Un classico della speculazione

Le recenti cronache giudiziarie romane, ancora una volta mostrano un modello classico della speculazione. Se sono stati commessi reati, sarà la magistratura ad accertarlo. L’attenzione dei cittadini dovrebbe concentrarsi sul governo del territorio e sull’interesse generale che gli amministratori pubblici devono perseguire. Questo caso dovrebbe insegnare ai cittadini che la scelta politica di non applicare l’interesse generale, e di favorire l’interesse dei privati, andando contro il proprio PRG e la legge urbanistica, ricorda il vecchio conflitto politico-culturale sull’urbanistica, conflitto vinto dai liberali. La vicenda fa emergere come l’imprenditoria privata si lega al potere. Cronache giudiziarie mostrano che il costruttore Parnasi pagava la Lega, e il M5S una volta al governo della città veniva “avvicinato” dagli imprenditori. La cronaca sembra mostrare che non c’è indipendenza del ceto politico, ma il solito asservimento anche in violazione delle leggi. Il caso è da manuale, ed è in replica in quasi tutti i capoluoghi di provincia e regione, ove speculatori privati annunciano di voler costruire un nuovo stadio, o ristrutturare quello esistente, ma in realtà è un’operazione immobiliare per sfruttare la notissima rendita. Questi progetti, com’è il caso romano, o pretendono una deroga alle norme, o devono rimettere in discussione il piano urbanistico. Nella consuetudine italiana, queste operazioni sono continuamente sostenute dal ceto politico peggiore d’Italia, e cioè Sindaci e Consiglieri, totalmente privo di cultura urbanistica e architettonica. Questi Sindaci e Consiglieri sono solo meri esecutori degli interessi privati, che nel nostro Paese significa neoliberismo e aumento delle disuguaglianze. Da circa 60 anni la maggioranza degli amministratori locali ha favorito rendite, e distrutto il territorio, ed oggi continua a farlo col sostegno elettorale. L’urbanistica non nacque per creare profitti ma per ridurre le disuguaglianze, risolvere problemi ambientali e costruire servizi e diritti per tutti i cittadini.

Enzo Scandurra: La «questione stadio» nasce quando l’ultimo governo Berlusconi lancia un disegno di legge che considera «urgente e indifferibile» costruire nuovi stadi. Ma è un cavallo di Troia, perché autorizza intorno agli stadi la costruzione di vere e proprie new town.

Il tutto in barba alla tutela del paesaggio: per velocizzare «le necessarie varianti urbanistiche e commerciali» le garanzie di legge venivano annullate mediante il teatrino di una conferenza dei servizi e la «dichiarazione di pubblica utilità e indifferibilità e urgenza delle opere».

Quella norma non fu mai approvata come legge autonoma, ma venne riversata con un colpo di mano dal governo Letta nel comma 304 della legge di stabilità 2014: è su questa base che le procedure per lo stadio furono avviate, e la giunta Marino le dichiarò di pubblica utilità e urgenza: lo sport come cavallo di Troia per rilanciare la cementificazione del paesaggio.

stadio Roma arresti e corruzione

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Nichilismo urbano

Il tema non è nuovo, anzi è contemporaneo ed affrontato egregiamente da uno storico dell’architettura fra i più bravi e brillanti, il prof. Renato De Fusco scrisse un libro tal titolo eloquente Architettura come mass medium. De Fusco non usa la definizione di “nichilismo urbano” ma si rifà ad Heidegger, Durkheim, Adorno e la scuola di Francoforte e molti altri critici della società dei consumi per condurre le sue indagini sulla semiotica dell’architettura. Nel testo troviamo le chiavi di lettura di molti fenomeni urbani di quest’epoca tremenda, dal punto di vista sociale, economico, urbanistico e per l’appunto architettonico.

Non sorprende che una capitale europea come Roma non sia amministrata e governata degnamente, e come molti osservatori hanno già scritto questa crisi viene da lontano, mentre i cittadini non sono affatto innocenti poiché i loro rappresentanti sono stati votati.

Dal punto di vista urbanistico e architettonico, l’ormai famigerato caso della speculazione di Tor di Valle, è l’ennesimo tassello dell’epoca odierna: il capitalismo neoliberale che produce nichilismo urbano. Questo è un fenomeno occidentale molto diffuso e applicato dagli amministratori locali, i quali non sono più chiamati a pensare e dialogare con i cittadini. Da molti anni si è consolidata una prassi che troviamo in tutte le città globali e anche nelle periferie economiche. I capitali privati decidono dove e come investire mentre il territorio è merce a loro disposizione. Gli investitori si affidano alle cosiddette archistar che hanno l’opportunità di esprimere il proprio ego e le proprie sperimentazioni stilistiche auto referenziali. Il mondo capitalista è lo spirito del tempo che sfrutta la pubblicità e i medium di massa per imporre il proprio nichilismo. In questa regressione culturale spariscono sia l’architettura e sia l’urbanistica, e restano le costruzioni della pubblicità ma soprattutto i simboli delle multinazionali, i loghi, i marchi, il brand. Nell’accezione economica liberale, le costruzioni edili sono merce che creano “ricchezza” per accumulare capitale e porre garanzie sui debiti privati. In buona parte degli Enti locali non siedono uomini di cultura capaci di leggere l’urbanistica e l’architettura, ma troviamo mediocri amministratori, utili a vendere la merce dei padroni.

