Oltre i miserabili

universo

Uno degli aspetti più controversi della nostra specie, molto probabilmente, risiede nel nostro cervello e nella coscienza (o anima), poiché è li che si annida lo sviluppo umano o la schiavitù (stupidità), ed è li che possiamo distinguerci fra esseri umani o individui ignobili. Nella nostra epoca sappiamo quasi tutto sulla nostra esistenza, e nonostante ciò continuiamo a perder tempo sottostando alla stupida e ignobile religione capitalista. La nostra struttura sociale e istituzionale è condizionata e determinata dalla maggioranza di individui mediocri, che attraverso scelte psico programmate dall’élite degenerata, favorisce lo status quo e il profilarsi delle peggiori condizioni di vita per tutti i popoli.

In una società regredita come la nostra, ove tutto è merce, tutto è mercato, e quindi ogni cosa si misura in denaro, accade che le condizioni miserabili cui siamo costretti a subire, risiedono nelle nostre incapacità di assumere il controllo della nostra esistenza, e ciò produce frustrazioni.

Nell’Ottocento si sviluppò un’efficace critica al sistema economico, e socialisti e comunisti suggerivano l’appropriazione dei mezzi di produzione del sistema capitalista al fine di girare i profitti alle masse o allo Stato, anziché alla borghesia privata. Prima di tutto era necessario costruire la cosiddetta coscienza di classe, e a questo ci pensò Karl Marx pubblicando nel 1859 Per la critica dell’economia politica, cioè il Capitale. Oggi, in questo nuovo secolo e millennio ove ha prevalso l’ideologia neoliberista, accade che gli ultimi, ancora schiavi come nell’Ottocento, non sembrano essere in grado di sviluppare una propria coscienza di classe. Come nei secoli scorsi le disuguaglianze esistono e la famosa lotta di classe è stata vinta dai ricchi, che accumulano capitale con maggiore facilità rispetto al passato. La classe borghese capitalista possiede maggiori strumenti di controllo e sfruttamento della risorse finite del pianeta e della società, si va dalla pubblicità (la propaganda) all’informatica, fino alla robotica. Le disuguaglianze sociali, di reddito e di riconoscimento hanno una prerogativa geopolitica territoriale molto chiara. Paesi “centrali” che possono accumulare capitali, mentre altri territori diventano “semiperiferie” e “periferie”, dove crescono povertà, degrado e marginalità.

Determinate tecnologie sull’energia, che la borghesia controlla, possono essere utilizzate anche dalle masse al fine di auto produrre ciò di cui si ha bisogno. A parte alcuni progetti interessanti, e buone pratiche, le comunità non si sono appropriate ancora di tali mezzi per favorire insediamenti umani auto sufficienti, liberi dal cappio del sistema globale neoliberale. Secondo lo scrivente le ragioni di questa mancata evoluzione risiedono nell’ignoranza funzionale delle masse, prima di tutto, e poi nell’egoismo degli individui psico programmati e abituati all’individualismo che ha distrutto il senso di comunità e la civiltà della res pubblica.

Al contrario, cittadini consapevoli delle opportunità offerte da un nuovo paradigma culturale, ad esempio come quello bioeconomico, possono liberamente organizzarsi in maniera collettiva e costruire il proprio insediamento rigenerando l’esistente, sia partendo dalla riduzione del rischio sismico (e idrogeologico) e sia dall’auto sufficienza energetica, e realizzando persino servizi mancanti nel proprio quartiere. E’ l’approccio culturale bioeconomico che ci consente di uscire dalla miseria pianificata dalla religione capitalista, poiché ci mostra come utilizzare le leggi della natura senza distruggere gli ecosistemi e noi stessi.

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“Aggiustare” le città

Dall’inizio della fine: epoca industriale, decisori politici, mondo accademico, imprese e progettisti discutono su come organizzare e far crescere le città intorno alle “nuove” politiche urbane, c’è chi giustamente ritiene che le città siano cresciute troppo ed ora sia giunto il momento di gestire l’ambiente costruito.

