Un discorso di puro buon senso

Mentre il Parlamento è prigioniero di se stesso e dei nominati, l’Italia va avanti, nonostante tutto. La grande percentuale di ricambio dei nuovi dipendenti, circa il 64%, crea un normale rallentamento delle attività. L’assenza di visione pragmatica e l’incomunicabilità fra parlamentari acuisce il danno economico agli italiani, e comunica l’incertezza del momento a tutti i cittadini che hanno votato durante le ultime elezioni politiche.

Cosa dovrebbe fare un politico che ama il proprio paese?

Comunicare la propria visione, le idee ed i progetti concreti per cambiare tutto. I cittadini non comprendono il silenzio e non comprendono la confusione attuale poiché i nuovi dipendenti sembrano impauriti e poco adeguati al ruolo a cui essi stessi si sono candidati, nessuno li ha obbligati, ma sono li a spese degli italiani. Com’è noto l’Italia ha seri problemi che richiedono risposte veloci poiché ogni giorno chiudono imprese a causa dei crediti piuttosto che dei debiti, ci troviamo in un vero paradosso frutto del sistema contabile e fiscale imposto dall’Unione Europea, inventato da PD e PDL. Per cominciare a risolvere i problemi odierni ci vogliono buon senso, umiltà, competenza, conoscenza e coraggio. Dopo un mese sembra che il Parlamento attuale non abbia queste virtù, almeno questa è l’immagine che percepisco, spero di essere in errore e lo capiremo presto, mentre famiglie ed imprese sono abbandonate al sistema europeo per nulla sociale e solidale, ma costruito soprattutto sulle tasse e l’ingiustizia degli stupidi indicatori: debito/PIL, spread, e moneta debito.

Questa Unione Europea va sostituita, l’hanno capito tutti ormai, meno che il nostro Parlamento? Il voto degli italiani ci consegna un Parlamento dove le forze politiche in campo hanno visioni diverse fra loro, dove chi ha distrutto il Paese cerca di sopravvivere a se stesso, e PD e PDL non comprendono che sono fuori dalla storia. Devo ammettere che anche il M5S è prigioniero della propria inesperienza.

Bisogna affrontare la contingenza e pagare i debiti della Pubblica Amministrazione verso i fornitori, le imprese che hanno lavorato stanno aspettando di mettere il piatto a tavola.

Bisogna comunicare che la religione della crescita è stata la rovina dell’Unione Europea poiché l’influenza delle SpA e dei serbatoi di pensiero – think tank – hanno indottrinato e diffuso con successo, un pensiero dominante obsoleto frutto dell’avidità, pertanto, il termine crescita è stato completamente edulcorato, manipolato ed è stato creato un mantra, un dogma ripetitivo ossessivo, dove i politici attuali hanno potuto perseverare nell’obiettivo dell’avidità, cancellando la democrazia rappresentativa e instillando un processo di rifeudalizzazione delle Nazioni sostituite dalla dittatura SpA messa al vertice dell’Unione Europea, fra l’altro l’UE è un’organizzazione non democratica poiché l’organo esecutivo ha maggiori poteri del Parlamento europeo, unico organo eletto dai popoli. Nel corso dei decenni la crescita del PIL ha prodotto maggiore disoccupazione, maggiore precarizzazione, ha ridotto i diritti dei cittadini, ha indotto il fenomeno della delocalizzazione industriale ed ha aumentato le disuguaglianze sociali ed economiche. La crescita ha reso le famiglie più povere e più insicure. Dopo quarant’anni di crescita l’Italia e l’Europa stanno decisamente peggio. Dal dopo guerra ad oggi si è esaurita la spinta della crescita infinita ed il sistema è imploso su stesso, da un capitalismo figlio dell’economia reale – dagli anni ’50 agli anni ’70 – siamo entrati nell’era della finanza – anni ’80 e 2000 – che ha distrutto la democrazia rappresentativa. I Governi non prendono decisioni politiche, ma assecondano i capricci del famigerato “mercato”, che non esiste nel senso proprio del termine, cioè non esiste un luogo dell’equo scambio delle risorse, ma ci sono software ove i broker e le SpA perseguono i propri interessi e basta.

