Il Sud che deve ribellarsi


Aiutati che Dio ti aiuta, dice il proverbio popolare, e questo dovrebbe essere il principio guida dei meridionali, considerando il fatto che una guerra economica contro i nostri territori si è consumata fra la nostra inconsapevolezza popolare e il silenzio assordante del ceto dirigente, con la complicità dei vecchi partiti, oggi inesistenti. Un aiuto indiretto agli obiettivi dei razzisti è stato il silenzio dei partiti “di sinistra” che nelle terre emiliane puntano alla famigerata autonomia differenziata (la conferma della secessione economica a danno dei meridionali). Bisogna riconoscere che, noi meridionali facciamo fatica a risollevarci allevati da una “storia” scritta dai vincitori con un sistema mediatico nazionale che esalta ed enfatizza territori ma trascura altri, poi l’auto commiserazione e la rassegnazione sostenuta da mille difficoltà reali, e condita dalle disuguaglianze di riconoscimento, allora appare molto difficile far emergere la verità dei dati che lo Stato fornisce circa il razzismo economico messo in opera da molti decenni. Una politica razzista, che più o meno, parte dall’attuazione della riforma costituzionale sulle autonomie regionali, e attraverso il famigerato criterio della spesa storica che attribuisce più risorse alle comunità già ricche a danno di quelle con carenza di servizi. La Rai, attraverso due inchieste (di Presa Diretta e Report), ha raccontato le disuguaglianze programmate dai Governi, e in questo periodo il Quotidiano del Sud pubblica dossier, quasi tutti i giorni, sui dati della pianificazione economica che distrugge il Meridione per favorire la pianura padana. Non è affatto un’esagerazione dei toni affermare che si tratta di una guerra economica razzista poiché i Governi, da ormai circa trent’anni, negano risorse finanziarie ai territori economicamente più deboli e privi di servizi per conferirli a chi ne ha di più, i famosi alti standard di alcune aree padane sono un’usurpazione dei diritti che viola palesemente la Costituzione e così la fiscalità generale è usata come un’arma economica contro i Comuni meridionali, e non solo.

Le disuguaglianze programmate trovano sostegno dalle forze politiche, prima fra tutte la famigerata Lega, un partito della destra liberale che nasce con connotazioni razziste antimeridionali, con un linguaggio violento per sostenere maggiormente gli interessi esclusivi delle imprese localizzate in pianura padana. La lega è riuscita a realizzare i propri scopi senza che altri soggetti politici facessero opposizione circa il famigerato “calcolo diseguale” descritto recentemente dalla Rai. Bisogna riconoscere che molti altri partiti hanno affermato l’immorale calcolo diseguale: il centro destra berlusconiano che ha condotto i razzisti al potere e il centro sinistra liberale, allora ulivista/prodiano. In principio furono le maggioranze dei pentapartiti a guida Democrazia Cristiana e Partito Socialista, che concentrarono buona parte del comparto industriale in pianura padana, lasciando al Sud poche attività inquinanti. Osservando la storia possiamo arrivare fino alla guerra di annessione, chiamata Unità d’Italia, ma i problemi di oggi vanno affrontati nel contesto attuale (l’ideologia capitalista e la crescita), e questo dice che non esiste un soggetto politico meridionalista con l’intenzione di eliminare le immorali disuguaglianze territoriali, innanzitutto perché la maggioranza dei meridionali non lo sa che queste [disuguaglianze] sono create dallo Stato, e poi perché i meridionali sono divisi da soggetti politici che non li rappresentano: dalla peggiore destra attuale (Lega, FI, Fratelli d’Italia) fino al PD, e al M5S che li ha ingannati, recentemente. Infine, non bisogna sottovalutare la confusione culturale degli italiani (ignoranza funzionale e di ritorno), che dopo la fine dei partiti di massa, la maggioranza dell’elettorato vota, ahimé, per simpatia e/o per antipatia. Una maggioranza degli elettori svuotata da qualunque identità culturale-politica danneggia il Paese. Solo una persona civile si rende conto del danno che produce un individuo svuotato d’identità politica a tutti gli italiani, e quindi a tutti noi.

Per dirla alla Marx, noi meridionali non abbiamo coscienza di classe, cioè non abbiamo coscienza dell’origine circa la nostra marginalità sociale ed economica; sembriamo incapaci di reagire e le conseguenze sono drammatiche: l’emigrazione indotta (e non voluta) dei giovani nei sistemi locali del lavoro che distruggono le nostre comunità: cioè il Nord e l’estero. L’emigrazione è un corto circuito viziato dalla disuguaglianza di riconoscimento innescata dal sistema politico locale e dall’attuale classe dirigente meridionale che non programma un’inversione di tendenza poiché resta sul piano ideologico sbagliato.

La Regione Meridionale ha tutto il diritto di pianificare i propri sistemi locali attraverso il filtro culturale della bioeconomia, ed ha tutto il diritto e soprattutto il dovere di costruire i servizi mancanti. Solamente nel fare ciò: eliminare le disuguaglianze si creano decine di migliaia di nuovi impieghi, e la riduzione delle disuguaglianze si potrà realizzare con l’impiego delle nuove tecnologie, di fatto realizzando attività che non recano depauperamento alle risorse naturali. Per uscire dalla nostra marginalità dobbiamo stimolare processi creativi nei nostri pensatoi naturali, università e imprese, associazioni e gruppi di cittadini organizzati, al fine di progettare la rigenerazione territoriale e urbana. Tutti i sistemi locali che funzionano e sono attrattivi di risorse umane (comprese le nostre) hanno luoghi e spazi di innovazione e ricerca ben collegati col territorio e con le istituzioni, ed ai vertici di queste istituzioni siedono persone coraggiose che regalano opportunità di sviluppo a chiunque dimostri interesse, creatività e capacità di sperimentare; in buona sostanza nei sistemi attrattivi non c’è disuguaglianza di riconoscimento ma il coraggio di fare investimenti nelle persone. Il capitale umano è l’arma più efficace per costruire nuovi impieghi e nuove attività e funzioni. Da troppi decenni, le nostre istituzioni, direttamente o indirettamente attraverso le disuguaglianze, spostano il capitale umano meridionale in pianura padana e/o all’estero.

Quotidiano del Sud Salerno 14 gen 20 07

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