“Eco-villaggi”? E’ sprawl urbano!

Area urbana di Salerno 06 sprawl 13
Sprawl urbano nel salernitano, si vedono due lottizzazione isolate nell’ambito rururbano.

L’esplosione della recente bolla immobiliare, la crisi urbana e la pulsione a nuovi interessi per la campagna possono condurre a interventi urbani sbagliati e persino speculativi. Da molti anni gli abitanti urbani vivono in aree poco accoglienti, inquinate e spazi che alimentano l’inquietudine urbana. Infelici nelle città gli abitanti possono cadere in facili tranelli spinti da pulsioni di rigetto. Sentimenti egoistici sono alimentati da illusioni e fascinazioni verso sedicenti progetti sostenibili. Perso il senso di comunità nelle città, ci si immagina di poterlo ricostruire seguendo azioni riconducibili alla religione capitalista liberale e neoliberale, che mercifica ogni cosa, anche le tecnologie sostenibili. E così non sorprende osservare che da qualche anno stanno emergendo sempre più sedicenti progetti “sostenibili” chiamati “eco-villaggi”, ma sono nuove lottizzazioni “eco-compatibili” nei pressi delle aziende agricole. Immobiliaristi presentano agli uffici comunali progetti di valorizzazione fondiaria e immobiliare nell’ambito periurbano e rururbano, come accadeva ai tempi delle periferie degli anni ’60 e ’70. Altro che stop al consumo di suolo, ci troviamo nuove espansioni che alimentano il famigerato fenomeno dello sprawl urbano, sulla base di iniziative private utilizzano il linguaggio della sostenibilità per avere nuove rendite immobiliari. Si sfrutta la sensibilità dei temi “ecologici” presentando progetti di edifici che impiegano le nuove tecnologie, e rispettano i nuovi standard energetici sui suoli che una volta erano agricoli. Dal punto di vista dell’urbanistica si tratta di piani di lottizzazione che consumano suolo agricolo, ed hanno il vizio di aumentare i costi di gestione delle aree urbane, dal punto di vista culturale si tratta di becere speculazioni egoistiche che ignorano completamente i problemi delle aree urbane caratterizzate da volumi inutilizzati e sottoutilizzati che generano degrado urbano. Non è un caso che persino i costruttori ambiscono a rigenerare gli insediamenti esistenti piuttosto che continuare a far crescere le città, o addirittura urbanizzare la campagna, poiché peggio di così non si potrebbe fare. Una rigenerazione urbana bioeconomica si occupa degli insediamenti urbani esistenti, si occupa degli abitanti che oggi vivono nelle aree urbane dilatate e dispersive, per compattare e riorganizzare l’esistente riducendo l’impronta ecologica delle città, e suggerendo stili di vita sostenibili. Secondo l’approccio liberale è legittimo pensare di promuovere la costruzione di nuovi volumi in periferia ma quando si tratta di suoli agricoli sarebbe normale rispettare i principi e le regole della legge urbanistica, poiché urbanizzare la campagna, come suggeriscono di fare iniziative private divulgate da sedicenti siti che si dicono “decrescenti”, significa alimentare proposte contra legem oltre che essere l’espressione di avidità ed egoismo. Pensare di rinchiudersi in comunità autoreferenziali, più o meno come accadde in alcuni esperimenti falliti nell’Ottocento, non solo è anacronistico ma sembra l’espressione di capricci e sintomi di intolleranze. In una società completamente interconnessa si ha l’opportunità di contaminare la società con progetti bioeconomici per cambiare l’esistente, si ha l’opportunità di migliorare ciò che ruota intorno a noi, mentre chi ha la velleità di fare divulgazione “alternativa” dovrebbe avere la maturità di distinguere i progetti utili dalle speculazioni, e dai progetti persino dannosi. Se alcuni divulgatori non sanno fare distinzioni allora è chiaro che non si conosce la sostenibilità, e tanto meno la bioeconomia di Georgescu-Roegen che ha suggerito lo sviluppo della filosofia politica chiamata alla decrescita felice, ed ovviamente non si conoscono i problemi ambientali e sociali della aree urbane e rurali.

Nel senso stretto la bioeconomia studia le città come sistemi metabolici e adotta strumenti di misura come i flussi in entrata e in uscita, e suggerisce la riduzione o la cancellazione degli sprechi minimizzando gli impatti ambientali. Dal punto di vista della pianificazione urbanistica sappiamo che le aree urbane presentano tessuti e aggregati edilizi mal costruiti, e pertanto si rendono necessari piani e progetti di rigenerazione e recupero dell’esistente. I problemi sociali e ambientali possono essere affrontati da piani attuativi di recupero poiché la rigenerazione crea opportunità di nuova occupazione utile, sia riconnettendo la campagna alla città e sia intervenendo sui singoli problemi delle aree urbane, dalla mobilità alla riqualificazione energetica, dalla prevenzione del rischio sismico al recupero dei centri storici. Il periurbano e il rururbano sono gli ambiti territoriali da vincolare e favorire la produzione di cibo per gli abitanti della città.

