Architettura e pianificazione per lo sviluppo umano

Architettura e pianificazione urbana e territoriale sono espressioni di una cultura in divenire che appartengono al sapere tecnico e più in generale all’uomo. Qui, nel meridione d’Italia e in Campania, c’è necessità impellente di una classe dirigente responsabile e civile che riprogrammi politiche pubbliche socialiste finalizzate alla creazione di nuovi impieghi, per contrastare due fenomeni prioritari innescati dalle disuguaglianze (economiche, sociali e di riconoscimento): l’emigrazione di risorse umane vitali, e il calo demografico favorito proprio dall’assenza di lavoro e dall’assenza di redditi dignitosi. La fragilità economica del Sud è la conseguenza o l’effetto di scelte politiche molto precise: concentrare risorse in un’area (pianura padana) innescando il sottosviluppo in un’altra (il meridione). Qualunque civiltà umana ha usato architettura e pianificazione per porre le basi fisiche dello sviluppo umano, e nell’epoca moderna queste discipline sono usate per rigenerare i territori e la vita stessa degli abitanti, per creare nuove condizioni di civiltà e nuova occupazione utile ma tutelando il patrimonio storico e naturale depauperato da scelte politiche sbagliate, e da una nota e diffusa crisi di tutto l’Occidente condizionato dal paradigma culturale dominante, e cioè il nichilismo capitalista. La Storia dovrebbe insegnarci quanto sia importante l’architettura, ed è sufficiente passeggiare nei nostri centri storici per osservare la bellezza intorno noi, ma questo non basta, è evidente. La realtà economica salernitana è drammaticamente poco dinamica, quasi ferma, per l’assenza di una classe dirigente capace e responsabile, che dovrebbe osservare i fenomeni di degrado con un adeguato filtro culturale e poi proporre soluzioni efficaci. In generale il meridione è penalizzato anche dal pensiero politico dominante, perché è questo che ha creato aree di sottosviluppo e disuguaglianze territoriali. Lo scopo del capitalismo è il profitto fine a sé stesso ma questo si crea mercificando e sfruttando ogni cosa (persone, natura …) trascurando diritti e ambiente, ciò è noto ma è altrettanto sottovalutato da una società, la nostra, ormai annichilita e regredita. La nostra classe dirigente (istituzioni politiche, università, imprese, professionisti …) dovrebbe essere coesa, di fronte ai drammatici problemi che si concentrano al Sud, per programmare investimenti corretti attraverso il filtro culturale della bioeconomia che sa interpretare il territorio e dare risposte concrete ai problemi occupazionali e ambientali. Nel Sistema Locale salernitano c’è una carenza di imprenditori coraggiosi, dal punto di vista quantitativo e qualitativo, nel senso che sono troppo pochi gli imprenditori illuminati, così come c’è una carenza quantitativa di imprese che possa assorbire la domanda di lavoro degli abitanti.

Hammarby Stoccolma
Il quartiere Hammarby di Stoccolma, coinvolto da un immenso progetto di rigenerazione urbana: 204 ha di superficie territoriale, 25.000 abitanti insediati con una densità abitativa territoriale di 141 ab/ha, e una densità fondiaria di 397 ab/ha. Costo dell’intervento 4,5 miliardi di euro. Il Comune sfrutta il diritto di superficie e sono state coinvolte imprese e cooperative.

Le istituzioni politiche dovrebbero costruire luoghi e spazi per favorire lo sviluppo di attività stimolanti e creative, cioè quelle attività capaci di ripensare le attuali agglomerazioni industriali al fine di offrire, alle generazioni presenti e future, impieghi utili per sé stesse e per il territorio. Cooperare è necessario (anziché competere) al fine di ripensare l’organizzazione territoriale e costruire quei servizi indispensabili per eliminare le disuguaglianze territoriali, consentendo a tutti di scegliersi un percorso di crescita individuale connesso a un impiego dignitosamente retribuito, per svolgere un’esistenza piena e stimolante. Questa dovrebbe essere la normalità, ma l’inciviltà nega diritti essenziali ai meridionali. Dovrebbe essere noto, ma non lo è: il meridione è regolarmente penalizzato dallo Stato poiché non ridistribuisce le risorse della fiscalità generale in maniera equa e saggia, anzi in assenza di una cultura politica socialista non crea investimenti nei territori più deboli, che abbisognano di maggiori risorse degli altri, proprio per eliminare quelle incivili disuguaglianze economiche e sociali create dall’ideologia capitalista liberista e da classi dirigenti inadeguate. Il Sud è il territorio che ha le maggiori potenzialità di creare nuova occupazione utile, per l’alto tasso di disoccupazione e per l’assenza di infrastrutture, di servizi e per la necessità impellente di conservare e recuperare un immenso patrimonio storico-culturale e naturale.

