Novità a Salerno

Dopo più di vent’anni, una novità politica a Salerno c’è: per la prima volta De Luca perde un confronto politico elettorale. Il Presidente della Regione, ormai noto in ambito nazionale non per meriti politici ma per le sue deliranti esternazioni, è sceso nella contesa politica referendaria attivandosi in prima persona. La sua campagna e i suoi metodi non hanno convinto i cittadini campani e salernitani, che in massa hanno espresso il NO alla proposta di riforma costituzionale. Nel cercare argomenti di persuasione sugli elettori, De Luca ha propagandato un nuovo modello istituzionale da preferire a quello odierno, secondo cui la vittoria del SI avrebbe favorito l’accentramento dei poteri, e in generale ha diffuso l’idea che «la democrazia è il governo della minoranza più forte, l’idea che ogni cittadino deve avere la sua rappresentanza è un’imbecillità».

Nella Provincia di Salerno ci sono 875.299 elettori, i votanti sono stati 545.507 cioè il 62,32%, di questi il 64,69% (349.746) ha votato NO e il 35,31% (190.901) ha votato SI. A Salerno città gli elettori sono 110.052 e i votanti sono stati 73.635 cioè il 66,90%, di cui il 60,07% (43.934) ha votato NO e il 39,93% (29.205) ha votato SI. Nel comune di Agropoli dove Alfieri “avrebbe dovuto organizzare una clientela come Cristo comanda”, il 67,78% (7.309) ha votato NO e il 32,22% (3.475) ha votato SI.

Alle precedenti elezioni regionali del 31 maggio 2015 gli elettori in Provincia di Salerno erano 986.005, i votanti 547.617 cioè il 55,54%; a Salerno città gli elettori erano 115.468, e i votanti 69.283 cioè il 60,00%. Possiamo anche osservare che in Provincia di Salerno dal 2015 al 2016, gli elettori sono diminuiti di 110.706 unità.

Possiamo osservare il dato della partecipazione al voto. A Salerno la Costituzione ha mobilitato un numero di votanti maggiore rispetto alle elezioni regionali (73.635 contro i 69.283 del maggio 2015), mentre è calato rispetto alle recenti elezioni comunali del 5 giugno 2016, ove i votanti sono stati 78.554 su 114.830 elettori.

Interpretare il voto referendario è difficile, e sembra che De Luca abbia rimosso la lezione di Berlinguer: «molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti».

Lo stesso errore è commesso dai politicanti che oggi vogliono intestarsi la vittoria del comitato del NO, ignorando che non c’è collegamento diretto fra un referendum e il voto a un partito.

Ora, affermare o credere che i voti sopra esposti possano indurre a far pensare che De Luca abbia perso consensi elettorali, ritengo sia un errore marchiano, un’ingenuità politica.

Leggere oltre i numeri. Il signor De Luca per invitare gli elettori a votare SI ha usato la leva psicologica, stimolando gli istinti più beceri degli individui, non si è “limitato” a parlare di clientelismo ma ha mobilitato i suoi accoliti a fare di più, poi ha strumentalizzato i gravi problemi sociali e occupazionali affermando che un voto per il SI avrebbe favorito percorsi per la soluzione dei problemi stessi. Ammettiamolo pure, il paese è spaccato, e molti beceri razzisti hanno scommesso sul fatto che i meridionali avrebbero ascoltato le immorali fandonie di De Luca. Il risultato elettorale mostra che il meridione depredato da decenni di politiche neoliberali ha salvato la Costituzione repubblicana.

Per mandare a casa i politicastri che hanno cercato di cambiare in peggio la Costituzione esiste una sola soluzione: i cittadini dovranno attivarsi in prima persona per fare politica con capacità, spirito altruistico e metodo democratico per valorizzare i talenti e presentare una nuova visione della società, poiché questa attuale mostra dati economici e socio-demografici inquietanti soprattutto nel meridione d’Italia.

Istat tasso di disoccupazione giovanile per Regione 2015

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Il coraggio! Gli spagnoli cambiano e noi?

Il 20 dicembre 2015 anche gli spagnoli hanno favorito un partito come Podemos (20% dei voti) [un partito cosiddetto anti sistema], anche senza vincere le elezioni. Il comportamento degli elettori spagnoli rispecchia la crisi dei partiti tradizionali e le scelte austere delle istituzioni nazionali ed europee. L’esito delle urne non crea garanzia di governabilità. La scomposizione del voto decreta la fine del paradigma maggioritario, caratterizzato dal bipolarismo e da un sistema elettorale che premia il partito vincente conferendo maggiori poteri all’esecutivo. Il modello maggioritario è il sistema feudale preferito dagli anglosassoni, ma è stato importato anche dal legislatore Italiano. Negli anni recenti e in diversi Paesi UE, gli elettori distribuiscono i propri voti a una pluralità di soggetti, che non raggiungono quella soglia necessaria per avere la maggioranza parlamentare. In questo contesto politico, il sistema più corretto è quello proporzionale poiché più democratico ma soprattutto spinge i partiti a preferire la democrazia parlamentare per legiferare. In Italia il sistema elettorale era proporzionale, ma l’élite cominciò a influenzare sia l’opinione pubblica e sia i partiti nel cambiare modello, poiché riducendo il numero di politici che partecipano al processo decisionale, le imprese avrebbero avuto maggiore opportunità di controllo sulle decisioni dei Governi e dei Parlamenti. Non è un caso che tutti i media preferiscono il modello maggioritario delle amministrative che crea stabilità nei governi locali. Pochi fanno notare che è semplicemente il modello migliore per favorire la corruzione, in quanto avendo accentrato poteri nelle mani di Presidenti e Sindaci, c’è meno partecipazione e meno trasparenza (imitazione del feudalesimo). Le decisioni più importanti sono prese dai Sindaci in totale autonomia all’insaputa delle proprie maggioranze politiche, che si limitano a schiacciare un bottone nei Consigli, senza conoscere il merito degli atti pubblici. Quando il nostro sistema era proporzionale, i Consigli erano il luogo del conflitto politico, e i partiti erano costretti a formare i propri politici per contendersi il consenso elettorale. Basti osservare i contenuti delle contese, fra gli anni ’50 fino alla fine degli anni ’70, il dibattito politico era molto più accesso e partecipato. La conseguenza fu che nei luoghi ove era maggiore la partecipazione, le comunità seppero tutelare i beni comuni, quando negli anni ’80 ebbe inizio la trasformazione dei partiti italiani, tutti si adeguarono al neoliberismo, ma proprio tutti. Basti osservare la trasformazione del territorio urbanizzato. Oggi buona parte dei politici è più ignorante, infantile e incapace, conta meno in tutti i sensi, perché il legislatore ha ridistribuito poteri e competenze nel solco del pensiero liberale, cioè privatizzando i processi e attribuendo poteri di firma all’apparato burocratico di dirigenti e funzionari. Non è un caso che buona parte dei politici manifesti scarse capacità cognitive, narcisismo, fobie e ossessioni di vario genere, all’élite servono sia ignoranti, idioti, e infantili cioè menti deboli. Dirigenti inseriti nelle istituzioni proprio dall’élite che decide la visione politica delle istituzioni, tutto ciò non è sinonimo di qualità delle decisioni. Basti osservare i bilanci delle Regioni e dei Comuni, e come il diritto privato introdotto in ambito pubblico abbia favorito l’uso della finanza creativa, e come le decisioni degli esecutivi abbiano scaricato i costi dei capricci sulle spalle dei contribuenti, questa è l’economia liberale. Le democrazie liberali tanto decantate nelle letterature di tutto il mondo sono sinonimo di truffa. In una società egoista come la nostra è sembrato facile favorire il modello liberale, altro non è che la somma di tutti gli interessi privati particolari che non corrisponde all’interesse generale, ma un idiotes crede che lo sia. Questo schema esiste sia in ambito locale e sia in ambito nazionale. E’ un modello banale per idiotes per l’appunto; le imprese, rispetto al proprio peso specifico, decidono il burattino da vendere nel mercato politico. Tutti i partiti non sono altro che il polo di attrazione di questi interessi che si contendono l’egemonia e il controllo delle istituzioni. Il peso e la forza di tali interessi si misura col potere finanziario e così le multinazionali dell’informatica, creando profitti dal nulla meglio della “old economy” hanno conquistato il podio del globo. Se vogliamo vedere il volto di chi controlla il mondo, a parte le solite famiglie, è sufficiente accendere internet: google, microsoft, facebook, apple e poi tutti gli altri. Mai come prima nella storia dell’umanità esiste una tale concentrazione di capitali privati nelle mani di pochi che va ben al di là dell’immoralità. Dalle famigerate compagnie del mondo mercantile rinascimentale fino a oggi, il mostro del capitalismo si è evoluto, gli algoritmi delle borse telematiche orientano vizi e capricci, mentre i popoli sono alla fame. La nostra specie è in serio pericolo per l’avidità e l’idiozia di poche persone, ma anche per l’apatia dei popoli.