Esiste una sterminata letteratura internazionale, analisi, rapporti, proposte circa la sostenibilità urbana, la resilienza urbana, la rigenerazione urbana e la progettazione di nuovi insediamenti urbani; esistono rapporti sul recupero dei centri storici e delle periferie.

Dal punto di vista dell’approccio culturale si possono distinguere due atteggiamenti: l’ossimoro dello sviluppo sostenibile e l’approccio della sostenibilità forte. Il primo nasce nell’alveo del paradigma più vecchio ed obsoleto: la crescita materialista, mentre l’altro nasce nell’alveo dell’approccio olistico ed accetta le leggi della natura consigliando di non sprecare le risorse utili alle future generazioni.

ediltecno28feb2014In questo contesto culturale sembra esserci una convergenza di intenti progettuali: “prima di tutto pensiamo ad aggiustare le città esistenti e discutiamo su come farlo dal punto di vista delle tecniche urbanistiche, e come reperire le risorse”. Si tratta di un cambio di rotta visto che sin dal dopo guerra i piani urbanistici si sono occupati sia della ricostruzione e sia dell’espansione urbanistica. Sembra ci sia un coro verso la strada del recupero e quindi Associazione Nazionale Costruttori Edili (ANCE), Consiglio Nazionale degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori (CNAPPC) ed Istituto Nazionale Urbanistica (INU) hanno elaborato manifesti e proposte a sostegno della rigenerazione urbana.

L’ANCE propone di riqualificare energeticamente gli edifici esistenti, il CNAPPC consiglia di puntare sulla rigenerazione urbana sostenibile, e l’INU durante il XXVIII Congresso svoltosi a Salerno propone diverse progettualità per far “aggiustare” le città, ad esempio il tema 1 “la rigenerazione urbana come resilienza”. L’associazione AUDIS (Ass. per le aree Urbane Dismesse) pubblica le linee d’azione per la rigenerazione urbana. Nella sostanza c’è un coro unanime per la rigenerazione urbana, ma bisogna verificare cosa si intende per rigenerazione urbana al fine di evitare gli errori e speculazioni del passato, e questo dipende dall’idea di rigenerazione (cultura) e dal livello di corruzione presente nella pubblica amministrazione. Buona parte degli operatori non è stata favorevole alla sostenibilità forte e questo ha causato danni all’ambiente.

Ritengo che fattori molto importanti su queste nuove opportunità siano l’organizzazione e il controllo del capitale.Ragionando per assurdo se progettisti ed operatori (il coro unanime) si fossero convinti della convenienza della sostenibilità forte potremmo immaginare un presente-futuro di prosperità duratura. I limiti della natura sono un aspetto dei fattori produttivi abbastanza evidenti, credo si debba solo accettare il fatto che bisogna uscire dall’avidità per riconoscere un’altra ovvietà: creare impieghi utili al bene comune grazie all’innovazione tecnologica che riduce/cancella gli sprechi e migliora la qualità della vita.

Dal punto di vista dell’organizzazione mi sembra un’ottima idea avere una cabina di regia nazionale che possa coordinare i contenuti culturali dei piani e la loro qualità con i finanziamenti pubblici. E’ noto che la riforma della Costituzione con l’articolo 117 ha prodotto tante e diverse leggi regionali sul governo del territorio, e questo ha consentito da un lato fare tante esperienze diverse, ma dal punto di vista dei diritti e della tutela del patrimonio ambientale ha alimentato sprechi e danni. Avere un Comitato per le politiche urbane (CIPU) che elabora programmi sulla sostenibilità forte e sulla qualità architettonica e urbanistica dando priorità alla convenienza ecologica di piani e progetti potrebbe dare un impulso positivo verso la strada che conduce a migliorare la qualità della vita, come del resto è indicato negli indicatori racchiusi dal Benessere Equo e Sostenibile (BES, ISTAT e CNEL). Oggi il CIPU dopo la legge che l’ho istituito sembra essere messo in secondo piano, e presenta programmi nell’alveo dell’obsoleto sviluppo sostenibile, pertanto è necessario un cambiamento culturale verso la sostenibilità forte per far ripartire l’occupazione utile “aggiustando” le città.

