Crescita o cambiare i paradigmi culturali?

Da qualche tempo nel linguaggio mediatico si sente parlare di partiti post ideologici, nulla di più falso compare nel lessico mediatico per nascondere la verità di un società profondamente ideologica, poiché forgia le proprie convinzioni sulle credenze e non sulla ricerca della verità, un’ideologia fondata proprio sull’idea del nulla, cioè sul nichilismo affinché il neoliberismo, l’ideologia predominante all’interno delle istituzioni, potesse essere libera di operare all’insaputa delle masse. Chi detiene le redini del controllo e del potere ha una visione ideologica molto precisa: vendere, vendere, vendere! Un’idea malsana volta alla distruzione dei valori umani a favore dell’avidità di pochi, un’idea che nell’Occidente ha avuto grande successo.  Finora ci sono riusciti benissimo poiché la forza e l’energia proviene proprio dalla maggioranza degli oppressi, una maggioranza incapace di immaginarsi un mondo migliore e lottare per cambiarlo.

Il capitalismo si sta sganciando dal lavoro. L’evoluzione tecno scientifica, cioè l’informatizzazione e la robotica consentono di produrre quantità di merci crescenti riducendo posti di lavoro, mentre il costo del lavoro viene progressivamente ridotto e i prezzi delle merci tendono a restare bassi, mentre è necessario che i volumi di produzione aumentino per conseguire maggiori profitti, a danno degli ecosistemi ovviamente. Nell’evoluzione odierna del capitale è accaduto che l’industria finanziaria è divenuta più grande e più potente dell’industria che produce merci. L’industria finanziaria è più capace di valorizzare l’insieme dei capitali accumulati, ma il valore di questo capitale è puramente fittizio (borsa, quotazioni, debito e certificazioni). In questo contesto l’economia reale diventa una mera appendice del capitale, sempre a danno degli ecosistemi in aggiunta alla riduzione dell’occupazione conservata come schiavitù per i capricci delle borse telematiche. In sostanza il capitalismo è sinonimo di distruzione dell’umanità.

Se da un lato esiste ancora questa generale immaturità politica dei cittadini, da un altro lato la recessione ha senza dubbio stimolato la creatività di piccoli imprenditori, artigiani e cittadini nell’inventarsi un’economia basata sull’uso razionale dell’energia, nonostante l’ostracismo di buona parte della classe dirigente, sia perché inadeguata e incapace, e sia perché in cattiva fede e prezzolata dai soliti speculatori, esiste una minoranza di cittadini che sta progettando il cambiamento e potrebbe diventare massa critica che genera il cambiamento sociale nel resta del territorio.

L’aspetto grottesco della recessione che investe il nostro Paese, è che sarebbe sufficiente sviluppare la capacità di osservare per comprendere che non esistono problemi per il nostro presente futuro. E’ sufficiente osservare che bisogna investire tempo e risorse nel conservare e migliorare parti delle nostre città, e del nostro territorio per tendere alla piena occupazione in mestieri utili e virtuosi. Nell’osservare siamo persino agevolati se leggiamo gli indicatori del Benessere Equo e Sostenibile (BES) poiché abbiamo un indirizzo ben costruito su dove investire. Spetta a noi cittadini migliorare le relazioni e aiutarci reciprocamente, spetta a noi cittadini sviluppare la capacità ed il desiderio di prenderci cura di noi stessi e delle nostre città. Possiamo continuare a speculare nel solco dell’attuale paradigma verso l’imminente auto distruzione, o possiamo decidere di cooperare.

Per secoli abbiamo lasciato che il capitalismo fosse la religione guida delle nostre decisioni, credo sia bastato, è chiaro le leggi della natura non sono compatibili con la nostra invenzione di finanza, basti osservare le regole di vita delle altre specie viventi, esse prosperano senza l’ausilio delle istituzioni politiche e dell’economia inventata dall’uomo. I paradigmi dell’attuale società implodono su stessi poiché l’economia del debito è in conflitto aperto con la democrazia e la libertà degli individui. La maggioranza degli individui non arriva al cambio dei paradigmi culturali attraverso un percorso di conoscenza e consapevolezza, ma dalla perdita del posto di schiavitù chiamato lavoro, e da quelle “certezze” che la religione capitalista ha lasciato credere vere affinché nel corso dei decenni si sviluppasse l’attuale società apatica ed egoista che conosciamo. Il livello di programmazione mentale è stato talmente efficace nei confronti della maggioranza degli abitanti, che nonostante gli alti tassi di disoccupazione suggeriscono preoccupazione poiché potrebbe insorgere un conflitto civile da un momento ad un altro, nulla si muove, nulla accade.

E’ auspicabile credere che quella minoranza di cittadini consapevoli che stanno costruendo realtà economiche alternative, così come in piccola scala sta già accadendo, possano contaminare chi viene colpito ingiustamente dalla recessione. Persino una minoranza della classe dirigente sta progettando e realizzando questa transizione economica ispirandosi ai principi di bioeconomia. CRESME, “Riuso03, Riqualificazione batte nuovo 115 mld di euro a 51″ 24 febbraio 2014; Istituto Nazionale di Urbanistica (INU), “Uscire dalla crisi, le risorse la rigenerazione delle città e dei territori“, 7 marzo 2014; La Repubblica on-line, “Il biologico contro la crisi, volano i consumi“, 14 aprile 2014; MiniAmbiente&CONAI, “Crescita e occupazione nel settore del riciclo dei rifiuti urbani“, luglio 2014;  Cillis, “Crollano ancora i consumi, ma è boom dei prodotti bio“, 12 settembre 2014; R.Calabrese, “Architetti, costruttori e sindacati: ‘si riparta dall’efficienza energetica” 17 settembre 2014.

