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Posts Tagged ‘sistemi locali’

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A partire degli anni ’90, si è sviluppato il dibattito dei meccanismi decisionali chiamato governance multilivello per ragioni che possono essere ovvie: l’affermazione dell’UE e il rapporto con gli Stati membri. In questo dibattito di governance multilivello ci sono varie visioni, ove sono state sviluppate proposte di politiche territoriali, di coesione territoriale e di policentrismo (SSSE – Schema di Sviluppo dello Spazio Europeo).

La visione dominante è sempre quella globalista neoliberale, cioè la distribuzione delle risorse in funzione di una crescita continua della produttività delle imprese, dove il profitto privato delle imprese multinazionali possa trarne i maggiori ricavi nello scegliere un territorio piuttosto che un altro, e in questa scelta un ruolo importante è rappresentato dalle politiche urbane. E’ sempre l’obsoleto PIL, l’indicatore preso in considerazione dai decisori politici. I cittadini sono allo scuro di queste riflessioni di geografia politica, nonostante gli argomenti coinvolgono direttamente i territori, poiché la coesione ha tre componenti come: la qualità territoriale (ambiente di vita e di lavoro, benessere, servizi, conoscenza), l’efficienza territoriale (utilizzo delle risorse naturali, paesaggistiche, energetiche, attrattività e competitività) e l’identità territoriale (presenza di capitale sociale, salvaguardia delle specificità e delle vocazione produttive). In quest’ottica si intuisce che la coesione è una politica territoriale quando fa gli interessi delle comunità e non l’esclusivo interesse delle multinazionali.

Possiamo osservare che gli Enti locali (Regioni e Comuni), negli ultimi trent’anni hanno deliberato e normato scelte politiche suggerite dai think tank liberal che sono opposte alle politiche di coesione territoriale e sociale. Le politiche urbane di crescita continua deliberate dalle classi dirigenti hanno peggiorato le dimensioni (salute, istruzione e formazione, ambiente, benessere economico, paesaggio e patrimonio culturale …) misurate nel Rapporto BES 2016. In che modo? Applicando una miscela “esplosiva” capitalista, sia facendo scelte frutto degli egoismi privati e sia dell’ignoranza (danni ambientali e biologici). Facendo prevalere l’ideologia capitalista le classi dirigenti hanno favorito un diffuso nichilismo e svuotato di senso l’identità e la spiritualità umana. La cosiddetta “società liquida” raccontata da Bauman è ampiamente diffusa in tutto l’Occidente. Il paradigma neoliberale è stato interpretato da tutti i Governi e Parlamenti tant’è che il risultato è stato il peggioramento delle condizioni sociali e lavorative attraverso le famigerate privatizzazioni, le svalutazioni salariali (abolizione articolo 18 e job act), la distruzione di interi ecosistemi e la negazione di servizi e standard minimi (welfare urbano), lo spreco delle risorse energetiche e la delocalizzazione delle specificità di manifatture italiane. La scelta di un investimento non può essere influenzato dalla crescita, cioè del PIL, ma dovrebbe seguire le indicazioni del BES (Benessere Equo e Sostenibile).

Regioni e Comuni hanno commercializzato i territori per assecondare i capricci di grandi imprese e multinazionali, facendo l’opposto di politiche di coesione territoriale e sociale, ma le politiche di coesione non sono sufficienti per uscire dalla recessione poiché è necessario cambiare il paradigma culturale, e ciò avviene rinunciando all’economia neoclassica e introducendo politiche territoriali bioeconomiche.

Inoltre è indispensabile sperimentare la partecipazione dei cittadini e avviare piani urbanistici intercomunali di “quarta generazione” uscendo dalla commercializzazione dei suoli e introducendo la bioeconomica in ambito urbano. E’ necessario costruire cluster del cambiamento culturale oltre che rilocalizzare la manifattura leggera. In sostanza, bisogna cambiare le politiche urbane poiché quelle recenti forgiate nell’ideologia della crescita hanno contribuito a deperire il territorio italiano e reso le persone più povere. Ci vuole un’agenda urbana bioeconomica che sappia leggere e interpretare le aree urbane italiane, e rigenerare l’ambiente costruito valutando gli impatti sociali e ambientali. Bisogna avere il coraggio di predisporre piani non sulla base del ritorno economico degli investitori privati, ma sulla base di progetti che favoriscono lo sviluppo umano, poiché l’economia neoclassica utilizzata dalle istituzioni per compiere scelte non è utile alla specie umana.

