UE? Disuguaglianze programmate!

Scoprire i dati sui programmi di finanziamento europei è come scoprire il famoso “ufficio complicazioni affari semplici”, un mondo opaco e stupido che rispecchia la disuguaglianza del mondo liberista. Chi ha costruito questa Unione europea dovrebbe subire un trattamento sanitario obbligatorio. Osserviamo i dati sul programma 2014-2020: in valori assoluti chi finanzia di più l’UE non è la ricca Germania che versa 44,7€ mld con l’1,5% del PIL tedesco, ma la Polonia con 104,9€ mld, che contribuisce col 13,6% del proprio PIL.

Se osserviamo la classifica dei Paesi che contribuiscono in rapporto alla propria capacità produttiva, la ricchezza economica, scopriamo che i poveri pagano l’UE e non i ricchi. L’Estonia è il Paese che contribuisce più di tutti col 21,3%, poi seguono la Lettonia col 18,7%, la Croazia col 17,6%, la Slovacchia col 16%, l’Ungheria col 15,4%, il Portogallo col 14,2%, la Polonia col 13,6%, la Grecia col 12,6%, la Repubblica Ceca col 12%. Chi contribuisce meno in rapporto al proprio PIL è l’Olanda con appena lo 0,6%, poi seguono il Lussemburgo con l’1%, la Danimarca con l’1,1%, l’UK con l’1,3%, la Germania con l’1,5%. L’Italia contribuisce col 4,5% del proprio PIL.

UE indice del progresso sociale Eurostat
UE, indice di progresso sociale, Eurostat.

La classifica cambia per chi contribuisce in valori assoluti: è la Polonia che contribuisce più di tutti con 104,9€ mld, poi seguono Italia con 76,1€ mld, Spagna 56,1€ mld, Francia 45,6€ mld, Germania 44,7€ mld, Romania 37,5€ mld, Portogallo 32,7€ mld, Repubblica Ceca, Ungheria, UK, Grecia, Slovacchia e gli altri Paesi. In termini di utilizzo dei fondi, la classifica cambia nuovamente, è la Finlandia il Paese che sfrutta di più i fondi strutturali europei assegnati e ne spende il 41%, poi seguono Austria 36%, Irlanda 35%, Lussemburgo 32%, Grecia 28%, Svezia 26%, Portogallo 25%, Francia 23%, Estonia 22%, Lituania 22%, Danimarca 21%. La Polonia, primo contribuente assoluto, utilizza solo il 17%. L’Italia è l’ultimo paese con l’11% di utilizzo dei fondi assegnati. In questa classifica c’è già un fallimento evidente dell’UE, poiché nessuno dei 28 Paesi spende il 100% dei fondi disponibili, e la migliore prestazione della Finlandia ci dice che spende meno della metà. Perché un Paese come l’Italia, che ha enormi disuguaglianze fra Nord e Sud, e fra le aree urbane e territoriali, non utilizza i soldi assegnati?

Chi riceve più fondi in valori assoluti è la Polonia con 86,1€ mld, poi seguono Italia 44,6€ mld, Spagna 39,8€ mld, Romania 30,8€ mld, Germania 27,9€ mld, Francia 26,8€ mld, Portogallo 25,8€ mld, Ungheria 25€ mld, Repubblica Ceca 23,8€ mld, Grecia 21,3€ mld, UK 16,4€ mld, Slovacchia 15,2€ mld e poi tutti gli altri. Abbiamo visto che solo in pochi sono capaci di utilizzare i fondi e la Finlandia, la più capace, ne spende meno della metà. I criteri di utilizzo dei fondi sono sbagliati?

Calcolando il totale fra i miliardi versati dai singoli Paesi all’UE 645,7€ mld, e i miliardi assegnati ai Paesi stessi €460,2€ mld, c’è un saldo negativo di 185,4€ mld che molto probabilmente contribuisce a pagare il costo dell’istituzione UE. Facendo la differenza fra i miliardi versati all’UE e quelli assegnati scopriamo che l’Italia è il Paese che paga più di tutti il costo dell’UE, con 31,4€ mld, poi seguono Polonia con 18,8€ mld, Francia 18,7€ mld, Germania 16,8€ mld, Spagna 16,3€ mld, UK 10,3€ mld e gli altri.

I dati mostrano che il costo dell’UE e il suo criterio di prelevare soldi dai singoli Paesi per finanziare la programmazione economica, non tiene conto degli effetti sociali della recessione economica. Nell’euro zona sussistono pesanti disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento e i criteri di finanziamento dovrebbero corrispondere a questi temi, e non ad altri. Se da un lato l’UE rileva le disuguaglianze per aree geografiche regionali, e certifica le disuguaglianze delle aree “centrali” e quelle “periferiche”, poi non correggere gli errori sulla spesa perché i luoghi marginali restano tali, mentre quelli più ricchi continuano a concentrare capitali. Un esempio, come mai un paese come la Polonia contribuisce (104,9 mld) più del doppio della Germania (44,7 mld)? In termini di flussi, i poveri pagano l’UE.