Un esempio di coraggio e di nuova visione politica lungimirante è stato il piccolo Comune di Torraca (SA), la prima city led al mondo facente parte del più grande geoparco d’Europa. Il punto di partenza è che la qualità della vita ed il capitalismo finanziario sono in aperto conflitto, l’ideologia della crescita è il mito che sostituisce la società umana con le schiavitù organizzate irreggimentate nell’industria. La scandalosa percentuale di disoccupazione giovanile se da un lato è un dramma, essa rappresenta la speranza, poiché si tratta di persone non schiavizzate in lavori inutili, che possono organizzarsi in attività virtuose come lo studio e la ricerca di impieghi utili al territorio, sia osservando le risorse naturali a disposizione della comunità, e sia proponendo forme di partecipazione attiva, incontri, dibattiti, occupandosi di conservazione del patrimonio, agricoltura naturale, energie rinnovabili etc. Spetta a noi cambiare il modo di pensare e stimolare uno stile di vita compatibile con la natura e gli ecosistemi, spetta a noi riscoprire l’importanza delle relazioni sociali e la qualità del vivere in comunità cittadine organizzate per la vita umana e non per i consumi compulsivi. Nelle città che stanno avendo taluni miglioramenti spesso i processi nascono da iniziative dal basso, da piccoli gruppi di cittadini che stimolano la nascita di processi democratici e creativi volti all’analisi e lo studio delle percezioni soggettive delle città. Cooperative e amministrazioni organizzano e progettano i servizi partendo dai suggerimenti forniti proprio dai cittadini rispetto alle loro percezioni, e questi processi generano modelli di vita conformi alle priorità emerse, e spesso nascono nuovi impieghi rispetto ai bisogni reali degli abitanti. In questo modo il cambiamento sociale della città emerge dai cittadini, e non esiste ostacolo a tale processo poiché l’iniziativa privata è libera, anzi, spesso gli amministratori si adeguano alle istanze dal basso poiché consapevoli di dipendere dal giudizio politico degli elettori. Spesso i conflitti insorgono da decisioni calate dall’alto, i conflitti sono meno frequenti per le decisioni emerse dal basso. Il futuro è un pezzo di carta bianco, cambiando i paradigmi culturali di una società malata possiamo disegnare un futuro sostenibile.

Immagine città 4set2014
Salerno, zona orientale. Immagine della città dei cittadini costruita col metodo di Kevin Lynch. Laboratorio di “pianificazione partecipata” a cura di MDF Salerno

La globalizzazione che avanza

L’élite porta avanti i suoi programmi globali con estrema efficacia e gli accordi commerciali TTIP (Transatlantic Trade Investment Partnership) e TPP (Trans Pacific Partnership) vanno avanti affinché le SpA rappresentate nel WTO possano giovare di accordi che sono l’espressione palese di un maggiore e migliore profitto attraverso la privatizzazione del mondo. L’Unione Europea dovrà solo ratificare accordi commerciali preparati dagli specialisti delle SpA. Oltre al TTIP le SpA propongono il TISA, un altro accordo commerciale globale che coinvolge altre aree geografiche.

I trattati si occupano di sicurezza degli alimenti, norme sulla tossicità, assicurazione sanitaria, prezzo dei medicinali, libertà della rete, protezione della privacy, energia, cultura, diritti d’autore, risorse naturali, formazione professionale, strutture pubbliche, immigrazione.

Nella sostanza si pensa di legittimare la creazione di aree a libero scambio che riguardano tutte le tematiche che influenzano la nostra vita. La volontà del WTO è quella di tutelare i diritti delle SpA e liberalizzare l’evidente sperpero di merci inutili; già oggi esistono aree libere commerciali, quella che si intende creare è la più grande al mondo mai proposta. La stessa UE è nata proprio per scambiarsi le merci, ed in tal caso il vantaggio sarebbe solo per le SpA americane che potrebbero distribuire le proprie merci nel mercato europeo con maggiore facilità. I danni economici sarebbero proprio per gli stati membri dell’UE che dovrebbero competere ancora di più con merci libere dai controlli. Se pensiamo all’agricoltura, anziché offrire garanzie ai nostri beni con determinati accordi metteremo a rischio la nostra sovranità alimentare.

Inoltre c’è il serio rischio che le SpA si sostituiscano ufficialmente alle pubbliche istituzioni dato che gli accordi – TTIP e TPP – dovrebbero introdurre un potere di denuncia a loro nome contro un paese firmatario la cui politica avrebbe un effetto restrittivo sulla loro vitalità commerciale. Nella sostanza un regime ove le aziende potrebbero opporsi alle politiche sanitarie, di protezione dell’ambiente e di regolamentazione della finanza reclamando danni e interessi davanti a tribunali extragiudiziari.

L’aspetto grottesco è che questi accordi si stanno chiudendo durante la fine di un’epoca ove il capitalismo ha dimostrato a tutto il mondo una capacità distruttiva per la sua intrinseca irrazionalità: economia del debito, deregolamentazione, neoliberismo, crescita del PIL e petrolio. Anziché realizzare una società dell’abbondanza fondata sull’equilibrio degli ecosistemi attraverso sistemi economici auto sufficienti (misura e gestione dei flussi energetici), l’élite persegue sulla strada sbagliata secondo una religione – la crescita infinita – che sta fallendo sotto gli occhi di tutti.

