Territorializzare


Negli ultimi trent’anni la società occidentale è stata trasformata dalla scelta politica delle classi dirigenti di realizzare il capitalismo neoliberale, e questo cambiamento ha prodotto e produce danni sociali ed ambientali che si possono osservare. Sono due i danni culturali più grandi: la rifeudalizzazione della società cancellando la classica idea di democrazia e la regressione culturale delle masse che hanno sviluppato un deficit d’ignoranza funzionale e di ritorno (animal laborans). L’effetto dei danni ambientali innescati dalla crescita è la conseguenza delle due precedenti condizioni. La ricetta di questa religione è nota e prevede: la riduzione del ruolo dello Stato nel pensare e proporre politiche industriali (fatto); la privatizzazione delle aziende di Stato (fatto); la deregolamentazione delle leggi sul lavoro (fatto); la riduzione o cancellazione degli investimenti pubblici (in corso d’opera); la liberalizzazione degli investimenti esteri (in corso d’opera). Tali dogmi della religione neoliberale hanno generato l’aumento dei profitti per le multinazionali, l’aumento dei profitti per i paesi “centrali” e la distruzione industriale nei paesi “periferici”, l’aumento delle disuguaglianze economiche fra ricchi e poveri, migrazioni dei neolaureati verso i paesi “centrali”; l’aumento della dipendenza delle comunità dal sistema globale che preda le risorse locali, e la distruzione delle economie locali innescando drammatiche conseguenze sociali e ambientali a danno dei territori.

La sintesi appena esposta assume una drammatizzazione più grande se osserviamo il fatto che buona parte degli amministratori locali sono stati attuatori della religione neoliberale, poiché gli Enti locali, solitamente gestiti da personale politico meno capace e culturalmente più debole, hanno privatizzato i processi delle trasformazioni urbanistiche tradendo lo spirito della Costituzione e della legge nazionale sull’urbanistica («l’assetto e l’incremento edilizio dei centri urbani e lo sviluppo urbanistico»; «assicurare il rispetto dei caratteri tradizionali», «favorire il disurbanamento e di frenare la tendenza all’urbanesimo») che prevede il corretto uso del suolo per scopi sociali  e la tutela dell’ambiente. Buona parte degli Enti locali ha seguito il dogma della religione neoliberale imposto dall’élite degenerata, ed ha ridotto i servizi locali e fatto addebitare il costo degli stessi ai cittadini, rendendo difficile la possibilità ai più poveri di fruire dei servizi pubblici. Tutto ciò attraverso lo stupro della Costituzione, avvenuto per mano del legislatore che ha cambiato l’articolo 81, introducendo il virus della religione neoliberale, il famigerato obbligo del pareggio di bilancio che consente ai sacerdoti dell’economia neoclassica di applicare il razzismo con l’invenzione dell’economia e consentire alle élite globali, nazionali e locali di conservare il proprio ruolo in una società feudale e mercificata, che distingue le persone dal capitale e non dalla condotta etica e morale. Tutta la strategia geopolitica del neofeudalesimo dell’UE si basa sul controllo diretto delle istituzioni locali (Nazionali, regionali e comunali) circa il pareggio di bilancio per misurare e assicurarsi diversi obiettivi: favorire la nascita della prima grande area commerciale di consumatori (far diventare l’Europa un’area semiperiferica e periferica); orientare i destini dei paesi “periferici”; cronicizzare il pagamento del debito; cancellare l’auto determinazione dei popoli. La sintesi della stupidità occidentale è nell’analisi dei bilanci, tutto qua, ed oggi, attraverso l’informatica inserita come strumento spia nelle istituzioni pubbliche, una piccola oligarchia tecnocratica entra negli affari interi dei paesi violando diritti e sovranità, interpretando gli indici finanziari secondo il tornaconto delle multinazionali e scatenando guerre economiche e mediatiche contro eventuali governi e popoli non allineanti ai dogmi della religione economica.

