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Posts Tagged ‘DiEM25’

La sinistra in Parlamento non è rappresentata, ma non è un caso perché nella nostra società la maggioranza degli aventi diritto non sa chi sai Marx e la critica sociale all’economia capitalista. Questa assenza non è la semplice conseguenza dell’ultima e recente gara elettorale, ma come molti dicono è la conseguenza di un lento e lungo processo di disgregazione sociale e degenerazione morale. Questo processo di regressione è cominciato col tradimento degli ideali politici, cioè quando il ceto politico imploso su stesso per i casi di corruzione diffusa scelsero di aderire ai programmi della religione neoliberista che ha annichilito il ruolo pubblico dello Stato per favorire gli interessi delle imprese private nei processi decisionali politici. Sulla base di questa religione tutti i partiti, destra e sinistra, hanno costruito il mostro chiamato Unione europea, ed hanno scelto di favorire l’aumento della produttività delle multinazionali, sempre secondo il modello macro economico neoliberista che favorisce l’accumulazione dei capitali in maniera molto veloce rubando legalmente la ricchezza (off shore) e sprecando risorse (usurpazione dei beni comuni). Tutti dicono, ed è vero, che i ceti più deboli non sono più rappresentati politicamente, e così mentre aumentava il disagio economico e sociale, la maggioranza degli italiani ha iniziato a non votare più, oppure inizia togliere fiducia ai partiti più noti per scegliere quelli più “nuovi”, i quali hanno saputo strumentalizzare il malessere sociale innescato dal capitalismo.

In questo discorso sulla scomparsa della sinistra ci sono opinioni differenti, c’è chi pensa che la sinistra abbia commesso errori non vedendo i cambiamenti in corso (M. Fana & L. Zamponi); c’è chi crede che esista un popolo di sinistra che vota per il M5S (S. Borghese, V. Fabbrini, L. Newman) e c’è chi suggerisce di spezzare il legame fra lavoro e reddito (E. Ferragina). Studiosi raccolti nel “Forum Disuguaglianze Diversità” fotografano i luoghi ove il consenso populista ha fatto il pieno dei voti, cioè nelle periferie delle città e nei luoghi rurali abbandonati. Altri intellettuali, da molti anni, sanno bene che è stato il neoliberismo ad annientare la sinistra, ma non perché gli ideali socialisti non fossero giusti, ma perché nel ceto politico hanno prevalso sia l’illusione di cavalcare il mercato sottovalutando la lezione di Marx (praticamente tutti i governi di centro sinistra), e sia la corruzione morale e materiale (i governi di centro durante gli anni ’70, e di centro destra degli ultimi vent’anni). Durante la crescita degli anni Sessanta e poi negli anni Settanta cominciano i guai politici, soprattutto con gli ultimi governi Andreotti, con l’ingresso nello SME, e la lenta e progressiva distruzione dello Stato sociale, le delocalizzazioni, le privatizzazioni e la rifeudalizzazione degli Enti locali. Dall’obiettivo della piena occupazione quasi raggiunta durante gli anni Sessanta e Settanta (tasso di disoccupazione intorno al 6%), si passa alla fase liberista, e così si interrompe il ruolo pubblico dello Stato. Oggi viviamo proprio nell’epoca in cui il rischio della tecnica descritto da Heidegger guida i politici, e il nichilismo è ampiamente diffuso.

Il mio modesto parere è che innanzitutto non esiste un vero e proprio popolo di sinistra, o per lo meno sono rimasti solo pochi reduci. Gli italiani non possono votare più per il PCI dal 1989. In Italia, i comunisti non esistono, e come ormai si comincia ad osservare e scoprire, le politiche socialiste sono sparite dall’agenda politica di Parlamento e Governo, a partire dall’inizio degli anni ’80, e questa scelta politica è una delle ragioni dell’aumento delle disuguaglianze di reddito, sociali e di riconoscimento che ritroviamo nelle aree urbane e nei territori rurali.

