Sul governo del territorio


incontro_Milano_12_lug_2013

Quale membro del gruppo di studio: territorio e insediamenti umani del Movimento per la Decrescita Felice sono stato invitato ad esporre un’opinione durante l’incontro promosso dal Forum Nazionale Salviamo il paesaggio. Oggetto dell’incontro di Milano le recenti proposte di legge. Qui sotto l’intervento approfondito circa il governo del territorio.

Premessa:

Milano 12 luglio 2013_01Il problema del “governo del territorio” ha radici lontane ed ha caratterizzato il dibattito politico, tecnico e giuridico degli ultimi 70 anni, arricchito da visioni diverse e contrapposte fra loro. Le proposte di oggi suggeriscono una soluzione comune: “stop al consumo del suolo”. Condivido pienamente la sensibilità che sta dietro l’affermazione “stop al consumo del suolo”, ma ho alcuni dubbi circa la strada per raggiungere l’obiettivo che ci stiamo prefiggendo, ritengo che nonostante l’impegno annunciato l’obiettivo rimarrà solo un annuncio poiché i disegni in esame non costituiscono una proposta matura efficace rispetto all’obsoleto sistema dell’euro zona che di fatto impedisce un’evoluzione sul tema del governo del territorio. Il legislatore ha il dovere di applicare la Costituzione, e la recessione prodotta da un’ideologia sbagliata – noeliberismo – può essere l’opportunità di proporre un cambio di paradigma culturale. Oggi abbiamo le conoscenze, le tecnologie e gli indicatori corretti (BES) per misurare il benessere, ed abbiamo il dovere di restituire sovranità alle Nazioni e costruire giuste politiche industriali utili al Paese. Possiamo produrre un’evoluzione culturale e dare valore a progetti che tutelino la vita umana (prevenzione del rischio sismico ed idrogeologico), queste politiche vanno sostenute con moneta sovrana a credito. E’ sufficiente cambiare il sistema euro e decretare la fine dell’austerità per dare inizio a una epoca figlia della bioeconomia.

Il merito di questo forum potrebbe essere anche quello di scrivere una proposta matura che ripensi i criteri estimativi, riveda la contabilità pubblica locale, ricordi la proposta di Fiorentino Sullo, e sviluppi l’utilità sociale degli interventi pubblici con moneta sovrana non più a debito. Durante questo periodo il legislatore dovrebbe introdurre una norma transitoria che consente a diversi Enti di uscire dal “patto di stabilità”.

Il mio intervento è ad 1:43 minuti.

Nel 2013 il tema stesso “stop al consumo del suolo” è alquanto anacronistico poiché la distruzione territorio è già avvenuta, ed è del tutto paradossale che la stessa ANCE (Associazione Nazionale Costruttori Edili) sia favorevole alla “rigenerazione urbana”, segnale evidente che il sistema è imploso, e si fanno pressioni sul legislatore non per consapevolezza o sensibilità ecologica, ma per seguire la religione della crescita e dare respiro al settore auto-imploso. In questo senso il legislatore arriva molto tardi e gli strumenti proposti non serviranno ad applicare l’articolo 9 della Costituzione, anzi c’è nelle norme vi sono strumenti che aiutano l’interesse privato usando i capitali mobili dell’industria finanziaria.

La letteratura è ricca di spunti, e rileggendo le opinioni e le soluzioni proposte sul “governo del territorio” mi è parso di cogliere un aspetto determinante del tema che oggi affrontiamo.

La proposta del Governo è condivisibile negli intenti («priorità del riuso e della rigenerazione edilizia del suolo edificato esistente, rispetto all’ulteriore consumo di suolo inedificato»), ma non capisco come i Comuni possano trovare giovamento finanziario dalla rinuncia di oneri utili al riequilibrio del bilancio obbligatorio, con «la concessione di finanziamenti statali e regionali eventualmente previsti in materia edilizia?» Nella norma governativa è molto rilevante il vincolo dei proventi dei titoli edilizi «al risanamento di complessi edilizi compresi nei centri storici, a interventi di qualificazione dell’ambiente e del paesaggio, anche ai fini della messa in sicurezza delle aree esposte a rischio idrogeologico.»

