Sostituire l’oligarchia con la democrazia.

Più di una volta ho cercato di raccontare la cattiva riforma amministrativa degli anni ’90, quella dell’elezione diretta del Sindaco e dell’introduzione del diritto privato in ambito pubblico, una strada che de facto ha riportato l’Italia al medioevo feudale poiché i poteri sono stati accentrati nelle mani discrezionali dei Sindaci.

Ritengo che quella riforma abbia avviato una moderna degenerazione della rappresentanza politica locale, abbia riesumato il feudalesimo, ed abbia legittimato il voto di scambio, gli attuali Sindaci non sono in grado di svolgere una piena e reale funzione di pubblica utilità poiché spesso rappresentano se stessi o gli interessi dei pochi, e spesso il potere gestionale viene trasferito alle SpA locali, mentre la tradizionale pianificazione urbanistica è asservita alla lobby dei costruttori. L’attuale potere politico che fintamente si crede stia nelle mani dei Sindaci e del Consiglio è solo una mezza verità. I Consigli comunali sono totalmente svuotati della loro funzione politica, che dovrebbe essere quella di indirizzo e controllo, e di fatto, i Sindaci possono se lo vogliono, aggirare gli interessi pubblici e lasciare che le lobbies svolgano i propri interessi privati, in che modo? Trasferendo competenze dal Comune alle SpA, e con l’uso di dirigenti ben selezionati e prezzolati, accade tutto a norma di legge.  La vera politica è svolta dalle SpA e non dalle persone elette. E’ pur vero che un Consiglio comunale consapevole ha il potere di delegittimare la Giunta ed il Sindaco, ma questo accade molto di rado poiché i consiglieri comunali, sottopagati, disinformati ed impreparati, difficilmente hanno il tempo per svolgere un efficace ruolo di controllo sull’organo esecutivo, e raramente il loro peso politico riesce a svolgere il ruolo dell’opposizione per tutelare l’interesse pubblico. Dalla riforma in poi, difficilmente le maggioranze vengono ribaltate legittimamente tramite il confronto politico, forse mai, accade grazie alle inchieste giudiziarie.

Per migliorare l’azione dell’Amministrazione pubblica non era affatto necessario accentrare i poteri nelle mani di una sola persona facilmente ricattabile o corruttibile, ma fare l’esatto opposto, e cioè distribuire potere al popolo sovrano. Per amministrare efficacemente servono diverse competenze e capacità, tutte risorse presenti nella società, e pertanto sarebbe necessario riformare gli Enti locali col fine di introdurre forme efficaci di partecipazione popolare, rafforzare i poteri del Consiglio comunale, “eliminare” la figura del Sindaco, introdurre la verifica del mandato elettorale con l’eventuale richiesta di revoca, e sostituire le SpA locali con cooperative ad azionariato diffuso popolare per la gestione dei servizi pubblici locali. Il modello svizzero, ad esempio, è ampiamente efficace e le decisioni dal basso, spesso, sono migliori di quelle degli organi elettivi, si veda anche il recente referendum circa la riduzione, e/o “tetto massimo”, degli stipendi dei manager. Oltre a questo aspetto bisogna avviare un aggiornamento professionale e sostituire tutti i dirigenti pubblici poco preparati, e/o corrotti, per prendere coscienza si può partire dalle relazioni della Corte dei Conti che mostrano sprechi evitabili, se ci fossero pianificazione e partecipare popolare. Ad esempio, le competenze tecniche dei dirigenti e gli indirizzi politici sintetizzati (priorità) con processi partecipativi sono più che sufficienti a programmare le attività politiche dei Comuni. Il ragionamento è abbastanza semplice, spesso consiglieri e Sindaci si trovano di fronte a decisioni politiche che richiedono l’ausilio di esperti, e questi si trovano senza dubbio nella società, così come è probabile, o rischioso, che i soliti esperti fidelizzati dai partiti rappresentino interessi particolari e non generali. L’esperienza dimostra che i processi partecipativi popolari allontano le opinioni “particolari” delle lobbies ed avvicinano risorse umane altruiste.

Il legislatore può presentare una riforma efficace che può prevedere un processo educativo partecipativo generalizzato, mostrando i processi migliori e coinvolgendo attivamente i cittadini, per un breve periodo iniziale, e poi istituzionalizzare i processi per il periodo successivo, in maniera definitiva. Attraverso una semplificazione (linguaggio meno tecnico) e la pubblicazione dei programmi locali (trasparenza), i cittadini hanno l’opportunità di conoscere la spesa pubblica locale e di commentarla, indirizzarla e modificarla con strumenti di verifica ad hoc. Piani, bilanci e processi possono essere riorganizzati per favorire la partecipazione popolare e migliorare l’azione politica locale grazie alle ingenti risorse presenti nella società, ed il Consiglio comunale insieme ai funzionari pubblici sono in grado di facilitare la sintesi politica da introdurre nei piani.

