Decrescita e lavoro

Il dibattito sul lavoro all’interno della bioeconomia assume una valenza importante e innovativa rispetto al paradigma predominante che usa la parola “lavoro” per nascondere un posto di schiavitù in un mondo di consumatori passivi. Il Capitale di Marx (che nessuno legge) ha egregiamente spiegato come il lavoro, all’interno della nostra società, è merce, e come tale viene trattata dalle imprese. Oggi le multinazionali riducono al massimo i costi attraverso le delocalizzazioni, il sistema offshore ed i paradisi fiscali. L’equivoco circa l’importanza sul lavoro nasce dalla stessa Costituzione ove c’è scritto che “l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Sappiamo bene che i dati sull’occupazione mostrano che l’obiettivo non è mai stato raggiunto, sia sotto il profilo della democrazia, poiché la forma adoperata è la democrazia rappresentativa degenerata in oligarchia, quindi mai verso il governo del popolo; e sia perché non si è mai raggiunta la piena occupazione. Dal punto di vista culturale l’articolo uno ha generato equivoci culturali poiché nel mondo occidentale, progressivamente, il posto di lavoro è stato sminuito fino a diventare sfruttamento e schiavitù. L’obiettivo di una società giusta non dovrebbe essere quello di alimentare le diseguaglianze ma di porsi l’obiettivo della felicità. Il paradosso grottesco della nostra malsana società è che nonostante la Costituzione indica con estrema chiarezza che la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo e si pone l’obiettivo di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano libertà, uguaglianza e lo sviluppo della persona umana; il legislatore dagli anni ’80 in poi ha ridotto il ruolo pubblico dello Stato sociale introducendo una giungla di norme che hanno aumentato le disuguaglianze, favorito l’accumulo di capitale privato in maniera immorale e impedito a fasce di popolazione sempre più ampie di vivere in maniera serena e soddisfacente. Questo meccanismo vizioso è sostenuto anche dall’apatia dei cittadini, pisco programmati dalla pubblicità che ha creato la servitù volontaria.

Sappiamo bene che i fattori della produzione: capitale, natura, organizzazione e lavoro all’interno del paradigma obsoleto sono sfruttati per far crescere il capitale, indirizzato e custodito in banche e paradisi fiscali. Lavoro e natura sono compressi e resi infinitamente piccoli, e com’è ormai evidente, le incongruenze di questo sistema stanno portando al collasso il capitale naturale, mentre la schiavitù (il lavoro salariato) si è spostata dall’Occidente verso tutti i paesi emergenti innescando la recessione e la riduzione della domanda interna. Un allievo – Jeremy Rifkin – di Georgescu- Roegen scrisse un famoso best seller dal titolo, La fine del lavoro, riferendosi proprio alla fine dei posti di schiavitù che l’industria ha inventato per avviare una prima fase di massimizzazione dei profitti. Oggi il profitto è accelerato sostituendo gli schiavi con i robot e poi delocalizzando le produzioni ove la schiavitù è a costi più bassi (facendo aumentare i margini di contribuzione), ove la schiavitù non è condizionata da principi delle Costituzioni occidentali, e dove non ci sono obsolete organizzazioni sindacali che potrebbero rallentare le catene produttive. Del resto, se non fossimo distratti, la storia insegna che le principali potenze economiche hanno costruito le proprie ricchezze proprio sulla schiavitù: USA e Inghilterra. Quando gli operai hanno saputo promuovere efficienti organizzazioni sindacali, le imprese hanno saputo eliminare alcuni aspetti violenti, e camuffare le loro intenzioni sotto mentite spoglie, inventando persino un pensiero “filosofico” persuasivo da insegnare a scuola e nelle università: economia neoclassica e capitalismo. La storia di queste potenze è tutta costruita su violenze, omicidi, furti, usurpazioni e guerre, modus operandi abbondantemente accettato da tutti i popoli occidentali.

