Capitalismo, inciviltà e demagoghi contro poveri e cultura.

L’attualità sociale e politica del nostro Paese sembra percorrere il tunnel della regressione incivile con estrema convinzione e con sostegno popolare. La lunga fase del declino politico, avviata già negli anni ’70 quando emergeva la religione neoliberista abbracciata dalla classe dirigente, e poi le analisi sociali circa l’ignoranza funzionale degli italiani, ci consegnano un presente drammatico perché non esiste una reazione virtuosa degli italiani all’oppressione della borghesia capitalista contro gli ultimi, che soffrono di auto distruzione. Questa fase italiana di auto distruzione consente alla casta di dormire sogni tranquilli e aumentare le disuguaglianze sociali ed economiche. Cosa accadrebbe se gli ultimi si svegliassero? Cosa accrebbe se ci fosse una coscienza di classe? Se gli indignati e i disagiati fossero in grado di risvegliare le proprie coscienze addormentate dal capitalismo neoliberista, e sapranno attivare una passione politica capace di costruire una democrazia matura allora la casta della borghesia neoliberista pagherà il prezzo della propria avidità.

Buona parte del linguaggio politico e mediatico è carico di infantilismi, di violenza e mere stupidaggini, così come vuole la propaganda spicciola dei nuovi mezzi tecnologici, che fanno regredire la società verso la nota dittatura orwelliana. L’energia dei partiti attuali è rappresentata dalle emozioni negative degli ultimi, dalla frustrazione dei poveri, dalla rabbia e dall’ignoranza funzionale della classe media; si tratta della maggioranza degli aventi diritto al voto che girano le spalle a sé stessi, perché delega ai propri carnefici l’azione politica. Gli ultimi, anziché fare politica direttamente osservando la storia per auto formarsi, delegano il potere a cialtroni narcisisti, avidi di potere e soldi. Questa inciviltà sta favorendo l’aumento delle disuguaglianze togliendo opportunità di sviluppo e libertà a una platea di persone sempre più ampia, poiché cade nell’oblio della povertà indotta dall’austerità neoliberista. L’incapacità di sviluppare una coscienza di classe sta distruggendo comunità e persino il Paese, nonostante la sua straordinaria bellezza costituita dal patrimonio e dalla storia. L’Italia è un Paese costituito da insediamenti umani, urbani e rurali, che hanno la necessità di rigenerarsi; cosa significa? L’armatura urbana italiana è cambiata e gli attuali confini amministrativi sono obsoleti, creando confusione e danni, pertanto è necessario applicare un cambio di scala territoriale. Mentre il capitalismo ha favorito questa trasformazione urbana, contemporaneamente ha concentrato la ricchezza in una minoranza di italiani che ha sfruttato relazioni politiche, rendite finanziarie e immobiliari. Questa trasformazione delle aree urbane ha favorito l’abbandono delle aree rurali, mentre il legislatore, ignorando la nuova armatura urbana, si è concentrato nel regalare condoni a chi delinque e abbandonare la manutenzione del patrimonio edilizio esistente, che di fatto è arrivato a fine ciclo vita, e parte di questo patrimonio è stato costruito in luoghi a rischio sismico e idrogeologico. Manutenzione e sicurezza urbana sono concetti estranei all’attuale classe dirigente e persino alla maggioranza degli italiani, che votano con la pancia e non con la testa. Ignoranza e stupidità stanno distruggendo il nostro paesaggio e il patrimonio culturale e rurale, se i cittadini non invertono la rotta saremo seppelliti dalle prevedibili tragedie.

Gli esempi dell’aumento delle disuguaglianze sono ampiamente visibili sul territorio, si concentrano in maniera drammatica nel Sud, e aumentano in tutte le aree urbane, anche al Nord. Questa inciviltà politica, di buona parte degli italiani, si concretizza con l’assenza di un partito democratico capace di esprimere valori e cultura per tutelare il paesaggio, che può creare occupazione affrontando il tema della disuguaglianza economica.

I partiti immorali si nutrono di rabbia ed entrano in empatia con gli elettori giustificando l’illegalità diffusa e consentendo alla casta di auto conservarsi, questo schema è diffuso dal Nord al Sud dello stivale. Non sorprende che l’attuale maggioranza politica, lucrando consensi elettorali sfruttando i problemi degli italiani, oggi voglia riproporre sia un condono edilizio e sia quello fiscale (“pace fiscale”), e cosa assurda intende favorire i ricchi a danno dei poveri rimodulando la pressione fiscale (“flat tax”) a favore dell’élite, di fatto violando la Costituzione. Durante la storia, è già successo più volte che la depressione economica abbia favorito la nascita di regimi autoritari, per poi distruggere le comunità stesse, ed ovviamente la storia non si ripete come nel passato, ma si adegua al presente.

Osservando la struttura del territorio italiano è possibile rendersi conto dell’inconsistenza della classe dirigente italiana poiché intende spendere risorse pubbliche non per affrontare i problemi reali del Paese, ma per assecondare i vizi, i capricci e i bisogni indotti, proprio come accade nella pubblicità quando si vendono le merci. Nei programmi politici non si dà priorità a un piano di investimenti in ricerca & innovazione, rigenerazione urbana e rurale, sociale, rischio sismico e idrogeologico, cultura e patrimonio, e manifattura leggera. La maggioranza politica non ha piani su scuola, università, cultura e lavoro, scegliendo di inseguire i temi indotti dalla pubblicità: condoni, pensioni e immigrazione. E’ grave il fatto che le disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento sono in aumento in tutte le aree urbane estese e rurali ma sono completamente ignorate, mentre chi sta pagando la stupidità di una classe dirigente ignobile sono soprattutto i meridionali, i quali sono vittime dei propri errori decennali. I meridionali prima scelsero la famigerata democrazia cristiana, poi il berlusconismo e il PD renziano, e oggi l’inconsistente M5S; si tratta di forze politiche neoliberali e neo conservatrici. L’attuale maggioranza politica che si è venduta come forza del “cambiamento” contro l’establishment dell’UE, adesso cerca di nascondere le proprie promesse – fuori dall’euro, riconversione dell’Ilva, no vaccini, no Tav, no Tap, rimpatri dei “clandestini” … – per adeguarsi alle idee dell’establishment: restiamo nell’euro, no alla riconversione dell’Ilva, si ai vaccini, si alla Tav, si al Tap, rimpatri impossibili. Questo è un corto circuito degli italiani, i quali non sembrano capaci di scegliere per avviare e stimolare un reale cambiamento, per migliorare la società e le istituzioni politiche, ed a causa di un profondo sentimento di odio nei confronti dei vecchi partiti, gli italiani piuttosto che impegnarsi in politica con metodo democratico, hanno preferito affidarsi a personaggi imbarazzanti e impreparati, taluni palesemente indegni e truffaldini. Si ha l’impressione che la maggioranza degli elettori, colta da un delirio di massa, pensa che chiunque possa fare politica, e così oggi, all’interno delle istituzioni abbiamo personaggi improvvisati che si credono statisti. E’ sufficiente interpretare il famigerato “contratto di governo”, per capire che il collante fra questa maggioranza è solo il potere, e null’altro. Il problema dell’incompetenza e dell’inadeguatezza della classe politica è vecchio, poiché per fare il politico non è richiesta alcuna competenza, e così soprattutto nelle amministrazioni locali abbiamo una lunga serie di cialtroni e ignoranti funzionali che svolgono il ruolo di Sindaco e Consigliere, e i risultati negativi si vedono: consumo di suolo, speculazioni, favoritismi e clientele, rendite parassitarie e disordine urbano. Un esempio clamoroso è la fine delle politiche pubbliche abitative, ove in determinate amministrazioni i politicanti locali abbandonano i poveri negando loro il diritto alla prima casa, e inducendoli ad occupare abusivamente gli immobili, ma contemporaneamente regalano i piani urbanistici agli immobiliaristi.

