Realtà e credenze


Il ceto politico dirigente italiano, tutto, da trent’anni insegue due credenze: la prima è la religione capitalista liberale/liberista e la seconda è più una caratteristica padana/egoista, e cioè la famigerata secessione per applicare meglio gli interessi delle imprese localizzate al Nord. La prima credenza ha forgiato le menti del ceto dirigente di tutto l’Occidente, creando aree ricche e aree povere, mentre la seconda ha prodotto e produce i danni incostituzionali sempre più evidenti durante questa emergenza pandemica. Il ceto politico, per assecondare i capricci dei razzisti padani, partorì la famosa riforma del titolo V della Costituzione (art. 117) che concesse numerose competenze alle Regioni ma senza prevedere una clausola di supremazia per lo Stato centrale. L’emergenza covid-19 mostra i conflitti normativi fra i Decreti dei Presidenti di Regione e quelli del Governo, costretto a un coordinamento delle scelte politiche circa i provvedimenti da prendere, ma se ci fosse stata la clausola di supremazia questi problemi che riverberano sulla vita delle persone non ci sarebbe stati (incongruenze, divergenze e illegittimità). Anche su altre competenze vi sono problemi concreti, anche senza alcuna emergenza, e si tratta del governo del territorio ed dell’ambiente. In più di vent’anni dall’applicazione delle autonomie locali abbiamo un’Italia federale, nel senso che ogni Regione auto determina i propri servizi costruendo disuguaglianze territoriali sostenute dal famigerato “calcolo diseguale” inventato dallo Stato, che concentra le risorse della fiscalità generale a sostegno delle aree già ricche sottraendole a chi ne ha più bisogno, e poi gli Enti locali sono recintati dal patto di stupida e crescita dell’UE perché limita la spesa pubblica proprio dove è necessaria per eliminare le disuguaglianze, vietate dalla nostra Costituzione.

Il nostro ceto politico trascura la realtà territoriale italiana perché psico programmato dalla religione capitalista e spinto dagli impulsi egoisti delle imprese; fra ignoranza, stupidità e avidità, le istituzioni compiono scelte incostituzionali e immorali poiché una parte importante del Paese è stata lasciata indietro, al fine di condurla al sottosviluppo previsto dal capitalismo stesso. Il Nord, da decenni, è alimentato da risorse umane del Sud di ogni categoria sociale. Le nostre istituzioni funzionano male poiché sono il disegno di una religione molto precisa: creare disuguaglianze per favorire un ceto sociale localizzato al Nord, privilegiato in tutti i sensi, ed è lo stesso che sin dal Regno d’Italia, durante la dittatura fascista, e la Repubblica riesce a orientare la classe politica al fine di utilizzare le risorse di tutti per fini privati, conservando il proprio status quo. Ancora oggi, nonostante la pandemia mostra tutta la debolezza delle istituzioni di fronte a un fenomeno inaspettato e così veloce, le forze politiche di destra, oggi più razziste di prima, strumentalizzano i problemi delle persone per raggiungere il potere, sempre per fini privati.

L’altro campo politico, semplicemente, non esiste poiché sono pochissimi i cittadini con principi politici costituzionali, e non riescono a catalizzare l’attenzione del popolo sui valori della sinistra che potrebbero ridurre o eliminare le disuguaglianze, se fossero riscoperti e adottati. In Italia, gli ultimi sono svuotati di una propria cultura e identità politica, votano per i propri carnefici, mentre i problemi del territorio restano insoluti e col trascorrere del tempo si aggravano. Basti ricordare come il diritto a una vita serena è negato, soprattutto ai meridionali, dall’assenza di servizi adeguati grazie al disordine delle aree urbane estese (non pianificate), il dissesto idrogeologico, il rischio sismico, il sottosviluppo nel meridione e le bonifiche ambientali da fare. Questa è la realtà, molto più complessa e difficile di come viene sintetizzata, mentre il ceto dirigente insegue le credenze della religione capitalista.

La pandemia di covid-19 spinge i teologi del liberalismo a sospendere il dogma del “patto di stabilità e crescita” per favorire l’immissione di moneta nel mercato, ciò dovrebbe mostrare alle persone tutta la cattiva fede dei guardiani di questa religione, che per molti anni hanno imposto limiti ai Paesi dell’euro zona, e che all’occorrenza rinunciano al proprio credo per tenere in vita il capitalismo. Un altro dogma è rimesso in discussione il famigerato “debito pubblico”, e lo fa uno stimato cardinale della chiesta capitalista, Mario Draghi, che invita l’UE a trascurare il limite del debito per tenere in vita il capitalismo. La pandemia ha messo in crisi i dogma della religione capitalista e i cardinali sono costretti a rivedere i propri precetti al fine di dare ossigeno al libero mercato. Nonostante le evidenze non si ha il coraggio di abbandonare le religione capitalista, nonostante tutto non si vuole usare la saggezza e la civiltà per rimuovere le immorali disuguaglianze e lasciare che il pianeta guarisca dalle pesanti ferite inferte dall’idiozia economicista.

Un’altra triste evidenza emerge col trascorrere del tempo: l’Occidente liberista è meno resiliente della Cina, questo è un fatto. Un popolo saggio, alla luce di questa ulteriore esperienza (non bastava l’evidenza dei danni ambientali e delle disuguaglianze) dovrebbe ripensare il paradigma culturale dominante per superarlo poiché dannoso e obsoleto. Nel ripensare il paradigma di riferimento, sembra che alcuni (imprese private) intendano spingersi nel ridurre le libertà individuali attraverso controlli di massa e questo rischio va scongiurato ripristinando il ruolo pubblico dello Stato, sminuito durante gli ultimi trent’anni, per investire in ricerca scientifica, prevenzione e ripristino della sanità pubblica.

La pandemia ridefinisce l’economia reale, chiunque lo intuisce, lo percepisce e lo vive ma il pensiero dominante non è in grado di produrre soluzioni sostenibili per tutti, lo può fare solo secondo gli interessi del ceto dominante, poiché è lo stesso ceto che crea danni economici, e nei luoghi già marginali le scelte politiche andranno a trascurare le realtà territoriali più difficili, lasciando insoluti i danni sociali ed economici creati dalla pandemia. Tutto ciò si può intuire già oggi, perché il ceto politico italiano ha smesso di creare politiche industriali vere e proprie; da molti anni non si ripensano le agglomerazioni industriali già esistenti e non si pianificano attività produttive nei Sistemi Locali del Lavoro del Mezzogiorno d’Italia. Questo lavoro di programmazione è complesso e coinvolge università, centri di ricerca, imprese e cittadini, e nel Meridione non si fa più da molti anni. Dovrebbe esistere un coordinamento fra cittadini e ceto dirigente, intorno a una visione culturale e politica, ad esempio quella bioeconomica che ha la virtù di progettare sistemi territoriali sostenibili stimolando nuova e utile occupazione.

Critiche e proposte sull’UE circa le scelte economiche prese intorno all’emergenza covid-19 sono raccolte in un appello co-firmato da diversi accademici italiani.

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