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Posts Tagged ‘riuso’

Il 26 settembre 2003 raccontavo – società e lavoro – come l’industria delle costruzioni finalizzata al riciclo fosse già matura.

A Parigi, Nicola Delon e Julien Choppin riciclando e riutilizzando materiali presi da cantieri aperti, ordini sbagliati e merci non utilizzate, progettano un piccolo Padiglione a pianta libera di 70 mq. L’edifico è chiamato Circular Pavillon, ma non penso si riferisca alla forma del Padiglione ma al concetto di economia circolare. E’ un’applicazione bioeconomica che considera i flussi di energia in entrata e in uscita.

Tale intervento è un’applicazione di una politica che adotta le cosiddette miniere regionali, cioè luoghi dove si stoccano materie prime seconde, e che le aziende possono usare per le proprie trasformazioni senza attingere a nuove risorse del Pianeta.

Circular Pavillon

Fonte immagine: Image Courtesy Cyrus CORNUT

Legislatore e Regioni dovrebbero favorire quest’economia circolare del riuso e del riciclo poiché raggiunge due obiettivi: la riduzione dell’impronta ecologica e il sostegno a una nuova filiera industriale più virtuosa (occupazione utile).

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Viaggiatori e scrittori, come Dante Alighieri e Wolfgang Goethe si accorsero della ricchezza degli italiani definendo il nostro Paese come il giardino d’Europa. «Secondo le stime dell’Unesco, l’Italia possiede tra il 60 e il 70% del patrimonio culturale mondiale» (rapporto Eurispes 2006). Dobbiamo aggiungere altro? Non credo! C’è la netta sensazione che non abbiamo più gli occhi – il cervello – per riconoscere la bellezza intorno a noi.

Tullio De Mauro, principe dei linguisti italiani, torna alla carica con una nuova edizione del suo libro “La cultura degli Italiani”. I suoi dati dicono che il 70% degli italiani è pressoché analfabeta o analfabeta di ritorno: fatica a comprendere testi, non legge niente, nemmeno i giornali. Per il sapere un 70% di somari è una maggioranza deprimente; e per la politica costituisce un’asinocrazia travolgente e facile da travolgere.

Secondo uno studio pubblicato in Francia da Pascal Guibert e Christophe Michaud, dell’Università di Nantes, la tendenza ad imbrogliare a scuola culmina con l’università. Una inchiesta retrospettiva condotta presso alcuni studenti ha indicato che quasi il 5% di essi diceva di aver imbrogliato alla scuola primaria, ma all’università questa cifra raggiungeva il 50%. Un terzo delle persone interrogate aveva imbrogliato al ginnasio e un pò di più del 10% al liceo. Tuttavia un altro studio condotto in 42 università di 21 paesi, che includeva 7213 studenti in economia e commercio, ha fornito proporzioni superiori circa l’imbroglio dopo il diploma: il 62% dichiarava di aver imbrogliato all’università. Ci sono però forti variazioni fra le varie nazioni: hanno imbrogliato l’88% degli studenti dell’Europa orientale, il 50% degli africani e meno del 5% nei paesi nordici. Lo stesso studio ha indicato che il livello di disonestà degli studenti è proporzionale agli indicatori di corruzione del paese, riportati da analisti finanziari e imprenditori.

I dati circa la cultura degli italiani e l’imbroglio circa il profitto scolastico dimostrano la regressione culturale della società, e la scarsa capacità di scegliere e valutare i propri dipendenti politici che agevolmente manipolano gli elettori.

La totalità delle attività antropiche consuma energia; banale! L’Italia è uno dei Paesi europei, grazie alla sua connotazione geografica, l’orografia del territorio e la sua geologia, che possiede grandi giacimenti di energie rinnovabili: sole, vento, geotermia e acqua, finora sfruttati poco o male, tranne una timida ripresa circa il numero di impianti fotovoltaici installati, ma siamo ancora lontani dalle smart-grid, reti intelligenti. Nel mondo gli italiani sono popolari anche per alcune capacità riconosciute come prerogative, quasi esclusive: la dieta mediterranea, la storia e l’arte.