Nel 2013 le decisioni più importanti per la specie umana non sono prese con metodi razionali, scientifici, morali e democratici. Nel 2013 la specie umana, quella che si ritiene migliore di tutte le altre, subisce le decisioni politiche inventate dai capricci di un “mercato” che non esiste, cioè il nulla governa la politica. Nel 2013 tutte le specie viventi di questo pianeta si godono la natura perché essa dona ogni giorno i propri flussi di materia, e nessuna specie spreca risorse, mentre quella umana ha bloccato la propria evoluzione e sta regredendo allo stato infantile poiché amministrata da una religione politica che adopera i propri mantra: crescita, PIL, competitività, avidità, obsolescenza pianificata etc.

La cosa più assurda della nostra specie è che ha tutte le conoscenze per cogliere le straordinarie opportunità delle tecnologie odierne, ma non riesce a vedere l’evoluzione poiché non ha occhi per vedere, non ha cervello per vedere. Speriamo che il tempo sia favorevole a questa generazione poiché è necessario transitare da un’epoca ad un’altra, altrimenti la nostra specie rischia l’estinzione mentre la Terra continuerà a vivere senza di noi.

Questa transizione epocale deve avere i suoi piloti, la sua classe dirigente capace di interpretare il momento politico e ci vuole formazione e cultura adeguata per farlo. La cittadinanza deve mobilitarsi per formare nuovi cittadini capaci di interpretare questo periodo denominato “decrescita felice” ed approdare alla “prosperanza“.

Un politico serio e consapevole, cioè un politico italiano normale chiama i colleghi europei e dice una cosa scontata: «l’invenzione dell’economia del debito non può essere il sistema su cui creare un governo politico, le generazioni che stanno subendo questa scelta storica non hanno dichiarato guerra a nessuno, la seconda guerra mondiale è finita, noi non siamo la colonia di nessuno. E’ giunta l’ora di riconoscere politicamente ciò che tutti sanno: l’energia che da vita a noi tutti è gratuita. Italia, Spagna, Grecia, Irlanda e Portogallo non potranno mai ripagare il debito pubblico, e questo lo sapete bene tutti voi che pensate di poterci tenere schiavi in un sistema immorale ed innaturale, poiché questo sistema non tiene conto delle leggi della fisica. Così come il sistema è frutto di una convenzione, di un’arbitrarietà, imposta dalla storia dagli eventi bellici, oggi possiamo riconoscere che quella scelta di colonizzare gli Stati fu sbagliata. Oggi possiamo stabilire una nuova convenzione su presupposti molto diversi e possiamo farlo partendo dalle leggi della natura, leggi che abbiamo sempre ignorato dalle valutazioni politiche.

Con questi presupposti le Nazioni potranno riavere uno strumento, una moneta sovrana e non più a debito, e potranno stabilire una propria politica industriale partendo dalle risorse reali e dai principi di bioeconomia per evitare i danni ambientali prodotti dal nichilismo e dalla miopia di politici inadeguati e corrotti dalle SpA tramite il sistema dei paradisi fiscali. Si tratta di un’evoluzione delle teorie politiche, né liberiste e né keynesiane, ma che tengano conto delle risorse limitate e dell’innovazione tecnologica delle fonti energetiche alternative. Si tratta di politiche che riconoscono la concreta opportunità di eliminare le diseguaglianze e di consentire a chiunque volesse farlo di vivere in equilibrio con la natura, gli Stati hanno il dovere di porsi questo obiettivo minimo. Mai più uno Stato condizionato dalle borse telematiche e dall’usura bancaria, mai più uno Stato condizionato dall’invenzione di sciocche regole finanziarie che stanno distruggendo ecosistemi negando l’autoderminazione dei popoli.