L’impero della vergogna e i famigerati mercati

Nell’epoca del capitalismo nessun politico co-optato dall’élite avrà il coraggio di spegnere l’interruttore dell’immoralità. Nessun partito pensa di riformare il processo decisionale della politica – riforma dei partiti, elezioni primarie per legge, democrazia diretta – per avvicinare persone libere, capaci e meritevoli alle istituzioni. Le persone più capaci e meritevoli potrebbero svegliare le coscienze addormentate della maggioranza degli elettori. Il dibattito pubblico che osserviamo sui media e sui social non tratta dei reali problemi del Paese e tanto meno della globalizzazione neoliberista che sottrae risorse e investimenti al meridione d’Italia, costretto a restare periferia economica dell’euro zona. Gli elettori italiani allora sono costretti ad osservare passivamente un teatrino della politica, tutta. Una delle più grandi menzogne spacciate dai media e dai politici nostrani è che l’euro zona avrebbe realizzato un miglioramento del benessere collettivo, mentre aumenta la povertà e nelle aree urbane le periferie diventano spazi della marginalità. I mantra della religione liberista sono crescita e competitività, com’è noto. Entrando nel mondo liberista, lo Stato abdica al proprio ruolo di attore attivo nella politica economica e lascia fare tutto al mercato. Questa scelta politica condannerà alla marginalità economica soprattutto il meridione d’Italia, già spogliato dei propri sistemi produttivi quando nacque il Regno d’Italia. Il cambio fisso dell’euro zona, il patto di stabilità e crescita, e il fiscal compact sono tutti strumenti che hanno sostenuto il processo di recessione avviato prima con lo SME, poi nel 1981 la separazione fra Tesoro e Banca d’Italia, e accelerato con la deregolamentazione bancaria e finanziaria, fino ad esplodere nel 2008 con la crisi dei mutui subprime, che ha raggiunto l’euro zona. Gli Stati che aderiscono all’euro abdicano alla sovranità monetaria, cioè rinunciano ad una propria politica monetaria, e decidono di farsi condizionare dallo spread e dalle opinioni dei mercati finanziari. Nell’euro zona non esiste il ruolo pubblico dello Stato che interviene nel mercato. In Italia i soggetti politici sono persino incapaci di proporre piani industriali per creare nuova occupazione, nonostante l’aumento delle disuguaglianze economiche e sociali che colpiscono soprattutto il meridione, e queste hanno raggiunto numeri immorali e intollerabili.

I mercati finanziari hanno la loro religione: l’avidità e la crescita del PIL, pertanto accade che i fondi di investimento internazionali guidati da soggetti privati, favoriti dalla deregolamentazione globale, scelgono di investire i capitali seguendo la crescita del PIL, l’andamento demografico e lo sviluppo urbano dei singoli Stati, tutto ciò in base alle regole del famigerato interesse composto, cioè l’usura. Se sussistono le condizioni finanziarie vantaggiose, gli investitori preferiscono i paesi emergenti poiché garantiscono una maggiore deregolamentazione attraverso le zone economiche speciali, e quindi garantiscono infrastrutture fisiche e sociali secondo i capricci delle multinazionali. Infine l’accumulazione capitalista indirizza i flussi verso città regioni e paesi centrali che trasforma il plusvalore in nuove urbanizzazioni. E’ sufficiente leggere le opinioni di questi investitori privati per scoprire l’acqua calda, e così i vantaggi di investire in Italia non ci sono poiché la globalizzazione sposta gli interessi verso i paesi emergenti. La disuguaglianza è pianificata. Il sito della Franklin Templenton Investments, oggi presieduta da Charles Bartlett Johnson e coadiuvata da un guru come Mark Mobius, può essere molto istruttivo per capire il pensiero dei mercati finanziari. Si tratta del più grande gruppo di management al mondo che sposta influenti capitali privati. Leggere i loro report può suggerire quali paesi cresceranno secondo le logiche del PIL. Sicuramente un personaggio come Warren Buffett rimane l’investitore più influente, noto anche come “il miracolo di Omaha”.

La scelta di investire negli Stati  non dipende dalla loro democrazia, mentre a volte si preferiscono i regimi autoritari, monarchie, dove c’è un’assenza dei diritti sindacali e umani, poi al di fuori delle democrazie liberali c’è l’opportunità di sfruttare e usurpare risorse materiali. Per concorrere all’attrazione dei capitali privati, anche nell’euro zona si sono create zone economiche speciali, dove sussistono una serie di vantaggi fiscali e di opportunità per massimizzare i profitti ma tali aree rappresentano spazi di concorrenza sleale nei confronti degli altri Paesi. In generale, nel mondo capitalista, i diritti civili e la cultura della democratica rappresentano un ostacolo oggettivo per i fondi d’investimenti privati. Consapevoli di questa enorme contraddizione fra avidità e democrazia, il progetto politico dell’euro zona orientato al neoliberismo rappresenta non solo una minaccia concreta per gli uomini liberi, ma è di fatto un progetto che favorisce l’aumento delle disuguaglianze, ed in quanto tale è incostituzionale perché pregiudica i diritti delle generazioni presenti e future. Non è tollerabile e tanto meno accettabile che la Repubblica italiana sia cancellata dalla storia per l’apatia dei cittadini stessi, manipolati, ingannati e traditi da dipendenti politici, nella migliore delle ipotesi incapaci e stupidi, nella peggiore traditori della Repubblica.

La depressione dell’euro zona e soprattutto dei paesi periferici dell’UE ha una radice politica culturale molto chiara: la destra liberale ha saputo convincere tutto il ceto politico occidentale circa la necessità di sottrarre la sovranità monetaria agli Stati e consegnarla agli istituti di credito privati, e poi l’impedimento degli Stati nella pianificazione economica, anch’essa consegnata alle imprese private. Nel caso italiano si realizza un enorme conflitto di interessi poiché la maggioranza delle azioni della Banca d’Italia è posseduta degli istituti privati, i quali diventano controllori e controllati del sistema creditizio. Oggi la Repubblica italiana non ha una banca pubblica, e così corre ai ripari con Cassa Depositi e Prestiti, ma non ha la forza e la capacità che una volta avevano Banca d’Italia e l’IRI. All’interno delle regole attuali, globalizzazione ed euro zona, il ceto politico è tagliato fuori della politica che si limita a ratificare decisioni suggerite dalle più influenti lobbies mondiali: banche e assicurazioni, amazon, google e facebook. Lo Stato sociale, elemento cardine della nostra Costituzione, viene eroso mentre un sistema contabile fiscale stupido impedisce di programmare correttamente gli investimenti pubblici necessari a rigenerare i nostri territori. Il ceto politico italiano non programma la rimozione delle disuguaglianze territoriali  e si limita a conservare gli interessi industriali localizzati in pianura padana, e contenere i danni della globalizzazione. Inoltre i famigerati mercati finanziari non hanno alcun interesse nel prestare capitali in luoghi ove non c’è la crescita secondo i dogmi della religione liberista. I paesi emergenti privi di regole sindacali e fiscali consentono opportunità speculative elevate, e quindi margini molto alti in poco tempo.