In poche righe sono sintetizzate al massimo le priorità politiche per qualsiasi italiano. Per conservatore, tutelare e valorizzare tale patrimonio bisogna necessariamente investire in competenze specifiche. Fino ad oggi gli italiani hanno preferito spendere energie mentali su caratteristiche che non sono proprie dell’Italia. Per rendersi conto di questo è sufficiente verificare lo scarso numero di iscritti ai corsi di matematica, fisica, agraria, biologia rispetto all’altissimo numero di iscritti a giurisprudenza ed economia. Nel corso degli anni pochi hanno preferito investire nell’arte e nella tutela del patrimonio, i primi a non credere in questo sono stati i Governi ed il sistema mass mediatico che ha condizionato ed indottrinato famiglie e giovani nel preferire percorsi di studio anacronistici, antitetici alle caratteristiche del nostro Paese, ed oggi non solo abbiamo il fenomeno dei cervelli in fuga, ma abbiamo una classe dirigente con una scarsa cultura scientifica e quindi poco adeguata per pianificare una tutela delle nostre bellezze. Abbiamo politici che si sforzano nel comprendere il valore culturale di scelte politiche come: riusare, riciclare, risparmiare, conservare per valorizzare. Politici che non capiscono neanche che per fare tutto ciò c’è bisogno di nuove tecnologie e quindi di innovazione.

L’agricoltura naturale, il ritorno alla terra, e la manutenzione del territorio sono priorità assolute che non possono essere messe in discussione poiché noi ci alimentiamo di cibo, noi siamo quello che mangiamo, e dobbiamo farlo in sicurezza limitando i danni dei cambiamenti climatici in corso, ma soprattutto rimuovere tutte quelle tecnologie obsolete, sparse sul territorio, che producono danni alla salute ed all’ambiente.

Mentre il teatrino dei politici si concentra nell’individuare i responsabili della crisi, o dell’aumento delle tasse, quasi nessuno fa notare che è sufficiente prendersi cura del Paese per iniziare a fare qualcosa di concreto, e che le risorse economiche per farlo, ci sarebbero pure.

Inoltre, se noi cittadini la facessimo finita con gli individui impresentabili, e lavorassimo per un cambio radicale del processo decisionale della politica (democrazia diretta), avremmo fatto bingo.

Per fare tutto ciò abbiamo bisogno di una cultura adeguata per l’epoca che stiamo vivendo, un’epoca di transizione. La ricchezza degli italiani è nella capacità di sostituire schemi mentali obsoleti con schemi adeguati al cambiamento. La ricchezza degli italiani è la capacità culturale di cambiare.

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La ricchezza italiana nascosta dal mainstream è immensa. Il paradigma obsoleto della crescita impedisce di farci vedere le bellezze d’Italia, riscoperte solo nei fine settimana. Esistono tanti piccoli comuni (5693) dove vive il 17,2% della popolazione (più di 10 milioni di abitanti) ed alcuni di questi piccoli centri, ormai da tanti anni, hanno intrapreso un percorso politico-culturale opposto alle città inquinate e sovradimensionate.

La densità di popolazione è tra le più alte d’Europa, ma la distribuzione sul territorio nazionale è quanto mai irregolare in relazione alle condizioni orografiche e al diverso sviluppo urbano. In base ai risultati definitivi del censimento 2011, il 70,5% dei Comuni italiani ha una popolazione non superiore a 5000 abitanti, il 23,3% ha una popolazione compresa tra 5000 e 20 000 abitanti, mentre il restante 6,2% registra un numero di abitanti superiore a 20 000. Di questi ultimi, i Comuni con più di 100.000 ab. rappresentano lo 0,6%. Nei Comuni di pianura vive il 48,2% (28,7 milioni di persone) della popolazione totale, nei Comuni di collina il 39,2% (23,3 milioni di persone) e nei Comuni di montagna il restante 12,6% (7,4 milioni di persone).