Chi ambisce a lasciare la città per vivere in campagna potrebbe sostenere i progetti di recupero dei borghi, spopolati molti anni fa dai processi di accumulazione del capitale avviati dai grandi centri urbani, questi piccoli centri continuano a perdere abitanti a favore delle aree urbane, fino a diventare vere e proprie città fantasma. E’ in questi contesti abbandonati che si potrebbero sostenere processi di riterritorializzazione che fanno rivivere i piccoli centri urbani.

di Giuseppe Carpentieri (dott. arch. ing.), Fabio Cremascoli (pianificatore) ed Ermes Drigo (architetto urbanista)

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Rigenerare i sistemi locali

Sono trascorsi molti anni da quando l’evoluzione di determinate tecnologie ha consentito, e consente tutt’oggi di osservare e misurare le attività antropiche con maggiore precisione. Dal punto di vista filosofico e scientifico sappiamo benissimo che le attività produttive e le trasformazioni di materia hanno un impatto sugli ecosistemi (Aristotele docet), lo sappiamo poiché è la termodinamica che lo insegna, così come sappiamo bene che solo negli ultimi decenni una letteratura ha mostrato i rischi di una società che dipende prevalentemente dalle fonti energetiche fossili, cioè le cosiddette fonti non rinnovabili. Le fonti fossili sono sempre meno reperibili, con costi ambientali e sociali non più sostenibili. La continua ricerca di tali fonti genera conflitti geopolitici e bellici distruggendo comunità umane e interi ecosistemi. Spesso l’impiego delle fonti fossili è persino irrazionale generando sprechi evitabili. Mentre è accaduto tutto ciò, e accade tutt’oggi, negli ultimi trent’anni le tecnologie che usano le fonti rinnovabili sono divenute sempre più efficienti e a buon mercato. Il settore che registra la maturazione compiuta è proprio quello più energivoro: il mondo delle costruzioni, mentre nell’ambito della pianificazione territoriale l’approccio territorialista si ispira palesemente alla bioeconomia al fine di favorire la sostenibilità delle risorse finite.

In questo clima di sensibilità emergenti circa l’ecologia, cioè l’economia reale, sono sorte metodologie per misurare il consumo del suolo che mostrano gli effetti della politica territoriale sui sistemi urbani e agricoli.

Riassumiamo: da un lato, se lo desideriamo, possiamo vivere in abitazioni alimentate dalle fonti energetiche alternative e addirittura possiamo costruire una rete intelligente per scambiarci i surplus energetici gratuitamente, mentre in ambito territoriale conoscendo le nostre risorse territoriali che ci donano la vita e misurando l’uso del suolo – il suo consumo – possiamo pianificare una rigenerazione e consentirci di vivere in prosperità.

Da qualche anno è stato finalmente favorito l’approccio circa l’analisi dei sistemi territoriali andando nella direzione, corretta, dei sistemi di rete, imitando i processi naturali. I territori sono osservati rispetto alle dinamiche delle attività antropiche (basti ricordare la teoria delle località centrali di Christaller), cioè tramite le relazioni. Intrecciando le letture dei sistemi naturali con quelle relazionali dell’uomo (attività produttive, servizi, lavoro, mobilità, etc.) possiamo interpretare più correttamente il territorio per proporre un uso del suolo più sostenibile, eliminare gli sprechi, e proporre persino modelli sociali ecologici e creativi rispetto alle capacità degli ecosistemi uscendo dalle logiche di profitto per tendere all’auto sufficienza dei sistemi locali.

Ritengo sia necessario proporre l’approccio rigenerativo per i sistemi locali individuati dall’ISTAT affinché si arresti lo spreco di risorse, inteso sia come consumo del suolo e sia come progressiva riduzione dalla dipendenza degli idrocarburi. Un approccio rigenerativo per consentire lo sviluppo di impieghi virtuosi come la conservazione dei centri storici e il recupero delle periferie, la rigenerazione dei piccoli centri rurali, l’impiego della mobilità dolce nei tessuti urbani e l’avvio di fattorie auto sufficienti per alimentare i sistemi locali stessi. Si tratta di realizzare l’approccio collaborativo uscendo da quello competitivo e prevaricatore stimolato dal desiderio di profitto. Le reti collaborano e non competono. Per realizzare la rigenerazione dei sistemi locali è necessario che sia modificato l’impianto amministrativo liberandolo da malsane logiche prevaricatrici nei confronti del territorio stesso come la mercificazione dei suoli, le rendite di posizione, la perequazione suggerita dai Comuni ma usata dai privati per creare e aumentare le rendite immobiliari, l’assenza di processi popolari per pianificare i luoghi urbani e l’immorale uso degli oneri di urbanizzazione per pagare la spesa corrente. Si tratta di uscire dal governo del territorio speculativo, poiché è questa la consuetudine di decenni di amministrazioni locali che hanno dimenticato i principi della Costituzione. Poiché, ormai, il legislatore ha privatizzato i processi decisionali della politica locale – basti osservare che i servizi locali sono gestiti da SpA – è necessario che siano i cittadini ad organizzare un cambio di paradigma culturale volto a chiedere trasparenza, partecipazione attiva e reale secondo l’etica, quindi fuori dal profitto, secondo l’uso razionale dell’energia che ci consente di vivere in prosperità e in sicurezza per la salute umana.

Per favorire e programmare la rigenerazione dei sistemi locali in senso bioeconomico è determinante una regia pubblica, che in ambito territoriale adotti l’approccio della scuola territorialista, cioè la bioregione urbana, e in ambito urbano adotti la rigenerazione urbana bioeconomica, tutta da studiare e scoprire, ma in sostanza si tratta di trasformazioni urbane fatte con piani di recupero senza l’aumento dei carichi urbanistici, ma un riequilibrio delle densità con trasferimenti di volumi e con una morfologia figlia della qualità urbana, partendo dalle analisi urbanistiche dei tessuti urbani esistenti e proponendo l’approccio conservativo (scuola Muratori) e la composizione della cosiddetta “cellula urbana”, puntando alla bellezza e al decoro.