Se le classi politiche e sindacali credono ancora nella lotta al posto di lavoro, ma in realtà si tratta del posto di schiavitù, allora tali classi sono del tutto anacronistiche, inutili e dannose allo sviluppo umano. Multinazionali e industrie sono a un livello di conoscenze e di produttività che questi signori, o non conoscono, oppure potremmo ascriverli nella categoria “utile idiota”. Ciò non vuol dire eliminare i sindacati, ma compiere un’evoluzione anche nell’organizzazione sindacale trasformandoli in movimenti a servizio dei diritti umani per liberare gli individui dalla schiavitù SpA. Organizzazioni con un profilo culturale dell’epoca che verrà; pertanto è necessario che i loro rappresentati facciano un corso approfondito sulla bioeconomia per immaginare il lavoro del presente futuro, e non più sull’impiego di schiavitù. La società può evolversi assumendo un nuovo approccio culturale: guardare al lavoro come opportunità di crescita individuale, e chi non intende lavorare per farlo, è sufficiente che non intacchi l’autonomia e la libertà delle comunità sostenibili. Già oggi sappiamo che sarà impossibile dare lavoro a tutti, e non è neanche dovrebbe essere auspicabile poiché si produrrebbe un danno ambientale insostenibile. Chi ha bisogno di un salario minimo potrà averlo, cioè che conta realmente è lo stile di vita. Prima di tutto bisogna smetterla di puntare alla crescita del PIL, poiché la crescita tramite l’innovazione tecnologica ha distrutto posti di lavoro, ha favorito la globalizzazione e le accumulate risorse monetarie attraverso la distruzione degli ecosistemi. E’ sufficiente consultare il sito dell’Istat per controllare l’aumento costante dei valori assoluti del PIL e confrontarlo col numero pressoché costante degli occupati. Non c’è da meravigliarsi, Georgescu-Roegen aveva già dimostrato la fallacia delle teorie neoclassiche. Una stima dell’associazione taxjustice.net circa i capitali generati dalla finanza.

Pensare di usare le logiche delle lotte sindacali all’intero di apparati incancreniti, equivale a compiere il ruolo del criceto dentro la ruota. Le soluzioni sono solo radicali, non esistono vie di mezzo. Durante anni ’50 e ’70 il tasso di alfabetizzazione e specializzazione era talmente basso che gli operai difficilmente avrebbero potuto controllare le produzioni. All’inizio del nuovo millennio, come sappiamo, i laureati ambiscono a scappare dall’Italia per far crescere le multinazionali che hanno avviato la distruzione della nostra industria manifatturiera. Il lato positivo di questa vicenda è che le conoscenze che consentono di liberare l’uomo dalla schiavitù sono ampiamente disponibili, e questo consente ai laureati e agli operai di appropriarsi direttamente delle produzioni (un sogno prefigurato negli anni ’60, oggi è possibile). Secondo aspetto caratteristico: il tema qualitativo del lavoro, non tutti i lavori sono utili, non tutte le imprese sono utili. I Sindacati, sbagliando, hanno sempre difeso qualsiasi tipo di lavoro senza alcuna distinzione di carattere ambientale. Ormai dovrebbe essere noto che la bioeconomia apre opportunità a impieghi che si distinguono dagli altri per l’aspetto qualitativo ed etico, e per questa ragione chi propone una decrescita selettiva del PIL fa un discorso che ha due aspetti importanti uno morale e l’altro pragmatico, perché consente di eliminare dalla società tutti i consumi inutili, generati propri dagli impieghi che fanno regredire l’essere umano. Il lato pragmatico dovrebbe essere abbastanza facile da capire, un processo produttivo che elimina gli sprechi energetici è più efficiente, e se le trasformazioni sono programmate tutelando la capacità auto rigenerativa del capitale naturale, accade che il processo produttivo sarà destinato a durare per sempre. E’ implicito che tale processo ignora l’avidità, ignora la crescita del PIL, ignora la pubblicità e tutte le strategie inventate dall’epoca moderna delle multinazionali che stanno conducendo l’Occidente all’auto distruzione.