Esistono due generazioni di giovani che non sanno cosa sia la sinistra, e votano o per i populisti razzisti o per la nuova democrazia cristiana, cioè il M5S, organizzata come Forza Italia. Il problema culturale e politico è ricostruire una cultura politica di sinistra fra gli italiani, e come direbbe Marx è fondamentale che ci sia una coscienza di classe. La maggioranza dei ceti più deboli, senza rendersene conto, quando si reca alle urne vota ingenuamente per i loro carnefici: Forza Italia, PD, Lega ed M5S. La mia modesta esperienza mi racconta che la maggioranza delle persone, che oggi si attiva in politica, non distingue la destra dalla sinistra, non ha mai letto Marx, non conosce il liberalismo; alcuni non hanno mai letto la Costituzione, e non sanno neanche quali siano i valori della carta costituzionale. La categoria degli attivisti, così sono chiamati i cittadini che si organizzano nelle liste civiche o nel cosiddetto M5S, è una categoria eterogenea, c’è di tutto, dallo studente al laureato, ma spesso lo stimolo che li aggrega è la rabbia condivisa, o la frustrazione, spesso dichiarano di sentirsi vessati dallo Stato, oppure non hanno un impiego sicuro e desiderano prendersi una rivincita contro la classe dirigente italiana. Disagio sociale, povertà e rabbia uniscono gli ultimi contro chi li governa, ma tale energia è sfruttata dai partiti, non per migliorare la loro condizione ma per sostenere il peggior ceto politico che si possa immaginare: narcisista, egocentrico, vanesio, a volte psicotico ma utile all’élite. Anche in quelle poche occasioni ove persone istruite si siano attivate, l’hanno fatto per tornaconto personale, e insieme ai frustrati hanno adoperato pratiche di delazione per delegittimare meritevoli e capaci. Nelle dinamiche collettive dei gruppi di politicanti, l’invidia sociale aggrega i cialtroni che aggrediscono i più capaci. Il comportamento sociale adottato spesso dagli attivisti politici, che criticano chi li governa, è identico a quelle famigerate correnti dei vecchi partiti, già denunciate da Berlinguer nella famosa intervista sulla crisi morale degli stessi partiti. I politicanti si organizzavano per la presa del potere secondo il tornaconto personale, non per altruismo, adottando qualsiasi mezzo possibile, a volte anche illegale. Sono rare le occasioni ove gli attivisti diventano altruisti, propositivi e costruttivi, e sempre più spesso sono i notabili locali che facilmente prendono il controllo delle liste civiche e dell’elettorato, inserendo nelle istituzioni locali personaggi che rappresentano l’establishment. Se l’Italia funziona male, a mio modesto parere la responsabilità è, prima di tutto, di noi italiani e poi dell’ignobile ceto politico. Questa confusione culturale e politica è la naturale conseguenza di tre processi: l’assenza di un partito di sinistra, lo sviluppo della globalizzazione neoliberista, e la crescita del nichilismo nella cosiddetta società liquida. La combinazione dei tre processi ha costruito questa nuova società, che secondo lo scrivente ha caratteristiche neofeudali poiché, buona parte dei rapporti sociali ed economici coincidono col vassallaggio. In questo contesto, è normale avere Comuni amministrati da burattini che applicano logiche speculative assecondando gli interessi delle imprese private, e un Parlamento di persone nominate dai partiti. Lo scopo dei partiti è tutelare l’establishment, secondo i dogmi della religione dominante: il neoliberismo.

Un soggetto politico di sinistra, che finora non esiste, deve ripartire dall’altruismo insito nel processo democratico per favorire i talentuosi, i meritevoli e i capaci. Attraverso l’approccio socratico del dialogo e la sperimentazione dei processi creativi possiamo stimolare forme assembleari di democrazia partecipativa, al fine di includere le persone che desiderano attivarsi in politica per occuparsi del bene comune. Insomma bisogna fare l’opposto dei partiti populisti, oggi fra i più votati dagli italiani, anche se millantano la soluzione dei problemi, agli occhi attenti degli osservatori sono palesemente auto referenziali, non democratici e prevaricatori. Dobbiamo avere la pazienza e la saggezza di formare una nuova classe dirigente praticando la democrazia. E’ l’unico modo civile per avviare processi che stimolano soluzioni sostenibili aiutando le comunità locali nel riprendersi il controllo delle risorse pubbliche. Alla rabbia e alle frustrazioni bisogna rispondere con spirito creativo, per stimolare interesse e curiosità nelle persone che vogliono partecipare, e organizzare gruppi di civiltà che usano la cultura per rigenerare sé stessi, progettando un futuro migliore e prosperoso per tutti. In che modo? Innanzitutto partendo dal proprio territorio, osservando le istituzioni, il loro “pensiero” e stimolando un senso critico. Sono necessari luoghi e incontri organizzati per auto formarsi. La complessità della nostra società interconnessa ci costringe a studiare e interpretare la globalizzazione e il mondo locale. Alcune proposte politiche emergono dalle indicazioni del “new deal” proposto da DiEM25 di Varoufakis, che suggerisce di trovare le risorse tassando la grande ricchezza accumulata dalle imprese. Una proposta è quella di tassare il rendimento dei capitali per finanziare il cosiddetto “dividendo universale di base”, cioè le risorse non provengono dalla fiscalità generale ma direttamente dai profitti privati. Secondo l’idea di Varoufakis, solo i più ricchi al mondo dovranno partecipare alla costruzione di un fondo per aiutare i più poveri, e non gli Stati. Un’altra proposta è programmare investimenti nei processi produttivi chiamati “green”, ma dovrebbero essere i processi tecnologici suggeriti dalla bioeconomia, che riducono l’impatto ambientale delle trasformazioni; così come la rigenerazione urbana e territoriale secondo la scuola territorialista, capace di creare occupazione utile e osservare gli insediamenti umani come sistemi metabolici per ridurre gli impatti e usare razionalmente l’energia. Partendo da questi temi si rinnova la sinistra perché mette al centro delle politiche il lavoro, l’ambiente e lo sviluppo umano. Durante questi ultimi trent’anni la società è degenerata e con essa la sinistra è sparita, adesso spetta ai cittadini riappropriarsi di valori politici utili al cambiamento e per rinnovare la democrazia.