La storia dell’urbanistica, se fosse letta anche dai cittadini, insegna che per garantire diritti a tutti gli abitanti, il territorio non deve rispondere alla religione economica, poiché esso è sia una risorsa finita e sia luogo per costruire diritti e servizi utili allo sviluppo umano. Uno dei padri dell’urbanistica, Howard, mostrò che attraverso il sistema delle cooperative si potevano realizzare città intere, indirizzando il profitto delle rendite alla costruzione dei servizi collettivi e sfruttando il diritto di superficie per i residenti con un canone sufficiente a pagare gli investimenti e costi di gestione. Era un sistema dove i soggetti privati si prendevano cura della cosa pubblica non per trarne profitto ma per realizzare diritti senza scaricare i costi sullo Stato. Poiché tale sistema è figlio di un’idea socialista se non addirittura comunista (condivisione del bene comune), esso è stato appositamente scartato dai liberali, i quali hanno saputo psico programmare tutto l’Occidentale con lo slogan laissez faire al mercato, con l’intento opposto ai socialisti di incarnare il vero spirito capitalista, cioè accumulazione, profitto e l’avidità. Da circa trent’anni, tutte le nostre politiche urbane sono forgiate dall’avidità dei privati che applicano il laissez faire, nonostante sia noto a tutti che tale religione è la radice della gentrificazione urbana, della crisi sociale e del degrado urbano, oltre che della rapina economica dei privati contro la collettività.

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Letchworth, fondata da Raymond Unwin e costruita secondo il piano Ebenezer Howard

 

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Neoliberismo, rendita e speculazione

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Negli anni ’60 e ’70 la classe politica era decisamente divisa, e l’urbanistica è stata la tematica del conflitto politico più acceso con la vittoria dell’ideologia liberale, quando vinse la battaglia sul regime dei suoli sacrificando la proposta del Ministro Sullo (1962). Da un lato la visione costituzionale circa l’esproprio e l’utilità sociale della proprietà e dall’altro la visione liberale del laissez faire al mercato.

Prevalse l’ideologia capitalista liberale spazzando via la riforma che tutelava l’ambiente e di conseguenza la specie umana. Verso la fine degli anni ’80 e inizio anni ’90 si dissolve il partito comunista, lo strumento portatore di interessi generali circa il governo del territorio, e l’ideologia liberale non avendo più argini prosegue la sua cavalcata nella distruzione del territorio. Negli anni recenti (inizio nuovo millennio) si è avuta un’impressionante accelerazione circa il consumo di suolo agricolo, mentre il patrimonio esistente, storico e moderno arrivato a fine ciclo vita, è vittima dell’ignoranza e dell’incuria dei cittadini e di una classe dirigente politica incapace e inadeguata. Gli italiani non hanno più un soggetto politico di riferimento che sappia interpretare e applicare la conservazione del patrimonio esistente e il corretto utilizzo delle risorse naturali.

La pianificazione urbanistica è l’attività finalizzata all’individuazione delle regole da seguire per l’utilizzazione del territorio allo scopo di consentire un uso corretto e rispondente all’interesse generale. L’attività pianificatoria è discrezionale, cioè libera nei mezzi e vincolata nel fine, pena l’illegittimità dell’azione stessa e del suo risultato. Cos’è l’interesse generale? E’ l’applicazione dei principi costituzionali. I principi legati al governo del territorio sono espressi negli artt. 2, 3, 9 e 42. «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità»; «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana»; «tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione»; «la proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi di interesse generale». Negli ultimi 70 anni sono pochi i Comuni che hanno interpretato correttamente il mondato costituzionale dell’urbanistica, spesso ha prevalso la speculazione e pertanto ereditiamo aree urbane degradate.

Oggi mediocri arroganti, votati dai cittadini, occupano le istituzioni continuando a distruggere il territorio italiano. Anche se nelle istituzioni ci sono persone elette ma mediocri, costoro non possono prendere decisioni contro la Costituzione e contra legem. Fra pettegolezzi da bar, polemiche infantili e commenti da cabaret, l’avidità dei più forti economicamente decide le sorti del Paese. E così da Roma a Firenze, ancora una volta la rendita immobiliare consuma suolo solo per generare accumulazione di capitale. I politicastri che occupano le istituzioni ignorano i problemi sociali delle città, alimentano il famigerato fenomeno di gentrificazione e ghettizzano i ceti economicamente più deboli; tutto ciò attraverso il sostegno elettorale. Sembra assurdo ma non lo è, poiché la classe operaia non esiste più mentre i poveri votano per i propri carnefici, che una volta al potere eseguono gli ordini di coloro i quali hanno millantato di combattere.

Ancora oggi le città sono considerate merce e le trasformazioni urbane sono realizzare per aumentare la produttività delle imprese, e non per sostenere lo sviluppo umano. Le città sono merce, nonostante questo non sia neanche il dettato costituzionale e neanche della legge urbanistica nazionale. Il capitalismo è una forma sofisticata di razzismo basata sulle opportunità economiche, ed ha sfruttato la tecnica della pianificazione urbanistica per usurpare e allontanare i ceti meno abbienti dai territori che l’élite sceglieva per se, ciò è sempre esistito, poi nell’Ottocento la finanza affinò la fattibilità delle trasformazioni urbane per scaricare i costi prima sul nascente stato moderno, e poi sul cosiddetto libero mercato perseguendo due vantaggi tipici per i razzisti, impedire ai ceti economicamente più deboli di vivere in luoghi urbani meglio progettati e guadagnare senza lavorare attraverso la rendita.