Bisogna integrare gli indicatori obsoleti con il Benessere Equo e Sostenibile (BES) e far decrescere gli sprechi figli di indirizzi politici sbagliati: ridurre le spese militari, sostituire le SpA che gestiscono i servizi locali con società public company (azionariato popolare diffuso) senza scopo di lucro, cancellare gli sprechi dell’inefficienza energetica con un piano di decrescita energetica delle fonti fossili e progettare la diffusione di reti intelligenti (smart-grid) con fonti alternative, sostituire gli inceneritori con gli impianti di riciclo totale, finanziare la prevenzione primaria nell’ambito sismico e idrogeologico, sostituire l’agri-industria con l‘agricoltura naturale, ridurre il numero dei motori a combustione per eliminare l’inquinamento da nanopolveri e ripensare la mobilità privata, spostare i soldi di grande opere inutili verso la ricerca e l’innovazione. Introdurre la vera class action. Bisogna adeguare la scuola e l’università ai nuovi paradigmi dell’educazione che non può essere più di tipo militare-industriale, ma di sviluppo creativo lasciando libero il “pensiero divergente”. E’ tempo di democrazia diretta

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Il futuro dell’Italia?

Il 12 febbraio 2013 nel mio blog ho scritto quanto segue: «I partiti attuali non hanno più legittimazione politica, e non esprimo più la volontà popolare, questa è la sintesi. Il popolo comunque ha bisogno di fare politica, anche quando non si esprime, continua a fare politica.

Se la logica ci indica che non esiste una maggioranza politica legittimata è ragionevole pensare che bisogna trovare legittimità altrove. L’unica è la democrazia, il governo del popolo. In questa sintesi logica è naturale attendersi la trasformazione della Repubblica in un sistema democratico più maturo ove il cittadino possa avere strumenti efficaci per governare direttamente e insieme agli organi elettivi.

Tolta la fiducia ai partiti, i cittadini devono riporla in se stessi e nella comunità. E’ prevedibile ritenere che le elezioni non daranno un governo stabile, ma daranno una risposta politica, antropologica e sociale: bisogna cambiare le regole che organizzano la società per adeguarle ai cambiamenti in corso. Una risposta in linea con la Costituzione è la rinascita della convivialità, delle agorà e delle forme partecipative collettive che possono promuovere la volontà popolare. Le esperienze costruttive di metodi e forme di partecipazione sono presenti nel mondo interno, è necessario che in Italia si cominci a sperimentare e migliorare i processi nel corso tempo.»

Molti avevano previsto l’ingovernabilità. Oggi esiste un’opportunità ed auspico che il M5S faccia quanto promesso da Grillo: primo non accettare i compromessi, secondo sfruttare il potere delegato dal popolo per fare l’intesse pubblico e tutelare la Repubblica. Gli italiani non tollereranno l’ennesimo tradimento e le conseguenze sarebbero pesantissime. Integrità e coerenza non sono mai state le virtù dei dipendenti eletti, ma in questa occasione non penso che gli italiani farebbe sconti ad un soggetto politico nato e cresciuto sulla “pancia” degli italiani.

L’ingovernabilità che viene descritta come condizione negativa offre una grande opportunità a chi ha occhi per vedere. Il M5S ha il dovere di usare questa grande energia per far del bene, e deve prendere atto, a differenza di tutti i partiti tradizionali, che il problema dell’Italia siamo noi italiani. In questi mesi di ingovernabilità questa energia andrebbe usata per far crescere il livello culturale del paese avviando e stimolando modelli efficaci di partecipazione politica.

Solo il 20 per cento degli adulti italiani sa veramente leggere, scrivere e contare.
Cinque italiani su cento tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera da un’altra, una cifra dall’altra. Trentotto lo sanno fare, ma riescono solo a leggere con difficoltà una scritta e a decifrare qualche cifra. Trentatré superano questa condizione ma qui si fermano: un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile. Secondo specialisti internazionali, soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea. Questi dati risultano da due diverse indagini comparative svolte nel 1999-2000 e nel 2004-2005 in diversi paesi. Ad accurati campioni di popolazione in età lavorativa è stato chiesto di rispondere a questionari: uno, elementarissimo, di accesso, e cinque di difficoltà crescente. Si sono così potute osservare le effettive capacità di lettura, comprensione e calcolo degli intervistati, e nella seconda indagine anche le capacità di problem solving. I risultati sono interessanti per molti aspetti. Sacche di popolazione a rischio di analfabetismo (persone ferme ai questionari uno e due) si trovano anche in società progredite. Ma non nelle dimensioni italiane (circa l’80 per cento in entrambe le prove). Tra i paesi partecipanti all’indagine l’Italia batte quasi tutti. Solo lo stato del Nuevo Léon, in Messico, ha risultati peggiori. I dati sono stati resi pubblici in Italia nel 2001 e nel 2006. Ma senza reazioni apprezzabili da parte dei mezzi di informazione e dei leader politici.[1]

Adesso che la “pancia” degli italiani è stata riempita, bisogna dare soddisfazione alla testa degli italiani che deve avere l’opportunità di conoscere una nuova visione del mondo, una visione ragionevole che si fonda sul cambio di paradigma culturale.