Il mainstream svolge un ruolo distruttivo e pessimistico narrando soprattutto i difetti dei meridionali, costantemente additati, discriminati, fino al punto che taluni meridionali sono convinti della propria condizione di “inferiorità”, poiché si è allevati all’interno di un ambiente autolesionistico condizionato dai media, e persino dal sistema educativo-scolastico. La disuguaglianza, non solo è materiale ma è psicologica. Non so quanti Paesi occidentali abbiano esempi e casi di una disuguaglianza economica programmata così distruttiva e così accanita nei confronti di una sola area geografica, fino a rendere quell’area, depredata e colonizzata (nell’accezione colonialista del termine). Una cultura politica costituzionale può rompere sia gli schemi mentali [autolesionistici] e sia la consuetudine razzista [vedasi il partito della Lega, e la ex DC che creato la disuguaglianza territoriale] che non investe le risorse pubbliche ma le sottrae a chi ne ha diritto (il famigerato calcolo diseguale basato sul criterio della spesa storica e non sui livelli minimi pro-capite).

Noi meridionali dovremmo iniziare da noi stessi e dal territorio. Prima da noi stessi poiché noi siamo il problema e noi siamo la soluzione del Sud, uscendo da una condizione psicologica inutile e dannosa, e invertire il flusso negativo di giovani laureati verso altri Sistemi Locali, ma questa inversione si realizza dando opportunità a chi le chiede, quindi rimuovendo le disuguaglianze di riconoscimento e favorendo il merito, l’impegno e l’entusiasmo di molti giovani che intendono sperimentare sul campo le proprie conoscenze. Dobbiamo studiare per conoscere meglio e osservare il territorio, per interpretarlo correttamente partendo dall’identità storica, dai valori ambientali e naturali, dall’impiego di tecnologie utili ai nostri scopi e dai luoghi da rigenerare, come del resto accade in molti altri territori, e sta accadendo anche al Sud ma non in tutto il meridione. L’approccio bioeconomico è quello più saggio per osservare i nostri Sistemi locali, le aree urbane estese e quelle rurali, per interpretarli tutti come sistemi metabolici. Osservando e interpretando, possiamo legittimamente costruire un programma politico volto a creare occupazione nuova e utile, attraverso la rigenerazione del nostro ambiente urbano e rurale, e nel farlo possiamo costruire un consenso mirato a cambiare la guida locale dei governi (perché fino ad oggi tale guida ha trascurato le disuguaglianze). Elaborando programmi, piani e progetti possiamo concretamente utilizzare, e direi legittimamente, le risorse pubbliche finora negate a vantaggio di altri territori ma a nostro danno.

I Sistemi Locali capaci di attrarre risorse umane e finanziare usano correttamente architettura e pianificazione, e lo fanno da sempre col meccanismo virtuoso che, nel corso dei decenni, hanno saputo affinare conoscenze e pratiche amministrative gestionali in continua evoluzione innescando una grande competitività. Il cuore di questo meccanismo virtuoso sono le università usate in maniera appropriata e cioè creare conoscenze utili al territorio, e non conoscenze fini a stesse e asfittiche, si tratta di conoscenze e saperi strettamente collegati al profitto, all’utilità sociale e ambientale del territorio. Le università sono collegate alle imprese e viceversa, ma secondo un indirizzo politico istituzionale molto preciso: concentrare ricchezza (risorse umane e finanziarie) sul territorio. Questo meccanismo è talmente sviluppato che i Sistemi Locali più competitivi hanno innescato un processo vizioso e non più virtuoso, poiché favoriscono nuove e maggiori disuguaglianze territoriali a danno dei Sistemi rimasti indietro e condannati alla marginalità, si pensi alle aree rurali. Solo un intervento nazionale può correggere consuetudini viziose e dannose attraverso programmi, piani e progetti nei Sistemi Locali privi di adeguati investimenti pubblici-privati. Il meridione soffre più delle altre aree geografiche poiché è schiacciato dalla notissima disuguaglianza fra Nord contro Sud, ma a questo si aggiunge la competitività negativa fra aree urbane e aree rurali in stato di abbandono, che favorisce anche fenomeni di dissesto idrogeologico. Nel Sud non potrebbe andrebbe peggio, ed è per questo che probabilmente è l’unica area ove ci sono grandi potenzialità, tutt’oggi non sfruttate, per creare lavoro utile cominciando ad applicare la Costituzione (che non è un’opinione ma un obbligo) e costruire questi standard minimi previsti dalle norme e mai costruiti. La normalità sarebbe una rivoluzione.