Il coraggio è una virtù che a noi italiani, in questi decenni, è venuta meno. Siamo bravissimi nel famigerato scarica barile, cioè additare gli altri circa i problemi e le responsabilità che ci riguardano direttamente. Segnali di degenerazione furono ampiamente preconizzati da Pier Paolo Pasolini, il quale spiegò egregiamente gli effetti negativi di una società capitalista, sinonimo di nichilismo; anni dopo Berlinguer scattò una fotografia sui partiti e la questione morale. Abbiamo preferito abbracciare il mostro del capitalismo e delegare il processo decisionale della politica a imprenditori e cialtroni, ignorando completamente il fatto che i politici devono essere formati, autonomi e liberi da conflitti d’interesse. E’ vero che i deliri delle monarchie italiane prima, e del fascismo dopo ci condussero alla guerra, e la conseguente invasione militare dei capitalisti americani ha favorito la degenerazione che osserviamo intorno a noi. E’ altrettanto ragionevole osservare che le attuali e future generazioni non possono pagare per le scelte dei bisnonni. La nostra immaturità ci ha fatto credere che, nella società dei consumi, comprare e vendere merci sarebbe stato sinonimo di libertà. E così abbiamo cancellato la politica dai nostri argomenti di discussione familiare, e l’abbiamo fatto delegando altri attraverso il voto. E’ stata la cosa più facile, secondo schemi mentali irresponsabili e infantili come la simpatia, e così i pochi – delegati – hanno legiferato per sviluppare gli interessi del profitto: vendere, vendere, vendere. In questo schema molto banale: noi italiani abbiamo cercato, egoisticamente, di trarre il nostro vantaggio mettendo in competizione ogni mezzo personale per il profitto. Gli uni contro gli altri. La politica è stata sostituita dal profitto, e come tale abbiamo scelto il becero “tengo famiglia”. Basti osservare come abbiamo costruito le nostre città, dal secondo dopo guerra fino ad oggi, rendendole più brutte e invivibili, tutti a competere sulla rendita immobiliare, facendo danni all’ambiente, alle giovani famiglie che oggi non hanno i denari per comprarsi la casa. L’abbiamo fatto poiché se avessimo usato la parte razionale del nostro cervello, avremmo dovuto compiere un’evoluzione individuale (spirituale e culturale), avremmo dovuto confutare i programmi e l’integrità morale dei politici che ci chiedevano il voto. In una società civile e nelle cosiddette democrazie mature, i cittadini s’impegnano costantemente nella polis. Nei decenni recenti noi italiani abbiamo preferito il disinteresse totale, affidandoci a gruppi ristretti di persone auto referenziali. Il risultato della nostra irresponsabilità è davanti ai nostri occhi ma facciamo finta di non vedere. Sono almeno due gli elementi che hanno governato la nostra inciviltà, sinonimo di stupidità collettiva: l’egoismo e l’ignoranza funzionale. La nostra incapacità di scegliere ha due componenti: l’emotività e l’irrazionalità. L’ignoranza funzionale ci informa del fatto che quasi un italiano su due non comprende ciò che legge. L’altra componente: l’emotiva, è il core business della pubblicità. Partiti, multinazionali, e pubblicità sono la stessa cosa. Psichiatri, psicologi e pubblicitari sono in grado di parlare alle nostre emozioni, alla “pancia”, e condizionarci secondo gli interessi particolari delle imprese. Le loro tecniche sono ampiamente utilizzate da chiunque debba vendere qualcosa: un’auto o un partito, sono la stessa cosa. Se la maggioranza dei cittadini scopre le loro tecniche finisce anche il predominio dei pubblicitari e si incrina ulteriormente il capitalismo. L’instabilità del capitalismo e la fine dell’epoca moderna, aprono spiragli di risveglio delle coscienze addormentate e mostrano l’emergere di forze politiche nuove che attingono ai valori dell’Ottocento, ove le disuguaglianze avevano una manifestazione palese per le gravi condizioni igienico sanitarie, non esistevano i sindacati e lo sfruttamento era chiaro, ma i popoli non erano stati addomesticati dalla scuola e dalla pubblicità. Nell’Occidente a trazione neoliberista, la schiavitù esiste ed ha nomi diversi (posto fisso, precarietà, job act …) e persino un’accettazione sociale (lavorare a qualsiasi condizione e vivere con €1300 al mese). Nel sistema ove tutto è merce, l’élite attraverso la finanza e il sistema offshore accumula risorse sia inventandone dal nulla e sia rubandole contribuendo a togliere speranze di pace e di serenità ai popoli che pagano le tasse. Se il paradigma della nostra società non fosse più il denaro, il castello dell’élite cadrebbe domani mattina; e partendo da questa semplice osservazione, una società veramente civile dovrebbe impegnare risorse mentali su questo: ripensare i paradigmi della società. Le rivendicazioni sociali dei popoli stanno individuando nuovi soggetti politici e stanno scoprendo i valori originari della sinistra, alcuni di questi ponendosi anche il dubbio di superare l’anacronistico divide et impera, il classico schema: “destra e sinistra”. Per l’Italia, Ottocento e Novecento sono stati i secoli della destra cioè l’affermazione del capitalismo, e la sinistra non è stata quasi mai al Governo, e quando l’ha fatto buona parte delle sue decisioni rientravano esattamente nel paradigma materialista e produttivista del capitalismo, illudendosi di poter coniugare i diritti umani con l’avidità e l’egoismo del capitale. La storia è davanti ai nostri occhi, il capitalismo è violenza e prevaricazione, ma siamo stati psico programmati a subire la pubblicità finalizzata a sviluppare il nichilismo e distruggere lo spirito umano. Gli eserciti, le polizie e la magistratura sono stati usati per assecondare il mostro del capitalismo e le malsane teorie neoliberali che governano la globalizzazione, distruggendo gli ecosistemi e schiavizzando la specie umana, trasformata in merce. Nella “cultura” occidentale tutto è merce, e se tutto si può comprare e vendere, si intuisce bene che lo scopo di questo paradigma non è il nostro benessere, non è la felicità, ma garantire potere e controllo ai pochi che lo governano (neofeudalesimo). In questi anni recenti, in diversi Paesi, una parte della cittadinanza attiva sta risvegliando un senso di partecipazione, ma soprattutto rivendica il diritto di cambiare lo status quo poiché le istituzioni non programmano la soluzione dei problemi (tutela degli ecosistemi, uso razionale delle risorse, povertà, disuguaglianze e diritti) ma le leggi che interessano alle multinazionali. Finora nella vecchia Europa, l’unico grande paese che sta facendo da tappo al cambiamento è proprio il nostro. La nostra ignoranza emotiva, la nostra indignazione, e le nostre speranze sono affidate o a soggetti guidati dall’élite o a soggetti non trasparenti e anti democratici, totalmente inaffidabili e incapaci. Nonostante ciò, abbiamo tutto il tempo per capire i nostri errori, e costruire un’alternativa. Dobbiamo darci e farci coraggio sperimentando il dialogo costruttivo. Possiamo cambiare le cose e favorire la rinascita della democrazia partecipativa costruendo concretamente un nuovo soggetto, meritocratico e trasparente, come strumento del cambiamento. E’ necessario formare classe dirigente a servizio dei diritti secondo la visione della bioeconomia. La lezione degli spagnoli è chiara, ci vuole coraggio, autonomia e fiducia in noi stessi per favorire i capaci e i meritevoli. Dovremmo sconfiggere la nostra apatia, l’ignoranza funzionale, mettere da parte l’invidia sociale e sperimentare la democrazia, ancora sconosciuta per buona parte del nostro popolo. Abbiamo l’opportunità di costruire una società migliore, ne abbiamo le conoscenze, ci manca il coraggio e la volontà politica. Tutte le contraddizioni del capitalismo, “crollando” si stanno evidenziando meglio, una dietro l’altra: la mercificazione dell’uomo, la creazione della moneta dal nulla, la finanza “creativa”, il sistema offshore e la crisi del 2008, il sistema del credito, la delocalizzazione delle imprese, l’obsolescenza programmata, l’inquinamento, l’aumento della povertà e le disuguaglianze etc. L’orientamento dell’élite finanziaria e del capitale mondiale, pubblico e privato, è investire nei paesi emergenti. Lavorando su noi stessi possiamo capire tante cose, e sviluppare la creatività per avviare processi di cambiamento che ci consentiranno di raggiungere pace, e serenità, in equilibrio con gli ecosistemi. Dovremmo rivalutare le bellezze del nostro Paese, che nonostante la nostra indifferenza, possiedono un valore straordinario, sono un patrimonio storico architettonico unico al mondo. Dobbiamo imparare a riconoscere la bellezza, la nostra ignoranza impedisce di amare ciò che abbiamo. Possiamo favorire la nascita di organizzazioni e imprese no profit per costruire il cambiamento che sogniamo, in qualunque ambito. In questi giorni, i fatti di cronaca fanno emergere nuovamente aspetti intrinseci al capitalismo: gli istituti di credito non funzionano come dovrebbero. Anche nella gestione del risparmio servono riforme radicali, ma non esiste il soggetto politico che ha il coraggio di attuarle. In generale, non esiste il soggetto politico che ha il coraggio di avviare l’uscita dal capitalismo, pertanto è necessario investire in questa direzione poiché nel sistema in cui viviamo, il pianeta terra, le leggi che governano la nostra esistenza non pensano secondo l’opinione dell’economica, ma secondo un sistema circolare di flussi. L’epoca moderna ha inventato le istituzioni che tutti conoscono, ma queste istituzioni sono obsolete poiché sono figlie del capitalismo e seguono gli interessi del denaro, nonostante i documenti chiamati “Costituzioni” millantino di fare gli interessi dei popoli secondo diritti universali. La realtà è diametralmente opposta al racconto delle carte costituzionali poiché anch’esse hanno favorito il materialismo, ed esiste un baratro fra le parole scritte e il comportamento degli individui poiché l’avidità è legale. L’individualismo dell’epoca moderna guida le scelte politiche, e all’interno di questa società non c’è spazio per la democrazia e libertà, per favorire lo sviluppo umano dei popoli, ma solo la crescita e l’accumulazione del capitale, utilizzato secondo interessi egoistici dell’élite che governa da secoli attraverso la schiavitù, evolutasi col tempo in schiavitù volontaria. Il nostro cervello ha una bella caratteristica: è neuroplastico, pertanto senza il mainstream e la psico programmazione della scuola e delle multinazionali possiamo liberarci facilmente, se lo desideriamo. Possiamo auto riprogrammare la società, dando senso e valore alle promesse scritte nelle carte costituzionali, e cominciare un cammino di autonomia e libertà scoprendo le opportunità delle nuove tecnologie e giungendo alla sovranità alimentare ed energetica. I segnali che vengono dall’estero sono chiari, adesso tocca a noi …  riprendiamoci la dignità politica di costruire un’Italia migliore!!!