Una strategia importante per finanziare la rigenerazione urbana è rappresentata dalle tecniche di recupero del plusvalore fondiario che consentono di combattere le rendite di posizione e indirizzare le risorse monetarie per progettare la “città pubblica” (standard e nuovi servizi). Le esperienze di 22@Barcellona e di Monaco di Baviera sembrano casi paradigmatici utili ad approfondire una tecnica giuridica-economica molto importante che affronta un problema storico: la speculazione edilizia prodotta dall’avidità della rendita fondiaria e immobiliare. Facciamo un esempio per capire/ricordare di cosa parliamo, nel 2009 un suolo agricolo bolognese poteva costare 3 €/mq e reso edificabile poteva avere il prezzo di 50 €/mq, questo plusvalore prodotto senza merito e senza lavorare, ma generato dal nulla da una semplice deliberazione politica non è mai stato utilizzato per il bene comune. Esistono criteri e metodi per recuperare questa ricchezza prodotta dal nulla e destinarla alla realizzazione di standard e servizi pubblici.

I Comuni coordinati dalla regia del CIPU dovrebbero adeguare i propri piani e introdurre l’obiettivo rigenerazione urbana per recuperare i centri storici e le periferie, e su questi obiettivi attrarre finanziamenti pubblici-privati anche col recupero del plusvalore fondiario. I progetti non dovrebbero essere giudicati solamente dalla convenienza economica/finanziaria, ma prioritariamente dalla convenienza ecologica e dagli indicatori di qualità sintetizzati nel BES (Benessere Equo e Sostenibile), tutto ciò per una ragione chiara agli specialisti, e cioè un aumento di capitale realizzato dal progetto non è detto che rappresenti un valore in se, ma potrebbe essere un disvalore se diminuisce la qualità della vita. Il legislatore deve eliminare l’opportunità di mercificare il territorio poiché gli amministratori locali, violando l’articolo 9 della Costituzione, usano/hanno usato i proventi dai permessi per costruire per finanziare la spese corrente.

La ricostruzione post-bellica fu il volano della crescita nazionale, oggi “aggiustare” le città è una grande opportunità, rendendole auto sufficienti dal punto di vista energetico, rendendole luoghi dove si ricicla e si recupera tutto, centri storici meglio conservati, edifici e quartieri che riescano a resistere al sisma, quartieri con servizi di migliore qualità, luoghi senza le auto col motore a scoppio, e quindi aggiustare le città consentirebbe di realizzare quel piano per il lavoro utile di cui tutti noi necessitiamo per continuare la nostra esistenza. Tutti questi “piccoli” obiettivi per essere realizzati richiedono imprese più qualificate ed un grande numero di occupati. In tal senso investire nella rigenerazione urbana che aggiusta le città significa abbracciare una politica di decrescita felice perché non si produce un aumento del PIL a lungo periodo (a breve periodo sicuramente) poiché si cancellano/riducono gli sprechi. Creando lavoro utile potremmo realizzare la prospettiva di vita migliore che stiamo sognando ma che un sistema culturale-politico obsoleto non riesce a immaginare, che non riesce o vuole programmare poiché gli interessi sono rivolti altrove. Il futuro non è ancora scritto e la nostra condizione cambia solo se noi lo desideriamo, solo se i cittadini stimolano la domanda di rigenerazione urbana attraverso processi decisionali di partecipazione diretta. In diverse città europee i cittadini si sono uniti in cooperative ed hanno cambiato i propri quartieri investendo i propri guadagni ed i propri risparmi, ed in questo modo hanno aumentato il proprio capitale vivendo in un ambiente urbano migliore di quello precedente: un migliore uso del territorio attraverso densità più equilibrate e un mix funzionale, l’impiego di fonti energetiche alternative e la realizzazione di una rete intelligente di scambi energetici, servizi di quartiere, alloggi di qualità, migliore fruizione degli spazi aperti, mobilità intelligente, riciclo totale dei rifiuti, biblioteche, teatri e spazi verdi.