creative-commons

Torna l’urbanistica a Salerno?/2

Gentile direttore Manzi,

innanzitutto la ringrazio per l’opportunità concessami, pubblicando un mio intervento – 14 aprile 2017 – che esprime contenuti di controcultura. Il 9 aprile 2017 La Città apre “i grandi dibattiti” con il governo del territorio e due interventi, di Conte (già Ministro Aree Urbane) e Giannattasio, che ricordano le efficaci programmazioni passate degli anni ’80, poi Amatruda (Forza Italia, pubblicato il 12 aprile), e ancora Lambiase (Consigliere comunale, il 18 aprile) con un’analisi critica sul presente e le previsioni di piano rimaste inattuate, mentre Sangiorgio (Coldiretti, il 16 aprile) suggerisce uno sviluppo delle infrastrutture per favorire l’agricoltura. Il comune denominatore degli interventi di Conte, Giannattasio, Amatruda, Sangiorgio e Lambiase è lo “sviluppo”, oppure la “crescita” (del PIL), la “valorizzazione”, ricordando la centralità di Salerno come centro metropolitano e il fallimento delle scelte urbanistiche degli ultimi mandati elettorali con la carenza di infrastrutture strategiche. Il mio intervento parte da presupposti culturali diversi poiché accenna a politiche urbane bioeconomiche, e suggerisce un cambiamento dei paradigmi culturali nella nostra società svuotata di senso dall’epoca moderna. L’ambizione è quella di stimolare un dibattito pubblico sulla bioeconomia. Condivido le critiche ma intendo far notare che i temi sociali, ambientali, economici e urbanistici di Salerno non trovano soluzione sul piano ideologico che li ha inventati, favoriti e creati. La recessione non è la conseguenza di una mera scelta di politiche urbanistiche sbagliate ma di una cultura politica occidentale costruita sulla crescita costante della produttività, e sull’avidità. In Italia, i processi di trasformazione urbanistica sono sostanzialmente sbilanciati a favore del profitto dei proprietari privati, negando la partecipazione dei cittadini, spesso ignari dei meccanismi complessi, e ignari dei propri diritti e degli scopi costituzionali della pianificazione (tutela del territorio). E’ l’implosione dello “sviluppo” che crea la recessione, perché la crescita del PIL non misura la qualità della vita, mentre l’innovazione informatica e la robotica creano disoccupazione com’era stato pronosticato sin dall’inizio del secondo guerra. Le città secondo l’ideologia della “crescita” sono fallite, e ricordo che le città in contrazione sono 26 (Milano [490.000 abitanti persi fra il 1951 e il 2011], Torino, Napoli, Genova, Roma, Bologna, Catania, Venezia, Firenze, Trieste, Cagliari, Bari, Palermo …).

città in contrazione

Crescita e contrazione delle città dipendono dal capitalismo. Quando negli anni ’80 la politica deregolamenta la globalizzazione, accade che le imprese localizzano le produzioni in Europa dell’Est e in Asia, dove ci sono le Zone Economiche Speciali (ZES), luoghi in cui non si pagano tasse e si hanno bassi costi del lavoro. Le città occidentali perdono abitanti (contrazione), mentre il ceto meno abbiente non può pagare i costi degli alloggi nei centri principali a prezzi di mercato, e si sposta nei comuni confinanti alimentando la dispersione urbana, il cosiddetto sprawl. Mercato immobiliare e nuove espansioni determinarono uno sconsiderato aumento del consumo di suolo agricolo. Nell’attuale consuetudine le previsioni dei piani urbanistici sono merce pagata dagli investitori privati, nella speranza di creare profitti attraverso il mercato. In generale, è noto che il capitalismo crea dipendenza e sottosviluppo (Wallerstein) mentre la rinuncia alla sovranità economica e la globalizzazione neoliberale hanno contribuito a impoverire il meridione d’Italia, che registra nel 2016 altissimi tassi di disoccupazione come in Campania con il 42,9% fra i giovani (18-29 anni) e il 30,4% (25-34 anni). Tutto ciò vanifica anche le previsioni degli strumenti urbanistici poiché in un contesto più povero, di periferia economica, gli investitori privati seppur dotati di liquidità, non trovano conveniente costruire merci immobiliari che non possono essere assorbite dal mercato locale. E’ uno degli effetti dell’ideologia liberale, il laissez faire al mercato. In questo contesto, non sorprende che a Salerno solo il 25% dei comparti edificatori sia stato realizzato, mentre tutti i principali Consigli comunali d’Italia continuano a deliberare l’adozione di piani con previsioni di crescita, sempre perché mercificando i suoli si attendono introiti da incassare, che fino a poco tempo fa erano persino slegati dalle urbanizzazioni per essere spesi nei servizi generali.