Le privatizzazioni d’infrastrutture e servizi strategici hanno rappresentato un attacco alla libertà e all’auto determinazione della sovranità popolare. Stato, operai e cittadini devono riappropriarsi di settori e indotti fondamentali per l’interesse generale, e devono espropriare fabbriche e industrie dotate di mezzi e tecnologie strategiche per la sopravvivenza del Paese, dalla meccanica all’informatica, dalla manifattura alle telecomunicazioni. La libertà e la capacità di restituire dignità agli italiani passa attraverso la piena applicazione della Costituzione italiana, prima che questa sia cancellata, e sotto il profilo pragmatico passa attraverso l’ampliamento del concetto di “bene comune” affinché le comunità di cittadini possano riprendersi il controllo dei servizi pubblici locali (acqua, energia, mobilità, riciclo dei rifiuti).

Nell’ambito della recessione che stiamo subendo le uniche attività produttive che hanno retto all’impatto della crisi economica, sono quelle ad alta innovazione tecnologica impiegata nell’uso razionale dell’energia, questo indotto ha persino frenato la crisi delle costruzioni edilizie, anche grazie agli incentivi delle detrazioni fiscali associate agli interventi di risparmio energetico. Sotto il profilo del pragmatismo vuol significare una sola cosa, all’interno della globalizzazione la risposta occupazionale più efficace proviene dalle politiche di bioeconomia in quanto garantisco processi produttivi ad alta efficienza e sostenibilità economica.

Un altro ambito che cerca di riprendersi è l’agricoltura capace di tutelare il territorio dandosi l’opportunità di produrre secondo cicli e regole naturali (agricoltura sinergica), capace di comunicare un messaggio fondamentale per vita umana: alimentarsi in modo sano vuol dire prevenire malattie e migliorare la qualità della vita.

Mettendo insieme tutti i pezzi del puzzle emerge l’opportunità di un cambiamento radicale della società ove le persone non dovranno più essere irreggimentate, ma potranno scegliere una vita più serena. Per consentire questa evoluzione lo Stato deve uscire dal capitalismo, riprendersi il controllo dello strumento monetario, introdurre la meritocrazia nella pubblica amministrazione (Enti pubblici, scuola, università) e consentire alle persone più capaci di formare una società che va ripensata partendo dalle fondazioni. E’ sufficiente osservare che intere comunità possono diventare auto sufficienti per cogliere il cambiamento radicale, e solo per realizzare questo obiettivo ci sarà bisogno di nuova occupazione utile. Stato e imprese devono appropriarsi dei mezzi tecnologici per tendere a questo obiettivo: liberare le famiglie dalla dipendenza degli idrocarburi e creare le condizioni culturali per sviluppare la creatività necessaria per tendere alla sovranità alimentare.

Una delle strade più concrete e alla portata degli italiani è proprio la rigenerazione dei centri urbani. Poiché le conoscenze per una conversione ecologica delle città sono quelle più diffuse, e contemporaneamente più osteggiate giacché le famigerate rendite di posizione e una giungla di leggi immorali e sbagliate non aiuta i percorsi di pianificazione partecipata; ma ciò non vuol che non ci si riesca, vuol dire che bisogna rimuovere gli ostacoli costruendo una massa critica fra gli abitanti, e usare le corrette progettazioni e le corrette tecnologie per migliorare la qualità della vita.