L’enorme consenso che gli italiani hanno dato al M5S dovrebbe essere usato per far del bene.


[1] TULLIO DE MAURO, ANALFABETI D’ITALIA, Internazionale 734, 6 marzo 2008 http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&thold=-1&mode=flat&order=0&sid=4403

Non c’è più tempo per fidarsi di loro.

ego-eco

Questa crisi non passeggera ci sta regalando un’opportunità. Le elezioni politiche 2013 ci stanno dando un ennesimo regalo, l’evidenza pubblica degli imbonitori e dei futuri creduloni (gli elettori). La comunicazione dei politici in gara è a dir poco esilarante: chi ha evidenti responsabilità politiche dei danni prodotti dalla crisi sta promettendo tutto, e il contrario di quello che fino a ieri ha deliberato, sbugiardando e smentendo se stesso, il suo partito e ciò che rappresenta.

Il momento della delega dura pochi secondi, metti una croce, pieghi e imbuchi. Tutto ciò non ha nulla a che fare con i problemi delle nostre vite quotidiane, problemi che non avranno risposte dai politici in gara poiché essi non sono pagati per risolvere problemi. Già da oggi sappiamo una cosa, forse scontata ma non è banale: delegare non risolverà alcun problema, e dopo il voto tutto sarà come prima. Tutto cambierà quando il popolo avrà appreso la capacità di valutare e chiedere conto ai dipendenti eletti, tutto cambierà quando il processo decisionale della politica sarà veramente democratico grazie agli strumenti di democrazia diretta. Dopo febbraio possiamo prevedere che questi strumenti non saranno introdotti in Italia, e possiamo prevedere che il partito del non voto avrà un’influenza indiretta su queste elezioni, proprio com’è accaduto nelle recenti elezioni regionali in Sicilia ove la maggiorana degli aventi diritto al voto ha preferito non sostenere il sistema. Questo dato ha un’importanza sociale e politica molto rilevante perché la titolarità giuridica della sovranità, del potere supremo, appartiene al popolo e quando il sovrano preferisce non delegare questo potere, i dipendenti eletti perdono legittimità politica.

Oltre a questo dato sociale è importante organizzare la proposta politica alternativa. I partiti attuali non hanno più legittimazione politica, e non esprimo più la volontà popolare, questa è la sintesi. Il popolo comunque ha bisogno di fare politica, anche quando non si esprime, continua a fare politica.

Se la logica ci indica che non esiste una maggioranza politica legittimata è ragionevole pensare che bisogna trovare legittimità altrove. L’unica è la democrazia, il governo del popolo. In questa sintesi logica è naturale attendersi la trasformazione della Repubblica in un sistema democratico più maturo ove il cittadino possa avere strumenti efficaci per governare direttamente e insieme agli organi elettivi.

Tolta la fiducia ai partiti, i cittadini devono riporla in se stessi e nella comunità. E’ prevedibile ritenere che le elezioni non daranno un governo stabile, ma daranno una risposta politica, antropologica e sociale: bisogna cambiare le regole che organizzano la società per adeguarle ai cambiamenti in corso. Una risposta in linea con la Costituzione è la rinascita della convivialità, delle agorà e delle forme partecipative collettive che possono promuovere la volontà popolare. Le esperienze costruttive di metodi e forme di partecipazione sono presenti nel mondo interno, è necessario che in Italia si cominci a sperimentare e migliorare i processi nel corso tempo.