In valori assoluti, il buget di spesa di 645,7€ mld nel periodo 2014-20 è ridicolo rispetto ai reali bisogni. Per renderci conto della presa in giro, l’UE propone di spendere appena 3,2€ mld all’anno per ognuno dei 28 Paesi. Tornando alla politica vera, considerando gli enormi problemi che si concentrano nelle aree periferiche, servirebbero investimenti di almeno 100€ mld e non 3,2€ mld, se le istituzioni volessero affrontare temi come il rischio sismico, idrogeologico, la conservazione del patrimonio e la rigenerazione urbana e territoriale, includendo i problemi sociali (disoccupazione) e ambientali (inquinamento e bonifiche). L’enorme problema culturale e politico all’interno dell’euro zona è che la sua natura neoliberista preferisce il laissez faire del mercato, per scoraggiare gli investimenti a fondo perduto e vietare gli aiuti di Stato, secondo la religione della libera concorrenza. E’ necessario un cambiamento culturale e politico per applicare il più saggio socialismo, che investe direttamente nei territori più svantaggiati e programma opere pubbliche che non producono un ritorno economico nel senso capitalistico, ma generano un ritorno sociale ed ambientale, caratteristiche fondamentali per lo sviluppo umano. L’UE osserva e pubblica la geografia delle aree funzionali, cioè dei Sistemi Locali del Lavoro (SLL); questi territori esprimono meglio le attività e le funzioni presenti sui territori. In Italia esistono 611 SLL, e la programmazione politica e finanziaria dovrebbe rispecchiare queste forme di agglomerazione urbana e territoriale, e non più i vecchi Comuni, ormai obsoleti. Sono due gli errori dell’euro zona: il primo è l’assenza del potere pubblico, cioè di uno Stato che interviene nell’economia per aggiustarla; e il secondo finanziare le Regioni, quando invece bisogna finanziare i Sistemi Locali osservando i loro piani bioeconomici che riterritorializzano attività e funzioni. Dal punto di vista della macroeconomia e secondo l’approccio post-keynesiano condotto sul piano bioeconomico, i fattori che determinano ricchezza sui territori sono le politiche pubbliche che determinano e influenzano sia gli investimenti e sia il credito privato. Da un lato l’approccio monetario endogeno e dall’altro il riconoscimento dei limiti naturali e l’entropia, determinando scelte non più sul piano della razionalità economica neoclassica, ma sul piano dell’utilità sociale e del ritorno ambientale. I fattori di benessere economico che riducono le disuguaglianze sono il tasso di utilizzo delle capacità locali relative agli investimenti, le innovazioni tecnologiche e la produttività condizionata dai prestiti e dal ritorno economico degli stessi investimenti. Il capitalismo misura la produttività, e i criteri per finanziare un piano sono tutti basati sul ritorno economico, ma esistono investimenti che non producono alcun ritorno: l’educazione, l’assistenza sanitaria e sociale, la prevenzione del rischio sismico e idrogeologico, la conservazione del patrimonio naturale. Secondo il capitalismo questi sono costi da ridurre, ma secondo la ragionevolezza umana, determinati temi sono priorità per un’esistenza normale, dignitosa e civile, che possono essere finanziati cambiando i paradigmi culturali dell’economia. La moneta dovrà essere a credito. In tal senso una parte della letteratura economica che riconosce i limiti dell’economia neoclassica ortodossa (ignorare l’entropia), immagina di collegare la teoria bioeconomica di Georgescu-Roegen con la teoria post-keynesiana (moneta endogena e domanda effettiva) al fine di proporre un modello macro economico e politico migliore di quello attuale che crea squilibri, povertà e recessioni. Ad esempio, le necessità sopra elencate (prevenzione del rischio sismico e idrogeologico) rientrano nella domanda effettiva che si può sostenere solo con investimenti pubblici a credito.

Fondi strutturali 2014-20
Fonte dati sito della Commissione, elaborazione personale.

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Un sindacato per le generazioni XY

Per semplificare la complessità della società spesso si usano etichette a sostegno di teorie e analisi. Negli ultimi trent’anni caratterizzati dall’esplosione del nichilismo liberale si sono etichettate ben due generazioni di giovani, la generazione X (i nati fra gli anni ’64 e ’80) e Y (i nati dopo gli anni ’80 e l’inizio nuovo millennio) spesso connotandole di giudizi dispregiativi e negativi. L’evoluzione dell’industrialismo, l’impiego della finanza per creare denari dai denari e la sostanziale vittoria della cultura liberale ha ridotto, nei decenni, il numero degli operai e di conseguenza annullato il peso dei sindacati, spesso piegati sulle posizioni dei padroni. Nel Novecento e all’inizio del nuovo millennio c’è stata una lotta di classe ed è stata vinta dai padroni.  Nel Novecento c’è stata, all’insaputa di una generazione, una vera e propria lotta generazionale, i nati fra gli anni ’30 e ’60, nonostante il peso di due guerre e la ricostruzione del Paese, abbracciando l’egoismo della religione liberale, hanno distrutto il presente e futuro dei propri figli e nipoti (generazioni X e Y). E’ evidente che questo ragionamento è una generalizzazione finalizzata a selezionare all’interno del conflitto generazionale un collegamento, un ponte per riformare il pensiero e progettare una società migliore. La stranezza è che proprio dalla storia si potrebbero estrarre i giusti insegnamenti, basti osservare l’inizio del Novecento. Si sbagliò per ben due volte poiché alla risposta di recessione economica si fecero emergere due regimi autoritari. I regimi furono utili al capitale. Oggi l’idiozia dell’élite europea promuove le politiche di austerità e i venti dei regimi autoritari soffiano forte, nuovamente per favorire il capitale.

Le ragioni per cui non accade nulla, alludendo al fatto che la popolazione italiana nonostante sia capace di percepire un malessere comune non abbia fatto alcun che per migliorare il proprio Paese, di fatto favorendo lo status quo, tali ragioni sono veramente profonde e una leva determinante per il cambiamento è l’energia delle generazioni XY, oggi inutilizzata e canalizzata in sedicenti movimenti politici “rivoluzionari”, un inganno perfetto per lo status quo.