In pochissimi casi alcuni piccoli comuni hanno saputo rinunciare agli oneri di urbanizzazione grazie all’uso di società Esco (Energy Service Company) pubbliche che hanno saputo abbinare una buona progettazione con gli incentivi del “conto energia”. Oggi, gli incentivi sono meno favorevoli per il raggiungimento della “parity grid”.

Urbanisti esperti, che fanno riferimento al sito Eddyburg, suggeriscono di aggirare il problema del “governo locale” proponendo come soluzione più immediata «la salvaguardia del territorio non urbanizzato, in considerazione della sua valenza ambientale e della sua diretta connessione con la qualità di vita dei singoli e delle collettività, costituisce parte integrante della tutela dell’ambiente e del paesaggio. In quanto tale, la relativa disciplina rientra nella competenza legislativa esclusiva dello Stato, ai sensi dell’art. 117, comma 2, lett. s) della Costituzione.» Mi sembra che l’intento sia quello di ripristinare una centralità dello Stato, e credo sia implicita una critica circa l’esperienza legislativa regionale in materia urbanistica.

La proposta del WWF presenta strumenti fiscali di incentivo e disincentivo legati ai permessi per costruire o di inutilizzo dei beni immobili, e reintroduce il vincolo per gli oneri di urbanizzazione che «non possono essere utilizzati per la spesa corrente», come prevede anche la proposta governativa. La proposta suggerisce come reperire fondi, «i comuni destinano i proventi derivanti dall’elevazione dell’aliquota dell’IMU di cui al precedente comma 1  ad un fondo per interventi per la cessione al comune delle aree dismesse o inutilizzate, di recupero e riqualificazione del patrimonio edilizio esistente, di acquisizione e realizzazione di aree verdi o da destinare al soddisfacimento di interessi di pubblica utilità.» Il suggerimento si muove all’interno delle attuali regole contabili e fiscali e ci fa riflettere circa l’annoso problema del bisogno di moneta, e possiamo ricordare come questo sia il problema dell’area euro, e nello specifico dei paesi che hanno ceduto la sovranità monetaria privando gli Stati del principale potere di promuovere un’azione politica: stampare moneta per la pubblica utilità.

La proposta Realacci ritengo sia l’unica che contenga elementi contraddittori rispetto allo scopo di questo dibattito. Potrei essere in errore, ma appare nei suoi contenuti una legge che ricalca la logica della crescita, o meglio dell’ossimoro “sviluppo sostenibile”, ed enfatizza tutte le tecniche odierne che hanno soddisfatto la lobby delle costruzioni. Ad esempio, dalla proposta si legge questo di tipo di incentivo: «attribuzione alle aree interessate di quote di edificabilità da utilizzare in loco secondo le disposizioni degli strumenti urbanistici». Mi sembra, si adotti l’obsoleta logica che un danno ambientale possa essere ripagato con «compensazioni» e pertanto in buona sostanza il provvedimento consente il consumo del suolo. Sembra che l’iniziativa privata, con propri capitali, possa avere maggiori opportunità di creare servizi ed opere mentre l’Amministrazione debba contribuire solo aumentando al massimo le tasse locali.

La logica che sta dietro le proposte circa l’aumento degli oneri di urbanizzazione con l’intento di scoraggiare il consumo di suolo non raggiungerà l’obiettivo poiché consegnerà ai capitali mobili l’opportunità di edificare togliendola ai bisogni reali dei cittadini. Tant’è che già oggi alcune trasformazioni urbanistiche sono finanziate da capitali esteri, e da capitali “opaci”.

Nel dibattito politico contemporaneo alcuni citano la rinascita di Detroit, l’ex città dell’automobile che aveva, negli anni ’50, 1,8 milioni di abitanti e nel 2011 sono rimasti 1,1mln di abitanti. Tutti “sorpresi” da questa Amministrazione che sta recuperando suoli con progetti eco-sostenibili, tutti si compiacciono delle buone intenzioni che parlano di agricoltura e tutela dei suoli. Sembra che tutti gli osservatori italiani ignorino un fatto evidente e scontato, Detroit non è una città europea, non fa parte dell’euro zona e quindi non ha l’obbligo del pareggio di bilancio, non ha il patto di stabilità, e non si finanzia necessariamente dai mercati finanziari.