L’impronta culturale della Lega Nord è il liberalismo coniugato al razzismo, per sostenere il mito dell’impresa deregolamentando il mercato. La storia di questo partito razzista è chiara: l’antimeridionalismo e la tutela degli interessi privati delle imprese localizzate al Nord innescando processi di disuguaglianze territoriali, avviate con la guerra di annessione e consolidate durante la Repubblica. Tutt’oggi la Lega è espressione di un modello economico egoista per drenare risorse dallo Stato centrale a favore delle imprese del Nord, e lo sta facendo coi suoi Presidenti di Regione che chiedono e ottengono dal Governo di trattenere e gestire maggiori risorse finanziarie, togliendole al Sud, notoriamente più carente di servizi e di sistemi di welfare urbano e territoriale. La destra liberal continua a stimolare l’aumento delle disuguaglianze. Nonostante la sua propaganda si impegna a indossare una maschera per celare la sua identità, ingannando con successo i cittadini, l’attuale Lega, e insieme al M5S, ha l’obiettivo di raccogliere il dissenso degli ultimi ma per salvare il capitalismo liberale. La Lega è già stata al governo con Berlusconi approvando le ricette di destra: liberalizzazioni, condoni, cartolarizzazioni, tagli al welfare, tagli all’ordine pubblico, e distruzione del territorio. Sull’immigrazione, fu la Lega a costruire la famigerata legge Bossi-Fini e poi firmare il Trattato di Dublino che obbliga gli Stati a trattenere gli immigrati. Fu il governo di destra a mettere in crisi l’ordine pubblico e la sicurezza dei cittadini tagliando gli addetti della forza pubblica. Sul fronte delle privatizzazioni, fu il governo Prodi ad introdurle, ma poi fu la Lega a firmare il rinnovo delle concessioni per Autostrade per l’Italia, fregandosene del fatto che legittimò un contratto capestro per lo Stato italiano. Oggi governa le Regioni del Nord che del neoliberismo sono l’espressione più vivida, convinta e radicale. Si tratta di Regioni coinvolte da scandali e corruzione diffusa, e secondo le cronache giudiziarie tali istituzioni, sostenute da maggioranze di destra (Forza Italia e Lega), stabiliscono rapporti economici che drenano risorse allo Stato per favorire le imprese private (il modello Formigoni e la sanità), mentre chiudono gli occhi quando la criminalità organizzata influenza le gare d’appalto (urbanistica contrattata), aprendo agli investimenti provenienti dal mondo off-shore. E’ altrettanto vero che condotte analoghe si riscontrano anche nelle Regioni governate dal PD, ma la Lega, diversamente da Forza Italia e PD, ha saputo, con l’inganno, far credere agli elettori di essere un partito contro l’establishment. Se negli anni ’90 e all’inizio del millennio, Berlusconi con Forza Italia riuscì a raccogliere il ceto politico e sociale che votata per i governi a trazione DC, oggi, quel ceto sceglie al Nord la Lega, e al Sud il M5S, scalzano il PD renziano dalle poltrone di governo e ridimensionando Forza Italia. E’ una sostituzione di volti e non di politiche.

La propaganda dell’attuale maggioranza politica (Lega e M5S) è banale: si basa sulla simpatia con gli elettori e sulle emozioni negative degli ultimi, cavalca ignobilmente le tragedie che si verificano, sfrutta l’odio e la rabbia adottando un linguaggio violento e razzista; crea fake news contro chi ha perso le elezioni e contro l’establishment, evitando appositamente una discussione pubblica sui problemi reali del Paese. E’ uno schema comunicativo molto vecchio, già in uso ai tempi della propaganda degli anni ’20 e ’30, e della pubblicità; l’ha fatto Berlusconi per vent’anni, poiché per essere efficaci con una massa apatica e incapace di comprendere, il politicante usa la demagogia banalizzando i temi e realizzando un’empatia, stimolando le emozioni per fidelizzare gli elettori. I demagoghi seducono gli elettori, lo schema è apparire credibili e non esserlo veramente.

Cosa accade nell’attuale globalizzazione neoliberista? Prima di tutto, il mondo intero è capitalista, e i grandi Paesi, USA, India, Russia e Cina, sono in competizione fra loro per accumulare. Nell’Occidente neoliberal il ruolo dello Stato è sminuito per favorire le multinazionali, mentre in Oriente l’economia è pianificata, soprattutto in Cina. In questa parte del globo, chi ha la capacità di fare politica non sono più i partiti ma le grandi imprese, perché i partiti stessi hanno riformato le pubbliche istituzioni seguendo i consigli dei liberal e consegnando le leve della politica alla classe imprenditoriale che controlla gli strumenti del capitale. Questo è accaduto attraverso il processo di deregolamentazione adottato dalla classe dirigente neoliberista presente nelle accademie, prima negli USA e soprattutto nell’UE con l’euro zona. E’ la borghesia capitalista, attraverso banche e finanza (borse telematiche), che può decidere come accumulare capitali (rendite finanziarie e immobiliari) e dove programmare l’agglomerazione delle attività in determinati sistemi locali del lavoro, soprattutto nelle zone economiche speciali, e nelle cosiddette città globali e nelle aree offshore per sfuggire ai controlli fiscali dello Stato, di fatto rubando servizi sociali, scuole, sanità ai ceti meno abbienti. In Occidente, le cosiddette istituzioni politiche democratiche, sotto i colpi della religione capitalista, sono diventate mere camere di registrazione di decisioni prese altrove e le maggioranze sono solo una maschera, un prolungamento dei capricci di questa élite degenerata. Ciò che le masse non hanno ancora compreso, è che questo è il capitalismo, cioè un sistema di accumulo che si nutre di avidità e disuguaglianze, e questo sistema è sostenuto da Forza Italia, PD, Lega e M5S che non pensano minimamente di mettere in discussione il capitalismo ma confermare i privilegi della vera casta: le potenti multinazionali. Basti pensare che il M5S, oggi primo partito italiano, non è un soggetto democratico ed è controllato da un’impresa che professa la religione del web cioè il campo dei più grandi evasori fiscali globali, grazie al mondo offshore, – google, amazon, apple, facebook – che sottraggono risorse fondamentali agli Stati, quando tali risorse sono necessarie per affrontare le disuguaglianze. In politica si chiama conflitto di interessi.