La bioeconomia è la filosofia politica che può costruire un futuro di prosperità, poiché partendo da presupposti scientifici (entropia) ed etici, come la misura dei flussi in entrata e in uscita, ci consente di ripensare l’uso del territorio senza depauperare le risorse naturali e creando nuova occupazione partendo dalla conoscenza dei luoghi. In bioeconomia, città e territori sono considerati sistemi metabolici mentre nell’attuale paradigma città e territori sono merci da vendere e sfruttare. Cosa significa tutto ciò per l’urbanistica e il territorio? Se si vuole invertire la rotta per uscire dalla recessione, prima di tutto, dobbiamo riconoscere e ammettere l’implosione del sistema occidentale restituendo autonomia finanziaria alla Repubblica. L’area funzionale salernitana, individuata nel Sistema Locale del Lavoro (SLL) censito dall’ISTAT deve organizzarsi, non più seguendo il pensiero dominante che l’ha impoverita, nel senso vero del termine, non solo economico ma soprattutto culturale. Le risposte ai nostri problemi sociali e ambientali, e di conseguenza economici, si trovano sul piano bioeconomico. Esistono esempi e approcci territorialisti per ripensare il sistema salernitano costituito da circa 22 comuni e 400 mila abitanti, ed è questa l’area da pianificare costituendo un ufficio di piano ad hoc e coinvolgendo i cittadini al processo decisionale. In generale, i sistemi locali meridionali vanno collegati fra loro, ad esempio, quello salernitano con i vicini sistemi lucani, calabresi e pugliesi. Questo processo comincia dalla cultura, dalla conoscenza e l’uso di tecnologie e metodi di auto rappresentazione dei valori locali. Si tratta di processi e percorsi di auto coscienza dei luoghi, della storia e delle proprie identità. E’ necessario rilocalizzare le produzioni e territorializzare. I piani e le politiche urbane possono essere pensate per far prevalere i reali valori umani, che non si misurano esclusivamente con l’accumulo di moneta ma con la qualità dei progetti che trasformano le città da spazi delle rendite in luoghi urbani veri e propri, cioè città dotate di un equilibrio fra spazio pubblico e privato, dotate di servizi che rigenerano persone e spazi fisici. Lo scambio si concretizza e valorizza con piani e progetti che aumentano quantitativamente – carenza di standard minimi – e qualitativamente i luoghi (efficienza energetica e bellezza) per lo sviluppo umano (istruzione, servizi sociali e sanità) riducendo lo spazio del mercato (auto consumo), e in questo processo la fattibilità si misura pagando i prezzi di costo, e quindi eliminando a monte speculazioni e rendite. Sono necessari nuovi piani di “quarta generazione”, e nuovi piani attuativi come un Piano Particolareggiato di Rigenerazione Bioeconomica (PPRB), si tratta nuovi strumenti secondo l’approccio bioeconomico che hanno l’obiettivo di costruire un quadro di conoscenza dell’insediamento finalizzato al riuso e al recupero del patrimonio edilizio esistente introducendo sistemi di monitoraggio dei flussi in entrata e in uscita al fine di migliorare il benessere dei cittadini. La conoscenza dell’insediamento urbano esistente è la cornice indispensabile per costruire la rigenerazione del tessuto, dal punto di vista sociale, ambientale e morfologico. Osservando l’ambiente costruito rileviamo puntualmente il carico urbanistico e l’affollamento, il degrado, la morfologia urbana, e tutte le informazioni possono essere utilizzate per la futura trasformazione urbana, mentre una vera novità è la partecipazione dei cittadini ai processi decisionali della politica.