Il Rapporto BES 2016 indica le dimensioni da migliorare nel Mezzogiorno d’Italia poiché le prestazioni misurate mostrano un peggioramento delle dimensioni stesse, dopo decenni di politiche neoliberali; e pertanto è necessario migliorare: la soddisfazione per la vita; l’occupazione; il reddito; l’istruzione e la formazione; le condizioni economiche; le relazioni sociali e la qualità del lavoro.

Il miglioramento può essere favorito applicando l’interesse generale di uno Stato sovrano e con una riorganizzazione amministrativa degli Enti locali nei sistemi locali, elaborando il progetto bioeconomico che genera occupazione utile. Le aree urbane sono contemporaneamente il motore della vita e i luoghi del fallimento. Concentrarsi nella rimozione del fallimento, ad esempio risolvendo l’esclusione sociale, le crisi ambientali, il rischio sismico, il recupero dei centri storici e delle periferie si potranno innescare processi virtuosi, poiché affrontare i problemi nelle aree urbane crea opportunità di lavoro utile.

Le scelte di investimento vanno compiute sulla base di piani bioeconomici nei sistemi locali per migliorare le dimensioni osservate nei Rapporti BES e sulla base di peculiarità che sono bene comune come il patrimonio culturale, la riduzione del rischio sismico e idraulico. Una saggia riforma delle istituzioni, osserva i sistemi locali e aggrega i Comuni per promuovere piani intercomunali bioeconomici, e in funzione di tali piani è possibile concentrare gli investimenti per lo sviluppo umano.

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Fonte immagine, Rapporto BES 2016.

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Sulla cosiddetta questione meridionale inventata dopo la guerra di annessione del 1860 esiste una letteratura sterminata, e negli anni recenti troviamo sempre più pubblicazioni con ampia storiografia che sgretola la narrazione razzista imposta dai vincitori per omettere genocidio e ruberie dei piemontesi. Il capitalismo moderno si basa soprattutto sulle disuguaglianze, e così i personaggi storici della guerra di annessione ribaltarono l’economia italiana per predare risorse e conoscenze e localizzarle al Nord. Le differenze geografiche territoriali sono il frutto della storia, ovviamente, ma il danno più grande è la disuguaglianza di riconoscimento. In diverse località meridionali, i problemi economici con la propaganda mediatica unita a programmi ministeriali scolastici, sostengono un clima generale di sfiducia e conservazione dello status quo, e così la collettività non riconosce il valore delle persone stimolando l’emigrazione dei propri concittadini.

I problemi del meridione si risolvono affrontando le disuguaglianze sociali, di reddito, e di riconoscimento, e sia attraverso la ricerca storica della propria identità col fine di riterritorializzare le attività rubate dalle scelte politiche dei “prenditori” (l’opposto degli imprenditori). L’alternativa al feudalesimo crescente è la democrazia che ancora non abbiamo sperimentato poiché siamo stati abituati a delegare ad altri il nostro destino. La recessione che stiamo percependo da circa dieci anni, in realtà, viene da lontano, comincia prima e si tratta di una strategia geopolitica per far rientrare alcuni paesi europei in aree “periferiche”, oltre che l’effetto dell’industria finanziaria fuori controllo. L’Europa è la “semiperiferia” dell’Occidente mentre gli USA sono il “centro”, in Europa la Germania è diventata il “centro” della “semiperiferia” ed è accaduto a danno economico degli altri, ma col sostegno di tutti i leader politici europei. In Italia il meridione è la “periferia” del nostro paese. Per chiarezza questo modo di leggere il “sistema mondo” fra “centro e periferia” è la teoria di Immanuel Wallerstein che spiega come il capitalismo crea dipendenza e sottosviluppo. Pertanto non è un segreto, e questa fase è ormai chiara a tutti gli osservatori, il problema dei popoli europei è che non esiste un soggetto politico che si ponga la priorità di restituire sovranità e libertà economica ai territori per rimediare all’aumento delle diseguaglianze e all’aumento della disoccupazione innescate dalla strategia sopra accennata. Il fatto che l’UE non funzioni come dovrebbe, è un giudizio che troviamo fra tutti gli esponenti politici, compresi coloro i quali che hanno costruito questo mostro che vive di capricci dell’alta finanza, e se ne frega della felicità delle persone. Fatta la fotografia, restano i drammi sociali del meridione “periferia” dell’Italia e dell’Europa. La disoccupazione e il sottosviluppo creati dalle politiche neoliberali possono essere rimossi cambiando i paradigmi culturali della classe dirigente: restituire sovranità agli Stati cambiando la natura giuridica della moneta (da debito a credito) e adottando la teoria endogena; applicare politiche bioeconomiche per finanziare direttamente a credito attività industriali diversificate sviluppando la manifattura leggera e il settore terziario con lo scopo di territorializzare il sistema economico, sia riducendo la dipendenza dal sistema globale e sia favorendo economie di sussistenza per tutelare gli interessi delle comunità locali. In questo modo si bilancia l’attuale squilibrio economico che favorisce l’avidità dell’élite finanziaria globale. Ricollocando attività manifatturiere di settori tecnologici specializzati per rigenerare le aree urbane in chiave bioeconomica si produce occupazione utile, e si contribuisce a recuperare il patrimonio esistente favorendo la bellezza, la cultura e il turismo sostenibile.