Milano 12 luglio 2013_02Mi pare di capire, ma posso essere in errore, che nessuna proposta in discussione ambisce a proporre un cambio radicale della materia estimativa dei beni immobili e dei criteri di finanza degli Enti locali, materia che ha sempre condizionato le scelte politiche di pianificazione, prima per motivi di avidità ed oggi si aggiunge anche l’obbligo del pareggio di bilancio. Ricordo che sia l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani (ANCI) e sia l’Associazione Nazionale Piccoli Comuni Italiani (ANPCI) criticano fortemente il “patto di stabilità” imposto dell’Unione Europea. I piccoli comuni chiedono «esclusione dei comuni fino a 5.000 abitanti dal “Patto di Stabilità”.»[1]

E’ altrettanto noto che l’Italia è un “finanziatore netto” dell’Unione Europea, cioè le tasse dei cittadini che contribuiscono a finanziare l’UE rappresentano una cifra maggiore di quella che torna ai cittadini italiani come servizi ed opere, e come ciliegina sulla torta non bisogna dimenticare la scelta di finanziare il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), nonostante le note politiche di austerità abbiano danneggiato le famiglie italiane che dipendono da stipendi salariati.

Dunque focalizziamoci anche su questo paradosso, o se vogliamo su questo inganno: le tasse degli italiani finanziano un’istituzione, l’UE, che promuove una Politica Agricola Comunitaria (PAC) che aiuta il modello distruttivo dell’agri-industria e sfavorisce la cultura contadina, ignorando l’agricoltura sinergica. L’agri-industria sta distruggendo la capacità dei terreni di auto-rigenerarsi.

Il legislatore dovrebbe ascoltare idee di buon senso e curare gli interessi dei cittadini, ma dovrebbe focalizzare la propria attenzione non tanto sugli aspetti di tecnica urbanistica poiché in Italia ci sono progettisti capaci di fare meglio, ma sugli aspetti giuridici ed economici finanziari poiché questi ultimi determinano la destinazione dei suoli. Bisogna colpire gli interessi privati della speculazione urbana mirando al cuore del sistema proponendo un cambio radicale. Il problema è noto, lo stesso Edoardo Salzano (ideatore di Eddyburg), in Fondamenti di urbanistica, testo consigliato da tutte le facoltà di architettura parla di Italia SpA: «la trasformazione del patrimonio pubblico in moneta sonante per costruire infrastrutture spesso inutili e dannose»[2].

Governo e Parlamento dovrebbero fare l’interesse pubblico, prima di tutto, dovrebbero “sostituire” gli attuali indicatori, debito/PIL, con indicatori migliori come quelli racchiusi nel Benessere Equo e Sostenibile (BES). Governo e Parlamento, in sede europea e nazionale, dovrebbero proporre un cambio di paradigma culturale, e cioè “misurare” il reale benessere dei cittadini: stato psicofisico, salute, ambiente, istruzione e formazione, stile di vita, rapporti sociali, partecipazione al processo decisionale della politica, lavoro e conciliazione tempi di vita, e paesaggio e patrimonio culturale.

La storia della progettazione urbana è ricca di idee sostenibili conservate nei cassetti, poiché gli amministratori locali preferivano dare spazio a piani che sfruttassero al massimo la rendita urbana. La storia ci insegna che un bene comune come il territorio è stato considerato alla stregua di una merce privata, cioè in funzione del prezzo di mercato. Ma il concetto di valore è diverso dai concetti di costo e di prezzo, strumenti che oggi misurano le merci. Stimare significa attribuire un valore ed è un esercizio arbitrario, dipende dalla cultura e dalle intenzioni di chi determina la stima. Se oggi il pensiero prioritario dei Consigli comunali e dei Sindaci è quello di far quadrare il bilancio, altrimenti terminano il proprio mandato, mi pare evidente che la sensibilità degli amministratori non sia quella di tutelare gli ecosistemi, ma di comportarsi come dei ragionieri. Andando affondo, se i criteri di stima dei suoli oggi in uso sono tutti monetari, mi pare altrettanto chiaro che il paradigma che condiziona il governo del territorio siano la moneta e l’avidità, meglio conosciuti coi termini: speculazione e rendita immobiliare e fondiaria.

