Dall’inciviltà alla politica

Negli ultimi decenni i livelli di inciviltà e irresponsabilità politica hanno toccato quote altissime, colpa non solo del ceto politico: arrogante, ignorante, prevaricatore, incompetente e autoreferenziale ma soprattutto per colpa nostra, di noi cittadini altrettanto incivili e irresponsabili poiché la maggior parte di noi non ha né una cultura politica e né un’identità politica, e spesso usiamo il voto come gesto di inciviltà. Il nostro sport si svolge prevalentemente nei bar per parlare di temi che non conosciamo, ed esprimere giudizi non richiesti con atteggiamenti a dir poco cialtroni, e così in egual modo deleghiamo ad altri cialtroni la guida delle istituzioni, che di conseguenza sono lo specchio dell’inciviltà espressa dalla maggioranza degli elettori. Viviamo un corto circuito politico che si inverte attraverso percorsi di civiltà. All’inciviltà si risponde con umiltà, cultura e capacità nostre [da sviluppare formandoci una cultura politica] rimuovendo i cialtroni dalle istituzioni ma favorendo persone meritevoli capaci di produrre valore sociale, ambientale ed economico per tutti.

Se abbiamo il coraggio di lamentarci circa il ceto politico poiché è autoreferenziale e prevaricatore (spesso lo è ma non sempre), ebbene abbiamo tutta la libertà per cambiarlo ma per farlo con maturità e consapevolezza sarebbe saggio favorire la crescita di una classe dirigente diversa, aderente ai valori della Costituzione, colta, e capace; tutte caratteristiche che la maggioranza degli elettori non pretende perché compie scelte in base alla simpatia o all’antipatia, senza misurare il merito dei candidati.

Ad esempio, il mainstream è pieno di talk politici ove i politicanti possono svolgere la propria propaganda, cioè i media si limitano a riportare le opinioni degli invitati, e raramente fanno divulgazione colta e informata per aiutare i cittadini in percorsi di comprensione e conoscenza. Un’eccezione sono Presa Diretta e Report, che non influenzano il pubblico poiché occupano uno spazio mediatico ininfluente rispetto all’enorme massa di spazzatura chiamata infotainment (divulgazione e intrattenimento) e dal mero intrattenimento.

Il Governo italiano, dopo molti anni, grazie alla spinta personale del Ministro Provenzano, pubblica un piano politico per il Sud al fine di ridurre le disuguaglianze fra Nord e Sud. Intenzioni ottime e condivisibili, viene da scrivere: meglio tardi che mai…

Dalle intenzioni politiche governative, i meridionali dovrebbero cogliere tutte le opportunità che si presentano per migliorare e implementare il piano stesso studiando i modelli di rigenerazione territoriale e urbana già attuati e programmati nel mondo. La pubblicazione del piano è l’occasione pubblica/politica per smetterla di lamentarsi ma di innescare processi critici (riflessivi) per scoprire, conoscere e studiare programmi, piani e progetti che possono stimolare opportunità di sviluppo umano. Non si tratta di credere alle promesse di politici [sarebbe un errore di ingenuità] ma di avviare processi civili di azione politica partendo dalla riflessione e dalla condivisone di giusti obiettivi: ridurre le disuguaglianze territoriali.

Secondo il Forum DD, il piano del Governo sui temi della “Rigenerazione dei contesti urbani” dovrebbe essere affrontato «con maggiore decisione e con adeguati investimenti i temi ambientali e concentrando in modo più efficace le azioni nelle periferie e nelle aree marginali»; inoltre continua il Forum DD, «non si intravede il nesso, che è invece decisivo, con le azioni su scuola, salute, energia e abitazione prima richiamate. Né si intravede la volontà di affidare, come è indispensabile, la responsabilità di promuovere e di indirizzare tale nuovo intervento a un centro unico di competenza a livello nazionale, che assicuri un coordinamento fra Ministeri di settore e con le Regioni».

