Agire per cambiare il sistema!

Come ho già scritto altre volte esistono tante opportunità per fare cose giuste, ma capita che non riusciamo a far comprendere i vantaggi indiscutibili quando dialoghiamo con “chi di dovere”, a causa di schemi mentali obsoleti. In primis, gli istituti di credito spesso governati da interessi personali a danno delle collettività. La recessione sta aprendo una nuova breccia poiché il fallimento del sistema riesce a far riflettere tanti soggetti interessati a cambiare le cose, e costringono gli individui a produrre nuove idee e diversa occupazione, l’esempio principale delle nuove tecnologie suggerisce che ci sono strade da percorrere.

Abituati a credere che le città siano il centro dell’universo abbiamo commesso l’errore di trascurare i piccoli centri e la campagna. Se ci pensiamo bene negli ultimi quarant’anni abbiamo trascurato e danneggiato un immenso patrimonio culturale ed ambientale.

La crisi industriale innescata dai processi di globalizzazione e dall’assenza di piani e di politiche monetarie adeguate ai cambiamenti in corso, la disoccupazione creata dalle imprese che preferiscono delocalizzare per massimizzare i profitti (violando palesemente la Costituzione), la crisi della manifattura e dall’artigianato suggeriscono che bisogna ripartire dai piccoli centri e da piani città per riusare e recuperare quartieri e luoghi urbani aumentando il comfort e la qualità della vita. Un’adeguata politica agricola a sostegno delle tecniche naturali e della qualità dei prodotti, ed un riuso dei luoghi urbani abbandonati con l’inserimento di servizi culturali, e la qualità degli spazi urbani, potrebbero rappresentare una strategia efficace per nuova occupazione e migliorare le condizioni di vita per circa dieci milioni di italiani che vivono nei piccoli comuni.

La politica dei parchi sta mostrando i suoi buoni risultati grazie alla tutela della biodiversità. Ritengo sia necessario recuperare l’architettura dei piccoli centri per prevenire danni dal rischio sismico ed idrogeologico. Spesso i piccoli centri sono abbandonati perché gli abitanti sono costretti ad inseguire i modelli sbagliati delle città. I piccoli centri ed i parchi rappresentano una grande opportunità per investire in qualità urbana ed architettonica, qualità del paesaggio, auto produzione energetica a piccola o piccolissima scala con fonti alternative e sovranità alimentare.

I cittadini hanno la libertà di scegliere come usare i propri risparmi ed orientare il credito su progetti virtuosi, ma raramente accade questo poiché non essendoci dialogo e reciprocità si finisce col trascurare gli interessi comuni. Spesso questo compito è delegato ai banchieri, ma in Italia è noto che questi prestano soldi su progetti sbagliati a sostegno dei propri amici che siedono nei cda della grandi imprese. Eppure basterebbe ripartire proprio da noi stessi, è sufficiente parlarsi e comprendere che ci sono tante opportunità per nulla considerate.

Partendo da progetti virtuosi i cittadini hanno l’enorme potere di condizionare gli istituti di credito. Ci sono piccoli esempi già avviati che stanno realizzando interventi nelle giuste direzioni, ma si trascurano ancora i piccoli comuni poiché non c’è un piano nazionale per tutelare il paesaggio. Associazioni che hanno un comune sentire, come Movimento per la Decrescita Felice, Slow Food, Arcipelago Scec, Salviamo il paesaggio, Comuni Virtuosi, WWF, parte del mondo accademico, liberi professionisti, piccole imprese e Banca Etica potrebbero dare ottimi suggerimenti all’Associazione Nazionale Piccoli Comuni d’Italia ed ai Parchi; la sinergia fra associazioni e piccoli comuni potrebbe dare il frutto di progetti concreti, utili a migliorare la qualità di vita di circa dieci milioni di persone.

La recessione ci fa capire una cosa molto importante: non è più il tempo del dialogo fra la classe dirigente, cioè chi governa le istituzioni, e noi liberi cittadini, oggi è tempo di agire direttamente per progettare un futuro migliore, non c’è più tempo per riflettere su cosa fare, ma è tempo di realizzare ciò che sappiamo fare perché le risorse che ci stanno rubando non torneranno più. Non possiamo tollerare l’usurpazione dei nostri diritti. Consapevoli del fatto che possiamo cambiare il sistema, bisogna agire per farlo.

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I luoghi della decrescita felice

La ricchezza italiana nascosta dal mainstream è immensa. Il paradigma obsoleto della crescita impedisce di farci vedere le bellezze d’Italia, riscoperte solo nei fine settimana. Esistono tanti piccoli comuni (5693) dove vive il 17,2% della popolazione (più di 10 milioni di abitanti) ed alcuni di questi piccoli centri, ormai da tanti anni, hanno intrapreso un percorso politico-culturale opposto alle città inquinate e sovradimensionate.

La densità di popolazione è tra le più alte d’Europa, ma la distribuzione sul territorio nazionale è quanto mai irregolare in relazione alle condizioni orografiche e al diverso sviluppo urbano. In base ai risultati definitivi del censimento 2011, il 70,5% dei Comuni italiani ha una popolazione non superiore a 5000 abitanti, il 23,3% ha una popolazione compresa tra 5000 e 20 000 abitanti, mentre il restante 6,2% registra un numero di abitanti superiore a 20 000. Di questi ultimi, i Comuni con più di 100.000 ab. rappresentano lo 0,6%. Nei Comuni di pianura vive il 48,2% (28,7 milioni di persone) della popolazione totale, nei Comuni di collina il 39,2% (23,3 milioni di persone) e nei Comuni di montagna il restante 12,6% (7,4 milioni di persone).