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Ho aderito al manifesto di DiEM25 poiché condivido l’analisi critica sull’UE e l’obiettivo di introdurre la democrazia nell’UE. Dal sito di DiEM25 leggiamo che «l’UE deve diventare il regno della prosperità condivisa, della pace e della solidarietà per tutti gli europei». E’ la descrizione di un sogno e di una visione molto bella, ma per trasformare tali sogni in realtà è necessario organizzarsi e cambiare passo, per osservare attentamente quanto la realtà sia diversa, complessa e difficile.

La sintesi politica sull’UE è perfetta: «debito, sistema bancario, povertà, bassi investimenti, migrazioni», e inoltre si afferma che DiEM25 è lo strumento per «elaborare una risposta comune a questa crisi» e che le istituzioni dell’UE diventino trasparenti e responsabili verso i cittadini europei. DiEM25 si è organizzato con un “Gruppo consultivo”, un “Collettivo di coordinamento” e con gruppi di volontari “DSC”. Nel “Gruppo consultivo” ci sono anche personalità importanti e note provenienti dal mondo accademico e dello spettacolo, tali personalità possono contribuire a dare qualità alle proposte di cambiamento su temi economici e sociali. Nel cosiddetto “Collettivo di coordinamento” troviamo le persone più attive nell’organizzare e promuovere DiEM25. Le competenze di alcune personalità presenti in DiEM25 sono più che sufficienti nel compiere un’analisi corretta e proporre soluzioni per migliorare l’UE. Trasformare le proposte che possono emergere da DiEM25 in azione politica efficace è un lavoro diverso, molto complicato e difficile.

In Italia, DiEM25 è pressoché sconosciuto ma come tutti i progetti neonati le cose possono cambiare. Navigando il sito di DiEM25 e frequentando il forum di DiEM25, cioè dialogando con altri cittadini europei, credo di coglierne le difficoltà attrattive e di partecipazione. L’approccio e i temi del manifesto sembrano distanti dalla vita quotidiana delle persone, e poi c’è la barriera inevitabile della lingua straniera. Penso che noi italiani conosciamo poco o nulla dell’UE. Inoltre, la gravità della recessione economica non incentiva le persone nell’impegno politico, ma contribuisce a rinchiuderle nei propri problemi sociali, economici e culturali per sperimentare soluzioni improvvisate utili a sopravvivere. Nel meridione d’Italia il tasso di disoccupazione è così alto che dovrebbe stimolare i giovani a occuparsi di politica ma da decenni accade l’esatto opposto. Per «elaborare una risposta comune a questa crisi» non bisogna commettere l’ingenuità di ignorare le peculiarità sociali ed economiche dei territori e delle regioni europee. E’ necessario che DiEM25 sviluppi la capacità di calarsi e vivere i territori coinvolgendo direttamente le persone di quegli ambienti, invitandoli a suggerire e applicare le soluzioni politiche.

Oltre al manifesto politico, per il momento DiEM25 non propone altro. Il mio auspicio è che la visione bioeconomica entri nel manifesto e che le politiche urbane occupino un posto di rilievo per le proposte politiche. La ragione è semplice, circa l’80% della popolazione occidentale vive nelle città, perciò chiunque studi e si occupa dell’esperienza urbana si sta occupando della vita delle persone. E’ nelle città che si manifestano i più grandi squilibri sociali dell’Occidente, è nelle città che si creano le più grandi opportunità economiche e sociali per le persone. Le città sono contemporaneamente i luoghi delle opportunità e i luoghi del disagio e del degrado.