In buona sostanza, si riscontrano carenze politico-gestionali sugli annunci circa i processi di rigenerazione urbana che andrebbero coordinati dallo Stato [suggerisce il Forum DD], ad esempio, secondo la mia opinione attraverso il CIPU (Comitato Interministeriale delle Politiche Urbane), per assicurarsi modalità omogenee e trasparenza sugli stessi processi amministrativi e di pianificazione. Il CIPU dovrebbe presentare una propria agenda urbana e rurale bioeconomica, secondo il punto di vista della matura scuola territorialista da un lato, e dall’altro avanzare strumenti attuativi bioeconomici con la capacità di rigenerare le aree urbane e rurali realizzando l’approccio del metabolismo urbano, al fine di ridurre/eliminare sprechi energetici ma sfruttando le tecnologie innovative per creare occasioni di lavoro e realizzare la sostenibilità forte. Una regia e un coordinamento nazionale, servirebbe anche per far capire agli Enti locali la necessità impellente e saggia di promuovere piani intercomunali bioeconomici, poiché non esistono più le città dentro gli attuali e obsoleti confini amministrativi ma esistono, da anni, le nuove città estese che andrebbero governate con un cambio di scala amministrativa. Dentro queste dinamiche complesse bisogna stimolare la partecipazione politica ma attiva degli abitanti, affinché la maggioranza degli italiani smetta di lamentarsi in maniera cialtrona, e si inneschi un processo civico e civile dell’azione politica osservando il territorio, interpretandolo correttamente sui valori propri (storici, ambientali, sociali, economici e tecnologici), sui problemi di ogni località, e interrogando le nostre capace creative al fine di vivere meglio i nostri luoghi, cooperando per favorire lo sviluppo umano di tutti. Tutto ciò è responsabilità politica singola e collettiva perché noi siamo il problema e noi siamo la soluzione!

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Ridimensionare i Comuni

Osservando la trasformazione dell’armatura urbana italiana, appare chiaro che i Comuni attuali non rappresentano più i luoghi istituzionali efficaci per governare il territorio. Le aree funzionali (sistemi locali del lavoro), le reti di città e il policentrismo sono le interpretazioni territoriali e urbane che mostrano l’armatura urbana.

Oltre a ripensare i confini amministrativi dei Comuni è necessario ripensare i paradigmi culturali dei finanziamenti pubblici e privati favorendo l’approccio bioeconomico che offre opportunità e prosperità.

Pianificare i sistemi locali

Teorie della pianificazione
Fonte immagine: Maurizio Carta, Teorie della pianificazione, 2003.

Nella letteratura della pianificazione urbanistica e territoriale troviamo le risposte al governo del territorio. La scuola territorialista si ispira ai cosiddetti regionalisti (Mumford, Geddes, Kropotkin) e possiede gli strumenti culturali per suggerire le soluzioni migliori poiché ha sviluppato capacità bioeconomiche per governare correttamente le risorse e offrire nuove opportunità occupazionali utili al percorso di evoluzione.

Anche le istituzioni hanno valorizzato gli strumenti di analisi e di conoscenza del territorio rispetto al concetto di rete cioè di relazioni, e l’idea di sistema locale è senza dubbio corretta per interpretare meglio il territorio degli abitanti, un ulteriore passo va condotto alla scala urbana per suggerire la rigenerazione dei luoghi in chiave bioeconomica. Il concetto di rigenerazione urbana, ormai in voga, va condotto anch’esso nell’alveo della bioeconomia per liberare il disegno urbano dal distruttivo spirito del tempo capitalista, che volge al termine sia perché lascia la vecchia Europa e sia perché sta auto implodendo sulla propria avidità. Estimo e finanza vanno piegati e snaturati conducendoli sul piano dell’etica e dell’ecologia, ed è necessario fare lo stesso per la proprietà privata; in fine bisogna ripristinare il ruolo dominante dello Stato per conseguire uguaglianza e ridistribuzione delle opportunità per gli abitanti. In sostanza è necessario arrestare la rifeudalizzazione della società avviata dalla religione neoliberale e applicare la Costituzione italiana. Lo scopo dell’urbanistica è la tutela dei diritti attraverso un governo del territorio per scopi sociali, e non per fare profitto; e contrariamente a questi valori e principi è noto che il disegno urbano è stato piegato dal capitalismo sfruttando il sistema della rendita per creare profitti senza lavorare e finanziare le trasformazioni urbane rubando diritti ai ceti meno abbienti.

Sappiamo che l’élite finanziaria ha riprodotto il suo modello feudale anche nelle aree urbane, scegliendo per se gli ambiti ove stanziare i propri interessi, le chiamano città globali e li troviamo gli edifici della globalizzazione, i grandi eventi globali e gli immorali servizi offshore (New York, Londra …).

E’ altrettanto noto che dopo secoli di speculazioni il capitalismo ha indirettamente generato i sistemi urbani regionali, e i sistemi locali sono l’occasione per compiere un’efficace riforma istituzionale in termini amministrativi e gestionali poiché sono gli ambiti territoriali ove proporre piani territoriali e urbani bioeconomoci. Si tratta sia di unire i comuni razionalizzandone le funzioni e sia di avviare piani intercomunali auto finanziati da tasse locali e fiscalità generale rispetto ai nuovi ambiti territoriali. Dall’analisi delle aree urbane e dal coinvolgimento degli abitanti emergeranno le soluzioni migliori per riequilibrare il rapporto con la natura, recuperare i centri storici e le periferie, e recuperare standard mancanti.