Ricordando ciò che avvenne in Grecia qualche anno fa, ove una maggioranza politica di sinistra cercò di cambiare l’UE, ma perse quella partita poiché il governo greco fu isolato e ricattato, indotto ad abbracciare le politiche neoliberiste imposte dalla famigerata Troika e realizzando una macelleria sociale; lo stesso avvenne in Italia nel 2011 attraverso il famigerato governo Monti. Questa maggioranza politica italiana, intimorita da ciò che avvenne in Grecia, non ci prova neanche nel cercare di cambiare l’azione politica neoliberista dell’UE.

Il vero tema politico è mettere in discusse la globalizzazione neoliberista con le dannose regole dell’UE. Bisogna cambiare i famigerati Trattati per ripristinare un principio democratico: la politica determina l’economia, e non il contrario. L’UE deve diventare democratica e socialista per applicare l’uguaglianza di diritti e restituire dignità alle persone. E’ il socialismo che ridistribuisce la ricchezza affrontando le disuguaglianze, mentre i liberal hanno concentrato il capitale nelle mani dei pochi. Questa è la Politica, con la P maiuscola. Nel corso della storia abbiamo visto il modello socialista realizzato in Russia, poi degenerato in dittatura e la svolta liberal che ha concentrato le ricchezze in un’oligarchia di imprenditori. La Cina, che resta un regime non democratico, è un modello di economia pianificata dal partito/Stato centrale ed ha deciso di coniugare il capitalismo liberal in determinate aree per apprendere, col tempo, il know how delle imprese occidentali. Oggi la Cina produce i propri brevetti tecnologici e manifatturieri, e pianifica le proprie agglomerazioni condizionando il mercato. La politica cinese è contraddittoria, perché vieta e limita i diritti sindacali, e perché la sua crescita ha favorito un aumento dei consumi e degli impatti ambientali ma lo l’ha fatto sviluppando tecnologie sostenibili. Le utopie socialiste nascono nella cultura europea, allora la domanda sorge spontanea: perché l’UE non riprende quelle utopie realizzando un modello sostenibile, equilibrato, e indirettamente migliorando la lezione cinese? Abbiamo le conoscenze per farlo, e soprattutto è interesse dell’Europa riprendere in mano il proprio destino attraverso il socialismo, per limitare i visibili danni della globalizzazione: povertà e migrazioni forzate. E’ interesse di USA, Cina e Russia conservare un’UE neoliberal perché politicamente debole e inesistente, mentre sarebbe un loro sogno disgregarla per annullarla. E’ interesse degli ultimi scoprire le utopie socialiste per riappropriarsi del proprio destino. Negli altri Paesi europei ci sono soggetti politici di sinistra che collaborano fra loro per cambiare questa globalizzazione, per il momento sono ancora forze di minoranza poiché i partiti conservatori tengono i propri consensi e crescono quelli dei razzisti, mentre in Italia siamo colti da deliri di massa rinunciando a costruire un soggetto politico sostenuto dal popolo, capace di inserirsi in un processo politico sinceramente rivoluzionario. Per il momento esistono piccoli gruppi che devono ancora maturare. Il partito degli ultimi non esiste, va costruito avendo coraggio e onestà intellettuale per riscoprire il socialismo, conoscere la bioeconomia e la democrazia. In altri paesi, i cittadini sembrano avere questo coraggio ponendo al centro soluzioni di sinistra capaci di sostituire l’UE neoliberista con un’Unione democratica, libera dai condizionamenti del mercato ma creando lavoro per abbattere le disuguaglianze.

creative-commons

Annunci

Miserabili

schiavitù mondiale 2017
Fonte: indice della schiavitù globale.

Il tema dei migranti è argomento di speculazione dei politicanti, che si dividono fra razzisti e borghesia imprenditoriale. I razzisti, banalmente, hanno un loro partito, e come accadeva nei secoli scorsi sfruttano i problemi sociali della mancata integrazione, facendo leva sull’intolleranza delle persone per raccogliere consensi elettorali. Le imprese richiedono l’ingresso di un esercito di riserva, nuova merce da sfruttare. In Europa, cosa che quasi nessuno dice, esiste la schiavitù, ed è stimata in 1,2 milioni di individui, e di questa cifra, in Italia si stima che ci siano 129.600 schiavi. I dati sulla schiavitù nel mondo offrono numeri molto più inquietanti, perché secondo l’Unicef esistono 150 milioni di bambini da liberare, mentre per Globalslaveryindex sono 40,3 milioni gli schiavi adulti.

La tratta degli schiavi ha diverse sfumature e complicazioni perché è difficile l’identificazione, mentre è più chiara l’origine dei flussi, come Romania, Bulgaria, Lituania e Slovacchia, e poi Nigeria, Eritrea, Guinea, Costa d’Avorio, Gambia, Senegal, Cina e Brasile. Questa schiavitù si caratterizza per lo sfruttamento sessuale, e per impieghi con lavori forzati legati all’agricoltura, silvicoltura, pesca, edilizia, ristorazione, industria tessile, lavoro domestico e altri settori. Le vittime principali di questa tratta sono donne e bambini, e se fino al 2015 quasi il 70% dei migranti era costituito da uomini, l’anno successivo quasi il 60% erano donne e bambini. Nonostante i Paesi europei abbiano firmato impegni per contrastare la schiavitù moderna, ad oggi questo fenomeno non è affatto diminuito. Com’è altrettanto noto, le recenti crisi nel 2015 innescate dai conflitti in medio-Oriente (Siria, Afganistan, Iraq) hanno provocato migrazioni di massa verso l’Europa. In un Rapporto del 2017 si spiega perché le persone sono spinte a migrare e attraversare il mediterraneo.

