Perché non aumenta l’occupazione?!


evans21
Foto di Walker Evans, anni ’30.

Il concetto più utilizzato da media, politici ed economisti per indicare un miglioramento è la crescita. La crescita è un mantra che viene ripetuto in maniera ossessiva compulsiva, tutti i giorni nei TG, ed è utilizzato per psico programmare i cittadini alla religione economica. La crescita è quella del Prodotto Interno Lordo, il famigerato PIL che misura l’aumento della produttività in denaro, scambiato in un anno solare. Questo indicatore economico è messo in rapporto con l’altrettanto famigerato debito pubblico. Secondo l’economia i fattori della produzione capitalista sono quattro: natura, lavoro, capitale, e organizzazione e sono trattati dalla funzione della produzione. Nell’economia neoclassica i quattro fattori sono considerati in maniera arbitraria e irrazionale, poiché è possibile un gioco di prestigio ove il capitale cresce sempre mentre gli altri  tre (natura, lavoro e organizzazione) possono diventare infinitamente piccoli, ed è ciò accade. Due contraddizioni tipiche del capitalismo: (1) la natura non è intercambiabile (entropia), e il suo esaurimento crea danni ambientali, mentre la riduzione del lavoro crea danni sociali (disoccupazione). L’evoluzione tecnologica e informatica stanno trasformando nuovamente la società, prefigurando l’ipotesi di transitare in un’epoca nuova. L’economista Piketty mostra che il capitalismo odierno si sgancia dal lavoro, perché l’accumulazione del capitale (la crescita) avviene anche senza il lavoro. Scommesse in borsa, informatica e umanoidi consentono l’accumulazione di capitali senza il contributo tradizionale dei lavoratori. Mentre l’élite finanziaria globale controlla banche e multinazionali, accade che in questa dinamica, il capitalismo italiano continua a voler accumulare capitale attraverso i tradizionali processi di urbanizzazione, con l’incongruenza dovuta al fatto che l’aumento della disoccupazione rende le famiglie più fragili, e incapaci di assorbire i costi delle stesse urbanizzazioni. Nell’attuale modernità tecnologica (robotica) e informatica, i tradizionali fattori della produzione subiscono scompensi e disequilibri, nel senso che natura, lavoro e organizzazione perdono il loro “peso” facendo spazio al solo capitale che si auto alimenta dal nulla. Questo processo auto referenziale è nelle mani delle imprese private: istituti finanziari; che hanno il potere di ricattare (spread) quegli Stati che hanno abdicato alla sovranità monetaria. La crescita aumenta senza l’occupazione, e si realizza per le multinazionali che sfruttano l’informatica e i paesi emergenti attraverso gli accordi commerciali transnazionali; ad esempio attraverso le zone economiche speciali – giurisdizioni speciali – espressione delle disuguaglianze di reddito e di riconoscimento. Si tratta di luoghi con bassi costi salariali e tassazione ridotta rispetto agli altri Paesi dell’euro zona, ma si traducono in luoghi della concorrenza sleale a danno dei lavoratori. La disoccupazione aumenta in quei paesi divenuti periferici per volontà politica, e così i territori indeboliti dipendono maggiormente dal sistema globale controllato dalle imprese private. Per essere ancora più chiari, le scelte politiche circa gli investimenti sono condizionate dalle infrastrutture fisiche e sociali presenti sul territorio, determinando le urbanizzazioni e le città regioni; tutto ciò influenza la produttività e quindi l’occupazione. Ad esempio, l’Asia diventa l’industria del mondo quando l’élite globale sceglie quei luoghi per costruire infrastrutture fisiche (porti, aeroporti, autostrade) e sociali (università, centri di ricerca) pagando tasse e costi minori rispetto all’Occidente. Sono state le politiche urbane asiatiche a condizionare gli investimenti e la distribuzione ineguale di ricchezza, poiché le regioni sono in concorrenza fra loro, ciò favorisce anche la bancarotta di talune città occidentali, o le condanna a ruoli di marginalità, cioè di periferia economica. L’ideologia liberale e neoliberale con l’ausilio delle giurisdizioni segrete (il sistema off-shore), le nuove tecnologie e l’informatica, sta favorendo un aumento delle disuguaglianze mai avvenuto nella storia dell’umanità, e svuota di senso le democrazie rappresentative occidentali. Circa 1,4 miliardi di persone vive negli slums e più della metà della popolazione mondiale è povera, mentre più del 60% della popolazione mondiale si sposta nelle aree urbane contribuendo