La storia insegna che la guerra di annessione contro il Sud non rubò semplicemente le riserve auree del Regno delle Due Sicilie per costruire la banca del Nord, ma smantellò il settore primario e secondario per trasferirlo al Nord, fu una guerra economica che ricollocò la produttività dal Sud al Nord. Il mondo è “cambiato”, il capitalismo ha mosso guerra ovunque, ma la realtà di oggi è figlia della storia, e il milieu territoriale meridionale può e deve investire nello sviluppo umano per ridurre e liberarsi dalla dipendenza del sistema globale, lo può fare programmando l’agglomerazione di specifiche attività che rappresentano l’identità culturale dei luoghi e investendo nell’aggiornamento tecnologico delle connessioni territoriali. I sistemi locali dovranno cooperare fra loro anziché competere. E’ un percorso lungo ma intelligente, stimolante e creativo poiché coinvolge direttamente formazione e produzione per rigenerare il meridione attraverso attività sostenibili. Lo Stato e le istituzioni devono tornare a programmare questa politica industriale bioeconomica.

E’ giunto il momento di costruire cluster[1] del cambio di paradigma culturale. Bisogna costruire luoghi fisici ove il mondo e le comunità dell’auto produzione e della sostenibilità possano incontrarsi quando lo desiderano. Bisogna realizzare spazi per favorire il dialogo e l’incontro volto a realizzare imprese e impieghi utili per rigenerare i nostri stessi luoghi, e consumare beni e merci secondo regole etiche che riconoscono il valore della sovranità alimentare. Bisogna realizzare luoghi per favorire il consumo di beni e merci dei bio distretti.

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Indici composti, Benessere Equo e Sostenibile 2016.

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Il capitalismo in quanto tale – l’implosione del sistema su stesso – e la cattiva organizzazione politica dell’Unione Europea stanno favorendo la disgregazione sociale delle comunità, e stanno aumentando le diseguaglianze a favore dei cosiddetti paesi “centrali”. La religione liberista adottata dall’UE aumenta le disuguaglianze territoriali, mentre la competitività capitalista favorisce l’agglomerazione in determinati Sistemi Locali a danno di altri. Determinate aree urbane estese accumulano i capitali (Sud Germania, pianura padana, area di Parigi, Barcellona e Londra, e talune zone economiche speciali in Polonia) mentre accelera l’abbandono delle aree rurali, con conseguenze sul rischio idrogeologico. Anche all’interno delle aree urbane aumentano le disuguaglianze economiche, e sociali con lo stimolo di zone marginali (le periferie prive di servizi e opportunità). L’UE è un organizzazione politica che lavora male sia perché applica l’ideologia neoliberista e sia perché non è un’istituzione democrazia rappresentativa, il potere è nelle mani di organi non eletti (BCE, Commissione, Consiglio, Euro gruppo …). L’ipocrisia e la contraddizione più evidente dell’UE sul proprio territorio è la coesistenza di zone economiche speciali (zes) espressione dello sfruttamento capitalista, con l’illusione di politiche di coesione per sostenere i territori depredati dal capitalismo stesso. Inoltre gli Stati si fanno concorrenza sleale, violando le regole che si sono auto attribuite (surplus commerciale, patto di stabilità, paradisi fiscali …). Gli sprechi nell’UE sono evidenti: un bilancio fuori controllo e poco trasparente, un budget insufficiente, la moltiplicazione di funzioni governative e di luoghi istituzionali non rappresentativi dei popoli ma influenzati dalle lobbies. L’UE dovrebbe essere un istituzione democratica con politiche socialiste e un’organizzazione federale dotata di strumenti di democrazia diretta. L’attuale UE liberista è destinata a sparire grazie all’indignazione popolare che potrebbe innescare un cambiamento delle istituzioni politiche, oppure una degenerazione e disgregazione generale. Un’altra ipotesi è che non cambierà proprio nulla grazie all’apatia dei cittadini, mentre i partiti populisti aumentano i consensi sfruttando i problemi sociali ed economici degli ultimi, e l’ignoranza funzionale delle masse.