Ecco il paradosso sociale e politico: in Europa e in Italia esiste la schiavitù, e quindi non esiste una piena integrazione ma una realtà sociale complessa e contraddittoria. Ad esempio, in molti Paesi esiste un approccio diverso per l’integrazione sociale attraverso la formazione culturale e le attività. Il processo migratorio, innanzitutto, dipende dal capitale mentre l’integrazione dipende dalla cultura dei popoli. Esistono esempi di integrazione attraverso lo sport come in Francia, Inghilterra, Germania, oppure esistono modelli di sfruttamento attraverso la famigerata gig economy per un veloce ingresso nel mercato del lavoro (caso tedesco e inglese). Esistono i modelli dei Paesi scandinavi ispirati dal socialismo, e quindi da un’efficace sistema di welfare state grazie alla fiscalità generale che ridistribuisce le risorse, dai ricchi verso i poveri. In Europa, dunque, esistono approcci diversificati che contemplano lo sfruttamento degli immigrati regolari e irregolari, perché l’esercito di riserva, per dirla alla Marx, è una merce che le imprese sfruttano per ridurre i costi, dalla logistica all’agricoltura, e alla manifattura. A partire dal secondo dopo guerra, questo processo di integrazione nella società occidentale moderna ha avuto molte contraddizioni, e non si è ispirata affatto all’integrazione sociale che inventò l’impero romano, quando la schiavitù era accettata ma al potere delle istituzioni politiche riuscì a sedere chiunque. In Italia non esiste una legge razionale che gestisce le migrazioni per favorire sia i migranti economici e sia i rifugiati, ma purtroppo esiste la famigerata legge Bossi-Fini che inventa il cosiddetto clandestino. Nel nostro sistema c’è un buco legislativo e pertanto non esiste integrazione. Le istituzioni politiche, nel solco della deregolamentazione neoliberale, non hanno un sistema pubblico per la gestione del processo mentre delegano la gestione dell’accoglienza al terzo settore. Gli immigrati salariati sanno di essere sfruttati, e dove questi si concentrano vivono anche in condizioni ignobili. Imprese e ceto politico utilizzano questo disagio in tutti i modi: il degrado sociale è utilizzato come mercato politico sia per guadagnare dalla gestione delle emergenze e sia come forma di controllo politico sul territorio. Non è un caso che questo consenso politico abbia favorito razzismo e soggetti politici di destra, un esempio clamoroso sono i programmi televisivi dei network privati, studiati per rappresentare i disagi nelle periferie delle città e alimentare odio e razzismo fra i poveri. L’integrazione non avrebbe favorito i partiti di destra. La scelta politica di attuare politiche neoliberiste, con l’austerità, ha favorito i disagi sociali nelle periferie italiane, abbandonate da Sindaci e Governi che non hanno programmato l’integrazione ed hanno ridotto i trasferimenti per le politiche sociali e di welfare state. Il paradosso italiano è questo: gli abitanti italiani che hanno visto crescere o hanno percepito un aumento dell’insicurezza, e dei disordini urbani, anziché votare e richiedere politiche sociali, si sono affidati ai partiti razzisti e populisti, che hanno strumentalizzato il disagio sociale per raggiungere un ruolo di potere. Come ho già scritto più volte, in Italia la comunicazione politica è identica alla pubblicità (dimmi cosa vuoi che te lo vendo), e i partiti scelgono personaggi ignobili per vendere la loro merce, oggi costituita dagli istinti più beceri della maggioranza degli aventi diritto al voto, da circa trent’anni questa maggioranza desidera essere presa in giro. I noti problemi di insicurezza dentro le nostre periferie dipendono dalla riduzione del welfare state, dalla riduzione dei costi nella polizia giudiziaria (austerità) e dalla disoccupazione. I flussi migratori dipendono dal capitalismo e dalle guerre. In Italia, la stupidità e i razzisti hanno fatto credere che l’insicurezza dipende dai migranti perché vedono extracomunitari commettere violenze e reati, cioè guardano il dito e non la luna. La micro criminalità è un fenomeno notissimo che si elimina banalmente attraverso la repressione, ma si tratta di micro criminalità stimolata dai bianchi che sfruttano gli extra-comunitari anche per la vendita di stupefacenti. L’ordine pubblico dipende dalla capacità dei nostri dipendenti pubblici e dalla programmazione economica predisposta dal Parlamento.

La maggioranza parlamentare, nel suo famigerato contratto di governo, non cita neanche le disuguaglianze innescate dalla globalizzazione neoliberista, pertanto ignora il problema, e si limita a chiudere i confini, imitando altri Paesi europei. Com’è noto l’ondata di migrazioni dall’Africa subsahariana è l’effetto normale del capitalismo occidentale, da un lato, e dall’altro è l’effetto di guerre, l’altra faccia del capitalismo. La maggioranza politica formatasi in Parlamento non ha un’idea o un piano preciso sull’enorme problema delle migrazioni. Il tema delle migrazioni è grande perché riguarda milioni di persone che vivono in stato di povertà assoluta e di sfruttamento, e paradossalmente è semplice da interpretare proprio perché è l’effetto della globalizzazione inventata dal WTO, sotto l’influenza delle note multinazionali e degli imperi economici asiatici che sfruttano Africa e Asia. Per essere più chiari, non è in corso un’invasione, ma si tratta di un fenomeno abbastanza noto che esiste da secoli e che subisce condizionamenti dal capitalismo e dalle guerre.

Il nostro ceto politico anziché avere il coraggio di aprire un serio dibattito attaccando la globalizzazione neoliberista, e anziché offrire soluzioni applicando la Carta dei diritti dell’uomo, preferisce sfruttare e speculare le disgrazie degli ultimi, sia di quelli che vivono in Italia sfruttati dalle imprese, evitando un’integrazione sociale, e sia lasciando i poveri nelle mani dei mercanti di uomini. Il livello di infamia, ignominia e regressione è molto alto poiché si affermano e si divulgano banalità del tipo “non possiamo ospitarli tutti” e allora “aiutiamoli a casa loro”, quando è noto a tutti che l’Occidente, o attraverso i governi o attraverso le imprese, abbia prima destabilizzato diverse regioni asiatiche e africane, mentre sfrutta territori e risorse. È evidente che l’ONU e i paesi europei hanno capacità e mezzi per arrestare la tratta della schiavitù, così come abbiano capacità e mezzi per integrare gli extracomunitari che vivono in Italia. Governi e imprese non vogliono integrare e fermare la tratta poiché o conviene lasciare tutto com’è, oppure perché richiederebbe un impegno sociale per affrontare il tema che sposterebbe il consenso elettorale da destra a sinistra. Una recente inchiesta di Report, costruita da Michele Buono, mostra che il governo della Costa d’Avorio ha ritenuto utile coinvolgere l’Istituto di Tecnologia italiano per rigenerare la costa con un intervento di bonifica e recupero urbano, e l’utilizzo degli scarti vegetali per creare nuova occupazione costruendo materiali bio degradabili. La Costa d’Avorio è uno dei paesi coinvolti nella tratta degli schiavi,  e con questo progetto si sfavorisce la tratta, cioè se c’è volontà politica i problemi si affrontano.

schiavitù mondiale 2017_02
Fonte: indice della schiavitù globale.