Neofeudalesimo o libertà!

La democrazia rappresentativa non c’è più. Se volessimo individuare una data come spartiacque è doveroso citare il 1981, anno in cui Berlinguer scattò una fotografia della realtà, ed è lo stesso anno in cui il Governo Forlani avviò il processo di privatizzazione della Banca d’Italia. Per capire perché la democrazia rappresentativa, ormai, non c’è più (la democrazia: governo del popolo, non c’è mai stata) è necessario aprire un dibattito sulla cultura degli italiani, la società e l’influenza psicologica della moneta e del capitalismo sulle persone. Un’indagine sul capitalismo inteso come sistema di potere non democraticoindustrializzazione, lavoro di schiavitù, pubblicità e nichilismo che svuota l’individuo di spiritualità, creatività e senso della vita riducendolo in una condizione di animal laborans, come direbbe Hannah Arendt. Questo non è l’ambito corretto, ovviamente, ma quello ove porre dubbi, domande, riflessioni e osservazioni. Al tema degenerativo dei partiti, aperto da Berlinguer, bisogna aggiungere la trasformazione della società attraverso i sistemi mass mediatici, tema avviato da Pasolini; poi la cultura degli italiani, tema affrontato da Tullio De Mauro, e in fine l’assenza di sperimentazioni democratiche come quelle presenti in Svizzera, che hanno consentito di formare ed educare i cittadini alla democrazia diretta, metodo che responsabilizza gli abitanti rispetto al processo decisionale della politica. Ovviamente non ci si dimentica dei fattori storici, come la sconfitta dell’Italia nella seconda guerra mondiale, i Trattati di Pace e la conseguente colonizzazione dei vincitori attraverso il prestito (Piano Marshall), e il nuovo ordine economico mondiale, l’esclusione dei comunisti dai Governi italiani, gli attenti coordinati dai servizi segreti, il cinema hollywoodiano, l’industria, la pubblicità e l’ideologia dello sviluppo come crescita infinita e sostegno al nichilismo. Per capire la complessità del nostro Paese è necessario studiare l’Ottocento e il Novecento, cioè a partire dagli Stati preunitari (1848 primavera dei popoli), l’industrialismo di inizio secolo e le politiche socialiste, il fascismo e l’inizio del secondo dopo guerra; in quei secoli troveremo molte risposte soprattutto attraverso lo studio delle tecnologie,, delle scoperte scientifiche e delle vicende monetarie. Scopriremo che già nell’Ottocento furono soppresse tutte le speranze per creare l’uomo libero e che la monarchia, le rivoluzioni, i regimi autoritari, e le democrazie rappresentative servirono, col senno di poi, a far crescere l’accumulo di capitali per alcune oligarchie, la borghesia capitalista, e l’invenzione dell’economia neoclassica sono serviti a creare un’élite chiusa e autoreferenziale. Il comunismo, invano, ha provato a costruire una società nuova basata sull’uguaglianza e sulla libertà. L’errore culturale del comunismo come il capitalismo, è stato quello di favorito il materialismo attaccando la spiritualità degli esseri umani. Oggi, possiamo osservare che capitalismo e comunismo si trovano sullo stesso piano ideologico della crescita, mentre l’educazione scolastica ha lasciato credere che fossero filosofie opposte. Esse si sono distinte solo per la gestione monetaria, cioè fra chi preferisce che le decisioni siano lasciate al cosiddetto libero mercato (liberalismo) e chi preferisce un controllo dello Stato. Entrambe hanno sbagliato, poiché entrambe ignorano le leggi della natura che governano la vita su questo pianeta. Entrambe le visioni contraddicono una delle virtù indicate da Aristotele, e cioè la crematistica, l’arte di fare gli acquisti per evitare l’accumulo, poiché l’accumulo è il segno del vizio e dell’usurpazione delle risorse, a danno delle future generazione.