Osservando la realtà è facile riconoscere come e quanto le aree urbane italiane siano diverse dalle altre, non solo per il patrimonio costruito, per le dimensioni ma per le caratteristiche fisiche del territorio e per l’uso che le imprese e gli abitanti fanno delle risorse. Nel resto d’Europa non esiste lo stesso rischio sismico e idrogeologico che troviamo in Italia, nei balcani e in Grecia. Di fronte a queste sfide, spesso la classe dirigente politica è incapace e irresponsabile sia nell’ascoltare le categorie di esperti, e sia nel programmare la normale manutenzione del territorio riducendone i rischi.

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Progetto Share, Commissione europea.

 

DiEM25 dovrebbe sostenere politiche urbane bioeconomiche partendo dalla realtà territoriale che non è affatto uguale in tutta Europa, e pertanto non esistono soluzioni e modelli generali da poter vendere nel mercato politico.

L’Italia, diversamente dagli altri, è il paese che ha scelto di “privatizzare” il governo del territorio, perdendone il controllo pubblico dell’attività edilizia, e favorire la rendita privata più degli altri. Ciò ha costituito e costituisce tutt’oggi un conflitto politico sociale ed economico che ancora non trova soluzione, e la ragione è soprattutto politica, oltre che culturale. Negli anni della ricostruzione post bellica fu il partito comunista a rappresentare le battaglie contro le rendite, e com’è noto non avendo la maggioranza politica dagli elettori italiani non riuscì a tutelare adeguatamente il territorio e contenere il disordine urbano, se non in quelle città amministrate direttamente dal PCI. Dopo la scomparsa di Berlinguer (1984) c’è stato il nulla, e in Italia non esiste un soggetto politico che si renda conto degli enormi problemi sociali, ambientali ed economici innescati dal disordine urbano, costruito nei decenni precedenti, dalle rendite di posizione e dagli attuali piani urbanistici pensati partendo dal profitto dei privati. Ancora più grave non c’è un soggetto politico che abbia il coraggio di opporsi a tutto ciò.

Esiste invece un’idea generale da poter suggerire, e cioè la territorializzazione delle politiche urbane. Ad esempio, i comuni del meridione d’Italia hanno tutte le opportunità di migliorare le condizioni di vita degli abitanti attraverso un percorso di riterritorializzazione bioeconomica che crea occupazione utile. Territorializzare significa ridurre la dipendenza dal sistema globale, e può avvenire programmando l’auto sufficienza energetica e di cibo; programmando processi di rilocalizzazione produttiva (manifattura leggera, trasporti, comunicazione, rigenerazione urbana) e orientando i consumi su merci locali.

Il meridione d’Italia, diversamente da altre aree geografiche non ha una “rete delle città“, cioè non esiste una diffusa infrastruttura ferroviaria che unisce tutte le città ma solo alcune, non c’è in Sicilia, non c’è fra le città costiere pugliesi, campane e calabre. Non c’è un’adeguata rete ferroviaria in Sardegna. Per costruire quello che già esiste in Europa, è necessario che la Repubblica torni ad applicare la sovranità e programmare politiche pubbliche socialiste incoraggiando i centri di indirizzo e controllo politico coordinando gli istituti accademici, i centri di ricerca e le associazioni affinché il progetto culturale condiviso si traduca in politiche industriali bio economiche capaci di finanziare connessioniattività e strutture fondamentali per favorire opportunità dello sviluppo umano. Territorializzare significa dare senso, significato, forza e vita alle persone che vivono i luoghi utilizzando le risorse in maniera razionale e valorizzando il sapere locale. Dal punto di visto politico significa cambiare il paradigma culturale della società ma è necessario farlo se vogliamo sopravvivere e costruire un futuro sostenibile.

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Occupazione in Europa, fonte immagine Openpolis, Piove sempre sul bagnato.

 