In quest’ottica sarebbe fondamentale un “sindacato” delle generazioni XY, cioè un movimento culturale che sappia analizzare la società e rappresentare le istanze di due generazioni stroncate dalle politiche liberali, neoliberali e ultraliberiste che oggi guidano l’UE e che sono alla base di tutti i partiti politici italiani di maggioranza e di opposizione.

Giacche costituzione italianaUn contenitore culturale per far crescere e sviluppare i nuovi paradigmi culturali è senza dubbio il nascente movimento DiEM25, che nel suo manifesto pone l’accento sul cambiamento dei Trattati europei poiché sono lo strumento giuridico usato dall’élite per governare 500 milioni di cittadini. I Trattati di fatto contrastano e/o cancellano la Costituzione repubblicana, che da un lato va difesa nei principi e nei valori (artt. 1 – 12), ma la stessa Carta va adeguata all’epoca che verrà nella parte riguardante i “rapporti economici”. Quella parte della Costituzione ha favorito il capitalismo nichilista e materialista. Inutile sottolineare che l’articolo 81 è alieno ai principi costituzionali, e solo una classe politica moralmente corrotta ha potuto vendere un popolo intero sull’altare della stupida religione neoliberale. Il limite culturale della Carta costituzionale si intuisce, essa fu scritta dai partiti otto-novecenteschi inventati dall’industrialismo, e così dopo 68 anni la società che ereditiamo è praticamente nichilista, sia a danno della spiritualità umana e sia a danno dell’ambiente in cui viviamo.

Lo slogan di DiEM25 è democratizzare l’Europa altrimenti si disintegrerà. Non c’è dubbio che questa UE, che non è l’Europa, è un’organizzazione mostruosa inventata per l’avidità delle imprese e delle banche private, non c’è dubbio che le regole fiscali europee stiano distruggendo comunità e popoli (disparità fra Paesi “centrali” e “periferici”). DiEM25 e il dibattito che vuole sviluppare dovrà avere maggiore onestà intellettuale e coraggio morale per programmare una vera transizione politica ed economica e per uscire dal capitalismo, la religione che sta distruggendo la specie umana. Non si tratta solamente, come raccontano i post-keynesiani di restituire la sovranità monetaria per sostenere l’effettiva domanda aggregata, ma si tratta di cominciare a vivere come esseri umani poiché è la fotosintesi clorofilliana che consente di vivere su questo pianeta. Sperare di sostenere l’effettiva domanda aggregata è persino sbagliato, visto che i limiti fisici del pianeta sono noti e la distruzione degli ecosistemi è sotto gli occhi di tutti. L’Occidente deve ammettere i propri limiti culturali che hanno radici lontane sin dalle ideologie illuministe, l’evoluzione del capitalismo, la costruzione della società moderna e il determinismo, fino alla religione finanziaria liberale che stacca completamente l’uomo dalla natura.

Come direbbe Socrate questa società costruisce la sua realtà basandosi sulle opinioni e non sulla ricerca della verità. Le opinioni politiche espresse su facebook e twitter sono le verità dei politici che rimbalzando nei media diventano la neolingua che scrive nelle menti dei cittadini apatici e nichilisti. Se i cittadini si rifiutassero di seguire questi slogan, e come insegna Socrate andassero alla ricerca della verità tutto il teatro politico si scioglierebbe come neve al Sole.

In questo periodo di crisi della rappresentanza politica e della partecipazione attiva dei cittadini, credo sia doveroso proporre un percorso per riprenderci un’identità culturale, e lanciare un “Manifesto” politico per produrre un dibattito pubblico circa il cambiamento culturale che può consentire all’intera società di approdare in un’epoca nuova, adeguata alle opportunità offerte dall’evoluzione del pensiero e l’innovazione delle tecnologie a servizio dell’uomo in armonia con la natura. E’ necessario percorrere una transizione chiamata “decrescita felice”, per uscire dall’economia del debito, per uscire dal capitalismo, e costruire le basi culturali, sociali, istituzionali e tecnologiche per l’epoca nuova che ci consente di realizzare una prosperità per le presenti e future generazioni.

La Sinistra come noi l’abbiamo studiata e “conosciuta” è nata fra il Settecento e l’Ottocento, ed è “terminata”, per l’Occidente durante il Novecento; il secolo ove il capitalismo ha saputo prosperare e crescere, fra gli USA e l’Europa, nella versione più sincera e vera: cioè il neoliberismo, che ha sostituito Stati, Nazioni e modelli democratici, attraverso una progressiva trasformazione della società e delle istituzioni per mezzo della propaganda, della manipolazione psicologica, per mezzo della matematica finanziaria, le regole degli istituti bancari e la tecnologia informatica piegata agli interessi di determinate multinazionali.

Le generazioni XY possono trovare le proprie legittime aspirazioni di una vita migliore nella bioeconomia, che consente di proiettare la nostra società fuori dal capitalismo ma in un futuro prosperoso per le presenti e future generazioni, e diversamente dalle generazioni dei nostri nonni e bisnonni, potremmo costruire un piano di occupazione utile grazie all’evoluzione culturale. E’ grazie alla bioeconomia che possiamo osservare il nostro patrimonio e valorizzarlo col giusto approccio dove il ben-essere coincide con lo sviluppo delle proprie aspirazioni individuali. Il capitalismo ha costruito una società del sopravvivere, cioè ha condannato la popolazione al sotto-vivere favorendo un malessere psichico. La bioeconomia favorisce l’arte del vivere poiché uscendo dal materialismo economico, uscendo dalla competitività e dall’accumulo di merci inutili, tutta la società potrà orientarsi verso lo sviluppo umano, e osservando il nostro patrimonio, la bellezza e i tesori del paesaggio, potremmo finalmente investire nelle conoscenze che ci aiuteranno a bonificare, conservare, valorizzare i beni comuni. Per far questo abbiamo bisogno di filosofia cioè della saggezza del saper vivere, e della comprensione umana che richiede apertura, empatia e simpatia; tutte caratteristiche che non appartengono all’economia capitalista poiché è la misura dei costi e dei prezzi, una religione totalmente priva di etica. Un percorso per le generazioni XY, come potrebbe suggerire Edgar Morin è composto di “tappe” la comprensione, il riconoscimento dell’errore e la riforma del pensiero per cambiare i paradigmi culturali della società, in questo modo potremmo scoprire la nostra condizione umana.

