La ragione contro il nulla


In una vecchia riflessione sintetizzavo sul fatto che l’agire politico dovrebbe costruirsi introno a due aspetti: la teoria (pratiche discorsive) e la pratica (pratiche materiali). La teoria politica è la sua filosofia, la cultura e la visione mentre la pratica riguarda aspetti concreti come le leggi che governano istituzioni e territorio.

L’attuale campagna elettorale ha mostrato il “valore” delle forze politiche più popolari – Forza Italia, Lega, PD e M5S – cioè quelle che potrebbero costituire una maggioranza di Governo, e che sicuramente rappresentano la maggioranza degli aventi diritto al voto. Dal punto di vista della teoria e pratica politica, il “valore” di questi soggetti politici si misura dai loro programmi elettorali e dalle politiche adottate in precedenza. La scarsa credibilità è ampiamente distribuita, fra chi ha governato e lasciato che il mercato aumentasse le disuguaglianze, e chi dall’opposizione non possiede una classe dirigente onesta e capace. Le promesse elettorali dimostrano sia una scarsa attinenza alla realtà del Paese, e sia un’inconsistenza di idee, e scarsa serietà. Secondo il professore Roberto Perotti, i programmi elettorali di questi soggetti producono persino danni economici al Paese, oltre che ignorare i problemi reali e limitarsi a stimolare le emozioni degli elettori promettendo soldi in cambio del voto, o promettendo l’abolizione di norme precedentemente introdotte.

Perché i programmi non hanno attinenza alla realtà? Dal punto di vista delle attività pratiche della politica, le promesse elettorali non tengono conto della realtà italiana raccontata dall’ISTAT, circa l’economia sommersa e il governo del territorio; mancano persino i piani industriali utili a ridurre le disuguaglianze presenti nel Paese. Dal punto di vista della teoria, le scelte politiche degli ultimi anni e l’inerzia dei soggetti politici favoriscono il capitalismo neoliberista, che si nutre proprio di disuguaglianze e di sfruttamento dei lavoratori. Basti osservare che le riforme strutturali neoliberali hanno coinvolto il sistema industriale e manifatturiero italiano, una serie di privatizzazioni di infrastrutture strategiche per lo Stato, e la riduzione dei diritti dei lavoratori favorendo la schiavitù chiamata gig economy. La demagogia degli attuali partiti si concentra su promesse da marinaio, sul voto di scambio sfruttando cinicamente la povertà, e gli insulti che si scambiano reciprocamente. Gli aspiranti governanti trascurano la realtà drammatica che si concentra soprattutto nel meridione d’Italia, dove in alcune aree non esiste lo Stato civile da troppi decenni. In altre aree manca persino il governo del territorio, abbandonato agli interessi speculativi dei ceti borghesi locali, mentre altre aree sono prive di infrastrutture essenziali, oppure sono governate male. Nel meridione solo alcune città garantiscono gli standard minimi, e conservano tassi di occupazione per pagare le spese familiari, ma l’assenza di politiche industriali per il meridione ha aumentato il divario fra i territori, rendendo i meridionali sempre più fragili e ricattabili dalla politica stessa. Negli ultimi quarant’anni le politiche promosse dai Governi hanno trasformato il Sud in periferia economica, mentre l’Italia diventava periferia all’interno dell’euro zona.

ISTAT posti letto e persone accolte nei presidi
ISTAT, annuario statistico, 2017.

I nostri osservatori più qualificati presentano studi e ricerche sulle disuguaglianze e ne fanno l’argomento prioritario per qualunque azione politica coerente con la realtà. L’inconsistenza dei soggetti politici più popolari costringe la società civile ad organizzarsi per elaborare risposte concrete, in attesa che un nuovo soggetto politico decida di diventare espressione dei reali problemi del Paese, poiché gli attuali sembrano inutili e dannosi. Sono notissimi alcuni casi di disuguaglianze sociali che riguardano: (1) la protezione sociale e il servizio sanitario, (2) l’istruzione universitaria, e (3) il lavoro. I cittadini meridionali, ancora oggi, migrano al Nord per ricevere determinate prestazioni sanitarie; migrano anche per l’istruzione universitaria, oltre che per il lavoro. Per quanto riguarda la sanità pubblica, il numero di posti letto e persone accolte è minore al Sud rispetto al Nord, sia perché la fiscalità generale spende e investe di più al Nord che al Sud, e sia perché ormai le strutture sanitarie pubbliche sono ridotte al minino delle forze per gli sprechi e per la mala gestione, presente al Sud ma anche in alcuni ambiti del Nord. Secondo il presidente dell’Istituto superiore di sanità (Iss), Walter Ricciardi, esiste una disuguaglianza tra le regioni italiane in termini di salute ed efficienza delle prestazioni del Ssn, e «si tratta di differenze inique perché non ‘naturali’, ma frutto di scelte politiche e gestionali». Le università meridionali non attraggono studenti anzi li perdono, a favore di quelle presenti al Nord. Questo aspetto è probabilmente quello più doloroso, poiché i laureati meridionali tendono a restare nelle città ove hanno conseguito il titolo, e questo innesca un circolo vizioso determinato dalla perdita di risorse umane fondamentali per costruire un futuro, e per sostenere il bilancio demografico nei territori che hanno bisogno di sostegno, poiché già economicamente penalizzati.