Edoardo Salzano, Anna Marson ed Enzo Scandurra: «quanto sta accadendo a Roma – il caso della realizzazione del nuovo stadio – evidenzia in modo eclatante come l’urbanistica sia ormai relegata, dall’ideologia neoliberista dominante da tempo, a un ruolo subalterno e quindi miseramente perdente, rispetto alla centralità che un tempo possedeva nella progettualità riformista».

Scrive Vezio De Lucia: «l’imprudenza di Paolo Berdini non può trasformarsi in un viatico per l’approvazione dello Stadio. Il progetto che va sotto il nome Stadio della Roma è forse la più grossa speculazione fondiaria tentata a Roma dopo l’Unità d’Italia. Un milione di metri cubi a Tor di Valle, in una fragile ansa del Tevere non lontana dall’Eur, località difficilmente accessibile, servita solo dalla Roma-Lido, la peggiore ferrovia d’Italia. Un milione di metri cubi equivale a dieci volte il volume dell’Hilton, l’albergo su Monte Mario della Società generale immobiliare contro il quale, a metà degli anni Cinquanta, si mobilitò l’Espresso (che aveva pochi mesi di vita). «Capitale corrotta, nazione infetta» è il titolo dell’articolo di Manlio Cancogni che dette il via a una memorabile campagna giornalistica, politica e morale, contro il malgoverno urbanistico. All’Espresso si affiancò Il Mondo dove scriveva Antonio Cederna che nell’occasione coniò l’hilton, unità di misura della speculazione edilizia: un hilton = centomila metri cubi. […] Questo modo di fare politica si chiama trasformismo. Fu definita così la pratica politica sostenuta dal presidente del Consiglio Agostino De Pretis che, in un famoso discorso a Stradella nel 1882, si rivolse agli esponenti della destra affinché si trasformassero e diventassero progressisti. Da allora, il trasformismo, da De Pretis a Mussolini a Matteo Renzi al M5S, è diventata la più funesta malattia non solo della sinistra ma di tutta la politica italiana».

Giuliano Santoro: «non c’è ancora un via libera ufficiale alla cittadella che sorgerà a Tor di Valle col viatico del nuovo impianto, ma poco ci manca. Tanto che dopo giorni di attesa, l’assessore all’urbanistica Paolo Berdini annuncia le sue «dimissioni irrevocabili». «Mentre le periferie sprofondano in un degrado senza fine e aumenta l’emergenza abitativa, l’unica preoccupazione sembra essere lo Stadio della Roma», è il grido di dolore dell’ormai ex assessore».

A Firenze si presenta un progetto analogo, informa Ilaria Agostini: «un nuovo stadio. E a fianco una Cittadella Viola che fa gonfiare volumetrie e proventi. Metri cubi da costruire in project financing nei pressi dell’aeroporto in espansione (quello di Carrai e Eurnekian) che, a sua volta, scalza una vecchia lottizzazione oggi in mano alla Unipol. In un clima di land grabbing all’argentina. Tutto, o quasi, fuori dalla pianificazione generale».

Paolo Berdini si dimette a seguito del dialogo aperto fra la Giunta e i privati, e nel dare le dimissioni accusa l’organo politico di aver cambiato idea circa il progetto speculativo,«mentre le periferie sprofondano in un degrado senza fine e aumenta l’emergenza abitativa, l’unica preoccupazione sembra essere lo Stadio della Roma. Dovevamo riportare la città nella piena legalità e trasparenza delle decisioni urbanistiche, invece si continua sulla strada dell’urbanistica contrattata, che come è noto, ha provocato immensi danni a Roma».

Cos’è l’urbanistica contrattata? Nell’urbanistica contrattata la contrattazione tra i soggetti che hanno il potere di decidere delle operazioni di trasformazione urbana sostituisce un sistema di regole valide per tutti e definite dagli strumenti della pianificazione urbanistica. Si manifesta quando l’iniziativa delle decisioni sull’assetto del territorio non viene presa dagli enti che esprimono gli interessi della collettività, ma in seguito alla pressione diretta o con il condizionamento, di chi possiede consistenti beni immobiliari: quando insomma comanda il proprietario degli immobili e non il Comune. Poiché il potere di decidere sull’assetto del territorio spetta, sulla carta, ai Comuni, allora quando i proprietari vogliono incidere sulle scelte sul territorio devono almeno fingere di contrattare le scelte con i rappresentanti di quegli enti. Si tratta di una questione di facciata.

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Così hanno distrutto il territorio