Una scelta umana, lasciar morire il cancro capitalista!

Un’interessante approccio analitico per tentare di comprendere la società, può essere la scomposizione degli elementi (la cultura individuale, le istituzioni e le leggi, le abitudini, i limiti naturali, la produzione …), e la loro ricomposizione orientati verso l’evoluzione. Non c’è dubbio che esistono elementi più incisivi rispetto ad altri, ed elementi che frenano il processo evolutivo, ad esempio l’ignoranza funzionale (la cultura individuale). La cultura delle persone è senza dubbio l’elemento determinante che costruisce una società, mentre le teorie economiche e le istituzioni limitano i processi evolutivi. Le teorie sociali si “dividono” fra quelle che ritengono la società il risultato di una fusione tra le coscienze individuali (Durkheim), quelle che ritengono la società il risultato di un contratto fra individui a partire dagli interessi (Hobbes, Rousseau), e in fine quelle che pensano alla società come l’effetto dell’interazione tra uomini (Marx, Weber). Tutte queste teorie presuppongono che l’azione dell’individuo sia attivata da un soggetto auto cosciente e razionale. I limiti delle teorie sono che tendono ad autoescludersi creando dualismi, e che l’ordine sociale non può essere condotto esclusivamente all’intenzione soggettiva. Ad esempio, se osserviamo le recenti indagini sulla cultura delle persone, si intuisce che il soggetto auto cosciente e razionale non corrisponde alla maggioranza della società. Sapendo che le società sono dotate di strutture semantiche e cognitive possiamo intuire che senza un’adeguata crescita culturale di una parte importante della popolazione è difficile compiere evoluzioni sociali per migliorare la qualità di vita di tutta la società. Al di là dei livelli di istruzione, bisogna anche riconoscere l’involuzione di parti culturali della società che si muovono solo per interessi personali, e lo fanno a danno di una maggioranza di individui appositamente esclusi dall’opportunità di sviluppo umano.

L’ala capitalista americana post-keynesiana propone modelli economici per tenere in vita il capitalismo quando il sistema riduce la domanda (quando calano i consumi). Le ricette suggerite dagli economisti sono abbastanza note e scontate; in caso di recessione si attiva una politica espansiva per fronteggiare la deflazione del sistema capitalista. Fu un allievo di Keynes, Minsky a spiegare matematicamente l’instabilità del capitalismo, e in funzione di questa instabilità emerse la proposta della scuola post-keynesiana, che si distingue dalle posizioni neo-keynesiane rimaste legate ai modelli teorici neoclassici. I post-keynesiani ritengono che l’offerta di moneta risponde alla domanda (ribaltando la tesi della teoria neoclassica), mentre il fondamento teorico di questa corrente di pensiero poggia sulla domanda effettiva, cioè la produzione è influenzata dalla domanda aggregata (domanda di beni e servizi). I post-keynesiani osservano che il mercato non può raggiungere l’obiettivo della piena occupazione, per tale motivo suggeriscono l’intervento dello Stato, di fatto transitando dalla destra liberale, che sostiene il primato del libero mercato, verso soluzioni socialiste che ridistribuiscono le risorse attraverso la tassazione e le politiche industriali. Da questo punto di vista possiamo ricordare la diffusa disonestà intellettuale degli estimatori di Keynes, poiché fu Marx a spiegare egregiamente il funzionamento del capitale e la sua produzione di disuguaglianze che può essere contrastata dall’azione dello Stato, infine tutti gli economisti ortodossi ignorano la bioeconomia di Nicholas Georgescu-Roegen, poiché demolì la funzione della produzione del capitale, perché sbagliata. Oggi tutto il mondo è capitalista, e in Occidente ha prevalso l’ideologia liberale e neoliberale, convincendo le istituzioni politiche sulla neutralità delle politiche monetarie rispetto al mercato, in questo modo i soggetti politici hanno consegnato sia l’emissione monetaria e sia il controllo del credito al sistema privato bancario. In Oriente, gli Stati emettono moneta per investimenti di interesse generale, il caso più noto è quello della Cina ove esiste un’economia pianificata dal partito comunista che coincide con lo Stato. Le stesse zone economiche speciali presenti in Cina, sin dagli anni ’70, sono spazi per i liberisti che hanno favorito l’agglomerazione di industrie al fine di aumentare le conoscenze tecnologiche per le università cinesi. L’ideologia del libero mercato ha favorito la crescita del capitale ma l’ha fatto a danno delle comunità locali, pertanto è auspicabile un sistema economico diverso e non più improntato solo sulla crescita della produttività, che ignora l’entropia e i diritti delle persone. Per evitare errori del passato realizzati anche dallo Stato, oggi possiamo integrare l’approccio post-keynesiano con la bioeconomia, che trasforma l’economia in un sistema di flussi in entrata e in uscita per misurare gli errori della produzione e suggerire la costruzione di un sistema ecologico. In tal senso, le teorie migliori, cioè quelle che leggono e interpretano efficacemente l’attuale capitalismo neoliberista, emergono dalla scuola marxista che ha sviluppato la scuola ecologica, ed è capace di leggere correttamente sia le variazioni spaziali e quindi la circolazione del capitale, ma soprattutto la critica sociale e ambientale sui territori “centrali” e “periferici”.