Avidità e razzismo

L’esplosione mediatica e politica di sedicenti partiti autonomisti si spiega col becero egoismo dell’individuo, da un lato, e con la strategia politica che vuole sottrarre risorse allo Stato, violando la Costituzione, ma per assecondare specifici interessi del ceto politico del Nord. Premettendo il fatto che il sistema politico istituzionale dell’euro zona è condizionato dalla globalizzazione neoliberista, e poi piegato agli interessi delle più influenti multinazionali che agiscono con azioni di lobbying nei confronti di Commissione e Consiglio d’Europa, accade che in maniera anacronistica, i partiti delle aree economicamente più ricche inseguono velleità di autonomia fiscale per trattenere maggiori risorse finanziare e realizzare la macro regione. Il disegno politico è chiaro: imitare i sistemi capitalisti occidentali neoliberali che hanno creato macro regioni economiche con regole fiscali diversificate fra regioni e regioni, ciò esiste soprattutto negli USA, con enormi problemi di disuguaglianze economiche e sociali, e persino in Spagna, Olanda e Inghilterra. Il desiderio delle imprese del Nord è quello creare un’area economica “centrale” e “chiusa” per garantire un costante flusso di capitali pubblici da sottrarre alle altre aree trascurando la realtà italiana, che invece necessità di maggiori risorse economiche proprio in altre regioni. Per realizzare quest’area economica centrale, le imprese del Nord hanno inventato e finanziato un partito: la Lega Nord, che in circa venticinque anni ha costruito una propria propaganda razzista antimeridionalista al fine di giustificare il proprio egoismo, in primis si chiamò secessione e poi, lo stesso obiettivo si mascherò in federalismo. E’ evidente che l’egoismo del Nord non si concilia con la Costituzione che ordina di rimuovere gli ostacoli di ordine economico per attuare i diritti di tutti cittadini, un semplice principio di uguaglianza. La Repubblica italiana, non solo ha ceduto parti di sovranità ma la guida dei recenti governi continua a realizzare disuguaglianze territoriali che vanno rimosse. Le disuguaglianze territoriali sono state programmate dallo stesso legislatore quando decise di concentrare buona parte della produzione in pianura padana, oggi iper-infrastruttura e inquinata. Il ceto politico del Nord, ampiamente rappresentato in tutti i partiti, continua a coltivare il capitalismo neoliberista che crea aree “centrali” e “periferiche”; la prima sfrutta la seconda. Questa mentalità politica ha trasformato intere aree geografiche in una periferia economica, e accade che tre Regioni del Nord chiedono pubblicamente di perseguire la propria avidità consolidando la propria centralità economica, e lo fanno chiedendo di avere competenze esclusive sulle materie oggi concorrenti con lo Stato centrale, in termini fiscali significa trattenere le risorse e sottrarle alle altre Regioni, cioè rompere l’unità del Paese. La Regione Veneto, sul piano finanziario, specifica che sarà necessario trasferire i nove decimi del gettito di Irpef, Ires e Iva. Inoltre, secondo il disegno politico dei leghisti, si dovrà realizzare un nuovo meccanismo di ridistribuzione finanziario basato sui fabbisogni standard parametrati dal gettito fiscale regionale, cioè chi ha più reddito (com’è adesso) riceve maggiori risorse, tutto ciò in contraddizione col principio costituzionale della rimozione degli squilibri economici e sociali a favore dei territori svantaggiati. La Costituzione dice che è il Governo a indicare la distruzione delle risorse economiche col voto Parlamentare, e non le Regioni. La Regione Veneto chiede di avere competenze esclusiva su tutte le 23 materie oggi concorrenti individuate nel Titolo V della Costituzione, la Regione Lombardia chiede la competenze su 20 materie, mentre la Regione Emilia Romagna chiede la competenze su 16 materie. Altro aspetto inquietante è il processo poco democratico. Nell’iniziativa c’è una prevalenza delle Regioni sul Parlamento, e c’è una delega a un organismo tecnico paritetico che determina i livelli di fabbisogni standard, di fatto si corre il rischio di negare il controllo al legislatore italiano. Secondo la nostra Costituzione, solo lo Stato, attraverso il Parlamento e il Governo, può determinare la distribuzione delle risorse poiché è necessario rimuovere le disuguaglianze. Fino ad oggi, le differenze territoriali non sono state rimosse e si continua a finanziare maggiormente il Nord perché l’ISTAT adotta il criterio della spesa storica, di fatto negando opportunità alle aree marginali che abbisognano di quelle risorse per costruire i servizi mancanti. Pochi sanno che le disuguaglianze territoriali sono create proprio dai criteri attuali che non tengono conto delle disuguaglianze ma di strani criteri politici che favoriscono i Sistemi Locali ove si concentrano maggiormente le imprese, mentre per il meridione, nei decenni passati, si è adottato un criterio “assistenziale” che ha favorito gli imprenditori del Nord che aprivano stabilimenti al Sud. E’ assurdo ma gli incentivi assistenziali dello Stato centrale favorirono gli imprenditori del Nord. Chiusa la stagione degli investimenti pubblici, la conseguenza è la crescita delle disuguaglianze che favorisce i Sistemi Locali del Nord che attirano studenti meridionali, i quali restano ove trovano occupazione. La famosa questione meridionale è certifica dall’ISTAT: Regno d’Italia e fascismo crearono la disuguaglianza economica fra Nord e Sud. «Il divario Nord-Sud inizia invece ad allargarsi sul finire dell’Ottocento, allorquando nel Nord-Ovest comincia a prendere corpo il Triangolo industriale. E tuttavia la forbice rimane contenuta, ancora nel corso dell’età giolittiana. È invece negli anni fra le due guerre, dal 1911 al 1951, che il divario Nord-Sud cresce molto. Al 1951, le differenze fra le macro-aree hanno raggiunto l’apice. […] Le differenze fra Sud e Nord – pur se a ritmi alterni, seguendo un processo non sempre lineare – si sono ampliate dall’Unità a oggi. […] La ricchezza si è andata quindi progressivamente concentrando nelle regioni forti del Nord Italia, che attraevano a sé anche il capitale umano» (Emanuele Felice, “Crescita, crisi, divergenza: la disuguaglianza regionale in Italia nel lungo periodo”, in ISTAT, La società italiana e le grandi crisi economiche 1929 – 2016, Roma, 2018). Il divario inizia col primo Governo Cavour (Destra storica) ma si acuisce con la XXIII e la XXIV legislatura ove il Parlamento ha una maggioranza liberale, e i governi Giolitti, Salandra, Boselli, Orlando, Nitti e i fascisti, fino all’inizio dell’era democristiana con De Gasperi.