Se è vero che gli italiani, durante gli anni ’60 fino agli anni ’80, delegavano e partecipavano in massa ai due grandi partiti, DC e PCI, è altrettanto vero che i partiti stessi non favorivano la libera partecipazione ma la cooptazione controllata. Nel 1978 accadono due fatti sconvolgenti per il destino politico italiano, l’omicidio di Aldo Moro, e poi il dibattito sulla moneta unica, mentre pochi ricordano che il PCI era contrario all’ingresso dell’Italia nello SME, precursore dell’euro zona. La cronaca politica e giudiziaria ci ricorda che all’inizio degli anni ’90 i partiti di massa chiusero. Gli eredi della tradizionale socialista, abdicarono a se stessi e decisero di aderire alla “terza via“, per introdurre politiche neoliberali a sinistra, prima di tutto accettando l’idea sbagliata che la moneta sia un fattore esogeno all’economia, pertanto si poteva e si è voluto togliere la sovranità monetaria allo Stato. Nel 1981 il Governo Forlani avviò la privatizzazione della Banca d’Italia, poi l’ingresso nell’euro zona, con una moneta condizionata dal mercato. Anche i processi decisionali della politica furono privatizzati con una serie di riforme del diritto amministrativo, e parallelamente si aprì la stagione “moralizzatrice” (anni ’90) per allontanare i cittadini dai partiti. Si trattò di favorire il nichilismo imperante, operazione riuscita, affinché le SpA potessero diventare i cooptatori dei leaders politici, addomesticati nei think tank inventati dalle stesse SpA, banche e assicurazioni affinché la religione della crescita potesse favorire quel processo di privatizzazione delle decisioni anche nelle pubbliche istituzioni, sorto nell’epoca industriale grazie al pensiero liberale di Adam Smith. Oggi i partiti si trovano in uno stato di degenerazione totale poiché hanno cancellato ogni tipo di relazione umana e ogni tipo di riflessione etica, in quanto decidono e cooptano le persone attraverso consultazioni a mezzo internet, facilmente manipolabili con un click a seconda dei capricci di qualcuno. Se mettiamo in relazione l’ignoranza funzionale degli individui con la capacità di influenza dei social media, possiamo supporre che le persone libere sono costrette a subire la dittatura della maggioranza preconizzata da Tocqueville. Le aziende collegate ai partiti profilano gli utenti dei social media per condizionare gli indecisi. Pericle avrebbe detto che questi partiti sono inutili; Platone avrebbe detto che sono pericolosi poiché l’agire è privo di etica, e Socrate avrebbe detto che assistiamo al trionfo dei sofisti poiché le opinioni prevalgono sulla razionalità. Heidegger direbbe che oggi è la tecnica (informatica) che controlla le decisioni politiche e non più la ragione umana guidata dall’etica; insomma un sistema profondamente machiavellico che non conduce alla felicità.

La sintesi di questo percorso degenerativo è semplice: sostituire la democrazia rappresentativa con l’oligarchia feudale poiché il sistema gerarchico verticale, è soprattutto non trasparente, ha una struttura decisionale più veloce ed efficace ai fini della redditività degli interessi privati e del controllo delle masse. Basti pensare all’elezione diretta dei Sindaci, che violando il principio di separazione dei poteri consente a una sola persona di decidere sulla gestione dei servizi pubblici locali. Oggi, le istituzioni pubbliche funzionano esattamente come auspicò Luttwak in Strategia del colpo di Stato, Manuale pratico, cioè non pensano ma agiscono sotto l’impulso degli interessi privati, sia attraverso l’uso del diritto privato in ambito pubblico introdotto per favorire la massimizzazione dei profitti, e sia attraverso l’obbligo del pareggio di bilancio, che serve proprio a ridurre la sfera pubblica nella gestione dei servizi per favorire gli interessi dei privati. Il modello sociale italiano funziona attraverso le relazioni personali funzionali a scambio di favori materiali come l’accumulo di risorse e l’avanzamento di carriera senza merito. Le relazioni non sono funzionali all’interesse generale della collettività ma all’interesse privato e particolare. Le riforme della pubblica amministrazione avvenute durante gli anni ’90, anziché scardinare l’immorale modello sociale, hanno consentito che il sistema di relazioni già presente, potesse avere una legittimazione e una serie di strumenti giuridici per agire meglio di prima. Il ritorno al feudalesimo si è già realizzato, è in corso d’opera la privatizzazione dei processi politici, sia selettivi circa le marionette chiamate politici, e sia la trasformazione della specie umana, avete letto bene: la trasformazione della specie umana. La trasformazione non avviene in laboratorio, ma a livello di manipolazione mentale delle masse, pensate non sia possibile?! SpA e Governi l’hanno già fatto diverse volte attraverso la propaganda e lo fanno tutti i giorni con la pubblicità mirando alla regressione mentale degli adulti (infantilizzazione) e l’addomesticamento dei bambini che avviene in ambito scolastico.

Attraverso l’astensionismo crescente, un altro primato è raggiunto poiché le persone che hanno un interessate personale hanno maggiore peso rispetto al voto d’opinione, ormai cosa rara. Nella misura in cui i cittadini rinunciano a delegare, questi favoriscono gli interessi delle lobbies poiché in un sistema di democrazia rappresentativa i pochi voti raccolti consentono ugualmente all’oligarchia di decidere per tutti, compresi i non votanti. E’ altrettanto vero che a causa del clima di sfiducia e soprattutto di profonda immoralità riscontrabile in tutti i partiti sarebbe difficile dare torto al primo partito d’Italia, quello del non voto. Nessun cittadino responsabile dovrebbe sentirsi tranquillo nel dare una delega in bianco a personaggi che non hanno dimostrato alcuna capacità circa la gestione della cosa pubblica, secondo i principi della Costituzione. Ciò accade poiché non esiste alcun processo formativo e selettivo della classe politica, sia locale e sia nazionale, ma è tutto delegato ai partiti, gli stessi che non meritano fiducia alcuna, e qui riscontriamo il corto circuito fra elettori ed eletti, fra cittadini e casta. Nessun partito ha interesse nel legiferare una norma che consenta ai cittadini di selezionare la futura classe dirigente attraverso il merito, e così i cittadini allontanati dai partiti (anni ’90), adesso si allontanano dalle urne elettorali (anni ’10 del nuovo millennio). Il numero di cittadini che non vota ha raggiunto percentuali così alte da far “tremare” il sistema istituzionale, basti osservare le recenti regionali in Emilia Romagna e in Calabria nell’anno 2014, e poi nelle Marche e in Toscana poiché le rispettive assemblee non rappresentano la maggioranza degli aventi diritto al voto, ma la minoranza. In altre Regioni è rimasto a casa un elettore su due (Campania e Puglia). A mio modesto parere si tratta di un fenomeno chiamato “dissenso consapevole”, ed è ormai un fenomeno di massa contro tutti questi partiti, compresi quelli che si spacciano come anti-sistema, anzi nei loro confronti l’analisi politica è più drammatica poiché in un periodo di crisi essi non raccolgono consensi, anzi li perdono.