Tutti noi possiamo ricordare come nel 1962 fu boicottata la proposta di Fiorentino Sullo che sottraeva potere agli speculatori per darlo allo Stato che poteva diventare proprietario dei suoli col fine di indirizzarli ai reali bisogni dei cittadini. Lo storia insegna che anche lo Stato può essere un cattivo “progettista” e per questo motivo bisogna giudicare la qualità dei progetti, con nuovi “indicatori bioeconomici”. Il Comune di Parigi acquista alloggi in pieno centro, li ristruttura e li concede ai ceti meno abbienti con un equo canone, in buona sostanza in Francia c’è uno Stato che applica l’interesse pubblico. Parigi svolge il ruolo dello Stato così come Sullo aveva proposto.

Ritengo che per applicare meglio la Costituzione italiana, il legislatore debba incentivare il valore d’uso sociale nella pianificazione territoriale, per introdurre l’uso razionale delle risorse come metodo per valutare meglio il consumo dei suoli. Esistono diversi standard, com’è noto, l’impronta ecologica, l’analisi del ciclo vita etc. Pertanto mi pare chiaro che il problema non sia di natura tecnica, ma di natura etica, politica, giuridica ed economica.

Sappiamo bene che il Parlamento italiano aderendo ai Trattati internazionali ha tradito la Repubblica italiana poiché ha rinunciato al proprio ruolo di controllore del credito, violando l’articolo 47 e questo aspetto reca danni anche al “governo del territorio”. Amministratori e cittadini sono nelle mani dei capricci del “libero mercato”. Almeno dal 1981, anno del divorzio Banca d’Italia e Ministero del Tesoro, Governo e Parlamento cominciano a rinunciare all’idea di promuovere una politica monetaria ed una politica industriale per l’interesse pubblico e dei cittadini. Banca d’Italia non è più d’Italia, ma controllata da SpA private. Siamo stati consegnati a quelle SpA che coprono il valore di una “moneta debito”, più gli interessi, scambiata durante le aste dei Titoli di Stato.

Una delle tante conseguenze negative di questa rinuncia – sovranità monetaria – è che anche i Comuni pensano come le aziende private ed approvano piani urbanistici fondati sull’espansione, la crescita che aumenta il consumo del suolo agricolo, e da questi piani gli amministratori si aspettano di incassare oneri. Anche quando gli “standard minimi” (dotazione minime per abitante) sono già rispettati gli Enti applicano un giochino  molto semplice: usano il suolo agricolo come fosse una merce da vendere non un bene comune, gli attribuiscono un valore grazie al cambio di destinazione d’uso, e quel valore viene messo sul “libero mercato” per i privati che ne traggono profitto dallo sfruttamento dei diritti edificatori, delle superfici di vendita etc. Così vediamo la nascita di immensi centri commerciali, ed altri “non luoghi” che non rappresentano l’interesse pubblico, così assistiamo alla costruzione di nuovi quartieri di classe energetica A, ma che non saranno venduti poiché hanno prezzi fuori mercato.

Com’è noto l’analisi del ciclo vita non condiziona il valore dei suoli. Se la speculazione si avvale dell’energia del mostro della finanza di mercato, mi chiedo, come reperire i fondi per trasformare le città nei luoghi che un bravo progettista sa disegnare?

Ritengo che il legislatore debba intervenire per far uscire i Comuni dal ricatto dell’obbligo di pareggio di bilancio, perché questo criterio contabile aiuta la speculazione urbana costringendo gli Enti locali nel reperire risorse in ogni modo. La Corte dei Conti ci informa che alcuni Enti si sono comportati come giocatori d’azzardo tramite gli strumenti derivati pur di avere risorse immediate. Ho il legittimo sospetto che l’Italia sia il primo paese europeo per comuni firmatari del “patto dei sindaci” per il disperato bisogno di attingere ai fondi che la Banca europea degli Investimenti mette a disposizione per chi aderisce a determinate strategie di risparmio energetico. Comunque vada, dobbiamo essere felici poiché tutti questi amministratori si sono impegnati nel cancellare gli sprechi energetici.

Pertanto, a mio modesto parere, è necessario introdurre un criterio contabile opposto: il “non equilibrio di bilancio” per un periodo transitorio mirato a raggiungere un obiettivo importante: consentire di variare il proprio piano urbanistico su progetti virtuosi come il riuso, la rigenerazione urbana, l’auto sufficienza energetica con fonti alternative, il riciclo totale delle materie prime seconde, la prevenzione del rischio sismico ed idrogeologico.