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Dalla resilienza alla rigenerazione/2

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Dalla resilienza alla rigenerazione, su scribd e Issuu

L’intero sistema educativo è stato ideato secondo un modello sociale figlio della concezione l’illuministica e del mondo industriale, attraverso la diffusione del ragionamento deduttivo e lo studio dei classici. Scuola e università di basano su un modello cognitivo che sviluppa esclusivamente un’abilità di tipo accademica, e in questo modo il modello educativo esprime giudizi errati su individui brillanti (pensiero divergente) che si convincono di non essere intelligenti, perché giudicati da un modello obsoleto che distrugge la creatività anziché riconoscerla. Siamo a cavallo di un’epoca e il nostro modello educativo è obsoleto rispetto al processo di cambiamento che stiamo vivendo. Ad esempio, l’arte è penalizzata dall’odierno modello educativo poiché anestetizza i giovani che subiscono un’istruzione stile linea di fabbrica (crescita standardizzata e conformizzata), divisi per classi ed età. Questo approccio sbagliato è stato accettato da buona parte delle università per logiche di profitto (copyright, brevetti, royalties), e così un’obsoleta cultura industriale ha prodotto convenzioni economiche (estimo, creazione della moneta dal nulla, borse telematiche) prive di valenze scientifiche, biologiche e fisiche in maniera tale da condizionare le scelte politiche che governano il territorio e l’ambiente.

La storia ci insegna che l’umanità ha saputo realizzare un ottimo equilibrio fra città, abitanti e ambiente, un equilibrio durato circa sei millenni fino alla prima rivoluzione industriale, cioè fino alle metà del XVIII secolo. Le innovazioni tecnologiche delle rivoluzioni industriali sono dipese dalle fonti energetiche fossili (petrolio e gas) determinando una dipendenza delle comunità dalle stesse. Queste innovazioni hanno stimolato l’aumento della popolazione nelle città e un aumento dell’inquinamento atmosferico, delle acque potabili e dei suoli prodotto dagli scarti di queste tecnologie, poiché non biocompatibili. I sistemi di comunicazione hanno trasformato i valori delle comunità attraverso la programmazione mentale (pubblicità e istruzione). Grazie alle innovazioni tecnologiche in poco meno di 200 anni le città sono transitate dalle fonti rinnovabili alle fonti fossili tramite le reti del gas. Carbone e carbonella furono sostituite dal gas, si diffuse la rete elettrica e le automobili sostituirono i cavalli, poi nacquero i sistemi di trasporto pubblici. All’inizio del secolo scorso si costruirono reti fognarie, reti idriche e sistemi di raccolta dei rifiuti urbani. Si stima che l’umanità abbia raggiunto il primo miliardo di abitanti intorno al 1830 impiegando due milioni di anni, il secondo miliardo è stato raggiunto nel 1930, mentre si è giunti a sei miliardi nel 1999. Un’altra teoria calcola che dodicimila anni fa, quando nacque l’era agricola, la popolazione mondiale era stimata in circa 10 milioni di abitanti, con l’avvento dell’era cristiana si arrivò a 250 milioni ed alla fine del XVIII secolo si sfiorava il miliardo di abitanti. Con l’accelerazione post industriale, dal 1950 al 2000, si passò da 2,5 a 6,1 miliardi di abitanti.