L’episodio romano che coinvolge lo stimato Paolo Berdini, ricorda alle vecchie generazioni le lotte a tutela del territorio mentre potrebbe consentire alle nuove di imparare una lezione politica fondamentale. Facciamo alcuni passi indietro. A partire dal secondo dopoguerra, l’Italia esce sconfitta dal conflitto ed entra nel famigerato patto Atlantico, che dal punto di vista culturale significa abbracciare l’ideologia liberale capitalista. La conseguenza di ciò, è l’inizio dell’epoca consumista con tutte le degenerazioni culturali, sociali, e ambientali che vediamo ancora oggi. Negli anni ’60 e ’70 la classe politica era decisamente divisa, e l’urbanistica è stata la tematica del conflitto politico più acceso con la vittoria dell’ideologia liberale, quando vinse la battaglia sul regime dei suoli sacrificando la proposta del Ministro Sullo (1962). Da un lato la visione costituzionale circa l’esproprio e l’utilità sociale della proprietà e dall’altro la visione liberale del laissez faire al mercato. Lo strumento politico preferito dagli accademici, dai professionisti, cosiddetti territorialisti, riformisti, e promotori della conservazione e della tutela del territorio e del patrimonio storico, ove suggerire soluzioni politiche per attuare una corretta crescita urbana e contenere il disordine urbano, è stato il partito comunista. Tale ambiente culturale ha saputo influenzare anche esponenti della vecchia democrazia cristiana. I due fronti erano: la DC che chiudeva gli occhi sulla crescita disordinata e il PCI che preferiva una crescita ordinata e controllata. Entrambi gli atteggiamenti erano favorevoli a una crescita urbana, e di fronte all’opportunità dell’ideologia liberale di fare profitti senza lavorare, cioè sfruttando la rendita, si può intuire quale soggetto politico abbiano preferito gli italiani. La DC non fece grande fatica nel manipolare l’opinione pubblica circa il conflitto delle rendite private e il regime dei suoli, e convinse tutti nell’abbandonare la pubblicizzazione dei suoli. Prevalse l’ideologia capitalista liberale spazzando via la riforma che tutelava l’ambiente e di conseguenza la specie umana. Verso la fine degli anni ’80 e inizio anni ’90 si dissolve il partito comunista, lo strumento portatore di interessi generali circa il governo del territorio, e l’ideologia liberale non avendo più argini prosegue la sua cavalcata nella distruzione del territorio. Negli anni recenti (inizio nuovo millennio) si è avuta un’impressionante accelerazione circa il consumo di suolo agricolo, mentre il patrimonio esistente, storico e moderno arrivato a fine ciclo vita, è vittima dell’ignoranza e dell’incuria dei cittadini e di una classe dirigente politica incapace e inadeguata. Gli italiani non hanno più un soggetto politico di riferimento che sappia interpretare e applicare la conservazione del patrimonio esistente e il corretto utilizzo delle risorse naturali. Un aspetto drammatico del contesto politico attuale, è che negli Enti locali, competenti sull’urbanistica, i soggetti politici presenti nelle istituzioni non hanno più riferimenti culturali dai territorialisti, e di volta in volta si affidano a consulenze tecniche condizionati dalle circostanze, o delle opportunità relazionali dirette, o a seconda degli interessi privati. Appare chiaro che non esistendo più il partito comunista che rappresentava una visione culturale dell’urbanistica, i soggetti politici fanno scelte sul governo del territorio a seconda delle convenienze, e delle singole circostanze localistiche, in tal modo possono continuare col disordine urbano a danno della collettività.

Nel corso del Novecento, noi italiani abbiamo pagato due enormi dazi culturali, il primo fu il fascismo che ci isolò, proprio mentre il resto dell’Occidente attingeva a piene mani nella storia e nella cultura urbanistica e architettonica classica contribuendo a formare una cultura della pianificazione (la scuola catalana dell’uguaglianza e la scuola territorialista). Durante il Novecento siamo stati fra i paesi meno formati sulla cultura urbanistica, nonostante il nostro patrimonio sia sotto gli occhi di tutti. La sconfitta bellica ha favorito la programmazione mentale della scuola liberale trasformando il territorio in merce – nonostante un’adeguata legge urbanistica (1942) –  contribuendo a soffocare i contributi (corretto uso del territorio – DM 1444/68) culturali di quei pochi urbanisti formatisi in Italia, nonostante il fascismo e nonostante il liberismo.

Paolo Berdini è cresciuto nel contesto culturale a tutela degli interessi collettivi. I capitalisti liberali non potevano avere ostacolo peggiore poiché di fronte non si sono trovati un politicante, ma un urbanista vero che svolge una funzione politica precisa: tutelare l’interesse generale. In tempi di guerra politica come questa, l’élite odia dover ragionare nel merito dei suoi interessi con persone che possiedono il senso dello Stato. I liberisti odiano lo Stato sociale e l’etica pubblica. Berdini conosce l’ambiente, la storia dell’urbanistica romana, gli interessi privati in gioco, e soprattutto possiede la competenza tecnica per smontare e rimontare i castelli finanziari costruiti sul territorio romano. Il dibattito che fa emergere Berdini è un manuale completo dei conflitti e degli interessi privati in gioco nell’urbanistica, una storia vecchia molto nota alla sua generazione, ma del tutto sconosciuta alle nuove generazioni di politici inesperti che possono fallire l’obiettivo di rappresentare adeguatamente la res pubblica, poiché emergono dal nulla, senza aver studiato e sudato in una scuola politica. Ancora oggi, i cittadini fanno fatica ad accettare un principio giuridico, l’urbanistica non è fatta per fare profitti ma per costruire diritti a tutti i cittadini.

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Un film già visto

Prima di tutto suggerisco di rileggere attentamente queste riflessioni:

… esempio classico di come funzioni il sistema. Il centro decisionale del sistema – black box – lancia l’ordine ed i regolatori di accesso (gatekeepers), media e partiti, obbediscono a tale impulso raggiungendo l’obiettivo muovendosi all’interno delle tre classiche componenti: la comunità politica, il regime e l’autorità. E’ questo il comportamentismo politico, un insieme di agenti eterodiretti dall’esterno lavorano sulla società per condizionare usi, costumi e credenze. La leva principale è l’emotività e non la razionalità. Da circa sett’anni il centro decisionale muove i gatekeepers per far regredire gli adulti allo stato infantile. E’ un sistema di natura feudale, verticista, che agisce sulle istituzioni standone fuori, ma si nutre dell’ignoranza funzionale delle masse, condizione necessaria per conservare le proprie posizioni.