Com’è noto il modello più democratico che esiste in Europa, è fuori dall’UE ed è quello Svizzero. In Svizzera esiste un equilibrio fra estensione geografica e amministrazione politica, vi sono ben 26 Cantoni autonomi con una propria Costituzione, che si auto governano integrando democrazia rappresentativa con strumenti efficaci di democrazia diretta, e fiscalità locale e generale ridistribuita ai Cantoni.

Per rimediare all’aumento dei disordini sociali e all’aumento delle disuguaglianze economiche prodotte dal pensiero neoliberista, chi guida le istituzioni europee dovrebbe proporre la riforma dei Trattati e introdurre politiche pubbliche socialiste, cioè la sovranità economica e politica dell’UE. Questo processo è molto complicato poiché la riscrittura dei Trattati abbisogna del consenso di tutti, anche di quei Governi che stanno traendo vantaggi economici dalle disuguaglianze economiche e di riconoscimento, come la Germania e quei piccoli Paesi dotati di zone economiche speciali. L’incapacità di auto riformarsi e queste contraddizioni favoriscono la crescita di forze politiche razziste e disgregative dell’UE. Un sincero percorso di auto riforma da parte di chi guadagna dallo status quo appare ingenuo. In questo contesto egoistico e conflittuale i cambiamenti sociali ed economici avvengono ugualmente. In Europa le agglomerazioni urbane si sono trasformate, e pertanto sarebbe saggio riconoscere il fatto che i sistemi locali rappresentano la più appropriata geografia politica per stimolare la coesione sociale, e per applicare la bioeconomia. I sistemi locali possono essere visti come i Cantoni svizzeri. In Italia esistono 611 sistemi locali, e all’interno si trovano le aree urbane estese (nuove strutture urbane, città nuove, in crescita) e le zone rurali in stato di abbandono. Si tratta di costruire il rescaling delle aggregazioni politiche locali (comuni), e in queste aree funzionali favorire lo sviluppo locale applicando principi e politiche bioeconomiche. Queste politiche sono capaci di contrastare le disuguaglianze poiché valorizzano le risorse locali partendo da un nuovo paradigma culturale, che rispetta l’ambiente e applica il metabolismo urbano e territoriale. La bioeconomia è un’innovazione culturale capace di produrre nuova occupazione, investendo in ricerca applicata per tutelare il patrimonio locale e introdurre tecnologie innovative frutto della manifattura leggera. Un esempio culturale maturo è rappresentato dalla famosa scuola territorialista, capace di elaborare piani di bioregioni urbane, e dare risposte interpretative molto corrette sia per le aree urbane estese e sia per le aree rurali, oggi in abbandono. Ad esempio, secondo Alberto Magnaghi, il piano della bioregione individua nuove categorie interpretative dei valori patrimoniali dell’ambiente, del territorio, del paesaggio e del milieu riferite all’intero territorio, come elementi fondativi di modelli socioeconomici autosostenibili; il piano propone nuove forme di rappresentazione identitaria (sperimentazione di tecniche grafiche, di poetiche, di stili descrittivi e comunicativi), che selezionano nella descrizione gli elementi costitutivi dell’identità dei luoghi costruita nei processi di territorializzazione di lunga durata; il piano compone il corpus di regole statutarie che definisce le condizioni genetiche e di riproduzione delle identità dei contesti locali, nel loro percorso coevolutivo fra insediamento umano e ambiente, espresse da invarianti strutturali, figure territoriali, norme figurate, ecc. Magnaghi enuncia che la trattazione integrata e interscalare degli elementi che compongono la bioregione urbana è essenziale per produrre progetti di territorio fondati sulla valorizzazione (piuttosto che sulla semplice conservazione) delle identità territoriali quali beni patrimoniali in grado di generare un nuovo “valore aggiunto territoriale”. Il compito progettuale riguarda il disegno di una organizzazione territoriale che sia in grado al contempo di riprodurre in modo equilibrato il proprio ciclo di vita e di elevare la qualità dell’abitare, urbana e territoriale, armonizzando fra loro fattori produttivi, sociali, ambientali, culturali, estetici per la produzione di ricchezza durevole, a partire dal riconoscimento delle nuove forme conflittuali e/o solidali e conviviali dell’abitare connesse alla crescita di “coscienza di luogo” e alla cura dei beni comuni che si danno nella galassia delle urbanizzazioni regionali.