Esiste l’ass. piccoli comuni, esistono le città slow. Un enorme patrimonio culturale è presente in questi piccoli centri che possono essere il volano della “civiltà contadina modernizzata“. Secondo una ricerca commissionata da Legambiente nel 2001 al Gruppo Serico- Cresme sono 2831 i comuni a rischio di estinzione in Italia, che determinano la cosiddetta geografia dell’abbandono. Coprono una superficie di circa 100.000 Kmq, pari ad un terzo dell’area del paese. Sono i “paesi fantasma”, paesi che non esistono più, le cui case sono per lo più disabitate, in cui talvolta sopravvive solo qualche ostinato anziano signore.

Dal 2003 il FAI sostiene un importante progetto di recupero dei piccoli centri. Attraverso internet ha iniziato a coinvolgere i cittadini nel progetto “i luoghi del cuore” per segnalare e sostenere luoghi da recuperare e valorizzare. La Fondazione con il Sud propone bandi per iniziative atte a valorizzare le identità locali. Per tali lodevoli iniziative sarebbe saggio applicare l’approccio bioeconomico che consente di individuare le risorse locali e consentire una corretta fruizione. L’Italia ha un enorme patrimonio da tutelare che abbisogna di un nuovo approccio giuridico economico, e l’UE non è un’organizzazione adeguata, pertanto è necessario cambiare i Trattati e restituire alla Repubblica il potere di promuovere politiche industriali culturali con strumenti finanziari ad hoc. Ad esempio, associando alle politiche di coesione il principio che l’offerta di moneta sia a credito (non più a debito) e condizionata dall’effettiva domanda, com’è il caso di programmi, piani e progetti di rigenerazione urbana e territoriale bioeconomia, condizionati dai limiti della natura.

Se i fenomeni dell’urbanesimo e delle rivoluzioni industriali giunte al termine, hanno distrutto le periferie delle città e rubato risorse umane ai piccoli centri, è giunto il momento di ritornare alla natura per immaginare centri urbani secondo regole di densità abitative equilibrate, e puntare alla conservazione dei territori tramite la gestione razionale delle risorse. Ci sono tanti centri che abbisognano di interventi urgenti di manutenzione, conservazione e progettazione ecologica al fine di introdurre servizi culturali, reti intelligenti, “smart grid” e mobilità sostenibile. La scelta di andare a vivere in piccoli centri raggiunge molteplici vantaggi: 1) nei piccoli centri si consuma meno energia, 2) ridurre la densità dei capoluoghi sovradimensionati, 3) spostare risorse umane e aggiornare le conoscenze nei piccoli comuni per migliorare la qualità della vita, 4) recuperare edifici abbandonati, rigenerare l’agricoltura con tecniche permaculturali, migliorare l’efficienza energetica e alzare il livello qualitativo dell’educazione anche nei piccoli centri.  Un piano nazionale di riuso e recupero deve concentrare risorse per porsi l’obiettivo strategico di rivitalizzare i piccoli centri, e trasformarli in luoghi sostenibili, alcuni di questi centri sono già un’eccellenza come i piccoli borghi. Sembra evidente che un piano del genere inventa nuova occupazione in attività socialmente utili e restituisce dignità all’identità storica nazionale: nuova agricoltura per l’autosufficienza, efficienza energetica, recupero dell’edilizia esistente e rigenerazione dei piccoli centri danneggiati dell’urbanesimo delle grandi città. L’idea  è quella di avviare l’economia della sussistenza in luoghi favorevoli poiché non c’è alcun bisogno di fare industria, ma c’è bisogno di ricollocare il fare economia nel suo ambito naturale, cioè produrre per i bisogni reali e non per i capricci delle SpA. La decrescita felice è la diminuzione del consumo di merci che non sono beni, cioè la riduzione degli sprechi, ma occorre sviluppare le tecnologie adeguate, una proposta ragionevole è quella di portare tali tecnologie nei piccoli centri. Ad esempio, non sono beni: l’energia che si spreca, la benzina che si consuma nel traffico, il cibo che si butta, e tutti questi sprechi fanno alzare il PIL, ma peggiorare la qualità della vita. La cultura contadina tipica dei piccoli centri ha il valore in se di non produrre merci ma solo beni. E’ meglio valorizzare tale cultura, anziché disprezzarla com’è accaduto negli ultimi trent’anni, e impedire che sia contaminata dalla religione della crescita.