Nella sostanza, osservando la realtà possiamo constatare la fallacia della comunicazione politica che continua a blaterare di crescita e sviluppo, cerca solo di confondere le idee degli elettori, anche quando i politici si rivolgono in maniera patetica e ossequiosa verso i famigerati mercati. Nella realtà questi mercati ignorano le chiacchiere di questi utili idioti. L’UE così com’è non serve a nulla, neanche ai famigerati mercati, ma serve ai paesi “centrali” per drenare risorse (tasse), e serve a produrre dipendenza economica e povertà crescente nei paesi “periferici”. Quando i paesi “periferici” avranno raggiunto i livelli di povertà dei paesi emergenti, può darsi che i famigerati mercati finanziari avranno pietà e interesse nell’investire anche in Italia, in quel caso non ci saranno più gli italiani.

I paradisi fiscali e gli strumenti finanziari rappresentano il modo più efficace di far perdere le tracce e distribuire soldi per corrompere politici e, pagare la politica delle multinazionali SpA: guerre e controllo del debito. Intervista a Moisés Naìm, economista, direttore di Foreign Policy, già executive director della Banca Mondiale ed autore di Illicit:« Peccato anche che il numero dei territori che offrono servizi off shore cresca. Sì, arresteranno pure qualcuno, ma per ogni arresto “eccellente” ci sono mille nuovi canali illeciti che nascono, crescono e si riproducono alla velocità della luce. Non si tratta di catturare questa o quella persona, qui si tratta di un problema di sistema, “sistema mondo” intendo, che sta appunto minacciando l’equilibrio globale”»[1].

L’alta finanza ha creato paradisi bancari come Euroclear[2] e Clearstream[3] dove vige il segreto assoluto, conti su cui è possibile far comparire e scomparire il denaro occultandone la fonte di provenienza.[4]

L’organizzazione taxjustice.net ha creato un indice delle segretezza finanziaria, una ricchezza monetaria che sfugge alle regole fiscali nazionali, si tratta di un sistema globale che consente di non pagare tasse o pagarne poche grazie alle maglie larghe di leggi deboli e inefficaci. Secondo l’indice di taxjustice per il 2013 si è stimato che ci sono dai 21 ai 32 trilioni di dollari depositati nei paradisi fiscali, e si ipotizza che ogni anno circa 1-1,6 miliardi di dollari transitano illecitamente fra uno stato e l’altro. Si stima che, sin dal 1970, dall’Africa sono transitati senza pagare le tasse circa 1 trilione di dollari. Nella classifica mondiale della segretezza finanziaria nascosta al primo posto c’è la Svizzera con 2.000 miliardi di dollari confermandosi come il più grande centro off-shore al mondo con stime che arrivano a 7.000 miliardi di dollari, poi seguono Lussemburgo, Honk Kong, isole Cayman, Singapore, USA, Libano, Germania, Jersey, Giappone, Panama, etc. L’Italia è al 54° posto.

John Christensen:« […] Secondo le ultime stime, il capitale di privato depositato offshore è pari a 11.500 miliardi di dollari. Che cosa significa una cifra del genere? Questo esempio può darci un’idea della sua enormità: se questo capitale generasse un profitto modesto diciamo del 7% e se questo reddito fosse tassato a un’aliquota molto bassa, ad esempio del 30%, i governi del mondo avrebbero ogni anno un surplus di reddito pari a 250 miliardi di dollari, che potrebbero spendere per alleviare la povertà e raggiungere gli obiettivi di sviluppo fissati dalle Nazioni Unite.»[5]

Sicuramente in termini di giustizia sociale determinate istituzioni bancarie, grandi imprese e politici dovranno pagare il danno morale, sociale e ambientale che stanno causando a singole comunità, a singoli Stati, e all’umanità intera. Uscendo dall’inganno psicologico dell’economia del debito, mera invenzione e convenzione, sarà possibile ripensare le istituzioni, semplificandole e rendendole più efficaci. La soluzione a tutto ciò è il cambio radicale dei paradigmi di queste istituzioni obsolete, il ripristino della sovranità monetaria per favorire l’interesse della Repubblica e avviare un percorso di transizione, il passaggio della fine dell’era industriale verso una comunità fondata sul lavoro dell’equilibrio ecologico e non più sul profitto, un percorso volto a migliorare il nostro patrimonio culturale, architettonico e ambientale distinguendo il concetto di lavoro dal concetto di utilità. Un percorso che distingue i beni della merci e dove la comunità autoproduce e gestisce i beni direttamente.


[1] FERRUCCIO PINOTTI e LUCA TESCAROLI, Colletti Sporchi, BUR 2008, pag. 354
[2] www.euroclear.com
[3] www.clearstream.com
[4] MARCO PIZZUTI, Rilevazioni non autorizzate, Edizioni Il Punto d’Incontro, 2009 pag. 343
[5] in Report, Let’s make money, di Erwin Wagenhofer, andato in onda su RAITRE, 2012