Per il centro decisionale è fondamentale che i cittadini vivano in uno stato di regressione mentale altrimenti tutto il sistema crollerebbe.

Non è affatto un caso che si stanno sviluppando movimenti populistici con leader carismatici caratterizzati da un’ideologia non ben definita, con l’obiettivo di raggiungere una mobilitazione di massa, l’impiego di una politica di “paura” mista a ricompense, decisioni arbitrarie e l’assenza del pluralismo. Questi movimenti rientrano palesemente nei regimi autoritari poiché si caratterizzano sul pluralismo limitato e non responsabile, e l’assenza di un’ideologia ma con la presenza di una mentalità, ossia l’insieme di credenze, valori ed atteggiamenti “rivoluzionari” che vengono coltivati per giustificare e sostenere il leader ed il movimento stesso.

Aristotele, Platone, Socrate, Machiavelli, Montesquieu, Bodin, Weber, Heidegger, Arendt potrebbero ridere e/o dispiacersi osservando la nostra società totalmente avvolta e travolta dal capitalismo, e regredita allo stato infantile per essere facilmente plasmata dalla pubblicità. Socrate e Platone sapevano benissimo che bisognava stare attenti a coloro i quali parlavano alla pancia del popolo, così com’è noto che solo la cultura ci consente di compiere scelte consapevoli, mentre l’etica è la guida delle scelte.

Paolo Berdini, è un noto urbanista italiano che ha dedicato la propria vita all’interesse generale divulgando una pianificazione che rispetta i valori costituzionali attraverso un corretto disegno urbano. In un’Italia distrutta dalla cattiva pianificazione, Berdini è senza dubbio un personaggio scomodo ma di grande valore, indispensabile come modello per una corretta pianificazione a tutela degli interessi collettivi, un Assessore all’urbanistica come ogni bravo cittadino vorrebbe avere, poiché capace di leggere i piani e interpretarli per tutelare l’interesse generale, come ormai pochi amministratori sono in grado fare, e soprattutto persona integra, coerente con se stessa che non rinnega i suoi valori culturali ma li valorizza, come quasi nessuno ormai è in grado essere. Diciamo che Roma non poteva che avere di meglio, se non un altro Berdini sempre in quel ruolo come Assessore all’urbanistica.

Detto ciò, restano i conflitti e il caos generale. Roma è prima di tutto la capitale d’Italia, una città unica al mondo per la straordinaria bellezza, un museo a cielo aperto, ma ha enormi problemi di carattere amministrativo che somigliano più a casi psichiatrici e psicologici, oltre all’illegalità diffusa in numerosi uffici. L’amministrazione romana non si risolleva interpretando e applicano le norme vigenti poiché gli attuali strumenti giuridici sono del tutto inadeguati al caso specifico. Il legislatore dovrebbe avere la maturità politica di varare un provvedimento ad hoc per ripristinare l’etica, la trasparenza, la legalità e il buon andamento della pubblica amministrazione capitolina.

Comunque vadano le vicende politiche romane, Berdini è una risorsa da valorizzare poiché l’urbanistica è una disciplina poco conosciuta e poco compresa un pò da tutti. Il nostro Paese soffre poiché è incapace di valorizzare i propri talenti e negli ambiti più strategici e importanti come l’architettura e l’urbanistica facciamo fatica, per ragioni sia politiche e sia culturali, nonostante le risorse umane meritevoli e capaci siano ancora presenti sul nostro territorio.

Entrando nel merito delle questioni, gli interessi privati romani stanno digerendo diverse amministrazioni politiche, prima quella di Marino e adesso quella della sindaca Raggi. A monte dei problemi c’è la crisi della rappresentanza politica e la conseguente assenza di un soggetto politico serio, democratico, maturo e capace. In questo contesto di degrado politico, i concorrenti alle gare elettorali risultano impreparati, siano essi partiti vecchi o nuovi, non sembra esserci distinzione. In questo caos politico, si muovono anche persone autorevoli e capaci che prestano le proprie abilità ai vari soggetti politici, siano essi vecchi o nuovi.

i comitati No stadio sono sul piede di guerra. “Hanno detto no alle Olimpiadi per evitare colate di cemento e oggi dicono sì alla più grande speculazione edilizia mai vista a Roma, lo Stadio di Tor di Valle che viola ogni regola, è tutto in deroga, il M5S è incoerente, calpesta il suo programma” così il vicepresidente dell’associazione Italia Nostra, a tutela del patrimonio artistico e paesaggistico italiano, Oreste Rutigliano, con cui andiamo a visitare l’ex ippodromo dove fiorirà il business park dell’As. Roma, un campo di 100 ettari, in un’ansa fluviale, zona Magliana.

Come ho scritto più volte, se i cittadini non la smettono di essere apatici alla politica e non si riprendono il controllo della res pubblica costruendo un soggetto politico serio, democratico, maturo e capace, difficilmente risolleveremo un Paese alla deriva a causa del nostro egoismo.