Può sembrare banale e semplice, ma è proprio così, si esce dalla crisi ripristinando la democrazia oggi sospesa dalle scelte politiche dei partiti tradizionali che hanno consegnato poteri determinanti ad organi non elettivi, e che si trovano nell’Unione Europea. Il popolo ha l’obbligo ed il dovere morale di auto organizzare la futura classe dirigente ribaltando il paradigma odierno che propone principi e regole sbagliate e l’hanno già dimostrato.

Tutti gli indicatori economici ci dicono che la situazione italiana è nettamente peggiorata a causa dell’austerità. I dati ce li fornisce l’ISTAT: nell’agosto del 2011 il tasso di disoccupazione era all’8,4 per cento, l’indice della produttività al 4,8 e quello delle vendite al dettaglio a -0,3 per cento; un anno dopo la disoccupazione era salita al 10,7 per cento, l’indice della produttività si era contratto al 5,2 e le vendite al dettaglio erano scese del 3,2 per cento. Il PIL nel quarto trimestre del 2011 era 0,4 mentre nel terzo del 2012 era sceso a -2,6 per cento. I mercati ci chiedono più interesse perciò siamo più poveri.

L’élite attuale che ha causato questi danni non solo non darà soluzioni positive ai cittadini, ma produrrà altri danni ancora più gravi. La soluzione è nel cambiare paradigma culturale partendo dal ripristino delle sovranità nazionali, la risposta all’austerità che toglie democrazia è più democrazia. Attraverso il progetto di democrazia vendesi puoi esprimere la tua opinione sulla legge elettorale, sul debito e sull’euro.

estratto da: Il governo delle sigle, in Democrazia Vendesi, Rizzoli, pag. 114, di Loretta Napoleoni

Sottoscrivendo il Fiscal Compact nessun Paese potrà spendere più di quanto incassa, che per una nazione come la Germania che gode di un enorme surplus della bilancia commerciale non costituisce alcun problema. Ma che succede quando questo principio viene applicato all’Italia, alla Grecia, e cioè a nazioni gravemente indebitate? Per ridurre il debito lo Stato ha tre alternative: aumentare le tasse, vendere il patrimonio pubblico, ridurre la spesa pubblica.

Oppure una quarta, fare tutte e tre queste manovre in contemporanea.

Aumentare le tasse può essere efficace, ma ha un grave effetto collaterale: deprime l’economia. Riduce infatti la ricchezza di famiglie e aziende e fa calare i consumi, la produzione e dunque l’offerta di lavoro, generando disoccupazione, diminuzione del PIL e, in ultimo, anche una contrazione del gettito fiscale. Come hanno sostenuto molti economisti redditi più bassi e consumi minori danno luogo a meno tasse, si innesca così un circolo vizioso che contrae l’economia, fino ad arrivare al collasso del sistema, con gravi conseguenze sociali. Diverso sarebbe se l’aumento delle tasse si applicasse a rendite finanziarie e grandi patrimoni, e se ci fosse un controllo sui movimenti di capitali all’estero. In questo caso, la capacità di spesa della gran parte della popolazione non si contrarrebbe ma ne soffrirebbe il portafoglio di quella piccola fetta della popolazione che è ricca. Che però è ben collegata alla casta politica da una rete di amicizie e interessi. Basta questo per capire perché non si è fatta la patrimoniale in Italia. Vendere il patrimonio pubblico, per la terza volta in poco più di trent’anni, avrebbe effetti minimi e solo temporanei sui conti dello Stato. Non ha funzionato negli anni Ottanta e Novanta, perché dovrebbe funzionare adesso? Non dimentichiamoci che a guidare questa operazione sarebbe sempre la stessa classe politica, addirittura in gran parte proprio le stesse persone. Diverso sarebbe se questo patrimonio fosse messo a frutto, per esempio affidandone la gestione in cambio di affitti, percentuali sui profitti realizzati dai privati, e se la gestione delle aziende «pubbliche» fosse resa efficiente. Un’azienda pubblica può produrre reddito esattamente come una privata, col vantaggio che i profitti ricadrebbero a cascata sulla collettività; questa possibilità dipende soltanto dalla professionalità dei gestori, ovvero dalla qualità della classe dirigente.

