“Prosperanza”

Estratto da “Qualcosa” che non va, pag.90.

Esiste una straordinaria opportunità di reale sviluppo per gli esseri umani. Un esempio: il territorio del Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano (SA), circa 181.000 ettari ormai depopolati poiché ha una densità di 84 ab/kmq. Questo territorio potrebbe essere un primo esempio di reale crescita applicando la sovranità alimentare e l’indipendenza energetica con l’uso di fonti alternative e tutto questo può accadere anche con un piccolo incremento di popolazione, circa 20-30 mila abitanti provenienti da ogni regione d’Italia o d’Europa per integrare la cultura contadina col know-how di nuovi modelli organizzativi, gestionali e comunicativi (biblioteche civiche comunali, nuove agorà, Esco, reti libere, autoproduzioni …). L’integrazione culturale può arrestare l’abbandono delle terre e di territori non considerati dalla cultura demolitrice della crescita infinita e dell’ossimoro sviluppo sostenibile. L’integrazione culturale può aiutare gli abitanti locali nel saper conservare e tutelare il territorio alimentando la speranza di comunità non più isolate, ma vive, genuine e più felici grazie alla prospettiva di un ritorno a casa di giovani emigrati abbagliati da un finto sviluppo e più felici per le nascite di nuovi esseri umani in famiglie unite nei reali valori (etica).

Bisogna evidenziare che tale prospettiva ribalta totalmente la cultura dominante che scambia la crescita industriale, materialista, come progresso e disprezza la natura e la vita di campagna. Questa prospettiva indica lo sviluppo fra le piccole comunità, in armonia con la natura ma tecnologicamente avanzate grazie all’uso di un mix-tecnologico e di reti di comunicazione avanzate per scambiarsi e donare le conoscenze socialmente utili. Comunità che vivono la polis e decidono direttamente. Comunità che si alimentano di cibi sicuri ed autoprodotti rispetto ai cittadini-metropolitani che possono essere intossicati da cibi industriali e meno controllabili.

Nel 1891 (cioè dopo trent’anni di furti, tasse maggiorate al Sud, spesa statale solo al Nord) il reddito pro-capite della Campania è ancora superiore a quello nazionale. […] «Da quasi tredici secoli i Meridionali sono uniti, essi sono pacifici come i popoli veramente civili, il loro sistema economico mira più al benessere sociale che al profitto di pochi, l’amministrazione pubblica è oculata e ponderata, la pratica religiosa colora i loro caratteri» riassume Vincenzo Gulì (Il saccheggio del Sud). […] I prodotti pregiati dell’agricoltura meridionale, per dire, son troppo cari per il resto d’Italia. Solo 11,8% delle esportazioni e l’8,5% delle importazioni delle Due Sicilie è con gli altri stati preunitari, perché «l’economia meridionale apparteneva al circuito commerciale che la ricollegava saldamente ai paesi del Nord e del Centro Europa». Soltanto dopo l’occupazione, il saccheggio e l’inutile resistenza armata, i meridionali cominceranno a emigrare, a milioni.[1]

Secondo i dati ISTAT nelle quote di occupati per settore di attività economica[2], in Italia, solo il 3,8% si occupa di agricoltura, il 29,2% è nell’industria e ben il 67% è occupato nei servizi. In Campania il dato è diviso così: 4,1% agricoltura, 23,5 industria e 72,4% servizi. I dati sono ancora più drammatici se andiamo a verificare le fasce di età. Esiste il serio rischio che fra 10 anni e poi fra 20 anni nessuno si occuperà della nostra alimentazione perché non sembra esserci un ricambio nel settore agricolo. Il dato è drammatico sia per l’evidente squilibrio nelle proporzioni degli impiegati nel mondo del lavoro e sia per la tipologia di attività a volte superflua, quella dei servizi. I dati dicono che i cittadini non curano la propria alimentazione, preferiscono il superfluo (servizi) e soprattutto non sanno prodursi il cibo. Questo dato inquietante può diventare la scommessa positiva del presente-futuro avviando un processo culturale che conduca le comunità locali ed i cittadini verso l’approccio permaculturale e trasformare i disagi in opportunità. Infatti è possibile creare società agricole ad azionariato diffuso dove i cittadini possono acquistare terreni con vecchie cascine per sperimentare orti sinergici[3] e scambiare le eccedenze in una “rete sociale rurale”. Con le odierne tecnologie è concretamente possibile progettare intere comunità, partendo anche dai piccoli comuni abbandonati, indipendenti dal punto di vista energetico ed economico applicando anche la sovranità alimentare, si può partire dai bisogni primari: cibo, casa, energia, acqua, istruzione (diritti dell’uomo). Oggi esiste anche una Rete nazionale per lo sviluppo rurale[4] che potrebbe aiutare qualche cittadino seriamente intenzionato nell’innovare la propria azienda agricola.

Inoltre, esiste una rete denominata wwoof[5]: lo scopo di wwoof è di creare conoscenza e interesse verso uno stile di vita biologico e biodinamico. Oltre a ciò wwoof offre la possibilità di viaggiare in tutto il mondo in modo economico ed allo stesso tempo di dare un aiuto dove è richiesto e dove se ne presenta la necessità.