In un modo alla rovescia dominato dalla religione capitalista, ci si dimentica che l’urbanistica non persegue lo scopo del profitto ma la soluzione di problemi sociali e la costruzione dei diritti minimi da garantire a tutti i cittadini, mentre personaggi pubblici che hanno grande influenza emotiva sulle persone sfruttando il proprio peso e ruolo mediatico per il tornaconto personale. Emerge con chiarezza che una cerchia ristretta di personaggi vive attraverso il vecchio e antico sistema della rendita immobiliare, lo stadio (i guai giudiziari) e gli interessi privati. Il Piano Regolatore Generale di Roma non prevede la costruzione dell’insediamento urbano ideato dai privati, e pertanto è necessaria una variante urbanistica. E’ sufficiente consultare il sito del Comune di Roma per accorgersi che l’area è a rischio idraulico. I privati presentano il piano alla Giunta Raggi, ma per l’appunto il progetto è in contrasto col PRG vigente e coi vincoli, che sono posti a tutela della collettività. Gli uffici tecnici del Comune bocciano il progetto.

In questo conflitto fra interessi privati e interessi pubblici, Paolo Berdini comunica chiarezza e trasparenza, e ricorda a tutti che innanzitutto c’è l’interesse pubblico dello Stato. Ovviamente questa funzione etica ed educativa (e rigenerativa) non piace allo spirito del tempo: il capitalismo neoliberale.

Riflessioni autorevoli di Piero Bevilacqua: Il nostro futuro è il nuovo stadio della Roma? A questo ci siamo ridotti? Il sostegno di Cervellati, Marson e Scandurra, Roma in uno stadio.

Piccole note di giurisprudenza urbanistica che possono tornare utili al caso:

Rapporti con preesistenti piani di lottizzazione

Fiale, Diritto urbanistico, XV edizione, 2015, pag. 192

«Il comune in sede di redazione di nuovi strumenti urbanistici, ben può disattendere le previsioni di piani di lottizzazioni esistenti, sempreché siano puntualmente evidenziate le ragioni di pubblico interesse a ciò sottese» (C. Stato, sez. IV, 22 gennaio 1990, n. 24, in Giur. It., 1990, III, 1, 180).

«L’esistenza di una lottizzazione convenzione non impedisce, per ciò solo, al Comune, di riesaminare e rideterminare le precedenti valutazioni in sede di pianificazione territoriale, esercitando il proprio potere di pianificazione urbanistica, sottratto al sindacato di merito, a meno che non appaia inficiato da errore di fatto ovvero da grave illogicità o contraddittorietà» (C. Stato, sez. IV, 16 marzo 1998, n. 437, in Foro amm., 1998, 674).

«L’amministrazione comunale approvando un nuovo piano regolatore generale può implicitamente recedere da una precedente convenzione di lottizzazione, anche quando sia parte inadempiente del pregresso accordo» (C. Stato, sez. IV, 17 settembre 2004, n. 6182, in Urbanistica e appalti, 2005, 454).

Secondo l’urbanista Cecchini, referente dell’Istituto Nazionale di Urbanistica, nel piano proposto dai privati che include anche lo stadio non c’è interesse pubblico.

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Marino? Colpo da manuale

“Se non ci fossero i fessi i buoni non campassero”, dice un detto popolare campano. In questo caso i fessi sono i cittadini elettori mentre i buoni sono nell’élite degenerata.

Le dimissioni del Sindaco della capitale sono l’esempio di come l’élite orienta e manipola consensi ed opinione pubblica. Abbiamo assistito a un’azione classica del potere, quello vero. In termini stretti Marino è stato dimesso dalla sua maggioranza di partito, non per gli scontrini come millantano i media. Le dimissioni sono state programmate e orchestrate secondo il modello consolidato del comportamentismo politico (modello Easton). Sin dagli anni ’50 i partiti e i media assumono un ruolo strategico nella società e con comportamenti precisi, tutti uguali. Partiti e media sono i soggetti che selezionano domande e contenuti per la società e si chiamano regolatori di accesso (gatekeepers). Gli attuali suggeritori dei contenuti operano in una cosiddetta scatola nera (black box), ed è il luogo dove vengono prese le decisioni all’insaputa dei regolatori di accesso, che sono strumenti esecutori. Questo modello è in piedi sin dagli anni ’50 e cominciò anche prima, ma solo dal secondo dopo guerra in poi si ebbe un’efficace diffusione grazie alla televisione e alla pubblicità.

Nel “caso Marino”abbiamo assistito ad un esempio classico di come funzioni il sistema. Il centro decisionale del sistema – black box – lancia l’ordine ed i regolatori di accesso (gatekeepers), media e partiti, obbediscono a tale impulso raggiungendo l’obiettivo muovendosi all’interno delle tre classiche componenti: la comunità politica, il regime e l’autorità. E’ questo il comportamentismo politico, un insieme di agenti eterodiretti dall’esterno lavorano sulla società per condizionare usi, costumi e credenze. La leva principale è l’emotività e non la razionalità. Da circa sett’anni il centro decisionale muove i gatekeepers per far regredire gli adulti allo stato infantile. E’ un sistema di natura feudale, verticista, che agisce sulle istituzioni standone fuori, ma si nutre dell’ignoranza funzionale delle masse, condizione necessaria per conservare le proprie posizioni.

Per il centro decisionale è fondamentale che i cittadini vivano in uno stato di regressione mentale altrimenti tutto il sistema crollerebbe.