ISTAT consumo del suolo nei sistemi locali 2011
Istat, consumo di suolo nei sistemi locali, 2011.

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Riscrivere l’economia urbana

Il legislatore può riscrivere le regole contabili e calibrare l’attività antropica ai tempi della natura, questo dovrebbe essere l’obiettivo per garantire le risorse finite alle future generazioni. Oggi, i velocissimi tempi della finanza muovono le scelte politiche e stanno distruggendo il patrimonio pubblico.

Gli standard quantitativi richiesti dall’urbanistica possono essere integrati con gli standard del Benessere Equo e Sostenibile (BES). Territorio e patrimonio possono essere tutelati con adeguati strumenti di misura: analisi del ciclo vita, impronta ecologica. Il passo successivo è determinante: uscire dall’economia del debito, ripensare i criteri estimativi dando peso all’utilità sociale, e cambiare le regole di contabilità degli Enti locali per svincolare gli obblighi di bilancio dall’organizzazione e pianificazione territoriale, e ridimensionare l’influenza della finanza privata che spesso si sostituisce all’interesse pubblico. Sappiamo che il BES racchiude dimensioni ideali per raggiungere la felicità, distribuire le risorse e tendere ad una società migliore che tutela l’ambiente e privilegia le relazioni personali delle comunità.

Il legislatore deve proporre una norma organica, adeguata e ripensare i paradigmi per “costruire” gli insediamenti umani. Le regole contabili pubbliche non sono adeguate allo scopo di tutela dei diritti e del patrimonio pubblico pertanto vanno ripensate. E’ necessario prevenire la corruzione ed abbandonare tecniche che distruggono gli ecosistemi. E’ necessario che lo Stato torni a promuovere politiche monetarie ed industriali, che sviluppi controlli efficaci e impedisca al capitale privato di dubbia provenienza di avere il maggiore peso nelle scelte politiche. E’ necessario che i cittadini possano partecipare al processo decisionale della politica.

L’urbanistica è nata con uno scopo preciso: progettare strutture e servizi necessarie agli abitanti, e si misurano in ab/mq. Ogni città dovrebbe avere dotazioni minime standard. Una volta rispettati gli standard, e previsti indicatori adeguati di eco-densità, un piano urbanistico esaurisce il suo scopo, mentre molti consigli comunali, nonostante il rispetto degli standard, continuano a far crescere le città per ragioni di bilancio e/o per far riciclare denaro. Le nostre città sono state dotate di standard minimi, mentre altre non li hanno ancora, ed altre città, durante la ricostruzione post bellica, sono state costruite male per sfruttare la rendita. Una legge adeguata non dovrebbe dimenticare gli errori del passato, e non dovrebbe ignorare le reali capacità creative dei progettisti, e le tecnologie odierne che consentono di risolvere molti problemi delle nostre città. Ad esempio, vi sono aree abitate notoriamente difficili da gestire, si pensi alle periferie milanesi, romane, palermitane e napoletane, così come tante città medie mal costruite. Non è accettabile continuare a pensare che le città possano continuare a crescere, sarebbe innaturale, così come non è più accettabile monetizzare il territorio per approvare un bilancio comunale, oggi, com’è noto le amministrazioni distruggono appositamente gli ecosistemi per soddisfare i vincoli di bilancio. Non si tratta solamente di vietare che gli oneri di urbanizzazione coprano le spese, si tratta del fatto che lo Stato deve riprendersi la forza di finanziare se stesso e liberare la natura dall’assedio degli interessi privati.

Sul governo del territorio

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Quale membro del gruppo di studio: territorio e insediamenti umani del Movimento per la Decrescita Felice sono stato invitato ad esporre un’opinione durante l’incontro promosso dal Forum Nazionale Salviamo il paesaggio. Oggetto dell’incontro di Milano le recenti proposte di legge. Qui sotto l’intervento approfondito circa il governo del territorio.

Premessa:

Milano 12 luglio 2013_01Il problema del “governo del territorio” ha radici lontane ed ha caratterizzato il dibattito politico, tecnico e giuridico degli ultimi 70 anni, arricchito da visioni diverse e contrapposte fra loro. Le proposte di oggi suggeriscono una soluzione comune: “stop al consumo del suolo”. Condivido pienamente la sensibilità che sta dietro l’affermazione “stop al consumo del suolo”, ma ho alcuni dubbi circa la strada per raggiungere l’obiettivo che ci stiamo prefiggendo, ritengo che nonostante l’impegno annunciato l’obiettivo rimarrà solo un annuncio poiché i disegni in esame non costituiscono una proposta matura efficace rispetto all’obsoleto sistema dell’euro zona che di fatto impedisce un’evoluzione sul tema del governo del territorio. Il legislatore ha il dovere di applicare la Costituzione, e la recessione prodotta da un’ideologia sbagliata – noeliberismo – può essere l’opportunità di proporre un cambio di paradigma culturale. Oggi abbiamo le conoscenze, le tecnologie e gli indicatori corretti (BES) per misurare il benessere, ed abbiamo il dovere di restituire sovranità alle Nazioni e costruire giuste politiche industriali utili al Paese. Possiamo produrre un’evoluzione culturale e dare valore a progetti che tutelino la vita umana (prevenzione del rischio sismico ed idrogeologico), queste politiche vanno sostenute con moneta sovrana a credito. E’ sufficiente cambiare il sistema euro e decretare la fine dell’austerità per dare inizio a una epoca figlia della bioeconomia.