In fine, per le comunità, intese come quartieri, piccoli centri abitati o intere città esistono i circoli del Movimento per la Decrescita Felice che propongono il cambiamento di paradigma culturale, riappropriarsi del territorio, trascorre più tempo con le persone che si amano, usare le tecnologie della decrescita (quelle che fanno calare il PIL ma migliorano la qualità della vita), vivere reciprocamente, riscoprire il saper fare, praticare la cultura della transizione energetica, cioè liberarsi dalla dipendenza degli idrocarburi e vivere in armonia con la natura, sempre con un approccio olistico e permaculturale.

Maria Concetta Manfredi nella relazione introduttiva circa le fattorie didattiche come modello di economia sociale tra formazione e relazionalità[6], cita: il Consiglio dei Giovani Agricoltori, attraverso un’indagine, ha fornito dei dati inerenti la percezione da parte dei giovani riguardo l’agricoltura e i prodotti della terra: il 50% dei giovani non sa da dove viene lo zucchero, il 75% ignora l’origine del cotone, il 40% collega il pane al grano e alla farina. Nel caso dei ragazzi italiani, quest’ultima percentuale scende al 12%. Inoltre il lavoro dell’agricoltore viene considerato dal 75% dei ragazzi come un lavoro duro, sporco, anche se, di fatto, non sono mai stati in fattoria. Per cui lo scenario che emerge da questo quadro è che le nuove generazioni, nate e cresciute in ambiente urbano, ignorano quali siano le origini degli alimenti, quale sia il ruolo dell’agricoltore, non colgono il legame che unisce ambiente, agricoltura, alimentazione e salute e non hanno il senso fisico della conoscenza, ovvero quell’approccio sensoriale che consente di attuare esperienze concrete con la realtà che ci circonda.


[1] PINO APRILE, Terroni, Piemme 2010, pagg. 103, 106

[2] ISTAT, rivelazione sulle forze lavoro, media 2009, 28 aprile 2010 http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20100428_00/testointegrale20100428.pdf

[3][3] L’ Orto Sinergico è un metodo elaborato dall’ agricoltrice spagnola Emilia Hazelip, attiva soprattutto nel centro ”Las Encantadas”, sui monti Pirenei, in Francia. L’ idea di creare un orto sinergico si ricollega al filone della Permacoltura (coltura permanente, eterna, equilibrata ed inesauribile, non consumistica) ed alle ricerche relativamente recenti sull’ impoverimento del suolo a causa dell’abuso-uso agricolo meccanico-chimico da parte dell’ uomo (per esempio quelle dell’ agronomo giapponese Masanobu Fukuoka). Hazelip ha strutturato un metodo di coltivazione che promuove meccanismi di autofertilità del terreno, senza bisogno di arare oppure di concimare, ne di separare le piante (pur facendo attenzione a collegarle in modo compatibile e collaborativo tra loro).

A differenza delle usuali coltivazioni agricole industriali, in un orto sinergico le piante perenni convivono con le piante stagionali, e la stessa verdura e’ presente contemporaneamente a diversi stadi (persino decomposta a nutrire uno stesso esemplare in fiore).

[5] http://www.wwoof.it/it/aboutit.html

[6] RETE NAZIONALE PER LO SVILUPPO RURALE, l’altra agricoltura… verso un’economia rurale sostenibile e solidale, Quaderni, ATI INEA Agriconsulting, maggio 2009, pag. 97

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“Ritorno” ai piccoli centri

Il contesto: entro il 2 agosto gli USA rischiano il default, i greci sono oppressi dalla BCE e dal FMI, le agenzie di rating continuano a ricattare l’Italia, i giovani spagnoli sono in rivolta da mesi, gli islandesi sono tornati liberi cacciando il governo corrotto e gli usurai banchieri, nel nord Africa continuano le manifestazioni…

Quelli appena accennati sono solo gli effetti di un pensiero dominante devastante e immorale, divulgato per decenni nelle università e dai media, in estrema sintesi: espansione monetaria, PIL, petrolio.

I cittadini ben informati hanno la grande opportunità di mostrare modelli sociali etici, sostenibili, e di buon senso grazie a un ritorno all’economia naturale e reale, e alla co-gestione diretta delle comunità. Un modello  applicabile anche grazie al ritorno di giovani coppie, in piccoli centri urbani, negli straordinari piccoli comuni italiani, ricchi di natura e bellezze di “pietra”.

Nel nostro paese vi sono territori naturali abbandonati dalla maggioranza degli italiani a causa dell’inseguimento di un sogno materialista: fenomeno dell’urbanesimo e del produttivismo industriale. Ci troviamo alla fine di un ciclo, di fronte ci sono nuove opportunità e bisogna scegliere fra autoritarismo e democrazia. L’attuale crisi offre spunti di riflessione e può aiutare lo sviluppo, o la nascita di nuove comunità maggiormente consapevoli circa il “picco del petrolio” proponendo stili di vita più consoni agli esseri umani vivendo un consumo critico e in armonia con la natura alzando di molto il livello di qualità della vita.