Intervista andata in onda su Report (19 nov 2006), MASSIMO VILLONE – Senatore DS:
«Allora supponiamo che io sia uno eletto a funzione di governo, un sindaco, un presidente di provincia, un governatore, ho avuto una campagna elettorale complicata, difficile, costosa, ho avuto i miei ambienti di riferimento, amici, sostenitori, squadre di volontari, imprenditori vicini a me, adesso si aspettano che io dia delle risposte, niente di illecito, beninteso, ma c’è l’imprenditore che vuole il sostegno all’impresa, l’associazione di volontari che vuole l’affidamento del servizio sociale, tutta allora io che faccio, mi rivolgo al dirigente, dirigente messo là da una giunta precedente, persona per bene, rigorosa, onesta, pignolo, spacca il capello in quattro, osserva le virgole, dice che la Pubblica Amministrazione non deve fare nessun favoritismo, dirigente come tutti i cittadini vorrebbero naturalmente, però per me è un problema. Che cosa posso fare? Lascio lì il dirigente però riorganizzo l’amministrazione. Prendo pezzi degli uffici, li sposto, faccio un altro dipartimento, un’altra area. Le cose che mi interessano le metto da un’altra parte quindi il dirigente sta là ma non si occupa più delle cose mie. A capo di questa nuova struttura metto un nuovo dirigente, un esterno assunto a contratto, naturalmente un amico mio. Nei procedimenti che mi interessano, che producono gli atti che mi interessano metto un comitato di esperti. Naturalmente, nel comitato di esperti lì sono tutti amici miei. Posso fare ancora un’altra cosa: prendo un pezzo di attività che mi interessa, lo esternalizza per così dire. Lo metto in una società a partecipazione pubblico -privato, in una SpA nella quale io partecipo come ente. Mi nomino il presidente, mi nomino i consiglieri di amministrazione, in tutto o in parte, revisori, sindaci e quindi sempre amici miei, beninteso, gente di cui mi fido e poi come effetto collaterale se devono svolgere questa attività magari fanno un pò di assunzioni, faccio assumere quei 30/40 giovanotti che mi hanno dato una mano ad attaccare i manifesti in campagna elettorale. In tutto questo non c’è nessun illecito diciamo. Io non firmo una carta, non tocco nessuno, non ci sono tangenti, non ci sono mazzette, si orienta l’amministrazione verso un risultato che è quello della produzione del consenso
Utilities, affari del potere locale. “Non si ferma la corsa delle SpA pubbliche”. Società e consorzi crescono del 5% rispetto al 2008, quasi 25mila poltrone nel consiglio di amministrazione. Una lista di attività poliedriche, che spesso servono a trovare una poltrona agli estromessi del giro della politica a chi nella politica c’è rimasto e non disdegna i doppi e tripli incarichi.[1]

[1] Antonello Cerchi Gianni Trovati, Non si ferma la corsa delle SpA pubbliche, in “IlSole24ore” 15 maggio 2010 pag. 3

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Uscire dalla strada totalitaria!

In principio fu la guerra, di solito sono sempre le guerre a cancellare o creare debiti. 1944 nacque l’economia del ricatto per gli italiani e gli europei. Ad esempio il debito pubblico degli americani, o dei cinesi, non ha lo stesso peso politico per i cittadini europei che vivono dell’euro zona (patto di stabilità e crescita). Dal piano Marshall in poi gli italiani poterono costruire un’industria e scegliere come spendere i soldi prestati. Dal 1981 in poi l’intero ceto politico italiano decise di abdicare alla sovranità economica e applicare le teorie monetariste liberali. Il Governo Forlani e il Ministro Andreatta decisero la separazione del Tesoro dalla Banca d’Italia ottenendo due risultati: (1) la privatizzazione della Banca d’Italia che nella sostanza significava togliere il controllo del credito allo Stato e (2) consegnare la Repubblica al ricatto dei mercati internazionali. Sono gli anni in cui i partiti si mischiano col mondo dei banchieri e degli imprenditori, gli anni in cui la sinistra abdica a se stessa per abbracciare la religione monetarista liberale (teoria esogena della moneta). Sono gli anni in cui la classe dirigente politica occidentale annulla la democrazia rappresentativa degli Stati per consentire alle imprese di accumulare ingenti capitali; speculando con gli strumenti finanziari, controllando le risorse del pianeta e localizzando la old economy nei luoghi ove non esistono diritti sindacali e tasse (zone economiche speciali). In Italia, seguirono gli anni ’90 con le cosiddette “riforme strutturali” neoliberali: privatizzazioni e uso del diritto privato in ambito pubblico che significò per i partiti, ma soprattutto per Sindaci e Presidenti gestione delle clientele senza subire le indagini della magistratura inquirente, poiché il voto di scambio diventò “legale”. Anni duemila gli scandali bancari rivelano l’intreccio fra partiti e banche e svelano un progetto politico portato avanti nei decenni: sospendere la democrazia rappresentativa, privare lo Stato del potere di emettere moneta e aumentare l’influenza delle imprese private tramite la finanza ed i paradisi fiscali. Nel dopo guerra i partiti avevano il potere di promuovere una politica industriale e monetaria, avevano il potere di fare la politica, cioè decidere come spendere le tasse degli italiani. Dagli anni ’90 in poi i politici (ingresso nello SME e il cosiddetto vincolo esterno (ricatto esterno), ossia Titoli di Stati acquistati dai mercati) sono stati chiusi in un recinto ben preciso: gestire la spesa pubblica per ridurla. Le borse telematiche, il linguaggio finanziario, sono la maschera e l’inganno psicologico da mostrare a tutti: cittadini ed amministratori. Gli interessi della finanza privata prevalgono sull’azione politica dell’istituzioni.