ad un aumento dell’impronta ecologica. In Occidente le aree urbane sono instabili, escludendo le città globali con le “gate community”, e il capitalismo tradizionale appare incapace di sostenere l’occupazione. Le città occidentali (già industriali) si contraggono e diventano aree urbane estese, queste anziché essere i luoghi del cambiamento dei paradigmi culturali di una società sbagliata nel profondo, sono ancora pianificate da istituzioni politiche che favoriscono stili di vita dannosi per la salute umana. La gestione urbana si realizza in maniera contraddittoria, a seconda delle culture e tradizioni locali; nel Nord Europa c’è un maggiore controllo della pianificazione territoriale e urbana senza prevenire i fenomeni di gentrificazione sociale, e nonostante l’ideologia liberale, la pianificazione è indirizzata dallo Stato, tassando le rendite urbane. Nel Sud Europa il neoliberismo preda il territorio e ruba le risorse limitate a norma di legge, applicando un razzismo economico senza limiti. La geografia economica mostra i luoghi ove si sviluppano i modelli industriali concentrati nei paesi centrali. In buona sostanza, crescita economica e miglioramento non hanno lo stesso significato. L’unica strada per far aumentare l’occupazione e creare nuovi posti di lavoro, ed è quella di percorrere una scelta culturale e politica opposta al capitalismo neoliberista. Le istituzioni pubbliche devono riprendersi l’autonomia di decidere riducendo lo spazio politico del mercato e ripristinando il primato delle politiche pubbliche. Fatta la scelta del primato della politica sul mercato, le istituzioni devono programmare politiche pubbliche socialiste e stimolare l’identità dei luoghi, la storia e l’uso razionale delle risorse. Le istituzioni possono favorire studi e ricerche finalizzate al miglioramento tecnologico per manutenere il territorio, sia per l’ambiente costruito e sia per la tutela dei suoli agricoli ripristinando la sovranità alimentare. Questi obiettivi non possono esser priorità delle imprese private sostenute dall’ideologia liberale. Non è interesse del mercato finanziare investimenti indispensabili per le comunità umane (prevenzione del rischio sismico e idrogeologico), se lo fosse staremmo a discutere di filantropia e altruismo, che non sono prerogative degli imprenditori ma di individui civili e democratici, cioè caratteristiche tipiche di uno Stato sovrano che non c’è più. Ripristinando la Repubblica, questa dovrebbe sostenere la sostenibilità poiché crea occupazione. Uscendo dal modello industriale del Novecento finalizzato alla crescita, la Repubblica dovrebbe promuovere politiche bioeconomiche – investimenti – e favorire la diffusione di modelli autarchici e collegati in rete, copiando la natura. La classe politica dirigente dovrebbe adottare l’approccio post-keynesiano condotto sul piano bioeconomico. L’invenzione illuminista e liberale della crescita continua della produttività non è compatibile né con la natura, e né con la democrazia, poiché distrugge ecosistemi e specie umana. Anche l’ideologia socialista, venuta dopo quella liberale, nacque per sostenere l’aumento della produttività ma per ridistribuire il capitale. Oggi sappiamo che la crescita ha distrutto specie viventi e favorito il superamento dei limiti del nostro pianeta, oltre al fatto di non risolvere le disuguaglianze economiche ma crearne di nuove. L’obiettivo della specie umana è la felicità che si ottiene costruendo relazioni sociali (non mercantili), con la conoscenza, e con la gestione razionale delle risorse, ed oggi abbiamo le conoscenze per aggiustare i territori distrutti dal capitalismo. Un nuovo paradigma culturale suggerisce di ripristinare la democrazia in Europa, abbandonando l’approccio feudale dell’UE, e conducendo la macro economica sul piano della bioeconomia che preferisce approcci e valutazioni scientifiche e sociali. Si tratta di cambiare i criteri di giudizio degli investimenti dando prevalenza all’impatto sociale e ambientale di programmi, piani e progetti. Oggi i territori più poveri si concentrano nel meridione d’Italia, e solo una volontà politica socialista può determinare un cambiamento concreto per ridurre le disuguaglianze territoriali attraverso la creazione di politiche territoriali e urbane bioeconomiche, capaci di ripensare le agglomerazioni industriali e urbane rigenerandole.

creative-commons

Istat tasso di disoccupazione giovanile per Regione 2015

Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...