Ridurre la spesa pubblica, invece, è un’operazione più complessa perché esistono due tipi di spesa: quella «utile», che serve a finanziare i servizi sociali, le pensioni, l’istruzione, le infrastrutture, la cultura, la tutela del patrimonio ambientale e storico eccetera; e quella «superflua», o «cattiva», che non si traduce in un temporaneo aumento di benessere o ricchezza per i cittadini, ma alimenta sprechi, inefficienze e così via. È chiaro che sarebbe bene non tagliare la spesa utile perché la qualità della nostra vita è direttamente correlata alla capacità dello Stato di garantire un certo livello di servizi, e questo è possibile solo in presenza di una spesa pubblica adeguata. Eppure in Grecia è proprio la spesa utile che è stata decurtata per prima.

La spesa «superflua» o «cattiva», al contrario, può e deve essere colpita: rientrano in questo campo la sproporzione degli apparati amministrativi, i privilegi di alcune categorie, per esempio i politici, la corruzione, e così via. Ciononostante, pur essendo rilevante in termini assoluti, questa parte di spesa è relativamente marginale sul totale dell’economia, e la sua eliminazione produce scarsi risultati sulla riduzione del debito pubblico. E questo spiega perché si colpisce sempre la spesa utile.

Tassazione sulle famiglie, privatizzazioni e tagli ai servizi, ecco la dieta imposta alla periferia dal Fiscal Compact. Una formula che finisce per produrre un trasferimento della ricchezza pubblica verso interessi privati e lontano dal controllo statale e collettivo, proprio come negli anni Novanta.

La gestione pubblica, anche se poco efficiente, garantisce comunque un minimo livello di controllo «democratico». In conclusione tutte queste misure, come si è detto, hanno effetti fortemente depressivi sull’economia nel complesso e sono antidemocratiche.

Anche dietro lo scudo anti-spread si nasconde il lupo cattivo. E vediamo perché. Quando uno Stato per ottenere prestiti sui mercati tradizionali deve pagare tassi d’interesse troppo elevati può chiedere al Meccanismo di Stabilità di intervenire. In questo caso, i ministri delle Finanze dei Paesi membri, assieme alla Commissione Europea, alla Banca Centrale Europea e al Fondo Monetario Internazionale, la Troika insomma, stilano un «memorandum», ovvero una serie di condizioni che lo Stato in questione deve accettare per ottenere il prestito.

Le condizioni sono ancora una volta la dieta stretta di austerità: riduzione dei salari pubblici, riduzione dei dipendenti pubblici, privatizzazioni delle aziende statali, privatizzazione dei servizi pubblici (sanità, trasporti, istruzione eccetera), vendita del patrimonio pubblico, maggiore «flessibilità» del lavoro, e così via. Ma come funziona lo scudo? Semplice: come una banca presta soldi agli Stati in difficoltà dietro interesse. Quindi non si tratta affatto di un salvataggio ma di un prestito, che per di più ha costi non solo finanziari, ma anche politici.

La ricchezza degli italiani

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Viaggiatori e scrittori, come Dante Alighieri e Wolfgang Goethe si accorsero della ricchezza degli italiani definendo il nostro Paese come il giardino d’Europa. «Secondo le stime dell’Unesco, l’Italia possiede tra il 60 e il 70% del patrimonio culturale mondiale» (rapporto Eurispes 2006). Dobbiamo aggiungere altro? Non credo! C’è la netta sensazione che non abbiamo più gli occhi – il cervello – per riconoscere la bellezza intorno a noi.

Tullio De Mauro, principe dei linguisti italiani, torna alla carica con una nuova edizione del suo libro “La cultura degli Italiani”. I suoi dati dicono che il 70% degli italiani è pressoché analfabeta o analfabeta di ritorno: fatica a comprendere testi, non legge niente, nemmeno i giornali. Per il sapere un 70% di somari è una maggioranza deprimente; e per la politica costituisce un’asinocrazia travolgente e facile da travolgere.