Nuova occupazione

001

Il fallimento del “sistema” basato sull’economia del debito credo sia sotto gli occhi di tutti. Ben sette premi nobel per l’economia (P.Krugman, M.Friedman, J.Stigliz, A.Sen, J.Mirrless, C.Pissarides, J.Tobin) criticano il funzionamento e le rigide regole dell’euro zona per i suoi effetti depressivi. Se è vero che l’euro zona non funziona bene, non bisogna dimenticarsi che è l’intero sistema capitalistico che sta crollando poiché cedono le sue fondamenta: economia del debito, sistema bancario, creazione della moneta dal nulla, picco del petrolio, e ideologia della crescita (PIL). Dal punto di vista culturale appare evidente che siamo a cavallo di un’epoca (fine dell’era industriale) e che le rappresentanze politiche, per una serie di ragioni, non hanno la capacità e la forza di cambiare radicalmente le fondamenta delle regole economiche, nonostante questa sia la priorità assoluta, poiché le istituzioni continuano a dare importanza ad indicatori obsoleti (PIL) e non valorizzano gli indicatori alternativi (BES) molto più precisi e seri. La ricchezza delle nazioni non è nel petrolio, non è nel PIL e non è nella moneta. Da circa quarant’anni tutti i politici e gli economisti sanno bene che la visione materialista (PIL, petrolio, moneta) sta distruggendo i nostri ecosistemi ed ha reso schiavi diversi popoli. Schiavi per la dipendenza psicologica da un pensiero inumano che ha saputo diffondersi e propagandarsi soprattutto per la nostra ignoranza – incapacità di pensare autonomamente – e alla nostra obbedienza verso ciniche autorità, dipendenza alimentata da messaggi efficaci con strumenti di programmazione mentale e le tecnologie giuste per farlo, televisione e smartphone. Se riusciamo a spostare le energie mentali dalla propaganda fuorviante ai temi seri – prevenzione del rischio sismico, efficienza energetica, auto produzioni, sovranità alimentare, democrazia diretta – potremmo realizzare l’evoluzione umana di cui abbiamo bisogno. 

L’aspetto straordinario della vicenda è che possiamo sviluppare capacità e abilità per riprenderci un pensiero autonomo per avviare la transizione. Per il momento non siamo dotati di queste capacità e abilità che dovremmo far nascere, ma avviando una sperimentazione possiamo coltivarle, intanto non mancano le competenze e le risorse umane per realizzare gli obiettivi: prevenzione del rischio sismico, efficienza energetica, auto produzioni, sovranità alimentare, democrazia diretta; ciò che manca è la domanda su questi obiettivi, ciò che la manca è la cultura organizzativa e democratica dal basso. Le nostre energie mentali dovrebbero abbandonare il circo mediatico e politico per concentrarsi su cose serie come rigenerare la propria città, il proprio quartiere e il proprio edificio. L’obiettivo è cancellare la dipendenza dagli idrocarburi (petrolio e gas), smettere di pagare le bollette e smettere di sprecare tempo e denari per merci inutili. Nella sostanza, possiamo transitare da un sistema di consumi compulsivi (merci inutili e sprechi) a un sistema di produzione di beni (energia, cibo e servizi immateriali) al di fuori delle logiche mercantili. Se avessimo la curiosità di capire come migliorare la nostra vista, e se avessimo la volontà e il coraggio di farlo troveremo tutte le risposte. I cittadini possono farlo autonomamente creando cooperative ad hoc, quindi tramite un’organizzazione no-profit, e questo sarà il sistema, già noto, che sostituirà l’avidità del neoliberismo. E’ questa la strada che consentirà di far transitare tutti quegli individui impiegati male in attività utili, e la rigenerazione delle città richiederà un enorme domanda di nuova occupazione, in Italia esistono circa 8092 comuni e tutti hanno bisogno di un intervento rigenerativo attraverso l’approccio olistico e la “scienza delle sostenibilità”.

Nel mondo professionale esiste una competenza, una strategia per uscire dalla recessione, e ci sono numerosi casi studio che mostrano buoni e cattivi esempi, buoni e cattivi modelli. La sperimentazione e gli errori hanno consentito di migliorare le proposte progettuali, così come migliorare i modelli gestionali, amministrativi, economici e politici. Il patrimonio edilizio italiano che va dagli anni ’50 sino agli anni ’80, dimostra che non c’è tempo da perdere, e bisogna intervenire per prevenire danni (rischio sismico, idrogeologico) e sprechi evitabili (efficienza energetica), e ripensare l’ambiente costruito di quelle città e di quei quartieri ove la qualità di vita è ancora bassa (servizi, comfort, ambiente e mobilità sostenibile).

Dal punto di vista degli architetti che si occupano di conservazione e restauro è noto che bisogna produrre piani e programmi industriali volti a tutelare il patrimonio esistente attraverso la prevenzione[1] che consente di fare interventi puntali poco costosi, ma efficaci (minimo intervento) che ci consentono di prolungare la vita degli edifici e di continuare a godere dei beni pubblici e privati evitando i danni e i costi di interventi drastici. Un Paese come l’Italia non può permettersi di non programmare la tutela della propria ricchezza che determina l’identità stessa del nostro territorio.

Dal punto di vista dell’uso razionale dell’energia è importante ridurre la domanda di energia da fonte fossile (petrolio e gas) perché esistono sprechi evitabili con l’impiego di diversi “accorgimenti” e l’uso di nuove tecnologie. Gli edifici sono sistemi termotecnici e quelli che non disperdono energia facendoci stare bene anche d’estate sono i migliori (comfort). I materiali hanno caratteristiche termofisiche e per farsi un’idea corretta è sufficiente comprendere queste misure[2] (conduzione, convezione, irraggiamento). Un edificio che disperde energia termica produce un costo/spreco, e questo può rappresentare la base economica per finanziare la ristrutturazione edilizia. E’ il tipico ragionamento economico-finanziario delle ESCo (Energy Service Company) che realizzano profitti tramite progetti finalizzati all’efficienza energetica e l’uso degli incentivi delle fonti alternative. I cittadini potrebbero avviare una ESCo, tramite la banca locale, e finanziare la ristrutturazione edilizia dei volumi esistenti con l’obiettivo di realizzare una rete intelligente (smart grid). In questo modo diventeranno produttori e consumatori (prosumer) di energia, ma soprattutto liberi e indipendenti dalle SpA. L’atteggiamento appena descritto si può tradurre concretamente promuovendo cooperative edilizie ad hoc (iniziativa privata), e già esistono esempi progettuali di questo tipo che stanno rigenerando interi quartieri migliorando la qualità di vita.