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Per semplificare la complessità della società spesso si usano etichette a sostegno di teorie e analisi. Negli ultimi trent’anni caratterizzati dall’esplosione del nichilismo liberale si sono etichettate ben due generazioni di giovani, la generazione X (i nati fra gli anni ’64 e ’80) e Y (i nati dopo gli anni ’80 e l’inizio nuovo millennio) spesso connotandole di giudizi dispregiativi e negativi. L’evoluzione dell’industrialismo, l’impiego della finanza per creare denari dai denari e la sostanziale vittoria della cultura liberale ha ridotto, nei decenni, il numero degli operai e di conseguenza annullato il peso dei sindacati, spesso piegati sulle posizioni dei padroni. Nel Novecento e all’inizio del nuovo millennio c’è stata una lotta di classe ed è stata vinta dai padroni.  Nel Novecento c’è stata, all’insaputa di una generazione, una vera e propria lotta generazionale, i nati fra gli anni ’30 e ’60, nonostante il peso di due guerre e la ricostruzione del Paese, abbracciando l’egoismo della religione liberale, hanno distrutto il presente e futuro dei propri figli e nipoti (generazioni X e Y). E’ evidente che questo ragionamento è una generalizzazione finalizzata a selezionare all’interno del conflitto generazionale un collegamento, un ponte per riformare il pensiero e progettare una società migliore. La stranezza è che proprio dalla storia si potrebbero estrarre i giusti insegnamenti, basti osservare l’inizio del Novecento. Si sbagliò per ben due volte poiché alla risposta di recessione economica si fecero emergere due regimi autoritari. I regimi furono utili al capitale. Oggi l’idiozia dell’élite europea promuove le politiche di austerità e i venti dei regimi autoritari soffiano forte, nuovamente per favorire il capitale.

Le ragioni per cui non accade nulla, alludendo al fatto che la popolazione italiana nonostante sia capace di percepire un malessere comune non abbia fatto alcun che per migliorare il proprio Paese, di fatto favorendo lo status quo, tali ragioni sono veramente profonde e una leva determinante per il cambiamento è l’energia delle generazioni XY, oggi inutilizzata e canalizzata in sedicenti movimenti politici “rivoluzionari”, un inganno perfetto per lo status quo.

In quest’ottica sarebbe fondamentale un “sindacato” delle generazioni XY, cioè un movimento culturale che sappia analizzare la società e rappresentare le istanze di due generazioni stroncate dalle politiche liberali, neoliberali e ultraliberiste che oggi guidano l’UE e che sono alla base di tutti i partiti politici italiani di maggioranza e di opposizione.

Giacche costituzione italianaUn contenitore culturale per far crescere e sviluppare i nuovi paradigmi culturali è senza dubbio il nascente movimento DiEM25, che nel suo manifesto pone l’accento sul cambiamento dei Trattati europei poiché sono lo strumento giuridico usato dall’élite per governare 500 milioni di cittadini. I Trattati di fatto contrastano e/o cancellano la Costituzione repubblicana, che da un lato va difesa nei principi e nei valori (artt. 1 – 12), ma la stessa Carta va adeguata all’epoca che verrà nella parte riguardante i “rapporti economici”. Quella parte della Costituzione ha favorito il capitalismo nichilista e materialista. Inutile sottolineare che l’articolo 81 è alieno ai principi costituzionali, e solo una classe politica moralmente corrotta ha potuto vendere un popolo intero sull’altare della stupida religione neoliberale. Il limite culturale della Carta costituzionale si intuisce, essa fu scritta dai partiti otto-novecenteschi inventati dall’industrialismo, e così dopo 68 anni la società che ereditiamo è praticamente nichilista, sia a danno della spiritualità umana e sia a danno dell’ambiente in cui viviamo.

Lo slogan di DiEM25 è democratizzare l’Europa altrimenti si disintegrerà. Non c’è dubbio che questa UE, che non è l’Europa, è un’organizzazione mostruosa inventata per l’avidità delle imprese e delle banche private, non c’è dubbio che le regole fiscali europee stiano distruggendo comunità e popoli (disparità fra Paesi “centrali” e “periferici”). DiEM25 e il dibattito che vuole sviluppare dovrà avere maggiore onestà intellettuale e coraggio morale per programmare una vera transizione politica ed economica e per uscire dal capitalismo, la religione che sta distruggendo la specie umana. Non si tratta solamente, come raccontano i post-keynesiani di restituire la sovranità monetaria per sostenere l’effettiva domanda aggregata, ma si tratta di cominciare a vivere come esseri umani poiché è la fotosintesi clorofilliana che consente di vivere su questo pianeta. Sperare di sostenere l’effettiva domanda aggregata è persino sbagliato, visto che i limiti fisici del pianeta sono noti e la distruzione degli ecosistemi è sotto gli occhi di tutti. L’Occidente deve ammettere i propri limiti culturali che hanno radici lontane sin dalle ideologie illuministe, l’evoluzione del capitalismo, la costruzione della società moderna e il determinismo, fino alla religione finanziaria liberale che stacca completamente l’uomo dalla natura.