Secondo uno studio pubblicato in Francia da Pascal Guibert e Christophe Michaud, dell’Università di Nantes, la tendenza ad imbrogliare a scuola culmina con l’università. Una inchiesta retrospettiva condotta presso alcuni studenti ha indicato che quasi il 5% di essi diceva di aver imbrogliato alla scuola primaria, ma all’università questa cifra raggiungeva il 50%. Un terzo delle persone interrogate aveva imbrogliato al ginnasio e un pò di più del 10% al liceo. Tuttavia un altro studio condotto in 42 università di 21 paesi, che includeva 7213 studenti in economia e commercio, ha fornito proporzioni superiori circa l’imbroglio dopo il diploma: il 62% dichiarava di aver imbrogliato all’università. Ci sono però forti variazioni fra le varie nazioni: hanno imbrogliato l’88% degli studenti dell’Europa orientale, il 50% degli africani e meno del 5% nei paesi nordici. Lo stesso studio ha indicato che il livello di disonestà degli studenti è proporzionale agli indicatori di corruzione del paese, riportati da analisti finanziari e imprenditori.

I dati circa la cultura degli italiani e l’imbroglio circa il profitto scolastico dimostrano la regressione culturale della società, e la scarsa capacità di scegliere e valutare i propri dipendenti politici che agevolmente manipolano gli elettori.

La totalità delle attività antropiche consuma energia; banale! L’Italia è uno dei Paesi europei, grazie alla sua connotazione geografica, l’orografia del territorio e la sua geologia, che possiede grandi giacimenti di energie rinnovabili: sole, vento, geotermia e acqua, finora sfruttati poco o male, tranne una timida ripresa circa il numero di impianti fotovoltaici installati, ma siamo ancora lontani dalle smart-grid, reti intelligenti. Nel mondo gli italiani sono popolari anche per alcune capacità riconosciute come prerogative, quasi esclusive: la dieta mediterranea, la storia e l’arte.

In poche righe sono sintetizzate al massimo le priorità politiche per qualsiasi italiano. Per conservatore, tutelare e valorizzare tale patrimonio bisogna necessariamente investire in competenze specifiche. Fino ad oggi gli italiani hanno preferito spendere energie mentali su caratteristiche che non sono proprie dell’Italia. Per rendersi conto di questo è sufficiente verificare lo scarso numero di iscritti ai corsi di matematica, fisica, agraria, biologia rispetto all’altissimo numero di iscritti a giurisprudenza ed economia. Nel corso degli anni pochi hanno preferito investire nell’arte e nella tutela del patrimonio, i primi a non credere in questo sono stati i Governi ed il sistema mass mediatico che ha condizionato ed indottrinato famiglie e giovani nel preferire percorsi di studio anacronistici, antitetici alle caratteristiche del nostro Paese, ed oggi non solo abbiamo il fenomeno dei cervelli in fuga, ma abbiamo una classe dirigente con una scarsa cultura scientifica e quindi poco adeguata per pianificare una tutela delle nostre bellezze. Abbiamo politici che si sforzano nel comprendere il valore culturale di scelte politiche come: riusare, riciclare, risparmiare, conservare per valorizzare. Politici che non capiscono neanche che per fare tutto ciò c’è bisogno di nuove tecnologie e quindi di innovazione.

L’agricoltura naturale, il ritorno alla terra, e la manutenzione del territorio sono priorità assolute che non possono essere messe in discussione poiché noi ci alimentiamo di cibo, noi siamo quello che mangiamo, e dobbiamo farlo in sicurezza limitando i danni dei cambiamenti climatici in corso, ma soprattutto rimuovere tutte quelle tecnologie obsolete, sparse sul territorio, che producono danni alla salute ed all’ambiente.

Mentre il teatrino dei politici si concentra nell’individuare i responsabili della crisi, o dell’aumento delle tasse, quasi nessuno fa notare che è sufficiente prendersi cura del Paese per iniziare a fare qualcosa di concreto, e che le risorse economiche per farlo, ci sarebbero pure.

Inoltre, se noi cittadini la facessimo finita con gli individui impresentabili, e lavorassimo per un cambio radicale del processo decisionale della politica (democrazia diretta), avremmo fatto bingo.

Per fare tutto ciò abbiamo bisogno di una cultura adeguata per l’epoca che stiamo vivendo, un’epoca di transizione. La ricchezza degli italiani è nella capacità di sostituire schemi mentali obsoleti con schemi adeguati al cambiamento. La ricchezza degli italiani è la capacità culturale di cambiare.

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