I Sindaci fanno politica?

La retorica domanda posta come titolo vuole porre attenzione sul fatto che la sovranità popolare è stata sospesa, ed uno degli inganni più efficaci all’interno della grande trasformazione globalista, è stato quello di far credere che il popolo potesse scegliersi il ceto politico locale; è vero, lo elegge direttamente ma non ha poteri, ed è il peggiore che si possa avere, spesso è narcisista, egocentrico, e ignorante. Per fare il Sindaco non è richiesta alcuna competenza, e può distruggere il territorio distribuendo favori a chi l’ha votato. Ovviamente esistono eccezioni, alla prassi consolidata di amministrazioni locali totalmente incapaci e irresponsabili. Il cambiamento liberista ha spostato poteri, ha colpito il ruolo pubblico dello Stato, ed ha spostato sovranità dagli Stati verso organizzazioni sovranazionali. Osservando la realtà politica Sindaci e Consiglieri sono gli esecutori materiali del neoliberismo: meno Stato più mercato. Ancora oggi, nonostante tutte le evidenze, il malcostume, e la distruzione dello stato sociale, molti cittadini credono che i propri Sindaci abbiano il potere di fare politica, senza focalizzare l’attenzione su alcuni fatti che mostrano la fine delle politiche pubbliche e la trasformazione della polis in luoghi per il profitto. A partire dagli anni ’80 le Nazioni diventano un concetto astratto per favorire la nascita di un’area geografica neoliberista, col “centro” e la “periferia”. Durante gli anni ’90, varie riforme del diritto amministrativo spostano i poteri, dai Parlamenti nazionali all’UE. I Sindaci non hanno l’opportunità di fare politica nel senso più alto e nobile del termine, e si limitano a ratificare decisioni altrui. Si tratta di decisioni politiche avanzate dalle imprese private. La globalizzazione neoliberista, le delocalizzazioni produttive e la riduzione del welfare state trasformano la società e consolidano nuovi fenomeni sociali ed economici che cambiano profondamente il territorio da rendere obsoleta la scala amministrativa attuale. Ad esempio, l‘esplosione delle strutture urbane che si sono unite agli agglomerati limitrofi. Diversi elementi possono farci comprendere, come e quanto, la nostra società sia stata rifeudalizzata, e perché generalmente Sindaci e Consigli comunali – amministratori – non pensano autonomamente ma obbediscono a decisioni prese altrove. Ovviamente ci sono anche le eccezioni di Sindaci autonomi, ma è difficile decidere diversamente quando non hai disponibilità economiche e quando hai vincoli normativi che danno priorità agli aspetti materiali piuttosto che a quelli sociali. Il legislatore, nel solco del pensiero liberale laissez faire al mercato, ha spostato il centro decisionale attraverso le riforme: elezione diretta del Sindaco e introduzione del diritto privato in ambito pubblico, con la facoltà data ai Sindaci di creare SpA per la gestione dei servizi pubblici. Il processo politico viene privatizzato e ai cittadini è impedita la partecipazione politica. Da molti anni l’ANCI, ha assunto il doppio ruolo sia di pensatoio (Ifel e Cittalia) per i Sindaci, e sia di lobbies di pressione nei confronti di Regioni e Parlamento. In buona sostanza le azioni politiche non partono dai Consigli eletti, ormai luoghi di camere di registrazione di decisioni prese altrove, ma dai pensatoi delle associazioni politiche che raccolgono manager e professionisti esterni. In questo modo le imprese private e globali, legittimamente, riescono a influenzare le istituzioni locali. Anche la pianificazione comunale è condizionata degli interessi privati, nonostante i Consigli esprimano l’ultima opinione attraverso il mero rito del voto. Nella realtà, le pubbliche istituzioni locali avendo aderito alle politiche neoliberali, attendono le direttive dell’UE, e tali direttive sono influenzate dalle organizzazioni sovranazionali private (“ce lo chiede l’Europa”). Un esempio molto famoso, riguarda le cosiddette politiche smart, ideate e pensate dalle multinazionali che non pagano le tasse, come google, amazon, facebook che desiderano avere città cablate e interconnesse per aumentare i propri profitti. Le regole per adeguare le città agli interessi privati sono nelle direttive UE, poi sono recepite con un copia incolla dalle organizzazioni coordinate dall’ANCI. Altri temi, dalle tasse locali alla gestione dei servizi educativi e sociali, e sono argomenti sviluppati sempre nel solco dell’ideologia liberista. Generalmente gli amministratori, durante gli anni ’90 hanno deciso di esternalizzare, come si dice in gergo, ogni servizio ritenuto oneroso. La gestione della cosa pubblica, la polis: acqua, mobilità, energia, rifiuti, è nelle mani di società che non rispondono alla democrazia rappresentativa, non rispondono agli elettori. Il legislatore anziché favorire forme di democrazia diretta e partecipativa negli Enti locali, sceglie di allontanare i cittadini privatizzando i processi decisionali e ripristinare rapporti di vassallaggio feudale, ove l’élite borghese locale e le imprese scelgono i propri burattini per sfruttare la cosa pubblica, con contratti e affidamento dei servizi, e per conservare lo status quo. I Sindaci nominano, secondo la propria convenienza, i dirigenti di queste SpA locali. La conseguenza di questa scellerata scelta politica, figlia dei liberali (privato meglio dello Stato), è la privatizzazione dei servizi che ha generato enormi multiulities SpA, soprattutto al centro Nord, e in buona sostanza i veri amministratori politici sono i manager di queste società che determinano tariffe e servizi.