La Città di Salerno 30 aprile 2017

consumo-del-suolo
Usi e coperture del suolo, consumo di suolo, fonte immagine, Atlante dei territori post metropolitani, PRIN-postmetropoli.

“Aggiustare” le città

Dall’inizio della fine: epoca industriale, decisori politici, mondo accademico, imprese e progettisti discutono su come organizzare e far crescere le città intorno alle “nuove” politiche urbane, c’è chi giustamente ritiene che le città siano cresciute troppo ed ora sia giunto il momento di gestire l’ambiente costruito.

Esiste una sterminata letteratura internazionale, analisi, rapporti, proposte circa la sostenibilità urbana, la resilienza urbana, la rigenerazione urbana e la progettazione di nuovi insediamenti urbani; esistono rapporti sul recupero dei centri storici e delle periferie.

Dal punto di vista dell’approccio culturale si possono distinguere due atteggiamenti: l’ossimoro dello sviluppo sostenibile e l’approccio della sostenibilità forte. Il primo nasce nell’alveo del paradigma più vecchio ed obsoleto: la crescita materialista, mentre l’altro nasce nell’alveo dell’approccio olistico ed accetta le leggi della natura consigliando di non sprecare le risorse utili alle future generazioni.

ediltecno28feb2014In questo contesto culturale sembra esserci una convergenza di intenti progettuali: “prima di tutto pensiamo ad aggiustare le città esistenti e discutiamo su come farlo dal punto di vista delle tecniche urbanistiche, e come reperire le risorse”. Si tratta di un cambio di rotta visto che sin dal dopo guerra i piani urbanistici si sono occupati sia della ricostruzione e sia dell’espansione urbanistica. Sembra ci sia un coro verso la strada del recupero e quindi Associazione Nazionale Costruttori Edili (ANCE), Consiglio Nazionale degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori (CNAPPC) ed Istituto Nazionale Urbanistica (INU) hanno elaborato manifesti e proposte a sostegno della rigenerazione urbana.

L’ANCE propone di riqualificare energeticamente gli edifici esistenti, il CNAPPC consiglia di puntare sulla rigenerazione urbana sostenibile, e l’INU durante il XXVIII Congresso svoltosi a Salerno propone diverse progettualità per far “aggiustare” le città, ad esempio il tema 1 “la rigenerazione urbana come resilienza”. L’associazione AUDIS (Ass. per le aree Urbane Dismesse) pubblica le linee d’azione per la rigenerazione urbana. Nella sostanza c’è un coro unanime per la rigenerazione urbana, ma bisogna verificare cosa si intende per rigenerazione urbana al fine di evitare gli errori e speculazioni del passato, e questo dipende dall’idea di rigenerazione (cultura) e dal livello di corruzione presente nella pubblica amministrazione. Buona parte degli operatori non è stata favorevole alla sostenibilità forte e questo ha causato danni all’ambiente.

Ritengo che fattori molto importanti su queste nuove opportunità siano l’organizzazione e il controllo del capitale.Ragionando per assurdo se progettisti ed operatori (il coro unanime) si fossero convinti della convenienza della sostenibilità forte potremmo immaginare un presente-futuro di prosperità duratura. I limiti della natura sono un aspetto dei fattori produttivi abbastanza evidenti, credo si debba solo accettare il fatto che bisogna uscire dall’avidità per riconoscere un’altra ovvietà: creare impieghi utili al bene comune grazie all’innovazione tecnologica che riduce/cancella gli sprechi e migliora la qualità della vita.

Dal punto di vista dell’organizzazione mi sembra un’ottima idea avere una cabina di regia nazionale che possa coordinare i contenuti culturali dei piani e la loro qualità con i finanziamenti pubblici. E’ noto che la riforma della Costituzione con l’articolo 117 ha prodotto tante e diverse leggi regionali sul governo del territorio, e questo ha consentito da un lato fare tante esperienze diverse, ma dal punto di vista dei diritti e della tutela del patrimonio ambientale ha alimentato sprechi e danni. Avere un Comitato per le politiche urbane (CIPU) che elabora programmi sulla sostenibilità forte e sulla qualità architettonica e urbanistica dando priorità alla convenienza ecologica di piani e progetti potrebbe dare un impulso positivo verso la strada che conduce a migliorare la qualità della vita, come del resto è indicato negli indicatori racchiusi dal Benessere Equo e Sostenibile (BES, ISTAT e CNEL). Oggi il CIPU dopo la legge che l’ho istituito sembra essere messo in secondo piano, e presenta programmi nell’alveo dell’obsoleto sviluppo sostenibile, pertanto è necessario un cambiamento culturale verso la sostenibilità forte per far ripartire l’occupazione utile “aggiustando” le città.