Le nuove tecnologie sull’uso razionale dell’energia offrono soluzioni ragionevoli per eliminare la dipendenza dagli idrocarburi (petrolio e gas). Applicando un mix-tecnologico (riduzione della domanda energetica, pompe di calore geotermiche, mini eolico, fotovoltaico, “celle a combustibile”) le case diventano fonti attive di energia e possono scambiare i surplus in “smart-grid”. I cittadini diventano produttori e consumatori di energia, padroni delle reti locali. Ricalcando il modello delle reti mesh i cittadini possono gestire diversi servizi essenziali (acqua, rifiuti, energia, mobilità) attraverso internet, scavalcando il potere delle SpA, che influenzano i poteri locali, figlio del modello immorale dei paradisi fiscali, scatole cinesi e società off-share.

Gruppi di cittadini uniti in comunità possono realizzare una rete di orti sinergici e scambiare le eccedenze in una rete sociale. L’agricoltura naturale per autoconsumo, soddisfa pienamente i bisogni primari e consente di avere un notevole risparmio sui consumi mensili familiari riducendo gli sprechi economici (acquisti compulsivi sulla spesa) e soprattutto aumentano la qualità della vita grazie al consumo di cibo sicuro, più buono e controllato.

Facciamo questa semplice considerazione: oggi il prezzo del pesce è condizionato dal costo del carburante per i pescherecci, incide quasi per il 50%. Sostituendo i motori a combustione con i motori elettrici figli della tecnologia di Tesla questo sovra prezzo scompare, si cancella una dipendenza (idrocarburi) e si elimina l’inquinamento ambientale causato dal diesel o dalla nafta. Ricordiamo che la Tesla motor produce un motore che compie ben 300 miglia con una sola ricarica, sviluppando questa tecnologia si può raddoppiare tale risultato. Dimezzando le spese per i pescatori, conseguentemente, diminuiscono anche le battute di pesca e il mare può tornare a “respirare” consentendo un ripopolamento delle specie ittiche (tutela delle biodiversità). In fine, applicando la cultura del gruppo di acquisto e della filiera corta, i cittadini anziché acquistare pesce importato dalla Grande Distribuzione Organizzata (GDO) possono tornare a consumare il pescato nostrano a sostegno dell’economia locale.

Applicando queste due strategie: autosufficienza energetica e sovranità alimentare, i popoli sono più liberi e meno condizionati dalla finanza immorale e dagli usurai banchieri.

Per completare questo percorso e applicare meglio i nuovi indicatori (Benessere Equo e Solidale – BES) che migliorano la qualità della vita bisogna introdurre tutti gli  strumenti di democrazia diretta negli Enti locali (peso politico e governante) e usare una moneta “complementare” legata all’economia locale (percorso per ripristinare la sovranità monetaria, artt. 1 e 47 Cost.). In questo modo la felicità dei cittadini è maggiore poiché decidono direttamente sull’organizzazione territoriale e diventano più responsabili sulla spesa pubblica, bene comune.

Con questi “strumenti” i cittadini saranno resilienti e capaci di sopportare “attacchi” esterni prodotti dalle agenzie di rating che ricattano i Governi. Pian piano i cittadini si riappropriano delle capacità produttive e avviano una crescita culturale delle capacità individuali (autostima) e dell’artigianato locale mirando anche, alla creazione di tessuti per soddisfare il bisogno di vestirsi. La storia degli ultimi secoli è ricca di valori artigianali tipici del popolo italiano, una creatività del saper fare che si è distinta per ingegno, efficacia, utilità, valore artistico e duttilità. Il pensiero dominate industriale sta distruggendo queste virtù italiane per motivi di pura avarizia. In diverse aree dell’Italia, soprattutto nei piccoli centri, scopriamo una resistenza virtuosa del saper fare, dal cibo all’artigianato; questi valori non vanno solo tutelati, ma promossi con fermezza e diffusi su tutto il territorio per ridurre o eliminare la dipendenza dalle multinazionali.

I piccoli comuni diventano città autosufficienti creando bisogni primari, in linea coi principi costituzionali, e così nascono società virtuose che potranno vivere in serenità e pace, dove le persone svolgono mestieri appaganti e sostenibili riscoprendo il piacere di stare insieme, dedicando maggiore tempo all’educazione dei figli, alla convivialità e alla reciprocità.

Un’indagine promossa da Demos-Coop mostra che la parola decrescita ha assunto un significato positivo: è interessante, peraltro, osservare come il linguaggio riproduca fedelmente le tendenze in atto nella comunicazione sociale. Per prima, l’ascesa irresistibile della Rete e il parallelo declino della Televisione. Ma il lessico degli italiani rende esplicita anche l’ambivalenza di alcuni sentimenti. L’atteggiamento verso l’economia, ad esempio, fa coesistere la Crescita e la Decrescita. Cioè, il sostegno allo sviluppo economico e finanziario. Ma anche la sobrietà nei consumi, il risparmio energetico e delle risorse (ambientali e territoriali). La domanda, cioè, di allargare il PIL insieme al BIL (dove il Benessere sostituisce il Prodotto).