L’imbroglio del sistema auto referenziale di partiti inutili può finire se e solo se l’indignazione dei cittadini si trasforma in un progetto politico culturale, facendo l’opposto di quello che fanno i partiti, e cioè usare la democrazia come metodo per attrarre talenti e stimolare la partecipazione dal basso, e la cultura come virtù per selezionare una classe dirigente più preparata e più capace. Il corto circuito rimane poiché promuovere un’azione politica sincera e genuina c’è bisogno di un sostegno economico di lungo periodo, e qui sorge la complicazione dell’autonomia, risolvibile se il finanziamento venisse offerto direttamente dai cittadini, gli stessi che ormai hanno perso fiducia nei partiti. I cittadini hanno il dovere morale di abbandonare il nichilismo e l’apatia poiché è questa l’energia da cui trae forza l’oligarchia che governa il sistema stesso. Manca il coraggio di sperimentare e di cambiare, poiché questo cambiamento è funzione dell’energia dei cittadini stessi che dovrebbero riprendere a sognare un mondo migliore e avviare un percorso democratico, sinonimo di altruismo. La storia insegna che nei momenti di crisi, chi ha tratto vantaggio, sono sempre le solite oligarchie poiché questi nuclei di individui organizzati posseggono le risorse finanziarie sia per finanziare i cambiamenti, e sia per gestire i processi, in quanto i capitali accumulati consentono loro di non avere fretta nell’indirizzare i cambiamenti verso i propri interessi. Per spezzare definitivamente queste catene della schiavitù i cittadini dovrebbero cogliere poche regole e semplici: investire le proprie risorse in progetti di sovranità energetica e alimentare, e prendersi il controllo diretto dei territori rilocalizzando le produzioni, e formare politici che sostengono questi progetti. E’ fondamentale l’aspetto psicologico e culturale, cioè liberarsi dell’invidia sociale e dell’avidità per condurre i talenti verso la leadership dei progetti sopra descritti poiché consentiranno di costruire comunità libere e indipendenti. E’ altrettanto interessante ciò che accade in Spagna attraverso Podemos e le assemblee cittadine chiamate piattaforme di unità popolare, poiché torna e si stimola una passione politica dal basso, l’opposto di ciò che accade in Italia. Attraverso la conoscenza di alcune tecnologie i cittadini possono decidere di liberarsi della dipendenza dagli idrocarburi e possono, finalmente, accrescere la consapevolezza di stili di vita più sostenibili che conducono alla serenità di rapporti e relazioni sociali basate su valori universali, non più sulle merci e sul nichilismo. Nella sostanza se cambia il nostro comportamento circa i consumi, la spesa e gli stili di vita, cambia anche il modello sociale e allora avremo istituzioni che rispondono a nuovi paradigmi culturali. Noi possiamo realizzare quel sistema di rete sinergica interpretando correttamente la bioeconomia e favorire la creazione di una nuova società, e da questa “estrarre” una nuova classe dirigente.

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Cosa hanno scelto i partiti?

La rielezione di Giorgio Napolitano ha tanti significati politici ed uno solo nello stesso momento: significa che PD-PDL, Lega e montiani hanno ignorato la volontà del popolo. E’ sufficiente cercare le dichiarazioni pubbliche, della recente campagna elettorale, dei leader politici per capire come questi parlamentari abbiano preso in giro il proprio elettorato di riferimento. (Bersani: “mai col PDL”; Alfano: “mai accordo col PD”) Hanno ignorato l’evidente segnale emerso dal recente voto di febbraio. Questi partiti non hanno alcuna legittimità politica nel rimettere le lancette del tempo indietro. Il M5S ha ricevuto 8.689.458 di voti, il PD 8.644.523 di voti, il PDL 7.332.972 di voti, la lista del premier uscente, Monti, ha ricevuto solo 2.824.065 di voti. Gli aventi diritto al voto erano 46.905.154, mentre i votanti erano 35.271.541  (75,19 %), quindi 11.633.613 di cittadini non sono rappresentati in Parlamento.

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Il voto del Parlamento va rispettato, ma può essere criticato con motivazioni politiche, facendo riflettere i cittadini. I partiti tradizionali dal 2008 al 2013 hanno perso 12.826.273 di voti. Questi partiti hanno preferito rieleggere un uomo di 88 anni, un politico che li rappresenta e che non durerà 7 anni per ovvie ragioni anagrafiche. Una elezione condizionata dalla loro incapacità di cedere il passo al cambiamento, “bruciando” due loro scelte: Marini prima e Prodi dopo.

Le indicazioni di Berlusconi e le divisioni interne al PD hanno determinato la rielezione di Napolitano in evidente disprezzo verso l’opportunità di cambiare l’indirizzo politico nazionale che poteva essere raccolto con Stefano Rodotà come Presidente della Repubblica. Il recente impegno civico di Rodotà a tutela dei diritti costituzionali (acqua pubblica, no al nucleare, beni comuni) lascia intendere il contrasto interno al PD ove coesistono liberisti e social democratici, mentre il liberismo nel PDL è evidente con qualche scetticismo verso il sistema euro. Pertanto i partiti, spinti dalla forza auto conservatrice, hanno preferito Napolitano che ha recentemente sospeso la democrazia rappresentativa nominando Monti, l’uomo della Trilaterale, e respingere l’opportunità di cambiare rappresentata da un uomo che tutela i beni comuni, come Stefano Rodotà, che avrebbe aperto le istanze a un nuovo corso della politica italiana. Il significato politico della scelta è chiara: nonostante lo scetticismo dei cittadini verso il sistema euro, questi partiti non vogliono cambiare e agiscono contro  l’interesse pubblico. La sintesi politica non è tanto sul fatto euro si, euro no, quanto sul fatto che non esista ancora una maggioranza politica che abbia la forza necessaria per cambiare lo status quo. Le prossime elezioni sono importanti, ma bisogna preparare le risorse necessarie per governare la Nazione con umiltà, dedizione, sacrificio e creatività; gli slogan non sostituiscono le capacità necessarie e non presenti.

I cittadini che hanno votato PD e PDL, 15.977.495 di voti, posso ragionare sul fatto che i loro dipendenti hanno spostato le lancette del tempo indietro, a prima del voto di febbraio, impedendo un’evoluzione del nostro Paese distrutto da decenni di politiche sbagliate. Oggi hanno l’ennesima prova di quanto questi dipendenti siano fuori dalla storia. Invece gli elettori del M5S dovrebbero pretendere dai loro dipendenti maturità politica che oggi non hanno, maggiore capacità e più cultura democratica poiché per governare questo periodo di transizione ci vogliono capacità che oggi non si vedono o si vedono poco, e queste capacità sono ben presenti nella società italiana. Indignazione condivisa, entusiasmo e ambizioni personali non sono affatto sufficienti, anzi possono degenerare. Se si intende perseguire un progetto politico figlio del cambiamento con un nuovo paradigma culturale, le risorse umane andrebbero cercate e coltivate per il bene comune del Paese, anziché ignorarle o tenerle nascoste.  Anche questo aspetto dipende dalle sensibilità dei cittadini che anziché muoversi di “pancia” dovrebbero muoversi spinti dai valori costituzionali e dal raziocinio.