Il merito di questo forum potrebbe essere anche quello di scrivere una proposta matura che ripensi i criteri estimativi, riveda la contabilità pubblica locale, ricordi la proposta di Fiorentino Sullo, e sviluppi l’utilità sociale degli interventi pubblici con moneta sovrana non più a debito. Durante questo periodo il legislatore dovrebbe introdurre una norma transitoria che consente a diversi Enti di uscire dal “patto di stabilità”.

Il mio intervento è ad 1:43 minuti.

Nel 2013 il tema stesso “stop al consumo del suolo” è alquanto anacronistico poiché la distruzione territorio è già avvenuta, ed è del tutto paradossale che la stessa ANCE (Associazione Nazionale Costruttori Edili) sia favorevole alla “rigenerazione urbana”, segnale evidente che il sistema è imploso, e si fanno pressioni sul legislatore non per consapevolezza o sensibilità ecologica, ma per seguire la religione della crescita e dare respiro al settore auto-imploso. In questo senso il legislatore arriva molto tardi e gli strumenti proposti non serviranno ad applicare l’articolo 9 della Costituzione, anzi c’è nelle norme vi sono strumenti che aiutano l’interesse privato usando i capitali mobili dell’industria finanziaria.

La letteratura è ricca di spunti, e rileggendo le opinioni e le soluzioni proposte sul “governo del territorio” mi è parso di cogliere un aspetto determinante del tema che oggi affrontiamo.

La proposta del Governo è condivisibile negli intenti («priorità del riuso e della rigenerazione edilizia del suolo edificato esistente, rispetto all’ulteriore consumo di suolo inedificato»), ma non capisco come i Comuni possano trovare giovamento finanziario dalla rinuncia di oneri utili al riequilibrio del bilancio obbligatorio, con «la concessione di finanziamenti statali e regionali eventualmente previsti in materia edilizia?» Nella norma governativa è molto rilevante il vincolo dei proventi dei titoli edilizi «al risanamento di complessi edilizi compresi nei centri storici, a interventi di qualificazione dell’ambiente e del paesaggio, anche ai fini della messa in sicurezza delle aree esposte a rischio idrogeologico.»

In pochissimi casi alcuni piccoli comuni hanno saputo rinunciare agli oneri di urbanizzazione grazie all’uso di società Esco (Energy Service Company) pubbliche che hanno saputo abbinare una buona progettazione con gli incentivi del “conto energia”. Oggi, gli incentivi sono meno favorevoli per il raggiungimento della “parity grid”.

Urbanisti esperti, che fanno riferimento al sito Eddyburg, suggeriscono di aggirare il problema del “governo locale” proponendo come soluzione più immediata «la salvaguardia del territorio non urbanizzato, in considerazione della sua valenza ambientale e della sua diretta connessione con la qualità di vita dei singoli e delle collettività, costituisce parte integrante della tutela dell’ambiente e del paesaggio. In quanto tale, la relativa disciplina rientra nella competenza legislativa esclusiva dello Stato, ai sensi dell’art. 117, comma 2, lett. s) della Costituzione.» Mi sembra che l’intento sia quello di ripristinare una centralità dello Stato, e credo sia implicita una critica circa l’esperienza legislativa regionale in materia urbanistica.

La proposta del WWF presenta strumenti fiscali di incentivo e disincentivo legati ai permessi per costruire o di inutilizzo dei beni immobili, e reintroduce il vincolo per gli oneri di urbanizzazione che «non possono essere utilizzati per la spesa corrente», come prevede anche la proposta governativa. La proposta suggerisce come reperire fondi, «i comuni destinano i proventi derivanti dall’elevazione dell’aliquota dell’IMU di cui al precedente comma 1  ad un fondo per interventi per la cessione al comune delle aree dismesse o inutilizzate, di recupero e riqualificazione del patrimonio edilizio esistente, di acquisizione e realizzazione di aree verdi o da destinare al soddisfacimento di interessi di pubblica utilità.» Il suggerimento si muove all’interno delle attuali regole contabili e fiscali e ci fa riflettere circa l’annoso problema del bisogno di moneta, e possiamo ricordare come questo sia il problema dell’area euro, e nello specifico dei paesi che hanno ceduto la sovranità monetaria privando gli Stati del principale potere di promuovere un’azione politica: stampare moneta per la pubblica utilità.

La proposta Realacci ritengo sia l’unica che contenga elementi contraddittori rispetto allo scopo di questo dibattito. Potrei essere in errore, ma appare nei suoi contenuti una legge che ricalca la logica della crescita, o meglio dell’ossimoro “sviluppo sostenibile”, ed enfatizza tutte le tecniche odierne che hanno soddisfatto la lobby delle costruzioni. Ad esempio, dalla proposta si legge questo di tipo di incentivo: «attribuzione alle aree interessate di quote di edificabilità da utilizzare in loco secondo le disposizioni degli strumenti urbanistici». Mi sembra, si adotti l’obsoleta logica che un danno ambientale possa essere ripagato con «compensazioni» e pertanto in buona sostanza il provvedimento consente il consumo del suolo. Sembra che l’iniziativa privata, con propri capitali, possa avere maggiori opportunità di creare servizi ed opere mentre l’Amministrazione debba contribuire solo aumentando al massimo le tasse locali.