L’UE dovrebbe riformarsi per abbandonare l’insensata religione della crescita infinita e adottare politiche bioeconomiche attraverso un sistema federale non più condizionato dal mercato. La banca centrale dovrà essere a servizio dello Stato, creando credito per gli investimenti socialmente utili (manutenzione del patrimonio esistente, rischio sismico e idrogeologico, scuole e ricerca), mentre le istituzioni dovranno affrontare le disuguaglianze con una riforma degli Enti locali territoriali. Non serve “l’Europa delle Regioni” ma l’Europa dei sistemi locali sotto le Province, poiché sono questi gli ambiti territoriali che possono favorire la rilocalizzazione delle attività produttive per ridurre le disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento. Istituzioni e collettività devono imparare a riconoscere il valore delle persone, e programmare piani e progetti capaci di affrontare problemi sociali e ambientali, perché sono indispensabili per lo sviluppo umano e ridurre le disuguaglianze territoriali. Se da un lato il capitalismo produce disuguaglianze e sottosviluppo, solo uno Stato civile che interviene nell’economia può ridurre questi squilibri. In questo modo si riduce la disoccupazione e si affrontano i problemi sociali, economici. Sono necessarie politiche pubbliche che solo uno Stato democratico può programmare per tutelare i patrimoni e finanziare la riduzione del rischio sismico e idrogeologico, così come sostenere i servizi sociali.

L’Unione europea, contrariamente a quanto si professa, non è un’organizzazione democratica ma è un ambito regionale centralizzato sotto il ricatto dei famigerati mercati e di un’élite degenerata. L’UE è la peggiore organizzazione politica che si possa pensare, sia perché gli Stati aderenti all’euro zona cedono la propria sovranità monetaria, e sia perché smettono di produrre politiche industriali virtuose secondo gli interessi generali. Il regime europeo è di tipo finanziario, ignora le leggi della natura e detesta l’auto determinazione dei popoli.

Per favorire un sistema politico efficiente, cioè che risponda ai diritti dell’uomo compatibilmente con le leggi della natura, è necessario copiare i sistemi biologici poiché ricalcano il metodo democratico fondato sul dialogo e sullo scambio reciproco. E così i sistemi locali possono essere ripensati in chiave bioeconomica favorendo interazioni spaziali di complementarietà che valorizzano le risorse e il sapere locale. Per sostenere il potere del popolo (democrazia) è necessario favorire l’auto determinazione e decentrare poteri e funzioni per poi federare i sistemi locali.

Dobbiamo prendere atto che nell’UE il reale rapporto che c’è fra spazio e potere è il controllo dell’élite europea circa gli interessi dei mercati finanziari, che si basa sullo sfruttamento capitalista di un mercato europeo di circa 500 milioni di persone costrette a comprare le merci delle multinazionali. Tutto il resto, cioè libertà, diritti umani, civili e politici e altro, è accessorio o d’intralcio. L’inganno del sistema politico europeo non si limita ad aver tolto sovranità agli Stati, ma ha contribuito a far credere e legittimare forme elettorali rappresentative dove gli eletti non hanno gli strumenti per governare i territori e non decidono sul destino dei popoli (deterritorializzazione). I cittadini italiani, eleggendo direttamente i propri Sindaci credono che costoro possano fare politica quando nella realtà essi sono solo amministratori. Il reale potere è nei contratti giuridici delle SpA locali che gestiscono i servizi pubblici. Inoltre sappiamo bene che i parlamentari sono nominati, e non sono mai stati scelti direttamente dai cittadini. Infine, le direttive europee sono scritte da tecnocrati (Commissione e Consiglio) mentre il Parlamento europeo non ha il potere esclusivo di promulgare le leggi. L’UE rappresenta un’oligarchia di poteri (MES) e professa la rifeudalizzazione della società; l’élite professa la competitività e la crescita continua (accumulo di capitale), ma la natura non compete resta in equilibrio e ricicla, la natura non accumula capitale e dona l’energia poiché è gratis. Secondo la religione neoliberale la globalizzazione deve favorire le multinazionali che predano le risorse locali.