Sindaci e Consigli comunali non gestiscono più direttamente la cosa pubblica, e i politici sono stati trasformati in ragionieri che devono solo ratificare un bilancio pubblico sotto le condizioni del patto di stupidità, che impedisce di fare investimenti. Nella sostanza gli organi eletti hanno serie difficoltà nel decidere come spendere le tasse dei cittadini (investimenti), mentre i trasferimenti statali progressivamente si riducono. Il problema principale è senza dubbio di natura ideologica e culturale, poiché il sistema istituzionale è orientato su politiche di crescita che non sono sinonimo di miglioramento e qualità della vita, ma solo di aumento della produttività, cioè aumento del PIL. Fra benessere e aumento del PIL non c’è alcuna relazione diretta, ma c’è fra l’aumento della produttività e l’aumento della disoccupazione, poiché le innovazioni finalizzate all’aumento dei profitti e delle produttività hanno creato più disoccupati. Tutto l’impianto culturale istituzionale è condizionato da indici e parametrici dell’economia neoclassica secondo gli interessi delle imprese (l’accumulo di capitale) e non secondo l’interesse delle persone. Poiché le istituzioni sono state piegate all’interesse del capitale, che si alimenta di natura propria con la capacità immorale di creare danaro dal danaro, i politici locali che hanno rinunciato a una propria autonomia di pensiero diventando inutili. In una società dove tutto è merce e l’accesso a queste merci avviene attraverso il danaro, il potere reale è nelle mani delle banche e delle imprese che possiedono liquidità. Oltre a questo la classe politica non è stata capace di legiferare una seria ed efficace lotta all’evasione fiscale, mentre sono considerati prioritari gli interessi delle banche, le spese militari, le grandi infrastrutture altrettanto inutili. Cosa è accaduto? A partire dagli anni del secondo dopo guerra, il legislatore ha ripreso ad assecondare gli interessi della borghesia liberale attraverso favori e privilegi, concentrando capitali attraverso le rendite finanziarie e immobiliari, cioè senza lavorare e sfruttando la collettività. L’accumulo di queste rendite negli istituti bancari ha generato mostri che oggi “possiedono” gli Enti locali. In questo modo si è creata, in ogni città italiana, un’élite borghese liberale e classista che ha la forza capitalista di influenzare le scelte dei politici locali, poiché il ruolo pubblico dello Stato è ridotto cedendo la sovranità economica. Dal punto di vista del governo del territorio, gli amministratori locali sono i responsabili della gentrificazione e dell’aumento delle disuguaglianze sociali, sono responsabili dell’aumento del consumo di suolo agricolo, della distruzione di ecosistemi, e dell’inerzia politica sul rischio sismico e idrogeologico.