Ciò che serve ai popoli è uscire dalla psico programmazione della pubblicità e dall’istruzione votata alla competitività, al consumo di merci inutili, alla stupidità collettiva, per fare l’opposto di quello ordinato dall’élite degenerata. Dobbiamo cooperare per tutelare i nostri luoghi e sviluppare modelli economici autarchici e rilocallizzare le produzioni, consumare cibo locale e trasformare i quartieri in ambienti urbani ricchi di bellezza e auto sufficienti energeticamente. La scommessa è con noi stessi per regalarci nuove opportunità di vita riprendendoci spazi di democrazia, uscire dall’idiozia dello spreco, scoprire la bellezza del nostro territorio e difenderlo da noi stessi.

Abbiamo la fortuna di nascere e vivere in uno dei Paesi più ricchi e belli del pianeta ma non lo sappiamo, è questo il nostro problema. Noi siamo il problema e siamo anche la soluzione: sconfiggere la nostra ignoranza funzionale e di ritorno. Pianificando i sistemi locali secondo i principi della bioeconomia potremmo indirizzare le nostre energie mentali nella più grande evoluzione sociale che non riusciamo neanche a sognare, poiché siamo ancora rinchiusi nella gabbia mentale costruita dal capitalismo. Se ripartiamo dalle coordinate principali: chi siamo e dove siamo, troveremo l’evoluzione della specie.

città in contrazione
Città in contrazione, elaborazione Giuseppe Carpentieri.

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La decrescita infelice di Matteo Renzi/2

Bisogna ammettere che in questi giorni abbiamo nuovi ed importanti sostenitori del cambiamento, persino il premier italiano torna a fare battute da cabaret, anziché prendersi la responsabilità delle proprie azioni di governo, e così il 7 febbraio 2014 Renzi dichiara: «io credo che siamo a un passo da un 2015 in cui l’Italia riprenderà a crescere. Ci sono tanti teorici della decrescita felice. Io ho visto gli ultimi 3 anni in Italia. Direi che come decrescita felice ci è bastato», ha proseguito Renzi, rilevando che: «c’e’ stata molta decrescita e poca felicità» (IlSole24ore radiocor). Nel suo modo di comunicare Renzi compie almeno due danni; ma quello più sostanziale è che vorrebbe far credere che la crisi sia colpa della decrescita felice e dei suoi sostenitori, un’operazione mediatica quasi da trattamento sanitario obbligatorio, poiché è lui che governa il Paese. Bisogna ammettere che la migliore sintesi politica e comunicativa sul cabarettista premier italiano l’ha realizzata un altro comico: «cari italiani, se sono riuscito a fottere uno come Berlusconi; a voi che siete gente semplice, avete idea di come possa ridurvi? State sereni!!!» (cit. Matteo Renzie/Maurizio Crozza, in “Dì Martedì”, 3 feb 2014)

Dal punto di vista macro economico l’Italia non è in decrescita, ma grazie all’implosione del capitalismo preconizzata da Keynes, l’Italia è entrata prima in un periodo di deflazione, e poi è iniziata la recessione. Tornando alla decrescita selettiva del PIL, magari fosse così, vorrebbe dire che la classe dirigente politica ha predisposto un piano per affrontare correttamente la recessione, e garantire un futuro di prosperità ai suoi abitanti. Entrando nel merito, ricerca e imprese stanno realizzando nuovi modelli di trasformazione e produzione delle merci, più sostenibili rispetto al passato, di fatto realizzando quei processi bioeconomici preconizzati dal padre della decrescita: Nicholas Geogescu-Roegen. Queste imprese stanno dimostrando come e quanto sia possibile un’altra economia uscendo dai modelli neoclassici che ignorano l’entropia e la biologia. Compiere trasformazioni sostenibili è un processo complesso ed è in corso d’opera l’evoluzione industriale, mentre esiste un ambito già maturo e che rappresenta un’opportunità straordinaria per aiutare il nostro Paese e realizzare comunità più conviviali migliorando la qualità della vita: la progettazione e l’industria delle costruzioni che ha sensibilità nella conservazione del patrimonio esistente e l’uso razionale dell’energia. L’Italia è l’unico grande paese dell’UE che non ha un’adeguata politica urbana e territoriale per affrontare il fenomeno delle città in contrazione, ed l’unico che non sta cogliendo l’opportunità di rendere le proprie città auto sufficienti e più sostenibili attraverso la rigenerazione dei tessuti edilizi arrivati a fine ciclo vita ed attraverso la rigenerazione dei centri storici. Sono 26 le città in contrazione con una perdita stimata di 2.414.770 di abitanti; buona parte di loro è andata a vivere nei comuni limitrofi ai grandi centri aumentando la complessità del governo territoriale. Gli effetti negativi di tale inerzia sono noti agli urbanisti, ma ricordiamone alcuni: la gentrificazione, un aumento dell’inquinamento e dello spreco di risorse energetiche, aumenta il consumo del suolo, un peggioramento generalizzato della qualità della vita poiché gli spostamenti non programmati fanno aumentare i carichi urbanistici, e quindi fanno congestionare nuovi centri urbani privi degli adeguati servizi sociali, culturali ed ambientali, con la conseguenza generalizzata dell’aumento di sprechi per la spesa pubblica e privata, che intacca i risparmi degli italiani. L’Italia è l’unico paese che negli ultimi trent’anni ha sottovalutato la contrazione dei principali centri urbani, semplicemente ignorandola nonostante fosse state osservata già negli anni ’70, e tale inerzia politica ha consentito un peggioramento della qualità vita per inseguire un’ideologia, il neoliberismo, che stava distruggendo ecosistemi ed identità culturali. La maggioranza delle città costruite dal dopo guerra in poi, non sono le città dell’urbanistica, ma sono le città del capitalismo. Tutto ciò è noto e mentre l’implosione del capitalismo genera opportunità per ricostruire e ripensare le città, finalmente progettandole con gli abitanti e per gli abitanti, l’Italia è l’unico Paese che sta ignorando questa opportunità poiché non ha una politica urbana adeguata, e non ha strumenti giuridici ad hoc per farlo, e questo il comico Renzi o non lo sa, oppure se lo sa: «cari italiani, se sono riuscito a fottere uno come Berlusconi; a voi che siete gente semplice, avete idea di come possa ridurvi? State sereni!!!» Ciò che ha partorito il Governo Renzi sul governo territorio, è la proposta indecente del suo Ministro Lupi.