Cambiando la natura giuridica dello strumento monetario a favore della teoria endogena, e federando i sistemi locali applicando la bioeconomia, accade che mutano le relazioni spaziali poiché si rafforza l’interesse delle comunità e l’economia reale dei territori. E’ in questo modo che si favorisce una politica di coesione sociale e si crea occupazione utile. Un primo passo concreto è la sperimentazione di bioregioni urbane nei sistemi locali e la riorganizzazione delle competenze territoriali dove un ufficio di piano progetta il piano urbanistico intercomunale bioeconomico. Il cambiamento dei rapporti di potere a favore dell’auto determinazione e degli interessi locali avviene proprio attraverso il progetto che prevede processi di riappropriazione e uso razionale delle risorse (rigenerazione urbana, cibo, energia, acqua, trasporti, cultura, connettività).

La politica di globalizzazione neoliberista dell’UE deterritorializza e distrugge l’economia reale locale, invece una politica bioeconomica territorializza e favorisce l’economia reale locale creando occupazione utile.

Per avere un’idea verosimile del peso economico, e cioè degli investimenti necessari solo in Italia è sufficiente ricordare che il Governo stesso nel 2011, solo per intervenire sulla riduzione del rischio idrogeologico, stimò circa 40 miliardi di euro. Intervenire nelle 26 città in contrazione servirebbero circa 56 miliardi (stima a ribasso) per rigenerare i quartieri di edilizia moderna (il famigerato boom economico), mentre intervenire nei sistemi locali servirebbe il doppio degli investimenti immaginati per le città in contrazione. Per la prevenzione del rischio sismico, nel 2013 gli ingegneri hanno stimato 93,7 miliardi per le case di tutti gli italiani, mentre l’Oice ha stimato 36 miliardi per interventi di adeguamento. Restando nel piano ideologico dell’economia del debito non ci saranno questi investimenti, basti osservare gli spiccioli a debito del famigerato piano Junker, ed è necessario, non solo ripristinare la sovranità, ma uscire dalla religione della crescita, poiché gli investimenti che servono alla specie umana non necessariamente creano un ritorno economico per gli investitori. La moneta dovrà essere a credito. In tal senso una parte della letteratura economica che riconosce i limiti dell’economia neoclassica ortodossa (ignorare l’entropia), immagina di collegare la teoria bioeconomica di Georgescu-Roegen con la teoria post-keynesiana (moneta endogena e domanda effettiva) al fine di proporre un modello macro economico e politico migliore di quello attuale che crea squilibri, povertà e recessioni. Ad esempio, le necessità sopra elencate (prevenzione del rischio sismico e idrogeologico) rientrano nella domanda effettiva che si può sostenere solo con investimenti pubblici a credito.

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Teorie della pianificazione

Fonte immagine: Maurizio Carta, Teorie della pianificazione, 2003.

Nella letteratura della pianificazione urbanistica e territoriale troviamo le risposte al governo del territorio. La scuola territorialista si ispira ai cosiddetti regionalisti (Mumford, Geddes, Kropotkin) e possiede gli strumenti culturali per suggerire le soluzioni migliori poiché ha sviluppato capacità bioeconomiche per governare correttamente le risorse e offrire nuove opportunità occupazionali utili al percorso di evoluzione.

Anche le istituzioni hanno valorizzato gli strumenti di analisi e di conoscenza del territorio rispetto al concetto di rete cioè di relazioni, e l’idea di sistema locale è senza dubbio corretta per interpretare meglio il territorio degli abitanti, un ulteriore passo va condotto alla scala urbana per suggerire la rigenerazione dei luoghi in chiave bioeconomica. Il concetto di rigenerazione urbana, ormai in voga, va condotto anch’esso nell’alveo della bioeconomia per liberare il disegno urbano dal distruttivo spirito del tempo capitalista, che volge al termine sia perché lascia la vecchia Europa e sia perché sta auto implodendo sulla propria avidità. Estimo e finanza vanno piegati e snaturati conducendoli sul piano dell’etica e dell’ecologia, ed è necessario fare lo stesso per la proprietà privata; in fine bisogna ripristinare il ruolo dominante dello Stato per conseguire uguaglianza e ridistribuzione delle opportunità per gli abitanti. In sostanza è necessario arrestare la rifeudalizzazione della società avviata dalla religione neoliberale e applicare la Costituzione italiana. Lo scopo dell’urbanistica è la tutela dei diritti attraverso un governo del territorio per scopi sociali, e non per fare profitto; e contrariamente a questi valori e principi è noto che il disegno urbano è stato piegato dal capitalismo sfruttando il sistema della rendita per creare profitti senza lavorare e finanziare le trasformazioni urbane rubando diritti ai ceti meno abbienti.