Dal punto di vista della resilienza urbanisti, progettisti, sociologi, agronomi, geologi, biologi e fisici, possono informarci sul fatto che le città e le loro istituzioni non stanno governano luoghi e risorse in maniera responsabile ed equilibrata, poiché abitanti ed ambiente si trovano in condizioni di forte disarmonia dal punto vista ecologico, sociale ed economico. Dal punto di vista sanitario secondo l’OMS i fattori che determinano uno stato di benessere sono biologici, ambientali, sociali, culturali, economici; lo stato di salute è condizionato da un equilibrio psicofisico del soggetto in sé e nel suo rapporto con l’ambiente che lo accoglie[3]. Secondo l’OSCE e l’TTI[4] uno degli aspetti che determina l’aumento delle patologie[5] (decessi, disturbi respiratori, disturbi cardiovascolari) nelle città è l’inerzia politica che fa aumentare la complessità del problema (congestione del traffico). Da questo punto di vista Amburgo e Copenaghen rappresentano esempi da seguire poiché puntano a ridurre drasticamente l’uso delle automobili per favore pedoni e biciclette[6].

Si rende necessario pensare ed organizzare le istituzioni in maniera resiliente per affrontare correttamente i momenti di crisi, e attivare risorse utili a raggiungere l’equilibrio: ecologico, sociale, ed economico. Una progettazione resiliente, tramite l’approccio olistico, si occupa di stimolare l’organizzazione necessaria per realizzare città sostenibili e prosperose, non più dipendenti da minacce esterne o interne (crisi morale, d’identità, culturale, alimentare, energetica, ambientale ed economica).

Le istituzioni ed i politici sono stati inventati per gestire la res pubblica con metodo democratico e principi etici, di trasparenza ed efficacia; quando questi soggetti (istituzioni e politici) non sono in grado di risolvere i problemi concreti cogliendo le opportunità sopra descritte, allora è compito del popolo sovrano decidere direttamente, sia per la sostituzione dei dipendenti eletti e sia per cambiare il “sistema” dalle sue fondamenta. E’ compito dei cittadini agire direttamente sperimentando la strada del cambiamento radicale.


[1] Giovanni Carbonara, “Questioni di tutela, economia e politica dei beni culturali”, in Avvicinamento al restauro, Liguori editore, 1997, pag. 597.
[2] Prima di tutto bisogna prendere familiarità con la conducibilità termica λ [W/mk] (capacità di un materiale a condurre calore) e questa caratteristica deve essere ben evidenziata. Più la conducibilità di un materiale è bassa e maggiore sarà il vostro risparmio. La resistenza termica s/λ [m2K/W] e in fine bisogna conoscere la trasmittanza termica U=1/RT [W/m2K]. Ad esempio, le case certificate come CasaClima Oro hanno U < 0,15 W/m2K sia per la parete esterna, sia per il tetto e Uw ≤ 0,80 W/m2K per i serramenti. Solitamente, dopo una diagnosi energetica utile a rilevare dispersioni lungo i “ponti termici” (nodi strutturali, finestre …) i progettisti intervengono con materiale coibente e con infissi migliori per ridurre la domanda di energia termica (gas metano) e poi integrano la domanda di energia elettrica con l’impiego di un mix tecnologico rispetto alle risorse locali (sole, vento, acqua, geotermico).
[3] Stefano Campolongo (a cura di), Qualità urbana, stili di vita, salute, Hoepli, 2009, pag. 3.
[4] Texas Transportation Institute
[5] OMS, ANPA, ITARIA studio del 1998 su Torino, Genova, Milano, Bologna, Firenze, Roma, Napoli e Palermo, in Qualità urbana, stili di vita, salute, Hoepli, 2009, pag. 165.
[6] Marta Albè, “Amburgo addio alle auto entro 20 anni. Sarà la prima città car-free d’Europa”, <http://www.greenme.it/informarsi/citta/12213-amburgo-car-free> (ultimo accesso 10 gennaio 2014)

Considerazioni sul dibattito politico di Traversetolo (PR)

Festa politica di Traversetolo (PR), considerazioni politico culturali:

Il giorno 21 settembre durante il dibattito avviato dal titolo “economia, finanza e tasse” è emersa una tesi: il ritorno ad una “politica economica espansiva”. L’impressione ricevuta è che una rinnovata “politica economica espansiva” debba essere la politica economica del M5S. Nessun parlamentare ha avuto qualcosa da obiettare o correggere. A sostegno di questa tesi: la “politica economica espansiva”, sono state poste basi di carattere giuridico-politico e non economico, ad esempio: la sovranità monetaria. Condivisibili le critiche al sistema bancario, così come condivisibile la critica all’austerità imposta dall’UE all’interno del sistema euro. Numerose soluzioni del sistema euro suggerite durante il dibattito non sono di natura economica ma giuridica, ad esempio la scelta di aprire di un contenzioso partendo dal principio del “debito odioso”, e la cancellazione del fiscal compact, sono entrambi scelte politiche giuridiche molto condivisibili, ma non sono linee politiche economiche.