Poiché le teorie economiche influenzano le azioni delle istituzioni, e le leggi sono coercitive nei confronti dei cittadini, e poiché gli ambienti istituzionali e la pubblicità determinano il comportamento degli individui si conferma il fatto che l’intenzione soggettiva non può costruire un ordine sociale. E’ anche vero che un insieme di azioni di gruppo (associazioni, gruppi di opinione) può cambiare l’ordine sociale (logica della relazione sociale), e persino influenzare gli ambienti istituzionali (elezioni) e del mondo produttivo (boicottaggio di marchi e prodotti). Durante gli ultimi trecento anni di diffusione della religione capitalista la declinazione che ha avuto più successo è quella liberale, oggi ne paghiamo tutta la sua stupidità: guerre, disuguaglianza e povertà. Se nel corso della storia umana avesse prevalso la parte culturale orientale, indiana (in riferimento ai nativi d’America) e aborigena, cioè se avesse prevalso quella cultura umana che ha una prevalenza animista e responsabile verso la natura, non saremmo a dubitare per l’estinzione dei popoli della Terra, ma vivremmo in pace e prosperità.

Le teorie economiche che si rifanno ancora all’obiettivo della crescita della produttività, non riescono a migliorare i loro modelli teorici poiché ignorano le leggi dell’entropia, inoltre sottovalutano l’evoluzione robotica adoperata dalle imprese realizzando l’ennesima incongruenza del capitalismo: lavoro senza lavoratori. La dimostrazione matematica della fallacia della funzione della produzione mostra che l’unica via percorribile è la bioeconomia di Georgescu-Roegen, ed accettare il fatto che l’evoluzione tecnologica sgancia il capitalismo dal lavoro, e quindi è necessario ripensare la società per garantire sostenibilità alle persone che non avranno mai un’occupazione. Il mostro capitalista, oltre all’impiego dei robot, aumenta l’accumulo del capitale grazie al valore fittizio delle azioni, confermando l’ipotesi del crescente distacco del capitale dal lavoro. Una società governata dal mercato, cioè controllata dalle imprese, aumenta i rischi per la nostra specie, poiché aumentano le disuguaglianze che generano frustrazioni, odio e disordini sociali mentre una ristretta élite degenerata, di banchieri e manager, si è assicurata un’esistenza prosperosa. La crescita continua del capitalismo sta distruggendo le risorse indispensabili per la nostra specie, mentre intere comunità ridotte in schiavitù attraverso la gabbia psicologica dell’economia e la violenza degli eserciti.

La recessione aiuta a riflettere circa l’incompatibilità fra capitalismo e specie umana. Lasciamo morire la religione più stupida del mondo e cogliamo l’opportunità dell’evoluzione sociale avviando la transizione sociale, ecologica e politica. La religione della crescita della produttività insita in quella capitalista non è la soluzione, poiché lo scopo della nostra specie non è produrre all’infinito e tanto meno consumare merci inutili. E’ fondamentale decolonizzare l’immaginario collettivo dall’economia che ha mercificato la natura e annichilito le persone, rendendole robot, apatiche, ciniche e violente. L’intero impianto giuridico e costituzionale che ereditiamo dall’epoca industriale favorisce relazioni di mera mercificazione; per questo motivo c’è un grande lavoro giuridico e culturale per ricostruire il senso di libertà, e di comunità, tipico della specie umana che si basa su relazioni di reciprocità e non di mero profitto. Per favorire l’evoluzione sociale è necessario investire in un percorso di conoscenza che porta alla felicità. Dobbiamo costruire una società, un modello sociale, che si ispira ai principi auto poietici, come la rigenerazione dei territori e delle aree urbane attraverso piani e progetti ispirati alla bioeconomia. Per favorirlo dobbiamo agire sul processo di auto coscienza delle persone. Interpreti di una sinistra più vicina al cambiamento furono André Gorz, Jacques Ellul, Ivan Illich, e Pier Paolo Pasolini, furono critici e precursori della società dei consumi, e del ruolo negativo della pubblicità televisiva. Pasolini intuì subito il ruolo negativo che i nuovi media avrebbero assunto per psico programmazione le persone in consumatori passivi, fotografando l’inizio della regressione culturale. Proprio questo è l’elemento chiave, poiché i dati (rilevati da Tullio De Mauro) mostrano l’incapacità di una parte importante della popolazione di comprendere ciò che legge, e l’ignoranza funzionale rallenta il processo di auto coscienza determinante per misurare la libertà degli individui. Lo schiavo perfetto è colui che non sa di esserlo.

Gli USA, che hanno innescato la recessione del sistema capitalista, sono un sistema federale con poteri e ruoli diversi rispetto all’obsoleta UE, e il Congresso americano deliberò proprio politiche espansive per ridurre i rischi della recessione. Se da un lato tali scelte hanno sicuramente ridotto i rischi sociali, queste hanno solo spostato in avanti l’agonia dei ceti meno abbienti. Lo stupido modello produttivo della crescita è stato salvato dalle mance del Congresso per sostenere la domanda interna mentre le risorse del pianeta subiscono il saccheggio delle imprese private a danno di tutta la popolazione mondiale che paga gli stili di vita indotti dalla pubblicità che favorisce i capricci degli occidentali. Le differenze sostanziali fra USA e UE è che i debiti pubblici non sono un problema negli USA, se il Congresso lo desidera più stanziare aiuti di Stato, anche se la prevalente cultura liberale non lo preferisce. L’UE è semplicemente il paradiso per gli ultraliberisti, poiché non solo esiste il “patto di crescita e stabilità” che limita gli investimenti, ma sono vietati gli aiuti di Stato. L’UE è un sistema politico propriamente feudale, poiché le decisioni più importanti sono determinate da organi non eletti dal popolo, e condizionate dalle lobbies. Se in Europa si rimuovesse la stupidità staremo molto meglio.