A questo punto il 25 aprile 2013 assume un significato importante e particolare per gli italiani. La resistenza volle liberare i cittadini dal fascismo, ma siamo proprio certi di essere liberi nell’Unione Europea del sistema euro? I partigiani sognavano la democrazia. Cos’è un’organizzazione democratica? Cosa diceva Montesquieu sulle forme di democrazia rappresentativa? Cosa diceva Rousseau sulla democrazia? Cos’è la sovranità popolare? Cos’è l’autoderminazione? Cos’è, oggi, la libertà? Confrontate la Costituzione col Trattato di Lisbona!!!

Misurare i politici sapendo come spendono le tasse: dal sito del dipartimento del tesoro, possiamo leggere un rapporto predisposto dal Ministro Barca. La dimensione del bilancio per lo sviluppo dell’UE è inferiore a quella degli Stati Uniti, sia in termini assoluti (58,3 miliardi di euro contro 252,7 miliardi di euro) sia in percentuale del PIL (0,5% contro 2,5%). La percentuale destinata a infrastrutture (trasporti, ambiente, energia), formazione, occupazione e servizi sociali è pressappoco la stessa. Il bilancio USA per lo sviluppo, d’altro canto, comprende una maggiore quota di spesa per l’edilizia e una percentuale assai maggiore per la sanità, mentre nel bilancio UE una quota maggiore è dedicata al sostegno alle imprese e alla ricerca (che negli USA sono in gran misura oggetto di intervento ordinario statale).

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Negli USA la popolazione residente è di 314.145.538, mentre nell’Unione Europea è di 499.723.520.

Non c’è più tempo per fidarsi di loro.

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Questa crisi non passeggera ci sta regalando un’opportunità. Le elezioni politiche 2013 ci stanno dando un ennesimo regalo, l’evidenza pubblica degli imbonitori e dei futuri creduloni (gli elettori). La comunicazione dei politici in gara è a dir poco esilarante: chi ha evidenti responsabilità politiche dei danni prodotti dalla crisi sta promettendo tutto, e il contrario di quello che fino a ieri ha deliberato, sbugiardando e smentendo se stesso, il suo partito e ciò che rappresenta.

Il momento della delega dura pochi secondi, metti una croce, pieghi e imbuchi. Tutto ciò non ha nulla a che fare con i problemi delle nostre vite quotidiane, problemi che non avranno risposte dai politici in gara poiché essi non sono pagati per risolvere problemi. Già da oggi sappiamo una cosa, forse scontata ma non è banale: delegare non risolverà alcun problema, e dopo il voto tutto sarà come prima. Tutto cambierà quando il popolo avrà appreso la capacità di valutare e chiedere conto ai dipendenti eletti, tutto cambierà quando il processo decisionale della politica sarà veramente democratico grazie agli strumenti di democrazia diretta. Dopo febbraio possiamo prevedere che questi strumenti non saranno introdotti in Italia, e possiamo prevedere che il partito del non voto avrà un’influenza indiretta su queste elezioni, proprio com’è accaduto nelle recenti elezioni regionali in Sicilia ove la maggiorana degli aventi diritto al voto ha preferito non sostenere il sistema. Questo dato ha un’importanza sociale e politica molto rilevante perché la titolarità giuridica della sovranità, del potere supremo, appartiene al popolo e quando il sovrano preferisce non delegare questo potere, i dipendenti eletti perdono legittimità politica.

Oltre a questo dato sociale è importante organizzare la proposta politica alternativa. I partiti attuali non hanno più legittimazione politica, e non esprimo più la volontà popolare, questa è la sintesi. Il popolo comunque ha bisogno di fare politica, anche quando non si esprime, continua a fare politica.

Se la logica ci indica che non esiste una maggioranza politica legittimata è ragionevole pensare che bisogna trovare legittimità altrove. L’unica è la democrazia, il governo del popolo. In questa sintesi logica è naturale attendersi la trasformazione della Repubblica in un sistema democratico più maturo ove il cittadino possa avere strumenti efficaci per governare direttamente e insieme agli organi elettivi.

Tolta la fiducia ai partiti, i cittadini devono riporla in se stessi e nella comunità. E’ prevedibile ritenere che le elezioni non daranno un governo stabile, ma daranno una risposta politica, antropologica e sociale: bisogna cambiare le regole che organizzano la società per adeguarle ai cambiamenti in corso. Una risposta in linea con la Costituzione è la rinascita della convivialità, delle agorà e delle forme partecipative collettive che possono promuovere la volontà popolare. Le esperienze costruttive di metodi e forme di partecipazione sono presenti nel mondo interno, è necessario che in Italia si cominci a sperimentare e migliorare i processi nel corso tempo.

Può sembrare banale e semplice, ma è proprio così, si esce dalla crisi ripristinando la democrazia oggi sospesa dalle scelte politiche dei partiti tradizionali che hanno consegnato poteri determinanti ad organi non elettivi, e che si trovano nell’Unione Europea. Il popolo ha l’obbligo ed il dovere morale di auto organizzare la futura classe dirigente ribaltando il paradigma odierno che propone principi e regole sbagliate e l’hanno già dimostrato.

Tutti gli indicatori economici ci dicono che la situazione italiana è nettamente peggiorata a causa dell’austerità. I dati ce li fornisce l’ISTAT: nell’agosto del 2011 il tasso di disoccupazione era all’8,4 per cento, l’indice della produttività al 4,8 e quello delle vendite al dettaglio a -0,3 per cento; un anno dopo la disoccupazione era salita al 10,7 per cento, l’indice della produttività si era contratto al 5,2 e le vendite al dettaglio erano scese del 3,2 per cento. Il PIL nel quarto trimestre del 2011 era 0,4 mentre nel terzo del 2012 era sceso a -2,6 per cento. I mercati ci chiedono più interesse perciò siamo più poveri.

L’élite attuale che ha causato questi danni non solo non darà soluzioni positive ai cittadini, ma produrrà altri danni ancora più gravi. La soluzione è nel cambiare paradigma culturale partendo dal ripristino delle sovranità nazionali, la risposta all’austerità che toglie democrazia è più democrazia. Attraverso il progetto di democrazia vendesi puoi esprimere la tua opinione sulla legge elettorale, sul debito e sull’euro.

estratto da: Il governo delle sigle, in Democrazia Vendesi, Rizzoli, pag. 114, di Loretta Napoleoni

Sottoscrivendo il Fiscal Compact nessun Paese potrà spendere più di quanto incassa, che per una nazione come la Germania che gode di un enorme surplus della bilancia commerciale non costituisce alcun problema. Ma che succede quando questo principio viene applicato all’Italia, alla Grecia, e cioè a nazioni gravemente indebitate? Per ridurre il debito lo Stato ha tre alternative: aumentare le tasse, vendere il patrimonio pubblico, ridurre la spesa pubblica.

Oppure una quarta, fare tutte e tre queste manovre in contemporanea.