Come direbbe Socrate questa società costruisce la sua realtà basandosi sulle opinioni e non sulla ricerca della verità. Le opinioni politiche espresse su facebook e twitter sono le verità dei politici che rimbalzando nei media diventano la neolingua che scrive nelle menti dei cittadini apatici e nichilisti. Se i cittadini si rifiutassero di seguire questi slogan, e come insegna Socrate andassero alla ricerca della verità tutto il teatro politico si scioglierebbe come neve al Sole.

In questo periodo di crisi della rappresentanza politica e della partecipazione attiva dei cittadini, credo sia doveroso proporre un percorso per riprenderci un’identità culturale, e lanciare un “Manifesto” politico per produrre un dibattito pubblico circa il cambiamento culturale che può consentire all’intera società di approdare in un’epoca nuova, adeguata alle opportunità offerte dall’evoluzione del pensiero e l’innovazione delle tecnologie a servizio dell’uomo in armonia con la natura. E’ necessario percorrere una transizione chiamata “decrescita felice”, per uscire dall’economia del debito, per uscire dal capitalismo, e costruire le basi culturali, sociali, istituzionali e tecnologiche per l’epoca nuova che ci consente di realizzare una prosperità per le presenti e future generazioni.

La Sinistra come noi l’abbiamo studiata e “conosciuta” è nata fra il Settecento e l’Ottocento, ed è “terminata”, per l’Occidente durante il Novecento; il secolo ove il capitalismo ha saputo prosperare e crescere, fra gli USA e l’Europa, nella versione più sincera e vera: cioè il neoliberismo, che ha sostituito Stati, Nazioni e modelli democratici, attraverso una progressiva trasformazione della società e delle istituzioni per mezzo della propaganda, della manipolazione psicologica, per mezzo della matematica finanziaria, le regole degli istituti bancari e la tecnologia informatica piegata agli interessi di determinate multinazionali.

Le generazioni XY possono trovare le proprie legittime aspirazioni di una vita migliore nella bioeconomia, che consente di proiettare la nostra società fuori dal capitalismo ma in un futuro prosperoso per le presenti e future generazioni, e diversamente dalle generazioni dei nostri nonni e bisnonni, potremmo costruire un piano di occupazione utile grazie all’evoluzione culturale. E’ grazie alla bioeconomia che possiamo osservare il nostro patrimonio e valorizzarlo col giusto approccio dove il ben-essere coincide con lo sviluppo delle proprie aspirazioni individuali. Il capitalismo ha costruito una società del sopravvivere, cioè ha condannato la popolazione al sotto-vivere favorendo un malessere psichico. La bioeconomia favorisce l’arte del vivere poiché uscendo dal materialismo economico, uscendo dalla competitività e dall’accumulo di merci inutili, tutta la società potrà orientarsi verso lo sviluppo umano, e osservando il nostro patrimonio, la bellezza e i tesori del paesaggio, potremmo finalmente investire nelle conoscenze che ci aiuteranno a bonificare, conservare, valorizzare i beni comuni. Per far questo abbiamo bisogno di filosofia cioè della saggezza del saper vivere, e della comprensione umana che richiede apertura, empatia e simpatia; tutte caratteristiche che non appartengono all’economia capitalista poiché è la misura dei costi e dei prezzi, una religione totalmente priva di etica. Un percorso per le generazioni XY, come potrebbe suggerire Edgar Morin è composto di “tappe” la comprensione, il riconoscimento dell’errore e la riforma del pensiero per cambiare i paradigmi culturali della società, in questo modo potremmo scoprire la nostra condizione umana.

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Varoufakis insieme ad altri personaggi pubblici lanciano DiEM25, un progetto politico europeo che intende cambiare l’architettura dell’Unione Europea. E’ la speranza che ci vuole e può diventare un progetto concreto se mantiene fede al manifesto. Alcuni passaggi sono essenziali:

  • Le regole dovrebbero essere al servizio degli europei, non il contrario.
  • Le monete dovrebbero essere degli strumenti, non una finalità.

La risposta che da ai Verdi europei mi lascia intendere che Varoufakis riconosca i limiti culturali degli economisti: «per dire tutta la verità, alcuni di noi della vecchia guardia della Sinistra, della Socialdemocrazia, dei Sindacati, della tradizione Liberaldemocratica, abbiamo in passato dato scarsa attenzione all’effetto corrosivo sul nostro stesso pensiero della mentalità della crescita ad ogni costo. Da allora abbiamo compreso l’entità dell’affaticamento del nostro pianeta (causato da un’umanità guidata da una miope massimizzazione del profitto privato, o accumulazione del capitale, come noi a Sinistra preferiamo chiamarla) e la semplice verità che la giustizia sociale non può mai prevalere se la società umana continua distrattamente ad erodere l’ambiente. Ciononostante, sebbene abbiamo aperto gli occhi su questa realtà, abbiamo bisogno che voi, i giovani Verdi Europei, ci teniate attenti alla centralità dell’agenda ambientale nel forgiare lo stato mentale necessario per sostenere un qualsivoglia progetto progressista».