In questo discorso intorno a “decrescita e lavoro” c’è sempre un filo conduttore “nascosto” e molto importante per tendere alla felicità: la riduzione delle ore di lavoro per liberare l’individuo dalla schiavitù. In società ove l’uomo controlla le tecnologie queste servono a garantirgli vantaggi sociali, cioè coltivare relazioni umane di qualità, in famiglia e per dedicarsi ai propri interessi culturali ed artistici. La riduzione di ore di lavoro non significa un minore salario, cioè minore potere d’acquisto, ma al contrario lo Stato deve intervenire e riprendersi anche il potere di condizionare i prezzi e realizzare l’equilibrio fra salario, prezzi ed offerta. Facciamo un esempio: vivere in una casa autosufficiente significa auto prodursi l’energia, quindi eliminare i costi delle bollette e quindi ridurre posti di lavoro inutili. I posti “persi” vanno spostati verso la realizzazione dell’efficienza energetica e la bonifica di siti inquinati, ciò vuol dire investire in formazione e accettare il fatto di dover retribuire persone che probabilmente non potranno svolgere altri impieghi. Le tasse dei cittadini dovranno esser utilizzate per gestire meglio le risorse umane, garantire un sostegno e un’opportunità di inserimenti lavoratori in ambiti diversi da quelli precedenti attraverso la formazione. Sotto questo profilo le organizzazioni sindacali hanno un ruolo decisivo poiché il progetto – rigenerare le città – richiede manodopera maggiormente qualificata rispetto al passato, grazie all’uso di strumenti di misura più sofisticati che vanno dal rilievo per la conservazione del patrimonio esistente sino all’uso razionale dell’energia, fino all’impiego di materiali biocompatibili con la vita, tutto passando per l’analisi del ciclo vita che ci consente di capire l’impatto di piani e progetti. Altri due ambiti che stanno sviluppando progetti bioeconomici sono la manifattura del tessile e la mobilità intelligente. Per evitare che queste opportunità rimangano sogni irrealizzabili all’interno di un ambiente ostile poiché la maggioranza degli abitanti vive in condizioni di servitù volontaria, è necessario che, chi ha i mezzi culturali ed economici si convinca di fare massa critica, e concentrare le proprie energie in territori favorevoli, compatibili per concretizzare una società libera e sostenibile. Uno o più modelli realizzati sono gli elementi che generano il cambiamento per il resto della società.

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Notizie positive, i consumi calano

Una persona in sovrappeso o grassa che compie un digiuno volontario fa una scelta positiva. Una persona magra che “digiuna” perché non ha cibo non compie una scelta e vive in miseria. Bhé, lo stile di vita degli italiani rientra nel primo esempio e per tanto dobbiamo metterci “a dieta” volontariamente scegliendo bene cosa mangiare per avere una qualità di vita migliore.

Il fatto che nel 2012 siano calati i consumi è da prendere come notizia positiva. E la crisi è un’opportuna per cambiare paradigma culturale rivedendo radicalmente i nostri stili di vita per aumentare la qualità della nostra vita. Spicca il dato positivo della riduzione dei rifiuti.

Com’è noto il pensiero di Confindustria è obsoleto e mira unicamente a massimizzare i profitti contrapponendosi agli interessi dei cittadini consumatori. Il cittadino intende risparmiare (cancellare sprechi) e magari autoprodurre l’energia di cui ha bisogno, mentre le SpA mirano a conservare gli oligopoli e il mainstream usa una comunicazione utile alle SpA.

Ridurre i consumi fa calare il PIL, com’è ovvio che sia. Ma se la riduzione del PIL dell’energia è legata alla cancellazione degli sprechi? Migliora o peggiora la qualità della vita? E se dopo la cancellazione degli sprechi l’energia necessaria fosse autoprodotta dai cittadini con fonti alternative? Migliora o peggiora la qualità della vita?

Possedere un’auto.

Il 7 gennaio 2011 ero fermo nel traffico, all’altezza di Roma, in autostrada A1. In un pomeriggio assolato, alle 16:15 un Ford Transit, guidato da un individuo in stato di ebbrezza, si evince dal verbale della polizia stradale, mi tampona distruggendo la mia auto: Ford Fiesta 1.8 TD.

Il destino ha voluto che vivessi ancora, ho riportato danni biologici ma sono vivo.