Questi ultimi due obiettivi: prevenzione primaria del rischio sismico ed idrogeologico non sono raggiungibili con sistemi fiscali di incentivi o disincentivi, e neanche con un “conto energia”, ci vuole un pesante intervento dello Stato centrale, ma senza ricorrere all’indebitamento, ci vorrebbe una moneta sovrana a credito. Secondo una stima del Governo precedente, dell’ex Ministro Clini[3], «servono 40 miliardi per 15 anni per tutelare il territorio». Dove prendere questi soldi? Parlando ancora di soldi stanziati, il “piano città” approvava 28 progetti in 28 città diverse, che potevano usufruire di appena 318 milioni[4].

Mi sembra di capire che le strategie politiche e le buone idee non trovino il giusto apprezzamento a causa di un sistema economico condizionato da un potere sovranazionale che non sembra assecondare gli interessi nazionali. Premi nobel come Paul Krugman[5] e Joseph Stiglitz[6] criticano apertamente il sistema euro e mostrano le storture di una moneta a debito, non sovrana, poiché le Nazioni non decidono autonomamente del proprio destino. Krugman e Stiglitz dicono che il problema euro, prioritariamente, è politico per l’assenza di democrazia.

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Fonte: Paul Krugman, Fuori da questa crisi, adesso!, pag. III, 2013

Pertanto Parlamento e Governo modificando le regole potrebbero consentire agli amministratori locali di trarre vantaggio nell’adottare il criterio del valore d’uso sociale affinché le città diventino un bene comune, e possano essere usufruite in maniera razionale. Si tratta di uscire dal ricatto del “libero mercato” per diffondere criteri non monetari, e pianificare con criteri di valutazione più importanti affinché non si sprechino risorse finite per le future generazione, del resto come vorrebbero fare le proposte oggi in discussione, ma personalmente consiglio di perseguire una strada un pò diversa, una strada più coraggiosa e radicale.

Fino ad oggi abbiamo stabilito arbitrariamente che un uso agricolo dovesse avere minore valore monetario rispetto all’uso abitativo, ma siamo liberi di ribaltare la convenzione ed aggiungerne altre partendo dai progetti virtuosi. Così come possiamo ricordare che l’obiettivo di un Comune non è quello di far quadrare un bilancio, ma migliorare il benessere dei cittadini, questo è l’obiettivo della Repubblica italiana. E’ sufficiente affermare un “nuovo” paradigma: la moneta è solo uno strumento, non è ricchezza e gli amministratori hanno l’obbligo di rispettare i principi costituzionali al fine di tutelare l’ambiente ed il paesaggio.

In conclusione ritengo che non si debba puntare al mero “stop al consumo del suolo”, ma avere una visone più organica del problema che ha origine nell’assenza di etica delle politiche del territorio. Mi vengono in mente tutti quei comuni che ancora oggi non hanno gli standard minimi previsti per legge, non possiamo dire loro “stop al consumo del suolo”, e mi vengono in mente tanti comuni nel Nord ove gli standard minimi sono rispettati, ma i piani sembrano essere disegnati dagli industriali locali scambiando ancora una volta l’interesse pubblico con l’interesse privato. Il legislatore dovrebbe avere questo tipo di visione, avere un’idea etica e qualitativa dei piani, e stimolare l’opportunità di cambiare svincolando la creatività virtuosa dagli sciocchi criteri di contabilità fiscale. Il legislatore può introdurre criteri qualitativi come quelli suggeriti nel BES, anche consapevole del fatto che oggi le Amministrazioni possono usare standard tecnici per misurare l’uso delle risorse finite.

Il Parlamento deve ripristinare il ruolo centrale dello Stato che promuove politiche monetarie libere dal debito e dagli immorali interessi, lo Stato deve promuovere politiche industriali, e le città possono essere il luogo di sviluppo di buone pratiche amministrative, dalla partecipazione democratica alla tutela dei beni comuni; la città è un bene comune. Stiamo vivendo la fine di un’epoca e possiamo immaginare e progettare l’epoca che verrà consapevoli degli errori promossi sia da politiche liberiste che da politiche keynesiane poiché entrambe figlie della crescita infinita, la prima è per una crescita veloce “controllata” dal “libero mercato”, mentre la seconda è per una crescita meno veloce controllata dallo Stato, o per l’ossimoro “sviluppo sostenibile”. Ritengo che bisogna transitare dal fare a prescindere al saper fare, ed oggi bisogna fare meno e meglio indirizzando le politiche pubbliche negli ambiti virtuosi sopra citati che creano nuova occupazione in mestieri utili all’Italia.