Ragionando per assurdo, se il M5S fosse maggioranza politica e trasformasse il suggerimento della “politica economica espansiva” in azione politica credo che non risolveremo alcun problema, anzi si aggraverebbe la crisi ambientale, com’è accaduto nel corso della storia. Il nostro paese sta ancora pagando i danni ambientali e sanitari delle “politiche espansive”: Ilva di Taranto, centrali Enel ed ENI e la speculazione edilizia degli anni ’50, ’60 e ’70. Inoltre l’aumento della disoccupazione è senza dubbio responsabilità di una buona parte della classe imprenditoriale italiana che sfrutta il sistema del credito, la delocalizzazione volontaria per massimizzare i profitti, e sfrutta i partiti per il proprio tornaconto di categoria a danno dello Stato. La soluzione della recessione può mai essere una politica economica degli anni ’20, ’30 prima, o quella degli anni ’50? A sostegno di questo suggerimento si citano gli USA ed il Giappone che per osteggiare la crisi hanno immesso liquidità nel sistema economico per limitare i danni. E’ vero che la disoccupazione negli USA è aumentata molto meno dell’area euro. Negli USA la FED ha salvato il sistema bancario, mentre Obama ha distribuito qualche aiuto alle imprese per contenere la disoccupazione. La BCE che non funziona come la FED ha salvato solo il sistema bancario prestando soldi alle banche commerciali per comprare Titoli di Stato. USA e Giappone, com’è noto, non hanno il patto di stabilità e tanto meno hanno MES e fiscal compact. USA e Giappone hanno anche diversi problemi sociali ed ambientali poiché anche questi Stati perseguono la crescita ignorando i limiti della natura. Gli americani vorrebbero tanto il sistema sanitario europeo, mentre i governi amano tanto privatizzare, come sta accadendo nell’euro zona, medesima ideologia.

Nell’euro zona è senza dubbio vero che l’austerità stia accelerando la recessione, e stia facendo impoverire gli italiani, ma limitarsi a suggerimenti generici dicendo che lo Stato debba tornare a spendere, si può essere d’accordo come principio, ma è del tutto anacronistico poiché la sovranità è stata ceduta a organi non eletti dai popoli, quindi la riposta corretta alla recessione è di natura politica, non economica. Se poi rileggiamo la storia economica possiamo notare che le “politiche espansive” hanno preceduto quelle liberiste nel solco dell’ideologia della crescita illimitata. Insomma criticare l’austerità è giusto e condivisibile, ma rimane il rischio che sia un dibattito improduttivo e riduttivo, poiché non si dice in quali settori investire e come produrre nuova occupazione. In Italia, buona parte delle infrastrutture strategiche sono state privatizzate, altre imprese storiche vendute, mentre altre grandi imprese hanno deciso di delocalizzare gli stabilimenti produttivi per sfruttare i vantaggi finanziari della globalizzazione e massimizzare i profitti. Nell’epoca della privatizzazione del mondo i profitti dei consigli di amministrazione delle multinazionali sono schifosamente milionari, mentre i salari dei dipendenti non coprono la sopravvivenza dei cittadini. L’industria finanziaria virtuale, la deregolamentazione, la globalizzazione hanno inventato dal nulla così tanta liquidità nelle casse delle SpA che potrebbero comprarsi due o tre pianeti, cosa significa? Il problema è etico, democratico e di giustizia sociale. E’ altrettanto noto che i governi italiani preferiscono usare i soldi pubblici per comprare armi piuttosto che tutelare il paesaggio e l’istruzione pubblica. Com’è altrettanto noto che negli Enti locali c’è uno scarso controllo politico sui piani esecutivi di gestione che diventano torte spartite fra dirigenti pubblici, imprese e politici incapaci e/o corrotti.

All’interno di questo sistema politico sappiamo bene che la nuova occupazione non può essere creata per legge dallo Stato, ma da una politica industriale figlia di un ampio progetto culturale, dall’innovazione tecnologica e da progetti creativi capaci di interpretare il “picco del petrolio” e la fine dell’era industriale. Se una parte importante dell’imprenditoria italiana ha deciso di distruggere il proprio Paese per ragioni di avidità, col tacito accordo della classe politica, forse bisognerebbe immaginare una nuova classe imprenditoriale figlia di una cultura diversa dall’avidità alimentata da ideologie economiche obsolete. Il lavoro che serve al paese si crea dalla volontà dei cittadini che capiscono come investire i propri risparmi valutando progetti sostenibili e rendendosi conto dell’enorme ricchezza del Paese Italia, pertanto, conoscendo bene gli errori della storia si tratta di fare un processo diverso dalle ideologie delle politiche espansive e liberiste. Le uniche attività imprenditoriali che resistono alla recessione riguardano le nuove tecnologie, sarà un caso? Persino i distruttori del territorio investono in efficienza energetica, riuso e riqualificazione urbana, sarà un caso? Le aree protette, i parchi ed il cibo oggi rappresentano beni culturali naturali di pregio, sarà un caso? Musei, aree archeologiche e monumenti sostengono un’industria turistica che regge ancora i mercati, sarà un caso?

Se non ci rendiamo conto che la crescita è il problema del sistema non riusciremo ad accettare il fatto che bisogna organizzare la società per consentire un equilibrio fra risorse ed esseri umani. Economia del debito, borse telematiche, IVA, spread e quant’altro non sono necessari per costruire una società più efficiente, più equa, migliore. L’accesso alla conoscenza, più democrazia, valutazioni razionali, curiosità, sperimentazioni, reciprocità e cooperazione sono caratteristiche indispensabili per progettare comunità sostenibili ed un’economia reale compatibile con l’ambiente. Per questi motivi ritengo che questi suggerimenti [politica espansiva] siano del tutto obsoleti poiché ripetono schemi e metodi già visti all’opera, e non hanno portato alcun miglioramento per la qualità di vita. Fino a quando i cittadini rimangono nel piano ideologico della crescita, e fino a quando accetteremo consigli che ignorando le leggi che governano questo pianeta commetteremo sempre errori marchiani.