Il dramma politico italiano è che finora sembra essere l’unico paese europeo a non avere un soggetto politico maturo e consapevole. La cosiddetta opposizione al pensiero dominante non esiste, poiché la sinistra è stata distrutta agendo dall’interno sin dal 1991, e questo vuoto politico finora è “riempito” da un soggetto politico poco serio e inaffidabile, sia perché non è ciò che millanta di essere (spesso suggerisce politiche neoliberali) e sia perché assomiglia alla vecchia Democrazia Cristiana. Questo partito è palesemente non democratico, aziendalista, con grandi carenze culturali, sociali e psicologiche. Solo in Italia si fa molta fatica a costruire un partito politico di sinistra e condotto sul piano culturale bioeconomico. In ambito europeo sta nascendo il percorso di DiEM25, che non è un partito ma un movimento politico culturale con un determinato programma: democratizzare l’UE. L’incapacità politica degli italiani favorisce il percorso neoliberale, e questa incapacità nei territori si traduce in aumento della disoccupazione e distruzione del nostro patrimonio con particolare rilevanza al meridione, storicamente depredato prima dalla guerra di annessione e poi dalle multinazionali. E’ proprio il meridione d’Italia il luogo ove può nascere un cambiamento poiché i cittadini vivono grandi problemi sociali ed economici, e talvolta in alcuni comuni hanno dimostrato capacità di reazione allo stupido pensiero unico. La risposta ai problemi si trova costruendo un soggetto politico socialista capace di programmare politiche pubbliche bioeconomiche per ridurre le disuguaglianze sociali, di reddito e di riconoscimento.

Osservando le politiche urbane di tutte le principali città italiane (sono 26) riscontriamo il comune denominatore: la crescita e il neoliberismo. Sin dal secondo dopoguerra l’equivoco culturale fu quello di coniugare il capitalismo con le politiche sociali, il conflitto culturale ha retto fino agli anni ’80, poi il crollo del socialismo e la vittoria dell’ideologia neoliberale. Se questo è chiaro ai cittadini europei (la distinzione fra socialismo e liberismo), purtroppo è meno chiaro agli italiani, dove la confusione è di natura neurolinguistica, in quanto la regressione culturale innescata dal “sistema di controllo” (media, scuola, università) ha avuto l’effetto di ridurre le capacità cognitive degli individui. Le ricerche pubbliche di Tullio De Mauro dicono che molti italiani non capiscono ciò che leggono. Bisogna ripartire da questo dato drammatico, e risvegliare le coscienze delle persone con programmi culturali e di educazione di base per gli adulti. Cultura e bellezza aiutano lo sviluppo umano. Tornando alle politiche urbane, i comuni meridionali, se fossero guidati in maniera consapevole, hanno tutte le opportunità di migliorare le condizioni di vita degli abitanti attraverso un percorso di riterritorializzazione bioeconomica che crea occupazione utile. E’ fondamentale ridurre la dipendenza dal sistema globale: programmare l’auto sufficienza energetica e di cibo; programmare processi di rilocalizzazione produttiva (manifattura leggera, trasporti, comunicazione, rigenerazione urbana) e orientare i consumi su merci locali, in questo modo la globalizzazione neoliberale fa meno male all’economia locale. Nel meridione è indispensabile costruire la “rete delle città partendo dalle scuole e dai centri di indirizzo e controllo politico, partendo dai “pensatoi locali” come gli istituti accademici, i centri di ricerca e le associazioni affinché il progetto culturale condiviso si traduca in politiche industriali bioeconomiche capaci di finanziare connessioni, attività e strutture fondamentali per favorire opportunità dello sviluppo umano. Territorializzare significa dare senso, significato, forza e vita alle persone che vivono i luoghi utilizzando le risorse in maniera razionale e valorizzando il sapere locale. Dal punto di visto politico significa cambiare il paradigma culturale della società ma è necessario farlo se vogliamo sopravvivere e costruire un futuro sostenibile.

E’ giunto il momento di costruire cluster[1] del cambio di paradigma culturale. Bisogna costruire luoghi fisici ove il mondo e le comunità dell’auto produzione e della sostenibilità possano incontrarsi quando lo desiderano. Bisogna realizzare spazi per favorire il dialogo e l’incontro volto a realizzare imprese e impieghi utili per rigenerare i nostri stessi luoghi, e consumare beni e merci secondo regole etiche che riconoscono il valore della sovranità alimentare. Bisogna realizzare luoghi per favorire il consumo di beni e merci dei bio distretti.

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