Mentre la religione liberista cominciò a governare il mondo, erano gli anni di Reagan e della Thatcher, tutti i partiti italiani abbracciarono la religione liberale e noeliberale assorbendo le agende politiche dei think tank americani. La maggior parte delle accademie economiche europee pubblicavano testi a favore delle teorie di von Hayek preferendole a quelle di Keynes, e mettendo da parte la critica sociale ed economica di Marx. Anche in questo modo si creò il pensiero dominante, o pensiero unico; mentre pochi economisti si rifiutarono di ignorare le lezioni di Marx e Keynes, e per questo furono delegittimati e isolati. Col trascorrere del tempo l’ideologia globalista finanziaria riuscì a sedurre anche i “comunisti” italiani, tant’è che in Italia i più efficaci liberisti hanno ricevuto l’energia politica anche dall’ex partito comunista che ha sostenuto i governi di Carlo Azeglio Ciampi, Romano Prodi, Giuliano Amato, e Mario Monti. Tutto ciò mentre già negli anni ’70 emerse con estrema lucidità e corretta previsione il disastro ecologico di un’economia fondata sulla crescita continua, ignorando l’entropia e gli effetti negativi degli impatti industriali. Se Marx fu corretto nel criticare il capitale (effetti sociali), Nicholas Georgescu-Roegen fu corretto nel dimostrare la fallacia della teoria economica neoclassica (effetti ambientali).

Dal dopo guerra in poi, la DC fu l’interlocutore principale delle religione liberale e neoliberale; e dal 1992 in poi si alternavano i Governi Berlusconi, un liberista in pectore, che ha saputo approfittare del suo ruolo da premier sia per sistemare i propri affari personali, e sia per crearne dei nuovi tramite l’ENI e l’ENEL nominando il managment di tali aziende. L’attuale governo democristiano, Letta premier, rappresenta egregiamente l’immagine liberista propugnata dai gruppi élitari quali il club Bilderberg e la Commissione Trilaterale. E’ noto che le riforme politiche degli ultimi trent’anni hanno spostato i centri decisionali e di potere, da Roma a Bruxelles, e da Bruxellese alle agende dei gruppi sovranazionali, ed è in questi ambiti elitari che i gruppi politici europei ed americani hanno banalmente applicato le priorità delle imprese private che non coincidono con gli interessi generali di uno Stato democratico, ma con quelle delle SpA che si riuniscono nel WTO e che sfruttano le risorse limitate della Terra per il torna conto degli azionisti.

Nel 2011 accade qualcosa di straordinario poiché le democrazie rappresentative sono sospese (accade in Grecia e in Italia) e l’agenda élitaria dei borghesi europei nomina i primi ministri. E’ sempre il vincolo esterno che annulla l’autonomia degli Stati e detta l’agenda politica liberista. L’UE segue l’agenda élitaria, i governi nazionali firmando il Trattato di Lisbona (Italia, luglio 2008) rinunciano alla propria sovranità ed i popoli subiscono le stupide regole contabili del fiscal compact e del MES. E’ buffo leggere le opinioni dei teorici della “terza via” di Blair e Clinton (Policy Nertwork) e dell’Ulivo mondiale, quelli delle speculazioni finanziarie per intenderci (ad esempio, quelli vicini a Goldman Sachs o quelli del caso Mps in Italia), leggerli nel proporre maggiore “democrazia” nell’UE. Com’è buffo leggere che i socialisti francesi giudicano di “destra” la “terza via” inglese. I gruppi politici si muovono su parole d’ordine e slogan per semplificare la realtà, entrambi i gruppi politici si muovono nel piano ideologico della crescita: la “sinistra” intende tornare ad un capitalismo degli anni ’80, mentre la “destra” ignora gli effetti di una “globalizzazione finanziaria” e persegue sullo stessa strada. Nei dibattiti pubblici si possono vedere gli stessi uomini politici che hanno introdotto gli algoritmi matematici che hanno accelerato una crisi del sistema capitalistico e propugnano soluzioni per tutti, questi individui hanno lo stesso grembiulino di oltre oceano. E’ questa la sintesi politica dei gruppi politici europei, entrambi legati a doppio filo dagli immorali paradisi fiscali. Politici ben saldi alle poltrone politiche che muovono le regole dell’immoralità e della stupidità poiché negano il diritto ad un esistenza migliore per chiunque voglia averla.