Sappiamo che l’élite finanziaria ha riprodotto il suo modello feudale anche nelle aree urbane, scegliendo per se gli ambiti ove stanziare i propri interessi, le chiamano città globali e li troviamo gli edifici della globalizzazione, i grandi eventi globali e gli immorali servizi offshore (New York, Londra …).

E’ altrettanto noto che dopo secoli di speculazioni il capitalismo ha indirettamente generato i sistemi urbani regionali, e i sistemi locali sono l’occasione per compiere un’efficace riforma istituzionale in termini amministrativi e gestionali poiché sono gli ambiti territoriali ove proporre piani territoriali e urbani bioeconomoci. Si tratta sia di unire i comuni razionalizzandone le funzioni e sia di avviare piani intercomunali auto finanziati da tasse locali e fiscalità generale rispetto ai nuovi ambiti territoriali. Dall’analisi delle aree urbane e dal coinvolgimento degli abitanti emergeranno le soluzioni migliori per riequilibrare il rapporto con la natura, recuperare i centri storici e le periferie, e recuperare standard mancanti.

Ciò che serve ai popoli è uscire dalla psico programmazione della pubblicità e dall’istruzione votata alla competitività, al consumo di merci inutili, alla stupidità collettiva, per fare l’opposto di quello ordinato dall’élite degenerata. Dobbiamo cooperare per tutelare i nostri luoghi e sviluppare modelli economici autarchici e rilocallizzare le produzioni, consumare cibo locale e trasformare i quartieri in ambienti urbani ricchi di bellezza e auto sufficienti energeticamente. La scommessa è con noi stessi per regalarci nuove opportunità di vita riprendendoci spazi di democrazia, uscire dall’idiozia dello spreco, scoprire la bellezza del nostro territorio e difenderlo da noi stessi.

Abbiamo la fortuna di nascere e vivere in uno dei Paesi più ricchi e belli del pianeta ma non lo sappiamo, è questo il nostro problema. Noi siamo il problema e siamo anche la soluzione: sconfiggere la nostra ignoranza funzionale e di ritorno. Pianificando i sistemi locali secondo i principi della bioeconomia potremmo indirizzare le nostre energie mentali nella più grande evoluzione sociale che non riusciamo neanche a sognare, poiché siamo ancora rinchiusi nella gabbia mentale costruita dal capitalismo. Se ripartiamo dalle coordinate principali: chi siamo e dove siamo, troveremo l’evoluzione della specie.

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Città in contrazione, elaborazione Giuseppe Carpentieri.

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E’ indispensabile per favorire l’occupazione utile e sostenere programmi, piani e progetti di territorializzazione poiché aiutano l’economia locale e il recupero di processi identitari. Tutto il meridione soffre di mancanza di collegamenti efficaci fra i nodi (le città) della rete e questo danneggia le relazioni che sono la fonte dello sviluppo umano. E’ determinante non solo favorire politiche bioeconomiche ma costruire le connessioni rispetto a una nuova costruzione sociale che rilocalizza le attività produttive con criteri di sostenibilità e mostra la cultura locale. In tal senso la costruzione culturale della nuova rete meridionale deve migliorare l’accessibilità e la complementarietà rispetto alla disponibilità di risorse naturali e migliorando la qualità di vita degli abitanti.