L’unione fra l’innovazione tecnologica con le fonti alternative e le tecniche di agricoltura naturale consente di realizzare comunità auto sufficienti che ci conducono ad una civiltà contadina modernizzata. Tutti gli abitanti dei piccoli comuni hanno l’opportunità di diventare auto sufficienti dal punto di vista energetico ed alimentare, è sufficiente un’adeguata progettazione con un mix tecnologico sostenuto da finanziatori privati e pubblici, l’obiettivo è cancellare gli sprechi e l’inutile dipendenza energetica da fonti fossili. Gli abitanti possono diventare produttori e consumatori, ma soprattutto proprietari dei servizi e quindi sovrani del proprio territorio grazie a modelli efficaci di partecipazione diretta al processo decisionale della politica. La ricchezza dei territori in mano agli abitanti con l’obiettivo di usare le risorse in maniera razionale e garantirle alle future generazioni.

In tal senso queste attività vanno nella direzione giusta di conservazione il patrimonio culturale del Paese: prevenzione del rischio sismico ed idrogeologico. Gli Stati possono cambiare le regole contabili e fiscali degli Enti locali e porre investimenti pubblici in questi progetti virtuosi fuori dal debito pubblico e degli stupidi patti che stanno togliendo risorse ai diritti dei cittadini.

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“Estratti” da “Qualcosa” che non va:

In Italia il prof. Giacinto Auriti, ha saputo dimostrare, anche nelle sedi giudiziarie, che non è chiara la proprietà della moneta. Dopo la sua scomparsa, nel 2006, i giudici hanno ribadito[1] che la Repubblica  ha il potere di emettere e controllare la moneta, come prescrive l’art. 47 della nostra Costituzione. Ma Auriti, come accennava anche Del Mar ha ristabilito un principio giuridico ed economico: «la moneta è un bene immateriale di valore convenzionale e, allo stato attuale dei regimi monetari, gravata di debito. La moneta ha valore perché misura il valore dei beni. Poiché ogni unità di misura è convenzionalmente stabilita, la fonte dello strumento monetario è la convenzione.»

Ricordiamoci che l’economia e la moneta sono invenzioni[2]. «Ma come potete comprare o vendere il cielo, il colore della terra? Questa idea è strana per noi. Noi non siamo proprietari della freschezza dell’aria o dello scintillio dell’acqua: come potete comprarli da noi[3]

[…]

La dinamica della crisi finanziaria e poi economica condiziona pesantemente il settore delle costruzioni: non solo perché alla base della crisi c’è lo scoppio della bolla speculativa immobiliare, o perché questo incide sul basilare ruolo che il credito ha giocato e gioca nel processo edilizio, ma perché incide su una domanda già in flessione, riducendo la capacità di spesa e d’investimento di famiglie ed operatori, minando il clima di fiducia.

[…]

Autoderminazione dei popoli intesa come vera democrazia (diretta[4] e partecipativa), ripristino delle monete libere dal debito[5] e senza interessi (banche controllate dallo Stato e non più SpA private), diritto alla vita, tutela dell’acqua[6] ed autoproduzione energetica sono i temi che nessun partito politico tradizionale farà suo come priorità assoluta.

Il raggiungimento di questi obiettivi passa attraverso la ricostruzione delle comunità locali intese come riorganizzazione degli spazi pubblici, agorà, per il dibattito libero, aperto e democratico. Le persone devono poter condividere le idee e le esperienze per il bene comune. L’obiettivo è riscoprire i reali bisogni umani: cibo, riparo sicuro, cultura, sport, amore e passioni.