L’austerità voluta da tutti i Governi dell’UE è stata sostenuta da diversi studi di macro economia. Di recente è accaduto un fatto a dir poco imbarazzante, un giovane dottorando Thomas Herndon stava studiando un rapporto di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, “Growth in a Time of Debt” (2010). In quel testo vi era la “prova scientifica”, secondo gli autori, che se il debito pubblico di una nazione raggiunge la soglia del 90% del Pil, diventa un ostacolo insuperabile alla crescita. Quella cifra “magica” venne adottata come un dogma, istantaneamente ripresa da organizzazioni internazionali e governi: da Angela Merkel alla Commissione europea, fino al partito repubblicano negli Stati Uniti. Herndon scoprì due categorie di errori, grossolani e dalle conseguenze disastrose. La coppia di grandi economisti aveva banalmente commesso una svista di “allineamento” nelle colonne delle cifre da addizionare usando il software Excel della Microsoft. Sicché alcuni calcoli erano sbagliati. In più — questo forse è lo sbaglio più imperdonabile — Reinhart-Rogoff avevano omesso di includere tra le nazioni esaminate ben tre casi (Canada, Australia, Nuova Zelanda) in cui la crescita economica non è stata affatto penalizzata da un elevato debito pubblico.

Gli effetti delle politiche liberali e neoliberali sono evidenti: l’Italia è diventata periferia economia e in particolar modo il meridione d’Italia raggiunge tassi di disoccupazione pari ai paesi emergenti, una volta chiamati in via di sviluppo. Applicando il paradigma liberale, competitività e delocalizzazioni, si è consumata una guerra economica contro le famiglie meridionali. La soluzione è politica, ed è semplice: restituire autonomia politica per ristrutturare i debiti e applicare la teoria endogena della moneta. Non c’è alcun bisogno di una guerra per “rimettere” i debiti, lo capiscono tutti i leader europei ed alcuni gruppi politici riflettono su questa opportunità, immaginando una BCE “prestatrice di ultima istanza”, un pò come fa la FED americana. Premi nobel come Krugman e Stiglitz criticano apertamente il sistema euro e mostrano le storture di una moneta a debito, non sovrana, poiché le Nazioni non decidono autonomamente del proprio destino. Krugman e Stiglitz dicono che il problema euro, prioritariamente, è politico per l’assenza di democrazia.

La Repubblica italiana ha principi e regole per la diffusione a larga scala di semplici tecnologie per auto produrre energia con fonti alternative, per riciclare tutte le materie prime seconde (rifiuti), per spostarsi con mezzi non inquinanti e puntare alla sovranità alimentare. In modo particolare l’Italia deve affrontare, con urgenza, il tema del rischio sismico ed idrogeologico, e la pianificazione della tutela dei beni culturali (art. 9 Cost.), e questo può avvenire solo con una politica industriale pagata con moneta sovrana libera dal debito. L’Italia ha la necessità di avviare un cambio di scala territoriale e pianificare le proprie aree urbane che soffrono di degrado e abbandono. Un piano lungimirante deve puntare alla divulgazione di nuovi paradigmi educativi per sviluppare la creatività, sia per le future generazioni che per quelle attuali, un piano atto a sconfiggere l’ignoranza di ritorno e progettare comunità sostenibili puntando alla piena occupazione, alla riduzione degli orari di lavori conservando uno salario dignitoso e l’aumento del tempo libero da trascorrere con la famiglia e le persone più care (art. 35 e 36 Cost.). E’ banale mostrare che queste politiche non siano praticabili all’interno del piano ideologico liberista del Trattato di Lisbona, e che pertanto bisogna abrogare regole fiscali e contabili stupide per scriverne altre, semplici ed efficaci, partendo dal diritto di battere moneta, questione non economica e neanche contabile, ma problema di diritto costituzionale per restituire sovranità al popolo italiano (art. 1 comma 2 Cost.). Successivamente, è altrettanto banale considerare il fatto che lo Stato debba rivedere il sistema dei controlli sulla spesa pubblica per ridurre gli sprechi e prevenire la corruzione.