Dal punto di vista della struttura i modelli UE ed USA coincidono poiché sono strutture politiche di potere basate sul vassallaggio. Il modello americano non è affatto invidiabile per diverse ragioni banali: lo strapotere della Fed e di Wall Street, lo strapotere dell’industria della guerra e delle armi, le enormi disuguaglianze sociali, la povertà degli slums, il razzismo, la pena di morte, la scarsa partecipazione al voto, la sanità privata, l’agri industria che produce merda, la corruzione legalizzata attraverso i finanziamenti delle corporations, che selezionano i candidati, e possiedono i partiti con elezioni primarie truffa. In poche parole il predominio dell’avidità capitalista delle multinazionali americane è il virus che ha contaminato il globo, ha dissolto il comunismo russo, e inoculato la Cina. Il cancro ha colpito anche l’India che in prospettiva supererà la Cina, e queste società orientali, le più grandi al mondo, hanno già programmato l’imitazione degli stili di vita degli occidentali nei loro paesi, di fatto contribuendo a dare un colpo micidiale agli ecosistemi naturali che non potranno sopportare l’aumento della domanda aggregata. Per avere un’idea è sufficiente osservare che la somma della popolazione statunitense ed europea è di circa 820 milioni di abitanti, mentre la somma di Cina e India è di 2,5 miliardi di persone.

Le famigerate politiche espansive (la crescita della produttività) sono la causa della crisi ambientale, sociale ed economica, e l’Europa dovrebbe avere gli elementi culturali per ammetterlo proponendo un nuovo modello sociale e programmando l’uscita dal capitalismo. A mero titolo esemplificativo basti ricordare: l’estrazione di coltan per l’industria delle nuove tecnologie, la pesca industriale dove il 2% dei pescherecci cattura tutto il pescato mondiale (il tonno pinna blu è vicino all’estinzione), l’aumento globale del calcestruzzo per la costruzione di megalopoli, la deforestazione per l’allevamento di carni, la produzione globale di jeans che si realizzano su quattro continenti causando un enorme impatto ambientale. Le resistenze culturali sono grandi, ovviamente, prima di tutto poiché si crede alla scemenza che senza capitalismo non si possa costruire una società, e che tale società, si pensa demagogicamente, debba essere fondata sul lavoro, celando il desiderio recondito di un salario certo e sicuro e nulla di più, mentre altri ambiscono ad accumulare denari ritenendo che questo sia il fine della società. E’ proprio questo il castello psicologico da demolire: l’egoismo indotto dal capitalismo. Poi, una società senza il capitalismo è senza dubbio più serena, e il lavoro, banalmente, continuerà ad esistere poiché c’è molto da trasformare e aggiustare, soprattutto gli errori dell’industrialismo finalizzato alla mera produzione continua (prevenzioni dei rischi idrogeologici e sismici, bonifiche, piani di conservazione e recupero, agricoltura naturale, auto sufficienza energetica …).

Le classi dirigenti politiche occidentali non hanno l’autorevolezza morale per indicare un’evoluzione della specie umana, ma alcune istituzioni culturali, dall’America all’Europa, e anche in Asia hanno gli strumenti teorici e pratici per indicare l’evoluzione. Esistono anche gli strumenti giuridici e finanziari per programmare, pianificare e progettare la transizione. Oltre al necessario riequilibrio del rapporto fra uomo e natura, l’aspetto più straordinario attraverso l’uscita dal capitalismo è l’aumento dell’occupazione utile; si favorirà lo sviluppo umano risolvendo anche i crescenti problemi psicologici degli occidentali costretti in schiavitù in impieghi inutili e sottopagati.

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Il bivio

don t panic organise

L’anno che verrà porterà una serie di cambiamenti, anche se continuasse la politica dell’austerità imposta dall’élite attuale. Oltre ai limiti dello sviluppo, siamo giunti ai limiti della pazienza ed ai limiti della sopravvivenza quotidiana.

La scelta volontaria di vivere diversamente dagli schemi mentali imposti dal potere attuale si fa sempre più diffusa. Aumentano i cittadini sani, quelli che decidono di cambiare stile di vita ed optano ad un ritorno al buon senso. Aumenta la crisi di nervi dei cittadini non sani, quelli che rimangono nell’obsoleto paradigma culturale e che continuano a servire il sistema attuale. Fuori dalla crisi di nervi, accelerata dall’insicurezza economica, gli abitanti riscoprono le opportunità suggerite anche dalle proposte del Movimento per la Decrescita Felice che ha la virtù di mettere insieme tutte quelle categorie di persone che ritengono prioritario il benessere delle persone, l’uomo al centro della polis.