Disse il razzista Zaia, Presidente della Regione Veneto: «è una vergogna pensare di spendere 250 milioni per quei quattro sassi di Pompei». E’ sufficiente osservare la realtà imprenditoriale italiana per sciogliere gli slogan dei razzisti del Nord. In primis, fu la guerra di annessione che smantellò la seconda economia d’Europa per trasferirla al Nord, poi il Regno d’Italia e la Repubblica pianificarono il sistema industriale nazionale e privato localizzandolo soprattutto al Nord ma con gli operai dal Sud, e questa è storia. Banalizzando, alcune aree hanno un PIL maggiore rispetto ad altre, perché in talune aree ci sono molte più imprese rispetto alle altre. Sono le istituzioni politiche che hanno pianificato la localizzazione delle agglomerazioni industriali. Poi osservando la composizione del PIL italiano ci accorgiamo che la ricchezza è costituita principalmente da rendite immobiliari e dalla finanza (credito), poi dal commercio, e dai servizi, e solo per il 18% circa dalla produzione industriale. A partire dalla globalizzazione neoliberista, l’Italia diventa un paese con prevalenza terziaria. Detto ciò, dovrebbe essere chiaro a chiunque abbia semplici capacità cognitive, e poiché non si ha più una sovranità economica, la classe dirigente del Nord vuole avere le mani libere sulla gestione di una fetta più ampia delle risorse pubbliche, anche aumentando il divario economico fra Nord e Sud, ma sfruttando la fiscalità generale, e questo ceto politico esprime tali richieste anche con una becera propaganda razzista. E veniamo all’oggi; accumulare capitali illegalmente è più facile per i colletti bianchi criminali mentre è complicato per la magistratura inquirente riscontare illeciti e reati. La cronaca politica recente insegna che talune imprese hanno il pieno controllo dei grandi investimenti lombardi e veneti, e che talune organizzazioni private, se lo desiderano, sfruttano il famigerato sistema off-shore per eludere il fisco. Negli ultimi dieci anni, la realtà ha mostrato il vero volto di una certa classe dirigente del Nord sgretolando gli slogan razzisti dei bossiani della prima ora: “Roma ladrona”. Nella ricca Regione lombarda è accaduto di tutto. Oggi la fiscalità generale sta pagando i debiti lasciati dalle truffe bancarie della classe dirigente veneta, così come i buchi della sanità privata lombarda che vive proprio grazie alle convenzioni con lo Stato. Alberto Nerazzini con l’inchiesta denominata “Il Grande Bluff”, andata in onda su Rai3 il 6 luglio 2015, mostra come talune imprese del Nord siano diventate ricche sfruttando il mondo off-shore. L’ISTAT rileva che nel 2015 la cosiddetta economia sommersa e illegale vale ben 208 miliardi di euro. Una classe dirigente normale e seria, anziché prendere in giro i cittadini si attrezzerebbe per recuperare queste enormi cifre per affrontare i problemi reali del Paese.

Tutto ciò per osservare che, in un sistema di economia globale neoliberale ove gli Stati nazionali non esistono più, poiché privi di sovranità economica e di politiche industriali, è del tutto inutile avanzare richieste autonomiste per gestire in proprio maggiori risorse della fiscalità generale sottraendole alle altre aree. E nel caso italiano i ricchi tolgono risorse ai poveri; è una consuetudine che inizia dal 1860.

Nel 2011, Francesco Patierno è alla regia del film “Cose dell’altro mondo” ambientato in Veneto. Forse sarebbe giusto che la profezia del film divenga realtà, così da lasciar soli i razzisti al loro becero destino.

La demagogia e l’ignoranza di questo ceto politico che alimenta il proprio consenso sull’invenzione di temi senza fondamento e sul razzismo, mostra ancora una volta la pochezza della classe dirigente, sia perché incapace di leggere la società e la realtà, e sia perché propone azioni ridicole e inefficaci, distogliendo ancora una volta l’attenzione delle persone sui problemi reali: precariato, disoccupazione, disuguaglianze crescenti, crisi urbane, cura del patrimonio e degrado dei centri, rischio sismico e dissesto idrogeologico.

creative-commons

Cambiare le politiche urbane

In tutta la letteratura urbanistica, gli autori raccontano i cambiamenti avvenuti nei nostri territori, in particolar modo l’aumento della popolazione urbana e il fenomeno della contrazione nelle città che ha fatto crescere i comuni limitrofi ai grandi centri favorendo la nascita di aree urbane. A partire dagli anni ’70, le imprese abbandonano l’Europa e le città sono deindustrializzate, in Italia c’è un’accelerazione del fenomeno che va dagli anni ’80 fino all’inizio del nuovo millennio. Due scelte politiche favoriscono la delocalizzazione: la deregolamentazione dei mercati finanziari e la fine del socialismo in Russia, e l’apertura della Cina al neoliberismo. I cambiamenti del capitalismo incidono anche sulle migrazioni, tant’è che l’Europa perde abitanti qualificati a favore di USA e ASIA. Dentro l’Europa i paesi “centrali” attraggono migranti qualificati mentre la “periferia” perde abitanti. All’interno di questa lettura territoriale centro-periferia, nel corso degli anni sono emerse le città regioni e i super cluster (agglomerazioni) come Silcon valley, Hollywood, la City di Londra, capaci di generare accumulazione capitalista. Le città regioni sono agglomerazioni socio-economiche più competitive, i casi più efficaci sono Portland, Toronto, San Diego-Tiujana, le regioni transfrontaliere della Manica, quella dell’Øresund, la pianura Padana, la zona Singapore-Johore-Batam, quella di Hong Kong-Shenzen. Recentemente si è avviato un esperimento di unire Shangai con Jiangsu e Zhejiang per creare una gigantesca città regione di circa 90 milioni di abitanti. Nel 1988, in Europa in quattro motori del capitalismo, Baden-Württemberg, Catalogna, Lombardia e Rhône-Alpes, hanno cercato accordi per assicurarsi vantaggi competitivi.

Dunque in questi anni di globalizzazione neoliberista le amministrazioni territoriali hanno innescato processi competitivi per accentrare capitali, con evidenti conseguenze economiche e sociali. Le istituzioni politiche scelgono di non avere una politica urbana nazionale per favorire l’accumulazione capitalista nelle città regioni, considerate i luoghi trainanti del capitalismo neoliberista. In questo contesto degenerato grazie all’assenza di politica nel rispetto dei principi costituzionali emergono e crescono le disuguaglianze sociali, di reddito e di riconoscimento. Aumentano povertà e degrado, anche nelle aree urbane estese scelte dai neoliberisti. L’osservazione della nuova realtà urbana suggerisce la necessità di riorganizzare competenze e funzioni dei Comuni per adeguare le istituzioni ai cambiamenti sociali già consolidati. Sarebbe saggio realizzare un cambiamento di scala territoriale unendo i comuni centroidi a quelli limitrofi che insieme rappresentano un’unica struttura urbana. Inutile ricordare l’incapacità del legislatore nel servire seriamente il popolo, sia perché i politici non cambiano le dannose regole fiscali e monetarie dell’UE, sia perché i problemi delle aree urbane vanno affrontati con urgenza per la necessità di fare prevenzione dal rischio sismico e idrogeologico, ma il nostro legislatore non ha né il coraggio e né la consapevolezza di interpretare correttamente la realtà territoriale e urbana, per applicare la Costituzione e programmare investimenti per rigenerare le città.

Gli abitanti non vivono più entro i confini amministrativi delle città ma vivono nei cosiddetti Sistemi Locali, che rinchiudono più comuni. In Italia sono 611 i Sistemi Locali del lavoro. Fino ad oggi tutti i Consigli comunali hanno inseguito il paradigma culturale sbagliato e cioè la crescita urbana, per attrarre investitori privati. I politici locali, interpretando male la Costituzione e la legge urbanistica nazionale, hanno chiesto ai pianificatori di mercificare le trasformazioni urbane, affinché i piani attuativi rispondessero alle esigenze di fare profitto, e riempire i vuoti urbani lasciati dal processo di disurbanizzazione, con interventi speculativi. La classe dirigente politica è cresciuta nell’idea sbagliata di sviluppo, convinta che le città potessero crescere all’infinito ma non è così, poiché le città possono anche decrescere, come accade per 26 città italiane, tutte le più importanti, da Milano a Roma. La popolazione urbana è dinamica e dipende dalle attività economiche che alimentano la vita in città.