Democrazia, ecologia ed economia sono sinonimi, fratelli. La bioeconomia ci informa che le azioni politiche producono danni, a volte irreversibili. Frederick Soddy (1877 – 1956) ci informa che la reale ricchezza dipende dai flussi di materia e di energia prodotti dalla natura, e pertanto il danaro non può comportarsi come una macchina perpetua poiché contraddice il principio termodinamico dell’entropia. Sole e fotosintesi clorofilliana determinano la vita su questo pianeta, non la moneta. Progettisti e tecnici possono conoscere in maniera preventiva tutti gli sprechi ed i danni da evitare tramite l’analisi del ciclo vita. In buona sostanza i pianificatori possono programmare e coordinare l’attività antropica sul territorio coi lunghi tempi della natura.

La Repubblica italiana ha tutto il diritto ed il dovere di porre rimedio alla crisi che un avido ed obsoleto pensiero politico, aumentando disuguaglianza e povertà, ha creato. Lo Stato deve intervenire sulle città per tutelare la vita umana con la prevenzione del rischio sismico ed idrogeologico sull’intero patrimonio esistente e questo potrà accadere solo con l’uso di una moneta sovrana a credito, piuttosto che una moneta a debito presa in prestito. Potrebbe emergere un “piano città” con “progetti definitivi” di qualità piuttosto che di quantità, un piano finanziato con moneta sovrana libera dal debito. Bisogna farlo al più presto poiché non è più accettabile l’inerzia politica rispetto al bisogno concreto di intervenire prevenendo crolli e dissesti, danni ampiamente prevedibili, e che mettono a rischio la vita umana. Nel caso specifico possiamo esser certi che non sarebbe il sisma ad uccidere, ma l’inerzia di politici inadeguati rinchiusi nel recinto psicologico dell’economia del debito che impedisce di far lavorare comunità consapevoli pronte a prendersi cura del proprio territorio. Il prezzo della politica della stupidità, quella dell’economia del debito e del pareggio di bilancio stanno cancellando i diritti inviolabili dell’uomo, e stanno mortificando la virtuosa creatività di progettisti ed imprese artigiane locali che potrebbero tutelare efficacemente l’Italia: uno dei patrimoni più importanti dell’umanità.

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3 pensieri riguardo “Sul governo del territorio”

  1. 1) “Pensiamo che il consumo di suolo sia anche un problema di carattere culturale, oggi abbastanza noto per le campagne di informazione fatte negli ultimi anni da comitati locali ed associazioni ambientaliste che hanno portato la politica ad interessarsi dell’argomento, ma forse ancora di non immediata comprensione per i cittadini. A nostro avviso ogni scelta relativa alla trasformazione del territorio dovrebbe essere condivisa con le comunità locali ed in particolare una proposta di legge che si prefigge di contenere il consumo di suolo – perché risorsa scarsa e bene comune – dovrebbe contenere nel proprio articolato disposizioni relative agli aspetti di educazione, informazione e partecipazione. Tali aspetti come vengono trattati (implicitamente o esplicitamente) nelle proposte di legge in discussione?”.
    2) La Tabella di Marcia europea per un uso efficiente delle risorse COM(2011)571 si propone di raggiungere il target dell’azzeramento del consumo di suolo in Europa entro il 2050. Nelle proposte di legge in discussione in generale non si fa cenno al raggiungimento di obiettivi quantitativi di riduzione del consumo di suolo a livello nazionale, se non nel caso delle proposte “Catania” e “Letta” che demandano però ad atti successivi la definizione di “soglie” o limiti al consumo di suolo. Siete favorevoli o contrari alla definizione di target specifici (obiettivi numerici/percentuali) di contenimento del consumo di suolo? A vostro avviso l’apposizione di soglie-limite all’urbanizzazione, anche differenziate in relazione ai diversi contesti territoriali, come si relaziona con il fenomeno della “rendita urbana”?
    3) Come ben sapete, nella Costituzione Italiana la materia “Governo del territorio” è disciplinata dall’articolo 117, tra le competenze di legislazione concorrente, in cui spetta alle Regioni legiferare sulla base di principi emanati dallo Stato. A nostro avviso la disciplina dell’uso del suolo avendo a che fare con l’organizzazione e la gestione del territorio (la pianificazione) può rientrare a pieno titolo nella materia “Governo del territorio”. Ora, la legge urbanistica fondamentale dello Stato risale al 1942, ed è oggi in parte “stravolta” dalle normative urbanistiche regionali che spesso ne hanno modificato profondamente l’impianto. Pensiamo che l’argomento “consumo di suolo” dovrebbe essere trattato in maniera organica nell’ambito di una revisione generale della normativa urbanistica nazionale. Qual’è la vostra opinione?