La logica che sta dietro le proposte circa l’aumento degli oneri di urbanizzazione con l’intento di scoraggiare il consumo di suolo non raggiungerà l’obiettivo poiché consegnerà ai capitali mobili l’opportunità di edificare togliendola ai bisogni reali dei cittadini. Tant’è che già oggi alcune trasformazioni urbanistiche sono finanziate da capitali esteri, e da capitali “opaci”.

Nel dibattito politico contemporaneo alcuni citano la rinascita di Detroit, l’ex città dell’automobile che aveva, negli anni ’50, 1,8 milioni di abitanti e nel 2011 sono rimasti 1,1mln di abitanti. Tutti “sorpresi” da questa Amministrazione che sta recuperando suoli con progetti eco-sostenibili, tutti si compiacciono delle buone intenzioni che parlano di agricoltura e tutela dei suoli. Sembra che tutti gli osservatori italiani ignorino un fatto evidente e scontato, Detroit non è una città europea, non fa parte dell’euro zona e quindi non ha l’obbligo del pareggio di bilancio, non ha il patto di stabilità, e non si finanzia necessariamente dai mercati finanziari.

Milano 12 luglio 2013_02Mi pare di capire, ma posso essere in errore, che nessuna proposta in discussione ambisce a proporre un cambio radicale della materia estimativa dei beni immobili e dei criteri di finanza degli Enti locali, materia che ha sempre condizionato le scelte politiche di pianificazione, prima per motivi di avidità ed oggi si aggiunge anche l’obbligo del pareggio di bilancio. Ricordo che sia l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani (ANCI) e sia l’Associazione Nazionale Piccoli Comuni Italiani (ANPCI) criticano fortemente il “patto di stabilità” imposto dell’Unione Europea. I piccoli comuni chiedono «esclusione dei comuni fino a 5.000 abitanti dal “Patto di Stabilità”.»[1]

E’ altrettanto noto che l’Italia è un “finanziatore netto” dell’Unione Europea, cioè le tasse dei cittadini che contribuiscono a finanziare l’UE rappresentano una cifra maggiore di quella che torna ai cittadini italiani come servizi ed opere, e come ciliegina sulla torta non bisogna dimenticare la scelta di finanziare il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), nonostante le note politiche di austerità abbiano danneggiato le famiglie italiane che dipendono da stipendi salariati.

Dunque focalizziamoci anche su questo paradosso, o se vogliamo su questo inganno: le tasse degli italiani finanziano un’istituzione, l’UE, che promuove una Politica Agricola Comunitaria (PAC) che aiuta il modello distruttivo dell’agri-industria e sfavorisce la cultura contadina, ignorando l’agricoltura sinergica. L’agri-industria sta distruggendo la capacità dei terreni di auto-rigenerarsi.

Il legislatore dovrebbe ascoltare idee di buon senso e curare gli interessi dei cittadini, ma dovrebbe focalizzare la propria attenzione non tanto sugli aspetti di tecnica urbanistica poiché in Italia ci sono progettisti capaci di fare meglio, ma sugli aspetti giuridici ed economici finanziari poiché questi ultimi determinano la destinazione dei suoli. Bisogna colpire gli interessi privati della speculazione urbana mirando al cuore del sistema proponendo un cambio radicale. Il problema è noto, lo stesso Edoardo Salzano (ideatore di Eddyburg), in Fondamenti di urbanistica, testo consigliato da tutte le facoltà di architettura parla di Italia SpA: «la trasformazione del patrimonio pubblico in moneta sonante per costruire infrastrutture spesso inutili e dannose»[2].

Governo e Parlamento dovrebbero fare l’interesse pubblico, prima di tutto, dovrebbero “sostituire” gli attuali indicatori, debito/PIL, con indicatori migliori come quelli racchiusi nel Benessere Equo e Sostenibile (BES). Governo e Parlamento, in sede europea e nazionale, dovrebbero proporre un cambio di paradigma culturale, e cioè “misurare” il reale benessere dei cittadini: stato psicofisico, salute, ambiente, istruzione e formazione, stile di vita, rapporti sociali, partecipazione al processo decisionale della politica, lavoro e conciliazione tempi di vita, e paesaggio e patrimonio culturale.

La storia della progettazione urbana è ricca di idee sostenibili conservate nei cassetti, poiché gli amministratori locali preferivano dare spazio a piani che sfruttassero al massimo la rendita urbana. La storia ci insegna che un bene comune come il territorio è stato considerato alla stregua di una merce privata, cioè in funzione del prezzo di mercato. Ma il concetto di valore è diverso dai concetti di costo e di prezzo, strumenti che oggi misurano le merci. Stimare significa attribuire un valore ed è un esercizio arbitrario, dipende dalla cultura e dalle intenzioni di chi determina la stima. Se oggi il pensiero prioritario dei Consigli comunali e dei Sindaci è quello di far quadrare il bilancio, altrimenti terminano il proprio mandato, mi pare evidente che la sensibilità degli amministratori non sia quella di tutelare gli ecosistemi, ma di comportarsi come dei ragionieri. Andando affondo, se i criteri di stima dei suoli oggi in uso sono tutti monetari, mi pare altrettanto chiaro che il paradigma che condiziona il governo del territorio siano la moneta e l’avidità, meglio conosciuti coi termini: speculazione e rendita immobiliare e fondiaria.

Tutti noi possiamo ricordare come nel 1962 fu boicottata la proposta di Fiorentino Sullo che sottraeva potere agli speculatori per darlo allo Stato che poteva diventare proprietario dei suoli col fine di indirizzarli ai reali bisogni dei cittadini. Lo storia insegna che anche lo Stato può essere un cattivo “progettista” e per questo motivo bisogna giudicare la qualità dei progetti, con nuovi “indicatori bioeconomici”. Il Comune di Parigi acquista alloggi in pieno centro, li ristruttura e li concede ai ceti meno abbienti con un equo canone, in buona sostanza in Francia c’è uno Stato che applica l’interesse pubblico. Parigi svolge il ruolo dello Stato così come Sullo aveva proposto.