[…]

Gli impegni non corrispondono ad una qualità architettonica ed urbanistica diffusa, anzi esistono troppi volumi costruiti e male, soprattutto dal punto di vista del risparmio energetico. Fino a quando la ricchezza verrà misurata in moneta debito coi suoli e con l’espansione urbana si avranno altri scempi da correggere.

Eppure basterebbe fare un piano di monitoraggio dell’ambiente costruito finalizzato al recupero (riuso) per creare migliaia di posti di lavoro, ecco la vera sicurezza. L’Italia deve consolidare, dal punto di vista statico, tutti gli edifici che abbiano dai 40 anni di “età” in su. L’Italia deve ristrutturare l’intero patrimonio edilizio esistenze, altro che nuove case. E’ sufficiente mutare i valori monetari – convenzione arbitraria – dell’attuale consuetudine progettuale e costruttiva: un edificio di nuova costruzione dovrà valere meno di un edificio ristrutturato (sicurezza statica e salubrità: metodi POE, BREAM, Protocollo ITACA). Quindi, la misura del valore non sarà indicata dalla moneta, mezzo di scambio, ma dalla qualità e dal buon senso: volontà politica. Il risparmio energetico potrebbe essere una moneta di scambio, la ristrutturazione potrebbe essere una moneta di scambio, e così via; cioè è sufficiente una volontà popolare che indichi una nuova misura del valore figlia della qualità e non più della quantità (lo stupido PIL) per migliorare le condizioni di vita di tutti e soprattutto dei meno abbienti.

Riflettiamoci un attimo, i prezzi delle case ristrutturate non sono associati ad indicatori di qualità architettonica ma sono stabiliti da speculatori (immobiliaristi) senza scrupoli, i piani urbanistici realizzano soprattutto espansioni, crescita perché il maggiore profitto deriva dalla rendita urbana (nuove aree costruite e nuove case). Queste consuetudini progettuali esistono soprattutto perché il profitto maggiore deriva da una cultura obsoleta figlia della produzione e del costo di produzione allora ribaltiamo il paradigma: misuriamo il valore sul risparmio, riciclo ed il riuso, accadrà che progettisti e costruttori ignoreranno la rendita urbana, fondiaria e l’espansione urbana per concentrarsi sulle trasformazioni urbane all’interno di aree già edificate ma abbandonate e, l’impegno si concentrerà sugli edifici costruiti dagli anni ’50 in poi per rivalutarli e riusarli eliminando gli sprechi energetici e consolidando i volumi costruiti (sicurezza statica). In parte sta già accadendo, trasformazioni urbane in ex aree industriali ma quasi tutti i piani urbani perseguono ancora l’obsoleta crescita con la perdita di importanti suoli agricoli. Nella sostanza se abbiamo compreso che la fonte del valore monetario è la convenzione e, se siamo consapevoli che l’attuale sistema sta distruggendo risorse ed il bene comune è quindi moralmente doveroso mutare convenzione.


[1] Suprema Corte di Cassazione SS.UU civili, sentenza 21 luglio 2006 con n. 16751: “[…]lo Stato esplica le proprie funzioni sovrane, tra le quali sono indiscutibilmente comprese quelle di politica monetaria […]“; http://www.altalex.com/index.php?idnot=34581
[2] SERGE LATOUCHE, l’invenzione dell’economia, Arianna editrice, 2002
[3] Estratto dal discorso di Capo dei Pellirossa Capriolo Zoppo nel 1854 al Presidente degli Stati Uniti Franklin Pirce
[4] THOMAS BENEDIKTER, democrazia diretta, Sonda 2008
[5] come accennato più volte la questione non è economica ma giuridica, il mezzo di scambio di beni e merci, la moneta deve essere di proprietà della Repubblica ed emessa da un ente pubblico come prevede la Costituzione. Applicando questo principio elementare figlio della sovranità popolare si cancella il debito pubblico poiché non ci sarà più nessuno che ti presta pezzi di carta stampati dal nulla caricati persino di interessi e ti ruba la vita, il presente ed il futuro dei tuoi figli.
[6] http://www.gruppo183.org/acqua/legislazione/direttiva.pdf

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