Poiché il capitalismo abbandona la vecchia Europa per motivazioni “banali”, come l’opportunità di aumentare i ricavi riducendo i costi (salari più bassi in Asia e assenza di diritti sindacali), è altrettanto evidente che se tutti i Consigli comunali puntano all’inutile competitività per attrarre gli speculatori privati, solo alcune trasformazioni diventano realtà che si concentrano nelle città più importanti. Il capitalismo è sinonimo di razzismo, e la pianificazione urbanistica è stata utilizzata dalla borghesia italiana, i privati economicamente più forti, per soddisfare i propri interessi e i propri capricci cacciando i ceti meno abbienti dai centri urbani. Oggi è la finanza globale che entra direttamente nella pianificazione locale di alcune città globali, sceglie dove riciclare il danaro, mentre le multinazionali costruiscono i non luoghi e distruggono l’economia locale rendendo le attività sempre più dipendenti al sistema globale (deterritorializzazione). E’ un processo vizioso che distrugge sempre più le opportunità delle generazioni presenti e future. Un sistema stupido e dannoso poiché ha deindustrializzato l’Italia nei settori ove era leader mondiale, e dannoso poiché impoverendo le famiglie, si distrugge il presente e futuro di diverse generazioni, mentre i neolaureati sono costretti a emigrare per inseguire i propri sogni.

Le politiche urbane sono fondamentali per programmare e costruire un eventuale Rinascimento italiano poiché tali strumenti (i piani) localizzano le attività cultuali, sociali, ambientali e industriali nei nostri territori e possono favorire coesione sociale e sviluppo locale, ma è necessario cambiare il paradigma culturale della società. Se l’Italia non ha un’adeguata agenda urbana, è evidente che Governo e Parlamento non svolgono il proprio ruolo, mentre la Costituzione ordina fedeltà alla Repubblica e lo sviluppo di politiche industriali per realizzare l’interesse generale: tutela del patrimonio e dell’ambiente, ricerca e innovazione, costruzione dei diritti, favorire lo sviluppo umano.

Le attuali politiche urbane neoliberali non funzionano per le ragioni prima accennate, allora la risposta alla soluzione: favorire l’occupazione e ridurre la povertà, non è proporre di riempire i vuoti con progetti speculativi, come le ZES copiando l’ASIA, poiché sono gli strumenti delle multinazionali che predano le risorse locali e omogeneizzano i territori privandoli della propria identità. La soluzione è nella direzione opposta e cioè territorializzare. La soluzione è nella nostra identità, nelle nostre specificità, è nella cultura; basta applicare la Costituzione italiana per creare occupazione utile. La soluzione è nella cooperazione fra Comuni dentro i sistemi locali. Ad esempio, costruendo programmi, piani, e progetti di bioregioni urbane per l’ambito territoriale, e in rigenerazioni bioeconomiche in ambito attuativo, cittadino. C’è la necessità di fare manutenzione dell’intero patrimonio edilizio esistente e di intervenire nei quartieri per cambiare gli isolati, e la morfologia urbana. Cultura e bellezza sono i principi che dovremmo applicare. Basterebbe introdurre la democrazia, favorendo processi di pianificazione partecipata coinvolgendo i cittadini al processo decisionale della politica, e chiedere loro di riempire i vuoti creati dalla disurbanizzazione e cioè dalla fine del capitalismo industriale nelle città. Molti esempi sono presenti in Europa, in tutte quelle città dove gli amministratori hanno saputo raccogliere investimenti privati non per speculare, ma favorire l’agglomerazione delle attività locali nelle aree da rigenerare. Il problema delle nostre città è la cattiva cultura dei nostri dipendenti eletti, che preferiscono inseguire l’ideologia neoliberale piuttosto che rispondere ai bisogni delle persone e applicare la Costituzione rimuovendo gli ostacoli di ordine economico e aiutare i ceti meno abbienti, solitamente espulsi dalle città e relegati nelle periferie degradate. Sindaci, Consigli comunali e cittadini possono fermare questa predazione continua se capiscono di dover uscire dalla religione capitalista poiché il territorio non è merce, ma la fonte della nostra vita e rappresenta anche la nostra identità. Le politiche urbane devono ispirarsi alla bioeconomia poiché è l’approccio culturale che ci consente di avviare piani attuativi misurando l’etica delle scelte, e i flussi di energia e di materia. L’impatto sociale delle scelte è più importante degli indici di borsa di un mercato senza morale.

Per misurare e capire l’inefficacia di politiche urbane proposte da un’idea sbagliata di sviluppo, è sufficiente osservare gli indicatori economici (tasso di povertà), quelli socio-demografici (alfabetizzazione, l’aspettativa di vita), gli indicatori ambientali (vulnerabilità e resilienza) e gli indici di sviluppo umano (BES: salute, ambiente, benessere economico, istruzione e formazione, relazioni sociali, paesaggio e patrimonio culturale, qualità dei servizi …). L’ISTAT abbonda di dati.

creative-commons

Crisi di coscienze a Salerno

Questo periodo elettorale ha acceso le luci dei media nazionali su un personaggio molto discusso: Vincenzo De Luca. Ahimè, le ragioni non sono nobili.
Non so come i cittadini salernitani sentano e percepiscano tale dibattito che, da un lato non fa certamente bene all’immagine della cittadinanza ma, da un altro lato potrebbe far entrare un po’ di luce e speranza nelle coscienze addormentate di tanti apatici cittadini.
Salerno può essere vista, e non è la prima volta che accade nella sua storia, come esempio di declino morale e civico; forse più in basso di così non si potrebbe andare e pertanto come tutte le crisi, passato il periodo, si potrebbe costruire una solida struttura civica. Gettare tutte le colpe e cercare il capro espiatorio è il modo più infantile per non parlare del problema: assenza di etica e di educazione civica.

Tullio De Mauro, principe dei linguisti italiani, torna alla carica con una nuova edizione del suo libro “La cultura degli Italiani”. I suoi dati dicono che il 70% degli italiani è pressoché analfabeta o analfabeta di ritorno: fatica a comprendere testi, non legge niente, nemmeno i giornali. Per il sapere un 70% di somari `e una maggioranza deprimente; e per la politica costituisce un’asinocrazia travolgente e facile da travolgere.

Insomma, sembra che gli italiani non abbiano capacità di processare parole e concetti.