L’obiettivo politico di scoraggiare la partecipazione politica e delegittimare la democrazia rappresentativa è stato ampiamente raggiunto e questo percorso fu studiato e programmato molti decenni fa nei soliti gruppi élitari. Già il senatore Norberto Bobbio, in Il futuro del democrazia del 1984, disse chiaramente che il Parlamento era una camera di registrazione di decisioni prese altrove. Enrico Berlinguer nel 1981 denunciò la corruzione nei partiti. Quindi già negli anni ’80 emerse drammaticamente la denuncia dell’influenza delle lobbies nei confronti dei partiti. L’influenza delle imprese private negli affari pubblici è un tema che resta senza soluzioni, e si ha l’impressione che si preferisca andare nella direzione opposta: legalizzare la corruzione – il voto di scambio – copiando l’immorale sistema americano ove chi ha soldi può comprare (finanziare) il partito che preferisce. «Il sistema privato odia profondamente i sindacati. Da sempre. Quella statunitense è una società dominata dalle aziende molto più di altre a lei paragonabili» scrive Noam Chomsky, in Sistemi di potere. In questi ultimi 15 anni le proposte di legge più importanti non sono state più suggerite dal Parlamento, ma dal potere esecutivo tramite il “voto fiducia” sui decreti governativi per evitare che qualche parlamentare potesse porre emendamenti, modifiche sul testo preparato dal Governo stesso. Stiamo assistendo da molti anni ad un processo di delegittimazione di ogni forma di democrazia, lento e continuo che serve ad abituare i cittadini al sistema feudale. Dopo circa 30 anni possiamo constatare che le organizzazioni del potere invisibile hanno raggiunto ogni obiettivo: la sovranità monetaria è nelle mani di organi non elettivi, la politica industriale è nelle mani di organi non elettivi (WTO). Gli organi eletti ratificano solo i bilanci con criteri e regole scritte altrove. La sostituzione delle Nazioni con la dittatura delle SpA fu studiata negli anni ’30 e migliorata negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso. L’aspetto più drammatico di questo nuovo feudalesimo è l’aspetto volontario, cioè i parlamenti hanno ceduto poteri e sovranità volontariamente, tramite l’indottrinamento e la distruzione della partecipazione politica all’interno dei partiti tradizionali addomesticati, infiltrati e coordinati dall’esterno con efficaci sistemi di corruzione e cooptazione programmata, nella sostanza i partiti non sono liberi ed indipendenti, al contrario sono cagnolini da compagnia del potere invisibile raccontato da Bobbio.

Acqua, mobilità, energia e rifiuti, cioè la politica; la conduzione delle cosa pubblica deve tornare nelle mani del legittimo proprietario, lo Stato col sostegno dei cittadini. Società no profit ad azionariato diffuso popolare ove i cittadini possano eleggere i propri consigli di amministrazione e investire gli utili nella manutenzione e gestione dei servizi. Un altro scandalo intollerabile si comprende osservando l’armatura urbana italiana. Le città non corrispondono ai confini amministrativi che tutti conoscono, ma sono diventate aree urbane estese, e ciò richiede un cambio di scala territoriale e amministrativo per accorpare gli Enti comunali, considerando i comuni centroidi e le loro conurbazioni. Il cambio di scala comporta un enorme vantaggio politico poiché elimina enti inutili, e consente un’efficace gestione amministrativa e territoriale rispondente alla realtà italiana.

In alcuni ambiti la gestione della politica è nelle mani dirette dei cittadini. Nella confederazione Svizzera, com’è noto, da circa 150 anni, i cittadini hanno strumenti efficaci di democrazia diretta. A Schönau, in Germania, esiste un’esperienza molto significativa poiché i cittadini decisero di acquistare la rete elettrica locale per auto produrre energia con le fonti alternative, diventando produttori e consumatori di energia. A Torraca (SA), l’Amministrazione locale decise di diventare la prima city led al mondo con fonti alternative. Due esempi, uno dal basso ed uno dall’alto col medesimo obiettivo: diventare auto sufficienti dal punto di vista dell’energia ed applicare il principio dell’uso razionale dell’energia con la naturale conseguenza di eliminare gli sprechi (riduzione dei costi) ed essere più sostenibili. Questo per ricordaci che le soluzioni esistono, ma vanno studiate, capite e perseguite con un’energia popolare.

