie economiche sia di destra che di sinistra, ideologie che vivono sullo stesso piano ideologico obsoleto, quello della crescita delle merci e del consumo compulsivo, poiché ignorano appositamente la bioeconomia e le leggi della fisica.

Bisogna uscire dall’obsolescenza pianificata e dell’inutile sovrapiù poiché possiamo fare meno e meglio riducendo l’impatto ambientale di merci inutili, facendo aumentare la produzione di beni auto prodotti, come ad esempio l’energia necessaria tramite fonti alternative con l’impiego di un mix tecnologico. I cittadini hanno a disposizione tutte le tecnologie per vivere in armonia con la natura. Bisogna avviare un processo culturale che consente agli individui ed alle comunità di fruire queste tecnologie, perché ci permetteranno di vivere meglio e trascorre più tempo con le persone che amiamo, tutto questo può accadere percependo un salario dignitoso ed adeguato.

Avviare il cambiamento subito!

Buona parte dei leader politici è inadeguata, lenta, goffa, con qualche corrotto di troppo, ed una piccola minoranza indica la strada con visioni alternative, mostrando virtù scomparse: il coraggio e la fermezza dei saggi.

“Questa crisi non è stata un incidente, è stata causata da un’industria fuori controllo. Fin dagli anni ’80 la crescita del settore finanziario statunitense ha portato a una serie di crisi […] mentre l’industria si è arricchita sempre di più.” (dal film, Inside job, di Charles Ferguson)
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Indice GINI, per misurare la diseguaglianza nella distribuzione del reddito o anche della ricchezza

Il teatro massmediatico ci mostra attori che parlano, parlano per tenere bassa l’asticella della comunicazione politica ed evitare che altri cittadini possano accedere a migliori livelli di conoscenza, si cerca di contenere la fuga dalle televisioni poiché il numero di cittadini liberi sta crescendo e questo preoccupa l’élite degenerata. L’aumento della disoccupazione consente ai cittadini di studiare, ragionare, capire, condividere ed evolversi, questo è un problema che i Governi pensano seriamente di affrontare, ma non per migliorare il benessere dei popoli, ma evitare un’evoluzione che possa aumentare l’autostima delle persone.

Bisogna uscire dal piano ideologico religioso del Trattato di Lisbona, uscire dall’economia del debito, uscire dal sistema delle borse telematiche e mettere in un angolo la Banca dei Regolamenti Internazionali, la Banca Mondiale ed il Fondo Monetario Internazionale, con tutta la stupida avidità che le loro regole contabili hanno prodotto, regole inventate per impedire lo sviluppo umano, regole che ignorano le uniche leggi che determinano la vita su questo pianeta note a qualsiasi individuo: fisica, chimica, biologia; la fotosintesi clorofilliana.

Ancora oggi siamo l’unica specie di questo pianeta che non vive in armonia con la natura, poiché nel corso della storia i popoli, delegando poteri e responsabilità ai pochi, hanno consentito la diffusione di una stupida invenzione, l’economia del debito, le banche col sistema del prestito a riserva frazionaria e le borse telematiche con la lingua dell’inganno psicologico. Queste invenzioni con la loro terminologia condizionano tutta la società dando vita ad una religione, una credenza, nonostante queste regole siano palesemente immorali, illogiche e persino stupide poiché stanno struggendo l’ecosistema dove noi viviamo pregiudicando il benessere delle future generazioni, le prime che staranno peggio dei propri genitori, a causa di un sistema politico-economico chiaramente sciocco: l’Unione Europea e la religione neoliberista figlia della inumana crescita infinita. Sto notando che i contenuti dei media, degli esperti e degli osservatori si stanno dividendo fra liberisti e keynesiani, siamo nel solito ed obsoleto schema del “divide et impera”. Entrambi i pensieri economici sono figli della stessa divinità: la crescita quantitativa che ignora la notissima entropia. Politici ed “economisti” non vogliono proprio riconoscere il fatto che ogni giorno il Sole sorge e dona tutta l’energia di cui le specie viventi hanno bisogno, compreso l’uomo, di questa risorsa non c’è scarsità. Se questa ovvietà fosse riconosciuta gli economisti produrrebbero un danno irreparabile al proprio ego, e perderebbero quell’alone di santità che i media hanno costruito con la ripetizione ossessiva di idee malsane.

Questo teatro è stato ben progettato, chi ha scritto il copione ha previsto che ci fossero soprattutto loro: politici ed economisti, tant’è che la nostra società continua a sfornare professioni ormai inutili: avvocati e manager, affinché il linguaggio predominante che programma i pensieri dell’opinione pubblica segua gli interessi delle SpA e non il benessere delle persone. Meno si parla di ecologia, di cultura, di arte e di identità, e sarà sempre più facile addomesticare i popoli. L’Italia si sta autodistruggendo poiché sempre più si perdono arti e mestieri della nostra identità, sempre più il Paese perde pezzi determinanti perché negli ultimi quant’anni ha prevalso l’avidità delle professioni inutili rispetto alle capacità, ai talenti. Un ritorno al buon senso è difficile, non impossibile, poiché la nostra società è composta maggiormente da individui senza identità, programmati alla regressione infantile (soprattutto il mondo dei politici), e pertanto essi devono rivedere i propri percorsi le proprie convinzioni per riconoscere gli errori del passato, è un processo fattibile e non impossibile.