Una strategia importante per finanziare la rigenerazione urbana è rappresentata dalle tecniche di recupero del plusvalore fondiario che consentono di combattere le rendite di posizione e indirizzare le risorse monetarie per progettare la “città pubblica” (standard e nuovi servizi). Le esperienze di 22@Barcellona e di Monaco di Baviera sembrano casi paradigmatici utili ad approfondire una tecnica giuridica-economica molto importante che affronta un problema storico: la speculazione edilizia prodotta dall’avidità della rendita fondiaria e immobiliare. Facciamo un esempio per capire/ricordare di cosa parliamo, nel 2009 un suolo agricolo bolognese poteva costare 3 €/mq e reso edificabile poteva avere il prezzo di 50 €/mq, questo plusvalore prodotto senza merito e senza lavorare, ma generato dal nulla da una semplice deliberazione politica non è mai stato utilizzato per il bene comune. Esistono criteri e metodi per recuperare questa ricchezza prodotta dal nulla e destinarla alla realizzazione di standard e servizi pubblici.

I Comuni coordinati dalla regia del CIPU dovrebbero adeguare i propri piani e introdurre l’obiettivo rigenerazione urbana per recuperare i centri storici e le periferie, e su questi obiettivi attrarre finanziamenti pubblici-privati anche col recupero del plusvalore fondiario. I progetti non dovrebbero essere giudicati solamente dalla convenienza economica/finanziaria, ma prioritariamente dalla convenienza ecologica e dagli indicatori di qualità sintetizzati nel BES (Benessere Equo e Sostenibile), tutto ciò per una ragione chiara agli specialisti, e cioè un aumento di capitale realizzato dal progetto non è detto che rappresenti un valore in se, ma potrebbe essere un disvalore se diminuisce la qualità della vita. Il legislatore deve eliminare l’opportunità di mercificare il territorio poiché gli amministratori locali, violando l’articolo 9 della Costituzione, usano/hanno usato i proventi dai permessi per costruire per finanziare la spese corrente.

La ricostruzione post-bellica fu il volano della crescita nazionale, oggi “aggiustare” le città è una grande opportunità, rendendole auto sufficienti dal punto di vista energetico, rendendole luoghi dove si ricicla e si recupera tutto, centri storici meglio conservati, edifici e quartieri che riescano a resistere al sisma, quartieri con servizi di migliore qualità, luoghi senza le auto col motore a scoppio, e quindi aggiustare le città consentirebbe di realizzare quel piano per il lavoro utile di cui tutti noi necessitiamo per continuare la nostra esistenza. Tutti questi “piccoli” obiettivi per essere realizzati richiedono imprese più qualificate ed un grande numero di occupati. In tal senso investire nella rigenerazione urbana che aggiusta le città significa abbracciare una politica di decrescita felice perché non si produce un aumento del PIL a lungo periodo (a breve periodo sicuramente) poiché si cancellano/riducono gli sprechi. Creando lavoro utile potremmo realizzare la prospettiva di vita migliore che stiamo sognando ma che un sistema culturale-politico obsoleto non riesce a immaginare, che non riesce o vuole programmare poiché gli interessi sono rivolti altrove. Il futuro non è ancora scritto e la nostra condizione cambia solo se noi lo desideriamo, solo se i cittadini stimolano la domanda di rigenerazione urbana attraverso processi decisionali di partecipazione diretta. In diverse città europee i cittadini si sono uniti in cooperative ed hanno cambiato i propri quartieri investendo i propri guadagni ed i propri risparmi, ed in questo modo hanno aumentato il proprio capitale vivendo in un ambiente urbano migliore di quello precedente: un migliore uso del territorio attraverso densità più equilibrate e un mix funzionale, l’impiego di fonti energetiche alternative e la realizzazione di una rete intelligente di scambi energetici, servizi di quartiere, alloggi di qualità, migliore fruizione degli spazi aperti, mobilità intelligente, riciclo totale dei rifiuti, biblioteche, teatri e spazi verdi.

1500x500dpi

creative-commons