Il manifesto di DiEM25 focalizza il fatto che la crisi attuale dell’Europa si può riassumere in cinque fattori: il debito pubblico; le banche; l’insufficienza di investimenti, i flussi migratori e; l’aumento della povertà. Avrei aggiunto, la stupidità di credere che il capitalismo sia utile all’essere umano.

Per cambiare l’architettura dell’Ue è necessaria la volontà politica della maggioranza assoluta dei Paesi e non basterebbe poiché dovrebbero essere tutti d’accordo. Per costruire un’Ue socialista è necessario introdurre la sovranità economica e politica nelle mani del Parlamento europeo. Secondo i post-keynesiani l’Ue dovrebbe essere organizzata come gli Stati Uniti d’America, con una banca centrale che segue le intenzioni politiche del Congresso. Secondo il mio modesto parare, restituire il controllo monetario ed economico a un’istituzione eletta dal popolo, è fondamentale, ma questo non risolve i problemi delle disuguaglianze esistenti. Credo sia fondamentale avere il coraggio di programmare l’uscita dal capitalismo, cioè uscire dal piano ideologico della «crescita ad ogni costo» ed entrare nel piano della bioeconomia. Per dirla molto chiara, se sono ancora gli economisti a dettare l’agenda politica siamo già morti, le soluzioni più concrete non si troviamo sul piano ideologico dell’economia che mercifica tutto, ma sul piano della creatività umana, della chimica, della biologia e sull’uso razionale dell’energia. L’economia neoclassica non è compatibile con la specie umana e con i limiti imposti dalle leggi della fisica. Il capitalismo non è compatibile con la democrazia che DiEM25 intende introdurre nell’Ue. L’obiettivo della specie umana non può essere l’accumulo, come direbbe Aristotele; non può essere il profitto come direbbe Antonio Genovesi. Fummo fatti per perseguire virtù e conoscenza, ci direbbe Alighieri. Se la democrazia è il metodo per prendere decisioni, l’educazione e la cultura ci consentono di prendere quelle migliori, guidati dall’etica e dalla saggezza, direbbe Platone. Le disuguaglianze si potranno ridurre se e solo se le istituzioni politiche approdano sul piano politico socialista aggiornato dalle conoscenze bioeconomiche per programmare comunità in equilibrio con la natura e stimolando l’occupazione utile. Per ridurre la disoccupazione è fondamentale riterritorializzare attività e funzioni nelle aree decolonizzate dalla globalizzazione neoliberale.

Il tradimento politico dei partiti di sinistra rispetto ai valori originari e ai cittadini che ambivano di rappresentare è chiaro a tutti. Destra e sinistra sono categorie che appartengono alla storia, ma questo non significa che non esistano più valori del socialismo, dell’uguaglianza e dell’ambiente. E’ vero il contrario, oggi il mondo occidentale esprime il pensiero unico dominante, come chiunque possa riconoscere, ed è il pensiero neoliberale che ha schiavizzato i popoli.

Il salto culturale che il pensiero socialista deve fare è quello di liberarsi del materialismo insito al paradigma della crescita, poiché anche il socialismo ha favorito il capitalismo, si è nutrito dal suo tavolo e condotto le persone verso il materialismo annullando la parte spirituale dell’essere umano. E’ stato un errore, così com’è noto l’errore marchiano di non conoscere le leggi dell’entropia. Mentre la DC è stato il partito che ha rappresentato l’élite, il PCI ha sopito sul nascere il famoso dibattito circa i limiti della crescita, iniziato negli anni ’70. E’ l’economia che non funziona poiché riconduce tutto alla mercificazione. Siamo l’unica specie di questo pianeta che produce scarti e distrugge gli ecosistemi, siamo l’unica specie che compra e vende merci attraverso una moneta. DiEM25 se vuole democratizzare deve affrontare gli enormi limiti culturali dell’economia (e degli economisti) e riconoscere che il capitalismo è sinonimo di violenza e distruzione. Fatto questo la creatività umana ha già le soluzioni per migliorare la qualità della nostra vita, ripiegando la tecnica (finanziaria, economica, tecnologica) nel suo posto a servizio della specie umana. Se non abbiamo il coraggio di affrontare questi argomenti …

DiEM25 si pone l’enorme e corretta ambizione di democratizzare l’Europa, ma non può farlo senza la bioeconomia che consente di raggiungere l’obiettivo dell’uguaglianza senza depredare le risorse finite del pianeta. La bioeconomia, soprattutto, ci consente di programmare e progettare la società che tutti noi sogniamo, sostenibile e duratura, attraverso l’uso razionale dell’energia e delle risorse limitate, e tutto ciò stimola nuova occupazione utile.