All’esplosione demografica ha corrisposto un aumento dei consumi e la crescita illimitata di merci inutili. L’onnipotenza di tale sviluppo è prodotta dalla sinergia tra l’innovazione permanente della tecnoscienza, la globalizzazione mercatista e la pervasività mondiale della finanza, senza frontiera, anonima e on-line. Essa è giunta a un supersfruttamento biotech della terra al punto da distruggere un terzo dei prodotti annuali; e una sterminata produzione di merci che invade ogni angolo del globo[1].

L’intero sistema culturale costruito in questi secoli ha sostituito i valori umani e le leggi della natura con un’ideologia dannosa e obsoleta. In biologia l’autopoiesi è la capacità di riprodurre sé stessi che caratterizza i sistemi viventi in quanto dotati di un particolare tipo di organizzazione, i cui elementi sono collegati tra loro mediante una rete di processi di produzione, atta a ricostruire gli elementi stessi e, soprattutto, a conservare invariata l’organizzazione del sistema (dizionario Treccani). Il termine resilienza viene usato in meccanica, in ingegneria per indicare la capacità dei materiali a resistere, mentre in psicologia indica la capacità umana ad adattarsi e di affrontare le avversità della vita.

Mentre per rigenerazione si intende nel senso sociale, morale o religioso, rinascita, rinnovamento radicale, redenzione che si attua in una collettività: rigenerazione moralecivilepolitica di un popolodi una nazionedella società (dizionario Treccani). Il termine “rigenerazione urbana” appare nel lessico della pianificazione urbanistica inglese alla metà degli anni settanta. Nel 1993 fu istituita un’agenzia a livello nazionale, Urban Regeneration Agency (URA) con competenze nel tema della “rigenerazione urbana”. In ambito urbanistico è possibile individuare una periodizzazione del concetto di “rigenerazione urbana” che parte dal dopoguerra – piani di ricostruzione – fino agli anni novanta, cioè dalla ricostruzione dei centri storici ed urbani promossa dallo Stato fino alla nascita delle agenzie pubbliche-private degli anni ottanta.

Secondo il Metropolitan Istitute at Virginia Tech la “rigenerazione urbana” ha principi base: avviare un coordinamento fra i settori, creare una visione olistica, rigenerare le persone prima dei luoghi, creare partenariati a tutti i livelli di governo, creare capacità nel settore pubblico, coinvolgere la comunità locale nella pianificazione. Pertanto la rigenerazione si basa sulla “scienza della sostenibilità” con particolare attenzione ai bisogni sociali delle comunità.

[…]

Nel mondo professionale esiste una competenza, una strategia per uscire dalla recessione, e ci sono numerosi casi studio che mostrano buoni e cattivi esempi, buoni e cattivi modelli. La sperimentazione e gli errori hanno consentito di migliorare le proposte progettuali, così come migliorare i modelli gestionali, amministrativi, economici e politici. Il patrimonio edilizio italiano che va dagli anni ’50 sino agli anni ’80, dimostra che non c’è tempo da perdere, e bisogna intervenire per prevenire danni (rischio sismico, idrogeologico) e sprechi evitabili (efficienza energetica), e ripensare l’ambiente costruito di quelle città e di quei quartieri ove la qualità di vita è ancora bassa (servizi, comfort, ambiente e mobilità sostenibile).

Dal punto di vista degli architetti che si occupano di conservazione e restauro è noto che bisogna produrre piani e programmi industriali volti a tutelare il patrimonio esistente attraverso la prevenzione[2] che consente di fare interventi puntali poco costosi, ma efficaci (minimo intervento) che ci consentono di prolungare la vita degli edifici e di continuare a godere dei beni pubblici e privati evitando i danni e i costi di interventi drastici. Un Paese come l’Italia non può permettersi di non programmare la tutela della propria ricchezza che determina l’identità stessa del nostro territorio.