Aumentare le tasse può essere efficace, ma ha un grave effetto collaterale: deprime l’economia. Riduce infatti la ricchezza di famiglie e aziende e fa calare i consumi, la produzione e dunque l’offerta di lavoro, generando disoccupazione, diminuzione del PIL e, in ultimo, anche una contrazione del gettito fiscale. Come hanno sostenuto molti economisti redditi più bassi e consumi minori danno luogo a meno tasse, si innesca così un circolo vizioso che contrae l’economia, fino ad arrivare al collasso del sistema, con gravi conseguenze sociali. Diverso sarebbe se l’aumento delle tasse si applicasse a rendite finanziarie e grandi patrimoni, e se ci fosse un controllo sui movimenti di capitali all’estero. In questo caso, la capacità di spesa della gran parte della popolazione non si contrarrebbe ma ne soffrirebbe il portafoglio di quella piccola fetta della popolazione che è ricca. Che però è ben collegata alla casta politica da una rete di amicizie e interessi. Basta questo per capire perché non si è fatta la patrimoniale in Italia. Vendere il patrimonio pubblico, per la terza volta in poco più di trent’anni, avrebbe effetti minimi e solo temporanei sui conti dello Stato. Non ha funzionato negli anni Ottanta e Novanta, perché dovrebbe funzionare adesso? Non dimentichiamoci che a guidare questa operazione sarebbe sempre la stessa classe politica, addirittura in gran parte proprio le stesse persone. Diverso sarebbe se questo patrimonio fosse messo a frutto, per esempio affidandone la gestione in cambio di affitti, percentuali sui profitti realizzati dai privati, e se la gestione delle aziende «pubbliche» fosse resa efficiente. Un’azienda pubblica può produrre reddito esattamente come una privata, col vantaggio che i profitti ricadrebbero a cascata sulla collettività; questa possibilità dipende soltanto dalla professionalità dei gestori, ovvero dalla qualità della classe dirigente.

Ridurre la spesa pubblica, invece, è un’operazione più complessa perché esistono due tipi di spesa: quella «utile», che serve a finanziare i servizi sociali, le pensioni, l’istruzione, le infrastrutture, la cultura, la tutela del patrimonio ambientale e storico eccetera; e quella «superflua», o «cattiva», che non si traduce in un temporaneo aumento di benessere o ricchezza per i cittadini, ma alimenta sprechi, inefficienze e così via. È chiaro che sarebbe bene non tagliare la spesa utile perché la qualità della nostra vita è direttamente correlata alla capacità dello Stato di garantire un certo livello di servizi, e questo è possibile solo in presenza di una spesa pubblica adeguata. Eppure in Grecia è proprio la spesa utile che è stata decurtata per prima.

La spesa «superflua» o «cattiva», al contrario, può e deve essere colpita: rientrano in questo campo la sproporzione degli apparati amministrativi, i privilegi di alcune categorie, per esempio i politici, la corruzione, e così via. Ciononostante, pur essendo rilevante in termini assoluti, questa parte di spesa è relativamente marginale sul totale dell’economia, e la sua eliminazione produce scarsi risultati sulla riduzione del debito pubblico. E questo spiega perché si colpisce sempre la spesa utile.

Tassazione sulle famiglie, privatizzazioni e tagli ai servizi, ecco la dieta imposta alla periferia dal Fiscal Compact. Una formula che finisce per produrre un trasferimento della ricchezza pubblica verso interessi privati e lontano dal controllo statale e collettivo, proprio come negli anni Novanta.

La gestione pubblica, anche se poco efficiente, garantisce comunque un minimo livello di controllo «democratico». In conclusione tutte queste misure, come si è detto, hanno effetti fortemente depressivi sull’economia nel complesso e sono antidemocratiche.

Anche dietro lo scudo anti-spread si nasconde il lupo cattivo. E vediamo perché. Quando uno Stato per ottenere prestiti sui mercati tradizionali deve pagare tassi d’interesse troppo elevati può chiedere al Meccanismo di Stabilità di intervenire. In questo caso, i ministri delle Finanze dei Paesi membri, assieme alla Commissione Europea, alla Banca Centrale Europea e al Fondo Monetario Internazionale, la Troika insomma, stilano un «memorandum», ovvero una serie di condizioni che lo Stato in questione deve accettare per ottenere il prestito.

Le condizioni sono ancora una volta la dieta stretta di austerità: riduzione dei salari pubblici, riduzione dei dipendenti pubblici, privatizzazioni delle aziende statali, privatizzazione dei servizi pubblici (sanità, trasporti, istruzione eccetera), vendita del patrimonio pubblico, maggiore «flessibilità» del lavoro, e così via. Ma come funziona lo scudo? Semplice: come una banca presta soldi agli Stati in difficoltà dietro interesse. Quindi non si tratta affatto di un salvataggio ma di un prestito, che per di più ha costi non solo finanziari, ma anche politici.

La ricchezza degli italiani

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Viaggiatori e scrittori, come Dante Alighieri e Wolfgang Goethe si accorsero della ricchezza degli italiani definendo il nostro Paese come il giardino d’Europa. «Secondo le stime dell’Unesco, l’Italia possiede tra il 60 e il 70% del patrimonio culturale mondiale» (rapporto Eurispes 2006). Dobbiamo aggiungere altro? Non credo! C’è la netta sensazione che non abbiamo più gli occhi – il cervello – per riconoscere la bellezza intorno a noi.

Tullio De Mauro, principe dei linguisti italiani, torna alla carica con una nuova edizione del suo libro “La cultura degli Italiani”. I suoi dati dicono che il 70% degli italiani è pressoché analfabeta o analfabeta di ritorno: fatica a comprendere testi, non legge niente, nemmeno i giornali. Per il sapere un 70% di somari è una maggioranza deprimente; e per la politica costituisce un’asinocrazia travolgente e facile da travolgere.

Secondo uno studio pubblicato in Francia da Pascal Guibert e Christophe Michaud, dell’Università di Nantes, la tendenza ad imbrogliare a scuola culmina con l’università. Una inchiesta retrospettiva condotta presso alcuni studenti ha indicato che quasi il 5% di essi diceva di aver imbrogliato alla scuola primaria, ma all’università questa cifra raggiungeva il 50%. Un terzo delle persone interrogate aveva imbrogliato al ginnasio e un pò di più del 10% al liceo. Tuttavia un altro studio condotto in 42 università di 21 paesi, che includeva 7213 studenti in economia e commercio, ha fornito proporzioni superiori circa l’imbroglio dopo il diploma: il 62% dichiarava di aver imbrogliato all’università. Ci sono però forti variazioni fra le varie nazioni: hanno imbrogliato l’88% degli studenti dell’Europa orientale, il 50% degli africani e meno del 5% nei paesi nordici. Lo stesso studio ha indicato che il livello di disonestà degli studenti è proporzionale agli indicatori di corruzione del paese, riportati da analisti finanziari e imprenditori.

I dati circa la cultura degli italiani e l’imbroglio circa il profitto scolastico dimostrano la regressione culturale della società, e la scarsa capacità di scegliere e valutare i propri dipendenti politici che agevolmente manipolano gli elettori.

La totalità delle attività antropiche consuma energia; banale! L’Italia è uno dei Paesi europei, grazie alla sua connotazione geografica, l’orografia del territorio e la sua geologia, che possiede grandi giacimenti di energie rinnovabili: sole, vento, geotermia e acqua, finora sfruttati poco o male, tranne una timida ripresa circa il numero di impianti fotovoltaici installati, ma siamo ancora lontani dalle smart-grid, reti intelligenti. Nel mondo gli italiani sono popolari anche per alcune capacità riconosciute come prerogative, quasi esclusive: la dieta mediterranea, la storia e l’arte.