Ritengo che per applicare meglio la Costituzione italiana, il legislatore debba incentivare il valore d’uso sociale nella pianificazione territoriale, per introdurre l’uso razionale delle risorse come metodo per valutare meglio il consumo dei suoli. Esistono diversi standard, com’è noto, l’impronta ecologica, l’analisi del ciclo vita etc. Pertanto mi pare chiaro che il problema non sia di natura tecnica, ma di natura etica, politica, giuridica ed economica.

Sappiamo bene che il Parlamento italiano aderendo ai Trattati internazionali ha tradito la Repubblica italiana poiché ha rinunciato al proprio ruolo di controllore del credito, violando l’articolo 47 e questo aspetto reca danni anche al “governo del territorio”. Amministratori e cittadini sono nelle mani dei capricci del “libero mercato”. Almeno dal 1981, anno del divorzio Banca d’Italia e Ministero del Tesoro, Governo e Parlamento cominciano a rinunciare all’idea di promuovere una politica monetaria ed una politica industriale per l’interesse pubblico e dei cittadini. Banca d’Italia non è più d’Italia, ma controllata da SpA private. Siamo stati consegnati a quelle SpA che coprono il valore di una “moneta debito”, più gli interessi, scambiata durante le aste dei Titoli di Stato.

Una delle tante conseguenze negative di questa rinuncia – sovranità monetaria – è che anche i Comuni pensano come le aziende private ed approvano piani urbanistici fondati sull’espansione, la crescita che aumenta il consumo del suolo agricolo, e da questi piani gli amministratori si aspettano di incassare oneri. Anche quando gli “standard minimi” (dotazione minime per abitante) sono già rispettati gli Enti applicano un giochino  molto semplice: usano il suolo agricolo come fosse una merce da vendere non un bene comune, gli attribuiscono un valore grazie al cambio di destinazione d’uso, e quel valore viene messo sul “libero mercato” per i privati che ne traggono profitto dallo sfruttamento dei diritti edificatori, delle superfici di vendita etc. Così vediamo la nascita di immensi centri commerciali, ed altri “non luoghi” che non rappresentano l’interesse pubblico, così assistiamo alla costruzione di nuovi quartieri di classe energetica A, ma che non saranno venduti poiché hanno prezzi fuori mercato.

Com’è noto l’analisi del ciclo vita non condiziona il valore dei suoli. Se la speculazione si avvale dell’energia del mostro della finanza di mercato, mi chiedo, come reperire i fondi per trasformare le città nei luoghi che un bravo progettista sa disegnare?

Ritengo che il legislatore debba intervenire per far uscire i Comuni dal ricatto dell’obbligo di pareggio di bilancio, perché questo criterio contabile aiuta la speculazione urbana costringendo gli Enti locali nel reperire risorse in ogni modo. La Corte dei Conti ci informa che alcuni Enti si sono comportati come giocatori d’azzardo tramite gli strumenti derivati pur di avere risorse immediate. Ho il legittimo sospetto che l’Italia sia il primo paese europeo per comuni firmatari del “patto dei sindaci” per il disperato bisogno di attingere ai fondi che la Banca europea degli Investimenti mette a disposizione per chi aderisce a determinate strategie di risparmio energetico. Comunque vada, dobbiamo essere felici poiché tutti questi amministratori si sono impegnati nel cancellare gli sprechi energetici.

Pertanto, a mio modesto parere, è necessario introdurre un criterio contabile opposto: il “non equilibrio di bilancio” per un periodo transitorio mirato a raggiungere un obiettivo importante: consentire di variare il proprio piano urbanistico su progetti virtuosi come il riuso, la rigenerazione urbana, l’auto sufficienza energetica con fonti alternative, il riciclo totale delle materie prime seconde, la prevenzione del rischio sismico ed idrogeologico.

Questi ultimi due obiettivi: prevenzione primaria del rischio sismico ed idrogeologico non sono raggiungibili con sistemi fiscali di incentivi o disincentivi, e neanche con un “conto energia”, ci vuole un pesante intervento dello Stato centrale, ma senza ricorrere all’indebitamento, ci vorrebbe una moneta sovrana a credito. Secondo una stima del Governo precedente, dell’ex Ministro Clini[3], «servono 40 miliardi per 15 anni per tutelare il territorio». Dove prendere questi soldi? Parlando ancora di soldi stanziati, il “piano città” approvava 28 progetti in 28 città diverse, che potevano usufruire di appena 318 milioni[4].

Mi sembra di capire che le strategie politiche e le buone idee non trovino il giusto apprezzamento a causa di un sistema economico condizionato da un potere sovranazionale che non sembra assecondare gli interessi nazionali. Premi nobel come Paul Krugman[5] e Joseph Stiglitz[6] criticano apertamente il sistema euro e mostrano le storture di una moneta a debito, non sovrana, poiché le Nazioni non decidono autonomamente del proprio destino. Krugman e Stiglitz dicono che il problema euro, prioritariamente, è politico per l’assenza di democrazia.