Questa valutazione non vuole assolvere gli amministratori locali teleguidati dalle lobbies, anzi i Sindaci, rispetto ai ruoli che hanno, sono responsabili e attuatori dei piani liberisti e delle privatizzazioni. La cronaca politica e il modello neofeudale ha favorito l’ingresso nelle istituzioni pubbliche della peggiore classe politica, la più ignorante, autoritaria e stupida categoria di politicanti si trova proprio nei Consigli comunali e regionali. La democrazia liberale, avendo esternalizzato e privatizzo i processi decisionali  della politica, può permettersi di far eleggere veri e propri ignoranti funzionali che devono solo dire Si al capo di turno. Si tratta di una finta democrazia. Il malcostume prolifera negli Enti locali, come luoghi del neofeudalesimo e creazione delle clientele a danno della collettività.  Per fare il Sindaco o consigliere non è richiesta alcuna competenza, mentre i cittadini elettori ritengono di non doversi impegnare politicamente introducendo merito e democrazia. Occuparsi della cosa pubblica con democrazia è un processo culturale evolutivo pertanto ci vogliono politici capaci di interpretare questo cambiamento utile alla cosa pubblica che introduce etica e abilità finora inutilizzate.

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Evoluzione …

Finalmente gli italiani stanno avviando quel processo di autoanalisi e stanno cominciando a capire che noi siamo il male del nostro paese. A mio modesto parere il “partito” di maggioranza, quello del non voto, applica un dissenso consapevole, dice: “non vi votiamo perché vi conosciamo”. Il passo successivo è organizzare il dissenso verso una proposta alternativa, cosa più complicata. Questo “partito” che non c’è dovrebbe chiedersi cosa vuole per l’Italia. Questo “partito” può trovare risposta o nell’auto organizzazione, o nel cambiamento radicale dell’attuale offerta politica.

Tutti i giorni possiamo assistere all’involuzione ed alla nostra regressione politica. Se dal dopo guerra in poi la politica è stata attività per pochi, oggi sempre più persone ricevono notizie politiche, quasi sempre distorte e poco veritiere, e sempre più persone vorrebbero partecipare al processo politico, spesso non per altruismo ma per egoismo. C’è anche quella parte di società che esprime il proprio dissenso con un referendum abrogativo, una parte decisamente maggioritaria, ma che, ahimé, pesa meno dei galoppini. I cittadini sono sommersi di “notizie” e da medium di massa, ma nonostante tutto ci stiamo accorgendo quanto la società sia ricca di galoppini leccapiedi pronti ad assecondare i capricci del proprio padrone arrivando persino all’idolatria religiosa, pur di apparire, pur di usurpare ruoli e funzioni, pur di campare, o credere di far parte di qualcosa, questo è il tipico comportamento di personalità problematiche, e di chi intende usurpare ruoli nelle istituzioni procurando danni maggiori alla società stessa a causa delle proprietà instabilità e scarsa lucidità mentale.  Poi c’è quella società che ha deciso di non occuparsi del bene comune lasciando spazio in politica a categorie di individui inadeguati. Tutti noi abbiamo la straordinaria opportunità di vedere tutto ciò e riflettere come cambiare. Le crisi morali sono opportunità per riflettere e per agire diversamente dal passato. Possiamo cambiare per migliorarci è nelle nostre opportunità di scelta. Stiamo scoprendo l’acqua calda, la polis non può trasformarsi in res privata per risentimenti, odio, rivalità o per spettacolo, la res pubblica è di tutti, ma oggi non è per tutti e soprattutto non riesce a far emergere i capaci ed i meritevoli tenuti nascosti da una società ingiusta poiché noi siamo ingiusti.

Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia. Qui ad Atene noi facciamo così. Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza. Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento. […] Qui ad Atene noi facciamo così. Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa. E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso. Qui ad Atene noi facciamo così. […] Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla. (Pericle, discorso agli ateniesi, 416 a.c.)

Prima ci auto processiamo e prima prenderemo la strada della normalità.