L’auto è stata demolita ed ho fatto un paio di calcoli su quanto costi possedere un’auto per 10 anni. L’anno 2001 acquisto auto nuova dando in cambio la vecchia Fiesta: ricordo a memoria, spesi circa €9.000. Volete sapere quanto costa l’assicurazione? Dal 2001 al 2010 ho speso €12.000 di premi assicurativi. Nel 2001, il primo anno – in 14 classe –  ho pagato €1.542 annui, poi nel 2010  – 5 classe – pagavo €967 (senza il furto). Ho conservato anche le fatture di tutti i tagliandi di controllo e manutenzione, costo totale €3.724,24. L’auto a diesel aveva percorso 176.581 Km e fatto il calcolo di spesa media dedotta considerando anche la variazione prezzi del diesel ed il “tracciato” risultano €9.530.

Aver avuto un’auto diesel 1.8TD per 10 anni mi è costato: €34.254,24.

Cosa dimostrano questi costi? Possedere un auto è un sacrificio che i cittadini possono evitare se ognuno di noi si rendesse conto di quanto spende per avere un mezzo inquinante.

Lo Stato deve assolutamente intervenire per diminuire l’uso dei mezzi in circolazione e sostituire tutti i motori a combustione con quelli elettrici, obbligando le SpA che inquinano: chi inquina paga.

Una città civile con un serio piano di mobilità sostenibile dovrebbe partire da questa filosofia: prima cammino, poi in bici e poi coi mezzi quindi: chilometri di piste ciclabili, bike e car-sharing elettrico, parcheggi scambiatori e mezzi pubblici ecologici, ecco questa è una proposta pratica per disincentivare l’acquisto di auto nuove poiché si tratta di una mobilità integrata a sostegno del pedone e non dell’obsoleta automobile. Se nel 2001 la mia città fosse stata dotata di mezzi ecologici alternativi, con un abbonamento annuo di €150 avrei potuto risparmiare €2.498/annui per spenderli, magari, in viaggi interessanti, libri o benessere fisico, invece ho prodotto solo danni ambientali. Avrei risparmiato tonnellate di CO2 equivalenti ma soprattutto non avrei immesso nanoparticelle nell’atmosfera che possono far insorgere cancro e neoplasie.

Immaginate le famiglie dove hanno un auto a testa: il padre, la madre ed i due figli.

Da gennaio cammino a piedi o in bicicletta, uso il treno se devo cambiare città o il pullman se piove. Sto pensando di comprare un auto ecologica usata mentre le auto elettriche nuove costano intorno ai €33.000, somma proibitiva, quindi sto pensando ad un’auto a metano. Sto ancora pensando se comprarla o meno poiché i costi di gestione sono alti (premi assicurativi e tagliandi di controllo) mentre il metano è decisamente meno inquinante dei derivati del petrolio (benzina, diesel e GPL) ed anche molto meno costoso, €/kg.

Nel 2011 comprare un’auto nuova non conviene. Se fossimo in un Paese normale il Parlamento introdurrebbe gli incentivi per sostituire i motori a combustione e non per le auto nuove. Ma purtroppo i Governi sono a servizio delle SpA e non dei popoli. E’ tempo di democrazia diretta!

“Estratto” da “Qualcosa che non va“:

Se da duecento anni usiamo ancora automobili a petrolio è perché in questo modo si creano consumi, cioè dipendenza. Se nelle nostre abitazioni si usa scaldare i cibi col gas, la motivazione è la stessa, si diffondono tecnologie che creano consumi e cioè dipendenza da qualcuno.

[…]

Le città moderne sono state progettate per le automobili e non per i cittadini. Ma in realtà, per avere una buona mobilità è efficace il principio cardine: prima cammina, poi vai in bici e poi in macchina.