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Fonte: Paul Krugman, Fuori da questa crisi, adesso!, pag. III, 2013

Pertanto Parlamento e Governo modificando le regole potrebbero consentire agli amministratori locali di trarre vantaggio nell’adottare il criterio del valore d’uso sociale affinché le città diventino un bene comune, e possano essere usufruite in maniera razionale. Si tratta di uscire dal ricatto del “libero mercato” per diffondere criteri non monetari, e pianificare con criteri di valutazione più importanti affinché non si sprechino risorse finite per le future generazione, del resto come vorrebbero fare le proposte oggi in discussione, ma personalmente consiglio di perseguire una strada un pò diversa, una strada più coraggiosa e radicale.

Fino ad oggi abbiamo stabilito arbitrariamente che un uso agricolo dovesse avere minore valore monetario rispetto all’uso abitativo, ma siamo liberi di ribaltare la convenzione ed aggiungerne altre partendo dai progetti virtuosi. Così come possiamo ricordare che l’obiettivo di un Comune non è quello di far quadrare un bilancio, ma migliorare il benessere dei cittadini, questo è l’obiettivo della Repubblica italiana. E’ sufficiente affermare un “nuovo” paradigma: la moneta è solo uno strumento, non è ricchezza e gli amministratori hanno l’obbligo di rispettare i principi costituzionali al fine di tutelare l’ambiente ed il paesaggio.

In conclusione ritengo che non si debba puntare al mero “stop al consumo del suolo”, ma avere una visone più organica del problema che ha origine nell’assenza di etica delle politiche del territorio. Mi vengono in mente tutti quei comuni che ancora oggi non hanno gli standard minimi previsti per legge, non possiamo dire loro “stop al consumo del suolo”, e mi vengono in mente tanti comuni nel Nord ove gli standard minimi sono rispettati, ma i piani sembrano essere disegnati dagli industriali locali scambiando ancora una volta l’interesse pubblico con l’interesse privato. Il legislatore dovrebbe avere questo tipo di visione, avere un’idea etica e qualitativa dei piani, e stimolare l’opportunità di cambiare svincolando la creatività virtuosa dagli sciocchi criteri di contabilità fiscale. Il legislatore può introdurre criteri qualitativi come quelli suggeriti nel BES, anche consapevole del fatto che oggi le Amministrazioni possono usare standard tecnici per misurare l’uso delle risorse finite.

Il Parlamento deve ripristinare il ruolo centrale dello Stato che promuove politiche monetarie libere dal debito e dagli immorali interessi, lo Stato deve promuovere politiche industriali, e le città possono essere il luogo di sviluppo di buone pratiche amministrative, dalla partecipazione democratica alla tutela dei beni comuni; la città è un bene comune. Stiamo vivendo la fine di un’epoca e possiamo immaginare e progettare l’epoca che verrà consapevoli degli errori promossi sia da politiche liberiste che da politiche keynesiane poiché entrambe figlie della crescita infinita, la prima è per una crescita veloce “controllata” dal “libero mercato”, mentre la seconda è per una crescita meno veloce controllata dallo Stato, o per l’ossimoro “sviluppo sostenibile”. Ritengo che bisogna transitare dal fare a prescindere al saper fare, ed oggi bisogna fare meno e meglio indirizzando le politiche pubbliche negli ambiti virtuosi sopra citati che creano nuova occupazione in mestieri utili all’Italia.

Democrazia, ecologia ed economia sono sinonimi, fratelli. La bioeconomia ci informa che le azioni politiche producono danni, a volte irreversibili. Frederick Soddy (1877 – 1956) ci informa che la reale ricchezza dipende dai flussi di materia e di energia prodotti dalla natura, e pertanto il danaro non può comportarsi come una macchina perpetua poiché contraddice il principio termodinamico dell’entropia. Sole e fotosintesi clorofilliana determinano la vita su questo pianeta, non la moneta. Progettisti e tecnici possono conoscere in maniera preventiva tutti gli sprechi ed i danni da evitare tramite l’analisi del ciclo vita. In buona sostanza i pianificatori possono programmare e coordinare l’attività antropica sul territorio coi lunghi tempi della natura.

La Repubblica italiana ha tutto il diritto ed il dovere di porre rimedio alla crisi che un avido ed obsoleto pensiero politico, aumentando disuguaglianza e povertà, ha creato. Lo Stato deve intervenire sulle città per tutelare la vita umana con la prevenzione del rischio sismico ed idrogeologico sull’intero patrimonio esistente e questo potrà accadere solo con l’uso di una moneta sovrana a credito, piuttosto che una moneta a debito presa in prestito. Potrebbe emergere un “piano città” con “progetti definitivi” di qualità piuttosto che di quantità, un piano finanziato con moneta sovrana libera dal debito. Bisogna farlo al più presto poiché non è più accettabile l’inerzia politica rispetto al bisogno concreto di intervenire prevenendo crolli e dissesti, danni ampiamente prevedibili, e che mettono a rischio la vita umana. Nel caso specifico possiamo esser certi che non sarebbe il sisma ad uccidere, ma l’inerzia di politici inadeguati rinchiusi nel recinto psicologico dell’economia del debito che impedisce di far lavorare comunità consapevoli pronte a prendersi cura del proprio territorio. Il prezzo della politica della stupidità, quella dell’economia del debito e del pareggio di bilancio stanno cancellando i diritti inviolabili dell’uomo, e stanno mortificando la virtuosa creatività di progettisti ed imprese artigiane locali che potrebbero tutelare efficacemente l’Italia: uno dei patrimoni più importanti dell’umanità.

Come rinascere? Banale!