In questo periodo di crisi della rappresentanza politica e della partecipazione attiva dei cittadini, credo sia doveroso proporre un percorso per riprenderci un’identità culturale, e lanciare un “Manifesto” politico per produrre un dibattito pubblico circa il cambiamento culturale che può consentire all’intera società di approdare in un’epoca nuova, adeguata alle opportunità offerte dall’evoluzione del pensiero e l’innovazione delle tecnologie a servizio dell’uomo in armonia con la natura. E’ necessario percorrere una transizione chiamata “decrescita felice”, per uscire dall’economia del debito, per uscire dal capitalismo, e costruire le basi culturali, sociali, istituzionali e tecnologiche per l’epoca nuova che ci consente di realizzare una prosperità per le presenti e future generazioni.

[…]

Nel riconoscere i limiti culturali e strutturali del capitalismo, un nuovo movimento politico italiano può trovare la risposta necessaria per proporre un cambio dei paradigmi culturali e sostenere quei cittadini, quelle associazioni e quei movimenti culturali per sviluppare un percorso fondamentale utile a costruire la società dell’epoca che verrà; un’epoca ove uguaglianza, diritti e democrazia possono realizzarsi attraverso l’uscita dal capitalismo e l’ingresso nella bioeconomia.

Per dare soluzioni concrete applicabili domani mattina:

Per dare energia allo sviluppo e aggiustare le città è sufficiente osservare i criteri economici e finanziari che giudicano gli investimenti. La valutazione degli investimenti poggia sui criteri di “sostenibilità economica” e “sostenibilità finanziaria”. I Governi possono stabilire che la parte della “sostenibilità economica” (in realtà si tratta di convenienza economica poiché misura il ritorno economico degli investitori) è finanziata con moneta sovrana a credito. Entrando nel merito, per liberare le capacità creative utili a migliorare la qualità della vita è sufficiente darsi criteri non speculativi seguendo l’etica, e utilizzare la moneta sovrana a credito per la coesione sociale ponendosi limiti bioeconomici per impedire il collasso del pianeta.

Il modello più democratico che esiste in Europa, è fuori dall’UE ed è noto, è quello Svizzero di cui non c’è traccia nel manifesto di DiEM25. Pensare di introdurre la democrazia entro dieci anni come auspica DiEM25 è demagogia. Pensare di cambiare la politica è auspicabile ed è doveroso. E’ più facile cambiare gli stili di vita, come sta già accadendo grazie alle tecnologie. Modificare gli stili di vita è un obiettivo percorribile entro un programma di dieci anni, e si può fare molto di più grazie alla bioeconomia e alle sperimentazioni democratiche. Un modello veramente democratico non è centralizzato come si auspica, col serio rischio di imitare il modello USA, dove non esiste una democrazia matura per l’evidente prevalenza della religione capitalista incompatibile con la libertà e la democrazia stessa. Per costruire il potere del popolo (democrazia) è necessario favorire l’auto determinazione e decentrare poteri e funzioni per poi federare, cioè dialogare su pochi temi, nella sostanza la democrazia è l’opposto dei modelli USA ed UE, che sono sistemi feudali per favorire gli interessi delle imprese. Un modello democratico copia incolla i sistemi biologici, le reti di scambio. La Svizzera è l’esempio più democratico che esista e funziona poiché i Cantoni sono ambiti territoriali ristretti, come le Province italiane (fateci caso le Province sono state “abolite”). Non bisognava costruire l’Europa delle Regioni, ma l’Europa delle Province. Non tutto è perduto, l’Ue studia i sistemi locali del lavoro, ambiti costruiti sulle relazioni, come le reti. Dunque è facile intuire quale possa essere la vera riforma democratica: una moneta sovrana a credito a servizio delle comunità (Province e sistemi locali) con finanziamenti per la coesione sociale, per favorire nuova occupazione rigenerando i territori e rilocalizzando le produzioni favorendo sistemi autarchici (auto sufficienza energetica e sovranità alimentare). Il presente futuro della specie umana dipende dall’avvio di un nuova epoca costruita sulla bioeconomia. DiEM25 può scegliere se favorire la nascita di un’epoca nuova o meno, auspico che lo faccia.

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