Non è affatto un caso che si stanno sviluppando movimenti populistici con leader carismatici caratterizzati da un’ideologia non ben definita, con l’obiettivo di raggiungere una mobilitazione di massa, l’impiego di una politica di “paura” mista a ricompense, decisioni arbitrarie e l’assenza del pluralismo. Questi movimenti rientrano palesemente nei regimi autoritari poiché si caratterizzano sul pluralismo limitato e non responsabile, e l’assenza di un’ideologia ma con la presenza di una mentalità, ossia l’insieme di credenze, valori ed atteggiamenti “rivoluzionari” che vengono coltivati per giustificare e sostenere il leader ed il movimento stesso.

Aristotele, Platone, Socrate, Machiavelli, Montesquieu, Bodin, Weber, Heidegger, Arendt potrebbero ridere e/o dispiacersi osservando la nostra società totalmente avvolta e travolta dal capitalismo, e regredita allo stato infantile per essere facilmente plasmata dalla pubblicità. Socrate e Platone sapevano benissimo che bisognava stare attenti a coloro i quali parlavano alla pancia del popolo, così com’è noto che solo la cultura ci consente di compiere scelte consapevoli, mentre l’etica è la guida delle scelte.

Le motivazioni per sostituire Marino? Sono abbastanza ovvie. Il “caso Marino” è l’esempio classico di come prima le persone scelgono un Sindaco e poi intervengono i getekeepers orientando il futuro del processo decisionale della politica agendo sull’emotività delle masse. Gli interessi dell’élite sono sia sul passato presente – gestione dei servizi locali – e sia sul futuro. Il Giubileo? E’ il miele che l’orso doveva mangiarsi da solo.

People rise up!

Finalmente una manifestazione di cittadini che s’indigna contro l’attuale sistema finanziario, contro il vero potere, contro banchieri, manager e politici corrotti. Almeno duecentomila persone hanno raggiunto Roma da tutta Italia per ritrovarsi e proporre un cambiamento partendo “dal basso”. Le attuali generazioni hanno urlato: “noi non paghiamo il debito”! L’invenzione del debito pubblico frutto dell’usurpazione della sovranità monetaria (Trattato di Lisbona) è pubblicamente contestato, perché i cittadini dovrebbero pagare il falso in bilancio operato da criminali col colletto bianco?

Un corteo immenso, bellissimo, gioioso, colorato, danzante; una vera festa per i diritti umani e la libertà ha invaso la capitale. Vi erano cartelli contro il nuovo ordine mondiale, contro la BCE di Trichet e Draghi, contro il signoraggio bancario. Ho letto cartelli per la democrazia diretta e per una società più equa e più giusta, una società libera dall’ideologia della competitività e del libero mercato.

Ieri, in tutto il mondo si manifestava contro la religione neoliberista inventata da alcuni think tank americani, e indottrinata in tutte le università a partire sin dal secondo dopo guerra, affinché  questa religione della crescita infinita, sinonimo di avidità e superbia, potesse far emergere le SpA e porle sopra la piramide del potere applicando il dogma: PIL, espansione monetaria e petrolio.

I popoli hanno detto chiaramente che ribalteranno la piramide del potere per progettare una società genuinamente democrazia ponendo il sovrano al suo vertice e non più l’élite degenerata. Mentre i popoli contestavano, l’élite era riunita per salvare le banche, esatto, il club dei ricchi tirava i fili dei burattini – i Governi – per salvare l’immorale industria finanziaria che sta rubando tutti i giorni le risorse delle generazioni attuali e future.

I ministri finanziari del G20 chiedono all’Europa di trovare una soluzione alla crisi del debito nelle prossime settimane, in vista del Consiglio dei leader europei del 23 ottobre. Nella bozza di comunicato finale del G20 finanziario di Parigi si legge che “occorre lavorare ancora per massimizzare l’impatto dell’Efsf (il fondo europeo ‘salva-stati’, ndr), per indirizzare il contagio e l’esito del Consiglio europeo del 23 ottobre”.

Nel giorno ufficiale del risveglio delle coscienze va in scena il solito sistema della “scuola Gladio di Cossiga e dei servizi deviati“, ebbene, accade quello che si poteva immaginare, visto il disservizio d’ordine. Alcuni teppisti chiamati “black bloc”, ma bisogna chiamarli vili mercenari, eseguono gli ordini calati dall’alto: terrorizzare il corteo di pacifisti. La radio ci informava che in via Cavour alcuni teppisti avevano incendiato auto e rotto vetrine dei negozi, al nostro passaggio una dozzina di questi vili spunta alle nostre spalle e lancia una bomba carta fra i passanti, poi una seconda bomba carta. Alcuni manifestanti aprono una colluttazione e mettono in fuga questo gruppo di persone infiltrate con l’evidente scopo di impedire lo svolgimento dell’evento favorendo lo status quo (nel video sottostante c’è il documento di quanto affermo). I fatti documentano che questi mercenari psico-programmati sono contro i popoli e contro i temi dei manifestanti e le loro iniziative servono per tutelare l’élite degenerata. Uno di questi stupidi vili confessa anche la loro organizzazione.

Parla un “nero”: le armi erano nascoste in piazza, è da un anno che ci prepariamo. E ancora: per noi questa è una guerra, ed è appena l’inizio.
La battaglia preparata da giorni

Già da tempo l’élite pensa di impiantare microchip sottocutanei per controllare le persone e questi stupidi stanno aiutando i potenti nell’applicare la loro agenda. Guarda caso è proprio Antonio Di Pietro ad aprire il dibattito su provvedimenti ad hoc, lo stesso politico “di sinistra” che ha votato per l’antidemocratico Trattato di Lisbona, l’Europa delle banche.