Esiste l’ass. piccoli comuni, esistono le città slow. Un enorme patrimonio culturale è presente in questi piccoli centri che possono essere il volano della “civiltà contadina modernizzata“. Secondo una ricerca commissionata da Legambiente nel 2001 al Gruppo Serico- Cresme sono 2831 i comuni a rischio di estinzione in Italia, che determinano la cosiddetta geografia dell’abbandono. Coprono una superficie di circa 100.000 Kmq, pari ad un terzo dell’area del paese. Sono i “paesi fantasma”, paesi che non esistono più, le cui case sono per lo più disabitate, in cui talvolta sopravvive solo qualche ostinato anziano signore.

Dal 2003 il FAI sostiene un importante progetto di recupero dei piccoli centri. Attraverso internet ha iniziato a coinvolgere i cittadini nel progetto “i luoghi del cuore” per segnalare e sostenere luoghi da recuperare e valorizzare. La Fondazione con il Sud propone bandi per iniziative atte a valorizzare le identità locali. Per tali lodevoli iniziative sarebbe saggio applicare l’approccio bioeconomico che consente di individuare le risorse locali e consentire una corretta fruizione. L’Italia ha un enorme patrimonio da tutelare che abbisogna di un nuovo approccio giuridico economico, e l’UE non è un’organizzazione adeguata, pertanto è necessario cambiare i Trattati e restituire alla Repubblica il potere di promuovere politiche industriali culturali con strumenti finanziari ad hoc. Ad esempio, associando alle politiche di coesione il principio che l’offerta di moneta sia a credito (non più a debito) e condizionata dall’effettiva domanda, com’è il caso di programmi, piani e progetti di rigenerazione urbana e territoriale bioeconomia, condizionati dai limiti della natura.

Se i fenomeni dell’urbanesimo e delle rivoluzioni industriali giunte al termine, hanno distrutto le periferie delle città e rubato risorse umane ai piccoli centri, è giunto il momento di ritornare alla natura per immaginare centri urbani secondo regole di densità abitative equilibrate, e puntare alla conservazione dei territori tramite la gestione razionale delle risorse. Ci sono tanti centri che abbisognano di interventi urgenti di manutenzione, conservazione e progettazione ecologica al fine di introdurre servizi culturali, reti intelligenti, “smart grid” e mobilità sostenibile. La scelta di andare a vivere in piccoli centri raggiunge molteplici vantaggi: 1) nei piccoli centri si consuma meno energia, 2) ridurre la densità dei capoluoghi sovradimensionati, 3) spostare risorse umane e aggiornare le conoscenze nei piccoli comuni per migliorare la qualità della vita, 4) recuperare edifici abbandonati, rigenerare l’agricoltura con tecniche permaculturali, migliorare l’efficienza energetica e alzare il livello qualitativo dell’educazione anche nei piccoli centri.  Un piano nazionale di riuso e recupero deve concentrare risorse per porsi l’obiettivo strategico di rivitalizzare i piccoli centri, e trasformarli in luoghi sostenibili, alcuni di questi centri sono già un’eccellenza come i piccoli borghi. Sembra evidente che un piano del genere inventa nuova occupazione in attività socialmente utili e restituisce dignità all’identità storica nazionale: nuova agricoltura per l’autosufficienza, efficienza energetica, recupero dell’edilizia esistente e rigenerazione dei piccoli centri danneggiati dell’urbanesimo delle grandi città. L’idea  è quella di avviare l’economia della sussistenza in luoghi favorevoli poiché non c’è alcun bisogno di fare industria, ma c’è bisogno di ricollocare il fare economia nel suo ambito naturale, cioè produrre per i bisogni reali e non per i capricci delle SpA. La decrescita felice è la diminuzione del consumo di merci che non sono beni, cioè la riduzione degli sprechi, ma occorre sviluppare le tecnologie adeguate, una proposta ragionevole è quella di portare tali tecnologie nei piccoli centri. Ad esempio, non sono beni: l’energia che si spreca, la benzina che si consuma nel traffico, il cibo che si butta, e tutti questi sprechi fanno alzare il PIL, ma peggiorare la qualità della vita. La cultura contadina tipica dei piccoli centri ha il valore in se di non produrre merci ma solo beni. E’ meglio valorizzare tale cultura, anziché disprezzarla com’è accaduto negli ultimi trent’anni, e impedire che sia contaminata dalla religione della crescita.

L’unione fra l’innovazione tecnologica con le fonti alternative e le tecniche di agricoltura naturale consente di realizzare comunità auto sufficienti che ci conducono ad una civiltà contadina modernizzata. Tutti gli abitanti dei piccoli comuni hanno l’opportunità di diventare auto sufficienti dal punto di vista energetico ed alimentare, è sufficiente un’adeguata progettazione con un mix tecnologico sostenuto da finanziatori privati e pubblici, l’obiettivo è cancellare gli sprechi e l’inutile dipendenza energetica da fonti fossili. Gli abitanti possono diventare produttori e consumatori, ma soprattutto proprietari dei servizi e quindi sovrani del proprio territorio grazie a modelli efficaci di partecipazione diretta al processo decisionale della politica. La ricchezza dei territori in mano agli abitanti con l’obiettivo di usare le risorse in maniera razionale e garantirle alle future generazioni.

In tal senso queste attività vanno nella direzione giusta di conservazione il patrimonio culturale del Paese: prevenzione del rischio sismico ed idrogeologico. Gli Stati possono cambiare le regole contabili e fiscali degli Enti locali e porre investimenti pubblici in questi progetti virtuosi fuori dal debito pubblico e degli stupidi patti che stanno togliendo risorse ai diritti dei cittadini.