Nel dibattito politico contemporaneo sulla società c’è un capitolo molto interessante: la tutela del suolo e la rinascita delle città, ossia la pianificazione e il governo del territorio. Nel rapporto fra capitale e governo della città, alcuni citano il caso di Detroit, l’ex città dell’automobile che aveva, negli anni ’50, 1,8 milioni di abitanti e nel 2011 sono rimasti 1,1mln di abitanti. Molti europei sono sorpresi da questa Amministrazione che sta recuperando suoli con progetti eco-sostenibili, tutti si compiacciono delle buone intenzioni che parlano di agricoltura, tutela dei suoli, e rigenerazione. Sembra che tutti gli osservatori italiani ignorino un fatto evidente e scontato, Detroit non è una città europea, non fa parte dell’euro zona e quindi non ha l’obbligo del pareggio di bilancio, non ha il patto di stabilità, e non si finanzia necessariamente dai mercati finanziari. Com’è noto gli USA ed il Congresso possono autodeterminare la soglia limite di debito pubblico tutte le volte che lo desiderano, l’hanno sempre fatto.

Nell’Unione Europea esistono diversi programmi politici con obiettivi ambiziosi (energie rinnovabili, riciclo, mobilità intelligente, etc.), ma l’accesso al credito è molto diverso, un alto tasso di burocrazia, e soprattutto il sistema del prestito (debito) con la prevalenza degli indicatori finanziari ed economici forgiati sul tornaconto degli investitori privati, ossia la prioritaria ricerca del profitto. Com’è noto ormai a tutti, nell’euro zona non esiste l’investimento pubblico a fondo perduto, e tutto è orientato da indicatori che favoriscono la ricerca del prestito bancario. Gli Stati hanno abdicato alla sovranità monetaria e alcuni Paesi hanno smesso di avere politiche industriali locali creando un danno tangibile all’economia reale tramite la rinuncia allo sviluppo di  politiche virtuose e socialmente utili. I Governi italiani hanno deciso di occuparsi prioritariamente di riduzione della spesa pubblica e fiscalità pubblica, lasciando all’UE l’opportunità di fare la politica con la “P” maiuscola. Il fatto che nei capitoli di spesa pubblica ci siano sprechi evitabili, è un fatto assodato, ma è un problema giuridico interno all’Amministrazione non è un problema politico, cioè è sufficiente avere un controllo ed un sistema punitivo efficaci non una riforma, o peggio come sta accadendo una riduzione generalizzata della spesa pubblica. I Ministri succedutisi sono ben consapevoli che bisogna controllare i contratti e le modalità di appalto per l’erogazione dei servizi pubblici. Da circa 15 anni Governi ed amministratori locali, fateci caso, non si comportano come politici ma come ragionieri, essi non dibattono della tutela dei nostri diritti, ma di fiscalità, essi non chiedono l’ampliamento dei diritti costituzionali, ma la riduzione, la sospensione o la soppressione: è accaduto per il lavoro, per l’istruzione ed accadrà per la salute. Governi e Parlamento hanno sospeso la democrazia rappresentativa, spesso delegando agli organi esecutivi, ed hanno approvato leggi sul lavoro e sulle pensioni palesemente incostituzionali. Da qualche anno l’ANCI recita il ruolo di denuncia circa l’inopportunità politica dei vincoli del “patto di stabilità”, ed i cittadini subiscono la rappresentazione teatrale dei Sindaci, mentre ogni giorno da diversi anni aumenta la povertà.

Nel dibattito politico gli italiani possono solo guardare le altre comunità accrescere le politiche virtuose, com’è il caso di Detroit sul territorio, com’è San Francisco per il riciclo dei rifiuti, com’è stato in piccolo Schönau per l‘energia e Copenaghen per la mobilità.

I nostri Governi non hanno capito o non vogliono capire poiché il sistema attuale, paradisi fiscali e think tank, li ha ben addomesticati per tutelare lo status quo, ma nella sostanza le soluzioni da intraprendere per migliorare la qualità della vita di tutti sono abbastanza note, sono semplici. Ci vogliono capacità, onestà e coraggio, virtù poco diffuse fra i nostri dipendenti nominati. Diverse Nazioni europee non hanno i mezzi per ripagare un “debito odioso” e gli stessi mercati non intendono mandare in default i debitori, col rischio di perdere il controllo sui popoli ignari del sistema immorale. Solo l’uscita dell’economia del debito ed il ripristino della sovranità monetaria consentirà l’azzeramento dello status quo, è sufficiente una volontà politica per deliberare l’uscita degli Stati dalla morsa delle borse telematiche che non dovranno più condizionare l’economia reale.

Per fortuna la critica al sistema immorale dell’euro zona aumenta anche nei Paesi “centrali” e non solo in quelli “periferici”.

I popoli devono pretendere un cambiamento radicale e l’uscita dell’economia del debito, i partiti non lo chiederanno mai, soprattutto questi partiti legati a doppio filo alle organizzazioni sovranazionali interessate agli ultimi asset strategici dell’Italia, e continuare con le privatizzazioni: sanità e servizi pubblici locali.

Qual’è il significato politico di tutto ciò? Esistono persone, ambiti (non italiani) e istituzioni che se vogliono decidere di spendere soldi su progetti di qualità e non di quantità, lo fanno liberamente, mentre in Italia abbiamo assistito ed assistiamo all’inganno di politici corrotti ed inadeguati che spedono soldi su progetti di quantità (grandi opere), e si limitano a gestire il potere seguendo gli indirizzi di organizzazioni sovranazionali che non hanno interessi pubblici.