Dal punto di vista dell’uso razionale dell’energia è importante ridurre la domanda di energia da fonte fossile (petrolio e gas) perché esistono sprechi evitabili con l’impiego di diversi “accorgimenti” e l’uso di nuove tecnologie. Gli edifici sono sistemi termotecnici e quelli che non disperdono energia facendoci stare bene anche d’estate sono i migliori (comfort). I materiali hanno caratteristiche termofisiche e per farsi un’idea corretta è sufficiente comprendere queste misure[3] (conduzione, convezione, irraggiamento). Un edificio che disperde energia termica produce un costo/spreco, e questo può rappresentare la base economica per finanziare la ristrutturazione edilizia. E’ il tipico ragionamento economico-finanziario delle ESCo (Energy Service Company) che realizzano profitti tramite progetti finalizzati all’efficienza energetica e l’uso degli incentivi delle fonti alternative. I cittadini potrebbero avviare una ESCo, tramite la banca locale, e finanziare la ristrutturazione edilizia dei volumi esistenti con l’obiettivo di realizzare una rete intelligente (smart grid). In questo modo diventeranno produttori e consumatori (prosumer) di energia, ma soprattutto liberi e indipendenti dalle SpA. L’atteggiamento appena descritto si può tradurre concretamente promuovendo cooperative edilizie ad hoc (iniziativa privata), e già esistono esempi progettuali di questo tipo che stanno rigenerando interi quartieri migliorando la qualità di vita.


[1] Manifesto UIA, “Dalla crisi di megacity e degli ecosistemi verso eco-metropoli e l’era post-comunista”, in Per un’architettura come ecologia umana, (a cura di) Antonietta Iolanda Lima,  Jaca Book, pag. 260,  2010

[2] Giovanni Carbonara, “Questioni di tutela, economia e politica dei beni culturali”, in Avvicinamento al restauro, Liguori editore, 1997, pag. 597.
[3] Prima di tutto bisogna prendere familiarità con la conducibilità termica λ [W/mk] (capacità di un materiale a condurre calore) e questa caratteristica deve essere ben evidenziata. Più la conducibilità di un materiale è bassa e maggiore sarà il vostro risparmio. La resistenza termica s/λ [m2K/W] e in fine bisogna conoscere la trasmittanza termica U=1/RT [W/m2K]. Ad esempio, le case certificate come CasaClima Oro hanno U < 0,15 W/m2K sia per la parete esterna, sia per il tetto e Uw ≤ 0,80 W/m2K per i serramenti. Solitamente, dopo una diagnosi energetica utile a rilevare dispersioni lungo i “ponti termici” (nodi strutturali, finestre …) i progettisti intervengono con materiale coibente e con infissi migliori per ridurre la domanda di energia termica (gas metano) e poi integrano la domanda di energia elettrica con l’impiego di un mix tecnologico rispetto alle risorse locali (sole, vento, acqua, geotermico).
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Governo del territorio: beni e merci

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“estratto” da: Dalla resilienza alla rigenerazione.

La bioeconomia ci informa che bisogna tener conto di costi che l’economia classica ignora sempre: gli effetti collaterali di cattive progettazioni e trasformazioni che fanno aumentare l’entropia. Le città costruite stanno facendo pagare i danni ambientali, sanitari, e sociali a tutti i cittadini. Un esempio banale per capire di cosa parliamo è l’effetto di una pessima mobilità, cattiva distribuzione dei servizi che peggiora la nostra qualità di vita poiché trascorriamo ore nel traffico consumando idrocarburi inquinanti. Come misurare il danno economico per l’assenza di biblioteche civiche? Come misurare l’infelicità per l’assenza di teatri? L’assenza di piste ciclabili? Come misurare l’infelicità per l’assenza di parchi, spazi aperti e il mare pulito? Come non tener conto della felicità di coltivare un orto sinergico? Come ignorare l’opportunità di realizzare quartieri autosufficienti energeticamente? L’economia classica ignora questi costi mentre l’approccio multi-criteria considera anche questi aspetti che fanno comprendere l’importanza di rigenerare le città costruite male.