In poche righe sono sintetizzate al massimo le priorità politiche per qualsiasi italiano. Per conservatore, tutelare e valorizzare tale patrimonio bisogna necessariamente investire in competenze specifiche. Fino ad oggi gli italiani hanno preferito spendere energie mentali su caratteristiche che non sono proprie dell’Italia. Per rendersi conto di questo è sufficiente verificare lo scarso numero di iscritti ai corsi di matematica, fisica, agraria, biologia rispetto all’altissimo numero di iscritti a giurisprudenza ed economia. Nel corso degli anni pochi hanno preferito investire nell’arte e nella tutela del patrimonio, i primi a non credere in questo sono stati i Governi ed il sistema mass mediatico che ha condizionato ed indottrinato famiglie e giovani nel preferire percorsi di studio anacronistici, antitetici alle caratteristiche del nostro Paese, ed oggi non solo abbiamo il fenomeno dei cervelli in fuga, ma abbiamo una classe dirigente con una scarsa cultura scientifica e quindi poco adeguata per pianificare una tutela delle nostre bellezze. Abbiamo politici che si sforzano nel comprendere il valore culturale di scelte politiche come: riusare, riciclare, risparmiare, conservare per valorizzare. Politici che non capiscono neanche che per fare tutto ciò c’è bisogno di nuove tecnologie e quindi di innovazione.

L’agricoltura naturale, il ritorno alla terra, e la manutenzione del territorio sono priorità assolute che non possono essere messe in discussione poiché noi ci alimentiamo di cibo, noi siamo quello che mangiamo, e dobbiamo farlo in sicurezza limitando i danni dei cambiamenti climatici in corso, ma soprattutto rimuovere tutte quelle tecnologie obsolete, sparse sul territorio, che producono danni alla salute ed all’ambiente.

Mentre il teatrino dei politici si concentra nell’individuare i responsabili della crisi, o dell’aumento delle tasse, quasi nessuno fa notare che è sufficiente prendersi cura del Paese per iniziare a fare qualcosa di concreto, e che le risorse economiche per farlo, ci sarebbero pure.

Inoltre, se noi cittadini la facessimo finita con gli individui impresentabili, e lavorassimo per un cambio radicale del processo decisionale della politica (democrazia diretta), avremmo fatto bingo.

Per fare tutto ciò abbiamo bisogno di una cultura adeguata per l’epoca che stiamo vivendo, un’epoca di transizione. La ricchezza degli italiani è nella capacità di sostituire schemi mentali obsoleti con schemi adeguati al cambiamento. La ricchezza degli italiani è la capacità culturale di cambiare.

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Italiani, voto e politici

di Giovanni Mazzi

Le elezioni politiche e amministrative della storia repubblicana mostrano che andavano a votare ben 8 italiani su 10, partecipazione fra le più alte in Europa. I referendum abrogativi, invece, ci hanno mostrano dati altalenanti, poiché hanno un antidemocratico quorum di validità difficile da raggiungere,  ma gli ultimi del 2011 sono stati straordinari, sull’acqua e sul nucleare, quasi 6 italiani su 10 hanno partecipato interrompendo un lungo digiuno di democrazia diretta.

Oggi, nel Sud Italia il partito del non voto è il primo partito. Durante il 2010 nel Lazio, in Campania e Basilicata, circa 4 cittadini su 10 non hanno votato, in Sicilia, nel 2012, ben 1 cittadino su 2 ha preferito rimanere a casa, siamo di fronte a proporzioni molto preoccupanti. Il giudizio politico negativo a chi ha amministrato è pesante, soprattutto se sommiamo al partito del non voto i voti assegnati al M5S, forza politica antisistema. Anche i referendum del 2011 hanno bocciato le scelte politiche di chi amministrava, l’ennesima prova dello scollamento fra classe dirigente e popolo sovrano.

Uno dei principi fondamentali dei sistemi democratici, per legittimarli, è senza dubbio l’aritmetica (maggioranza e minoranza), quando a governare la maggioranza dei cittadini è una minoranza viene meno il principio rappresentativo, e pertanto è legittimo parlare di “oligarchie rappresentative“. E’ pur sempre vero che chi partecipa decide, ci mancherebbe, ma questo vale soprattutto per i sistemi democratici diretti, un pò meno nei sistemi rappresentativi. In una democrazia rappresentativa percentuali così alte circa l’astensionismo fanno sorgere seri dubbi di legittimità politica circa l’azione dei neo dipendenti eletti, poiché è evidente che sono meno rappresentativi, sono l’espressione di una minoranza di parti.

E’ altrettanto evidente che l’astensionismo dei cittadini sia il frutto della crescente sfiducia verso i partiti tradizionali, non c’è alcun dubbio che il popolo non si sente più rappresentato da una certa classe dirigente. I numeri dell’astensione sono importanti e lanciano un allarme per l’intera democrazia rappresentativa.

Un popolo civile e responsabile, di fronte a una deriva autoritaria e palesemente autoreferenziale dell’ethos infantilistico – “oligarchie rappresentative” – non dovrebbe rimanere indifferente e lasciar crescere l’apatia politica, anzi dovrebbe reagire nella maniera più intelligente possibile. Di fronte all’apatia crescente si risponde con una nuova visione politica, con un progetto e con obiettivi condivisi, partecipati, trasparenti, chiari, semplici ed efficaci. Di fronte alla paura, allo smarrimento, al nichilismo crescente si risponde con organizzazioni democratiche vere e genuine, si risponde con comportamenti etici chiari e coerenti coi valori della Costituzione, al partito del non voto si risponde con più democrazia, con inclusione, col merito e con le capacità intellettuali determinanti per rispondere alla crisi di coscienze, alla crisi politica ed economica.

Gli italiani, dopo decenni di inganni, non meritano una dittatura “illuminata” e teleguidata dalle “oligarchie rappresentative”. Alla legittima indignazione verso un sistema che ci danneggia bisogna rispondere con creatività e con una proposta politica circa un nuovo modello, ripensare la comunità con i valori umani e proporre il cambio di paradigma culturale. Questo è un percorso non breve, ma neanche tanto lungo. E’ un percorso che richiede forze ed energie che vanno ben al di là delle competizioni elettorali, comunque importanti. E’ un percorso che richiede preparazione, partecipazione, formazione, ricerca, informazione, divulgazione, in due parole: impegno culturale!

Nel prossimo futuro si sceglierà fra democrazia e dittatura, e se cresce l’apatia o non si programmano strategie e obiettivi ci sarà comunque una distruzione programmata dello Stato per manifesta incapacità dei nuovi dipendenti eletti.

La crisi che stiamo vivendo è talmente vasta e forte che purtroppo non è sufficiente l’inserimento di forze politiche di mera opposizione al sistema dei partiti obsoleti, se intendiamo uscire dalla crisi bisogna immaginare la formazione di un soggetto politico di governo, capace, maturo e responsabile. Purtroppo, opporsi al sistema obsoleto nei Consigli e nei Parlamenti non torna utile all’obiettivo: cambiare paradigma culturale. Gli esseri umani devono riprendersi il governo delle istituzioni e non possono permettersi di fare gli spettatori delle decisioni immorali di questa élite degenerata, che ha già approvato leggi e norme che hanno distrutto il futuro delle generazioni che verranno, l’élite ha già sovvertito valori e scambiato lo Stato sociale con l’avidità.