Moriremo tutti sepolti dalle macchine: di questo passo l’iperbole rischia di avvicinarsi alla realtà perché il nostro parco circolante auto continua a crescere senza fine: +4,92% negli ultimi cinque anni. Un record inaudito non tanto per l’incremento percentuale (che comunque non si può ignorare perché siamo passati dalle 34.636.594 auto del 2005 alle 36.339.405 del 2009…) ma perché in Italia siamo già ampiamente oltre la soglia di guardia con la più alta concentrazione di macchine in Europa grazie all’incredibile rapporto di 59 vetture ogni 100 abitanti. […] Tante tantissime e non solo in rapporto alle strade che sono le stesse dagli anni Sessanta ma anche rispetto alla superficie della nostra nazione le auto iniziano a diventare troppe: se saldassimo insieme tutte le carrozzerie delle macchine in Italia arriveremmo all’incredibile numero di 248 mila ettari, ossia 248 chilometri quadrati: come se Milano e Firenze fossero interamente ricoperte di lamiera. Il fenomeno, forse è questa la cosa più strana, sembra sfuggito ai più. [1]


[1] Vincenzo Borgomeo, parco auto, crescita infinita siamo oltre i 36 milioni, 12 maggio 2010, http://www.repubblica.it/motori/ecoauto/2010/05/12/news/parco_auto_crescita_infinita_siamo_oltre_i_36_milioni-3999787/

Energia, basta poco …

La sostenibilità in edilizia è determinata dalla progettazione che disegna un involucro dell’edificio capace di garantire il comfort degli spazi interni con l’impiego di materiali a basso impatto ambientale. La progettazione deve tener presente i principi di eco-efficienza e di sufficienza energetica. Negli edifici esistenti si predispone la diagnosi energetica per misurare il reale fabbisogno. Allo stato attuale dei flussi energetici è importante ridurre la domanda di energia da fonte fossile (petrolio e gas) perché esistono sprechi evitabili con l’impiego di diversi “accorgimenti” e l’impiego di nuove tecnologie. L’eco-efficienza e la sufficienza energetica si raggiungono adeguando l’involucro dell’edificio ai nuovi standard che prescrivono la riduzione degli sprechi. Facendo manutenzione degli edifici esistenti è possibile ridurre la domanda di energia impiegando tecnologie che sfruttano le fonti alternative, raggiungendo due obiettivi: migliore comfort abitativo e cancellazione degli sprechi conseguendo un risparmio economico.

Risparmiare energia è così semplice che forse ci lascia davvero perplessi, a volte. Quando siamo andati a scuola il professore di fisica ci ha insegnato anche la trasmissione del calore ed avrà accennato alle capacità termofisiche dei materiali, se non lo ricordiamo è sufficiente rileggere i testi scolastici, comprarne uno o usare internet cercando i termini giusti, riguardanti la termodinamica, l’entropia e la trasmissione del calore.

fonte: Thomas Konigstein, manuale per costruzioni a risparmio energetico

Ricordiamolo, già a scuola si studiava la trasmissione del calore e i comportamenti quali: conduzioneconvezione ed irraggiamento. Tali leggi delle fisica ovviamente riguardano anche gli edifici considerati come sistemi termotecnici. Gli edifici che non disperdono energia (bassa trasmittanza termica), facendoci stare bene anche d’estate, sono i migliori poiché costruiti con determinati materiali capaci di trattenere il calore al proprio interno. Oggi è possibile far certificare i consumi delle nostre case, come indicano anche le etichette degli elettrodomestici, e sapere quanti soldi sprechiamo o risparmiamo.

Anche se in grande ritardo, oggi il risparmio energetico è argomento quotidiano, spesso amici e conoscenti mi pongono quesiti, legittimi, per capire come applicare il risparmio. Mi preme sottolineare che le cose sono molto più semplici e banali di quanto si possa immaginare. Prima di tutto non c’è alcun bisogno di inventarsi tecnici specializzati perché i progettisti sono pagati per risolvere problemi.