Ciò che condivido circa il dibattito del 21 è senza dubbio il ripristino di una politica monetaria ed industriale sovrana, ma questo è un desiderio politico che dovrebbe essere sostenuto da un cultura adeguata ai tempi che viviamo. Condivido il fatto che lo Stato torni a fare lo Stato, ma bisogna comprendere che implica una riforma dell’architettura europea nel rispetto delle Costituzioni nazionali, oggi ampiamente non rispettate. Questo progetto dovrebbe essere sostenuto da soggetti politici indipendenti dall’influenza delle borse telematiche e dalle solite lobbies che possiedono i politici, ma anche questo argomento non è di natura economica, ma etica, giuridica, politica e culturale. Ritengo che questa recessione sia proprio il frutto di una crisi dell’etica, ed una crisi culturale poiché tutti i paradigmi odierni sono crollati: PIL, espansione monetaria e petrolio.

E’ vero che la classe politica dovrebbe decidere di ridurre le tasse per le imprese e per gli italiani, com’è vero che bisogna recuperare soldi dall’evasione, dall’elusione fiscale e dagli sprechi presenti nella pubblica amministrazione per assenza di controllo circa la congruità dei prezzi e la corruzione, com’è vero che bisogna ridurre i gradi di giudizio da tre a due, bisogna introdurre la vera class action, ridurre le camere del Parlamento ad una sola per ridurre i tempi legislativi, etc. Questo breve elenco di cambiamenti necessari rappresentano sfide che si possono vincere, ma sono piccoli passi di fronte al fatto che bisogna rifondare una cultura collettiva costruita sui vizi, sull’avidità, sull’egoismo, sulla competitività e sulla stupida crescita illimitata, una cultura che sta autodistruggendo gli esseri umani. Può sembrare strano, ma la strada più lunga: ripensare i paradigmi culturali, è senza dubbio la strada migliore da intraprendere poiché consente di sviluppare e realizzare progetti creativi più efficienti finora nascosti a buona parte dei cittadini.

Bisogna ricordarsi che è prioritaria la felicità degli individui e delle comunità, mentre la moneta deve tornare ad essere strumento [governato dallo Stato] non un fine, per questo motivo non è importante dare priorità al numero di merci prodotte in un anno, ma sapere come sono state prodotte, quanta energia hanno consumato, con quali materiali e la loro provenienza, etc. E’ importante che gli individui possano avere l’opportunità di sviluppare creatività ed impiegare il tempo in attività utili a preservare il bene comune, e migliorare le relazioni umane sviluppando abilità e capacità virtuose, quelle che usano razionalmente l’energia, l’artigianato, e danno l’opportunità di unire cuore e buon senso. L’economia è questo, ed auspichiamo che nasca un soggetto politico che abbia queste caratteristiche culturali, che si preoccupi di produrre norme e leggi affinché gli individui tornino ad essere liberi di evolversi facendo crescere spirito e mente. Per fare questo bisogna uscire dal monetarismo e dal materialismo, caratteristiche che appartengono a tutte le accademie economiche sia di destra che di sinistra, ideologie che vivono sullo stesso piano ideologico obsoleto, quello della crescita delle merci e del consumo compulsivo, poiché ignorano appositamente la bioeconomia e le leggi della fisica.

Bisogna uscire dall’obsolescenza pianificata e dell’inutile sovrapiù poiché possiamo fare meno e meglio riducendo l’impatto ambientale di merci inutili, facendo aumentare la produzione di beni auto prodotti, come ad esempio l’energia necessaria tramite fonti alternative con l’impiego di un mix tecnologico. I cittadini hanno a disposizione tutte le tecnologie per vivere in armonia con la natura. Bisogna avviare un processo culturale che consente agli individui ed alle comunità di fruire queste tecnologie, perché ci permetteranno di vivere meglio e trascorre più tempo con le persone che amiamo, tutto questo può accadere percependo un salario dignitoso ed adeguato.

Depressione Italia

Le regole di bilancio che l’èlite ha imposto a tutti stanno mostrando il volto più oscuro sulle facce degli italiani e di tutti gli amministratori: la depressione, non solo economica, ma psicologica. Gli Enti locali non riescono a “chiudere” i bilanci, secondo l’Anci, e le misure introdotte servono unicamente a dimostrare che 1 è uguale a 1, a danno dei ceti meno abbienti. La Corte dei Conti ci racconta ciò che Monti ha già confessato, la politica dell’austerità deprime il Paese. Siamo alla festa dell’ovvio. Ciò che è meno ovvio e scontato è: perché cittadini e amministratori contrari a queste regole non fanno nulla per agire e dire la cosa più radicale e semplice che c’è? Consentire a norma di legge la “non quadratura del bilancio” per i servizi essenziali: sociale, cultura e istruzione.

Già in passato i Sindaci d’Italia hanno manifestato contro lo stupido Patto di stabilità. E’ ora di uscire dalla politica demenziale, ossia le misure di austerità dei governi neoliberisti, per avviare l’introduzione del buon senso nella politica istituzionale: “non quadratura del bilancio” per un periodo di rientro dal debito.

Anziché ridurre progressivamente i Trasferimenti statali, Parlamento e Governo, devono mantenere o alzare la quantità di denaro da destinare ai servizi essenziali. Ci racconteranno la solita favola? Non ci sono i soldi? Lo Stato stampa moneta a credito, libera dal mercato e quindi niente debito. Soprattutto per i ceti meni abbienti lo Stato (art. 1 e 47 Cost.) può e deve donare un credito, cartaceo o elettronico, senza emettere Titoli di Stato. Il credito donato non crea inflazione perché risponde ad una domanda precisa: pagare bollette, fare la spesa, pagare le cure mediche. Invece, l’attuale chiusura del credito crea recessione, cioè la realtà intorno a noi.

La felicità dipende da vari fattori: concentrarsi su ciò che abbiamo, piuttosto su ciò che non abbiamo. Autostima e disporre delle abilità necessarie per avere successo nel proprio ambiente. Fare una vita materiale semplice e quindi competere poco uno con l’altro. Passare più tempo a fare ciò che ci piace e migliorare le relazioni con amici e familiari. Se l’attuale sistema istituzionale, sociale e politico ha regole che impediscono di esser felici è lecito cambiare tale sistema per adeguarlo ai fattori che creano la felicità.