    Nei pochi minuti a disposizione mi sono concentrato nel suggerire al legislatore che l’attenzione su questo tema va concentrata sull’etica e sul cambio di paradigma culturale. Le proposte in oggetto ignorano i criteri estimavi che andrebbero ripensati, ignorano il problema dell’obbligo di pareggio di bilancio e impongono uno stop generalizzato ignorando che vi sono ancora comuni privi degli standard minimi previsti per legge. Se nel 1962 il Governo italiano non avesse boicottato ed ignorato la proposta di Fiorentino Sullo, oggi non saremo qui a discutere del fatto che la risorsa territoriale viene distrutta dall’avidità di pochi. Pertanto il dibattito che stiamo avviando parte in grave ritardo, i buoi sono già scappati! I Comuni distruggono i suoli per ragioni che tutti conosciamo ed il sistema contabile pubblico stimola la distruzione del suolo poiché ogni cosa viene trattata come una merce, tutto ha un prezzo e tutto va venduto, consumato, eroso pur di avere moneta per equilibrare il bilancio locale. Il paradosso è che oggi, rispetto agli anni ’60 in cui ci si poneva il problema del regime dei suoli e della crescita urbana, ecco, oggi abbiamo conoscenze tecnologiche e standard per misurare efficacemente l’attività antropica. Il dovere del legislatore non dovrebbe essere quello di indicare uno stop generalizzato, ma di ripensare l’economia urbana dando priorità agli standard qualitativi indicati nel Benessere Equo e Sostenibile (BES). Se la progettazione urbana imponeva standard minimi quantitativi oggi possiamo integrarli con la qualità ben descritta, fatto questo, il problema è meramente finanziario, cioè dove e come trovare risorse per raggiungere questi obiettivi?
    Le proposte di legge ricalcano esattamente l’obsoleta logica della crescita e la logica consolidata che sia l’industria finanziaria privata a muovere le risorse, alcuni fanno riferimenti a strumenti e tecniche già in uso e ci si illude di potere scoraggiare il consumo del suolo aumentando gli oneri di urbanizzazione, e dare incentivi alla tutela dei suoli agricoli con obsolete compensazioni. Fino a quando rimaniamo nel piano ideologico che la finanza governa la politica faremo gli interessi di chi controlla e gioca nel sistema globale, perché i privati di questo sistema liberista ha tutte le risorse per costruire città intere ex-novo pagando la cifra che si richiede. Oggi, alcune alcuni trasformazioni urbane sono finanziate proprio dai “capitali mobili”.
    Ci si dimentica che il legislatore deve applicare la Costituzione e pertanto al fine di rispettarla al meglio lo Stato deve ripristinare il potere che ha concesso ad istituzioni finanziarie obsolete che hanno prioritariamente interessi privati. E’ lo Stato che deve controllare e sostenere l’attività edilizia virtuosa e deve riprendersi l’energia monetaria a credito, libera dal debito. Questo accade negli USA ed in Giappone, mentre l’austerità dell’UE sta distruggendo ogni settore industriale.
    Una legge matura e consapevole delle leggi della fisica dovrebbe semplicemente calibrare i tempi della natura con l’attività edilizia sapendo che noi dipendiamo dalla fotosintesi clorofilliana e non dalla moneta. I Governi dovrebbero uscire dall’economia del debito per entrare nella bioeconomia e puntare alla felicità dei cittadini.
    Il dibattito avviato dal Forum Salviamo il paesaggio potrebbe creare l’occasione di scrivere un legge matura che abbia un approccio multiculturale e valuti meglio la bioeconomia, l’estimo, l’etica e la e la contabilità fiscale dei Comuni.

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