Le future coalizioni politiche ed i partiti che godono del maggiore consenso elettorale si rifiutano di cambiare rotta. Siedono tutti nel treno del liberismo e della dittatura europea, tutti. I binari conducono questo treno dei partiti nel burrone. Il sistema non democratico dell’UE comincerà a mostrarsi meglio nel 2013, quando il fiscal compact ed il meccanismo europeo di stabilità avranno riscontro in una serie di provvedimenti che sostanzialmente sono la cancellazione dello Stato sociale, cioè la struttura portante della Costituzione italiana tradita dai parlamentari che hanno votato l’immorale Trattato di Lisbona. Quel crimine consumato nel luglio del 2008 va giudicato come un tradimento alla Repubblica, poiché l’Ue e le sue attuali politiche di austerità violano i diritti umani.

Solo una volontà popolare, che ha la titolarità giuridica della sovranità, può ripristinare la Costituzione e promuovere una politica monetaria e industriale socialmente utile. La nostra Nazione ha l’opportunità di affrontare e risolvere il problema dell’occupazione, dell’istruzione e della ricerca. Le nostre risorse culturali e ambientali richiedono conoscenza, capacità e tecnologie adeguate per essere tutelate, e tali caratteristiche sono presenti nel nostro paese, ma osteggiate dal treno dei partiti che ovviamente include media e mainstream. L’intero territorio nazionale richiede risorse per prevenire dissesti e degrado.

Il treno dei partiti ha deciso di non occuparsi della Nazione privilegiando il pensiero dell’élite che li retribuisce tramite i paradisi fiscali, l’elusione e la corruzione.

Spetta ai cittadini risvegliarsi e smettere di sostenere un sistema palesemente contrario all’interesse pubblico. Spetta ai cittadini organizzare una proposta politica alternativa e seria, e raccogliere consenso intorno ad essa. Credo sia prioritario diffondere il cambio di paradigma culturale e indirizzare le attuali risorse verso tecnologie intelligenti che cancellano sprechi e migliorano la qualità della vita. Tutto ciò deve avere un’energia popolare.

Priorità politiche:

Cambiare i paradigmi dell’istruzione. Transitare dal modello ideato per addomesticare gli individui (censura di conoscenze) a un modello creativo consentendo il libero accesso a tutti livelli di conoscenza, e lo sviluppo di programmi educativi innovativi per la nascita di idee socialmente utili. Sostituire il modello d’istruzione industriale con l’istruzione creativa ed i “pensieri divergenti”.

Sconfiggere l’ignoranza di ritorno. Stimolare la lettura di saggi e divulgare le conoscenze scientifiche di base. Avviare un programma divulgativo per gli adulti al fine di consentire a tutti i cittadini di elaborare nuovi schemi mentali e valutazioni più mature sui temi legati alla tutela degli ecosistemi e del territorio.

Restituire sovranità alla Repubblica. Nel luglio del 2008 il Parlamento ha tradito la Repubblica ed il popolo sovrano votando l’anti democratico Trattato di Lisbona che viola i principi fondamentali della Costituzione italiana.  La Repubblica ha l’obbligo di tutelare il credito, il risparmio e la sovranità monetaria. I dipendenti eletti hanno l’obbligo di adottare una politica monetaria nazionale e una politica industriale tutelando l’interesse pubblico consentendo ai cittadini di accedere alla proprietà delle infrastrutture strategiche.

Introdurre la democrazia. Sperimentare tutti i sistemi di partecipazione: diretta tramite gli strumenti referendari e assembleare tramite i processi partecipativi. La democrazia migliora la qualità della vita. Sperimentare processi decisionali creativi e partecipativi ove i cittadini possano accedere ai bilanci pubblici e possano pianificare la politica. Introdurre società ad azionariato diffuso popolare per la gestione dei servizi pubblici locali sottraendoli all’avidità delle SpA.

Adottare nuovi indicatori. Adottare il Benessere Equo e Sostenibile (BES) come indicatore principale. Le “dimensioni” usate dal BES aggiungono informazioni importanti per valutare la società e la qualità della vita.

Finanziare la prevenzione primaria. Spostare risorse su attività socialmente utili: l’agricoltura sinergica, il rischio sismico, la tutela del patrimonio storico e culturale, l’efficienza energetica, i parchi naturali e la biodiversità.

Sufficienza energetica. La Repubblica con un piano nazionale di decrescita energetica può raggiungere l’auto sufficienza cancellando gli sprechi e l’adozione di un mix tecnologico con fonti alternative.

Sovranità alimentare. La Repubblica deve tutelare la natura ed il paesaggio con la sostituzione dell’obsoleto modello agri-industria, sorto con la chimica-industriale, con il modello virtuoso agricoltura naturale sinergica e progettare una rete di comunità autosufficienti.

Governo del territorio. La Repubblica ha l’obbligo di tutelare la sicurezza, la vita umana, e pertanto è necessario finanziare l’adeguamento e il miglioramento sismico degli edifici esistenti. Cambiare l’estimo introducendo l’analisi del ciclo vita, cambiare la rendita immobiliare ed arrestare i piani urbanistici in espansione per trasformarli in piani di rigenerazione urbana investendo sui suoli costruiti. Avviare piani per introdurre l’agricoltura naturale nelle città.

Introdurre la class action efficace. Il legislatore deve modificare l’attuale legge denominata “class action” con una vera class action introducendo il danno punitivo. E’ necessario consentire a qualsiasi cittadino, tramite un legale, di “istruire” un’azione di classe e porre istanza al giudice.

Ripensare il diritto societario. Il legislatore deve cancellare il sistema delle scatole cinesi e vietare gli accordi denominati patti di sindacato.

Adeguare pene e reati ai comportamenti. Il legislatore deve modernizzare il codice penale cancellando reati socialmente poco pericolosi e dannosi, e introdurre reati nuovi o adeguando le pene attuali ai comportamenti sociali maggiormente dannosi, quelli compiuti dai colletti bianchi, ad esempio, l’evasione e elusione fiscale, il riciclaggio, i comportamenti legati alle società SpA  ed ai danni ambientali.