Il popolo italiano appese in pubblica piazza il corpo esamine di Benito Mussolini ma, la maggioranza fu fascista e sostenne il regime, il popolo gettò le monetine su Bettino Craxi ma, tutti sapevano dell’assenza di trasparenza nella gestione dei partiti e della cosa pubblica, Silvio Berlusconi è certamente indegno di rappresentare un Paese ma è stato eletto più di una volta. Facendo i paragoni dimensionali, per il numero di cittadini, a Salerno esiste lo stesso regime autoritario sostenuto da una volontà popolare e questo aspetto se indagato in fondo dimostra come in Italia non esiste alcuna democrazia rappresentativa ma solo comitati di affari che periodicamente si competono la poltrona della dittatura SpA. La democrazia, spesso lo dimentichiamo, è il governo del popolo ed il metodo democratico è quello che consente di scegliere le migliori idee e persone, in Italia non esiste nulla di tutto ciò. I cittadini non possono decidere direttamente ed i partiti non sono associazioni trasparenti. In Italia, periodicamente i cittadini si recano alle urne, anche con percentuali alte ma nessuno può scegliere i propri candidati all’interno dei partiti, essi votano persone che non conoscono e che rispondono alla volontà di altri soggetti, spesso SpA o comitati di affari che vogliono la legge ad hoc o la delibera ad hoc. Questo accade in Italia da sempre, mentre in altri Paesi magari i cittadini votanti saranno anche di meno ma, quelli attivi sono tanti e si fanno sentire attraverso strumenti di democrazia diretta. All’estero esiste una partecipazione al processo deliberativo più efficace e reale mentre in Italia i cittadini sono più ignoranti e disinformati sia sulla politica in generale e sia sui candidati circa i loro conflitti di interessi. All’estero esistono dibattiti politici pubblici sui poteri occulti mentre in Italia le persone non sanno neanche cosa sia la sovranità monetaria e cosa sia la massoneria. Molti, in tema di massoneria, i più “informati”  pensano alla loggia P2 e non sono capaci di andare oltre. Purtroppo, in Italia il consenso politico viene costruito con la televisione. La percentuale media di lettori italiani è molto bassa rispetto al resto d’Europa, poi a Salerno è drammatica. In un contesto del genere è sembrato ovvio e facile per un populista come De Luca e per chi lo sostiene aver creato un’apposita televisione che parlasse la lingua del potere e, lo ospitasse costantemente senza alcun contraddittorio per manipolare la percezione dell’opinione pubblica, tutto in perfetto stile come da propaganda nazi-fascista. In 15 anni e più l’impatto sui salernitani è evidente.

Le istituzioni salernitane: il Comune ed il Tribunale, sono state coinvolte in scandali che hanno avuto un  pesante impatto circa la loro credibilità in relazione ai principi costituzionali (Salerno fuori legge, feb 2006). Nel corso degli anni non ricordo un dibattito serio e genuino circa il fenomeno dell’apatia politica delle masse che interpretasse il distacco dalla vita politica come un serio declino democratico per la gestione della cosa pubblica anziché preferire di partecipare solo al rito sporadico del voto.
I cittadini non si rendono conto che non partecipando attivamente, non informandosi da fonti indipendenti dal potere, essi così facendo sono i primi nemici di se stessi. In un clima del genere, a Salerno, è possibile addomesticare facilmente qualsiasi gruppo di cittadini col sistema di sempre: voto di scambio. Il candidato promette un’assunzione in una SpA creata ad acta e famiglie intere si prodigano nella ricerca dei voti. In Italia funziona così.

Democrazia diretta e partecipativa, decrescita felice, sovranità monetaria sono argomenti sconosciuti alla maggioranza dei cittadini che non riescono ad immaginare una società diversa da questa e nonostante paghino tasse e servizi a caro prezzo non riescono a capire che il male della loro condizione siede nella loro ignoranza ed inciviltà.
I salernitani si lamentano per il costo esagerato dei parcheggi pubblici ma non fanno nulla, si lamentano perché la città è inquinata ma non fanno nulla, si lamentano del traffico ma non fanno nulla, si lamentano di essere poveri e circa la scarsa occupazione ma non fanno nulla. Potrei continuare. Il dissenso anche se legittimo raramente è accompagnato da discorsi ben strutturati, sostenuti da indagini e da proposte politiche alternative. Vi è una seria incapacità di cooperare e costruire una risposta politica genuina mettendo al centro gli interessi pubblici e non i soliti comitati di affari. Anche chi osteggia lo status quo di De Luca non sembra farlo per interessi condivisi e collettivi ma a sostegno di altri interessi non palesati. A Salerno manca la politica “dal basso”, dei cittadini e, gli stessi sembrano incapaci di organizzarsi. Non conosco le ragioni profonde dell’assenza di un attivismo civico che abbia la volontà di farsi ascoltare e comprendere e, che mostri un’alternativa ma, la realtà politica salernitana sembra essere un deserto dove qualsiasi potere nascosto ed autoritario può dirigersi per mete tranquille. Auspico di essere in errore.

E’ possibile che lo “sconfinamento” di De Luca possa far cadere le gabbie mentali dei salernitani poiché costretti a vedere il vero volto del loro guru per quello che egli rappresenta realmente: totale incompetenza, arroganza, ignoranza e cattiva fede nell’amministrare la cosa pubblica. A partire dalle clientele messe in opera nelle SpA che gestiscono i servizi pubblici locali, che sono un enorme spreco di danaro pubblico ricadente sulle bollette di tutti, la gestione dei rifiuti, il piano urbanistico ed altro ancora.

Xenofobia e razzismo esistono da sempre anche nel Sud, ma la manifestazione di questa grave forma di ignoranza non toccava i rappresentanti del popolo. Non c’era un Bossi o un Borghezio del Sud, per intenderci.
Il Sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca che qui vedete urlare nei confronti di un extracomunitario: i documenti caccia i documenti, consente di prendere una misura della sua arroganza e violenza. De Luca violento e forte con i deboli e silente col vero potere. La piazzata che è stata condivisa su youtube non è l’unica fatta ma solo una delle tante.
La tristezza e la miseria umana di questa persona è cosa di poco conto se sappiamo che egli stato sempre eletto quando si è candidato, perché come in ogni regime che si rispetti gode di un totale asservimento dei media locali che lo hanno aiutato e sostenuto nel far credere che il problema dei salernitani è rappresentato da alcuni ambulanti. La vera miseria umana è questa credenza.

Il Sindaco vigila l’operato della polizia giudiziaria (municipale) e esplica le funzione della stessa. L’ipotesi documentata dal video è di abuso di ufficio.

De Luca: … ma sono perché la magistratura non mi rompa le scatole quando decido di fare una variante urbanistica nel Consiglio comunale della mia città, è chiaro?!…

Per il momento, in questo Paese, esiste ancora la separazione dei poteri e l’indipendenza della magistratura. I Consigli eletti sono sovrani e deliberano in ossequio alla Costituzione. I magistrati sono soggetti alla legge come tutti i cittadini italiani. I giudici, o meglio gli inquirenti (Pm) intervengono solo se c’è notizia di reato. Queste cose De Luca le conosce bene e quando alza la voce, come spesso accade, è per difendere interessi, nascondere qualcosa e manipolare l’opinione pubblica. Ormai, tutto ciò dovrebbe essere chiaro.