Di Pietro: “Si deve tornare alla Legge Reale.Anzi bisogna fare la ‘legge Reale 2’, alias Di Pietro, contro atti criminali come quelli di Roma. Si devono prevedere arresti e fermi obbligatori e riti direttissimi con pene esemplari”.

I Governi stanno dando vita a una nuova polizia giudiziaria e con quali poteri? Ne avevamo bisogno? Sembra che la dittatura preconizzata da Orwell sia sempre più vicina e gli infiltrati violenti sono complementari a questa strategia dell’élite per giustificare leggi e provvedimenti che limiteranno la libertà delle persone. Lo schema è sempre lo stesso: azione-reazione-soluzione.

E’ stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dell’11 giugno 2010, la legge 14 maggio 2010, n. 84 che ratifica e dà esecuzione alla dichiarazione di intenti e al trattato tra Francia, Italia, Olanda, Portogallo e Spagna per la creazione di Eurogendfor, la forza di gendarmeria europea.

E’ chiaro a tutti che questi sedicenti manifestanti sono vili mercenari coperti da forze dell’ordine deviate a servizio di frange politiche estremiste. E’ una caratteristica di tutti i Governi avere a disposizione persone psico-programmate per osteggiare il cambiamento.

I mercenari di ieri erano visibilmente ammaestrati, preparati, organizzati, riconoscibili a chiunque. Non erano ragazzi di scuola ma persone adulte consapevoli di quello che dovevano fare, il sospetto che siano lasciati liberi di agire è fondato. Una coppia di giovani milanesi mi ha raccontato che intorno alle 8 del mattino, presso la stazione di Anagnina hanno visto arrivare un centinaio di “black bloc” attrezzati per la guerriglia, sotto gli occhi dei Carabinieri che presidiavano il luogo. Nessuno è stato fermato, perquisito, nessuno.

Nel video sottostante ci sono i momenti in cui questi vili teppisti sono spuntati alle nostre spalle (in via Cavour), nel gruppo dei “neri” non ci sono ragazzini, non ci sono donne, fra questi c’è la persona che ha lanciato una bomba carta nel corteo, c’è la persona che ha ferito il manifestante finito all’ospedale. E’ sufficiente premere pausa, vederlo e rivederlo. I teppisti sono stati contestati dal corteo e allontanati. Non c’era un’organizzazione per segnalare questi individui facilmente riconoscibili e conducibili presso le stazioni di polizia, tutto ciò sarebbe stato evitato se il comitato organizzatore e il  Questore avessero voluto farlo predisponendo le “sentinelle volontarie”.

I teppisti presenti in via Cavour erano visibilmente armati di spranghe e bombe carta. Una persona ha usato le mani per allontanare l’ordigno artigianale finendo all’ospedale per l’esplosione. Durante il corteo non vi erano “sentinelle” per sorvegliare persone sospette. Questura, Prefetto e Comitato organizzatore sono pienamente responsabili dei disordini poiché non hanno predisposto un regolare servizio di sorveglianza tramite volontari – “sentinelle” – per guardare il corteo e prevenire incidenti. La disorganizzazione era voluta. Bastava coordinare volontari, polizia in borghese e forze dell’ordine per fermare tutti i “black bloc” prima che arrivassero nel corteo.

E’ sufficiente unire i pezzi del puzzle per capire il disegno politico: i media daranno spazio agli scontri e i temi – democrazia diretta, sovranità monetaria, energie alternative, tutela dei beni comuni – degli indignati saranno cancellati. Non importa, i manifestanti hanno capito la strategia e nei prossimi giorni il dibattito sui temi tornerà nelle piazze.

L’unica notizia positiva è che il tentativo di terrorizzare le persone è fallito. I cittadini non erano impauriti, ma hanno isolato, contestato e reagito contro gli infiltrati. Le persone sono consapevoli che parti dello Stato sono corrotte e pagate dall’élite. I temi del risveglio non saranno manipolati e la rivoluzione culturale è solo appena iniziata. Il cambiamento ci sarà e finalmente anche in Italia ci sarà la democrazia diretta, liberi dal debito e dall’usura dei banchieri.

aggiornamento del 21 ottobre (di Gianluca De Feo, in l’Espresso): Il ministero era stato avvertito di quello che sarebbe successo a Roma. E conosceva uno per uno i capetti degli incapucciati, tenuti sotto stretto controllo da anni. Ma ha scelto di non ‘filtrare’ il loro arrivo a Roma. […] Anzitutto la prevenzione. Il black bloc è composto da una piccola rete di collettivi, sempre gli stessi, tenuti sotto stretta sorveglianza da almeno 15 anni. Abbiamo un servizio segreto interno, le Digos e il Ros dei carabinieri, che si occupano prioritariamente di loro: dopo la sconfitta dell’ultima colonna brigatista nel 2003, gli anarchici insurrezionalisti restano l’unica minaccia. Dei loro leader si conosce tutto: nomi, luoghi, relazioni. Ogni attività, ogni spazio di incontro sono monitorati da unità specializzate, che dispongono di risorse e strumenti tecnologici. Quello che sarebbe accaduto e chi lo avrebbe realizzato era noto da diversi giorni, almeno da una settimana: il vertice dell’intelligence e quello del Viminale sapevano.