Il contenuto tecnico di un piano regolatore generale (piano strutturale comunale, piano urbanistico comunale) attribuisce a ciascun suolo (zona) particolari destinazioni d’uso e particolari quantità e tipologie di edificazione, espresse in indici e parametri di carattere sintetico e analitico. La città è percepita come prodotto d’un processo economico ed i soggetti che interagiscono misurano gli scambi di questo processo con la moneta. Una volta lo Stato forniva la moneta necessaria per soddisfare gli obiettivi dei piani regolatori – costruzione degli standard minimi necessari – attraverso l’istituto dell’esproprio, e il finanziamento diretto. Da qualche decennio è consuetudine cercare la moneta necessaria nel libero mercato, pertanto mercificando i suoli saranno i soggetti privati a finanziare gli standard minimi necessari previsti per legge. Pertanto, circa il governo del territorio i Comuni applicano un paradigma materialista e si comportano come i soggetti privati cercando un profitto attraverso le logiche del mercato per pagare i servizi pubblici. In questo processo i Comuni attribuiscono un prezzo ai suoli edificabili – generando una rendita – ed i privati per realizzare i propri interessi pagano quel costo e la costruzione dei servizi pubblici. Di recente i proventi dell’attività edilizia (oneri di urbanizzazione) possono essere usati persino per le “spesa corrente” dei comuni, di fatto incentivando il consumo di suolo agricolo per conseguire l’obbligo del pareggio di bilancio.

Il problema di questo processo è noto, poiché non si tiene conto della profonda differenza concettuale fra valore, e prezzo e costo. I piani, nonostante debbano garantire la realizzazione di standard minimi, possono distruggere valore – paesaggio, ambiente, patrimonio architettonico – ad un determinato prezzo e smentire il principio costituzionale della tutela del paesaggio, dei patrimoni e del diritto alla salute. Per questo motivo l’espansione urbanistica che produce un aumento dei capitali non è di per se un valore, se questa operazione danneggia l’ambiente, il paesaggio e la qualità morfologica della città. Nei piani regolatori generali tutto ciò che riguarda indici e superfici edificabili (carico urbanistico) rappresenta una merce, ma non è certo che questa merce sia un valore per la collettività e per l’interesse pubblico. I piani dovrebbero distinguere i beni dalle merci e pensare in un modo diverso. Le tecniche di scambio come la perequazione dovrebbero riflettere un cambio di paradigma poiché i premi volumetrici (aumento dell’entropia) generano una rendita che probabilmente non è necessaria per l’interesse pubblico. Bisognerebbe comprendere che i valori, i beni, sono prioritari rispetto alle merci, e quindi bisognerebbe puntare al bene sociale, all’eco-efficienza e alla sufficienza energetica, alla sovranità alimentare, alla prevenzione del rischio sismico, alla tutela del patrimonio storico-architettonico poiché sono beni e non merci.

Le pubblicazioni di Kevin Lynch[1] e Gordon Cullen[2] ci insegnano che oltre alle analisi funzionali le città possono essere studiate attraverso le emozioni, le percezioni soggettive che ci consentono di aggiungere qualità all’idea di città. Si tratta di dare maggiore attenzione ai valori percettivi della forma urbana dando valore agli interessi locali e sociali. L’economia ortodossa e l’estimo non contemplano le interpretazioni suggerite da Lynch e Cullen, e questo aspetto suggerisce il fatto che ragionando in termini di costi non potremmo avere indicazioni utili e corrette.

In generale si tratta di usare le tasse per un interesse pubblico: rigenerare. Lo Stato deve promuovere una politica economica espansiva associata alla bioeconomia, progetti di qualità compatibili con le risorse finite. Il legislatore può modificare il “patto di stabilità e crescita” interno e liberare investimenti, aumentando la spesa pubblica (il deficit) per l’obiettivo della rigenerazione. Governo e Parlamento possono coordinare una nuova politica economica insieme ai paesi “periferici” e far modificare/cancellare il “patto”, e creare nuovi investimenti utili per creare nuova occupazione verso strategie virtuose. L’euro può diventare moneta sovrana a credito. Possiamo immaginare un finanziamento pubblico diretto tramite Cassa Depositi e Prestiti controllata dal Governo e quindi usata come banca pubblica, poiché la maggioranza delle quote azionarie di Banca d’Italia sono nelle mani dei privati. Possiamo usare la Banca Europea degli Investimenti (BEI) poiché ha strumenti finanziari ad hoc per politiche di efficienza energetica degli edifici.