fonte: Norbert Lantschner, la mia CasaClima, Raetia

Dunque, consiglio banalmente di rispolverare la cultura di base che il liceo ci ha dato. I materiali hanno caratteristiche termofisiche e per farsi un’idea corretta è sufficiente comprendere queste misure. Vediamo se questo ragionamento può aiutare tutti: un edificio che disperde energia termica produce un costo/spreco e questo può rappresentare la base economica per finanziare la ristrutturazione edilizia. E’ il tipico ragionamento economico-finanziario delle ESCo (Energy Service Company) che realizzano profitti tramite progetti finalizzati all’efficienza energetica e l’uso degli incentivi delle fonti alternative. I cittadini potrebbero avviare una ESCo, tramite la banca locale, e finanziare la ristrutturazione edilizia dei volumi esistenti con l’obiettivo di realizzare una “smart grid“. In questo modo diventeranno produttori e consumatori (prosumer) di energia ma soprattutto liberi e indipendenti dalle SpA. L’atteggiamento appena descritto si può tradurre concretamente promuovendo cooperative edilizie ad hoc (iniziativa privata), e già esistono esempi progettuali di questo tipo che stanno rigenerando interi quartieri migliorando la qualità di vita. Esistono anche iniziative pubbliche, ma gli esempi più efficaci sono presenti fuori l’euro zona, o nei Paesi che hanno dato priorità agli aspetti energetici: USA, Canada, Finlandia, Svezia, Danimarca, Gran Bretagna, Germania, Austria e Svizzera. Il Parlamento europeo e il Consiglio hanno provveduto, tramite la Banca degli investimenti europei, a deliberare diverse direttive per incentivare l’efficienza energetica e ridurre l’uso degli idrocarburi (petrolio e gas), ma l’azione più efficace rimane l’iniziativa privata attraverso una banca locale capace di investire in progetti di qualità. Più in generale, oggi i cittadini hanno l’opportunità di puntare all’auto sufficienza energetica, ma per realizzare questo importante obiettivo è determinante sviluppare la capacità di valutare i progetti e coordinare un’azione popolare, “dal basso”, per programmare ristrutturazioni edilizie e urbanistiche. Persino le normative tecniche sono mature e prefigurano la realizzazione di edifici a energia quasi zero (nZEB), cioè edifici che mediamente nell’arco di un anno solare pareggino i flussi energetici in entrata e in uscita (“nell’arco di un anno solare una somma algebrica dei flussi energetici in ingresso e in uscita pari a zero”).

Le nostre case devono raggiungere l’obiettivo del comfort, cioè percepire la sensazione soggettiva di non sentire freddo d’inverno e non sentire caldo d’estate: benessere. Il comfort è figlio della progettazione architettonica e dei materiali impiegati. Se la vostra casa è progettata male, senza dubbio, raggiungere il comfort ideale richiede, rispetto agli errori del passato, un determinato esborso economico (rilievo e computo metrico estimativo). Per generare un risparmio sulla bolletta riducendo la domanda di energia, generalmente è possibile intervenire coibentando (“cappotto termico” dell’edificio) i muri perimetrali esterni e sostituendo gli infissi con quelli più efficienti. La ristrutturazione finalizzata all’efficienza energetica è detraibile. L’acquisto e l’impiego di impianti tecnologici che sfruttano le risorse rinnovabili presentano numerose soluzioni (solare termico, fotovoltaico, micro eolico, geotermico). In aree vicino al mare, ove la temperatura più fredda arriva a 5 gradi centigradi, è sufficiente coibentare e sfruttare i cosiddetti sistemi solari passivi, senza l’impiego di sistemi energetici attivi (ulteriore risparmio). Ed è la soluzione più diffusa per le aree urbane costiere centro meridionali.

Conducibilità termica di alcuni materiali, fonte: Yunus Cengel, termodinamica e trasmissione del calore, McGraw-Hill, pag.474

Prima di tutto bisogna prendere familiarità con la conducibilità termica λ [W/mk] (capacità di un materiale a condurre calore) e questa caratteristica deve essere ben evidenziata. Più la conducibilità di un materiale è bassa e maggiore sarà il vostro risparmio. La resistenza termica s/λ [m2K/W] e in fine bisogna conoscere la trasmittanza termica U=1/RT [W/m2K]. Ad esempio, le case certificate come CasaClima Oro hanno U < 0,15 W/ m2K sia per la parete esterna, sia per il tetto e Uw ≤ 0,80 W/ m2K per i serramenti. Solitamente, dopo una diagnosi energetica utile a rilevare dispersioni lungo i “ponti termici” (nodi strutturali, finestre …) i progettisti intervengono con materiale coibente e con infissi migliori per ridurre la domanda di energia termica (gas metano) e poi integrano la domanda di energia elettrica con l’impiego di un mix tecnologico rispetto alle risorse locali (sole, vento, acqua, geotermico).