Se negli anni cinquanta e sessanta si emigrava al Nord con la valigia di cartone oggi lo si fa con una laurea in tasca. Dal 2000 sono stati almeno 200 mila i giovani laureati che hanno lasciato il Meridione per trovare casa e lavoro da Roma in su. Un brain drain per il Sud (e brain gain per il Nord) con un costo non indifferente: 30 miliardi. A stimare la perdita netta degli investimenti in istruzione delle Regioni meridionali è uno studio contenuto nel numero monografico della Rivista economica del Mezzogiorno diretta da Riccardo Padovani ed edita dalla Svimez.

Nel caso italiano c’è un’area territoriale che riceve e l’altra che perde, mentre in generale è il sistema Italia che perde laureati a favore dei territori europei ed extra europei. In generale è aumentata l’offerta di lavoro precario e senza garanzie, la gig economy. Nella ricerca di un’occupazione stabile incide il ruolo attrattivo del Nord, confermato dai dati: «il Nord-ovest ed il Nord-est hanno i valori più alti di lavoratori a tempo pieno, rispettivamente 76,9 e 75,3 per cento, mentre il Centro presenta i valori più alti dei tempi indeterminati (89,6 per cento). Al contrario nelle Isole e nel Sud si registrano le percentuali più elevate di lavoratori a tempo parziale (rispettivamente 40,2 per cento e 36,6 per cento) e di lavoratori a tempo determinato (rispettivamente 14,3 per cento e 14,7 per cento)», ed ancora «nel Centro e nel Nord-ovest si hanno le percentuali più elevate di impiegati (41,1 e 40,7 per cento) e di quadri e dirigenti (6,2 per cento)». Al Sud non solo l’occupazione è minore, ma quella offerta dal mercato è persino occupazione precaria. In tal senso un soggetto politico serio e responsabile affronta le disuguaglianze territoriali e le disuguaglianze di riconoscimento affinché la collettività valorizzi ruoli, e aspirazioni delle persone consentendo loro di svolgere ricerche, studi e avviare attività utili ai territori economicamente più fragili proprio per ridurre le disuguaglianze sociali. Su questi temi drammaticamente seri e complessi, non c’è traccia nei programmi elettorali, per tale motivo è necessario che associazioni culturali, cooperative e ricercatori, tutti insieme affrontino le disuguaglianze e produrre politiche concrete per rigenerare le aree urbane economicamente depresse. Dal punto di vista della macroeconomia e secondo l’approccio post-keynesiano condotto sul piano bioeconomico, i fattori che determinano ricchezza suoi territori sono le politiche pubbliche che determinano e influenzano sia gli investimenti e sia il credito privato. Da un lato l’approccio monetario endogeno e dall’altro il riconoscimento dei limiti naturali e l’entropia, determinando scelte non più sul piano della razionalità economica neoclassica, ma sul piano dell’utilità sociale e del ritorno ambientale. I fattori di benessere economico che riducono le disuguaglianze sono il tasso di utilizzo delle capacità locali relative agli investimenti, le innovazioni tecnologiche e la produttività condizionata dai prestiti e dal ritorno economico degli stessi investimenti. Su principi e regole generali è fondamentale programmare investimenti pubblici e privati su due ambiti paralleli: le rigenerazione dei tessuti esistenti e l’apertura di attività manifatture leggere collegate all’innovazione tecnologica. Istituzioni, università, centri di ricerca e professioni dovranno cooperare verso un’unica direzione bioeconomica. Il budget totale del programma dei fondi strutturali 2014-2020 è di 645,7 miliardi di euro fra 28 Paesi UE. Oltre al fatto che questo è un budget decisamente insufficiente, nell’euro zona i paesi periferici hanno tutti un saldo negativo per la gestione stessa dell’UE. Secondo i dati della Commissione, l’Italia col suo mezzogiorno privo di infrastrutture e servizi, è l’ultimo Paese per utilizzo dei fondi comunitari, e risulta il principale contributore netto, con una differenza fra i versati e gli assegnati di €31,4 miliardi che lascia all’UE. All’Italia sono stati assegnati €44,6 mld ma ne ha utilizzati solo €5 mld. Casi analoghi sono la Spagna che versa €56,1 mld e può spendere fino a €39,8; il Portogallo versa €32,7 mld e può spendere €25,8 mld; la Grecia versa €26 mld e può spendere €21 mld. L’incapacità di utilizzare i fondi strutturali mostra tutta l’inefficacia del sistema UE, mentre le istituzioni locali non danno incarichi di progettazione. Ad esempio, l’Italia non ha una propria agenda urbana nazionale, e questa assenza di progettazione si riflette negativamente sulle opportunità di lavoro e sulla gestione del territorio. Anche la Polonia principale beneficiario con €86,1 miliardi assegnati, utilizza poco i fondi strutturali europei solo il 17%, poi seguono come beneficiari Italia, Spagna, Francia, Germania, Romania e Portogallo. La Finlandia risulta essere il Paese che utilizza meglio degli altri i fondi europei (€3,7 mld) nonostante sia fra gli ultimi a finanziare l’UE (la Finlandia ha versato €8 mld), poi seguono Austria, Irlanda, Lussemburgo, Grecia, Svezia, Portogallo, Francia, Estonia, Lituania, Danimarca, Cipro.

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