I Comuni potrebbero adottare una “tassa di scopo” (un referendum decide se finanziare l’intervento con una tassa ad hoc). Un’altra soluzione per finanziare la rigenerazione urbana è la costituzione di “aree libere da tasse” o “aree di federalismo fiscale” (le tasse di cittadini e imprese non vanno allo Stato centrale, ma finanziano il costo dell’intervento). La prima ipotesi, “aree libere da tesse” è regolarmente usata per attrarre imprese che possono proliferare pagando poche tasse, e niente IVA. Si tratta di uno scambio, e lo scopo è far costruire i servizi pubblici alle imprese. La seconda circa “aree di federalismo fiscale” è l’ipotesi di versare direttamente le tasse agli Enti locali, al Comune, per finanziare la rigenerazione. La prima ipotesi è di ispirazione liberista poiché le imprese private condizionano i progetti, la seconda è nel solco dello Stato sociale previsto dalla Costituzione. Già nel progetto “piani città” erano previste le “aree libere da tasse”. Il legislatore può immaginare di aprire una finestra temporale per cambiare il regime fiscale in quelle città che hanno deliberato l’obiettivo: rigenerazione urbana.

Lo Stato, attraverso Governo, Parlamento e Comuni, può avviare un processo virtuoso di responsabilizzazione delle comunità locali, poiché se la cittadinanza intende cogliere l’opportunità straordinaria di “aggiustare” la propria città, deve incentivare un comportamento civile ed equo affinché tutti, in maniera progressiva al reddito, paghino le tasse agganciate all’obiettivo della rigenerazione e questo può avvenire con l’uso di strumenti di democrazia partecipativa ampiamente usati in diversi paesi, ormai maturi in processi standardizzati. L’Italia è uno dei quei Paesi che li ha usati meno, ma alcuni Comuni hanno usato la “pianificazione partecipata” per migliorare l’organizzazione territoriale e pianificare interventi ad hoc di riqualificazione urbanistica. In Europa, fuori dall’Italia, Vienna ha un’esperienza di ben 35 anni di processi partecipativi per osteggiare il degrado urbano e riqualificare centro storico e città moderna[3].

Inoltre per evitare processi speculativi sarebbe saggio che lo Stato imponesse la rigenerazione rispetto al costo di costruzione (progettazione, demolizioni, ricostruzione) senza l’utile, anziché ricorrere all’uso tradizionale della rendita attraverso la stima del prezzo di mercato. In questo modo si avrà un ingente risparmio rispetto alle operazioni effettuate tramite il “libero mercato”. Rimarrà solo la verifica circa la congruità dei prezzi per il costo di costruzione, controllo abbastanza semplice da svolgere. Una cabina di regia nazionale è in grado di misurare il gettito delle tasse rispetto all’area considerata, e distribuire le risorse conservando il costo dei servizi pubblici locali, coprendo il costo di costruzione della rigenerazione valutando le proposte progettuali dando vita all’equilibrio sociale, ecologico ed economico dell’intero percorso.


[1] Kevin Lynch, The image of the city, 1960
[2] Gordon Cullen, Townscape, 1961; traduzione italiana di Roberto D’Agostino, Il paesaggio urbano. Morfologia e progettazione, Calderini, Bologna, 1976
[3] Diego Caltana, “35 anni di progettazione partecipata”, in Il giornale dell’Architettura, dicembre 2009 n.79, Umberto Alemanni & C, pag. 26

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