Da qualche anno si è consolidato l’approccio sistemico nell’analisi dei territori. L’Istat pubblica l’aggiornamento dei sistemi locali del lavoro che forniscono indicazioni territoriali circa le relazioni commerciali, mentre il mondo dell’agricoltura propone i bio distretti, cioè territori legati da relazioni commerciali con specifiche sensibilità culturali per l’economia locale frutto della qualità biologica dei prodotti. Nel campo della pianificazione territoriale si propone la bio regione urbana costituita da comunità rinchiuse in un insieme di relazioni antropiche basate sulle capacità auto rigenerative del territorio. Bio regione urbana, sistemi locali e bio distretti hanno in comune la capacità di individuare uno spazio fisico determinato dalle relazioni umane condizionate dalle risorse del territorio. Questo approccio evolutivo consente di mostrare gli ambienti attraverso le analogie della biologia costituita da relazioni energetiche, pertanto si esce dai vecchi schemi mentali che individuavano il territorio rispetto ai confini politici e si entra nel mondo delle relazioni e degli scambi energetici.

sistemi locali in Provincia di Salerno

Sistemi locali del lavoro nella Provincia di Salerno, ISTAT 2011

Un’economia sostenibile e prosperosa poggia la sua forza proprio sulle capacità energetiche ed auto rigenerative del territorio, e usa razionalmente tali risorse per garantire il medesimo stock di capitale naturale alle future generazioni realizzando scambi, relazioni efficaci e valorizzando il territorio attraverso una conversione ecologica delle imprese.

sistemi locali in Provincia di Salerno auto contenimento offerta di lavoro

Indice di auto contenimento, dell’offerta di lavoro dato dal rapporto fra occupati che risiedono e lavorano e totale occupati all’interno del SLL.

All’interno dell’ideologia della crescita continua, l’economia locale è stata cancellata dal mondo finanziario globalizzato, ma può rinascere creando prosperità per le imprese e gli abitanti del territorio attraverso la rilocalizzazione produttiva e il consumo di prodotti locali generati da processi di qualità. Si tratta di sostituire i prodotti delle multinazionali e di una grande distribuzione organizzata indirizzata solo verso la crescita continua e quindi poco intelligente, con i prodotti trasformati attraverso processi sostenibili, compatibili con la sicurezza alimentare, con prodotti migliori delle sedicenti certificazioni, create ad hoc per favorire le multinazionali. Rilocalizzando le produzioni è possibile aumentare l’auto contenimento dell’offerta di lavoro all’interno dei sistemi locali. Investendo risorse pubbliche e private in questo percorso bioeconomico si riduce la disoccupazione e lo stesso accade investendo nella conservazione e la rigenerazione dei sistemi locali attraverso progetti sostenibili, cioè che coinvolgendo direttamente le comunità nella creazione di politiche abitative, energetiche, sociali e culturali.

sistemi locali in Provincia di Salerno tasso di occupazione

Il cambiamento nasce dalla domanda di qualità frutto di un percorso di consapevolezza culturale circa i reali bisogni umani. Si tratta di uscire delle logiche di profitto, cambiare totalmente il paradigma culturale della società, per consentire l’intera conversione ecologica dei territori sfruttando i modelli biologici che fanno nascere sistemi locali auto sostenibili, di fatto realizzando una piena occupazione e una prosperità duratura della specie umana grazie alla cancellazione dell’inquinamento all’interno dei territori e l’uso razionale delle risorse.

In termini pratici è sufficiente che cittadini ed esercenti la smettano di acquistare prodotti scadenti e “colonizzatori” per consumare i prodotti locali ma trasformati con protocolli sostenibili per l’ambiente e la salute umana. Il consumo consapevole stimola la nascita di una nuova domanda di prodotti e le imprese si adeguano, oppure nascono nuove imprese ma sostenibili che rispondono alla nuova domanda emergente. In tal senso la sensibilità e la cultura dei cittadini è fondamentale per rilocalizzare le produzioni generando nuova occupazione e utile al territorio.

Un’osservazione sulla realtà molto importante per i concetti sopra espressi, dall’analisi dei flussi di materia risulta che l’economia italiana è sostanzialmente autosufficiente solo per i materiali utilizzati soprattutto nelle costruzioni (ISPRA, Uso della risorse e flussi di materia), ciò vuol dire che dipendiamo dall’estero importando materie in altri ambiti, persino quello alimentare generando sprechi evitabili. Osservando la realtà dei reali fabbisogni si comprende che bisogna investire in un’economia più autarchica per generare prosperità sia nell’attività edile nella direzione della conservazione e non più dell’espansione, e sia nella direzione della sovranità alimentare. Nell’ambito edile, non importando materie dall’esterno vuol dire che ogni investimento realizzato genera il 100% dei ricavi per l’economia locale, lo stesso può accadere per l’ambito alimentare, e può accadere anche in altri ambiti come la ricerca e l’innovazione.

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Biodistretto del Cilento

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