Per usare un linguaggio politico non si tratta solamente di non pagare debiti inventati e interessi usurai, ma si tratta di scrivere nuove regole che limitino, e vietino comportamenti illeciti, e individuare nuove fattispecie di reati (paradisi fiscali, strumenti finanziari). Bisogna affermare regole di un nuovo paradigma culturale che finalmente riconosce principi fisici notissimi, ma che non sono i pilastri della politica istituzionale poiché costringerebbe molti a dover ripensare se stessi, e le caste precostituite dovrebbero rinunciare all’avidità, alla rapina, all’usurpazione per abbracciare la cooperazione, la convivialità e la reciprocità. Si tratta di un’evoluzione antropologica, poiché gli individui possono incontrarsi nuovamente nelle comunità per tendere all’equilibrio ecologico con l’uso di tecnologie intelligenti, ormai mature. L’intera giornata può essere ripensata e rivista, poche ore di lavoro, con un salario ugualmente dignitoso, e molto tempo libero da dedicare a se stessi, alle persone che si amano ed alla comunità.

Possiamo misurare efficacemente l’uso razionale dell’energia e la nostra “impronta”. Numerosi standard hanno approfondito l’argomento (analisi del ciclo vita), ormai sono diffusi e consentono di comunicarci un aspetto importante, cioè possiamo scegliere cosa, quanto, come e dove. Possiamo scegliere il tipo di materiale da usare, possiamo sapere quanta materia da estrarre per evitare l’esaurimento, possiamo capire quale tecnologia impiegare per farlo al meglio, e soprattutto dove la risorsa sia presente programmando i giacimenti naturali. E’ ovvio che le risorse non rinnovabili vanno sostituite con quelle rinnovabili ed alternative, com’è ovvio che gli scarti, rifiuti, possono essere trasformati nuovamente. In questi cinque anni di crisi finanziaria progettata a tavolino possiamo notare come la comunicazione ed il linguaggio usato dagli opinion makers sia concentrato sui politici e non sui cittadini, ben che meno intendono sostituire le chiacchiere da bar con le grandi opportunità offerte dall’innovazione tecnologica, e mostrare quanto sia facile trasformare un’economia basata sull’energia fossile in un’economia con fonti alternative. Comunità libere tramite le reti intelligenti. Un semplice mix tecnologico consente di transitare da un’economia ad un’altra. Diversi Stati e Paesi stanno progettando e realizzando la transizione tecnologica ed energetica, mentre in questi cinque anni la maggioranza dei giornalisti perde tempo perché preferisce concentrarsi sul gossip politico e rallenta l’evoluzione. Ormai anche le tecnologie a celle combustibili sono mature, non solo il micro eolico, e la geotermia di piccola taglia come le note pompe di calore. Partendo dalla cancellazione degli sprechi possiamo dire addio alla dipendenza prodotta dall’obsoleto sistema centralizzato di energia, caratterizzato da grandi centrali a fonte fossile, e transitare alla nota generazione distribuita ove anche un edificio possa trasformarsi in piccola centrale di energia grazie all’impiego del mix tecnologico. Tutto questo è già realtà e società piccole e grandi hanno già realizzato la conversione diventando persino off-grid, come si dice in gergo, cioè sono indipendenti energeticamente. Maggiore è la diffusione di questi progetti e sempre minore sarà il costo dell’impiego, com’è accaduto per lo sviluppo delle tecnologie solari fotovoltaiche.

Pensando al cibo dobbiamo pretendere che l’etichetta comunichi la provenienza delle materie prime e come siano state trasformate indicando ogni cosa che l’uomo ingerisce senza dimenticare i diritti dei lavoratori. Partendo dal cibo dobbiamo sapere che una parte può essere auto prodotto – fuori dal mercato – e può essere prodotto nella regione in cui viviamo, fresco e di stagione, pertanto la consapevolezza del cittadino può condizionare la produzione (Guida al consumo critico).

Un ragionamento analogo è valido per l’edilizia e per il tessile, poiché ogni territorio può sostenere una produzione di materie per la casa e per l’abbigliamento. Tre mondi che si intrecciano: cibo, casa, abbigliamento ove è possibile ridurre e cancellare la dipendenza dal petrolio, e aumentare l’impiego di trasformazione ecologiche. Persino la mobilità offre soluzioni semplici, come la diffusione di bici-pedelec che aiutano a superare pendenze faticose.

Mentre le ultime ricerche affinano i processi è necessario che i cittadini si riprendano spazi di autoderminazione per realizzare comunità autosufficienti. Non ci sono limiti a questo processo evolutivo, serve solo la volontà popolare. Sono note le esperienze virtuose dei cantoni svizzeri che attraverso strumenti efficaci di democrazia diretta partecipano al processo decisionale della politica. Come sono note le esperienze efficaci di controllo del mandato elettorale, attraverso la verifica a metà mandato e l’eventuale revoca. E’ sufficiente introdurre i medesimi strumenti ed iniziare a sperimentare.

E’ vero che il mondo politico può rappresentare un ostacolo, un limite a tale processo, ma è altrettanto banale notare che questo mondo inadeguato è sostenuto dal popolo stesso, anche se le recenti elezioni danno un segnale: il primo partito si conferma quello del “non voto”. Questo segnale è frutto del clima di sfiducia, molto condivisibile, ma può essere letto come segnale di risveglio se riconosciamo che il teatro politico sia inadeguato, e quindi non rappresenta le istante del cambiamento.

I cittadini, indipendente dal mondo dei politici obsoleti, possono avviare il cambiamento, molti lo stanno facendo. Se cambia la società anche la rappresentanza politica cambia prima o poi, poiché essa insegue l’elettorato per autoconservarsi. I cittadini possono anche produrre nuova classe dirigente, una classe libera dai condizionamenti esterni di qualsiasi genere e che rappresenti le istanze sopra citate.

“Libertà individuale significa avere la libertà di controllare i propri pensieri e di far manifestare le sensazioni che si desiderano nella propria vita. Raggiungere la libertà individuale consiste nello sviluppare nuove abitudini e competenze e nell’abituarsi a far funzionare il cervello come noi desideriamo.“