La fine e l’inizio

Siamo a cavallo di un’epoca storica e stiamo assistendo a cambiamenti politici, sociali, culturali ed economici nuovi e straordinari. Una religione – neoliberismo – sta morendo, essa implode (PIL, petrolio, espansione monetaria) da sola mentre un’altra potrebbe nascere. Il clima di incertezza che vivono i popoli è direttamente proporzionale al loro grado di coscienza, più i popoli sono apatici e disinformati maggiore è l’insicurezza, più c’è resilienza minore è l’insicurezza con la possibilità di progettare nuove comunità. L’accesso a internet offre una straordinaria opportunità ai popoli connessi: conoscere le esperienze altrui e prevedere scenari a seconda del grado di conoscenze acquisite.

Qualsiasi cittadino europeo può conoscere in che modo la religione neoliberista ha distrutto paesi africani e sudamericani e come questi abbiano reagito a questa guerra, denominata globalizzazione.

Fino a qualche anno fa i cittadini subivano la disinformazione dei media tradizionali e grazie ad essi costruivano  la “propria” opinione.

L’inganno psicologico della creazione del valore dal nulla e l’invenzione dell’economia del debito frutto dell’usurpazione monetaria, la religione della crescita infinita e la produzione di merci inutili, la truffa aggravata delle borse telematiche e la combina con le agenzie di rating, l’insieme di legge immorali per rubare risorse naturali e distruggere le famiglie, ecco, l’insieme di queste scelte politiche sbagliate, e preparate a tavolino da un’élite degenerata, stanno mostrando gli effetti di una guerra contro i popoli.

Una maggioranza politica intellettualmente onesta e a servizio del popolo può intraprendere la strada legale del debito odioso. L’Italia può valutare l’azione legale nei confronti di chi ha truffato e rubato ricchezza al popolo sovrano e “congelare” il debito estero per negoziare la giusta somma da pagare.

Per intenderci ancora meglio, semplifichiamo e schematizziamo l’attuale sistema produzione lineare: 1. estrazione delle risorse – materia prima – 2. trasformazione e 3. vendita. Come suggerivano Soddy e Georgescu-Roegen, quando un sistema di produzione non tiene conto dell’entropia e la moneta viene artificialmente diffusa da regolamenti che ignorano la fisica è logico attendersi squilibri sociali, povertà e ricchezza. Questo sistema obsoleto e inefficiente, è imposto anche con l’uso della forza militare – accaparramento ed accumulo delle materie prime – e diffuso con l’aiuto di borse telematiche per produrre profitti artificiosi. Le multinazionali grazie alle maglie larghe dei sistemi fiscali non pagano tasse, o versano percentuali ridicole (globalizzazione). Gli Stati (scuole, ospedali, ambiente, beni culturali) sono mantenuti dalle tasse dei lavoratori dipendenti, molto meno dalle imprese, mentre le società transnazionali violando i diritti umani sprecano risorse finite distruggendo gli ecosistemi. Queste SpA scambiano ricchezze per trasferirle nei paradisi fiscali utili a pagare campagne elettorali, e sostenere le famiglie delle oligarchie partitiche (destra e sinistra = divide et impera).

In estrema sintesi, le comunità dovranno immaginare e ripartire dal basso costruendo reti intelligenti di economie reali: cibo (sovranità alimentare), tessile, mobilità intelligente e autoproduzione di energia con fonti alternative.

La migliore soluzione politica è uscire dall’economia del debito, uscire dall’obsoleta competitività – avidità – per entrare nella cooperazione. Riprendersi la sovranità monetaria e realizzare l’autosufficienza energetica cancellando gli sprechi; progettare con ecoefficienza; diventare produttori e consumatori e gestori diretti dei beni comuni; applicare la prevenzione primaria sanitaria e del territorio realizzando interventi per ridurre il rischio idrogeologico e sismico; avviare le bonifiche dei siti inquinati e riciclare tutte le merci non utilizzate; iniziare una riconversione delle trasformazioni energetiche nel settore industriale così l’Italia potrebbe diventare il giardino d’Europa; sostituire tutti i motori a combustione con quelli elettrici e ridurre il parco auto; riqualificare energeticamente l’intero patrimonio edilizio esistente e realizzare reti intelligenti (smart grid).

L’insieme delle sfide socialmente utili sopra descritte è cosi ampio che non solo è paradossale pensare di essere in crisi di idee, ma dovrebbe far riflettere su una piccola ovvietà: la crisi è un’invenzione del pensiero dominante per sottrarre altra sovranità ai popoli e consegnarla ad un oligarchia di poteri senza coscienza, oggi ben rappresentata nell’Unione Europea.

Hans Magnus Enzensberger: «Come ai tempi dei vecchi regimi coloniali, questi burocrati si chiamano Governatori e, allo stesso titolo dei Direttori delle banche centrali, non sono affatto obbligati a giustificare davanti alla pubblica opinione le loro decisioni. Al contrario, loro sono espressamente vincolati al segreto. Ciò che ricorda molto il principio dell’omertà, ossia quel codice d’onore a cui la mafia ubbidisce. I nostri “Padrini” europei sono quindi oggi politici sottratti ad ogni controllo giuridico e ad ogni istanza legale. Anzi, godono ormai di un privilegio che non spetta neanche a un boss della camorra: e cioè, l’assoluta immunità giuridica (così almeno è scritto negli articoli 32 bis 35 del Trattato-Esm).» (in L’Espresso, 30 agosto 2012, pag.34)