Osservazioni: I termini crescita e decrescita non hanno accezioni positive o negative in se; ad esempio è sufficiente osservare che la crescita di una malattia non è un fatto positivo ma negativo, la decrescita della malattia è positiva. In ambito politico economico la crescita del PIL non è un fatto positivo in se, com’è noto. Il termine decrescita non è sostituibile poiché viene usato negli anni ’60-’70 in ambito economico in opposizione alla crescita del PIL; non esiste altro termine migliore per qualificare la critica del PIL, che per l’appunto decrescita del PIL. La questione comunicativa che alcuni fanno notare è figlia del fatto che si confonde facilmente la crescita col miglioramento, mentre in ambiti divulgativi sinceri, la questione della decrescita selettiva del PIL trova un’ampia gamma di vocaboli che declinano gli effetti virtuosi del cambio dei paradigmi culturali; il più popolare è sostenibilità (non l’ossimoro sviluppo sostenibile), poi resilienza, rigenerazione, transizione, prosperità, poi altri ancora ma più tecnici come conversione ecologica e bioeconomia. Con estrema onestà intellettuale, tutti questi obiettivi – sostenibilità, resilienza, rigenerazione, transizione, prosperità – per essere perseguiti, necessariamente, partono dal cambio di paradigma, che concretamente si attua solo attraverso un periodo tecnicamente denominato decrescita selettiva del PIL, poi adeguato in decrescita felice. Chiunque interpreti male il senso del termine, in buona fede o in cattiva fede, nella realtà comunicativa e percettiva non compie un vero danno, poiché non sta dicendo la verità del suo messaggio (decrescita selettiva del PIL), e volontariamente o involontariamente aiuta a far emergere comunque una verità insita nella decrescita stessa, già rilevata circa trent’anni fa, ma tenuta nascosta: bisogna uscire dal capitalismo applicando la bioeconomia. Rispetto agli anni ’60 quando si svilupparono aspre critiche al modello di sviluppo capitalista non c’erano tutte le ricerche e le pubblicazioni culturali inerenti alla decrescita, provenienti da tutto il mondo, come le abbiamo oggi, non c’erano le tecnologie della decrescita e gli strumenti di misura ampiamente in uso in diversi ambiti. E’ solo una questione di tempo e di volontà politica; non bisogna crearsi paure che non hanno motivo di esistere. Se la crescita del PIL non dimostra un miglioramento, perché tutti partiti sostengono la crescita del PIL? Perché con la crescita del PIL aumenta il gettito fiscale che viene gestito da tutti partiti, i quali possono distribuirlo dando priorità al proprio tornaconto, se diminuisce il PIL diminuisce anche il budget del loro tornaconto. Ma le tasse non servono a mantenere i servizi pubblici? Certo, ma all’interno di una società con un nuovo paradigma e con una forma di Governo federale tendente all’autogestione e la democrazia partecipava i cittadini ed i parititi dovrebbero preoccuparsi della felicità, e potrebbero co-decidere come destinare le risorse, riducendo e proporzionando correttamente le tasse e la funzione stessa dei partiti, privilegiando l’interesse generale.