Un buon progettista, considerando attentamente le opportunità del luogo, riesce a far captare la luce solare (sistemi passivi) invernale, utile fonte di calore e conservare un buon equilibrio termoigrometrico estivo evitando di consumare fonti attive di energia (termosifoni o condizionatori). Oggi, vi sono pompe di calore che riescono a scaldare e raffrescare (micro-trigenerazione) usando, l’aria esterna, la temperatura del sottosuolo, o la temperatura dell’acqua di falda (sistemi attivi).

I committenti dovrebbero sapere che oggi si può vivere in ambienti interni più sani e salubri per mezzo di materiali naturali e controllo dell’aria aumentando la qualità della propria vita, ed essi possono rivalutare il valore del proprio immobile, anche con alcune agevolazioni fiscali o addirittura con l’opportunità di guadagno diventando prosumer: produttore e consumatore di energia. Gli aspetti culturali, tecnici e progettuali sopra descritti tendono ad un obiettivo politico molto importante poiché è possibile transitare da un’economia dipendente dagli idrocarburi (petrolio e gas) ad un’economia dell’eco efficienza, e della sufficienza energetica dove edifici e quartieri costituiscono una rete intelligente di energia (smart grid). Questo obiettivo può essere finanziato con iniziative private (cooperative ad hoc) o tramite fondi europei e nazionali. Gli interventi di ristrutturazione si ripagano da soli grazie al sistema delle ESCo attraverso la qualità del progetto di efficienza energetica. Considerando che il costo delle bollette è in continuo aumento, poiché stiamo vivendo il picco del petrolio, e stiamo pagando i costi delle guerre sull’energia, è ragionevole intervenire prima possibile per eliminare questa dipendenza (idrocarburi).

Educazione civica

L’ultima puntata di Report consumatori difettosi”, di Michele Buono e Piero Riccardi, è stata straordinaria per analisi e proposte alternative all’obsoleto ed immorale pensiero dominante. La puntata dovrebbe far riflettere tutti circa la crisi perché essa non è temporanea ma strutturale cioè è solo l’effetto di un sistema di misura errato, perché la ricchezza non è la moneta creata dal nulla e prestata a debito, e non è misurabile col PIL. Queste perplessità erano già note, ed i cittadini dovrebbero chiedersi perché i dipendenti eletti non facciano nulla per introdurre criteri etici ed indicatori diversi – già noti – per tentare di misurare veramente la qualità della vita e sostenere la vera crescita creativa degli esseri umani.

Le scuole e l’università non perdano tempo, quella puntata è un ottimo strumento di studio per approfondire gli innumerevoli concetti espressi: moneta, debito, ricchezza, qualità della vita, crescita, decrescita felice, transition town, etica, democrazia, orti sinergici, autoproduzioni, consumi e stili di vita.

In “Qualcosa” che non va ci sono tutti gli argomenti trattati in “consumatori difettosi”, vi sono esempi e proposte progettuali per una società responsabile e consapevole.

Il signoraggio al cubo. Se abbiamo compreso il potere che risiede nel controllare la moneta, cioè controllare il valore delle “cose”, perché i cittadini non si indignano sul valore che le banche attribuisco a loro stesse attraverso gli strumenti finanziari? (il club dei derivati) Perché i cittadini si lasciano ammazzare e sfruttare col loro lavoro mentre i banchieri (BIS, FMI e BM) scommettono sulla morte e sulle vite di cittadini e stati? Ci rendiamo conto che formule matematiche valgono più della creatività umana? Il mondo virtuale vale più della capacità umana? Cos’è il valore?